Chi siamo
COESIONE E SVILUPPO PER UN’EUROPA UNITA
In diretta sui canali digitali di Agi, Rai News, Teleradiopace
In collaborazione con la Commissione Europea
Andrea Dellabianca, presidente Compagnia delle Opere; Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo per la Coesione e le Riforme, Commissione Europea; Giorgio Vittadini, presidente Fondazione per la Sussidiarietà. Modera Agnese Pini, direttrice QN
Rilanciare lo sviluppo dell’Europa e il suo ruolo nel mondo implica il ritorno ad un ideale di maggiore integrazione con l’obiettivo di una crescita equa e sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale. Quali passi intraprendere a questo scopo?
Con il sostegno di isybank, Regione Emilia-Romagna, Invitalia, Gruppo Maggioli
Guarda l’incontro
AGNESE PINI
Buonasera e benvenuti a questo incontro del Meeting di Rimini edizione venti venticinque, dal titolo “Coesione, sviluppo per un’Europa unita”.
La questione dell’Europa è stata il grande filo conduttore di questa edizione del Meeting. Siamo partiti con Draghi. Questa mattina c’era spronare l’Europa e gli europei affinché non si rischi di scivolare verso un’irrilevanza geopolitica, economica, ma anche inevitabilmente culturale, dentro cui le sfide globali, dentro cui siamo immersi, rischiano di trascinare i 27 Paesi dell’Unione.
Questa sera, in questo incontro con gli ospiti che adesso vengo a presentarvi, parleremo di tutto questo attraverso, però, una lente particolare che è quella soprattutto legata a che cosa? Al settore dell’economia del welfare che rappresenta un modello unico al mondo, il welfare europeo, un modello però che non è ancora garantito e può essere messo a rischio. Ce ne parleranno i nostri ospiti per arrivare a che cosa? A come creare un modello di sviluppo non solo economico, ma soprattutto di coesione sociale che sia sostenibile rispetto alle sfide dentro cui siamo inevitabilmente calati. Vi presento gli ospiti, anche se hanno bisogno di poche presentazioni, e comincio alla mia destra con Andrea Della Bianca, presidente della
Al centro Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione Europea per la Coesione e le Riforme.
E da ultimo, ma in realtà cominceremo proprio con lui, abbiamo Giorgio Vittadini, che è il presidente della Fondazione per la Sussidiarietà.
Dicevo, comincerò con lei, presidente Vittadini, perché dal suo intervento, che toccherà alcuni dei punti che ho brevemente accennato poco fa, quindi welfare e destino del welfare europeo, bilancio, potenzialità e problemi legati a quella che è la principale sfida, quindi il bacino economico su cui può finanziarsi e fondarsi un’idea anche futura di unione, per arrivare poi alle sfide della coesione economica e sociale dei 27 paesi della UE. A partire dal suo intervento, poi, prenderemo spunti per intavolare il nostro dibattito, la nostra chiacchierata. Prego.
GIORGIO VITTADINI
Vorrei articolare l’introduzione in tre punti per arrivare al tema “politiche di coesione”. Prima, una breve riflessione sul welfare europeo che, forse, certe volte ci dimentichiamo essere una grande risorsa nostra.
Pensate, negli Stati Uniti prevale un modello selettivo basato sull’idea che il welfare debba intervenire solo quando il mercato non basta. C’è un ruolo prevalente del settore privato con lo Stato come rete di sicurezza. La spesa pubblica è il 18-20% del PIL, ma molto frammentata. Il sistema sanitario è soprattutto privato e costoso.
Medicare e Medicaid sono per gli anziani e per i poveri, ma molto al di sotto sul livello qualitativo. I sussidi di disoccupazione sono molto bassi, i programmi per la povertà non grandi. È un modello liberale. Ci sono fortissime diseguaglianze. Pensate che solamente a Manhattan la speranza di vita cambia di moltissimi anni, tra blocco e blocco, quando si arriva al Bromfield.
In Europa, noi abbiamo un modello universalistico, sanità, istruzione e assistenza sono per tutti. Tanti modi diversi, magari, quello socialdemocratico in nord Europa, al modello Germania-Francia-Austria corporativo conservatore, e invece quello italiano che è basato sulla sistema sanitario nazionale, sull’intervento nazionale sull’assistenza e su un sistema di istruzione che anche questo è nazionale e pubblico soprattutto.
Comunque, abbiamo il 25-30% del PIL che viene investito su questo e c’è l’idea di universalità per tutti, tutti hanno diritto a questo. Impressionante come da noi anche un extracomunitario che arrivi possa avere un tipo di intervento che è uguale a quello di una persona italiana che abbia un reddito medio e alto, e noi siamo vissuti con questo tipo di concezione.
La questione che si apre è: ma potremmo andare avanti all’infinito in questo, pensando a tanti temi, il debito pubblico, l’invecchiamento o altro? Questo è lo scenario, ma lo scenario arriva, per arrivare alla questione che vorrei aprire per il Commissario Vicepresidente, al secondo tema che è il bilancio.
Evidentemente, di fronte ai bisogni che crescono, di fronte all’invecchiamento, di fronte al debito, noi abbiamo un bilancio comunitario dell’Istituzione Europea che ha dimensioni minime. E quindi l’idea è: ma basta questo bilancio a garantire questa universalità negli anni che crescono, quando, per esempio, in Italia, l’abbiamo visto in tanti incontri qui, la denatalità, l’invecchiamento vuol dire che ci sarà meno gente che lavora, meno gente che, quindi, dà reddito e meno gente che può permettere questo ritorno?
Abbiamo detto anche che l’Italia e i singoli paesi non riusciranno a farlo se non c’è un sistema europeo che permette. Non c’è forse un problema per garantire questa universalità che è un incremento del bilancio?
