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CRESCERE RICOSTRUENDO IL PROPRIO FUTURO: LE NUOVE GENERAZIONI NELLA RIPRESA DEI TERRITORI DEVASTATI DAI CONFLITTI
In diretta sui canali digitali di Rai News
Organizzato da Save The Children
Giulio Bartolini, direttore della International Humanitarian Law Legal Clinic; Angelica Krystle Donati, presidente Giovani Imprenditori Edili, ANCE; Stefano Gatti, direttore generale per la Cooperazione allo Sviluppo, MAECI; Sonia Khush, direttrice Save the Children Ucraina. Modera Daniela Fatarella, direttrice di Save the Children Italia
Nel 2023, 473 milioni di bambini sono stati costretti a vivere in zone di conflitto e si stima che, in media, 31 bambini al giorno sono stati uccisi o mutilati a causa dei conflitti. Questi dati dipingono un quadro desolante: la percentuale di bambini che vive in zone di conflitto in tutto il mondo è quasi raddoppiata negli ultimi 30 anni. Il silenzio non è un’opzione e per questo ci proponiamo di attirare l’attenzione sui bambini nei conflitti armati e sulle possibilità per loro di vedere il futuro materializzarsi come lo desiderano. In un mondo in cui la guerra e le spese militari continuano a crescere vogliamo proporre un dialogo per forgiare un percorso più pacifico verso un futuro sostenibile per i minorenni. Questo evento intende porre l’attenzione sull’importanza dell’attivazione di sinergie fra attori diversi al fine di favorire una piena partecipazione diretta di bambini, bambine, ragazzi e ragazze nei processi di ricostruzione e ripresa durante e dopo i conflitti armati: un obiettivo sfidante che dev’essere attentamente curato dalle istituzioni, responsabili primarie, ma che deve coinvolgere il mondo delle imprese, l’accademia, il terzo settore e i privati cittadini. Attraverso le voci di chi, a diverso titolo, condivide la responsabilità di favorire l’ascolto dei minorenni e dei giovani nei processi di ripresa e ricostruzione, condivideremo spunti di ispirazione per il futuro
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DANIELA FATARELLA
Buongiorno a tutti e benvenuti a questo incontro. Sono Daniela Fatarella, direttrice di Save the Children in Italia. È un piacere e un onore essere qui oggi insieme a degli amici e dei colleghi che provengono da ambiti diversi e che tra poco introdurrò. Prima di entrare nel vivo del dibattito, ci piacerebbe farvi vedere un piccolo video che crediamo sia più esplicativo di mille parole. Lascio andare il video e poi un piccolo commento.
VIDEO
Penso che l’ultima frase che avete letto su questo video, “ogni guerra è una guerra contro i bambini”, che è stata detta dalla nostra fondatrice Eglantyne Jebb nel 1919, oggi ci appare ancora più attuale. Mi piacerebbe fare un sondaggio, ma non abbiamo tempo sufficiente per chiedervi quanti bambini oggi vivono in un contesto di guerra. Sono più di 440 milioni. È il numero più alto, raddoppiato negli ultimi 30 anni, e ogni giorno in un paese in guerra muoiono più di 30 bambini. Questi sono numeri che spesso ci appaiono come delle statistiche molto fredde, ma in realtà dietro tutti questi bambini ci sono delle storie, dei nomi, delle speranze, dei sogni. Io sono stata ad aprile in Siria e mi porto via alcune delle immagini che voi avete visto, che è quello di una devastazione di magnitudo impressionante che si vede nei luoghi. Si respira nel vedere come la Siria è stata rasa al suolo, ma si respira anche nel parlare con i bambini, con i ragazzi, con le famiglie, in un desiderio misto tra la paura di quello che è accaduto e il desiderio di immaginare un futuro e una ricostruzione diversa. Sono tornata con una grandissima angoscia, che però è stata accompagnata da un senso di speranza enorme per questo desiderio di ricominciare. Prima di entrare nel vivo del dibattito e di presentare i miei ospiti, vorrei farvi riflettere su due cose. Quando un bambino si trova in un contesto di guerra è colpito due volte. Innanzitutto perché è colpito nel suo presente: la guerra distrugge la sua infanzia, il suo momento, quell’attimo lo ferma, lo blocca. Si distruggono le scuole, gli ospedali, viene separato dalle famiglie. Ma pensate a come viene colpito nel suo futuro, molto più di un adulto, perché quello è un momento in cui un bambino dovrebbe avere il diritto al gioco, alla spensieratezza, all’educazione, non al pensare di salvarsi dalle bombe. Oggi noi a Gaza abbiamo bambini che ci dicono che vogliono morire perché vogliono andare in paradiso, perché lì c’è il cibo. Questo è quello che accade ad un bambino in un contesto di guerra che si rifletterà poi sul suo futuro. Noi spesso pensiamo che i bambini in un contesto di guerra debbano essere protetti, salvati in quel momento, il che è giustissimo, perché le prime operazioni in un contesto di emergenza sono sicuramente quelle salvavita. Però è importante immaginare che un bambino in un contesto di guerra non viene, se è fortunato, colpito solo nel fisico, ma viene colpito anche nella psiche, nella sua salute mentale, nella sua psicologia. Quindi, un’altra doppia lente con la quale è importante osservare cosa accade a un bambino in un contesto di guerra non è solo il benessere fisico, ma anche il benessere psicologico che spesso viene sottovalutato. Questo benessere psicologico implica la capacità di creare spazi sicuri in cui i bambini possano ritrovare il loro essere bambino, il diritto al gioco, il diritto a ritrovare una specie di sistema scolastico, una sorta di routine giornaliera. Ma poi anche l’importanza di far sì che i bambini siano ascoltati, e questo è il punto centrale di questo dibattito oggi. Ascoltare i bambini nei contesti di guerra per dare lo spazio necessario nel momento in cui devono attraversare un conflitto, che è una cosa che nessuno di noi vorrebbe né per sé né per i propri figli, ma soprattutto ascoltare i bambini nel momento in cui vogliamo pensare di ricostruire e immaginare la ricostruzione di un paese, quindi chiedere loro cosa si aspettano. Qui oggi ci sono con me delle persone che appartengono a mondi diversi, con i quali, come Save the Children, abbiamo il piacere e la possibilità di interagire da molto tempo che porteranno le loro prospettive su questo tema e ci aiuteranno a capire perché è importante avere una pluralità di attori che possano aiutarci nel momento in cui immaginiamo di lavorare in un contesto di guerra, immaginiamo addirittura una ricostruzione post-contesto di guerra. A partire dalla mia destra Sonia Khush, lei è la nostra Country Director oggi in Ucraina, in passato in Siria, una donna che ha tantissima esperienza in emergenza umanitaria. Accanto a me Stefano Gatti, direttore generale della cooperazione italiana. Lui si definisce un manager e non un diplomatico, un uomo del fare, col quale noi negli ultimi anni abbiamo avuto moltissimi interscambi. Alla mia sinistra Giulio Bartolini, che è professore dell’Università di Roma Tre e direttore dell’International Humanitarian Law Legal Clinic, un esperto di diritto in contesti di guerra. E poi abbiamo Angelica Donati, che viene dal mondo imprenditoriale e che oggi è presidente di ANCE Giovani, quindi una prospettiva della ricostruzione attraverso lo sguardo dei giovani. Mi fa molto piacere avere qui con noi Sonia, che arriva direttamente dall’Ucraina per condividere le sue riflessioni e il suo sguardo in un contesto di crisi. Tutto si svolgerà in italiano. Permettetemi di fare la domanda a Sonia in inglese. Sonia, thank you so much for being here with us… hai tanta esperienza nei contesti di guerra, la prima domanda è quali sono le sfide principali che si trovano ad affrontare i bambini quando si trovano in contesti di crisi e poi come è l’approccio di Save the Children in quei contesti, come si vogliono proteggere, coinvolgere non solo durante l’emergenza ma anche nel processo di ricostruzione. Come possiamo far si che i bambini si sentano attori e non solo dei soggetti nel modo fatto dagli adulti?
