DENTRO LA CRISI: COSA STA CAMBIANDO NEL MONDO UMANITARIO

Organizzato da Intersos

Gianluca Brusco, capo Unità per gli interventi internazionali di emergenza umanitaria della Direzione Generale per la Cooperazione allo sviluppo, MAECI; Sandro De Luca, presidente Link2007. Modera Konstantinos Moschochoritis, direttore generale INTERSOS

Il contesto umanitario globale di oggi è segnato da bisogni senza precedenti e da una crescente complessità. Guerre in Sudan, Gaza, Ucraina, Sahel, Repubblica Democratica del Congo e Yemen continuano a generare milioni di sfollati, fame e gravi rischi per la popolazione civile, mentre le emergenze climatiche aggravano ulteriormente la situazione. Oggi si stima che 305 milioni di persone abbiano bisogno di aiuto umanitario – il numero più alto mai registrato – ma le risorse disponibili stanno diminuendo drasticamente. Questo divario costringe il sistema a concentrare gli sforzi solo sui bisogni più urgenti, lasciando moltissime persone senza supporto. Allo stesso tempo, l’azione umanitaria è sempre più ostacolata dalla politicizzazione degli aiuti, dal mancato rispetto del diritto umanitario internazionale, da attacchi diretti a civili e operatori umanitari e da restrizioni nell’accesso alle comunità colpite. Disinformazione e ostilità verso chi porta aiuto aggravano ulteriormente queste difficoltà. In questo scenario, i tagli ai finanziamenti non sono episodi isolati ma parte di una tendenza globale che mette in discussione il futuro stesso della risposta umanitaria. Il panel offrirà una prospettiva concreta su come queste sfide si riflettano nella vita quotidiana delle persone colpite e sul lavoro di chi cerca di portare loro sostegno, aprendo al tempo stesso una riflessione collettiva su cosa può e deve fare la comunità umanitaria per affrontare la crisi del settore e ripensarne il futuro.

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KONSTANTINOS MOSCHOCHORITIS

Buon pomeriggio a tutti, grazie per essere venuti al nostro dibattito intitolato “Dentro la crisi. Cosa sta cambiando nel mondo umanitario?”. Con noi abbiamo Gianluca Brusco, che è capo unità per interventi internazionali di emergenza umanitaria della Direzione generale alla cooperazione e allo sviluppo del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, e Sandro De Luca, che è presidente della rete di ONG italiane Link 2007 e vicepresidente dell’ONG CISP. Io sono Costas Moschokoritis, direttore generale di Intersos, e farò una piccola introduzione al nostro tema per poi passare alle domande. C’è spazio anche per le vostre domande, per favore indicatele nel frattempo a Chiara che sta là, oppure verso la fine della nostra discussione ci sarà lo spazio per porle. È importante avere questo dialogo con voi.

Oggi il panorama globale umanitario continua a evolvere rapidamente e, purtroppo, non nella migliore delle direzioni. Da molti anni è caratterizzato da un’escalation senza precedenti del numero di persone che necessitano assistenza umanitaria a causa di molti conflitti, ma anche di sfide geopolitiche ed economiche e dell’impatto sempre crescente di emergenze causate dai cambiamenti climatici. Le guerre continuano a essere il motore principale delle crisi umanitarie e possiamo dire che ci sono sempre nuove guerre che si aggiungono a quelle vecchie che non finiscono, le cosiddette crisi protratte. Insieme ai cambiamenti climatici, creano grossi sfollamenti forzati di persone, insicurezza alimentare e mancanza di accesso alle cure. Non solo, molto spesso queste guerre hanno ricadute sui paesi limitrofi all’epicentro, che di solito sono paesi con poche risorse.

Dall’altra parte, la mancanza di volontà politica internazionale e le divisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU stanno perpetuando, non trovano soluzioni e non impongono soluzioni a questi conflitti. Nonostante la sofferenza dei civili, le tensioni geopolitiche spesso prevalgono sugli imperativi umanitari e sull’osservanza del diritto umanitario internazionale. Solo per dare un paio di numeri per definire i bisogni umanitari, parliamo per il 2025 di oltre 300 milioni di persone in bisogno di assistenza umanitaria e di un numero che ha raggiunto quasi 123 milioni, a metà del 2024, di persone forzatamente sfollate. Purtroppo, segna un continuo aumento da 12 anni ormai.

Nel contesto dell’aumento dei bisogni umanitari, una tendenza che sfortunatamente è destinata a continuare, le organizzazioni umanitarie affrontano una serie interconnessa di sfide sistemiche e operative, interne ed esterne, che ostacolano una consegna efficace degli aiuti. È vero che gli aiuti sono sempre più utilizzati come arma e strumento di controllo da parti in conflitto e anche da governi, portando a ostruzioni, impedimenti burocratici e condizioni che influenzano il rispetto dei principi umanitari. Siamo in questo momento, per usare un titolo di un film, in una “perfect storm”, una tempesta perfetta, perché a tutto questo si è aggiunta anche la crisi dei finanziamenti umanitari. Gli Stati Uniti, che sono il più grande donatore degli aiuti umanitari con oltre il 40%, hanno ridotto drasticamente questo supporto finanziario, ma anche tanti governi tradizionali sostenitori degli aiuti umanitari come la Germania, il Regno Unito, il Belgio, i Paesi Bassi, tanti paesi stanno riducendo i fondi a disposizione. In questa situazione le organizzazioni umanitarie locali, nazionali e internazionali, cioè la spina dorsale della risposta umanitaria, si trovano in enormi difficoltà, obbligate a smettere di supportare tipo bambini malnutriti, ospedali, distribuzioni di cibo, e tutto questo da un momento all’altro, causando grosse conseguenze alle popolazioni bisognose di assistenza.

