CULTURA POLITICA E SUSSIDIARIETÀ - Meeting di Rimini

CULTURA POLITICA E SUSSIDIARIETÀ

Workshop. Partecipano: Phillip Blond, Senior Lecturer in Christian Theology at the University of Cumbria and Journalist for the International Herald Tribune; Emilio Alonso-Mendoza, Esperto in Fund Raising; Josè Miguel Oriol, Presidente di Ediciones Encuentro; Adrian Pabst, Leverhulme Research Fellow Department of Theology and Religious Studies Centre of Theology and Philosophy University of Nottingham and Journalist for the International Herald Tribune; Carlin Petrini, Presidente Slow Food; Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la Sussidiarietà. Introduce Antonio Quaglio, Capo Redattore de Il Sole 24 Ore.

 

MODERATORE:
Buongiorno a tutti. Il Meeting non è l’Olimpiade ma la sussidiarietà è una delle grandi discipline del Meeting, con una striscia molto importante nel tabellone. Il Meeting non è l’Olimpiade ma oggi è il primo giorno di gare vere, quindi è compito nostro, di tutti noi, non solo di quelli che sono al tavolo con me e che ringrazio per essere al tavolo con me, per conquistarci un posto nel medagliere. Ieri c’è stato un prologo importante: Giorgio Vittadini ha incontrato e dialogato con Cleuza e Marcos Zerbini, quindi la sussidiarietà ha già fatto irruzione al Meeting, incarnata, e quindi è particolarmente difficile, però accettiamo questa sfida, per noi oggi parlarne. Qui al tavolo i protagonisti siamo, anzi, sono loro, e li ringrazio ancora per l’ultima volta. Ci sono testimoni che vengono da tutte le parti del mondo, parlano varie lingue. Questo è già essere nello spirito della sussidiarietà che è una cultura globale. Mi incuriosisce una cosa e spendo il minuto che mi è concesso per introdurre questa nostra conversazione per notarlo, che nel programma del Meeting il titolo di questo nostro appuntamento è: “Cultura politica e sussidiarietà”, mentre alle mie spalle prima ho letto “Cultura virgola politica e sussidiarietà”. Mi ha molto incuriosito perché “Cultura virgola politica e sussidiarietà” significa ancora distinguere fra cultura e politica e prendere atto realisticamente che si tratta di due dimensioni, due mondi che in questo inizio di ventunesimo secolo devono ancora ritrovare un loro dialogo. Mentre Giorgio che ha titolato correttamente, in maniera sfidante “Cultura politica e sussidiarietà”, è già corso avanti, ci ha già invitato a considerare la cultura politica tutta assieme come una dimensione dovuta, e la sussidiarietà come il trattino, e non solo il trattino, il valore aggiunto, il catalizzatore. Cultura e politica, nonostante siano già quasi 20 anni che sono caduti i muri, stanno ancora realizzando di essersi affrancate dall’ideologia, di aver ritrovato libertà; ho l’impressione che, non solo io credo, ma insomma io, che si stiano entrambe confrontando con quello che chiamiamo con un parolone, con il “mercato”, e che quindi questa loro ritrovata libertà sia subito messa alla prova, la cultura rischia di diventare prodotto, la politica rischia di diventare sistema di gestione del potere. E la sussidiarietà sicuramente è lì come il vero cane da guardia. Io mi occupo di Giornalismo finanziario nel mio lavoro quotidiano, e direi che la sussidiarietà è una delle grandi authority nuove. La società civile attraverso la sussidiarietà si fa authority della vita delle persone. Mi fermo qui, perché ora cominciano a ritmo molto serrato le testimonianze. La prima testimonianza è in lingua inglese ma direi British nel senso che il professor Phillip Blond ci parlerà di come ciò che noi, e ciò che anche lui, chiama sussidiarietà, menomale, anche in Gran Bretagna si sta inserendo, sta già cambiando la politica della Gran Bretagna, che avrà un appuntamento elettorale ormai in termini molto ravvicinati e la sussidiarietà lì sarà protagonista. Phillip Blond, lo ricordo, è Senior Lecturer in Christian Theology all’ Università di Cumbria ed è un collega, è un giornalista, è un collaboratore di International Herald Tribune, e prima, quando abbiamo parlato 5 minuti, mi ha raccontato in breve che sta lavorando, sta dialogando con il nuovo partito conservatore di James Cameron. A lei professore.

