Chi siamo
EDUCAZIONE LIBERA, SCUOLA AUTONOMA
In collaborazione CdO Opere Educative/FOE, Diesse, Di.S.A.L, Associazione Culturale Il Rischio Educativo
Marco Galdi, professore di Istituzioni di Diritto pubblico, Università degli Studi di Salerno; Ignasi Grau, direttore generale OIDEL; Paolo Maino, presidente Di.S.A.L. e dirigente scolastico ITE Gadda Rosselli, Gallarate; Maurizio Serafin, membro direttivo nazionale ADI – Associazione Docenti e Dirigenti Scolastici Italiani; Massimiliano Tonarini, presidente CdO Opere Educative/FOE. Modera Tommaso Agasisti, professore Dipartimento di Ingegneria Gestionale, Politecnico di Milano
Libertà di educazione nella prospettiva europea con esemplificazione di sistemi scolastici autonomi. Autonomia scolastica e autonomie scolastiche come strumenti per l’efficacia dell’organizzazione scolastica e concepiti al servizio del miglioramento della qualità dell’istruzione. Approfondire i concetti di autonomia scolastica e libertà di educazione, esplorandone le implicazioni giuridiche, pedagogiche e sociali nel contesto italiano, fino ad offrire ipotesi di possibili interventi legislativi.
Con il sostegno di Regione Emilia-Roamgna
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TOMMASO AGASISTI
Buonasera a tutti e tutte. Grazie di essere qui a questo incontro che parla di educazione. Siamo grati al Meeting, che ha deciso ancora di ospitare un incontro su questo tema. È un tema che come sappiamo per le persone che frequentano il Meeting scalda i cuori, ma è sempre trattato nel mondo, nel dibattito pubblico, dalla politica, tante volte trattato come un tema di serie B. Per cui siamo davvero grati in modo non formale al Meeting per decidere anno dopo anno di ospitare incontri che riguardano queste tematiche legate al mondo dell’educazione. L’incontro di oggi è organizzato insieme a quattro associazioni molto importanti del mondo della scuola: all’associazione dei docenti DS, alla CDO Opere Educative (che associa diverse scuole paritarie del nostro Paese), alla DISAL, Dirigenti Scuola Autonome Libere, (che è una delle principali sigle di associazioni di rappresentanza dei dirigenti scolastici) e l’associazione culturale “Il rischio educativo”.
Non è un caso che questo incontro sia organizzato insieme a queste realtà professionali, perché questa sera ci occuperemo del tema affrontando due tematiche tecniche: quello della libertà di educazione e quello dell’autonomia scolastica. Dietro a questi temi tecnici si cela il cuore pulsante dello scopo dell’educazione, che è certamente quello della trasmissione della conoscenza, ma è anche quello della comunicazione di un senso profondo del vivere, dell’imparare, del crescere, di diventare uomini adulti e responsabili. Come ha detto Papa Leone XIV in un recente discorso il 15 maggio, l’educazione è ministero e missione per toccare il cuore degli allievi. Allora, per trattare queste tematiche, queste due tematiche tecniche di cui ci occuperemo, abbiamo invitato alcuni ospiti di grande valore che ringraziamo sentitamente di essere qua. Giusto. Applauso preliminare.
Ignasi Grau, che è direttore generale dello IDEL, che è una realtà che fa advocacy per il pluralismo educativo presso le Nazioni Unite; Marco Galdi, che è professore di istituzione di diritto pubblico presso l’Università degli Studi di Salerno; Maurizio Serafin, componente del direttivo nazionale di ADI, associazione di docenti e dirigenti scolastici italiani. E poi concluderanno l’incontro con noi Paolo Maino, presidente di Disal, e Massimiliano Tonarini, presidente della CDO Opere Educative, ai quali anche in forza del loro ruolo abbiamo chiesto di concludere con alcuni spunti e commenti e proposte operative rispetto ai temi di cui tratteremo.
Allora prima di cedere la parola ai nostri ospiti vorrei inquadrare brevemente il tema che vogliamo affrontare questa sera, queste due tematiche. Il primo argomento come anticipato è quello della libertà di scelta educativa. Con questa espressione intendiamo la possibilità per tutte le famiglie di scegliere la scuola che ritengono migliore per i propri figli. Per migliore, intendiamo la scuola che meglio corrisponde alle aspettative e agli ideali delle famiglie stesse. Le famiglie non vogliono scegliere sempre e solo la scuola più vicina a casa, o quella che promuove i migliori risultati accademici. I fattori che le famiglie tengono in conto per scegliere la propria scuola, la scuola per i propri figli, sono tanti e spaziano dal clima che si respira a scuola alla proposta educativa, dall’ideale che muove i docenti e la comunità scolastica al particolare orientamento verso specifiche tematiche o argomenti. Questa libertà di scelta è un fattore essenziale della società e dei sistemi scolastici avanzati e si fonda sulla fiducia, la fiducia che le famiglie vogliono il bene dei propri figli e siano in grado di giudicare le scuole migliori per loro. Ecco, nel nostro Paese questa libertà non è garantita, dobbiamo dircelo. La pura e importante positiva legge 62 del 2000 che ha riconosciuto la possibilità per le scuole non statali di ottenere la parificazione rispetto a quelle statali, non ha previsto meccanismi di finanziamento adeguati a consentire a tutte le famiglie di esercitare la propria libertà di scelta educativa. Il risultato è che oggi le famiglie che possono scegliere di iscrivere i propri figli alle scuole paritarie sono quelle benestanti, che hanno sufficiente capienza economica per poter destinare una parte del proprio reddito all’iscrizione dei propri figli, alle rette di frequenza dei propri figli. Questo è chiaramente un’ingiustizia. Le famiglie più bisognose, che non hanno disponibilità economiche sufficienti, sono costrette a scegliere tra un gruppo limitato di scuole, quelle statali, tra le quali certamente vi sono eccellenze, ma il principio di limitazione che va rimosso. È tempo di ripensare sistemi di finanziamento che, o attraverso voucher alle famiglie, o attraverso sussidi alle scuole paritarie, o mix di questi strumenti, davvero consentano a tutte le famiglie di godere degli stessi diritti in termini di libertà di scelta educativa. Rivendicare questa libertà di scelta educativa implica un giudizio di fondo: le scuole non sono tutte uguali. E infatti è proprio così. Chi si occupa di ricerca accademica in questo campo sa bene che la proposta educativa delle scuole, la loro efficacia, la loro organizzazione e le loro attività sono molto diverse le une dalle altre. E non lo sappiamo solo noi ricercatori, lo sanno tutti, lo sanno tante famiglie. Il nostro sistema scolastico è costruito sui presupposti opposti: tutte le scuole sono o dovrebbero essere uguali. Ma non è così, e non è così neppure nel variegato mondo delle scuole statali. Nonostante le regole del gioco siano uguali per tutti, si verificano enormi differenze da una scuola all’altra. Comunque, le regole sono uguali per tutti e quindi i presidi non possono scegliere i propri docenti, non si possono differenziare gli stipendi, non si possono valutare i docenti, non si possono modificare più di tanti calendari scolastici, gli argomenti, le materie. E così, a fronte di un’uguaglianza di facciata, si manifestano enormi differenze tra scuole, di cui però tutti fanno finta di niente. Ed eccoci così al nostro secondo tema di oggi, quello dell’autonomia scolastica. Non è forse il tempo di riconoscere le differenze tra scuole e farle emergere, dando spazio alla possibilità per tutte le scuole di esplicitare il proprio ideale di riferimento, le proprie scelte organizzative didattiche, le proprie caratteristiche peculiari? Ecco, noi pensiamo di sì e che per farlo occorra superare un modello antico di uniformità di trattamento che ha mostrato di non funzionare. Noi riteniamo che il pluralismo educativo sia un valore, non un problema. Riconoscerlo significa promuovere una differenziazione tra scuole che pur garantendo una cornice comune che è essenziale per il Paese, consente alle scuole di esprimere il proprio potenziale in modo specifico e puntuale. La prima mossa per raggiungere questo obiettivo è quello di dare più poteri, più autonomia ai dirigenti scolastici e alle singole scuole. La legge cosiddetta della buona scuola aveva attentato delle mosse in questa direzione, va detto con esiti molto parziali. Ecco, nel nostro incontro di oggi vogliamo parlare di questo. Il tempo che abbiamo per farlo è limitato, quindi sappiamo che non potremo sviscerare fino in fondo tutto il tema, ma speriamo anche che sia un contributo alla discussione in questa direzione.