Ovviamente, ci sono anche sfide interne che il sistema umanitario deve affrontare. Nonostante gli impegni per integrare le popolazioni locali nella risposta e nelle decisioni, siamo lontani da questo punto. È preoccupante, e i sondaggi lo dimostrano, che la risposta umanitaria non è considerata come adeguata dalle stesse popolazioni in bisogno di assistenza umanitaria.

Questo panel ha il compito, un po’ ottimista, di fare il nostro meglio, di raccontare l’impatto della situazione internazionale sugli aiuti umanitari e, per di più, sulle popolazioni che cerchiamo di assistere, e dare una prospettiva su come questo sistema debba evolversi per rimanere rilevante e rispondere ai bisogni delle popolazioni in un momento in cui i bisogni crescono, i fondi diminuiscono e la volontà internazionale di risolvere le root causes, le ragioni dei problemi, in questo momento non è così chiara.

Comincerò con la prima domanda a Gianluca Brusco: data la portata senza precedenti dei bisogni e la proliferazione di molteplici conflitti, quali cambiamenti fondamentali sono necessari nel modo in cui la comunità umanitaria valuta, pianifica e risponde alle crisi?

GIANLUCA BRUSCO

Bisogna partire da una constatazione che il sistema dell’aiuto di cui tu hai descritto la crisi, che è una crisi finanziaria ma anche di legittimità è una morale, è figlio di un’epoca in cui c’era un ordine internazionale liberale e una serie di paesi, il cosiddetto Occidente, che intervenivano per gestire e far cessare le crisi, pensiamo a Dayton, a Oslo. Oggi quell’ordine è contestato e l’intervento umanitario non è sempre visto come una responsabilità condivisa. Non ci sono più gendarmi globali e una parte della società e della politica internazionale effettivamente non avverte la responsabilità di gestire le crisi; l’intervento non è più visto come una responsabilità condivisa. Ma c’è sempre una parte della società che invece crede nei valori umanitari, che crede che l’umanità debba essere sempre tutelata e difesa.

Allora, il primo obiettivo per noi, e la ragione per cui siamo qui come cooperazione italiana, è di farsi conoscere da questa parte della società, coinvolgerla e creare un movimento che difenda e che rilanci i grandi valori e principi umanitari. Per fare questo, dobbiamo essere più trasparenti e imparare dobbiamo a imparare a parlare un linguaggio diverso, meno burocratico, un linguaggio anche del cuore. Sentivo l’altro giorno il Cardinale Zuppi a Margabotto, in un momento molto potente, in cui ha letto per ore i nomi dei 120.000 bambini uccisi dall’inizio del conflitto in Terra Santa. Quello è il tipo di racconto che noi dobbiamo fare, che va oltre la statistica, che umanizza i dati ed è un racconto che ti dà il senso e l’importanza di quello che facciamo. In questo modo noi possiamo coinvolgere una parte importante della società, che è anche un po’ anche il DNA del sistema italiano di cooperazione. Il sistema italiano di cooperazione si basa sulla legge 125 del 2014, che descrive un sistema che comprende la società civile, le organizzazioni della società civile, le università, le regioni, gli enti locali, il settore privato profit. È quindi innata in questo sistema l’ambizione di coinvolgere, e questo è rappresentato plasticamente qui da questo spazio circolare trasparente che vuole dialogare con la società del Meeting.

Il secondo punto è che, allo stesso tempo, la comunità umanitaria deve saper parlare anche a quella parte della società e della politica che invece mette al primo posto il proprio interesse, il che è anche legittimo. E lo deve saper fare raccontando perché nessuna crisi è lontana, evidenziando come, ad esempio, il blocco di un porto europeo come Odessa nel 2022 provochi un’impennata dei prezzi alimentari e del pane in una serie di paesi africani. Questo provoca movimenti migratori incontrollati, un nuovo afflusso di reclute per i movimenti jihadisti e, quindi, provoca insicurezza in Europa come dice Filippo Grandi, l’Europa oggi è circondata da una sorta di cintura di crisi che va dal Sahel al Nord Africa, al Medio Oriente fino all’Ucraina. È evidente che tutto questo ci interroga e ci coinvolge, ed è evidente che qui c’è la necessità di un’azione condivisa da parte di tutta la società, che vada oltre le istituzioni e che coinvolga in particolare il settore privato, che è quello che è mancato fino ad oggi e che noi come cooperazione italiana stiamo cercando di alimentare.