E terzo aspetto che arriva sulle politiche di coesione. Sono tante le domande. Innanzitutto, cos’è la politica di coesione per il vicepresidente Fitto, perché politica di coesione potrebbe essere, in una certa visione, e c’è stata in Italia, semplicemente assistenzialismo. Diamo dei fondi a chi è povero senza pensare a cosa serve, dal punto di vista di quello che è, senza pensare che questo sia un fattore di sviluppo. E questo è un primo tema che dice che la coesione potrebbe essere, invece, diversamente. Io penso che per Raffaele la concezione non sia certamente questa.
Ci sono delle domande che nascono dall’oggi, le spese militari. Non è che le spese militari andranno a inficiare quello che è fatto.
E il terzo aspetto di critiche che, per esempio, sono state fatte al bilancio: il pericolo di una verticalizzazione, del fatto che questo bilancio, concepito per settori, faccia fuori la visione delle regioni e dello Stato, che possono articolare come intervenire su queste politiche di coesione, con anche un auspicio che, forse, nelle politiche di coesione degli anni passati c’è stato meno: anche la possibilità che queste politiche di coesione abbiano come soggetti direttamente i corpi intermedi, un po’ come avviene per le università con l’Erasmus, un po’ come avviene con i fondi della cooperazione, un po’ come avviene con gli Horizon. Cioè, che i soggetti di privato sociale possano essere direttamente degli interlocutori di politica di coesione.
La domanda su questo terzo punto è, riassumendo: abbiamo un welfare universale, un bilancio piccolo e delle domande sulla politica di coesione che, sia nel passato che nel futuro, chiederebbero visione. Io penso che l’incontro di oggi sia anche una possibilità perché impariamo qualcosa di come l’intervento e la responsabilità di Raffaele Fitto, che ha dietro le spalle una grande storia di capacità di intervento da Presidente della Regione fino a Ministro, di come articolare in modo diverso e moderno queste politiche di coesione. Queste sono le provocazioni che lascio alla nostra.
AGNESE PINI
Grazie. Grazie al presidente Vittadini per questa introduzione, che effettivamente ci ha offerto, Presidente, molti spunti da cui cominciare. Io partirei proprio dalla questione bilancio, perché quella è anche più calda politicamente, e perché giustamente Vittadini che cosa metteva in luce? Il fatto che il rapporto tra il bilancio europeo e il PIL che rappresenta le 27 paesi è fortemente sbilanciato, (scusate il gioco di parole). Com’è possibile arrivare a un riequilibrio da questo punto di vista, anche superando che cosa? Quelli che sono i particolarismi, i nazionalismi, quindi arrivando ad un’idea di sovranità condivisa, se vogliamo chiamarla in questo modo. E questo fa chiaramente il paio con tutto l’aspetto legato alla coesione che vedremo nell’intervento successivo.
RAFFAELE FITTO
Grazie, buonasera. Mi fa, come ogni anno, piacere essere qui e partecipare al Meeting e avere questa occasione di confronto quest’anno in questa nuova veste. Mi fa particolarmente piacere perché ho, seguendo il Meeting dei giorni scorsi, visto e compreso anche che è evidente che il filo conduttore del dibattito a tutti i livelli, su tutti i fronti, è rappresentato dalla dimensione, dalla capacità, dalla prospettiva che l’Europa oggi ha, e questo è il tema dal quale partire per poter sviluppare anche le valutazioni più specifiche settoriali.
È evidente che l’Europa e gli Stati membri hanno costruito in questi anni un sistema, a partire dal welfare, ma non solamente, un sistema forte con dei limiti, con alcuni errori, ma che sicuramente ha rappresentato negli anni passati un elemento che ha consolidato anche, nel confronto con le altre realtà a livello mondiale, una dimensione e una prospettiva solida. Lo dico perché? Perché io ho avuto la possibilità e l’onore di ricoprire in questi anni i diversi ruoli delle diverse istituzioni europee. Sono stato a lungo nel Parlamento europeo, vedo dei colleghi che saluto, che rappresenta certamente un’esperienza molto importante, anche perché legittimata dai cittadini.
Da ministro ho avuto la possibilità di svolgere il ruolo all’interno del Consiglio e oggi ho questa grande opportunità, questo grande onore di essere membro della Commissione Europea. L’Europa non può essere, nella semplificazione del dibattito, individuata con qualcuno. L’Europa è tutto questo, è una sua complessità istituzionale ed è una dimensione nella quale il tema decisionale rappresenta uno degli elementi centrali, mai come in questo momento. Questo ci ha consentito anche, nel lavoro e nella predisposizione della nuova Commissione Europea, di fare alcune scelte importanti. La Presidente Von der Leyen ha indicato, per esempio, dei nuovi Commissari che prima non c’erano e che danno l’idea di come sta cambiando il mondo. Il Commissario per la Difesa era impensabile solo qualche anno fa.
Il commissario per la semplificazione è una gran buona notizia, è un tema che individua e centra una delle questioni vitali sulle quali discutiamo, ma anche il tema collegato alla flessibilità, cioè, alla capacità che l’Europa deve avere, anche alle condizioni date, con le complessità istituzionali che ci sono, di poter essere efficaci negli interventi. Perché, se è vero che in passato si poteva costruire un sistema fermo e solido di scelte, e quindi un bilancio pluriennale andava bene dall’anno in cui si approvava e si proponeva per i sette anni successivi, oggi abbiamo delle sfide di fronte che non ce lo consentono, perché il tema della flessibilità è centrale, avere la capacità di cambiare in corsa rispetto allo scenario che abbiamo di fronte.
Dal Covid alla guerra in Ucraina, all’invasione in Ucraina, possiamo avere degli esempi concreti di questo, di quanto sia stato necessario intervenire con una complessità di procedure e di quanto sia fondamentale oggi costruire un bilancio che, sul tema della flessibilità, possa essere in grado di poter definire le scelte anche rispetto al cambio di scenario.
Il tema dei dazi modifica lo scenario, vogliamo continuare ad avere lo stesso approccio? No. Alla fine di questa lunga trattativa, comunque, ci saranno dei settori che avranno bisogno di un’attenzione, di una valutazione, di un intervento.