Cominciamo allora con Ignasi Grau, al quale chiediamo di aiutarci a ricostruire un po’ lo stato dell’arte. La sua organizzazione, OIDEL, redige periodicamente un indice di libertà educativa. L’ultima edizione è quella del 2023. Siamo interessati a capire come è calcolato questo indice e come si posiziona l’Italia. Lo ringraziamo subito con un grande applauso perché parlerà in italiano nonostante non sia la sua prima lingua.
IGNASI GRAU
Prima lasciatemi fare un ringraziamento. Grazie per l’invito a questo evento conosciuto e apprezzato anche da altri paesi come la Spagna. Permettetemi di scusarmi per il mio italiano che assomiglia più a quello di un calciatore spagnolo appena ingaggiato a una squadra italiana che a quello di un relatore in questo convegno. Oggi sono venuto qui per parlare di un tema che mi sta molto a cuore: la libertà d’insegnamento. Credo che una prospettiva internazionale possa aiutare a capire meglio le tensioni che vivete voi a livello nazionale. Di che cosa parlerò oggi? Parlerò di due cose: del diritto all’istruzione e i suoi elementi, di che cosa parliamo quando parliamo del diritto all’istruzione e della libertà d’insegnamento, e la seconda parte parlerò del Freedom of Education Index, l’indice di libertà d’insegnamento per vedere in che situazione si trova l’Italia per rapporto ad altri paesi dal mondo e dell’Europa.
Allora, prima parte, il diritto all’istruzione e i suoi elementi. Che cosa è il diritto all’istruzione? Questa domanda è importante perché magari parliamo di educazione ma senza sapere che cosa è l’educazione in natura. Magari sentiamo anche parlare della libertà d’insegnamento come un capriccio, come uno strumento politico, ma che cosa è la libertà d’insegnamento? La libertà d’insegnamento prima è un diritto umano e per capire questo, dobbiamo passare un po’ per la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Come già sapete, dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Comunità Internazionale, animata di buona intenzione, si riunì per redigere la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, un documento il cui obiettivo era quello di rinforzare la dignità dell’essere umano ed evitare futuri abusi. Un elemento importante di questa discussione fu il diritto dell’istruzione. Allora, già vediamo il legame tra istruzione e dignità. Tuttavia, durante i dibattiti si ricordò che il regime nazista disponeva di un apparato educativo accessibile a tutti e gratuito, che però non impedì gli abusi del Terzo Reich. È per quello che la prima cosa che hanno deciso è di mettere uno spirito a questo diritto. Per evitare questo, allora la Dichiarazione aggiunge due aspetti fondamentali. Il primo elemento fu quello di dare uno spirito al diritto dell’istruzione. Lo vediamo nel secondo paragrafo. L’istruzione deve avere come obiettivo lo sviluppo pieno della persona umana e il rispetto dei diritti umani. Spesso l’istruzione viene intesa come uno strumento sociale, ma non dobbiamo dimenticare che essa deve, anzitutto, permettere al bambino di imparare l’umanità. Molti elementi di ciò che è l’umanità e che essere persona non sono condivisi da tutti e quello l’hanno visto anche queste persone e per quello che hanno aggiunto il terzo paragrafo. In questo senso si comprese che lo Stato non può essere l’ultimo attore a decidere su tale questione. E per questo motivo e anche per evitare un monopolio da parte dello Stato fu aggiunto un terzo paragrafo, il diritto prioritario dei genitori di scegliere l’educazione dei suoi bambini. Ma, come sapete, la Dichiarazione non è un documento giuridico, un documento politico, anche se ha avuto tante influenze su altri documenti. Che cosa dicono i documenti vincolanti? Prima, articolo 13 del patto sui diritti economici, sociali e culturali riconosce il diritto all’istruzione con le stesse parole. Aggiunge una cosa che è il diritto delle persone di creare scuole indipendenti perché non c’è nessuno che può creare scuole a un diritto di genitori che non serve a nulla. Dopo l’articolo 18 del patto internazionale sui diritti civili e politici riconosce anche questa libertà collegata a un elemento chiave, la libertà religiosa di pensiero e di convinzione. E anche lo vediamo all’articolo 5 della Convenzione della Unesco contro la discriminazione dell’educazione. Questo è importante perché questi tre patti sono stati ratificati dall’Italia.
E a livello europeo, cosa vediamo? A livello europeo vediamo anche questa libertà riconosciuta in due documenti, prima il protocollo alla convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, all’articolo 2 e alla carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea 14.3 (in cui si parla del rispetto dello Stato ai diritti dei genitori, con un linguaggio parecchio simile a quello che vediamo nella Dichiarazione). Su quello voglio anche vedere quello che ha detto la Corte Europea dei diritti dell’uomo. La Corte europea ha affermato che la salvaguardia della possibilità del pluralismo e dell’istruzione è essenziale per la preservazione della società democratica. Tante volte parliamo dell’importanza di come preservare una società democratica, la Corte parla del pluralismo educativo come un pilastro di quello. E per quanto riguarda il finanziamento? Tante volte parliamo del finanziamento. Per essere chiaro, nessun riferimento esplicito in alcun documento internazionale vincolante. Tuttavia, è singolare parlare di una libertà che possa essere goduta solo da coloro che dispongono delle risorse. Anche possiamo vedere da comitati che parlano che ci sono delle obbligazioni positive dello Stato per garantire questa libertà. Parlerò semplicemente di uno che è una risoluzione del Parlamento europeo del 2018. Questa risoluzione diceva invita al fine di aumentare l’inclusività e garantire la libertà di scelte educative a fornire un adeguato sostegno finanziario alle scuole di tutte le categorie e livelli, sia statale sia privata senza scopo di lucro.
Voglio finire questa prima parte ricordando due idee chiave. Prima, la libertà di insegnamento è una libertà riconosciuta e protetta in tutti gli strumenti internazionali concordati per l’Italia, sia a livello globale che europeo. E seconda idea, sebbene non esista un riferimento esplicito al finanziamento pubblico di questa libertà, sembra incomprensibile che essa sia un privilegio esclusivo di chi dispone dei risorse sufficienti.