PHILLIP BLOND:
Grazie mille. Innanzitutto desidero sottolineare il motivo per cui il mio paese attualmente si trova in una fase così difficile e il motivo anche per cui il mio paese è, in un certo senso, distrutto. Lo possiamo capire innanzitutto perché c’è una mancanza di sussidiarietà, perciò spero che questo sia pertinente. Dicevo, quello che sto descrivendo è quello che succede quando la società manca di sussidiarietà. E questo distrugge quelle che sono le tradizioni sia della destra che della sinistra. Se avete avuto la sfortuna di visitare una di quelle stazioni climatiche della costa mediterranea, che sono stati adottati da giovani violenti britannici molto spesso ubriachi, allora saprete che c’è qualcosa che non va nella società e nella cultura Britannica. In parte quello che è successo in Gran Bretagna si è verificato perché si tratta di uno dei paesi più avanzati del mondo. Come risultato di questa modernità, del suo relativo successo economico e della sua cultura popolare molto influente, la Gran Bretagna è diventata un modello sulla base del quale molti paesi si giudicano e formano le proprie economie e le proprie abitudini. E’ proprio però a causa di questi supposti progressi che i britannici hanno perso più di quello che hanno trovato. Noi britannici abbiamo, penso, delle cose fondamentali, e queste sono: famiglia, società e proprietà. Quello che succede in Gran Bretagna tende a succedere anche altrove. Vorrei farvi una panoramica della modalità con cui la Gran Bretagna ha distrutto la propria società, nella speranza che voi evitiate che questo succeda, in modo che possiate difendervi da quelle che sono le pretese sia del mercato che dello Stato, per creare un’alternativa più religiosa e più cattolica.
Vorrei dare qualche chiarimento terminologico prima di cominciare. Il partito della sinistra in Gran Bretagna è il partito laburista, che è stato eletto in base alla proposta di socializzare il mercato e utilizzare gli utili del capitalismo per il bene della società. Il partito della destra è il partito conservatore, o il partito dei Tory, e la più importante leader di questo partito è stata la Thatcher, che è stata eletta la prima volta nel 1979, e che ha cercato di mettere il neoliberalismo alla base della prosperità e dell’uguaglianza. Per gli italiani il liberalismo significa primariamente, da quanto mi è stato detto, il primato dell’iniziativa privata, delle attività individuali e dei gruppi non controllati dallo Stato. Però secondo me il liberismo è una cosa molto più negativa. Secondo me il liberismo infatti non tiene conto dell’aspetto sociale e si basa su un individualismo aggressivo e possessivo, che non cerca il bene comune e che considera il bene comune, in realtà, una sorta di ricerca del tornaconto personale. Questo relativismo dilagante chiede una pace sociale attuata da uno Stato autoritario che tenga sotto controllo i cittadini. Il capitalismo viene considerato dagli italiani come un bene sociale, perché essenzialmente rappresenta l’emancipazione economica di coloro che non sono limitati o vincolati dallo Stato. Per me il capitalismo s’identifica con un dominio monopolistico del mercato e l’espropriazione dei tanti da parte dei pochi. Per cui vorrei suggerire che coloro che vogliono uno Stato civile,cattolico, una società emancipata, dovrebbero stare attenti di fronte a quello che può essere l’effetto di uno Stato libero da vincoli e un mercato libero da qualsiasi forma di controllo. Adesso vi voglio spiegare come sia la destra che la sinistra hanno contribuito alla distruzione della società britannica, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Innanzitutto partiamo da quello che è stato il problema del liberismo. La sinistra ha preso la società in due fasi fondamentali: innanzitutto la presa di potere sullo Stato nel 1945, poi quella sull’individuo dopo il 1968. Questo doppio atto d’infedeltà ha portato ad un accoppiamento con una tradizione di socialismo e liberismo religioso e civico, e questo ha portato quella che è stata l’eredità della sinistra del dopoguerra, cioè uno Stato autoritario ed una società atomizzata. Perché il liberalismo ha prodotto questi due risultati? Per riuscire a capirlo dobbiamo esaminare brevemente le conseguenze rovinose delle rivoluzioni francese e americana. Naturalmente entrambe sono nate da una legittima critica del potere assoluto aristocratico. Il liberalismo però, che ha sostituito una aristocrazia decadente, ha prodotto, come ha detto Tocqueville, uno Stato assolutista francese e un’America, una società americana in cui ciascuno, in cui ciascun individuo si sente separato dagli altri. Quindi questa separazione da un’autocrazia pubblica è una solitudine privata, un isolamento dell’individuo, si verifica perché il liberismo non ha una filosofia di comunità, non tiene conto appunto della società e della necessità di difendere l’individuo a livello quanto più ampio possibile. Quindi, per spiegarmi, secondo me il maggiore rischio del liberismo è che ha portato ad uno Stato burocratico e a un individualismo dilagante, che non vede alcun bisogno della comunicazione. Tutto questo secondo me ha distrutto la nostra società.
Allora cercherò di spiegarmi meglio. Poiché il liberismo moderno s’incentra sull’idea che non ci siano norme fondamentali soggettive individuali, quindi che tutte le rivendicazioni siano ugualmente valide e ugualmente vuote, allora il liberismo diventa una filosofia del potere, perché non mette alcun limite al desiderio, alla volontà umana, per cui qualsiasi scelta l’individuo faccia va bene. Nella mia università gli studenti pensano che basti fare una scelta, qualsiasi scelta si faccia, la scelta è giusta, perché la scelta di per sé si autoconvalida. Però non c’è l’idea che sia possibile fare la scelta sbagliata: se si fa una scelta si diventa automaticamente morali. Questo è quello che pensano. E’ la società in cui non ci sono valori soggettivi, in cui il potere individuale è l’unica fonte di valore, quindi non si fa altro che riconoscere quelli che sono i fabbisogni fondamentali. Si tratta d’individui che sono isolati, che molto spesso sono in conflitto gli uni con gli altri. Quindi lo Stato liberale in realtà si basa su un ordine contrattualistico ed utilitaristico, vuoto, privo di qualsiasi nozione di bene e di principi guida. Questo porta naturalmente all’annullamento di qualsiasi tipo di distinzione culturale. Pensate all’attacco da parte dei francesi, da parte di, ad esempio, coloro che hanno occupato alcuni edifici pubblici. Lo Stato liberale proclama una uguaglianza puramente formale che tenga conto delle differenze individuali. Quindi c’è un rapporto con gli individui più potenti e questo diventa appunto il rapporto più importante. Per questo lo stato liberale che promette l’uguaglianza delle possibilità, delle opportunità, naturalmente porta ad una forte ineguaglianza materiale e porta anche al dominio di idee che non sono basate su un principio. Ad esempio possiamo vedere che in Francia c’è il rifiuto da parte dello Stato liberale di integrare gli immigrati. Lo stesso avviene in Gran Bretagna, nella discriminazione ad esempio dei cattolici nelle procedure di adozione dei minori, per cui c’è una esclusione dei cattolici. L’incapacità dei liberali di pensare a comunità toglie potere all’individuo. Lo Stato liberale ugualmente distrugge le comunità diverse: per garantire diritti uguali a tutti si pensa che tutti dobbiamo essere uguali.