Ora c’è un aspetto di questo ragionamento che è di interesse anche per chi pensa in termini di interesse nazionale: l’aiuto è un investimento in sicurezza, in soft power, ed è un investimento molto redditizio. Un piccolo contributo come quello che noi facciamo come cooperazione italiana, sono pochi milioni sono 30 milioni che diamo all’Unione Africana e ai paesi dell’Africa più esposti al rischio di cambiamento climatico, serve per mutuare il modello della nostra azione anticipatoria sulle crisi, dell’early warning della protezione civile, con i sistemi e le tecnologie della protezione civile. Ne nasce una rete di sale operative che permettono a questi paesi di anticipare le catastrofi e dimenticarne gli effetti, ma è anche un modo per costruire legami di integrazione fra questi paesi. È un doppio contributo politico che ha ritorni moltiplicativi giganteschi in termini di reputation. Questo è il soft power di cui tanto si parla, e l’aiuto allo sviluppo è veramente una leva incredibile per amplificarlo. L’Italia, devo dire, su questo ha una capacità incredibile, proprio perché si muove guardando ai bisogni delle comunità.

E veniamo al terzo punto, che è l’altro punto centrale anche nel cosiddetto reset umanitario: la necessità di reimpostare in maniera drammatica il paradigma dei nostri rapporti e della nostra interlocuzione, spesso deficitaria, con le comunità locali che andiamo ad aiutare. È stato un rapporto molto asimmetrico e paternalistico fino ad oggi. Bisogna riconoscerlo, questo non vuol dire che tutto quello che abbiamo fatto è stato inutile, ma è certo che bisogna ripartire da un sistema che si mette all’ascolto, che mette al centro i bisogni di queste comunità, che sia anche più umile nel manifestarsi in questi paesi. A volte la comunità umanitaria è percepita come parte di una comunità diplomatica internazionale vista come un elemento avulso dal contesto, che vive in una bolla. C’è anche una sorta di brain drain degli elementi migliori della società locale che vanno a lavorare per le organizzazioni internazionali in loco, vedendo questo come un elemento di emancipazione sociale. Questa impressione di una sorta di casta internazionale ha intaccato la nostra credibilità. L’Unione Europea, che oggi è il principale donatore in Africa, quando poi si è trattato di ricevere solidarietà per la principale sfida esistenziale che come Europa ci siamo trovati a gestire, la guerra in Ucraina, molti di questi popoli non ci hanno dato questa solidarietà. Questo ci deve spingere a interrogarci sulla nostra capacità di trasformare l’aiuto in capacità di parlare ai cuori e alla testa delle persone, in soft power.

Quindi questo è il terzo punto e in termini tecnici si chiama localizzazione. Significa che, ogni volta che è possibile, il first responder, cioè colui che presta soccorso per primo, che deve essere equipaggiato con gli strumenti e i mezzi finanziari in primis per farlo deve essere perché lo è necessariamente un’organizzazione locale. Questa è la chiave di volta della riforma del cosiddetto reset umanitario lanciato da Tom Fletcher, che è l’Undersecretary General, il capo degli aiuti umanitari alle Nazioni Unite. Ma la cosa interessante è che è la scoperta dell’acqua calda, perché l’idea di una localizzazione nasce dieci anni fa, quando, di fronte a quella che veniva vista come una catastrofica crisi finanziaria del settore, i leader internazionali e le organizzazioni della società civile si videro a Istanbul e ne nacque il cosiddetto Grand Bargain, che era una grande visione strategica di riforma del settore. Si lanciò l’obiettivo che il 25% dei fondi degli aiuti venisse dato direttamente alle organizzazioni locali. Dieci anni più tardi siamo al 3%. Allora c’erano 100 milioni di persone che, secondo le Nazioni Unite, erano in situazione di bisogno urgente di aiuti umanitari; ora, come ha citato Costas, siamo a 300 milioni. C’era un gap umanitario del 40%, i fondi disponibili erano il 60% del fabbisogno; ora siamo al 10%. È evidente che qualcosa non ha funzionato, e forse possiamo approfondire questo nel resto del dibattito.

KONSTANTINOS MOSCHOCHORITIS

Grazie Gianluca. Trattengo tre o quattro punti che hai detto: la trasparenza, il cambiamento di linguaggio, il parlare con tutti cercando di convincerli sull’importanza dell’aiuto, ma anche il cambiamento del sistema, la collaborazione con il settore privato, l’azione anticipatoria che hai menzionato e, ovviamente, la grossa tematica della localizzazione, cioè mettere al centro e in prima linea il supporto alle organizzazioni e alle realtà locali, dalle autorità fino all’ultima organizzazione della società civile.

Sandro, vorresti aggiungere qualcosa?

SANDRO DE LUCA

Direi che Gianluca Brusco ha detto cose assolutamente condivisibili. Mi permetto di aggiungere un punto che, secondo me, deve sempre stare davanti ai nostri occhi per mettere in prospettiva i nostri ragionamenti sulla crisi del sistema dell’aiuto umanitario. La crisi del sistema umanitario, i tentativi di riforma, il World Humanitarian Summit che veniva citato, sono tutti momenti in cui gli attori umanitari si sono messi intorno a un tavolo, più o meno virtuale, a discutere di come riorganizzare, riformare o cambiare profondamente il sistema, perché chiaramente questo sistema aveva una serie di limiti. Poi mi prendo due minuti per dire qualcosa in più sul tema della localizzazione, che è un tema oggi cruciale.