Allora, seconda parte, dove siamo? E per quello parlerò del Freedom of Education Index. Il Freedom of Education Index è una ricerca che l’OIDEL fa dopo il 2002, penso che è la quarta edizione, che la facciamo nel 2002, io non ero lì, ero ancora a scuola, non posso parlare di questa edizione, ma posso parlare un po’ dell’evoluzione dopo il 2002. Parlerò un po’ della metodologia. Allora, questa ricerca ha una copertura di 157 paesi che rappresentano il 98% della popolazione mondiale. Per fare questa ricerca abbiamo avuto la collaborazione di ricercatori di tante università, abbiamo avuto anche l’aiuto dei membri della società civile, abbiamo utilizzato dei dati del Banco Mondiale e dell’UNESCO. L’indicatore primo che abbiamo per questa ricerca è che analizza se questa libertà è riconosciuta dalla legge e dalle Costituzioni. Il secondo indicatore, che per noi è un indicatore molto importante, verifica se la scelta della scuola dipende dal reddito delle famiglie, analizzando quale percentuale delle spese delle scuole non governative è finanziata dallo Stato. Il terzo indicatore ha un carattere correttivo perché non vogliamo premiare i paesi che hanno molte scuole private perché non hanno nessuna scuola pubblica. E il quarto indicatore analizza la percentuale degli studenti che frequentano scuole non governative. Tutto questo lo confiniamo in una formula sviluppata insieme a ricercatori dell’Università di Ginevra, ma non la condivido, perché se la condividessi parlerei su questo per 15 minuti o semplicemente 10 minuti di più, ma se qualcuno vuole parlare di questo dopo lo farò con molto piacere. Allora, risultati, che penso che è la parte più interessante. Abbiamo oggi più o meno pluralismo educativo nei sistemi educativi? Questa è un po’ l’evoluzione dalla regione educativa. Con gli stessi indicatori possiamo affermare che a livello globale la libertà di insegnamento si trova oggi in una posizione migliore rispetto al 2002 e al 2018. L’unica regione che non segue questo andamento è l’Oceania, ma non è successo così tanto. Evidentemente ci sono dei casi negativi e delle regressioni che vediamo più avanti. Questo qui è l’interessante che vediamo una evoluzione positiva non solamente al mondo ma a tutte le regioni con l’eccezione dell’Oceania. Questa è un po’ la situazione dell’Europa. Ecco, sottolineare innanzitutto la posizione migliorabile dell’Italia. Sebbene questa libertà sia riconosciuta giuridicamente in Italia, in generale la scelta delle scuole rimane ancora fortemente condizionata dal reddito delle famiglie. Solo due paesi hanno un risultato peggiore dell’Italia, Cipro e Grecia. Un passo importante per migliorare questa posizione è lo sviluppo di formule che permettono alle famiglie di scegliere alternative alle scuole statali attraverso un sostegno finanziario pubblico. Ciò probabilmente si tradurrebbe anche in un aumento degli studenti che accedono alle scuole non statali. Vale anche la pena sottolineare esempi significativi come i Paesi Bassi dove la libertà di insegnamento è ampiamente riconosciuta e dove il sistema di sostegno alle scelte dei genitori ha permesso lo sviluppo di un sistema plurale che fino a oggi ha dato anche dei buoni risultati. Ma possiamo parlare anche di Belgio o di Irlanda. Allora, la scelta educativa è riconosciuta nelle leggi nazionali? In generale sì, ci sono tre eccezioni notevoli, fra loro Corea del Nord, Macedonia, Eritrea, Cuba e Arabia Saudita. È interessante perché qui vediamo quello che diceva la Corte, che la libertà d’insegnamento è un pilastro della democrazia. E i campioni contro la libertà di insegnamento sono anche dei campioni di altri indicatori contro la democrazia, questo è qualcosa che è importante sottolineare. Quanti paesi riconoscono questo nella sua Costituzione? La Costituzione è un documento interessante, dopo parlerò più della Costituzione, perché mostra un po’ i consensi della società. Tra i paesi analizzati, osserviamo 101 paesi tra cui l’Italia che riconosce la libertà di insegnamento come parte fondamentale del diritto all’istruzione. Nell’Unione Europea ci sono 22 paesi in cui possiamo dire che la libertà di insegnamento abbia una tutela costituzionale. Ma una menzione particolare a due paesi europei, prima Paesi Bassi e la Slovenia, due paesi europei in cui la sua Costituzione sottolinea che lo Stato deve sostenere attivamente, cioè finanziamento, alle famiglie che scelgono un’istruzione non governativa. Anche in Germania, se non si trova questo nella Costituzione, la Corte Costituzionale ha detto la stessa cosa.
In quanti paesi le scelte dei genitori non dipendono dal reddito dei familiari? Allora, magari è troppo piccolo per voi questo, ma non abbiate paura, vi racconterò tutto. Allora, l’indicatore 2 del nostro indice, come dicevo, si concentra soprattutto sui finanziamenti pubblici della scuola non statale, poiché questo è fondamentale per garantire che tale libertà sia accessibile alle famiglie indipendentemente dal loro reddito. Quello che vediamo qui è che il 78% dei paesi finanzia più o meno le scuole non governative. È vero che solamente il 31% dei paesi concede un sostegno alle scuole non governative che può essere definito consistente. Per questo parlo di stipendi di insegnanti. Dopo ci sono il 47%, fra loro l’Italia, 47% che finanzia debolmente le scuole non governamentali, cioè che finanzia poco, che questo finanziamento non è ben definito o che c’è una scuola che è finanziata, magari lo vediamo, da paesi dall’Africa, ma nessuno sa perché.
Tre conclusioni su questo. Prima. Da una prospettiva internazionale non è insolito concedere finanziamenti pubblici alle scuole non governative. Questo lo vediamo in Europa ma lo possiamo vedere anche da altri paesi come la Corea, Singapore, Thailandia, Cile o Perù. Secondo. È vero che in generale dove c’è più finanziamento pubblico sono i paesi che hanno un’economia forte e penso che l’Italia si trovi fra questi paesi. E terzo che a livello globale se facciamo la comparativa di questo con il Freedom of Education Index del 2002 e del 2018, siamo in crescita: ci sono più paesi oggi che finanziano le scuole non governamentali oggi che nel 2002. Questa è la situazione di finanziamento a livello europeo e dirò semplicemente due cose. Prima, l’Italia non ha portato alcuna modifica dopo il 2015 e, seconda, l’Italia è lontana dalla media dei paesi europei. È importante osservare questo perché spesso il finanziamento della scuola non statale viene presentato come qualcosa di strano, ma mentre in realtà paesi come i Paesi Bassi, l’Irlanda, il Belgio, la Finlandia, anche la Francia o la Spagna, lo fanno senza che nessuno consideri questi paesi elitisti o una rara vis. Le famiglie desiderano oggi più o meno pluralismo educativo, perché magari c’è la domanda se non si finanzia perché non c’è una domanda. La prima cosa che dobbiamo dire è che la crescita o la diminuzione di studenti nelle scuole non governative non è stata significativa in nessuna regione. Questo è anche importante perché magari si parla della crescita della privatizzazione, questo non è successo, lo vediamo qui. Ma ci sono dei paesi che hanno avuto una crescita, parliamo qui dell’India (28 per cento), l’Angola (12 per cento), Nigeria (12 per cento). In questi paesi è successo soprattutto tra i più poveri, attraverso un’istituzione che si chiama Lofi Private Schools, scuole private a basso costo. Le maggiori diminuzioni le abbiamo viste in Bangladesh, Repubblica Dominicana e l’Italia. Non lo sappiamo, perché non c’è il dato, ma probabilmente qui dobbiamo dire anche Nicaragua e Eritrea, che sono dei paesi che hanno avuto molte restrizioni per le scuole private, anche la requisizione da parte dello Stato. A livello europeo, questa è l’evoluzione dell’iscrizione nelle scuole non governamentali in Europa. Non deve sorprenderci che tra i paesi con più studenti nelle scuole non statali troviamo quelli in cui il finanziamento a questa scuola è maggiore: Irlanda, Paesi Bassi, Belgio. Questo grafico mi sembra particolarmente preoccupante per l’Italia per un motivo. Dal 2010, solo due paesi in Europa hanno registrato una diminuzione della percentuale degli studenti iscritti nelle scuole non statali, l’Italia e la Spagna. Da riflettere. Mi fermo già, il più naturale sarebbe qui di concludere con due conclusioni, ma preferisco terminare con due constatazioni e una raccomandazione. Il mio obiettivo è che fino a questo parlamento, ogni volta che parlate di questo, abbiate queste cose in testa, io ho fatto già il mio lavoro qui.