Quindi, quando ci fu l’invasione nell’Ucraina, la grave crisi energetica ne è derivata, il Repower EU, strumento importante finalizzato in questa direzione, tutte le scelte conseguenti. Ma il Covid con il Next Generation, che ha rappresentato la grande novità anche dal punto di vista della scelta di condividere un debito comune a livello europeo, che ha rappresentato una grossa novità, una prima volta rilevantissima in questa direzione.
Ecco, il nuovo bilancio ha queste caratteristiche: nei temi semplificazione e flessibilità gioca la sua partita e la sua dimensione. E dico che la proposta che la Commissione Europea fa sarà oggetto di un lungo itero, di una lunga discussione con il Consiglio e con il Parlamento. Questo è anche importante sottolinearlo, perché, evidentemente, la logica delle istituzioni europee e la sua articolazione nel funzionamento delle istituzioni europee è un elemento importante, perché non c’è un interlocutore, non c’è un responsabile, c’è una complessità che deve dare delle risposte. E il tema che si collega alla flessibilità e alla semplificazione è quello anche di una valutazione istituzionale sulla capacità di essere in grado di incidere molto più rapidamente sui processi decisionali.
Anche questo è un tema dal quale non possiamo sfuggire e che non riguarda la Commissione Europea, ma riguarda l’intero assetto istituzionale europeo. Bene. Questo bilancio che è stato oggetto di una discussione ha degli elementi di semplificazione molto forti e molto chiari, perché ha degli elementi che indica, nell’individuazione dei diversi fondi, la possibilità di giungere a delle scelte che siano in grado di dare delle risposte. Prima di entrare rapidamente nel merito del bilancio, vorrei fare, però, un passo indietro. Il bilancio futuro è un bilancio che riguarderà il periodo che va dal 2028 al 2034. Ma, con una battuta, consentitemelo: dobbiamo arrivare al 2028 e siamo nel 2025.
Quindi, abbiamo un periodo che va coperto, un periodo nel quale bisogna intervenire, un periodo nel quale dobbiamo cercare di essere in grado di dare delle risposte strategiche rispetto al tema dei conflitti, allo scenario geopolitico profondamente cambiato, allo scenario politico cambiato e alla necessità di individuare un protagonismo a livello europeo che consenta ad un continente di 450 milioni di cittadini di essere in grado di cogliere questi aspetti.
Il tema della semplificazione è importante, sia per liberare e rafforzare il mercato interno che può rappresentare una grande opportunità, perché abbiamo molte barriere, molte difficoltà interne che devono essere superate anche nel rapporto tra gli Stati membri.
In secondo luogo, abbiamo il tema della flessibilità, che nella programmazione 2021-2027, cioè, nell’attuale bilancio, voglio fare questo esempio, perché penso che renda molto il senso della strada di marcia che stiamo compiendo e che dobbiamo portare avanti.
La Commissione Europea, è stata una mia proposta, ha messo in campo una revisione di medio termine della politica di coesione. La politica di coesione, (lo diceva Giorgio), è la politica che mira alla riduzione dei divari fra le diverse realtà territoriali ed è la politica che interviene su moltissimi ambiti della vita quotidiana dei cittadini europei, ed è la politica che, con luci ed ombre, perché, sicuramente, ci sono stati momenti non positivi in termini di capacità di utilizzo delle risorse e di qualità degli interventi da mettere in campo, che è uno degli elementi su quali dover incidere per il futuro, la politica di coesione rappresenta un terzo del bilancio europeo. Quindi, non è una politica irrilevante, è una parte del bilancio europeo fondamentale rispetto alle scelte da mettere in campo. La revisione di medio termine, che completerà il suo iter a settembre in Parlamento, porterà la Commissione Europea con gli Stati membri, su base volontaria, a riscrivere i programmi attuali. Perché?
Perché è la rigidità che dobbiamo superare, perché i programmi attuali sono stati oggetto di una discussione tra la Commissione Europea e gli Stati membri tra il 2019 e il 2021, e la sottoscrizione di un accordo di partenariato che ha individuato cosa fare con queste risorse. Questo accordo è stato sottoscritto nel 2022, quando la Russia invadeva l’Ucraina. Ma, per una serie di ragioni, queste risorse iniziano ad essere spese oggi.
Io penso che sia il primo elemento dal quale partire, per valorizzare il concetto della flessibilità e per comprendere quanto sia fondamentale modificare la scelta che la Commissione ha fatto, la proposta che abbiamo messo in campo verso gli Stati membri è quello di dire: noi vi diamo 5-9 priorità. Su base volontaria, ognuno di voi, in base alle peculiarità territoriali, può privilegiare una, due, tre o tutte e cinque delle priorità che noi mettiamo in campo con una serie di agevolazioni per riscrivere i programmi.
Le cinque priorità sono la difesa, che è un tema che nel nostro Paese ogni tanto fa saltare dalla sedia ma che dobbiamo affrontare, e dirò qualcosa di molto chiaro dal mio punto di vista su questo, la competitività, l’energia, l’acqua e la casa, che sono emergenze e priorità che noi abbiamo nel contesto europeo.
Queste cinque priorità sono su base volontaria, perché sono propedeutiche anche al lavoro che stiamo mettendo in campo sul futuro bilancio, perché nel futuro bilancio noi ritroveremo il tema del piano nazionale e regionale con il pieno coinvolgimento e, quindi, con un concetto di sussidiarietà verticale, ma che, così come è stato con il PNRR, deve essere aperto anche ad una sussidiarietà orizzontale che è decisiva rispetto alla capacità di coinvolgimento fondamentale della società civile in questo contesto.
In questa direzione, il lavoro messo in campo può consentire anche di affrontare, (come dicevo), le specificità. Io ho la delega della coesione, del Next Generation, del PNRR e anche il coordinamento di alcuni commissari, come all’interno della mia vicepresidenza, dell’agricoltura, del turismo, dei trasporti, la pesca e la blue economy.