SONIA KHUSH
Buon pomeriggio, un grande piacere per me essere qui con voi oggi. Vorrei cominciare citando Jasmine, ragazzina di 13 anni di Gaza, che mi ha detto: “I miei sogni: voglio diventare un medico per curare le persone ferite.” Queste parole rappresentano un desiderio di ogni bambino non solo di guarire, ma di contribuire a costruire un futuro migliore anche in un contesto di conflitto. Oggi ci riuniamo qui a Rimini, uniti dal nostro comune impegno ad ascoltare i bambini e riconoscere il ruolo che svolgono nella ripresa a lungo termine dei loro paesi. I conflitti hanno un impatto duraturo sui bambini. La perdita dei propri cari, la distruzione delle case e delle scuole, la paura costante della violenza, sono esperienze che nessun bambino dovrebbe mai vivere. Abbiamo incontrato Maria, una bimba di 11 anni in Ucraina, costretta a fuggire dal suo villaggio, e ci ha detto: “Voglio tornare a casa, lo voglio tantissimo, mi manca il mio gatto, ma la casa è distrutta”. Queste parole riassumono il profondo senso di perdita e di spaesamento che colpisce innumerevoli bambini coinvolti nel conflitto. Ci ricordano che la guerra non è un concetto astratto, ma una realtà vissuta da milioni di bambini le cui vite sono state cambiate per sempre dalla sua forza distruttiva. Save the Children ha compiuto sforzi enormi per comprendere e affrontare gli effetti dei conflitti sui bambini. Questo lavoro può essere molto impegnativo e richiede tempestività. Ricordo ancora quando lavoravo nel nord-est della Siria ed entrai per la prima volta in una prigione per ragazzi sospettati di avere legami con l’ISIS. Ho incontrato un ragazzo siriano di 16 anni che mi ha guardato e mi ha detto: “Sei di Save the Children, siamo qui da 2 anni. Dove sei stata? Perché non sei arrivata prima?”. Nessuna entità può affrontare da sola queste sfide. Non voglio essere troppo teorica, quindi vi racconterò come si presenta la situazione sul campo. Lavoro in Ucraina da 3 anni. Nel 2022 il nostro obiettivo principale era aiutare le persone a sopravvivere all’invasione su larga scala. Se avevano bisogno di evacuare, potevamo aiutarli a trasferirsi in zone più sicure. Se avevano bisogno di provviste, potevamo fornire loro dei kit. Si trattava di un intervento umanitario di base. Tuttavia sapevamo anche che dovevamo considerare il benessere a lungo termine dei bambini coinvolti nel conflitto al fine di metterli sulla strada della ripresa il prima possibile. Vi darò l’esempio di due diversi gruppi di bambini su cui ci siamo concentrati. Entrambi questi gruppi avranno un ruolo importante nel determinare che tipo di paese sarà l’Ucraina una volta che le armi taceranno. Si tratta in primo luogo dei bambini che vivono in istituti e in secondo luogo dei giovani. Come forse saprete, l’Ucraina ha uno dei tassi più alti al mondo di bambini istituzionalizzati. Nel 2022 c’erano circa 100.000 bambini che vivevano e studiavano in oltre 700 istituti in tutto il paese. 15.000 di questi bambini avevano una disabilità. La vita in questi istituti è quasi impossibile da descrivere. Condividerò quindi le parole di un giovane cresciuto in un istituto. Ha detto che il suo unico desiderio nella vita è che nessun altro bambino ucraino debba mai avere il ricordo di essere cresciuto in un istituto. La guerra in corso ha notevolmente aggravato i rischi per la protezione di questo gruppo di bambini vulnerabili. Diversi istituti sono stati evacuati all’estero per motivi di sicurezza, anche in Italia. Negli ultimi anni il governo ucraino ha compiuto numerosi tentativi per riformare il sistema di assistenza all’infanzia. Questi sforzi non hanno mai avuto successo, principalmente a causa della mancanza di un impegno e di un’azione coordinati tra i numerosi attori coinvolti in questo ecosistema. Con il conflitto, la situazione è ancora più difficile, la riforma è più difficile. I bilanci dei servizi sociali sono stati ridotti per dare priorità allo sforzo militare. Avevamo bisogno di sostenere questi bambini e aiutarli a trasferirsi in strutture di accoglienza familiare nel bel mezzo di una guerra. Per garantire il successo dell’operazione erano necessari molti attori in molte fasi. Ad esempio, era necessario formare un numero sufficiente di famiglie in grado di prendersi cura di questi bambini. Ciò significava che i diversi ministeri dovevano essere dotati di assistenti sociali professionisti. Il settore giudiziario avrebbe avuto bisogno di più giudici e avvocati per gestire adeguatamente un sistema di assistenza familiare. Il paese avrebbe avuto bisogno di nuove leggi, nuove competenze. Ogni volta che pensavamo di aver affrontato una sfida, ne avevamo una nuova. Il governo ucraino non può affrontare da solo questa complessa questione. La società civile non può farlo da sola. La comunità internazionale nemmeno. È chiaro che per sostenere il recupero duraturo e positivo di questo gruppo di bambini saranno necessari sforzi congiunti e coordinati a livello di governo e di società nel suo complesso, con il sostegno internazionale, compreso quello dell’UE. L’Unione Europea non può limitare il proprio ruolo al finanziamento, deve fornire competenze e leadership sostenute da una forte chiarezza morale sulla necessità delle riforme. In caso contrario si corre il rischio che questi bambini diventino un semplice esercizio burocratico nell’ambito del più ampio sforzo dell’Ucraina per aderire all’UE. Un altro gruppo di bambini che avrà un profondo impatto sulla ripresa dell’Ucraina e sul suo futuro è quello dei giovani. È un gruppo che sta cercando di gettare le basi del proprio futuro, ma non sa quale strada prendere. Dai colloqui che ho avuto con giovani in tutta l’Ucraina, oltre alle ovvie questioni di sicurezza, la loro principale preoccupazione è la mancanza di una visione chiara per il loro futuro. Save the Children sta lavorando con i giovani di Mykolaïv, città che nel 2022 era in prima linea e che è ancora soggetta a bombardamenti e attacchi irregolari. Stiamo lavorando a un approccio di recupero basato sul territorio che collega la risposta umanitaria alla ripresa. Prende in considerazione tutte le componenti di un’area geografica definite: le scuole, i sistemi idrici, la governance e cerca di pianificare come tutte queste parti dovranno funzionare insieme dopo la guerra. Abbiamo iniziato a sviluppare questo modello ascoltando i giovani che hanno un interesse molto importante nel futuro della loro città. Olga, 17 anni di Mykolaïv, ci ha detto: “Dovremmo ascoltare di più i giovani. Sanno di cosa parlano, cosa vogliono, quali sono i loro problemi, come risolverli e hanno delle idee.” Ci è apparso subito chiaro che i giovani erano d’accordo sulle tre priorità. In primo luogo, vogliono ricevere un’istruzione di buona qualità, cosa molto difficile quando la maggior parte di loro frequenta il quinto anno di