Prima considerazione. La libertà d’insegnamento è un pilastro del diritto all’istruzione, riconosciuto e tutelato dai principali strumenti di diritti umani ratificati dall’Italia. Secondo. Rispetto alla democrazia occidentale, l’Italia ha un ampio margine di miglioramento per garantire la libertà d’insegnamento. E terzo. La mia raccomandazione è la seguente. Ascoltando questa discussione e preparando questa presentazione, mi sono reso conto che questa si svolge in un quadro economico o sociologico, ma la discussione sulla libertà di insegnamento deve invece svolgersi nel quadro dei diritti umani e non in un contesto di discussioni sociologiche. Se crediamo davvero che si tratti di un diritto, un diritto umano, dobbiamo impegnarci affinché le famiglie, soprattutto quelle più povere, possano effettivamente goderne. Grazie mille.
TOMMASO AGASISTI
Grazie mille Ignasi, è sempre utile reinquadrare il tema di cui ci occupiamo con dati e riflessioni di natura comparativa, poi ne discuteremo anche alla fine. Intanto passiamo la parola al professor Marco Galdi a cui chiediamo di aiutarci a entrare un po’ di più all’interno del tema della libertà di scelta educativa anche secondo i tratti che ora Ignasi ci ha proposto. In un suo recente articolo il professor Galdi scrive quanto segue: “Per fronteggiare efficacemente l’emergenza educativa sarebbe indispensabile ripensare la scuola pubblica e nel contempo garantire a pieno la libertà di educazione. Rilevandosi come la strada coerente con la Costituzione, sarebbe quella di indispensabile valorizzare tutti gli istituti che consentono alla scuola statale di definire un proprio preciso progetto educativo e nel contempo completare il processo di effettiva parificazione, che permetta a tutte le famiglie, anche quelle a basso reddito, di scegliere a parità di condizioni sia la scuola statale che quella paritaria”. Allora, ti chiediamo questo, se ci puoi fare entrare un po’ di più nel quadro costituzionale dentro cui questa discussione avviene, anche per capire quali siano i prossimi obiettivi praticabili in termini di riflessione, di azione, verso una maggiore libertà di scelta educativa. Grazie del tuo intervento.
MARCO GALDI
Grazie, buonasera a tutti e grazie per questo invito per me particolarmente gradito perché da giovanissimo ho frequentato il Meeting di Rimini e tornarci come relatore ovviamente è una cosa che mi emoziona particolarmente. Allora, la nostra Costituzione si occupa molto di scuola, ci sono alcuni articoli che se ne occupano specificamente e sono l’articolo 33, 34, il 38 comma 3, 117 comma 6, poi in parte li vedremo. Ma soprattutto la Costituzione è una realtà viva, ogni tema va calato nel contesto complessivo della Costituzione e quindi parlare di scuola non lo si può fare senza tener conto dei principi fondamentali della Costituzione, almeno articoli 1-4, dell’articolo 9 che è il fondamento della Costituzione culturale e dell’articolo 118 comma 4 che prevede espressamente il principio di sussidiarietà orizzontale. Come dire l’approccio costituzionale è complesso e certamente il contributo che la Costituzione dà al tema della scuola non è un contributo secondario, quindi ovviamente in 15 minuti trattare tutto ciò sarebbe impossibile. Però devo notare che il tema della scuola è al centro del dibattito scientifico negli ultimi anni anche con un tentativo di svalutare l’apporto che la Costituzione dà al tema della scuola. Leggo da uno scritto di un autorevole collega: “Si è sostenuto che occorre demitizzare le norme costituzionali sulla scuola. Serve uno sguardo realistico, anche se ciò può essere doloroso. Non c’è stata nessuna torsione del modello costituzionale sulla scuola, semplicemente non c’è stato un modello costituzionale sulla scuola. Potremmo dire provocatoriamente che la scuola è stata la Cenerentola della Costituzione”. Ancora questa collega, ma devo dire questa osservazione comune a molti studiosi, hanno valutato in senso molto riduttivo il dibattito in Assemblea Costituente, giudicato confuso e contraddittorio, inconferente più che sterile, dominato da ideologie risorgimentali, dalla questione della scuola privata e del ruolo delle regioni. E la collega a cui alludevo poi conclude che: “Un progetto di rilancio della scuola italiana andrebbe fondato slittando dalla Costituzione verso il Costituzionalismo, ovvero verso una ideologia che si sviluppa a partire da un processo di autocomprensione e che considera non soltanto il formante normativo, ma anche quello giurisprudenziale e dottrinario, nonché il contesto politico, sociale e culturale in cui l’attuazione della Costituzione si svolge”. Ora, devo dire che personalmente sono stato sempre molto diffidente nei confronti delle ideologie. Molti anni fa, in una mostra che si tenne qui al Meeting, un artista jugoslavo aveva titolato il tema di questa mostra sull’ideologia e la definiva come un progetto sull’uomo che non tiene conto della natura umana e che in genere fa disastri. Allora, pensare di accantonare la Costituzione e i suoi precetti per cercare in una ideologia fosse anche il costituzionalismo, la strada per il rilancio della scuola, francamente, mi preoccupa alquanto e mi sembra che questa scelta sia piuttosto voluta per non fare i conti con quel personalismo cattolico che, altra dottrina più condivisibile a mio avviso, considera la principale ispirazione della costruzione costituzionale della scuola. E allora che cosa dice la Costituzione della scuola? Cominciamo col dire qual è la funzione che la scuola deve avere per la Costituzione e se leggiamo in particolare gli articoli 33 e 34 emerge una parola: istruzione. Non è però l’unica perché per esempio nell’articolo 38 comma 3 che riguarda i diritti di inabili e minorati, espressioni che oggi non condivideremmo, sicuramente andrebbero espunte dal testo della Costituzione, bisognerebbe parlare giustamente di persone con diversa abilità, ma per gli inabili e i minorati l’articolo 38 afferma il diritto all’educazione e all’avviamento professionale, dunque vediamo che accanto all’istruzione la Costituzione parla di educazione. Qual è la differenza fra l’istruzione e l’educazione? Per dare una risposta a questa domanda, bisognerebbe andare ad una norma che non c’è, che è l’ordine del giorno Moro Marchesi, che voleva inserire un primo comma, prima delle disposizioni sulla scuola, che diceva: “È supremo interesse dell’individuo e della collettività assicurare ad ogni cittadino un’adeguata istruzione ed educazione per lo sviluppo della sua personalità e l’adempimento dei compiti”. Questi due grandi costituzionalisti, Moro e Marchesi, pensavano che la scuola dovesse servire per educare, cioè per costruire la personalità degli individui e per istruire, cioè per agevolare l’adempimento dei compiti. E allora si tratta di concetti molto distinguibili, ben chiaramente distinguibili: educazione, sviluppo della personalità, istruzione, adempimento dei compiti. Quali sono i compiti? Certamente il lavoro, ma i compiti non sono solo il lavoro e l’impresa, ma in sostanza quei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale a cui si riferisce l’articolo 2 della Costituzione, quindi anche la partecipazione democratica, anche l’impegno sociale, sono compiti cui la scuola deve preparare e quindi non solo il lavoro, come ahimè spesso anche nel nostro Paese si cerca di far passare. Purtroppo la Commissione di coordinamento non fece passare questo ordine del giorno, ci fu un tentativo di riproporlo ma non è entrato nella Costituzione. Però se noi andiamo a dare una lettura sistematica della Costituzione vedremo anche attraverso la lettura dell’articolo 2, che è una norma chiave della Costituzione, che l’idea forte dell’educazione c’è perché l’articolo 2 afferma il principio personalista, la Repubblica riconosce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo che nelle formazioni sociali in cui si sviluppa la sua personalità. E cos’è lo sviluppo della personalità se non l’educazione? Per cui la Costituzione ci indica questa strada, sono le formazioni sociali è dalla relazione tra le persone nelle formazioni sociali che si sviluppa la personalità. E quindi qual è l’idea di scuola che emerge? È quella di una comunità educante che deve essere strettamente collegata con la famiglia, perché lì invece è chiaro il messaggio, articolo 30 della Costituzione: “È diritto dovere dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli”. Quindi qui c’è un ulteriore passaggio. Il rapporto fra famiglia e scuola deve essere evidentemente ben più solido di quanto di fatto oggi non sia. Ma la Costituzione non si limita a chiarire in qualche maniera lo scopo della scuola, ci dice anche come si può realizzare, ci dà il metodo, metodo parola greca, metà odos, strada attraverso cui si può realizzare. Qual è la strada? Da una parte l’autonomia, dall’altra la libertà di educazione nel contesto di un pluralismo che vede una scuola statale accanto ad una scuola libera. La nostra Costituzione dà indirizzi precisi al riguardo.