Passiamo alla seconda sessione: lo Stato. La prima perdita della società da parte della sinistra. Lo stato del benessere, Welfare state dopo il 1945, in Gran Bretagna è stato instaurato a vari livelli. Senza dubbio ci sono state cose positive, perché si trattava di garantire il benessere in assoluto di tutti i cittadini. Tuttavia ci sono state conseguenze non volute, però serie, come l’assunzione dello statalismo da parte della sinistra. Innanzitutto c’è stata l’instaurazione di uno Stato autoritario, che per l’efficienza e l’efficacia ha reso superflue tutte le associazioni intermedie della classe borghese e della classe operaia, distruggendo quindi tutte le cooperative e tutte le società intermedie che erano state create. Il Welfare state britannico ha in realtà tolto autonomia alla classe operaia. Questo ha creato una separazione tra chi gestisce e chi è gestito. Ha tolto potere alle comunità della classe lavorativa e ha portato all’abbandono di altre alternative paleocorporativiste. Nonostante l’ispirazione cattolico-cristiana del Welfare state, la visione statalistica è prevalsa, quindi le persone comuni man mano si sono viste negare il ruolo, un qualsiasi ruolo all’interno delle proprie istituzioni. Questo ha permesso naturalmente di togliere potere ai lavoratori, soprattutto nei contratti collettivi, quindi le promesse della nazionalizzazione, in realtà, sono state soltanto una sorta di specchietto delle allodole, che ha permesso all’autorità amministrativa e statale di prendere ancor più potere. Questo ha portato alla creazione di una nozione comune, sia da parte del patronato, come da parte dei sindacati, appunto la nozione comune di quelle che sono l’idea del benessere e dello stipendio, dello stipendio minimo, e così via. Con un conflitto che sta alla base della struttura industriale, una gestione inefficace e pratiche lavorative restrittive con alti livelli di richieste di aumenti di stipendio, hanno portato ad una diminuzione dell’utile, e questo ha fatto si che gli operai abbiano continuato a chiedere sempre di più mentre gli utili diminuivano, e questo ha portato ad un crollo, perché c’era in piedi un sistema di sovvenzioni statali che non era più in grado di reggersi. Questo ha portato poi al trionfo neoliberalista della Thatcher.
Passiamo adesso alla terza parte: l’individuo. La seconda perdita della società da parte della sinistra. Prima di parlarvi delle conseguenze terribili del libertarismo di sinistra, non voglio dire che la sinistra degli anni ’60 abbia fatto soltanto degli errori: l’opposizione alla guerra del Vietnam, le campagne per i diritti civili, per gli afroamericani, per le donne negli Stati Uniti, sono stati tutti aspetti positivi, però bisogna anche dire che ci sono molte persone nella sinistra degli anni Sessanta che non hanno fatto una lotta iconoclastica, che volevano preservare un alto livello di cultura, per cercare di estenderne a tutti i benefici. Questo però ha portato molto spesso ad un consumismo aggressivo, che si basava su una cultura di seconda categoria, che a sua volta si fondava sull’edonismo, che si basava su una sfrenata sessualizzazione della società. Questo naturalmente ha avuto conseguenze molto gravi sulle persone e sui loro discendenti. Siamo onesti: la vittoria dell’idealismo economico nel 1979 non si sarebbe potuta verificare senza il liberalismo della nuova sinistra della fine degli anni 60; perché la politica culturale della sinistra era ed è coperta da quella che è la politica della sinistra neoliberista. Non contenti di aver messo da parte le istituzioni autonome della classe operaia, i liberisti della nuova sinistra hanno cominciato a distruggere la cultura collettiva che si basava sull’aiuto reciproco. Questo ha portato alla creazione di nuove classi sociali: una classe borghese, che molto spesso guardava dall’alto in basso gli schemi tradizionali stabiliti del comportamento sessuale, della responsabilità morale e delle famiglie allargate. Tant’è che alla fine degli anni 60 è stato creato un nuovo essere sociale in Europa ed in America, chiuso in se stesso e sempre alla ricerca dell’eleganza e della stimolazione, questa nuova creazione della sinistra ha cercato una politica che si basava su un interesse egoistico, per cui qualsiasi tipo di controllo, qualsiasi tipo di riferimento all’altruismo, a qualcun’ altro, veniva considerato una limitazione della libertà personale. Quindi la destra ha minato le sue stesse radici nel momento in cui ha abbracciato l’eguaglianza, un’ eguaglianza che era basata sullo Stato e sulla libertà, e che s’incentrava solo sull’individuo. Molto spesso infatti, a meno che la comunità non venga presa nella giusta considerazione, l’uguaglianza e la libertà naturalmente finiscono per cospirare contro la fraternità.
Adesso, per concludere la mia ultima parte, vi parlerò di come la destra ha tradito la società abbracciando il mercato, l’economia di mercato. La sinistra quindi ha tradito due volte la società: lo Stato e l’individuo. La sinistra, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ha adottato dei paradigmi liberalistici anche nell’economia. Alcuni dei tentativi fatti dalla Thatcher sono giustificabili se visti adesso con la scienza del poi. Il corporativismo infatti non è stato che un tentativo da parte della Thatcher di allearsi con il patronato, gli azionisti. Quindi è avvenuto per la prima volta il rifiuto di garantire una occupazione quanto più ampia possibile, e questo ha portato ad una recessione economica nel tempo. Dal punto di vista macroeconomico, una sorta di darwinismo economico ha impedito all’economia di modernizzarsi. Purtroppo questo fondamentalismo del libero mercato ha portato molto spesso a distruggere quella che era la base industriale della Gran Bretagna. Questo ha impedito alle industrie di investire, ed anche ai sindacati di lottare per garantire la piena occupazione. Questo è importante, questo ha creato infatti una sacca di povertà postindustriale. Infatti gran parte della classe lavoratrice ha finito per essere danneggiata sia dalla politica della sinistra del partito laburista, poi dalla politica della Thatcher e dei conservatori. Questo ha aumentato il livello di povertà. Questo è stato soltanto l’effetto locale di quello che è stato un cambiamento di rotta dell’economia a livello europeo, mondiale. La nozione del capitale nazionale, che era legato all’economia locale, è stato completamente annullato, in maniera sistematica. Questo naturalmente ha finito per minare il legame, l’aiuto da parte dello Stato nei confronti delle società, della classe media e della classe operaia.
Bene, questo è quanto. Grazie.