didattica a distanza a causa del Covid e della guerra. In secondo luogo, vogliono avere buone opportunità di lavoro. In terzo luogo, hanno sottolineato con forza la necessità di sostegno per la loro salute mentale. La guerra in corso, unita alle crescenti sfide in materia di coesione sociale, alla mancanza di una chiara visione delle loro prospettive future, sta causando loro un forte disagio psicologico. Abbiamo quindi aiutato i giovani a interagire direttamente con i funzionari governativi. A loro merito, le autorità di Mykolaïv hanno creato dei consigli giovanili locali e regionali. Tuttavia manca ancora la consapevolezza della necessità di coinvolgere i bambini e i giovani nella pianificazione della ripresa. Alcuni funzionari governativi hanno affermato di non ritenere i consigli giovanili adeguati a informare il loro processo decisionale, in quanto non sono indipendenti e capaci. I bambini rispondono che si tratta di stereotipi vecchi e superati dell’era sovietica. Molti funzionari e rappresentanti del settore privato presentano una visione della ricostruzione di Mykolaïv basata principalmente su ambiziosi processi infrastrutturali. Questi giovani pieni di vita ricordano loro per chi si sta costruendo Mykolaïv. Amano la loro città, ma affermano che se le loro priorità non saranno prese sul serio e non saranno prese in considerazione nella pianificazione della ricostruzione, probabilmente decideranno non solo di lasciare Mykolaïv, ma anche l’Ucraina per costruirsi una nuova vita altrove. Prendiamo la Siria come altro esempio, in particolare il ruolo che l’istruzione dei bambini avrà nella ripresa e nella ricostruzione. Il declino economico che la Siria ha subito a causa di anni di conflitto ha avuto un profondo effetto sull’istruzione dei bambini. Molti ragazzi sono stati tolti dalla scuola per lavorare e sostenere le loro famiglie. Le ragazze sono state spesso date in sposa in giovane età. Al declino economico si sono aggiunti i danni e la distruzione delle scuole che ora sono stimati a oltre il 40% di tutte le strutture scolastiche prebelliche. A complicare ulteriormente le cose, il panorama educativo siriano era frammentato da sistemi concorrenti. Negli ultimi 10 anni i bambini delle zone nord-orientali, nord-occidentali e controllate dal governo siriano, hanno studiato con programmi scolastici diversi a seconda della regione di provenienza. A ciò si aggiunge il fatto che i bambini rifugiati siriani in Turchia, Egitto, Libano, Giordania e Iraq sono finiti in sistemi educativi diversi. Questa frammentazione ha creato un enorme mosaico di esperienze educative. Oggi in Siria vengono insegnati cinque programmi scolastici diversi e il Ministero dell’Istruzione sta discutendo se accettare questa realtà o trovare il modo di creare consenso per un’unica Siria. Questa diversità di background educativi, pur essendo sicuramente arricchente, rischia di creare ostacoli alla ripresa e alla ricostruzione in Siria. Come ben sapete, l’istruzione non è solo una priorità per la ripresa, ma è anche uno strumento per la ripresa e per la pace. I bambini capiranno cosa è successo in Siria negli ultimi decenni grazie all’istruzione. L’istruzione può aiutare a costruire una comprensione di cosa significa essere siriani e a sradicare i semi del conflitto. Anche Amir, che ha solo 10 anni, capisce che è la pluralità che conta. Come ha detto al nostro team: “Sono intelligente, sono forte, voglio diventare un dottore, qualcuno che aiuti le persone, ma penso anche che ogni lavoro sia importante. Che tu diventi un medico, un ingegnere. La Siria avrà bisogno di te in futuro.” La chiave per la Siria di oggi è, e questo è anche un ambito in cui possiamo dare il nostro sostegno, collaborare con diversi attori della società siriana per garantire che l’intera Siria con tutte le sue diverse componenti etniche, religiose e linguistiche emerga come parte integrante della ricostruzione. Ma soprattutto per garantire che questa visione abbia possibilità di successo uno degli elementi fondamentali sarà ascoltare i bambini. Hanno background diversi, provengono da paesi diversi per tornare in una Siria che non conoscono. Proprio ieri uno dei miei colleghi, rifugiato siriano in Turchia, ha riportato tutta la sua famiglia in Siria. Sua figlia Aila, 7 anni, ha inviato un messaggio vocale dal valico di frontiera dicendo: “Amo la Siria, vorrei che la Siria fosse sicura e che ci fossero dei bei parchi giochi, dove poter giocare tutti insieme, adulti e bambini, e dove tutti possiamo essere insieme felici. Faremo bene ad ascoltare Aila e i suoi amici.” Quando si discute di processi di ricostruzione e ripresa, posso dire che c’è una parte facile e una difficile. La parte facile è che sappiamo da dove cominciare. Cominciamo dai bambini, dobbiamo ascoltarli. Il mondo in cui vivono i bambini è essenzialmente il risultato delle decisioni prese da noi adulti e non da loro. Anche se le decisioni che prendiamo oggi avranno un impatto sul loro futuro sotto ogni aspetto, raramente chiediamo a loro cosa vogliono. I bambini hanno bisogno di essere protetti, ma hanno anche il diritto di essere ascoltati. Non possiamo ignorarli, escludere le loro voci e poi chiederci perché il futuro non è il loro. Ora passiamo alla parte difficile. Dobbiamo lavorare insieme. Ricostruire una società dopo una guerra non significa solo ricostruire edifici, ma anche riunire molte istituzioni che non sono state progettate per muoversi nella stessa direzione, allo stesso tempo, alla stessa velocità. Sebbene le università, il governo, il settore privato, le ONG e i sindacati apportino ciascuno competenze fondamentali alla fase di ripresa e ricostruzione, hanno anche incentivi, linguaggi, calendari e definizioni di successo diversi. Riconoscere questa realtà è il primo passo per creare delle piattaforme e delle metriche comuni. Per concludere, gli sforzi degli attori locali, nazionali e internazionali coinvolti nella ripresa devono essere coordinati e complementari. Ciò può essere realizzato in primo luogo razionalizzando il coordinamento tra gli attori internazionali, idealmente nel quadro di una supervisione strategica globale e sotto la titolarità da parte del governo. In secondo luogo, gli attori della società civile locale dovrebbero essere riconosciuti come parte interessata fondamentale nei processi di ripresa. Infine, è fondamentale ascoltare le voci e le opinioni dei bambini. Vi lascio con le parole del piccolo Sami, un bimbo siriano di 10 anni che dopo aver perso la casa e la famiglia ha dichiarato: “Ricostruirò la mia vita mattone dopo mattone finché non potrò sorridere di nuovo.” Questo è lo spirito che deve guidare i nostri sforzi, la visione che deve ispirare le nostre azioni e i mattoni devono venire da noi. Ognuno di noi deve farsi carico di una parte del peso, ma lavorando insieme per consegnarli.