Partiamo dalla libertà, dalla autonomia. È stata riconosciuta espressamente in Costituzione nel 2001 attraverso una norma, il 117 comma 3, che distribuisce la potenza legislativa tra Stato e Regioni e sostanzialmente dice che bisogna tener conto dell’autonomia scolastica nell’ambito della competenza che è concorrente tra Stato e Regioni. In realtà però che ci fosse l’autonomia non vi era dubbio anche indipendentemente dal riconoscimento espresso del 117 comma 6 nel 2001 perché è già insita questa idea dell’autonomia all’interno del riconoscimento del ruolo delle formazioni sociali nell’articolo 2, tant’è vero che i decreti delegati degli anni 70, in particolare il 416 e il 674, è ampiamente antecedente rispetto al 2001. C’è però da chiedersi, possiamo essere soddisfatti di questa autonomia? Probabilmente no. In particolare credo che ci vorrebbero almeno tre modifiche, tre riforme sostanziali. La prima. Il riconoscimento accanto ai regolamenti esecutivi che ci sono in tutte le scuole, anche di statuti per le scuole. Statuti nel quale si chiarisca quello che è il progetto educativo di ciascuna scuola. Anche la scuola pubblica ha quel margine di autonomia nella definizione dei programmi rappresentato dal 20% dei programmi e dovrebbe farlo con un progetto educativo preciso da offrire. E, ovviamente, anche l’aspetto pedagogico, l’aspetto organizzativo potrebbe entrare negli statuti delle scuole, che quindi sono una forma di autonomia più ampia del mero regolamento esecutivo. Poi, dare un ruolo non meramente propositivo alle famiglie, per il rapporto che c’è nell’educazione che abbiamo evidenziato in Costituzione. E quindi le famiglie, soprattutto nella programmazione, penso al PTOF, quindi al piano triennale dell’offerta formativa, ma penso anche al patto di corresponsabilità educativa, non dovrebbero solo fare proposte, ma dovrebbero contare concretamente nella definizione di questi indirizzi. E poi lasciare più flessibilità alle scuole nella scelta dei docenti. Ora, da questo punto di vista io non sarei per attribuirlo ai presidi, perché forse il rischio è che i presidi abbiano un ruolo forse esorbitante rispetto alla loro funzione, è la mia idea personale. Io sarei per fare queste selezioni anche con concorsi pubblici a livello di singole scuole, come avviene per l’università dove c’è l’abilitazione nazionale e poi la singola sede fa un ulteriore concorso per la chiamata anche chiedendo magari competenze specifiche, per cui se una scuola nel suo curriculum particolare stabilisce alcuni contenuti, si fa la selezione sulla base dei contenuti stabiliti in via di autonomia. L’altro aspetto fondamentale sarebbe quello di completare il percorso della libertà di educazione, perché la verità è che in Costituzione vi è una norma che è l’articolo 34 comma 3 che sostanzialmente parifica la scuola pubblica e la scuola privata, ve lo leggo. Dice la legge: “Nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni delle scuole statali”. Trattamento scolastico equipollente. Che vuol dire? Ma certamente non vuol dire soltanto che il titolo di studio conseguito è riconosciuto alla pari di quello dato alle scuole private. Se c’è parità, la scuola deve essere il luogo della parità fino in fondo. Se l’articolo 34 comma 2 prevede che la scuola dell’obbligo è gratuita, lo deve essere per tutti, anche per quelli che scelgono la scuola parificata. Se il decreto legislativo 297 del ‘94, il testo unico dell’istruzione all’articolo 200 prevede che per le famiglie a reddito più basso anche la scuola superiore debba essere gratuita, lo deve essere per tutti altrimenti non c’è piena parità. Io per la verità stavo riflettendo, non l’ho scritto in questi appunti ma anche per chi mi ascolta è una novità, io valuterei la possibilità di una questione di legittimità costituzionale davanti alla Corte Costituzionale, perché oggettivamente c’è la violazione non solo dell’articolo 34 comma 3, ma del principio di ragionevolezza ed eguaglianza dei cittadini di quell’articolo 3 della Costituzione. Tutto ciò che sto dicendo peraltro è fortemente rafforzato dalla previsione avvenuta nel 2021 della sussidiarietà orizzontale sulla quale non torno perché è un tema molto caro a tutti noi e che conosciamo bene. Il riconoscimento dell’autonomia scolastica, le libertà di educazione sono fra loro strettamente correlate, paradossalmente più si riconosce l’autonomia scolastica, meno potrebbe essere necessario per le famiglie istituire scuole private, perché potrebbero attraverso l’autonomia scolastica far valere quelle che sono le esigenze educative delle famiglie. E in ogni caso è proprio questa la strada, autonomia scolastica e libertà d’educazione per operare una differenziazione virtuosa dell’offerta formativa che sia in grado di assicurare efficacia tanto alla funzione educativa quanto a quella della istruzione. Grazie.
TOMMASO AGASISTI
Grazie mille Marco, grazie mille professor Galdi per questa tua trattazione di entrambe le questioni, che credo anche di questa lettura diversa da quella che solitamente si sente fare degli articoli principali della Costituzione che riguardano il tema della libertà di educazione.