MODERATORE:
Grazie al professor Blond per l’impegno e la profondità di questo suo ampio intervento introduttivo. Ora cambiamo completamente l’attitudine e cambiamo completamente temperatura, cambiamo tutto e sentiamo Carlin Petrini raccontarci che cos’è la sussidiarietà nel campo del cibo. Grazie.

CARLIN PETRINI:
Giorgio Vittadini mi ha invitato a questo dibattito dicendo: “Vieni tranquillo, parli di quello che fai e sei già dentro il dibattito”. Ma è dura spiegare quello che uno fa se non ci sono delle premesse anche ideali. Allora io entro subito nell’argomento. Il relatore, il presentatore nostro diceva: “Cultura virgola politica e sussidiarietà”, e richiamava che il titolo è “Cultura politica e sussidiarietà”. Io sposto ancora un po’ il baricentro e dico: “la sussidiarietà è la parte più alta e nobile della cultura politica”. Punto. Se incominciamo ad imbastirla di lì, incominciamo a mettere certi tasselli. Io sono molto stimolato dal dibattito della crisi della sinistra, della crisi della destra, della non crisi della destra, di come si comporta la sinistra e la destra. Dopodiché vedo che il bene comune, che non è assolutamente un bene sommatorio, ma è un bene programmatorio, ha bisogno degli operai, ha bisogno della gente umile, ha bisogno di coloro che buttano l’ostacolo al di là della sua parte, della sua appartenenza, e focalizza quali sono i temi centrali della nostra quotidianità, della nostra vita, della nostra felicità, dei nostri rapporti. E da questo punto di vista io penso che noi siamo chiamati a vivere una stagione per un certo verso straordinario e per un altro verso di grande responsabilità e di difficoltà. Allora uso e prendo una metafora di uno dei più grandi studiosi, dei più grandi intellettuali europei: “Ugo da San Vittore” XIII sec. diceva: “chi ama la propria patria non è che un tenero virgulto, chi ama tutte le patrie è sulla strada giusta, chi si sente straniero è verso la perfezione”. Chi ama la propria parte politica è un tenero virgulto. Chi le ama tutte è verso la perfezione. Chi si sente straniero e si mette in gioco, questa è la perfezione. Questa è la sussidiarietà: un terreno su cui si devono trovare le persone che si sentono straniere. Io oggi mi sento straniero rispetto alla politica; sento che la politica né di destra né di sinistra non parla sui grandi temi centrali per cui, in questo momento storico, noi siamo chiamati a dare delle risposte, a essere soggetti attivi. Quali sono i grandi temi centrali? I temi centrali, il tema centrale per eccellenza è che noi abbiamo perso e stiamo perdendo progressivamente il rapporto con la nostra terra madre, stiamo perdendo il rapporto con un’armonia nei confronti della natura che, badate bene, non è una cosa idilliaca, dove c’è solo una logica pastorale, ma in qualche misura, per certi aspetti, è anche quella che ci garantisce di stare al mondo, quella che ci dà il respiro della vita, quella che ci dà il senso della vita. Una situazione praticamente di cui nessuno parla o pochi se ne fanno carico. Perdiamo specie animali, specie vegetali, la biodiversità è seriamente minacciata, il discorso ambientale progressivamente va verso una situazione sempre più disastrosa. Da questo punto di vista viviamo in una sorta, specialmente noi dei paesi ricchi e sviluppati, in una sorta di realtà quasi asettica. Ieri sera ho incontrato tre giovani volontari del meeting e ho fatto loro una domanda, ho detto: “voi sapete che nel nostro paese nel 1950 i contadini erano il 50% della popolazione attiva? Oggi sono il 3%. Negli Stati Uniti sono l’1%. In Inghilterra sono il 2.5%. Sapete quanti sono i contadini, i pescatori nel mondo, coloro che si occupano del pane quotidiano? Quant’è la percentuale? Di questi giovani, che stanno per iniziare il loro corso universitario, uno mi ha risposto il 10%, l’altro concordava e l’altro si è allargato al 15%. Nessuno sapeva che sulla nostra terra madre più del 60% delle persone sono contadini, pescatori, nomadi, produttori di cibo. Più del 60%! E questo sta già a dirla lunga su come noi, noi, la torta la tagliamo molto larga. Tant’è vero che abbiamo le università piene di studiosi della informazione. Dobbiamo informare noi. Il bene primario del produrre, del garantire il pane quotidiano lasciamolo ad altri. Perché la cosa principale per un giovane oggi è fare informazione. Ma questo è un valore, questo è un valore. Allora io penso che il motivo per cui sono stato invitato non è descrivervi il lavoro che Slow Food fa, ma che a ottobre vedrà convergere oltre 3000 comunità del mondo, da 154 paesi del mondo, per partecipare a Terra Madre. Contadini, pescatori, nomadi, comunità del cibo che hanno a cuore la salute del pianeta, che hanno a cuore la biodiversità, la dignità del mondo rurale, il rapporto città – campagna, un’ elemento di sacralità per quello che riguarda il cibo e che non pensano che il cibo è il carburante e che comunque va fatto, ma pensano che il rapporto che la natura dà è quel metabolismo di cui noi tutti siamo parte attiva, che è importante preservarlo da una sorta di depauperamento che ormai ci rende quasi impotenti. Cosa praticano queste comunità? Praticano l’economia locale. Nei loro territori, in maniera costante, caparbia, difendono le sementi. Voi sapete che l’80% delle sementi sono in mano a 5 Corporations; l’80% delle sementi, il senso della vita, quello che da 10.000 anni gli agricoltori si tramandano sono proprietà per l’80% di 5 Corporations. E allora ecco che dal basso costruiscono le banche dei semi, lavorano per salvaguardare la biodiversità e guardano la natura, osservano la natura. Certamente non vi sarà sfuggito che negli ultimi anni stanno morendo le api. Guardate, se dobbiamo fare una metafora, le api sono in madre natura quelle che praticano la sussidiarietà. Le api garantiscono all’agricoltura di esistere! Il giorno che moriranno tutte le api noi avremo sì e no 4-10 anni di vita. Lo sapevate questo? Non mi dite di sì! Perché non lo sapevate! Le api, le api! E allora io, quando uscirò di qua, vado nello stand della Bayer che avete qui e vado a dirgli a quelli della Bayer che se non levano quel mefitico insetticida che viene usato a manetta nei confronti del mais che noi mangiamo a iosa, e non lo mangiamo perché mangiamo polenta, mangiamo mais perché lo diamo agli animali della nostra pianura; gli animali della nostra pianura mangiano mais, mais, mais; e questo mais viene irrorato con questo pesticida e le api assorbono questo pesticida, dotato di una base nicotinoide, che fa sugli esseri viventi l’effetto del gas nervino. Delitto perfetto: perdono il senso dell’orizzonte e non ritornano più neanche nell’alveare, muoiono prima. Quindi non riescono più neanche ad andare nell’alveare a produrre il miele, cosicché uno analizzando il miele può vedere che c’è il pesticida; no, muoiono prima. La Francia, la Germania, la Slovenia hanno vietato per precauzione questo insetticida; noi lo stiamo usando e andiamo con il Titanic, perché questo è il Titanic, contro l’iceberg, con l’orchestra che suona alla perfezione. Noi abbiamo un orchestra consumeristica che canta, e se la canta e se la suona; il cibo è diventato una sorta di luna park ludico. La natura, la terra madre, è una opzione di quattro deficienti che hanno a cuore l’ambiente. Ma il giorno che le api moriranno con maggiore intensità, non c’è trippa per nessuno! Ecco allora che io penso che queste tematiche non sono un opzione della politica, non sono una parte della politica, sono la politica! Sono la politica! Non me la possono contare fino all’infinito. Noi dobbiamo prendere coscienza che siamo noi in terra straniera a doverci far carico di salvare la nostra patria comune, il nostro destino comune. Ieri mi sembra di aver letto su qualche giornale che il vostro cardinale ha detto che bisogna lavorare per una economia di prossimità; eccola lì la formula! La prossimità, l’economia locale. Possiamo discutere tutta la vita: liberismo, destra, sinistra ecc… ma dov’è che io realizzo la democrazia partecipativa? La democrazia partecipativa io la realizzo quando posso essere protagonista. Io ve lo dico papale, papale, io non mi sento protagonista in una economia globalizzata; non riesco a incidere, non riesco a essere soggetto attivo. Ecco allora che noi dobbiamo rafforzare questo concetto di economia locale; non per isolarsi ma per fare rete, per avere un destino comune che ci unisce ma nello stesso tempo non essere soggetti passivi. Ecco, questo è quello che noi faremo a Terra Madre: un discorso di rafforzamento delle comunità. E la notizia più bella di questo meeting, sapete qual è? L’adesione dei “Sem Tierra” del Brasile. Voi non vi rendete mica conto. Io sono invidioso di questo movimento che ha intercettato questa umanità dolente, che rivendica la terra come diritto a vivere. E in qualche misura questa umanità nei loro territori sta realizzando l’unica vera politica della sussidiarietà, perché se aspettano che li salvi la destra o la sinistra, campa cavallo che l’erba cresce! Noi dobbiamo essere soggetti attivi, protagonisti o nessuno. E certo! Ma protagonisti che, fortemente, orgogliosamente, mettono prima dell’appartenenza l’obbiettivo. Se noi rafforziamo l’obbiettivo che il bene comune, che la terra madre è parte integrante della nostra prospettiva politica, a questo punto la solidarietà diventa soggetto politico forte. Perché, vedete, questa storia della sussidiarietà come ancella della cultura politica, è una gran presa per i fondelli. Questi fanno i politici, magari con i nostri voti, e tu fai la sussidiarietà. No, no, no! Noi vogliamo che la cultura politica scenda verso il basso, si incarni nell’attività di chi mette anima e cuore, nell’attività di chi con nobiltà non pensa al proprio utile. Vedete, ieri sera abbiamo assistito a una bella rappresentazione di Eliot e a me viene da citarlo: “le buone opere che restano oscure, accettando con viso fermo quello che arrecano ignominia, l’applauso di tutti o l’amore di nessuno, tutti sono pronti ad investire denaro ma i più si aspettano i dividendi. Io vi dico rendete perfetta la vostra volontà, vi dico non pensate al raccolto ma solo alla semina giusta”. Santo cielo, troviamoci a seminare in maniera giusta! E il raccolto verrà di sicuro, se abbiamo questa volontà. Perché vedete anche a livello planetario, ahimè, il multilateralismo è fallito. Dobbiamo prenderne atto. Guardate la riunione della FAO, guardate che cosa è stata. Noi non ce ne rendiamo conto ma si sono trovati per risolvere il problema di chi muore di fame, sono tornati a casa e non hanno concluso niente. Eppure viviamo in un mondo che produce cibo per dodici miliardi di viventi. Noi siamo 6 miliardi e 300 milioni. 850 milioni soffrono di fame e mal nutrizione; 1 miliardo e 700 milioni soffrono di diabete, obesità, malattie di ipernutrizione. Siamo alla follia, siamo alla follia! In questo nostro paese ogni giorno che il buon Dio ci manda buttiamo via 4000 tonnellate di cibo edibile, e sia benedetto il Banco Alimentare! Ma non basta! Perché 4000 tonnellate di cibo edibile e una cosa che grida vendetta! Allora io vi dico: dove andiamo a cercare le risorse per ridiventare protagonisti, se non in un sentire comune, se non nel vivere fino in fondo il fatto di essere stranieri e nell’essere stranieri ci sentiamo più forti? Ma questo vuol dire che la sussidiarietà non è più l’ancella della politica; è la parte più nobile della politica, e deve trovare i meccanismi e le forme perché la politica diventi ancella della sussidiarietà. Cambiamo il giro! Si gira! Cambiamo giro di giostra! Non che c’è il popolo dei volontari, di chi lavora sui territori, di chi si fa carico delle angosce e poi dopo il politico che, magnanimo, ti riconosce di esistere! Si cambia giostra! Il politico deve essere al servizio di questo popolo. Va bene? Perché guardate, io penso che il messaggio evangelico si realizzerà su questa terra. Voi sapete che si dice che gli ultimi saranno i primi; io chiedo scusa, qui sono tutti teologi, io sono l’unico che non c’entra niente, ma penso che questa idea degli ultimi che saranno i primi è stata studiata per un paradiso a venire. Allora io vi dico una cosa: in questo momento ultimi della terra sono i contadini; ultimi, sono sempre stati gli ultimi. Nella gerarchia in alto c’era l’uomo di Dio, poi c’era quello con la spada, poi c’era quello coi “daneè” e in fondo i contadini che davano da mangiare a tutti. Ultimi. Siccome noi stiamo andando tutti intruppati verso il baratro, tutti belli sereni verso l’iceberg, quando arriveremo border line del baratro, siccome l’istinto di sopravvivenza ci salverà, cosa faremo ? L’unica cosa da fare è dire: “signori cambiamo strada”. E gli ultimi, i contadini, che sono dietro di noi, saranno loro che ci daranno l’indicazione giusta di come ci possiamo salvare. Saranno loro che ci garantiranno il pane quotidiano. Saranno loro che ci faranno leggere le stelle, le erbe e le api, perché noi tutto questo non siamo più in grado di capirlo e se non ci diamo da fare, “mala tempora”!.