Però dobbiamo avere una consapevolezza. Se ci guardiamo indietro, agli ultimi 15 anni, e guardiamo quali sono state le crisi che hanno prodotto effetti di carestia e fame diffusa, di quelle che portano via centinaia di migliaia di persone, identifichiamo molto spesso situazioni in cui c’erano enormi problemi di accesso per la comunità internazionale, per quella stessa comunità dell’aiuto umanitario che spesso, e giustamente, critichiamo. Per essere molto concreti, non parlo solo di Gaza. Gaza è davanti agli occhi di tutti, ma sappiamo quanto quello che sta succedendo in termini di morti per fame sia semplicemente condizionato da un limite nell’accesso umanitario. La stessa cosa è successa, per esempio, in Somalia nel 2011-2012. Lì si parlò di una carestia che ha causato, secondo le stime, più o meno 260.000 vittime in un’area, quella centro-meridionale della Somalia, in cui gli attori umanitari non avevano accesso perché era controllata da al-Shabaab, che ne impediva la presenza. Una cosa analoga è successa nella guerra civile in Etiopia, in Tigray, fra il 2020 e il 2022. Nell’ambito delle dinamiche della guerra, la regione del Tigray è stata completamente isolata a un livello inconcepibile per come noi concepiamo la vita oggi: sono stati sospesi i servizi elettrici, telefonici, qualunque tipo di contatto bancario. Le organizzazioni umanitarie non hanno avuto per lunghi mesi nessun accesso alla regione.

Il fatto che, con tutti gli enormi limiti del sistema dell’aiuto umanitario, quando a questo sistema viene precluso qualsiasi tipo di accesso le conseguenze sono tragiche, qualcosa ci deve dire. Per questo dobbiamo essere estremamente attenti a una critica che a volte finisce per essere un po’ facile. È ovvio che il sistema umanitario ha enormi limiti e criticità. Da questo punto di vista, io sono tragicamente ottimista. Perché vediamo poi lo vediamo cosa succede quando nell’opinione pubblica cominciano a essere presenti le immagini delle carestie, delle fami, degli sfollamenti e delle migrazioni massicce: allora il senso di avere, nella comunità internazionale, se questa esiste ancora, un sistema che parte dal presupposto che c’è un diritto di ciascuno di noi a ricevere assistenza umanitaria in situazioni di crisi, allora quello riemerge. Riemerge al di là delle agende politiche e dei ragionamenti di strategia. Quindi, in questo sono tragicamente ottimista, perché so che questa consapevolezza sarà la conseguenza di tragedie, ma sono ottimista perché non sono sicuro che sia così facile in questo momento fare non il tipo di reset giusto e corretto, ma quel tipo di reset che parte dal presupposto che l’azione umanitaria sia in fondo un baraccone inutile. Perché poi le conseguenze in termini di tragedie le vediamo.

Due cose sul tema della localizzazione, che è il tema cruciale. Come diceva giustamente il dottor Brusco, non è una questione arrivata ora; è stato un processo che la stessa comunità degli attori internazionali ha elaborato e proposto: l’idea di valorizzare e promuovere la leadership degli attori umanitari nazionali nella risposta alle crisi. Il sistema umanitario nasce, e i suoi momenti gloriosi sono soprattutto all’inizio degli anni ’90, con l’idea dell’attore esterno che arriva in un contesto e risolve un problema. Ci siamo resi conto di quanto questa logica sia inutile, oltre che paternalistica. E quindi si è ragionato su come valorizzare questo tipo di attori. Non è semplice, dal mio punto di vista, per il banale motivo che rischiamo sempre di generalizzare un po’ la descrizione delle crisi. Ci sono molte crisi in cui la disarticolazione della social fabric, del sistema sociale, delle organizzazioni, dei sistemi economici è così profonda che ci sarà probabilmente ancora molta necessità di un apporto esterno. D’altra parte, il sistema si è strutturato come se l’apporto esterno fosse l’unico possibile, il modo ordinario per operare. Quello che ormai nell’ultimo decennio abbiamo capito è che invece quella deve essere una questione eccezionale e che l’interlocuzione con gli attori locali è la cosa che conta di più.