MARCO GALDI
Avevo chiuso con otto secondi di anticipo. Il riferimento al “senza oneri per lo Stato” riguarda l’istituzione delle scuole, non la vita quotidiana. Una volta istituite le scuole, la Costituzione non pone limiti al finanziamento. Anzi, la Costituzione parla di trattamento equipollente. Mi è sembrato utile questo chiarimento.
TOMMASO AGASISTI
Anche a me. Chiediamo allora al professor Serafin di rappresentarci il punto di vista dell’ADI e in particolare su questo tema dell’autonomia scolastica, perché spesso il mondo dei docenti viene visto come quello che si contrappone all’idea dell’autonomia, mentre invece la proposta che è nata in seno all’ADI, mi sembra, vada esattamente nella direzione di promuovere una maggiore autonomia delle scuole. L’ADI ha fatto una proposta che ti chiediamo di illustrarci, di raccontarci come è nata e a quali obiettivi si ispira.
MAURIZIO SERAFIN
Buonasera, ringrazio ovviamente gli organizzatori per aver dato ad ADI la possibilità di presentare questa proposta che credo sia una proposta affascinante per certi versi. E comincio spiegando chi è ADI, perché poi la proposta nasce dall’esperienza e dalla natura stessa di ADI. ADI è un’associazione di dirigenti e docenti nata nel 1998, quindi poco prima dell’autonomia in buona sostanza. È un’associazione accreditata, fa formazione, ma fondamentalmente organizza un convegno annuale che si svolge a Bologna in cui porta esperienze internazionali. Ed è proprio dall’apertura al mondo dell’educazione in tutto il mondo, delle problematiche dell’educazione in tutto il mondo, che negli anni si è strutturato e organizzata un insieme di proposte articolate che ha trovato sintesi in questa formulazione degli istituti scolastici ad autonomia sociale. In cosa consiste la proposta? Ovviamente la proposta era ispirata nelle tante incursioni fatte negli altri paesi da alcuni tentativi fatti di utilizzare l’autonomia, ricorrono questi tentativi nel panorama internazionale e in particolare in un tentativo inglese che è quello delle Accademies, che autorizzava e veicolava questa particolare forma di autonomia soprattutto alle scuole in situazioni di difficoltà o che operavano in contesti di difficoltà. E a partire da questa possibilità o da questo contesto che incoraggiava una particolare forma di autonomia, negli anni si è andata strutturando questa proposta che si è fregiata ovviamente della collaborazione di un amministrativista, Carlo Marzuoli, oltre che dell’energia delle Presidenti che sono Anna Maria Alessandra Cenerini e Maria Teresa Siniscalco, che oggi non poteva essere qui presente a presentarla e che ha affidato a me il compito. Ma cosa sono questi istituti superiori a autonomia speciale? In sostanza sono delle scuole che possono decidere di darsi un proprio statuto e che nella loro proposta riescono a utilizzare tutte quelle forme stabilite di fatto dalla norma dell’autonomia e quindi hanno la capacità di iniziativa progettuale, quindi hanno la possibilità di basarsi sui curricoli nazionali ma di innovarli in maniera significativa, fino a essenzializzare la natura dei curricoli e quindi non necessariamente procedendo per integrazione ma anche per riduzione dei curricoli stessi, hanno ovviamente la possibilità di prendere delle decisioni in maniera molto determinata, perché hanno un organo di funzionamento che somiglia molto ai consigli di amministrazione, integrano dentro quest’organo non solo la componente dei genitori e la componente degli insegnanti, oltre che il dirigente, ma anche gli enti territoriali (quindi gli enti locali di riferimento) e soprattutto innovano anche la governance, ovvero gli organi collegiali ma anche i dispositivi di funzionamento interno alla propria scuola. Ovviamente si danno un’organizzazione didattica finalizzata all’innovazione metodologica e quindi di fatto hanno la possibilità di darsi un’organizzazione che preveda sia l’individuazione dei docenti per via diretta sia l’organizzazione di un orario scolastico piuttosto flessibile, sia un orario per il lavoro degli insegnanti più ampio e non distinto in attività di docenza e funzionali alla docenza, ma un orario onnicomprensivo di 30 ore settimanali, che poi possono essere organizzate anche attraverso la determinazione di incarichi e funzioni diverse da quella tradizionale della sola docenza, ovvero identificando quello che potrebbe essere un organico destinato al middle management, quindi le funzioni di supporto per il funzionamento della scuola. Ovviamente è un’organizzazione che risponde agli obiettivi fissati perché in sostanza gli esami sono esami nazionali ed è sottoposta ai sistemi di valutazione di tutte le altre scuole. Dal punto di vista finanziario gestisce un suo budget, che è determinato in buona sostanza dai costi standard, più un’integrazione che dovrebbe sostenere il fatto che è una scuola che nasce per gestire particolari problematiche. Ovviamente la parte più complessa è sicuramente la parte relativa alla gestione dell’organico, che mi rendo conto è particolarmente ardita rispetto alle note vicende che hanno caratterizzato l’autonomia nel nostro Paese. Se andate a rintracciare questa formulazione disponibile in Internet, è un testo di legge, quindi una proposta legislativa che ovviamente richiede l’adozione da parte degli organismi deputati ad avanzarla, ma in buona sostanza è articolata in modo molto tecnico e mantiene la sua validità nonostante sia una proposta che data alcuni anni. Perché mantiene la sua validità e qual è il significato anche di parlare di autonomia scolastica a 25 anni dal suo avvio in buona sostanza? Qual è il senso di questa proposta a distanza di così tanto tempo? Se posso dire una riflessione, mi porta a dire che la proposta di autonomia probabilmente è molto più praticabile in questo contesto che 25 anni fa. Probabilmente il tempo che è passato dalla prima formulazione ad oggi è un tempo in cui si sono sperimentate, si sono provate molte soluzioni nei diversi contesti, quindi è stato un fiorire di attività intorno all’autonomia che in qualche maniera lasciano insoddisfatti, visto che si è tradotta fondamentalmente in un’attività di decentramento amministrativo. Però si possono cogliere in tutto il territorio nazionale, nelle tantissime sperimentazioni che sono state fatte, molti elementi che portano a dire che oggi una proposta di autonomia aggiornata e rivista potrebbe sicuramente avere molte più possibilità di successo. Ma perché? Perché ovviamente nel frattempo, rispetto a 25 anni fa, le scuole hanno di fatto innovato i curricula, hanno in qualche maniera modificato l’organizzazione anche didattica e metodologica, sono nate delle organizzazioni professionali di docenti, quindi il panorama rispetto all’opinione che uno ha dei meccanismi autonomistici dalla parte dei docenti si è sicuramente articolato in modo particolarmente vario, ma non solo, c’è stata tantissima innovazione dal punto di vista tecnologico e quindi in realtà è disponibile la strumentazione per elaborare e verificare e valutare tutta una messe di dati che ormai hanno a che fare con il mondo della scuola. Ma non solo, abbiamo un sistema di valutazione nazionale e quindi è chiaro che identificare costi standard e proporre scuole autonome è possibile, perché è possibile valutare, ovviamente, se l’autonomia produce i frutti desiderati e se i risultati di apprendimento sperati vengono effettivamente raggiunti in modo incisivo. Cosa si può dire 25 anni dopo? Che sembra una ovvietà, ma laddove si trovano scuole particolarmente incisive e quindi che conseguono i risultati di apprendimento desiderati da parte delle famiglie, spesso si rintracciano scuole che fanno un uso efficace del dispositivo intorno all’autonomia. Sono scuole che praticano meglio l’autonomia rispetto ad altre. E questo è dimostrato recentissimamente anche da una ricerca fatta dalla Fondazione Rocca, dalla Fondazione Giovanni Agnelli, che ha dimostrato che non ci sono solo divari territoriali nel nostro Paese, ma esistono dei divari fra le scuole e all’interno delle scuole. Quindi l’equità ha delle difficoltà che non nascono solo dalla geografia, ma nascono anche dal funzionamento stesso delle scuole. E quindi si è capito che le scuole possono fare la differenza ed è per questo che la proposta di ADI rimane tuttora valida perché riteniamo che l’autonomia può essere la strada per permettere alle scuole di fare evidentemente questa differenza. Cosa serve però perché possano fare la differenza? Intanto probabilmente è necessario un intervento di sistematizzazione di raccolta e di organizzazione anche di tutto l’impianto normativo regolamentare in modo tale che possano essere rintracciate delle traiettorie e restituite alle scuole una rappresentazione molto chiara di quelli che possono essere anche gli strumenti per poter agire in modo significativo l’autonomia; e dall’altra è necessario però che il supporto alle scuole autonome venga svolto in modo abbastanza particolare, quindi va anche rivista in sostanza come l’organizzazione, come l’amministrazione, come il Ministero, possa supportare nei territori le scuole che vogliono darsi una loro autonomia. Quindi questo è il valore della proposta che di fatto dovrebbe servire a riaccendere un dibattito e permettere ovviamente al decisore pubblico di riappropriarsi di quella proposta e ovviamente calarla dentro gli ordinamenti con tutta la complessità che una proposta del genere richiede per poter essere attuata in modo significativo.