MODERATORE:
Grazie a Carlin Petrini per l’impeto soprattutto, lo spirito che ha retto tutto quanto l’intervento. Ma andiamo sull’altra sponda dell’atlantico. Alonso Mendoza che è presidente della Catholic Culture Foundation di Miami che, come ci spiegherà, è una delle grandi capitali degli Stati Uniti, dove tutti i popoli hanno fatto crescere gli Stati Uniti in maniera sussidiaria.

ALONSO MENDOZA:
Vi parlerò in particolare del dibattito che riguarda lo stato, la società e i principi di sussidiarietà, rifacendomi alla prospettiva del mio paese e in particolare vi parlerò anche della mia città Miami. Inoltre vi parlerò alla luce di uno dei problemi più complessi che devono affrontare quasi tutte le nazioni del mondo oggi: il problema dell’immigrazione. La nascita degli Stati Uniti è radicata in una realtà che è diversa da quella delle nazioni europee. Gli stati-nazione che sono nati in Europa con il Rinascimento hanno sofferto dell’influsso della Rivoluzione Francese verso la fine del XVIII sec. e hanno cominciato poi a concepire una relazione verticale tra stato e individuo. Lo stato si colloca diciamo in una struttura apicale, all’apice della società e organizza poi la società con un approccio dall’alto verso il basso. Negli Stati Uniti le ondate di immigrati che sono arrivati 4 secoli fa con il vessillo della libertà, sono appunto continuate per molto tempo. Ed è proprio da questa realtà, da questo punto di partenza che le varie forme di governo pubblico, quindi di stato, sono nate e si sono sviluppate. Quindi alla base ci sono degli strumenti che sono stati ideati proprio chiaramente per essere al servizio di quelle persone che fondano le comunità e che si sono sviluppate all’inizio come colonie. Se facessimo un confronto tra i sistemi giudiziari europeo e statunitense in particolare noteremmo che la costituzione degli Stati Uniti afferma nel preambolo: “Noi, il popolo degli Stati Uniti per creare un’unione sempre più perfetta, per creare giustizia, garantire la tranquillità e anche per garantire la difesa comune, promuovere il benessere e la prosperità e garantire le benedizioni della libertà a noi e alla nostra discendenza, stabiliamo questa costituzione per gli Stati Uniti d’America”. In questa citazione vediamo chiaramente quello che sto cercando di dirvi. Inoltre vediamo che tutte le legislazioni scaturite in tutti gli stati americani si basano su un punto comune, cioè sul fatto che la legislazione ha sempre seguito lo sviluppo della società, vale a dire delle persone e non viceversa. Un’altra importante caratteristica della società americana è la sua iniziativa. L’americano viene caratterizzato e considerato come una persona che è protagonista. E qui ritorna una delle parole chiave di questo Meeting e questa nazione è stata costruita da immigrati che avevano un DNA particolare, che li portava a considerare l’essere protagonisti come una virtù. E la maggior parte di coloro che sono arrivati in questa nazione per secoli hanno sempre cercato una migliore qualità di vita ma soprattutto la libertà. I primi immigrati cercavano la libertà religiosa e sono stati seguiti poi da coloro che cercavano di scappare da guerre o da forme di repressione politica in Europa. Nella mia storia personale io cercavo la libertà che era negata al popolo cubano dalla rivoluzione comunista. Ciò detto, queste persone hanno trovato libertà negli Stati Uniti e soprattutto sono riusciti ad inserirsi in una società che era libera e forniva loro possibilità di sviluppo. Durante il XVII e XVIII secolo la nazione americana si è sviluppata fortemente attraverso le varie ondate di immigrati che arrivavano dall’Europa. Durante il XIX secolo gli irlandesi, gli italiani, i russi, i tedeschi, i cinesi e i messicani hanno investito per così dire milioni di anime per la costruzione di questa grande nazione. La nascita dell’ “american dream”, del sogno americano, si è sviluppata poi e diffusa in tutto il mondo. E sono arrivati tutti proprio quasi contaminati da questa idea del grande sogno americano e durante il primo decennio del XX secolo quasi 9 milioni di immigrati sono arrivati negli Stati Uniti. E non possiamo dimenticare l’importanza di luoghi chiave che oggi sono molto famosi proprio a causa degli immigrati, luoghi come: Ellis Island, New York City, che servivano proprio come porta di accesso a questa nuova vita che era tanto anelata e ricercata. Oggi questi luoghi sono protetti e venerati dallo Stato. Durante il XX secolo sono cambiate molte cose nel mondo e nell’universo dell’immigrazione e anche nel loro profilo. Durante la metà degli anni ’60 gli immigrati erano soprattutto canadesi, messicani, britannici, tedeschi e cubani; poi verso la fine del XX secolo, invece, c’è stata un’esplosione di immigrazione che veniva da altri paesi. C’è stato poi un vero boom perché oltre 9 milioni di immigrati legali ma anche molti illegali provengono soprattutto dall’America Latina, soprattutto Messico, e dall’Asia. Gli Stati Uniti sono diventati il secondo stato mondiale per numero di ispanofoni. In base alle proiezioni del “US Census Bureau" un istituto statistico, nel 2050 il 24% della popolazione degli Stati Uniti, quasi 100 milioni, sarà di origine ispanica, il 13% di origine afroamericani, il 9% di origine asiatica e i bianchi non ispanici scenderanno a una quota del 53%. La conferenza degli Stati Uniti dei vescovi cattolici ha pubblicato un documento, lo scorso novembre, che riflette appieno questo crocevia che si snoda di fronte a noi, affermando: “la nostra nazione si trova confrontata a una sfida politica che richiede delle lezioni morali urgenti”. Siamo una nazione di guerra, con un numero enorme di vittime che questo comporta. Una nazione che spesso è divisa dalla razza, dalle differenze etniche; una nazione di immigrati che sta affrontando delle difficoltà rispetto a questo. La globalizzazione ha cancellato i confini tra i paesi e quindi ha creato una sorta di migrazione fluida che converge soprattutto in Europa occidentale e nell’ America del nord. Questo mondo continua a cambiare però e questo fa sì che la nostra visione globale richieda nuove soluzioni per il futuro. Tuttavia questa visione non può essere fabbricata artificialmente da una certa minoranza; anzi questa soluzione, questa visione deve essere frutto di un dialogo che coinvolga sia i paesi più ricchi che quelli più poveri. Bisogna tenere a mente che ciò che importa è la dignità dell’umanità, soprattutto di coloro che soffrono nel processo di transizione. Questo obiettivo deve basarsi sull’integrazione di tutti i popoli e non sulla loro mera assimilazione. Il Santo Padre Benedetto XVI nella sua recente visita pastorale negli Stati Uniti ha esortato proprio i Vescovi degli Stati Uniti con queste parole: “Voglio incoraggiare voi e le vostre comunità a continuare ad accogliere gli immigrati che continuano a raggiungervi. E perché li aiutiate a condividere le loro speranze, le loro gioie, ma anche affinché li aiutiate nei loro momenti di sofferenza e di difficoltà e li aiutiate anche a prosperare nella loro nuova casa”. Questo è quello che per generazioni i compatrioti hanno fatto. Dall’inizio hanno aperto le loro porte, le porte delle loro case ai poveri, a queste masse rannicchiate che arrivavano anelando alla libertà. E queste sono proprio le persone che hanno fatto dell’America la loro nazione. Moltissimi sono venuti qui per lavorare, per costruirsi una nuova vita, e molti sono riusciti a utilizzare al meglio queste risorse ed opportunità. E sicuramente il popolo di questo paese è noto per la sua grande vitalità e creatività ma soprattutto per la grandissima generosità. Bisogna anche sottolineare che la Chiesa Cattolica degli Stati Uniti è una vera e propria esperta nell’accoglienza e nella integrazione degli immigrati. La storia ci ricorda che gli irlandesi e gli italiani nel XIX e XX secolo hanno fatto la stessa cosa e la sfida della Chiesa è stata quella di fare la stessa cosa anche oggi, con gli ispanici. Come anche ha sottolineato il Santo Padre nella sua omelia a Washington la Chiesa in America deve assolutamente encomiare tutti i risultati ottenuti dalle generazioni passate, soprattutto nel riunire diversi immigrati nell’unità della fede cattolica. La Chiesa degli Stati Uniti è riuscita ad accogliere tra le proprie braccia tantissimi bambini immigrati e questo anche grazie alla vitalità e alla forza della fede di tante persone di lingua spagnola. Un esempio eccellente della capacità di accoglienza della Chiesa rispetto agli immigrati è proprio rappresentata dal supporto che ha dato ai profughi cubani all’inizio degli anni ’60 e questo ancora prima che gli Stati Uniti dessero il loro sostegno ufficiale. Miami poi è diventata la città che rappresenta il legame chiave, in termini di comunicazione e commercio, tra il nord e il sud dell’America. Miami era soltanto una cittadina remota fino a quando Henry Flagler ha riconosciuto il suo potenziale come località turistica e sono state create nuove linee ferroviarie. La speculazione fondiaria è cominciata poi successivamente e poco a poco la popolazione ha cominciato ad aumentare. Con l’avvento dell’aviazione civile, poi, negli anni ’30, Miami è diventata una località strategica e nel 1940 si contavano 265.000 residenti. Negli anni ’40 poi sono state costruite molte basi militari proprio in quella zona e i veterani della II^ Guerra Mondiale si sono poi stabiliti nella zona intorno a Miami. Inoltre, a poco a poco, l’aria “condizionata” diventava sempre più disponibile per tutte le fasce della popolazione e questo ha fatto sì che la popolazione arrivasse a un milione di persone negli anni ’60. 40 anni dopo, con influssi di vari gruppi etnici, Miami ha raggiunto una popolazione totale di 2,2 milioni di persone. Il catalizzatore strategico per la crescita in questi ultimi 40 anni è stato proprio la migrazione di oltre 1,2 milioni di profughi cubani che sono scappati dal regime comunista a Cuba. E proprio il sostenitore, il fautore del loro arrivo negli Stati Uniti, è stata la Chiesa Cattolica. Nel 1961 l’antagonismo americano contro Fidel Castro era così forte che il Presidente Kennedy chiese ad Abraham Ribicoff di rafforzare ulteriormente i sistemi di supporto e di aiuto ai profughi cubani, sistemi di finanziamento che erano già a disposizione. La prima ondata di profughi cubani era rappresentata soprattutto da professionisti, membri dell’elite, statisti, imprenditori, proprietari di piantagioni, quindi che avevano già, in un certo senso, delle relazioni con gli Stati Uniti e molti di loro avevano anche già dei contatti in questo paese. Gli Stati Uniti hanno portato avanti questa politica e soprattutto gli Stati Uniti hanno sempre avuto un atteggiamento molto fermo rispetto al regime comunista che si trovava a soli 90 miglia marine al largo della propria costa. E quando poi c’è stata la nazionalizzazione delle attività economiche, dei conti bancari, c’è stata una vera e propria ondata verso gli Stati Uniti, proprio anche come rifugio temporaneo. La Chiesa Cattolica a Cuba ha svolto un ruolo chiave e alcuni anni dopo il Presidente Lindon Johnson mediò un accordo con Castro per favorire i cosiddetti “voli della libertà” che hanno portato negli Stati Uniti 248.000 persone. Anche la mia famiglia è giunta negli Stati Uniti proprio in seguito a queste ondate e negli Stati Uniti quindi ho avuto l’opportunità di realizzare i miei sogni. Nel ’79 mi sono laureato all’Università di Miami alla facoltà di Giurisprudenza e insieme a mia moglie, anche lei una rifugiata, sono riuscito a costruirmi una vita. E come prima generazione di americani c’è una sorta di differenza culturale rispetto agli americani tipici e agli immigrati tipici, poiché abbiamo una duplice influenza cubana e americana, siamo interamente bilingui e quindi siamo riusciti ad integrarci pienamente. In conclusione, so che purtroppo il tempo sta correndo velocemente, non possiamo risolvere il problema dell’ immigrazione imponendo per così dire una soluzione dall’alto verso il basso; dobbiamo costruire un consenso sociale che tenga conto delle nostre tradizioni come immigrati e che riconosca anche il dramma complesso che soffre proprio chi deve lasciare il proprio paese. Questa, quindi, è la soluzione che deve essere elaborata per affrontare il futuro. Noi americani siamo ottimisti quando pensiamo al futuro. E la stessa speranza è condivisa dal Santo Padre, speranza che è stata espressa nella sua visita recente. Dobbiamo quindi cercare di fare del nostro meglio per favorire l’integrazione futura degli ispanici e di tutti gli immigrati e ancora una volta la madre Chiesa mostra la strada per la costruzione del nostro mondo futuro, affinché il nostro mondo futuro non sia solo migliore ma anche un mondo più giusto.