Anche lì, attenzione. Nel fare questo ragionamento, abbiamo spesso detto che vogliamo utilizzare i first responders, quelli che sono più vicini alle comunità in crisi, la cui risposta è spesso la più efficace. Ma va detto che questo sistema della società civile locale non risponde necessariamente ai criteri della nostra società civile. Quando noi decidiamo di intervenire per sostenere gli sforzi delle comunità locali, dobbiamo saperlo fare. Un grosso dibattito nella cooperazione italiana in questo momento è in corso sul tema dei cosiddetti pacchetti procedurali, cioè dei meccanismi burocratici che si utilizzano per distribuire finanziamenti. È chiaro che se pretendo di utilizzare meccanismi di distribuzione del sostegno finanziario secondo delle logiche che vengono dalla nostra tradizione burocratica, in contesti in cui mi serve altro nella società civile locale, cioè la capacità di essere presente in loco e non la capacità di rispettare procedure, sto sbagliando. Sono più interessato ai risultati in termini di assistenza e di risposta alla crisi che questi attori riescono a ottenere, e non tanto al rispetto di criteri e logiche formali. Penso che la comunità dei donatori debba interrogarsi molto su cosa può fare per rendere fattibile il coinvolgimento delle organizzazioni locali, puntando a valorizzare la loro capacità di essere rilevanti rispetto al contesto, ottenere risultati, fornire assistenza.

Questo è un altro punto estremamente importante. Il ragionamento sulla localizzazione è assolutamente vero, è sempre stato molto insufficiente rispetto agli impegni assunti, ma dobbiamo imparare a essere creativi nelle modalità di coinvolgimento degli attori locali e, dall’altro lato, dobbiamo essere capaci di leggere le crisi. C’è sempre il rischio che, quando facciamo questi ragionamenti, ragioniamo come se tutte le risposte umanitarie fossero la stessa cosa. Invece ci sono straordinarie differenze nei contesti, nella loro vitalità, nella forza dei sistemi locali o semplicemente nella fase storica che sta vivendo quel Paese. Una rete come Link 2007, fatta di 15 organizzazioni storiche italiane, è caratterizzata dall’avere un’attenzione per la presenza in loco, che non significa sostituire gli attori locali, perché noi viviamo di partenariati, di network, di relazioni. Quando un’organizzazione come quella di cui faccio parte lavora in un Paese da 40 anni, quel contesto lo conosce piuttosto bene, ha una serie di relazioni e network molto solidi. Secondo me, sono queste relazioni e questa presenza che devono essere valorizzate anche per rendere efficaci le azioni umanitarie.

KONSTANTINOS MOSCHOCHORITIS

Grazie Sandro, infatti hai risposto alla seconda domanda che era indirizzata a te sulla localizzazione. Vorrei solo aggiungere un elemento: le organizzazioni umanitarie si è imposto un mandato oltre a quello che è il mandato umanitario. Per esempio, in Afghanistan, dopo il 15 agosto del 2021 con la presa del potere dei talebani e con il completo stop degli aiuti per lo sviluppo, che riguardavano l’80% del budget del governo precedente, le organizzazioni umanitarie hanno avuto il compito di sostituire tutto questo. Tante volte alle organizzazioni umanitarie si è dato il ruolo di rimpiazzare le istituzioni internazionali che devono intervenire in certi contesti. Noi umanitari dobbiamo smettere di fare questo e tornare all’aiuto umanitario puro e duro, per usare una frase chiara, e prioritizzare i nostri interventi basati sui bisogni e sulle attività salvavita. Perché, ovviamente, l’aiuto umanitario non è la soluzione del problema. Questo è chiaro, ci sono altri attori. Il famoso triple nexus è questo: l’umanitario è la risposta all’emergenza immediata, poi c’è lo sviluppo e, ovviamente, in contesti di conflitto, il lavoro per portare la pace, che è la soluzione.

Passerò alla terza domanda, perché alla seconda sulla localizzazione abbiamo già dato la risposta, a Gianluca: esistono approcci innovativi e sforzi diplomatici che potrebbero aiutarci a superare le persistenti sfide all’accesso umanitario, inclusi conflitti attivi, infrastrutture danneggiate e decreti politici, per raggiungere tutte le popolazioni bisognose? Di fronte ai crescenti attacchi a civili e operatori umanitari e alla diffusa impunità delle violazioni del diritto internazionale umanitario, quali strategie concrete possono essere impiegate per riaffermare e proteggere i principi umanitari, cioè l’umanità, l’indipendenza, la neutralità e l’imparzialità?

GIANLUCA BRUSCO

Questa è una bella domanda. Io direi che more of the same, nel senso che è importante continuare a utilizzare tutti gli strumenti della diplomazia, della diplomazia umanitaria, ed è importante continuare a farlo però con pragmatismo. La diplomazia deve essere usata come spada per denunciare gli abusi del sistema, prendendo posizione chiaramente contro le restrizioni all’accesso umanitario e ricordando sempre che l’accesso umanitario non è una concessione, è un obbligo. Questo è importante tanto più oggi che uno dei pilastri di quell’ordine che abbiamo citato, il diritto internazionale umanitario, è sempre più friabile e contestato.