TOMMASO AGASISTI
Grazie mille Maurizio, io credo che ci sia grande valore nell’osservare che una realtà professionale come ADI porta un aspetto propositivo di come modificare o sperimentare all’interno del nostro sistema scolastico per una maggiore autonomia. È in questa direzione che abbiamo pensato di concludere il nostro incontro proprio dando la parola ai Presidenti di due delle realtà che hanno promosso questo incontro. Vorremmo provare a chiudere avendo anche un’idea di proposizione di proposte oltre a quelle che abbiamo già sentite, ne abbiamo sentite durante l’incontro, quindi abbiamo chiesto a Paolo Maino e a Massimiliano Tonarini di concludere il nostro incontro con alcune riflessioni e proposte operative per come promuovere una maggiore libertà educativa e autonomia scolastica. Cominciamo con Paolo.
PAOLO MAINO
Grazie dell’opportunità e grazie ai relatori perché mi hanno aiutato personalmente anche ad andare ancora più a fondo del quadro del problema. Peraltro da quello che è emerso direi che appare evidente come quella stagione che portò nel giro di pochi mesi al regolamento dell’autonomia, cioè all’istituzione delle istituzioni scolastiche autonome da una parte e alla parità dall’altra, sia stata realmente una stagione ricca, importante tra fine anni ‘90 e inizio anni 2000 e poi quella stessa stagione, forse un po’ come dicevi tu prima, non ha trovato immediatamente un terreno fertile e poi si è persa. Si è persa in un po’ di secche, lacci e laccioli che hanno trasformato spesso i dirigenti scolastici e a cascata i docenti in burocrati che devono semplicemente compilare dei form su piattaforme. Siamo un po’ piattaformati soprattutto nella dirigenza scolastica statale. Tuttavia, senza bisogno di invocare una nuova stagione di riforme, mi sembra che vorrei fare 4 proposte e uno spunto operativo, 4 proposte molto concrete anche rispetto a alcune norme che sono in essere e che si possono in qualche modo valorizzare.
Allora, la legge 107 che ha citato prima Tommaso, la cosiddetta “Buona scuola”, aveva dato delega al governo per la riforma degli organi collegiali. Quella delega è caduta, cioè non è stata presa, ma è evidente che nel 2015 si evidenziava la necessità di rinnovare quegli organi collegiali che erano stati fissati con i decreti delegati alla metà degli anni ‘70. Il tema ovviamente oggi, 10 anni dopo, è ancora più decisivo ma abbiamo un modello che potremmo tenere in considerazione. La proposta che faceva ADI è molto interessante, ma esiste già il modello della governance degli istituti tecnici superiori, degli ITS, peraltro anche molto sponsorizzati dall’attuale governo, dell’attuale ministro. In quella governance entrano enti territoriali, università, enti del terzo settore, professionisti, cioè una certa attenzione a rispondere a un bisogno concreto del contesto, perché è sempre più indispensabile che ci sia un dialogo costruttivo e pratico con il territorio per uscire da una certa autoreferenzialità.
Per cui, primo punto, una riforma degli organi collegiali guardando già a delle forme che esistono. Due: dare continuità didattica. L’estate è terribile per i dirigenti scolastici statali, per i coordinatori didattici e rettori delle scuole paritarie perché è un valzer di docenti che entrano ed escono. Si può risolvere questo problema? Il governo quest’anno per la prima volta ha emanato un decreto per la stabilizzazione dei docenti di sostegno, cioè un docente di sostegno non abilitato, non vincitore di concorso, ma che ha svolto bene il suo compito durante l’anno, può a fronte del parere favorevole della famiglia, quindi libertà di scelta da parte delle famiglie, a fronte del parere favorevole del dirigente scolastico attraverso il parere del gruppo di lavoro interno di inclusione della scuola e a fronte della sua volontà di rimanere può rimanere anche se a tempo determinato. Perché non estendere questo meccanismo anche a docenti a tempo determinato di posto comune ad esempio a oggi abilitati o magari idonei, cioè hanno vinto il concorso su un’attesa di essere chiamati da una graduatoria e continuano ad aspettare a vedere quando verranno chiamati se il 30 agosto o il 5 settembre o il 12 settembre. Questa situazione si può risolvere e si può ridurre un precariato storico e aumentare la continuità didattica. Quella continuità didattica che serve a realizzare l’autonomia perché serve a creare contesti in cui si creano relazioni e rapporti di fiducia tra i docenti, dirigenti, i docenti, i genitori e gli studenti. Terzo passaggio. Rilanciare il comma 80 della legge 107 “Buona scuola” non è mai stato abrogato, è stato semplicemente scavallato per via contrattuale e cioè i docenti secondo la legge 107 venivano assegnati a un organico di ambito e poi si proponevano alle scuole rispetto a quello che era il loro curriculum e quella che era l’offerta formativa della scuola e si creava quindi un dialogo tra dirigente scolastico e docente per la scelta della scuola a cui essere assegnato, almeno per un triennio. È una stagione che è durata un anno, 2015-2016. Me lo ricordo perché ho avuto la fortuna di scegliere un docente di musica bravissimo, ma solo uno, in dieci anni da dirigente scolastico. Ultimo passaggio. L’ultima proposta del governo, è molto concreta, forse è uno auspicio, ma è un po’ sottesa a quello che ci siamo detti, c’è un bel testo unico che è del 1994, quindi 31 anni fa, c’è stata l’autonomia, c’è stata la parità, ci sono mille altre leggi successive e di fatto chi lavora nella scuola pubblica, statale o paritaria che sia, deve continuamente saltare da una norma all’altra senza avere un punto di riferimento chiaro, semplice. Un nuovo testo unico è da assolutamente prendere in mano e da offrire a tutto il sistema. Da ultimo lo spunto operativo. Questo è legato un po’ alla mia esperienza in questi anni per DISAL, associazione dirigenti scolastici. È importante sfruttare la possibilità di fare rete definita dal comma 7 del Regolamento dell’autonomia perché, per rispondere ai bisogni dei ragazzi, al contesto territoriale, è necessario non soltanto fare rete, ma concepirsi in rete. Concepirsi in rete vuol dire cercare di capire meglio i bisogni dei propri studenti, in verticale, dall’infanzia fino alle superiori e in orizzontale sui vari ordini di scuola, per capire le esigenze formative dei nostri docenti, dei docenti in un lavoro di rete è essenziale, perché si creano suggestioni che possono in qualche modo migliorarci nel confronto tra scuole dello stesso territorio e anche di territori diversi. Grazie.