MODERATORE:
Grazie ad Alonso Mendoza per questo squarcio che ci viene da questa area, bisogna essere stranieri in tutte le patrie, e tutte le patrie sono importanti: questa testimonianza è stata importante da questo punto di vista. Passiamo adesso ad un’altra voce ancora, una voce ispanica, abbiamo già sentito parlare di cultura ispanica, si tratta di Josè Miguel Oriol, che è il presidente di Encuentro a Madrid.

JOSÈ MIGUEL ORIOL:
Proprio per partire, all’inizio di questo mio intervento, voglio rivolgere un ringraziamento a Giorgio Vittadini ed alla sua Fondazione per la Sussidiarietà, perché è un unicum in Europa come applicazione della sussidiarietà, come cultura politica, che potrebbe rinnovare questa nostra vecchia Europa. Chiedo un applauso alla politica europea pensante, perché state introducendo finalmente una cultura europea, ma arrivate poco in Spagna.
Anche pronunciare questa parola in Spagna, è inusuale. Anche la parola è fuori dal linguaggio normale. Per quanto riguarda gli spunti applicativi io, come editore, nella vita leggo tutto quanto si produce di interessante per i miei lettori, dall’umanistica alla teologia, alla politica, per aiutare a rinnovare la società in cui viviamo. Fra l’altro ho fatto tanti corsi sulla Dottrina Sociale della chiesa. Ti tutte le parole che ho sentito e letto in merito alla sussidiarietà, ce n’è una che mi è interessata di più perché mi è sembrata incidente per me. Normalmente si usa sempre la terminologia di Pio XI, per lasciar fare all’iniziativa sociale ed individuale della società. Io invece sceglierei un’altra sussidiarietà che c’entra enormemente col tema del Meeting e con l’esperienza educativa che manca fortemente nella società attuale e che è fondamentale. Quando i genitori educano veramente i figli trasmettono loro quelle condizioni, valori e giudizi che a loro servono per vivere la vita, ma progressivamente spariscono dietro la crescita della responsabilità del figlio. Allora solidarietà verticale vuol dire che quelli che governano hanno una posizione attiva nei confronti del popolo. Ai tempi del Concilio Vaticano II si parlava della promozione integrale dell’uomo, una posizione di servizio all’uomo comune e che non può partire da un soggetto politico se non si mette davvero al servizio del popolo per servire il popolo. Quindi una sussidiarietà attiva ed un criterio politico che mira a costruire le possibilità giuridiche, finanziarie, tecniche per favorire la crescita dello sviluppo sociale, non un semplice tentativo di risposta ai bisogni sociali della gente. Mi pare che la concezione di sussidiarietà che state diffondendo in Europa sia questa. Rispetto ad Encuentro, dicevo che non siamo arrivati al cuore della politica spagnola, né di destra né di sinistra. Infatti oggi quello che c’è in Spagna in questo senso non è più che dosi di stato e di mercato, cioè pensiero socialista e pensiero liberale in dosi diverse, a seconda dell’egemonia politica di una parte o dell’altra. E’ infatti evidente che molte cose passano evidentemente nella cultura socialista della sinistra erede del franchismo e della cultura statale, con l’idea del controllo giacobino della vita pubblica, di entrare in tutti i rami della vira sociale attraverso commissariati politici di diverso genere. Questo è il vecchio pensiero che è ancora dominante all’interno del partito socialista. Sempre con il riconoscimento delle grandi imprese private che negli ultimi anni si sono molto espanse in Europa con grossi rischi finanziari, comincia ad esserci il riconoscimento che l’iniziativa privata è più efficiente con dei patteggianti tra imprese e stato. A destra, invece, c’è sempre di più questa iniziativa liberal di rispettare l’iniziativa privata. Ma questo non deve essere assolutamente confuso con la cultura della politica della sussidiarietà. Mi soffermerò ora soltanto su un aspetto che potrebbe essere interessante anche per l’Italia, ed è l’insegnamento. Si tratta delle cosiddette scuole concertate, ovvero concertate con lo Stato dal punto di vista dell’efficienza finanziaria e tecnica e controllate da parte dello Stato, e queste scuole possono avere liberi docenti ed orari. Questa esperienza, nata in anni in cui in Spagna aveva governato un partito parzialmente ispirato al partito socialcristiano, ovvero socialdemocratico che poi è sparito, produsse questa legge sulle scuole concertate. Dunque in Spagna abbiamo questa piccola parte con un 10% di scuole totalmente private, un 30% di scuole concertate ed il resto pubbliche. Evidentemente a questo punto le scuole concertate sono il bersaglio politico numero uno della politica, che pretende di togliere questa libertà di insegnamento che non ha le risorse finanziarie per farlo, ma che invece ha la tensione educativa capace di mettere insieme scuole che veramente educano. Tutto questo è molto interessante, ma ha anche molti risvolti negativi. Siccome noi abbiamo fatto un grande percorso falsamente sussidiario per dividere lo Stato in queste 17 regioni autonome politicamente, il sistema di autonomia politica regionale più approfondito di tutta l’Europa, di fatto andiamo verso una frantumazione dello stato, e si parla davvero di federalismo, sia simmetrico che asimmetrico. Quando questo si avvicina a gente che deve servirsi dell’educazione, allora attenzione alla sussidiarietà, che può diventare un controllo statale più pesante, e diventa un sistema di controllo con grosse caste politiche che controllano. Questo è il sistema spagnolo. Che cosa può frenare questo? Solo la nascita di soggetti popolari capaci di mettere in pratica un sistema di democrazia reale, partecipazione attiva della vita pubblica, l’altro grande principio della chiesa.
Un rinnovamento che parta veramente dal basso. Grazie.

MODERATORE:
Grazie. L’ultimo intervento, prima di Vittadini, è quello Adrian Pabst, che insegna Filosofia a Nottingham. Ci parla di sussidiarietà in Europa.

ADRIAN PABST:
Spesso l`Unione Europea viene descritta come una realtà cristiana le cui origini possono essere rintracciate nella tradizione democratica cristiana (nel senso ampio del termine, non ristretto ad un partito politico) e nella sua dottrina sociale. Tutti gli stati membri della EU sono, storicamente, delle nazioni cristiane ed i trattati che hanno dato origine all`Unione contengono i principi essenziali della dottrina sociale della Chiesa, cioè la dignità della persona umana, la partecipazione del cittadino alla vita politica, la solidarietà e la sussidiarietà.
Nello stesso tempo, tuttavia, è possibile riscontrare come l`Unione Europea soffra di un deficit democratico: le istituzioni sono spesso carenti di responsabilità e trasparenza e i suoi cittadini sono privi di un vero e proprio diritto decisionale. In particolare penso che il funzionamento del Mercato Unico, la legislazione ed i regolamenti della EU promuovino una concentrazione della richezza e una centralizzazione del potere a scapito dell`individuo, delle comunità e delle associazioni intermedie. Penso inoltre che la EU favorisca un secolarismo agressivo minando la grande cultura cristiana dell`Europa e conducendo a ciò che il Papa Benedetto sedicesimo descrisse tanto bene come “una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio Io e le sue voglie”.