DANIELA FATARELLA:
Dal tuo intervento mi porto via diverse cose. La prima è la domanda che ha fatto il bambino a Save the Children: “Perché siete arrivati così tardi?”. Io me la sono sentita chiedere diverse volte, la prima volta da un bambino afghano a Lampedusa: “Perché non c’eravate quando avevo bisogno?”. E questa domanda è sempre molto difficile. Prima di tutto non c’è una risposta, ma per me significa sempre una cosa: noi abbiamo una responsabilità, un’accountability nei confronti di questi bambini e di queste bambine. Loro sono super diretti nel riportarti lì a qual è il tuo dovere, qual è il tuo mestiere, che cosa devi fare per loro. In un contesto di guerra i bambini lo chiedono sempre agli adulti, perché non possono capire perché si sono trovati in quella situazione. Non l’hanno voluta loro, non è il loro mondo, non è da loro desiderata. La seconda cosa che mi porto via è questo concetto di partecipazione. Sonia ha detto: “La cosa facile che noi sappiamo è che i ragazzi devono partecipare”, ma è difficile capire come questa partecipazione diventi un ascolto attivo da parte dei decisori. Una terza cosa è cosa vogliono i ragazzi. L’esempio dell’Ucraina di Mykolaïv mostra che educazione e supporto nella salute mentale è quello che viene fuori ovunque nel mondo quando c’è una guerra. I bambini vogliono stare a scuola perché quello per loro è un posto sicuro. Teoricamente c’è una convenzione che dice che non bisognerebbe bombardare le scuole e gli ospedali. La seconda cosa è perché la scuola è l’unica proiezione verso il futuro e la salute mentale perché hanno paura e hanno bisogno di trovare degli spazi in cui poter raccontare e potersi sentire supportati. Tutto questo nasceva anche in una conversazione che abbiamo fatto prima di arrivare qua, dicendo: “In un contesto di emergenza non c’è mai la possibilità di trovare una soluzione che va bene per tutto”. Noi abbiamo con noi Stefano Gatti, direttore generale della cooperazione italiana, che ci aiuta a capire quale possa essere il ruolo di un governo come quello italiano, che oggi è impegnato ad accompagnare il mondo della cooperazione italiana senza tornare indietro rispetto a un impegno economico che vediamo diminuire in molti altri contesti. Quale possa essere il ruolo del governo, anche nel prendere in carico quelli che sono i bisogni dei ragazzi e far sì che si possano tradurre, in contesti magari anche più evoluti da un punto di vista di fase della guerra come l’Ucraina, in principi e in possibili piste di ricostruzione. Grazie per essere qui con noi.
STEFANO GATTI:
Grazie Daniela. Vorrei contribuire a questa discussione con alcune riflessioni. Ognuno di noi parla in questo contesto nel ruolo che ha, anche se sappiamo che dobbiamo lavorare tutti insieme. Ognuno di noi ha un ruolo. Innanzitutto, incomincio a ringraziare Save the Children per il ruolo che Save the Children, la più grande organizzazione non governativa italiana, svolge. Soprattutto con una capacità di advocacy di portarci l’urgenza dei problemi. Un evento come quello di oggi entra benissimo in uno spazio, in un padiglione che, come vedete scritto qui, abbiamo voluto quest’anno indicare con il fatto che “nessuna crisi è lontana”. Noi ci muoviamo come l’Italia, come un paese G7, come uno dei paesi donatori leader a livello mondiale in un contesto che è determinato da una proliferazione assoluta di crisi. Le crisi intorno a noi, se guardate lo scacchiere geografico in cui si presenta l’Italia, c’è proprio tutto un insieme. Vedete anche nel nostro spazio espositivo mettiamo delle piantine. “Sai tu dove sono le crisi in questo momento?”. Se uno guarda la piantina vede proprio una corona continua intorno a dove siamo posizionati noi come Italia. Da qui il messaggio che nessuna crisi è lontana da noi, dall’Italia, dal nostro sistema, dalla nostra opinione pubblica. Raccontiamo anche come quel che noi riusciamo a fare, vogliamo fare come nostro contributo. Il tema che Save the Children giustamente ci pone è quello della devastazione che le emergenze procurano nei bambini. Anche noi come cooperazione ci siamo dotati di linee guida per la tutela dell’infanzia e sono linee guida sull’infanzia e l’adolescenza. Già da qualche anno i nostri progetti o progetti che noi finanziamo devono avere questa dimensione. Siamo tutti d’accordo, sappiamo che con i giovani e i bambini bisogna dialogare, ascoltarli, capire cosa loro vogliono. Daniela ha detto giustamente cosa vogliono i bambini in qualsiasi contesto. Mi permetto di osservare che i conflitti sono ovviamente il momento massimo di sofferenza e di crisi per l’infanzia e per la gioventù. Non sono l’unico momento, anche i bambini che non sono in una situazione di crisi, ma non hanno un pasto per nutrirsi, sono in crisi. Loro chiedono educazione. I bambini vogliono andare a scuola e ogni qualvolta tu li stacchi da questo percorso che loro sanno, conoscono e fa parte della loro esistenza, vanno in crisi. Si fanno una domanda: cosa ci stanno a fare, rispetto alla loro esistenza, e poi quali sono le loro prospettive nel futuro? L’altro elemento molto importante che emerge sempre di più sono le conseguenze sulla salute mentale di situazioni di crisi. Ovviamente i conflitti lo sono in maniera devastante, ma non sono solo quelli. Noi sappiamo e lo vediamo nel nostro padiglione che quando andiamo a descrivere le crisi con le quali noi ci confrontiamo, con le quali noi come Ministero Affari Esteri abbiamo il doppio compito: da una parte vedere come possiamo contribuire come Italia, come settore pubblico, come cooperazione italiana, allo sforzo della comunità internazionale per affrontare e risolvere la crisi. Dall’altra parte, come possiamo assistere gli italiani che vengono coinvolti nelle situazioni di crisi. Da qui anche l’unità di crisi e le altre nostre strutture. Le conseguenze in termini di salute mentale sono una questione che sta emergendo sempre di più. Tra i progetti che noi abbiamo dovuto interrompere con il conflitto a Gaza e affidato ad organizzazioni della società civile italiana, c’era un progetto importante proprio sulle conseguenze sulla salute mentale dei bambini, delle ragazze e delle donne relativamente alla situazione di conflitto. L’altro elemento ci dice che per quanto tutto quello che Save the Children dice è giusto. Non si tratta di dibattere se ogni guerra sia una guerra contro i bambini; su questo non c’è alcun dubbio, né sulle conseguenze devastanti per i bambini, né su ciò che i bambini desiderano: educazione e tutela della salute mentale. Per noi il tema è cosa facciamo oggi come donatori, come paese G7. In questo momento ci tengo a sottolineare che noi non siamo l’Italia, il paese che può risolvere una serie di crisi, siamo un paese il cui governo vuole svolgere un ruolo per essere un fattore verso la risoluzione della crisi che ha innanzitutto il dialogo politico. L’azione che noi facciamo tramite il governo, il Presidente del Consiglio e degli Esteri, è per facilitare il dialogo in quelle situazioni in cui a volte pare che il dialogo sia impossibile. Poi l’azione sul terreno che, tramite le realtà che sono nostre parti, le