MASSIMILIANO TONARINI
Buonasera a tutti. Le parole di Ignasi basterebbero già a far venire fuori una proposta guardando i dati che ci ha dimostrato. Io provo a dare un po’ di numeri prima di cosa è la scuola paritaria in Italia. Gli studenti italiani, dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria di secondo grado, sono poco meno di 8 milioni. Quelli che frequentano la scuola paritaria sono, l’ultimo dato ufficiale è quello dell’anno scolastico 23-24, sono 790 mila circa, cioè poco meno del 10%. Con un’attenzione particolare per evidenziare il fatto che purtroppo è ancora una scuola per pochi. 433 mila di questi 790 mila frequentano la scuola paritaria dell’infanzia, quindi il periodo 0-6 anni e la frequentano per forza perché l’offerta della scuola statale non è assolutamente sufficiente a coprire le esigenze del territorio. Solo in Lombardia mi sembra ci siano più di 100 comuni che non hanno un’offerta né statale né di enti locali di scuola dell’infanzia. Quindi il tema della libertà di educazione riguarda di fatto 350.000 alunni più o meno. Gli alunni che frequentano la scuola primaria paritaria rispetto al totale sono il 6,5%, in Spagna sono il 30%, in Francia il 15%, in Olanda sono il 70% e in Belgio il 50%, in Irlanda sono il 99%. Casualmente gli ultimi tre Paesi che ho detto sono fra i Paesi che hanno esiti nell’indagine OCSE PISA, che è quella che viene fatta a livello internazionale per misurare la conoscenza della propria lingua e della matematica all’età dei 15 anni, questi tre Paesi, soprattutto in matematica, sono ampiamente sopra la media OCSE. L’Italia non lo è. Dove il sistema scolastico è plurale, la scuola funziona meglio e i risultati scolastici sono migliori. Quelli che frequentano la scuola secondaria di primo grado sono il 4%, così come quelli della scuola secondaria di secondo grado sono circa poco meno del 5%. Di questi 790 mila, 515 mila frequentano scuole paritarie cattoliche, per cattoliche si intende cattoliche secondo il diritto ecclesiastico, quindi gestite da parrocchie e ordini religiosi, e le scuole di ispirazione cristiana, cioè fatte da laici, cooperative, fondazioni e associazioni secondo l’ispirazione cattolica. Stiamo parlando, purtroppo, anche dai numeri, di una scuola per pochi. Ancora più sconfortante è il tema se andiamo sul finanziamento. Il finanziamento della scuola paritaria in Italia è una cifra di circa 750 milioni di euro. Il budget, la spesa per la scuola in Italia, supera i 52 miliardi. Quindi l’Italia spende per gli studenti della scuola paritaria l’1,52% della spesa scolastica per una popolazione che vale il 10%. Negli ultimi anni c’è stata qualche attenzione in più. Soprattutto su due temi che sono la scuola dell’infanzia dove sono cresciuti già a partire dal governo Draghi e poi assestati da questo governo i finanziamenti per la scuola dell’infanzia che ammontano a circa 130 milioni per il 2025 se passa il disegno di legge sull’assestato di bilancio. Sono aumentati in maniera sostanziale i contributi per l’accoglienza della disabilità. Il fondo storico che riguarda il funzionamento delle scuole paritarie era 500 milioni nel 2011 e 500 milioni nel 2025. 11 anni, nel 2011 per farci un’idea giocavano ancora nel Milan Inzaghi e Gattuso e se li guardiamo adesso vediamo che è passato tanto tempo. Nel frattempo in questi 15 anni il costo dei contratti si è incrementato di oltre il 22%, il costo dell’inflazione cumulata è arrivato al 24%, quindi la prima richiesta che è stata già fatta dall’associazione del mondo cattolico al ministro di istruzione e al governo è di rivedere allineando almeno l’inflazione accumulata il fondo storico. Le altre richieste riguardano l’assestamento dei valori per la scuola, i contributi per la disabilità nel 2025, 40 milioni che siano stabilizzati e i contributi inseriti nell’assestato di bilancio 2025 per la scuola dell’infanzia, 45 milioni che vengano definiti anche per gli anni successivi. Tutto questo non ci può bastare, siamo ben lontani da quegli altri 22 Stati dell’Europa che come minimo contribuiscono alla vita delle scuole paritarie con il costo perlomeno del personale docente. Proviamo a fare una stima. I docenti della scuola paritaria cattolica sono circa 55 mila. Una stima interna ma più che ragionevole che abbiamo fatto valgono circa un miliardo e 600 milioni di costo. Se facciamo una stima su tutta la scuola paritaria immaginiamo che il costo del personale possa arrivare a 2 miliardi e mezzo circa. L’invito che da questo convegno che porteremo anche, che in parte abbiamo già portato con le associazioni della Scuola Cattolica, all’attenzione del Ministro dell’Istruzione, del Ministro dell’Economia e alla Presidenza del Consiglio, è che si apra un dialogo affinché in pochi anni si possa arrivare attraverso le forme che si concorderanno, tramite voucher per le famiglie o tramite contributi diretti alle scuole che evidentemente dovranno limitare le rette in questo caso, dove il beneficio ultimo sia per chi iscrive i figli alla scuola paritaria, è fondamentale che questo percorso venga intrapreso e venga intrapreso in fretta. In questi 11 anni le scuole paritarie sono diminuite del 30% e gli studenti sono diminuiti del 15% circa. Beffa ulteriore nel senso che, diciamo, scuole più piccole da gestire. Questa cosa dentro lo sforzo che tutti i giorni le scuole paritarie e le famiglie fanno per garantire ai propri figli l’educazione che desiderano non può non trovare il conforto del governo del Paese. Grazie.
TOMMASO AGASISTI
Io ringrazio tutti i relatori, soprattutto anche chi ha partecipato a questo incontro, perché io credo, come si vede dal dibattito che è stato oggi, il tema della libertà d’educazione, il tema dell’autonomia delle scuole non è un tema secondario, non è un tema morto, non è un tema scomparso dall’agenda del nostro Paese. E credo che sia molto di conforto osservare che ci sono realtà che hanno proposte da fare, che conoscono i numeri, che conoscono la realtà nel nostro Paese e fuori dal nostro Paese e che insieme possono costruire una proposta credibile da portare sul tavolo dei decisori politici oggi e nel prossimo futuro. Quindi di nuovo vi ringrazio tantissimo per la partecipazione e speriamo che da questo incontro nascano occasioni ulteriori di approfondimento. Grazie.
Permettetemi di ricordare che ognuno di noi può dare un contributo al Meeting. Ogni dono è un mattone nuovo per continuare a costruire insieme questo evento. Trovate in giro per la fiera le postazioni “Dona Ora” caratterizzate dal cuore rosso. Buona serata a tutti e a tutte.