Perché cito questo? Non per mettere in bella mostra le responsabilità, ma per dire che nella logica delle vicepresidenze della nuova Commissione c’è anche un tema che è quello di riuscire ad avere una visione comune di questi settori per dare delle risposte organiche in questa direzione. Il tema della volontarietà è un’opportunità, perché, sicuramente, ci saranno alcuni Stati membri, l’Italia, la Spagna, la Grecia, che utilizzeranno come priorità l’acqua, la casa, l’energia, la competitività e, magari, non utilizzeranno la difesa.
Ma io ho visitato in questi mesi tutti i Paesi baltici e sono stato al confine di questi Paesi baltici. Noi lì abbiamo un problema che non è solamente di difesa, che non è solamente di sicurezza, ma è un problema anche di coesione, perché abbiamo tutte le regioni di frontiera che sono in una drammatica crisi economica, perché sono regioni chiuse nelle quali non c’è più nessuna prospettiva da tre anni.
E perché cito questo? Se noi continuiamo ad avere un approccio sul contesto della difesa, della sicurezza, per il quale quello è il confine finlandese, lettone, estone, sbagliamo. Quello è il confine europeo e la politica di coesione deve avere la capacità di adeguarsi a questo contesto e le indicazioni che ho fatto, (entreremo più nel dettaglio), rappresentano una potenzialità per ridurre le disparità e per aprire una costruzione a livello europeo che possa rafforzare questi elementi, questi progetti e possa anche dare una prospettiva che sia quella di poter ridurre queste differenze e anche, soprattutto, rafforzare, (come dicevo prima), la logica del mercato interno, ma creando anche le condizioni per dare una prospettiva in questo senso.
Ecco perché il tema della politica di coesione oggi va inserito in questo scenario che è, (e chiudo veramente), rappresenta un tema all’interno delle grandi sfide che abbiamo di fronte. La sfida demografica, il tema della natalità, alla quale Giorgio faceva riferimento prima, che rappresentano le due grandi questioni. Ma c’è anche il tema della lettura dei fenomeni interni del contesto europeo, le grandi aree urbane con la grande questione del sovrappopolamento e le aree interne con la drammatica situazione dello spopolamento.
Sono tutte questioni che riguardano il tema della coesione e che devono riguardare un progetto di prospettiva per il futuro di un’Europa che sia in grado di reggere, avendo una visione. Ecco la sfida che abbiamo di fronte.
AGNESE PINI
Presidente, scenderemo più nel dettaglio dei tanti spunti che ci ha dato, però, mentre la sentivo parlare, ha fatto un discorso molto accurato parlando anche lei delle sfide, delle occasioni che ha di fronte l’Europa. Allora, mi venivano in mente come chi citava all’inizio i due fili conduttori che anche mediaticamente hanno segnato questa elezione nel Meeting, Draghi e questa mattina Metsola, tutti e due con toni altrettanto accorati.
Ci hanno ricordato che l’Europa è a un momento decisivo per non rischiare di condannarsi a un’irrilevanza geopolitica, economica, ma inevitabilmente culturale. Uso parole che sono suonate simili fra questi due interventi ponte. Come ha percepito questi appelli e quanto si sente di condividerli? Che effetto le hanno fatto? Siamo davvero a un punto così delicato? Dal suo discorso abbiamo capito che effettivamente ci siamo. Sì, siamo in un momento molto delicato.
RAFFAELE FITTO
I cambiamenti a livello geopolitico sono fondamentali, quello che sta accadendo, chiaramente, a livello mondiale ci pone di fronte delle scelte e l’Europa deve essere in grado di affrontare questa sfida. Però, nello spronare l’Europa, non dobbiamo spronare l’Europa in generale, dobbiamo spronarci tutti, perché tutti, in un modo o nell’altro, siamo parte di questo grande progetto.
Non possiamo fare qualcosa di diverso e dobbiamo farlo, soprattutto, anche cercando di comprendere che oggi l’Europa può svolgere questa funzione, (come dicevo prima), nella condivisione dei ruoli delle diverse istituzioni, ma anche, soprattutto, cercando di porsi in una posizione anche di interlocutore autorevole nel contesto internazionale. Non si tratta di vedere il bicchiere mezzo pieno, mezzo vuoto. Se la domanda è: avreste voluto non avere i dazi?, la risposta è sì. Ma la domanda non può essere questa. La domanda è: alle condizioni date è stato chiuso un buon accordo o no?
Se lo paragono e lo confronto con tutti gli altri dazi posti nel resto del mondo, dico che l’accordo è molto positivo. Ma questo non vuol dire che sono contento che abbiamo i dazi, perché diventa molto complesso spiegarsi o interloquire in questo modo. Vuol dire che nel 15% noi abbiamo inserito anche ciò che c’era, a differenza della percentuale assegnata ad altre realtà che si somma a quello che già c’era. È una differenza notevole, importante. È un risultato del quale essere felici? No, perché nessuno avrebbe voluto affrontare il tema dei dazi.
Abbiamo una serie di settori importanti e rilevanti che sono ancora oggetto di una discussione. L’Europa avrebbe dovuto fare di più, probabilmente, però, è anche il caso di dire cosa e come. Perché diventa complesso, è difficile affrontare le questioni indicando qualcuno che avrebbe dovuto fare di più, qualcuno generico, a fronte del fatto che noi, invece, abbiamo visto un lavoro complesso, che ha visto una collaborazione molto positiva tra la Commissione Europea, che ha una competenza specifica su questo tema degli scambi commerciali del mercato, ma che ha messo in campo una collaborazione molto importante e positiva con gli Stati membri per giungere a un risultato che, dal mio punto di vista, rappresenta, alle condizioni date, il migliore possibile e che dobbiamo lavorare ancora per implementarlo e per migliorarlo.