organizzazioni della società civile, le organizzazioni internazionali, abbiamo qui lo spazio del WFP (World Food Programme), che è la principale organizzazione internazionale umanitaria del sistema delle Nazioni Unite presente oggi. Ci tengo anche a dire una serie di cose. Quello che possiamo fare è limitato perché sappiamo che viviamo in un contesto in cui, da una parte, abbiamo il proliferare delle crisi. Poche volte nella storia contemporanea ci sono state così tante crisi umanitarie, molte vicino a noi, su cui viene richiesto di intervenire insieme. Dall’altra parte ci sono meno disponibilità finanziarie. In un evento che abbiamo ospitato due giorni fa con il WFP si parlava del fatto che, rispetto all’esigenza di finanziamenti per le crisi umanitarie, che veniva soddisfatta in passato intorno al 50-60% delle necessità finanziarie, con il fatto che alcuni dei più grandi donatori internazionali si sono ritirati dalla scena internazionale – come sapete, uno è proprio scomparso, ma altri stanno riducendo i loro impegni in maniera significativa – l’Italia è l’unico paese G7 quest’anno che non ha diminuito i propri fondi per la cooperazione internazionale. Credo che sia utile informare tutti che noi ogni anno riceviamo, principalmente dalla legge di bilancio e altri strumenti finanziari, una dotazione finanziaria per l’attività di cooperazione internazionale che non viene earmarked, non arriva con l’indicazione “questo è per le emergenze umanitarie e questo è per tutta la vostra attività di sviluppo”. Viene come una dotazione finanziaria unica, dove noi, tra le altre cose, dobbiamo decidere quanto di questo usiamo per le emergenze umanitarie e quanto usiamo per azioni di sviluppo. Lì il problema è tecnico, è politico, ma è una scelta dei fondi che noi abbiamo a disposizione. Cosa li usiamo? Se li usiamo tutti per le crisi umanitarie, non andiamo a finanziare quei progetti di sviluppo di medio-lungo termine che sono le uniche cose che permettono in alcuni contesti di uscire definitivamente da questa crisi, di non vivere una crisi sopra l’altra in continuazione. Allo stesso tempo le crisi sono tante. Qui abbiamo il collega Gianluca Brusco che dirige la nostra unità di emergenza e il problema è che non abbiamo mai abbastanza soldi per fare tutto quello che noi vorremmo fare o quello che ci viene richiesto. Il primo tema che si pone per il donatore è quello di decidere cosa finanziare, in quale contesto. Qui mi permetto di dire che nella presentazione sono state illustrate alcune situazioni. La situazione dell’Ucraina, che è un’emergenza, l’Italia ha ospitato la conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina, abbiamo avuto alcuni eventi importanti. La situazione dell’Ucraina è una situazione di un paese che è stato sottoposto a un’aggressione armata che interessa parti del paese. Non significa che altre parti non siano coinvolte. Se il paese è attaccato, c’è la minaccia continua di bombardamenti russi nelle zone non direttamente interessate dal conflitto. Questo avviene per intimidazione, creando insicurezza e angoscia nella popolazione, con un effetto devastante sui bambini in particolare. Parliamo in Ucraina, come detto in precedenza, di un paese che ha un suo governo pienamente operativo, nelle sue funzioni, che ha una strategia, che ha una serie di linee dove noi possiamo venire ad aiutare il governo nel suo approccio strategico. Noi dobbiamo supportare e rafforzare quel governo. Andiamo in una situazione terribile come quella di Gaza e andiamo in una situazione in cui non c’è un governo. Ci sono diverse parti di diverso tipo, di diversa natura, che si contendono il controllo di un territorio che nel frattempo è stato praticamente completamente distrutto. Con chi parli? C’è una forza occupante e un’organizzazione terroristica che esercita controllo sul territorio. Cosa fai? Come ci si muove e quali sono le priorità? Chiaramente non c’è un chiaro interlocutore e c’è un tema di sicurezza. Come sapete, alcune delle organizzazioni della società civile ci premono e si lamentano perché le nostre autorità di sicurezza non autorizzano i cittadini italiani a entrare nei territori, perché lo Stato ha un obbligo di intervenire sulle crisi umanitarie, ma anche un obbligo di tutelare la sicurezza e la vita dei nostri connazionali. Quindi è chiaro che si dice: “Scusa, io posso andare?”. “No, perché se lì c’è un’altissima probabilità che tu venga fatto fuori, lo Stato italiano ha un dovere costituzionale di difenderti.” Abbiamo questo tema. Un altro esempio importante è la Siria. Ora lì la Siria è una situazione completamente diversa. È un paese in cui è crollato un regime. C’è adesso una nuova situazione che pone una serie di punti interrogativi. Abbiamo avuto un evento ieri molto interessante con il ministro Tajani, con il vescovo di Aleppo. Questa nuova struttura di governo che ha preso il potere, è una struttura di governo che ha a cuore la cura della popolazione, che vuole preservare le minoranze di diverso orientamento religioso? Ovviamente i punti interrogativi ci sono. Però una scelta politica, indicata anche con forza dalla rappresentante della minoranza cristiana come il vescovo di Aleppo, è che noi dobbiamo investire su questo. Dobbiamo dare credito, quindi dobbiamo investire e andare a dirgli: “Noi siamo pronti se la strada che ci hai indicato è di rispetto delle minoranze, di tenere compatto e unito il paese, di farlo uscire da questa situazione di emergenza. Noi ci siamo, siamo pronti.” Quindi, come vedete, tre situazioni diverse. A chi vai a dare i soldi? Cosa vai a fare esattamente? Sono diverse una dall’altra in un contesto in cui i soldi sono sempre troppo pochi. Oggi, in ogni modo, il calcolo ce lo dice, non lo diciamo noi, lo dicono le Nazioni Unite: ci sono probabilmente circa il 20% delle risorse finanziarie disponibili per far fronte a quelle teoricamente necessarie per far fronte a tutte le crisi umanitarie. Non stiamo parlando del 60-70%, ma del 20%, lontanissimo da quello che ci serve. Come possiamo fare? Dobbiamo scegliere, quindi il governo, una struttura, deve fare scelte a volte dolorose su dove investire. Deve cercare di essere sempre più efficace, rivolgersi agli interlocutori che dimostrano di essere efficaci, di lavorare in squadra tra di loro. Questo è il nuovo senso strategico della cooperazione italiana: sviluppare progettualità insieme e in squadra. Allo stesso tempo lavorare anche sul versante politico della risoluzione delle crisi, per quanto esso sia difficile. Queste sono tutte cose che il governo italiano fa. Mi permetto di chiudere questo intervento dicendo che in un momento storico in cui le crisi sono al culmine della quantità possibile di crisi che noi abbiamo avuto, c’è un tema che mi sento di dirlo anche come diplomatico e manager italiano. Mai come oggi in questo contesto internazionale l’Italia ha avuto un peso, non è un paese secondario. È un paese che in una serie di crisi importanti viene chiamato a svolgere un ruolo, viene visto con la capacità di svolgere un ruolo e quindi si porta dietro una responsabilità di agire per rappresentare questo ruolo che oggi abbiamo.