Però, allo stesso tempo, e qui parlo alla presenza del mio direttore generale, in cooperazione vediamo quello che facciamo essenzialmente attraverso il prisma di quante persone riusciamo a raggiungere ed aiutare. È questo il primo obiettivo, che è l’unico principio che non è solo operativo ma è anche una finalità ultima tra i quattro principi umanitari: quello dell’umanità. Se questo comporta negoziare con tutte le parti in causa e dialogare, va fatto. Tante delle cose che siamo riusciti a fare con l’operazione Food for Gaza, le abbiamo fatte grazie a questa capacità di dialogo, come dice spesso anche il ministro Tajani. Le evacuazioni sanitarie sono il prodotto di questo dialogo, che è un dialogo costante, anche discreto, a più livelli. Evidentemente c’è anche la parte della denuncia, e noi non ci siamo tirati indietro come Italia. Lo abbiamo fatto anche di recente, è di ieri una dichiarazione sulla libertà dei media e la possibilità dei giornalisti di fare il loro lavoro a Gaza e nei territori. Ci siamo espressi sull’importanza che il sistema di distribuzione degli aiuti a Gaza sia impostato sulla base dei quattro principi e che renda possibile raggiungere tutti coloro che hanno bisogno. Ci siamo espressi sulle restrizioni all’operato delle organizzazioni non governative internazionali. Tutto ciò lo abbiamo fatto, ma abbiamo anche continuato a dialogare con tutti. E i risultati che abbiamo ottenuto e continuiamo ad ottenere in termini di persone aiutate con aiuti che, come ricordava Costas, non sono aiuti qualunque, sono aiuti salvavita, li abbiamo ottenuti anche mantenendo questa capacità di interlocuzione e dialogo a tutti i livelli, dai leader comunitari ai responsabili di governo.

Spesso c’è una sorta di dissonanza cognitiva che affligge soprattutto gli operatori del settore, che vivono il disagio di dovere, da un lato, cercare di raggiungere quante più persone possibili e, dall’altro, vedere che questo spesso significa fare dei compromessi, quindi tradire i propri principi. E questa è una vera e propria causa di burnout in ambito umanitario. C’è un fenomeno che si chiama moral injury, che affligge gli operatori del settore in maniera quasi epidemica in questo periodo, proprio perché osservare come questo sistema, nel quale ci si identifica e per il quale si vive, venga messo in discussione e attaccato, spesso impunemente, non è facile. Però bisogna superare questo disagio, rimboccarsi le maniche e pensare che l’obiettivo ultimo è salvare anche un’unica vita in più. Questo richiede un modus operandi anche pragmatico; un po’ di pragmatismo è essenziale. In alcuni casi, noi abbiamo portato nell’Unione Europea questo appello al pragmatismo quando, con le sanzioni, si limitava la possibilità di portare aiuti, anche umanitari, alle comunità siriane in una fase non troppo lontana. L’Italia è stata una voce di buon senso nel Consiglio dell’Unione Europea e alla fine questa voce ha prevalso. Si sono fatti i cosiddetti carve-out umanitari, cioè la possibilità di aggirare le sanzioni legalmente per portare aiuto. E poi, sempre grazie a un impulso forte del nostro Paese, si è capito che bisognava andare oltre le sanzioni per accompagnare il processo di transizione di quel Paese. Certo, non sono tutti Paesi e dirigenze che si conformano ai nostri standard etici e morali, però la scelta è fra l’engagement, cioè esserci, dialogare e cambiare in quel modo la situazione, o il disengagement. E abbiamo visto che il disengagement porta a un vuoto, e il vuoto non dura mai tanto in natura e nelle relazioni internazionali. Il vuoto che noi lasciamo viene sistematicamente colmato da altri che non sono necessariamente meglio, ma nella maggior parte dei casi sono molto peggio di quelli che lasciano.

KONSTANTINOS MOSCHOCHORITIS

Grazie Gianluca. Vorrei confermare quello che hai detto, non che tu abbia bisogno di conferme, ma in Siria eravamo nella situazione, a dir poco strana, che non potevamo riabilitare e ristrutturare una clinica oppure una scuola perché questo era considerato sviluppo, e dovevamo fare tutto in maniera temporanea, con una clinica mobile oppure una tenda. Su questo è vero che l’AICS e l’Italia hanno avuto un impatto positivissimo nel cambiare le cose, perché era davvero una missione impossibile lavorare così in una crisi protratta da 14-15 anni. Anche sul fatto che dobbiamo dialogare con tutti, noi umanitari non scegliamo chi è al comando di un posto: può essere un tagliagole come nella giungla del Congo, oppure un governo legittimo o un governo in guerra civile. Ma userò una frase di un vecchio direttore del Comitato Internazionale della Croce Rossa che aveva detto: “Noi dialoghiamo con tutti i gruppi armati, che cambiano ogni giorno, ma una cosa abbiamo chiara nel nostro modo di dialogare: non prendiamo il ‘no’ come una risposta”. Noi siamo obbligati dal nostro mandato a continuare a dialogare, a cercare di avere l’accesso alle popolazioni che hanno bisogno.

Abbiamo nove minuti ancora. Vuoi aggiungere qualcosa, Sandro? Perché vorrei anche chiedere al pubblico se ci sono domande.