Anche il tema dei conflitti e, quindi, del ruolo dell’Europa. Anche questo è un tema complesso, perché non è che noi lo definiamo sulla base di una posizione generica dell’Europa, perché, per poter avere un protagonismo nei conflitti, devi superare il primo tema dal quale siamo partiti, cioè la capacità di investire sul settore della difesa che ti consente di avere quella sicurezza e quel ruolo da protagonista che devi oggi, inevitabilmente e giustamente, condividere con gli Stati membri.
Io penso che spronare vada bene, sapendo che dobbiamo spronarci tutti, però. Perché se qualcuno sprona qualcun altro, ho difficoltà a vedere chi deve essere spronato, o, quantomeno, bisogna trovare sempre le soluzioni e, quindi, in una critica dare una alternativa sarebbe utile per comprendere meglio come poter fare di più e meglio, evitando, invece, di dire non va bene, siamo marginali. Sì, lo siamo per certi versi, per altri non penso.
E, secondo me, anche lo sforzo che la Commissione Europea ha messo in campo in questi primi mesi, non lo dico per spirito di parte, ma perché è un dato oggettivo, cioè quello di andare a definire un accordo con i paesi del Sud America, il Mercosur. Aprendo un mercato molto importante, so che questo porta, in alcuni casi, in alcuni ambiti delle tensioni. Le discuteremo sul fronte dei controlli o di alcuni settori che potrebbero avere degli elementi negativi. Ma un mercato di centinaia di milioni di persone che si apre rappresenta un’opportunità, un’alternativa in generale per l’Europa, per l’Italia una grandissima opportunità per le peculiarità del nostro Paese. Aver iniziato, come Commissione Europea, un percorso e un dialogo.
Siamo stati, come Commissione Europea, tutti insieme per avere un incontro in India con il governo indiano, per aprire anche su quel terreno un dialogo molto importante e positivo. Averlo fatto anche con altre realtà, (penso al Sudafrica, alcune realtà dell’Asia), rappresenta anche l’idea che ci può essere un protagonismo, perché alcune questioni, alcune problematiche possono essere superate o rafforzate, superando le barriere del mercato interno che abbiamo, ma interloquendo con altri mercati e, quindi, avendo una visione in questo contesto.
Diversamente, diventa difficile individuare le soluzioni. Ecco perché io penso che, mai come in questo momento delicato, difficile, molto complesso, ci sia bisogno non di dire qualcosa, ma di fare qualcosa di concreto e, soprattutto, di contribuire con spirito costruttivo a trovare le soluzioni.
AGNESE PINI
E a proposito di soluzioni da trovare, Lei ha usato, inevitabilmente, giustamente, molte volte la parola difesa, perché siamo dentro un contesto in cui non possiamo prescindere dall’usare questa parola. Mi ha colpito anche il richiamo al fatto che il fronte dei paesi baltici non è un altro rispetto all’Europa, ma è il nostro confine. Un possibile, e speriamo di no, ma un possibile allargamento di tensioni geopolitiche che già sono nell’aria.
Giustamente, però, nel suo intervento, il presidente Vittadini ci faceva un richiamo al fatto che spese per la difesa, questo è un tema che vale a livello europeo, (poi, sappiamo vale anche a livello di singoli stati nazionali), può andare a creare che effetto collaterale?
Quello di andare a risparmiare su altri settori, allora, il grande timore per i paesi che appartengono al sistema di stati sovranazionale col welfare migliore del mondo, perché questo ce lo riconosciamo. A proposito della centralità dell’importanza dell’Europa, abbiamo un welfare che sicuramente fa scuola rispetto anche a quello degli Stati Uniti, per citare un altro grande dell’Occidente. Ecco, il rischio è quello che si debba andare a erodere questo patrimonio che ha garantito 80 anni di prosperità nel nostro continente. Con quali prerogative, capisco che il tema è complicatissimo ed enorme, però, se riusciamo a individuare delle certezze in questo grande oceano?
RAFFAELE FITTO
Sì. Innanzitutto, partendo da un dato: che cosa intendiamo per difesa? Perché, se noi la difesa l’associamo allo scenario di guerra immediato, è tutto molto difficile. Se, invece, la difesa la individuiamo come un tema centrale e fondamentale che rappresenta l’elemento che può garantire la sicurezza e che può dare un protagonismo ad un’istituzione come quella europea e, quindi, una garanzia per gli Stati membri, penso che sia un elemento diverso.
Se noi per difesa intendiamo l’acquisto di armi, è un conto che pure c’è come tema. Ma se noi, come difesa, intendiamo, per esempio, la garanzia dal punto di vista infrastrutturale, nell’accordo che è stato condiviso a livello internazionale del 5% previsto, l’1,5% è collegato alle infrastrutture. Io, personalmente, cerco sempre, per mia formazione, prima di parlare di un tema, di provare a capire, andando anche a toccarlo da vicino.
Accennavo prima di essere stato nei Paesi baltici al confine con la Russia e sono andato in tutte le regioni di confine, vedendo, innanzitutto, una grandissima differenza tra la capitale e queste realtà. E vedendo che in questi territori c’è bisogno di andare a ridefinire complessivamente una linea di sviluppo, perché Haparanda, al confine con la Russia, in Finlandia, viveva di turismo in modo particolare russo. Aveva una serie di altre attività collegate a questo. Oggi bisogna andare a ridefinire e a ricostruire un modello di sviluppo in quei territori. Questo rappresenta anche il valore dell’investimento sulla difesa, oltre al fatto che l’investimento sulla difesa vuol dire cybersecurity, innovazione, opportunità anche occupazionali, perché, quando anni fa si è iniziato a fare degli investimenti sui droni, nessuno immaginava che quell’uso civile, che era l’obiettivo, potesse diventare uno dei principali protagonisti degli scenari di guerra che oggi noi conosciamo.