DANIELA FATARELLA
Grazie mille Stefano. Dal tuo intervento mi porto via diverse cose. La prima è come avete scelto di chiamare questo padiglione, quest’area: “Nessuna crisi è lontana”. Implica una vicinanza non solo fisica, ma una vicinanza di pensiero, di approccio, di strategia. Penso che in un mondo in cui, come tu hai sottolineato, il numero delle crisi umanitarie è così aumentato, per me “nessuna crisi è lontana” vuol dire che non c’è indifferenza. Questo è un elemento fondamentale, perché ritorno sempre alla domanda del bambino. Scusate, ma penso che alla fine dobbiamo tornare ai bambini. Se non avessi fatto il mestiere che faccio… Quando quel bambino chiede: “Ma perché siete arrivati così tardi?”. “Nessuna crisi è lontana” vuol dire che non ci deve essere questo tipo di indifferenza. Questo titolo, questo nome, questo slogan oggi ce lo ricorda. La seconda cosa è che, nel momento in cui “nessuna crisi è lontana”, è vero, e va sottolineato, che viviamo in un momento in cui c’è una carenza strutturale di fondi enorme che non abbiamo mai visto come adesso. Quindi è fondamentale poter definire bene quali sono le priorità di intervento non solo nei luoghi, ma nei temi. È stato sottolineato anche dal direttore Gatti l’importanza dell’educazione che mette al centro i bambini e le bambine. Poi sottolineo una terza cosa estremamente importante che è fare sistema. In un momento in cui ci sono poche risorse, ci sono moltissimi conflitti, i bisogni sono enormi, il saper fare sistema, e in questo la cooperazione italiana negli ultimi anni sta guidando la leadership in maniera netta nel mettere insieme, come abbiamo provato a fare qui oggi, attori diversi che insieme possano fare sistema e possano utilizzare al meglio le risorse per uscire da una crisi. Oggi le crisi sono estremamente lunghe e protratte, in cui è difficile mettere una linea netta tra gestire un’emergenza immediata e lavorare nel medio-lungo periodo. Il concetto del fare sistema mi permette di portare a bordo un altro interlocutore, un altro stakeholder molto importante che abbiamo qui oggi, che è il professor Giulio Bartolini, al quale vorrei fare una doppia domanda. Una prima domanda è: noi oggi viviamo in un mondo in cui vediamo che le crisi stanno in qualche modo radendo al suolo il diritto internazionale umanitario. Anche come operatori umanitari, pensavamo di avere un framework legale e giuridico che ci permettesse di operare in determinati contesti con determinate modalità. Lo abbiamo visto violato in tantissime situazioni, Gaza ce lo ricorda tutti i giorni. In questo contesto così complesso, il ruolo delle università e in particolare del University Network for Children in Armed Conflict può e deve essere un ruolo molto importante nell’aiutarci anche a navigare tempi nuovi e molto complessi. A questo lego poi quale possa essere il ruolo anche del mondo universitario, del mondo accademico, nell’aiutarci di più a trasformare la partecipazione dei ragazzi in una partecipazione effettiva che possa influenzare quelle che diventano le scelte politiche. Grazie.
GIULIO BARTOLINI
Grazie Daniela. In effetti vorrei collegare al punto che richiamavi nell’apertura, quando richiamavi i numeri di questa emergenza umanitaria. 440 milioni di giovani sono vittime in un conflitto armato. Questi sono numeri e il rischio è di trasformare questi drammi in qualcosa di distante e lontano. Per questo è molto bello il titolo scelto dal MAECI per questo padiglione, proprio per richiamare la vicinanza, ma anche il carattere individuale di questa crisi verso le persone, che è un qualcosa che poi viene trascinato dalle bambine, dai bambini vittime dei conflitti armati per sempre. Bastava essere prima a mezzogiorno nell’auditorium, quando c’è stato quel toccante momento in cui due Hibakusha, due sopravvissuti dell’olocausto nucleare, hanno portato qui al Meeting la loro testimonianza. Allora, piccoli bambini, avevano appena 3 anni, avevano scarsi ricordi di quanto successo, ma è chiaro che questa esperienza dell’essere stati vittima del conflitto armato o dell’olocausto nucleare li ha marcati per sempre. Il rischio è che queste altre 440 milioni di persone continuino il loro futuro a essere vittime del conflitto armato, anche quando poi il conflitto armato, come è stato nel caso del Giappone, termina. Il conflitto è terminato 80 anni fa, ma i suoi effetti non sono terminati. Le persone sono venute qui al Meeting di Rimini a ricordarci, a portare una testimonianza, ma una testimonianza senza odio, come loro dicevano. Come possiamo riuscire a raggiungere questo contributo di partecipazione delle persone, delle vittime del conflitto armato e dei giovani, affinché non solo il futuro diventi un momento senza odio per la pacificazione, ma loro stessi diventino costruttori di un futuro diverso per questi stati e partecipi in attività rilevanti di testimonianza e impegno concreto. In questo l’università può offrire un contributo. L’università può e deve diventare, a mio avviso, un’istituzione che fa ricerca, che coinvolge giovani sul tema dei minori vittime dei conflitti armati, non solo sui minori, ma con loro stessi, proprio per cercare un loro coinvolgimento attivo. In questo il network dell’università per i bambini e i conflitti armati (questo è il termine), il network al quale anche collaboro, è un network di 50 università che sono presenti non solo negli Stati come l’Italia (molte università italiane ne sono parte), ma anche in Stati come l’Iraq, il Kosovo, la Palestina, la Repubblica Democratica del Congo, il Ghana, la Guinea, la Nigeria. Sono Stati che purtroppo troviamo sempre nelle cronache dei conflitti, in quella mappa sempre più puntinata di rosso, di crisi internazionali rispetto ai quali le collaborazioni con università del Nord e Sud globale, e soprattutto con università di Stati che hanno vissuto i conflitti armati, possono contribuire a un maggiore coinvolgimento dei minori, dei giovani e degli studenti nell’istruzione e nel ruolo dell’università per un cambio di paradigma. In questo nuovo paradigma, i giovani vittime dei conflitti armati non vengono visti non solo come vittime e destinatari di assistenza, ma loro stessi come attori competenti, capaci di contribuire alle attività. Su questo il network dell’università ha svolto molte attività, non solo creando dei corsi di formazione inerenti alla tutela dei minori nei conflitti armati dal punto di vista giuridico e non solo, che si svolgono tramite delle classi globali in cui allo stesso corso riescono a partecipare, grazie alle tecnologie, studenti che sono in Iraq, che sono in Kosovo, come sono in Italia o negli Stati Uniti e quindi hanno delle classi comuni nelle quali riescono a confrontarsi con gli altri. Ma questo sarebbe un ruolo comunque ancora passivo di ricezione, di formazione, seppur permettendo un’interazione fra vari attori. Quello che è ulteriormente caratterizzante è la capacità di sviluppare ricerca comune in cui gli studenti universitari di questi stati sono parte attiva nelle ricerche su problematiche giuridiche e interdisciplinari in materia di tutela dei minori nei conflitti armati. Queste ricerche vengono sviluppate in maniera transnazionale tramite la cooperazione che coinvolge, allo stesso momento, università facenti parte del network, ma