NATALIA CONESTA’

Grazie, io sono Natalia Conestà, presidente dell’ONG Invest on Youth, è un network di ONG locali tra West Africa, Central Africa e East Africa di giovani, lavoro e pace. La nostra consociata del Rwanda si è creata dopo il genocidio, perché i giovani sono utilizzati anche per fare queste cose. Di tutto quello che avete detto, Intersos, CISP, vi incrocio spesso, per cui conosco e sono contenta che sia stato citato l’HDP nexus, perché effettivamente uno dei problemi è il passaggio dall’umanitario, specialmente nelle crisi protratte, allo sviluppo e quindi alla pace. Ma in crisi come quella in Palestina, purtroppo, le armi camminano più veloci degli aiuti umanitari. Lì è come una corsa. È stato un orrore vedere i sacchi di cibo dal cielo che uccidevano altre persone, veramente un orrore. Parlo soprattutto per la localizzazione che il nostro collega del CISP ha citato. Penso che chi ha detto questo ha parlato con la testa di noi occidentali, perché le ONG locali sono demonizzate. Mi è stato detto: “Signora, se lei non ha un milione di euro per cominciare, non può fare niente”. Tutte le ONG locali sono piccole realtà di persone volenterose che hanno voglia di fare qualcosa, ma nessuno, neanche le ONG internazionali a volte, fa partenariati con loro. Quindi su questo c’è da lavorare, se si vuole aumentare la localizzazione. Io sono italiana, sono per metà ugandese, ma penso che fare queste distinzioni tra locali e internazionali a volte veramente non valga la pena, perché in un mondo globale siamo tutti uguali. Grazie.

DOMANDA

Volevo fare un paio di domande. Una: ho sentito dire prima di questa forte disparità, quindi immagino che si crei il problema della scelta. Qual è il criterio di priorità nel momento in cui si deve scegliere, e penso che sia una cosa drammatica. Quindi vorrei capire, ci sono dei criteri? Ne state parlando? Questa è la prima domanda.

Mi riferivo un po’ a quel discorso della cosiddetta localizzazione, poi ho sentito parlare di condivisione. Adesso ho sentito la signora che era un po’ critica da questo punto di vista. Mi chiedo, ho visto nei pannelli la situazione del Niger, dove c’è forse qualcosa in più, cioè un coinvolgimento proprio. E quindi mi chiedo se, per esempio, AVSI mi risulta che abbia fatto nelle sue esperienze questo fatto del coinvolgimento, penso al nuovo Salgados in Brasile che è stata forse una delle prime, ma anche altre. Quindi mi chiedo se questa esperienza del coinvolgimento, della condivisione proprio dei bisogni con le persone, andando a condividere la vita insieme a chi sta soffrendo, è rivalutata oppure se il totale delle esperienze alla fine non è stato così positivo.

KONSTANTINOS MOSCHOCHORITIS

Ok, abbiamo cinque minuti, facciamo un giro di risposte.

SANDRO DE LUCA

Sono domande estremamente importanti e complesse. Sì, quello che cercavo di dire prima è che quando noi ragioniamo di quella che si chiama localizzazione, intanto, secondo me, dobbiamo renderci conto della diversità del panorama degli attori. Alcuni non sono neanche perfettamente riconoscibili come attori secondo la nostra logica di organizzazione della società civile. Non è detto che un’organizzazione locale debba essere organizzata con un Presidente, un Consiglio Direttivo, un’Assemblea, un bilancio e cose del genere, cosa che noi cominciamo a considerare standard. Quindi, quando cerchiamo di capire quali sono le forze in un contesto locale che possono essere sostenute nell’ambito di una risposta umanitaria, dobbiamo avere quella capacità di condivisione che consente anche di capire la diversità delle situazioni e degli attori.

Altrimenti succederà quello che oggettivamente sta già succedendo, e vi porto una piccola esperienza personale. Spesso le organizzazioni nazionali che vengono sostenute sono organizzazioni magari molto grosse, ma che nei meccanismi e nelle logiche di funzionamento non sono differenti da un’organizzazione internazionale. E magari sono più lontane dalla comunità locale di quanto non lo sia l’organizzazione internazionale che ha un ufficio in quella regione da 20 anni e il cui staff, totalmente nazionale, lavora in quel contesto da molti anni. Non lo sto dicendo per mettere tutto insieme e dire che non fa differenza, dico semplicemente che credo sia molto importante avere questa attenzione alla condivisione, che innanzitutto per me significa osservare le persone che hai di fronte, dialogare con loro, capire che cosa c’è di fronte a te in termini di forze, di capacità, di idee, e intanto valorizzare quello. È uno sforzo estremamente importante.

A proposito del tema delle risorse, quando parliamo di priorizzazione facciamo un esercizio che è molto semplice in linea teorica e praticamente comporta a volte delle scelte morali difficilissime. In questo momento stiamo parlando di una situazione in cui le risorse per il sistema umanitario si sono sostanzialmente dimezzate. Questa hyper-prioritization di cui parla il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite significa che alcune cose si faranno e altre no. Il sistema si deve modificare per essere più efficace, più efficiente, meno pletorico, ma intanto saranno scelte difficili da fare, difficili per tutti, anche per le nostre opinioni pubbliche, io credo.