Non basta quindi una riforma istituzionale per condurre l`Unione Europea ed i suoi stati membri al riconoscimento dei principi cristiani e alla loro messa in pratica. Ciò di cui l`Unione Europea ha bisogno è un progetto politico fondato sulla ricerca della verità e su una rinnovata cultura civica. La dottrina sociale cattolica e le tradizioni affini presenti nell` Ortodossia e l`Anglicanesimo sono degli elementi indispensabili per rianimare l`economia europea, ricostruire il suo tessuto sociale, conservare e diffondere la sua identità cristiana.

I. Le mancanze e disfunzioni originali dell` Unione Europea
L`Unione Europea si sta ora confrontando con la più grave crisi dall`inizio del suo processo d`integrazione culturale politica che ha avuto inizio negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso. Questa situazione è dovuta al fatto che la politica, tanto sul piano nazionale che europeo, non ha tenuto sufficientemente conto dell` individuo come cittadino, cioè come centro e fine dell’agire politico. La situazione attuale non può essere attribuita solo al rifiuto della Costituzione, alla mancata ratificazione del Trattato di Lisbona e all`incapacità di mettere in atto delle riforme istituzionali. L`Unione soffre una crisi più fondamentale perché manca di un demos, un ethos e un telos cioè di un popolo, caratterizzato da valori etici e da una finalità condivisa da tutti.
Un tale fenomeno non è certo recente. Le sue radici sono rinvenibili all`inizio del processo d`integrazione degli anni cinquanta del novecento. In realtà l`Europa non si è mai ripresa dell`insuccesso dell`inizio degli anni cinquanta che è avvenuto con il doppio rifiuto della Comunità Politica Europea (CPE) e della Comunità Europea per la Difesa. Proposto nel cinquantadue, il progetto CPE fu molto più radicale dei trattati posteriori perché avrebbe instaurato una struttura politica coerente, creando un ponte tra la politica nazionale e quella sovranazionale. L`Europa sarebbe stata dotata non solo di un’Assemblea eletta a suffragio diretto – la Camera dei popoli /delle nazioni (quale il Parlamento Europeo) – ma anche da un Senato cui membri sarebbero stati nominati dai parlamenti nazionali. In tal modo l` Europa avrebbe quindi avuto un sistema bicamerale capace di rappresentare la volontà del popolo, nonché gli interessi dei diversi paesi e regioni.
D`importanza centrale, la CPE aveva previsto la creazione di un esecutivo sovranazionale responsabile di fronte al Parlamento, cioè alla Camera dei Deputati ed al Senato. In questo modo il modello politico europeo sarebbe stato una federazione sui generis nella quale i governi nazionali ed i parlamenti sarebbero stati rappresentati a livello sovranazionale e sarebbero stati coinvolti nella presa di decisione e nella realizzazione delle diverse strategie politiche. Come spiegherò in seguito una tale distribuzione dei poteri dello Stato è indispensabile al buon funzionamento del principio di sussidiarietà.
La Comunità Europea per la Difesa, il cui progetto fu concepito nel mille novecentocinquantadue, aveva scopi egualmente ambiziosi. Il progetto consisteva nella fondazione di una forza pan-europea come alternativa all`espansione della NATO creata nel mille novecento quarantanove. Come nel caso della CPE la Comunità per la Difesa non intendeva sostituirsi agli eserciti nazionali o abolire la sovranità nazionale. L`idea era piuttosto quella di costruire un modello federale di assistenza reciproca dal carattere complementare. La centralizzazione delle forniture militari avrebbe evitato lo spreco causato dalla duplicità delle strutture e dell`armamento.

II. Perché il funzionalismo non giova
A partire da questo doppio rifiuto avvenuto nel mille novecento cinquantaquattro, quando cioè l`Assemblea francese non aprovó la Comunità per la Difesa e rifiutò anche la CPE, il processo d`integrazione dell’UE si è realizzato quasi esclusivamente sul piano economico e su quello giuridico. Infatti, il processo iniziato con il Trattato di Roma del mille novecento cinquantasette è stato principalmente caratterizzato da una logica funzionalista, seguendo cioè l’ipotesi che degli sviluppati scambi economici insieme ad una parallela armonizzazione giuridica potessero condurre ad una cooperazione politica più stretta e all`unificazione sovranazionale. Fino a un certo punto questa ipotesi può considerarsi corretta. Il metodo funzionalista appena descritto ha contribuito a realizzare il Mercato Unico nel mille novecento ottantacinque, un’unione economica e monetaria culminata con l’introduzione dell`EURO e un’unità politica inaugurata per la prima volta dal Trattato di Maastricht nel mille novecento novantuno, che comportava anche una politica estera e di sicurezza comune. Il limite di tale unione sul piano politico consiste nel fatto che questa è sorta sulla base di interessi economici e di standard giuridici comuni, ma non è nata da valori politici e da una visione culturale condivisa.
Permettetemi di spiegarmi meglio. Originariamente le istituzioni dell` Unione Europea furono concepite da Jean Monnet (in un periodo compreso tra il mille ottocento ottantotto e il mille novecento settantanove). Contariamente agli altri padri fondatori del processo d`integrazione europea come Alcide de Gasperi, Robert Schuman e Konad Adenauer, i quali erano dei cattolici ferventi, Jean Monnet prese le distanze tanto dalla religione quanto da ogni tipo di ideologia per favorire invece il primato della burocrazia e delle soluzioni tecniche sul piano istituzionale. Egli preferiva quindi regole astratte e meccanismi formali slegati da una cultura politica condivisa – seppure criticabile. Procedendo in questo modo, Monnet ed altri uomini politici influenti come Paul Henri Spaak, leader político belga del dopoguerra hanno provocato una separazione delle istituzioni sovranazionali dalla cultura europea cristiana. Mentre De Gasperi, Schuman e Adenauer miravano a unire l`Europa attorno alla sua civiltà cristiana e a superare la supremazia della sovranità nazionale attraverso un sistema interstatale, Monnet e Spaak erano principalmente interessati alla ricostruzione e alla crescita economica europea tramite delle regole comuni slegate dalle divisioni ideologiche e da disordini religiosi. Un aspetto interessantissimo di questa vicenda sta poi nel fatto che lo stesso Monnet si rese conto dei limiti del metodo da lui adottato, e questo lo spinse a dichiarare sul suo letto di morte: “Se dovessi ricominciare tutto dall`inizio, comincerei con la cultura”.
Il “metodo Monnet”, ancora predominante in Europa, ha delle implicazioni politiche e socio-economiche importanti. Il disegno delle istituzioni sovranazionali è tutt’ora di natura tecnocratica e la cooperazione a livello federale è di carattere funzionalista. L’assenza di una visione globale e sostanziale, e l’adesione progressiva di nuovi stati membri hanno contribuito a diluire delle norme e pratiche comuni. Non c`è quindi da meravigliarsi che alla EU manchi un’identità politica specifica – democrazia, legalità (dominio del diritto), diritti umani e la ricerca della pace sono degli scopi nobili, ma paragonata agli altri paesi occidentali, qual`è la natura propria della EU?
Allo stesso tempo il modus operando della EU comporta in misura crescente la centralizzazione del processo politico e di quello decisionale. Parallelamente molte competenze un tempo locali, regionali e dagli stati-nazioni sono state consegnate a Bruxelles. Per esempio, l`imperativo degli standard comuni di produzione come elemento del Mercato Unico comporta un sistema unitario centralizzato di regolamento burocratico controllato dalla Commissione Europea e soggetto alla giurisdizione della Corte di Giustizia Europea. Di conseguenza la diversità dei prodotti e dei servizi viene ridotta e l`auto-regolamento ed il mutuo controllo nel quadro delle corporazioni e delle altre associazioni professionali vengono minate alle basi, dove però si collocano gli aspetti fondamentali della nozione cristiana di sussidiarietà.
L`approccio funzionalista sostenuto da Monnet ha condotto anche a una centralizzazione dei mezzi di produzione e della richezza. In tal modo, il concetto cristiano di sussidiarietà è stato svuotato del suo contenuto. In poche parole, il Mercato Unico prende il posto di un’economia variegata e privilegia i grande produttori anziché le piccole e medie imprese. Questo vale per diversi settori come l`agricoltura, la manifattura, l`industria e i servizi finanziari. La politica della EU in materia di concorrenza mira ad evitare delle pratiche oligarchiche e monopolizzate e le sovvenzioni comunitarie non hanno raggiunto un giusto equilibrio tra piccole e grandi imprese – al contrario di quanto richiede il principio cristiano di sussidiarietà.
Il problema di fondo consite nella separazione, all`interno della EU, tra il principio di sussidiarietà e il valore della giustizia, in tal modo la sussidiarietà viene ridotta a un concetto puramente formalistico di ripartizione dei poteri e delle competenze tra livelli concorrenti nel processo decisionale – le regioni, i stati membri o il livello supranazionale. Il tema della sussidiarietà è stato sollevato dall`iniziativa del Parlamento Europeo, del Regno Unito e della Germania durante gli ultimi anni del mille novecento ottanta. Allora il Parlamento Europeo come unica istituzione eletta in modo diretto esigeva competenze più importanti. La Gran Bretagna però temeva un superstato federale europeo, mentre i Länder tedeschi volevano conservare i loro poteri esclusivi del sistema federale della Germania. Allo scopo di contenere le tendenze centralizzanti, la Gran Bretagna e la Germania hanno quindi cercato di porre l`onere dell`argomentazione sulle spalle degli “integrazionisti”.
Una tale nozione di sussidiarietà intende ostacolare la centralizzazione richiedendo dalle istituzioni comunitarie come la Commissione Europea una giustificazione per ottenere delle nuove competenze in materia di nuove scelte politiche. In pratica, l`argomento della sussidiarietà è stato utilizzato per trasferire dei poteri verso la EU ovvero per re-nazionalizzarli senza tener conto dei livelli inferiori come le regioni, i governi locali e i rapporti vicinanza. Invece di porre la persona, la famiglia o i gruppi intermedi al centro della politica, la EU e i suoi stati membri hanno così strumentalizzato la sussidiarietà per promuovere gli interessi dello stato. Paradossalmente, siccome la EU non è una federazione con dei poteri chiaramente definiti, la minaccia della centralizzazione è particolarmente acuta e grave, per questo la giusta comprensione ed applicazione della sussidiarietà riveste un’ importanza fondmentale.