Quindi, anche il tema dell’investimento in difesa non va rappresentato in modo strumentale esclusivamente collegato allo scenario di guerra, ma rappresenta un’opportunità per un uso duale civile e militare che diventa centrale e decisivo anche per poter costruire una dimensione europea adeguata.
È il confine con la Russia, con la Bielorussia di alcuni paesi europei, è un tema del quale dobbiamo occuparci o non vogliamo occuparcene? Vogliamo far finta che è distante e che non ci riguarda? Sono tutti temi fondamentali con i quali dobbiamo convivere e dobbiamo avere anche, sono abituato a dire le cose così come stanno, perché è chiaro che se uno dice noi siamo contro la guerra, siamo per la pace e non possiamo fare questo investimento, pigliamo un sacco di applausi, siamo tutti contenti, ma rischiamo di aver detto una cosa impossibile, irrealizzabile, fuori dal mondo, fuori dal contesto nel quale viviamo, che è in contraddizione con tutto ciò che sta accadendo nel mondo, che è in contraddizione con quella che deve essere la strategia principale per andare a costruire una difesa europea che sia in grado di garantire questo, che garantisca una sicurezza, una sicurezza che è anche una sicurezza alimentare, non è solamente la sicurezza della guerra, che è una sicurezza collegata alla necessità che l’Europa abbia una sua autonomia strategica, cioè, che sia in grado di avere al suo interno la capacità di resistere.
Perché non dobbiamo dimenticare che nel 2022 abbiamo, (lo dico in modo ironico), scoperto tutti che dipendevamo energeticamente dalla Russia, ma lo sapevamo tutti. E in pochissimo tempo siamo stati in grado di quasi azzerare questa dipendenza con una serie di difficoltà. Oggi questo tema dell’energia è un tema certo, è un tema centrale e dobbiamo anche capire che geopoliticamente dobbiamo svolgere un’azione differente, per esempio, il tema del Global Gateway che si ricollega al tema del Piano Mattei – La Presidente Von der Leyen e il Primo Ministro Melloni hanno tenuto un’iniziativa proprio poco tempo fa a Roma, associando le due prospettive – va in questa direzione, il bilancio europeo raddoppia le risorse per il Global Gateway.
Perché? Il tema dell’Africa oggi è centrale. O vogliamo fare gli spettatori, veramente, e assistere a chi prende in mano l’Africa, che è un continente che ha delle grandi opportunità sul tema di tutte le necessità che oggi noi abbiamo per andare a costruire un sistema adeguato dal punto di vista dell’autonomia strategica? Sono questi i temi dei quali dovremmo occuparci e sono questi temi sui quali l’Europa deve costruire una sua dimensione e deve farlo utilizzando le risorse disponibili in modo adeguato.
Se parliamo di un allargamento dell’Unione Europea, Balcani, Ucraina, noi stiamo parlando di un allargamento che ha un costo. Dobbiamo dircelo. E ha un impatto sulla coesione, perché se noi allarghiamo, entrano paesi che hanno una condizione di assoluta maggiore povertà rispetto alla nostra.
Quindi, si cambiano i parametri, a meno che non si decide di investire sull’allargamento, comprendendo che questo sia strategico. Se noi allarghiamo all’Ucraina, il tema dell’agricoltura è un tema centrale che modifica complessivamente la situazione a livello europeo. Bisogna porsi queste grandi questioni se vogliamo avere una visione e una prospettiva.
Questo è lo sforzo che dovrebbe compiere tutte le istituzioni europee e dovrebbe essere l’analisi vera, perché l’alternativa è il rischio di un ping-pong dal punto di vista politico. Giorgio ha ricordato molte mie esperienze, io ho anche una lunga esperienza politica. Me la caverei anche nel giocare a ping-pong con dichiarazioni, ma dobbiamo, invece, andare nella sostanza e capire che la rapidità con la quale sta evolvendo il mondo non ci dà il tempo per riflettere e per rinviare.
Dobbiamo essere in grado adesso di compiere delle scelte che ci consentono di essere al passo con i tempi e di dare una prospettiva seria ed un ruolo centrale all’Europa nel contesto mondiale. Questa è la sfida che abbiamo di fronte.
AGNESE PINI
A proposito di coesione, che era l’ultimo punto, ma anche quello più caldo del nostro dibattito, io credo che abbia toccato veramente una parte centrale della questione, quando parlava di allargamento o meno dell’Unione Europea ad altri paesi, Ucraina, Balcani.
Perché? Noi arriviamo da una stagione in cui c’è stata una grande espansione europea, anche sull’onda di un entusiasmo vero, che si respirava vent’anni fa ormai, rispetto alle potenzialità di allargamento dell’Europa.
C’è stato un reflusso, come sempre accade in questi casi, sui rischi e anche sugli effetti collaterali di questo allargamento. Ci siamo interrogati su quanto sia stato positivo o meno allargarci ad altri paesi, meno storici. Abbiamo una grande tema ucraino, perché qui si apre un problema anche etico rispetto all’Europa, però, con degli effetti collaterali che anche ce lo politicamente possono essere impattanti. Lei, giustamente, indicava, soprattutto, anche le questioni a proposito di coesione, di coesione economica, sociale, culturale, perché parliamo di paesi che non hanno storie che dialogano bene come Spagna, Francia, Germania, come i fondatori.
Qual’è la posizione che deve tenere l’Europa a fronte di queste sfide che si aprono? Delle nuove sfide potenzialmente ancora più dure di quelle dentro cui siamo già immersi.
RAFFAELE FITTO
Ha delle sfide, non c’è dubbio. Ma il tema dell’Ucraina oggi assume un valore che va oltre queste considerazioni in questo momento. Quindi, se prima la discussione era legittima rispetto a questo tema, oggi anche per la quantità di risorse che sono state investite in questi anni per tenere la posizione, perché si gioca una partita valoriale. Poi, non possiamo gettare tutto, sempre, comunque, sull’aspetto solo economico.