GIANLUCA BRUSCO

No, sono pienamente d’accordo. Qualcuno ha menzionato il nesso. Io direi che per me localizzazione significa essenzialmente capire cosa ci viene chiesto, non dare quello che abbiamo a disposizione, che è diverso. Spesso quello che ci viene chiesto non è assistenza. La prima assistenza viene fatta così, in maniera necessariamente unilaterale, però il bisogno che viene espresso spesso è un bisogno di dignità, cioè di avere i mezzi per ricostruire una vita normale: scuole, sanità soprattutto. Intersos è un punto di riferimento in questo, i nostri progetti lavorano tanto insieme su questo. Quindi scuole, ospedali. Noi facciamo tanti interventi di sminamento che servono per rendere produttivi i terreni e poter avviare una ripresa. Questo è il tipo di intervento che si fa, che viene chiesto e che dà un senso di empowerment, di appropriazione del proprio destino alle comunità locali, e che poi ha dei ritorni anche in termini di fiducia, che è fondamentale per preservare lo spazio umanitario.

Il secondo punto è che questa localizzazione, questo nanismo di queste realtà, dipende spesso da noi, perché io ho citato prima la percentuale irrisoria di finanziamenti diretti a queste realtà. Ora, questo non vuol dire che ogni situazione sia uguale; in alcuni casi i first responders o anche gli operatori di sviluppo non possono essere esclusivamente a guida locale. Però, in ogni caso, perché non autorizzare l’accesso diretto ai cosiddetti pool funds delle Nazioni Unite alla società civile in generale, che molto spesso ne rimane esclusa? E in particolare la società civile locale. Tom Fletcher, che parla giustamente di reset e di localizzazione, si deve interrogare su questo. L’ho sentito di recente, l’altro ieri, in una sorta di primo bilancio del reset. Qualcuno gli chiedeva: “Ma perché la localizzazione non la fate aprendo il CERF, che è il fondo principale per la gestione delle emergenze gestito dalle Nazioni Unite, da OCHA, perché non lo aprite alle organizzazioni della società civile?”. Ed è stato quantomeno evasivo nella risposta. Quindi, secondo me, c’è un problema di fondo: scardinare un certo modus operandi significa scardinare un sistema di potere. E anche questo sistema umanitario rappresenta l’espressione di una certa stratificazione di rapporti di forza. Il fatto stesso che 6 degli ultimi 6 coordinatori umanitari delle Nazioni Unite siano britannici e 5 su 6 bianchi, è abbastanza significativo.

KONSTANTINOS MOSCHOCHORITIS

Per aggiungere, è vero che le organizzazioni locali sono le prime vittime del taglio dei finanziamenti perché non hanno le risorse, le riserve per andare avanti. Ma dall’altra parte ci sono anche esempi positivi, ci sono tanti partenariati con le organizzazioni locali in tanti contesti. Così possiamo superare il problema che, per esempio, l’Unione Europea non dà soldi direttamente alle organizzazioni locali perché non hanno il sistema di contabilità e di compliance con le leggi dell’Unione Europea, è molto semplice. Per questo, come diceva Gianluca, il Central Emergency Response Fund è una risposta, perché i finanziamenti possono essere dati direttamente.

A proposito dei criteri, onestamente posso dire che la base dei criteri sono i principi umanitari. Specialmente il criterio che per me è la linea rossa, l’imparzialità, cioè dare l’assistenza solo ed esclusivamente secondo i bisogni delle persone. Sulla neutralità possiamo discutere, nel senso che non siamo sempre dalle due parti del conflitto, a volte non possiamo. Sull’indipendenza discutiamo. Ma l’imparzialità è il criterio che per noi umanitari è e deve essere sempre la linea rossa che non possiamo oltrepassare. Dopodiché, su come fare un’analisi dei bisogni, come definire chi ha più bisogno e chi meno, siamo pieni di guidelines. Ma implementare le guidelines è una questione di rispetto dei nostri principi, che in questo momento più che mai sono sotto attacco. Non è mai esistito un eldorado dell’umanitario, ma è vero che in questo momento l’umanitario è sotto attacco perché le popolazioni civili sono sotto attacco. Noi siamo solo uno strumento per supportare e assistere le persone che hanno bisogno di assistenza. La fine è avere queste popolazioni assistite. Questo è il compito umanitario. Dopodiché, il compito della politica e del resto è finire questi conflitti, questi bisogni.

Io vorrei ringraziare Gianluca e Sandro per i loro interventi, e il Meeting che ci ha ospitato. Ovviamente il Meeting ha bisogno di supporto, e allora ognuno può dare un contributo. Lungo tutta la fiera si possono trovare le postazioni “Dona Ora”, caratterizzate da un cuore di colore ovviamente rosso. E vi ricordiamo che la fondazione Meeting è un ente del terzo settore, quindi potrete usufruire dei benefici fiscali se volete fare contributi grandi. Vi invito all’incontro di domani sul Sudan, che è un’altra crisi che fa più morti, purtroppo, anche di Gaza. E purtroppo è considerata una crisi molto lontana ancora, non è arrivata vicino a noi. Grazie a tutti.

Data

22 Agosto 2025

Ora

15:00

Edizione

2025

Luogo

Arena Internazionale C3
Categoria
Incontri