III. Il significato cristiano di sussidiarietà
Secondo la dottrina sociale della Chiesa, la nozione della sussidiarietà discende dal termine “subsidium” che significa aiuto, assistenza o sostegno.
Correttamente intesa, la sussidiarietà indica la promozione e lo sviluppo di tutti i livelli del lavoro individuale, la produzione comune e l`organizzazione sociale secondo la loro funzione, talento e vocazione. Al centro del principio di sussidiarietà così descritto si colloca la singolarità di ciascuna persona, della famiglia e dei gruppi intermedio. Ciò è profondamente cristiano: la consapevolezza che ciascuno abbia qualcosa di originale da offrire alla comunità è basata sulla convinzione che tutti siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio e che ciascuno di noi riflette la bontà divina in modo diverso. Come sostiene Tommaso d`Aquino, le singole creature non possono essere eguali a Dio e la diversità della creazione riflette l`unità divina più perfettamente di quanto potrebbe farlo l`uniformità: “non ci sarebbe una somiglianza perfetta tra Dio e l`universo se tutto fosse sullo stesso livello. Perciò esiste la differenza tra le creature: essendo molti, loro possono avere la somiglianza divina in modo più perfetto che essendo uno”. (1)
Cercando di conservare e propagare singolarità e differenza degli individui e gruppi all`interno di una comunità più vasta allo scopi di perfezionare i suoi membri, il principio cristiano di sussidiarietà rigetta tanto l`individualismo atomista nella tradizione liberale che il collettivismo oppressivo di matrice socialista a favore di un concetto relazionale dell`essere. Questo concetto deriva dalla fede cristiana nel Dio uno e trino – nei rapporti tra le tre persone ugualmente divine del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Dal momento che siamo creati ad immagine e somiglianza del Dio uno e trino, partecipiamo in qualche modo a questi rapporti e siamo noi stessi in un certo modo in comunione tra di noi. Le relazioni di unità e di trinità di Dio costituiscono il fondamento dell’idea cristiana di giustizia nel senso di uguaglianza civica e di gerarchia meritoria. Infatti, la cristianità esige una società radicalmente egualitaria, al dilà della razza, classe sociale e sesso. Come l`apostolo Paolo scrisse nella sua prima lettera ai Corinzi: “Infatti noi tutti abbiamo ricevuto il battesimo di un unico Spirito per formare un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi” (1 Cor 12:13). La cristianità esige una società che promuova un’etica dell’ eccellenza in tutte le attività umane, perché la perfezione riflette più fedelmente la bontà divina.
Come tale il concetto cristiano di giustizia si differenzia dalle ideologie contemporanee. L`ideologia di destra riduce la giustizia all`uguaglianza delle opportunità sul mercato, mentre la sinistra riduce la giustizia alla ridistribuzione del reddito attraverso l`imposizione del potere centralizzato dello stato. La cristianità difende invece un’idea di giustizia nel senso di rapporti che preservano la singolarità di ciascuno e promuove la perfezione all`interno delle comunità e le associazioni a tutti i livelli – a partire dalla famiglia, passando per le comunità fino allo stato.
Sul piano delle istituzioni politiche, il modello federale caratterizzato da una limitazione rigorosa del potere centrale riflette forse maggiormente questo ideale. Se applicato correttamente, il principio di sussidiarietà è superiore al progetto di redistribuzione dei poteri e delle competenze: la sussidiarietà protegge le relazioni umane dalle interferenze eccessive da parte dello Stato centrale burocratico e dal libero mercato privo di acun controllo. Lo stesso inoltre sostiene tutte le pratiche socio-economiche e culturali che favoriscono uno sviluppo rigoglioso della persona e della comunità.

IV. Le potenzialità non ancora realizzate della dottrina sociale cristiana
Qual è il contributo che la dottrina sociale della Chiesa può offrire per trasformare l’Europa? Il compito della dottrina socile consiste nel riportare alla luce il vero significato della giustizia finalizzato al conseguimento del bene comune. In vista di questo scopo un’economia giusta non è solo tesa a massimizzare il profitto delle società e a colmare le casse dello stato, ma anche a offrire beni pubblici e un reddito adeguato ai suoi membri.
Penso che i seguenti principi possano aiutare l’economia europea a ripartire: primo) lo schema di commercio equo che stabilisce giusti prezzi e standard nell’agricoltura e nel mercato del cibo dovrebbe essere esteso agli altri ambiti dell’economia, secondo) salari giusti posono essere ottenuti solo se lo Stato diminuise le tasse e gli imprenditori ricercano l’eccellenza, terzo) al posto di inefficienti monopoli di stato o costosi contraenti privati, i servizi pubblici dovrebbero essere forniti da “compagnie di pubblico interesse” sovvenzionate dalle imposte ma capaci di operare in modo indipendente e di re-investire il loro profitto in attività produttiva e in capitale sociale e umano, quarto) la pratica del micro-credito diffusa in alcuni paesi in via di sviluppo come il Bangladesh potrebbe essere adottata e sviluppata anche in Europa, e in particolare in quei settori della società che hanno difficilmente accesso ai comuni servizi di credito.
Dati i limiti ideologici e istituzionali dell’EU un tale cambiamento non sorgerà dlle sue istituzioni e stati membri. Al contrario sono la Chiesa e le associazioni cristiane che devono prendere l’iniziativa. Le Chiese cristiane sono infatti l’unica comunità globale ad essere nello stesso tempo locale e universale. In quanto tale la Chiesa è già una realtà sociale nella quale opera pienamente il principio di sussidiarietà. Se fioriranno banche e sistemi di commercio ispirati ai principi cristiani, capaci di offrire giustizia e sicurezza economica, anche le altre istituzioni saranno facilitate ad adottare i principi e la pratica cristiani.

MODERATORE:
Grazie anche al prof. Pabst, ed ora la parola alla voce italiana e conclusiva.

GIORGIO VITTADINI:
Quale è il filo rosso che tiene insieme queste cose, che provengono da mondi diversi, ed anche da orizzonti politici e culturali diversi? E’ un’idea di uomo, che nel gergo di Giussani è il senso religioso. In Petrini è questa radice della persona nella terra madre, nella connessione con le sue tradizioni culturali, fisiche, alimentari, biologiche che nel percorso inglese è desiderio di qualcosa che venga prima degli scontri politici e non ha più radici, e in Spagna è una democrazia in cui tutti i parametri danno una dittatura e una reazione senza riscossa dell’uomo. Nel caso di Mendoza, una domanda di costruire una libertà anche fuori della nazione. Questo desiderio di protagonismo è la ricerca di radici che stanno nel cuore dell’uomo, che può assumere dimensioni molto diverse. Parlando di questi temi vogliamo credere nello sviluppo, nella libertà. Questo è sussidiarietà, più che uno schema, è un’attenzione a percorsi anche molto diversi, anche se non vengono riconosciuti. Arrivederci a tutti.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

25 Agosto 2008

Ora

11:15

Edizione

2008

Luogo

Sala A2
Categoria
Incontri