Qui sono in discussione dei valori, valori centrali che hanno costituito l’Europa, che sono valori che troviamo anche in un altro elemento di confronto a livello mondiale, che è la linea di demarcazione che c’è fra le democrazie e il resto.
Quando ho parlato prima degli accordi commerciali avviati con i paesi del Mercosur, con l’India, è una delle più grandi democrazie, con alcuni paesi dell’Africa, dal Sud Africa, in Asia. E qui si gioca anche una partita valoriale su quello che è il punto fondamentale. Se noi possiamo immaginare di non considerare importanti questi temi e, quindi, di poter giustificare tutto sul fronte dell’interesse commerciale economico, noi dobbiamo avere anche la capacità di tenere questi valori.
La democrazia è un valore fondamentale. Prima lo davamo per scontato, oggi vediamo in giro per il mondo che così scontato non è. Quindi, è un tema sul quale concentrare la nostra attenzione, costruire anche le politiche di intervento e creare le condizioni perché possa prevalere questo tema e che ci sia una netta riga di demarcazione, guardando anche a sistemi democratici differenti che hanno maggiore capacità decidente, che sono in grado di poter intervenire in modo più efficace dal punto di vista della struttura istituzionale, ma che, però, lasciano indietro dal punto di vista sociale, (come è stato ricordato anche nella premessa da Giorgio).
Quindi, su questi temi, noi giochiamo una partita molto importante. Quindi, il tema dell’allargamento è fondamentale in questa direzione. Ma il tema della coesione rappresenta anche una valutazione interna importante. Noi viviamo una condizione in Europa, (l’Italia compresa, chiaramente), nella quale, (come accennavo prima), abbiamo questa grande differenza tra le grandi aree urbane e le aree interne. Noi dobbiamo oggi guardare in prospettiva cosa vuol dire questo?
Perché noi rischiamo di ritrovarci in Europa, in molte aree, con uno spopolamento crescente che porterà ad una desertificazione di intere parti del territorio europeo con una serie drammatica di conseguenze relativamente a questo e, al tempo stesso, abbiamo una seconda questione della concentrazione della popolazione delle grandi aree urbane che sta comportando una serie di questioni sociali che sono emergenze, (penso al tema della casa), trovare una casa a prezzi accessibili per una giovane coppia oggi.
È una delle cose più complicate che ci possano essere. Quindi, su queste tematiche dobbiamo cercare di capire come finalizzare la politica di coesione, leggendo le diversità territoriali che abbiamo nel contesto europeo, perché noi abbiamo diverse situazioni, diversi scenari nel contesto europeo fra diversi stati membri. Su questo dobbiamo cercare di dare delle risposte adeguate e concrete nel programma della Commissione Europea, utilizzando anche un lavoro importante. Ne parlavamo poco fa durante un’iniziativa con Confagricoltura dove mi sono confrontato con Enrico Letta.
Il rapporto che Enrico Letta ha presentato a livello europeo è un rapporto – io, da ministro degli affari europei, ho lavorato con lui e ho contribuito a realizzare questo rapporto che affronta diverse questioni – ne cito una, in modo particolare: il right to stay, il diritto di rimanere. Noi oggi abbiamo un fenomeno particolare. È giusto che i giovani vadano in giro per le robe per il mondo, certo, a fare le loro esperienze. Sì, ma diventa un problema quando tu sei obbligato ad andare via dal luogo dove sei nato e dove tu vorresti vivere.
Il tema dello spopolamento delle aree interne, della mancanza di infrastrutturazione dal punto di vista materiale, immateriale, sociale, rappresenta un’altra delle grandi questioni per rafforzare il contesto europeo e per affrontare questa questione insieme alla riorganizzazione delle grandi aree urbane all’interno di questa dimensione della crisi demografica, che non abbiamo affrontato ma che rappresenta un tema rilevantissimo.
Non voglio entrare in questo dettaglio. Dico che quando siamo andati in India abbiamo toccato con mano cosa vuol dire l’opposto e cosa vuol dire una proiezione da qui ai prossimi decenni di questa dimensione. Sono questi i temi sui quali dovremmo concentrare l’attenzione e finalizzare le risorse. È facile? No, è difficile. Però, c’è un altro elemento che è la qualità della spesa. Dobbiamo avere la capacità e il coraggio di dire che a livello nazionale, come a livello europeo, in passato spesso la qualità della spesa pubblica ha abbondato in alcuni settori senza guardare agli obiettivi veri. Quindi, c’è anche la possibilità di creare le condizioni per migliorare la spesa pubblica, per dare una qualità della spesa pubblica adeguata e la politica di questione può rappresentare un elemento centrale in questa direzione.
AGNESE PINI
Grazie al Presidente Fitto.
Andrea Della Bianca, lei è all’ordine delle conclusioni. Abbiamo qui seminato praterie, è complicato rimetterci ordine. Io, così, le rioffro degli spunti di quelli che mi sono rimasti più in mente negli interventi precedenti.
Partendo, questo dato, l’Europa demografico, unito al rischio di desertificazione delle aree rurali rispetto a quelle urbane. Credo che sia estremamente centrale e si collega. Comunque, quelle che siano in piani di sviluppo di utilizzo qualitativamente alto della spesa pubblica, lo ricordava il presidente Fitto.
Credo che questa sia davvero uno dei temi su cui l’Europa più volte nel passato ha ceduto. Ma le che toccano da vicino il cuore delle famiglie, dei cittadini europei. Abbiamo parlato del welfare, abbiamo parlato delle potenze di dare il bilancio. E mi ha colpito, il presidente Fitto, più volte ha parlato dell’esigenza di semplificare certe procedure, che è qualcosa che anche il mondo economico a gran voce all’Europa, e su quel punto l’Europa ancora sta offrendo risposte parziali. Io mi sono invitata a fare una piccola carrellata e adesso tocca a lei.