in continenti diversi, siano in Europa, in Africa, in Asia o in America Latina. Questo permette una loro partecipazione, permette un coinvolgimento attivo di questi giovani che hanno loro stessi vissuto l’essere stati vittime di un conflitto armato, in ricerche volte a studiare, dal punto di vista giuridico, sociologico e altro, i temi proposti dal network. Inerente al focus del Meeting, il network ha sviluppato recentemente, grazie alla cooperazione del MAECI, un nuovo progetto sulla mediazione, sul ruolo dei giovani nella mediazione, il cui scopo è anche quello di favorire non solo la formazione verso processi di dialogo e di contributo al ruolo di peacekeeping e di mediazione in contesti conflittuali, nei quali vedono coinvolte in modo significativo le realtà locali. Questi giovani formati potranno loro stessi essere trainer, essere facilitatori verso processi di dialogo nelle comunità coinvolte da questi conflitti. Questo è un progetto che è iniziato da poco e che ritengo possa essere portatore di potenziali sviluppi. Le università possono e devono mettersi in gioco per facilitare che i temi della tutela dell’infanzia nei conflitti armati non rimangano visti dall’università come una sorta di entomologo che osserva un fenomeno naturale, ma che cerchi di coinvolgere le realtà colpite in queste attività di formazione e creazione di sapere tramite giovani che ne sono stati direttamente coinvolti. Un ultimo punto che richiamavi nella tua domanda riguardo a quali attività concrete che possono essere sviluppate. Questo è un ruolo che può essere svolto dall’università, ma anche da altri attori in cui anche l’università può tangenzialmente prestare un contributo scientifico, ma che poi a mio avviso può avere un impatto anche su attori che si potrebbero considerare più distanti. Penso in questo momento all’attività che l’Italia sta facendo su questo tema: il Ministero della Difesa sta sviluppando con un gruppo di lavoro un manuale militare di diritto internazionale applicabile alle operazioni militari. Questo è uno strumento basilare per le forze armate. È lo strumento in cui quei principi giuridici a cui Daniela si riferiva sul diritto internazionale, che deve essere rispettato dagli Stati, viene traslato in uno strumento di facile accesso per le forze armate. È chiaro che puoi dire agli ufficiali, alla truppa di qualsiasi stato: “Sì, devi rispettare la Convenzione di Ginevra, non devi colpire i beni civili, non devi colpire le scuole”. Ma questo è difficile in molti casi, anche comprendere il significato e come riuscire a mettere in pratica questi principi. Un manuale militare ha proprio lo scopo di traslare in un linguaggio accessibile e in buone prassi da seguire, in azioni concrete, questo messaggio giuridico che rischia di essere tecnico, astratto e non efficace. In questo gruppo di lavoro che ho il piacere di coordinare insieme ad altri colleghi nell’ambito del Ministero della Difesa, una particolare attenzione l’abbiamo posta proprio sulla tutela dell’istruzione nei conflitti armati. Qui l’Italia è parte di un’iniziativa intergovernativa, la Safe Schools Declaration. Save the Children ha svolto un ruolo di advocacy importante per coinvolgere gli Stati nel sottolineare, come Daniela ci ricordava, che i conflitti hanno un impatto anche sul futuro. Il negare l’istruzione ai minori è quanto di più devastante per la loro crescita futura. In questo è ovvio che la Safe Schools Declaration è un testo tecnico-giuridico che rischierebbe di essere poco compreso, ma che indica agli Stati cosa fare concretamente per evitare ad esempio l’uso delle scuole in un conflitto armato, di evitare il loro uso deliberato per logistica e prevenirne la distruzione, questo viene traslato nel manuale militare con richiami puntuali che, andando al di là di quello che il diritto internazionale richiede giuridicamente, suggerendo alle forze armate italiane quali azioni concrete potrebbero sviluppare in caso di conflitto armato proprio per evitare che in un’azione bellica, in cui potrebbero trovarsi coinvolte, vada poi ad impattare negativamente sulla tutela del diritto all’istruzione. Perché è ovvio che quando poi distruggi le scuole, come avvenuto in Siria, Ucraina e altri luoghi, distruggi non solo quel luogo fisico che permette alle giovani generazioni di studiare, ma distruggi una generazione e la loro capacità di contribuire. Quando manca l’infrastruttura di base per l’istruzione si crea un ostacolo significativo. Il manuale militare, in linea con la Safe Schools Declaration, dettaglia azioni concrete e puntuali per indirizzare e suggerire agli Stati e alle forze armate cosa fare in un macro-scenario in cui occorre essere coinvolto in un conflitto armato, un contesto nel quale i conflitti armati hanno delle regole. Queste regole riguardano anche l’istruzione e la tutela dell’istruzione deve essere uno dei pilastri dell’azione giuridica e militare degli Stati, tenendo conto di questi elementi portanti per il futuro delle generazioni coinvolte nei conflitti armati.
DANIELA FATARELLA
Grazie mille Giulio. Dalle tue parole mi ricollego a quest’ultimo concetto di proteggere l’educazione nei contesti di guerra. Condivido un brevissimo aneddoto. Quando ho visto per la prima volta il campo di Zaatari in Giordania, che accoglieva più di 100.000 profughi siriani, ricordo una bambina che, a circa 3 anni, ha passato tutti i giorni per un mese a veder costruire il nostro asilo. Quando la nostra cooperante gliel’ha chiesto: “Ma perché vieni qua tutti i giorni? Non ti preoccupare, questa scuola la finiremo.” Lei ha risposto: “No, io vengo qua tutti i giorni perché vi voglio controllare, perché io voglio tornare a scuola.” Era una bambina di 3 anni. Questa bambina, quando abbiamo inaugurato l’asilo, è entrata a scuola con un vestito da principessa blu e la madre ha detto: “Io non so perché ho preso questo vestito quando sono scappata dalla Siria. Non ne ho idea. Non ne ho mai avuto idea finché questa bambina non l’ha voluto indossare per tornare a scuola.” Questo è il potere dell’educazione nei bambini. Noi la trasliamo e la raccontiamo da adulti, ma per me le storie, le immagini sono quelle che poi ci rimangono addosso, a me si appiccicano addosso e mi permettono di continuare a capire perché questa educazione è così centrale. Grazie anche per averci guidato nel ruolo che possono avere le università, che da una parte non solo devono e possono formare, ma possono soprattutto rimettere in circolo questa formazione. Questa nuova progettualità che tu raccontavi del peacekeeping e della modalità di coinvolgere i ragazzi all’interno dei processi di pace è un altro elemento importante, perché chi è passato attraverso quel contesto, come diceva Sonia all’inizio del suo discorso, può essere la persona giusta per rimettere in circolo le giuste indicazioni. Bisognerebbe coinvolgere i ragazzi nel manuale militare per ascoltare la loro voce e prendere i giusti consigli su come applicarlo. Arrivo qui all’ultimo nostro intervento. Sono molto contenta di avere con noi Angelica Donati e soprattutto di poter avere un punto di vista importante rispetto al ruolo del mondo imprenditoriale, un mondo che costruisce e può ricostruire in contesti di guerra, come l’Ucraina. Angelica, grazie mille di essere con noi.