ANDREA DELLABIANCA
Grazie. Ringrazio il vicepresidente Fitto e l’introduzione di Giorgio. Devo dire che è stato molto interessante ascoltare lo sviluppo del discorso, anche perché siamo partiti da una provocazione dell’incontro che aveva dentro tre termini: coesione, sviluppo e Europa Unita. Coesione che significa rafforzare il senso di appartenenza tra i Paesi affinché facciano un percorso comune.
Attraverso degli strumenti che cercano di ridurre quelle diseguaglianze economiche e territoriali di cui anche adesso si è accennato, fino a arrivare tutto il sistema di welfare che è stato per noi compagno di strada in tutti questi anni, ma che ha bisogno di una verifica di sostenibilità futura.
Sviluppo, sicuramente, perché l’Europa ha e deve avere questa capacità di sviluppo sostenibile e innovativa in un mercato sempre più complesso, il tutto per un’Europa unita.
A me, dentro questa traiettoria, mi colpivano alcuni spunti che sono emersi dall’intervento, perché alcuni termini: l’Europa ha una complessità istituzionale, basta vedere, sentire come viene costruito un bilancio e in che tempi questo viene attuato, flessibilità, capacità di cambiare, semplificazione e rapidità di decisione.
Questo, per noi che facciamo impresa, sono termini che ci provocano quotidianamente, perché anche noi, in una traiettoria di impresa, pianifichiamo un’ipotesi di investimento, un’ipotesi di budget, un’ipotesi di sviluppo, ma, abbiamo a che fare con il necessario bisogno di saper intercettare il cambiamento, saper innovare, saper decidere.
Per fare questo occorre aver chiaro quali sono i fattori, (diceva il Vicepresidente), i valori centrali che permettono quell’appoggiarsi, quel punto saldo, attraverso il quale io posso cambiare e decidere. Il cambiamento, la decisione e la velocità con cui questa avviene non è un rischio folle, non è una cosa casuale, ma deve fare i conti con quei tratti che sono fondanti il motivo per cui non abbiamo fatto impresa, oppure si è costituito l’Europa.
Questo è un fattore che deve essere certo e che non può essere qualcosa di tanti anni fa a cui io non mi devo più legare, ma deve essere qualcosa che ha segnato la nascita e deve essere verificato continuamente nella sua verità e veridicità. Si è arrivati a definire alcune direttrici strategiche di sviluppo che io condivido molto.
Sicuramente l’Unione economica integrata che oggi ha a che fare con un bilancio che vale forse l’1% del PIL europeo ed è molto inferiore al bilancio di alcuni Stati, limita anche azioni di investimento e strategiche che devono far fronte a questi cambiamenti. Una politica industriale europea.
Oggi ci troviamo di fronte a un cambiamento in alcuni settori, io, per esempio, mi occupo del settore automotive che ha un cambiamento importantissimo e ha un’incidenza anche su un indotto territoriale che ha bisogno di una politica che possa traguardare e favorire un cambiamento che, altrimenti, le aziende e i territori e, quindi, tutto l’impatto economico da solo non riesce a fare e, comunque, fare in maniera separata anche fra paesi è sicuramente meno possibilità che farlo insieme.
Energia, l’abbiamo già detto. Mercato unico dell’energia, oggi è un fattore di differenza sostanziale sulla competitività economica anche europea.
La coesione territoriale, i fondi di coesione, l’ha già detto, ma ha a che fare anche sul puntare sui giovani e l’istruzione, perché questo diventa fattore di coesione e fattore di sviluppo comune, perché l’investimento in un futuro di un paese o di una comunità come quello dei Paesi Uniti all’interno dell’Europa, se non punta su giovane istruzioni come fattore di crescita, di sviluppo e di innovazione, ha una visione abbastanza corta.
La ricerca e l’innovazione, l’avete già detto.
Il ruolo geopolitico mi piaceva molto quanto è emerso, perché, sicuramente, la politica estera unitaria è importante e rafforzare i nuovi mercati. Si parlava di India, si parlava di Africa, perché noi abbiamo vicino un continente che avremmo già potuto contaminare con un’economia positiva che è quella europea. Abbiamo lasciato che altri paesi e altre forme di concezione di economia entrassero. Oggi è più difficile, ma è una strada che dobbiamo fare.
Sicuramente sono mercati meno ricchi rispetto a quello degli Stati Uniti che è segnato dai dazi, ma è sicuramente il tradurre un’opportunità e quel cambiamento che si diceva prima che è necessario. Ricordando una frase che diceva il vicepresidente Fitto: “Spronare l’Europa per essere spronati tutti”, questo dice di un’idea fondamentale che la coesione, (come abbiamo sentito questa sera), non è solo un avvicinamento economico o tecnico, ma occorre partire da dei soggetti sociali.
Non è un accordo di territori neutri, anche l’esempio delle aree interne o urbanizzate, ma è proprio l’idea di relazione fra persone, l’idea di relazione di un tessuto sociale che è fatto dalle imprese, dalle scuole, dagli ospedali, dai servizi, che è tradotto, (come diceva il presidente Draghi nel suo ingaggio), da corpi intermedi che sono quelle strutture che aiutano il dialogo tra le istituzioni e il territorio, cioè, ripartire dai soggetti sociali, dalle persone. Questo penso che sia un fondamento che permette di tradurre anche le azioni economiche con quella capacità di cambiamento e di velocità, ma tenendo presente qual è il fondamento che ha mosso la creazione di questa strada, che per me non può essere messa in discussione, ma che permette quella velocità di cambiamento e quella risposta ai bisogni che oggi emergono così in maniera intensa, che è necessario che coinvolga tutti.
AGNESE PINI
Grazie. Il nostro tempo è arrivato a scadenza. Io ringrazio gli ospiti: Andrea Della Bianca, Raffaele Fitto, Giorgio Vittadini. Rifateli un grande applauso. Ringrazio il pubblico. Speriamo di esservi stati utili anche. Grazie.