ANGELICA KRYSTLE DONATI
Buonasera a tutti. Grazie Daniela per avermi coinvolta oggi. È un grandissimo onore essere qui. La ricostruzione, prendiamo l’esempio dell’Ucraina, un intervento di ricostruzione massivo come quello che sarà necessario in Ucraina dopo la fine di questa guerra non può essere visto attraverso la lente solo della ricostruzione fisica. Si parla di circa 500 miliardi di euro di investimenti, si parla di ricostruire il 13% del patrimonio abitativo, 25.000 km di strade, il 50% delle ferrovie vicino al confine. È un intervento enorme. Oltre a pensare a una ricostruzione meramente fisica che può avvenire nel tempo (perché ci vorranno decenni per arrivare al risultato finale), bisognerebbe partire dal concetto della ricostruzione sociale del Paese. Visto che ci vorranno decenni per riportare l’Ucraina a quello che era o, speriamo, meglio, perché uno dei principi della ricostruzione dell’Ucraina è il concetto del “build back better“, di lasciare il Paese con un risultato migliore del punto di partenza anteguerra, è chiaro che se non si investe sul tessuto sociale del paese non si potrà mai raggiungere il risultato atteso. Per quanto riguarda il punto di vista delle nostre imprese, delle imprese di costruzione, la ricostruzione sociale non può non passare attraverso la formazione di nuove competenze. Questo lo dico perché il tema delle competenze nel comparto edile è un problema devastante a 360 gradi a livello mondiale, non è un problema ucraino, non è un problema italiano, è un problema mondiale. È un settore che purtroppo si porta dietro un retaggio superato, ma ancora diffuso, di un comparto stanco, povero, sporco, pericoloso. Noi, come sistema delle costruzioni, stiamo investendo moltissimo qui in Italia (e lo stanno facendo anche le nostre controparti in giro per il mondo), per insegnare ai giovani che in questo settore ci sono tantissime prospettive di carriera a tutti i livelli che possono dare grandissime soddisfazioni. Quando penso agli interventi di ricostruzione in tutti i Paesi attualmente in guerra, ma facciamo l’esempio dell’Ucraina, penso a interventi sia fisici che intangibili sulle future generazioni che poi dovranno portare avanti questo sviluppo. Vi volevo portare un piccolissimo esempio che può essere una best practice virtuosa da esportare in Ucraina e altrove. È un progetto che noi, come ANCE Giovani, facciamo qui in Italia da un decennio, il Concorso di idee Macroscuola. Il Concorso di idee Macroscuola è studiato per i ragazzi della scuola media inferiore, dagli 11 ai 13 anni. È quel momento molto delicato nella vita di un bambino dove si è abbastanza grandi per iniziare a pensare a cosa si vuole fare nella vita, ma troppo piccoli per fare scelte senza l’influenza e l’aiuto dei genitori. Sono scelte fondamentali per il futuro, perché la scelta per la scuola media superiore, quindi per il liceo, determinerà cosa potranno fare o meno all’università e il percorso di carriera che potranno intraprendere. Noi andiamo nelle scuole medie inferiori per raccontare ai bambini e alle loro famiglie quanto è bello il nostro settore, quanto è bello lavorarci. Ma visto che sono molto giovani, non vogliamo solo andare lì a fare orientamento, lo trasformiamo in una sorta di gioco. Abbiamo ideato questo concorso di idee Macroscuola per far vivere ai ragazzi direttamente quanto sia bello progettare qualcosa che potrebbe poi essere realizzato. Questi ragazzi, nelle loro classi (e quest’anno nella decima edizione abbiamo avuto 2600 ragazzi di tutta Italia che hanno partecipato al progetto), progettano qualcosa. Prima progettavano la loro scuola ideale, poi durante il Covid hanno progettato le case ideali, adesso fanno progetti di rigenerazione urbana. La cosa più bella di tutto questo è che spesso – i progetti vincitori delle selezioni locali e nazionali – vengono portati ai Comuni di provenienza dei ragazzi per cercare di far sì che queste idee diventino reali, considerato che la maggior parte di questi ragazzi vengono da piccole comunità e propongono idee sui luoghi veri della loro comunità, vengono ascoltati dai loro assessori locali, dal sindaco e in alcuni casi questi progetti sono in fase embrionale, in via di studio e sviluppo per renderli applicabili in maniera concreta. Ho letto lo studio che avete fatto sui bambini dell’Ucraina e una delle cose che mi ha colpito di più è quanto questi ragazzi sentano il bisogno di essere ascoltati e interpellati riguardo alla ricostruzione e al futuro del loro Paese. Penso che, cominciando da qualcosa di piccolo e locale, magari con il supporto dei costruttori ucraini – esiste un’associazione di costruttori ucraini, la CBU, partner di ANCE, con cui ANCE ha siglato un accordo nel 2022 – si potrebbe aiutare la CBU a fare in Ucraina ciò che noi facciamo in Italia con le scuole e i bambini per farli sentire più partecipi del futuro delle città in cui vivono e, un giorno, speriamo, lavoreranno.
DANIELA FATARELLA
Grazie mille Angelica. Spero davvero e speriamo tutti che il “build back better” sia qualcosa che accomunerà il processo di ricostruzione quando sarà possibile in Ucraina e in altri contesti di guerra. Soprattutto grazie per l’esempio che hai portato, perché ci fa vedere come l’ascolto e la partecipazione possano diventare fattivi, mostrando ai ragazzi che questo tipo di ascolto non è fatto “tanto per”, ma perché diventi qualcosa che cambierà i luoghi che abiteranno in futuro. Siamo arrivati alla conclusione di questo nostro dibattito. Voglio ancora una volta ringraziare i nostri ospiti Sonia Khush, Stefano Gatti, Giulio Bartolini, Angelica Donati. Mi permetto di provare a trarre qualche conclusione dagli spunti così ricchi che ci sono stati. Il primo, e lo vogliamo dire fino allo sfinimento, perché è stato ripetuto da tutti: c’è una cosa irrinunciabile in guerra, che è l’educazione. Bisogna garantire che i bambini non interrompano il loro processo educativo. Questo salvaguarda il loro presente e il loro futuro. E con il loro futuro, il futuro di quel paese e, con il futuro di quel paese, il futuro del mondo. Non è retorica. “Nessuna crisi è lontana”, perché se guardate la cartina del mondo noi siamo al centro di queste crisi. La seconda cosa: i ragazzi non solo hanno il diritto di essere ascoltati, ma gli adulti hanno un obbligo morale. Quando Sonia raccontava che i bambini chiedono: “Questa guerra, chi l’ha voluta fare? Perché mi trovo in questo contesto?”. Questo è il mondo degli adulti. Dobbiamo loro almeno l’ascolto. Come Save the Children, io sono molto orgogliosa di far parte di un’organizzazione che questo ascolto lo cerca e lo crea in luoghi e in spazi che sono creati appositamente. Il lavoro che è stato fatto in Ucraina, nella città di Mykolaïv, non lo abbiamo fatto per scrivere un report, ma perché vogliamo che si trasformi in azioni concrete quando la ricostruzione partirà. Questo ascolto che poi diventa fattivo fa sì che i ragazzi possano sentire di non aver solo subito tutto quello che in realtà hanno subito, ma di diventare dei costruttori. Ricorre il concetto del mattoncino. È il mattoncino che vediamo nell’icona del Meeting di Rimini. È il mattoncino che Sonia ricordava all’inizio, quando ha citato il bambino siriano che ha detto: “Io ricostruirò il mio mondo mattoncino per mattoncino finché non ritroverò il sorriso.” Questi mattoncini li dobbiamo dare noi. Abbiamo messo una rappresentazione dalle istituzioni alle università, al mondo delle imprese e alla cooperazione internazionale, perché ognuno ha un ruolo e questo ruolo non può essere svolto singolarmente. Dimentichiamoci: qui vale il concetto che nessuno si salva da solo. Giuro, chiudo dicendo un altro piccolo aneddoto che mi è capitato. In Romania ho incontrato moltissimi bambini ucraini scappati dalla guerra e mi sono soffermata sul disegno in uno dei nostri centri che faceva una bambina. Mi sembravano i Teletubbies che disegnava mio nipote. Mi sono fermata e ho chiesto: “Che cosa sono?”. La nostra collega gliel’ha chiesto, e lei ha detto: “Sono io insieme ai miei amici nello spazio, perché io non voglio vivere nella terra, perché nella terra c’è la guerra e io non voglio più vivere in guerra.” Questa, signori e signore, è una nostra responsabilità di far sì che quella bambina si ridisegni sulla terra. Grazie per essere stati con noi oggi. Adesso lanceremo un ultimo video. Prima ancora del video, permettetemi di fare un annuncio di servizio. Noi siamo qui ospiti al Meeting di Rimini, che è organizzato attraverso uno sforzo collettivo e siete tutti invitati a sostenere l’organizzazione del Meeting. Verranno indicate delle modalità di sostegno e di donazione per far sì che questo incontro possa essere sempre più ricco anche nel futuro. Grazie davvero di essere stati con noi oggi.










