Chi siamo
CALCIO SEDUTO. TU SEI UN PEZZO DI PARADISO
Organizzato da Calcio Seduto – A.S.D. FatimaTraccia
Alberto Capetti, docente Istituto Maria Consolatrice, Milano; Pietro Sempio, studente di Lettere Moderne, Università degli studi di Milano; Aly Shankarè, neolaureato in Scienze Bancarie, Università Cattolica del Sacro Cuore
Un progetto sportivo nato per includere chi spesso resta ai margini. “Calcio Seduto” è oggi spazio di relazione, appartenenza e crescita, dove disabilità e fragilità non sono ostacoli ma risorse. Un’esperienza che racconta come lo sport possa abbattere stereotipi, coinvolgere comunità e restituire a ciascuno il proprio posto nel mondo.
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SAMUELE ORNAGHI
Buongiorno a tutti e benvenuti all’incontro “Calcio seduto. Tu sei un pezzo di paradiso”. Io sono Samuele, un papà che vive l’esperienza dell’associazione La Mongolfiera. Oggi qui ci sono Alberto Capetti, professore di italiano all’Istituto Maria Consolatrice di Milano, Alice Chancaré, laureata in Scienze Bancarie all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e Pietro Sempio, studente di lettere moderne all’Università Statale di Milano. Ho conosciuto la realtà del calcio seduto perché mio figlio Martino, primo di tre maschi, di 9 anni, è un bambino autistico. Quindi quando Alberto e Cinci mi hanno proposto di portarlo agli allenamenti del calcio seduto ho detto di sì, molto incuriosito da diverse cose, in realtà, dall’attività in sé, di come sarebbe stato Martino e di conoscere questi ragazzi universitari che danno il loro tempo gratuitamente per dei ragazzi speciali.
Sarei falso se per prima cosa non vi dicessi che l’esperienza, da un mero punto di vista sportivo, è stata un disastro perché Martino non ha mai accettato di sedersi. Io però ho avuto la possibilità di conoscere questi amici e di passare tanto tempo con loro. Quindi vi racconto brevemente tre cose che mi hanno colpito di questo anno passato insieme. La prima è: quello che succede a uno è utile per tutti. Mi colpisce moltissimo come in questa storia ci siano stati tanti sì diversi. Il primo di Amedeo e di Maria di adottare Johnny, poi quello di Alberto nel prendere sul serio la passione di suo fratello per il calcio, senza considerare la sua condizione fisica come un ostacolo insormontabile. Poi quello degli amici di Alberto nell’aderire a una proposta fatta da un loro amico e infine noi famiglie.
Mi colpisce come ci sia stata e ci sia ancora una dinamica generativa che definirei a cascata. Ognuno di loro ha detto il suo sì di fronte alla circostanza in cui si è trovato e questo sì personale è diventato generativo e interessante per tutti. Vedere un amico in azione è una provocazione per tutti e tutto di noi si riattiva grazie all’incontro con quell’amico. Poi penso che sia anche bellissimo pensare come nessuno in questa storia, quando ha detto il suo sì, avrà pensato alle conseguenze e a tutto quello che è successo dopo.
Il secondo punto è lo sguardo con cui vengono guardati questi ragazzi, perché io accompagnando Marti ho avuto la fortuna di essere presente a qualche allenamento e a una partita. Mi ha colpito molto l’attenzione, la creatività e la serietà che questi amici mettono nei confronti dei ragazzi della squadra. Settimanalmente viene organizzata una sessione di allenamento e viene preparata con cura e precisione in ogni suo aspetto. I componenti della squadra sono un po’ vivaci e quindi a volte ci sono delle interruzioni, lo spartito da modificare o da cambiare. Vedere come gli allenatori stanno con questi ragazzi è una cosa che in primis educa me, perché io vedendo loro in azione imparo un modo intelligente, creativo e serio di stare con Martino, perché Martino non è solo un bambino autistico, ma in primis un gran tesoro e come tale va trattato. Questo modo si può imparare, si può essere educati anche da ragazzi più giovani.
L’ultimo punto è: il calcio seduto dovrebbe essere per tutti, perché in un dialogo con gli allenatori io una volta dicevo: “Comunque il calcio seduto dovrebbe essere esteso ai fratelli dei nostri bambini, perché è proprio una cosa bella”. Uno di loro ha aggiunto: “Tutti noi avremmo bisogno del calcio seduto”. Per me è una frase geniale, perché tutti noi abbiamo bisogno di essere amati e guardati, non solo perché siamo bravi a fare qualcosa oppure per il limite che possiamo avere, ma guardati per il tesoro che ognuno di noi è. Per cui l’esperienza del calcio seduto e di questi amici diventa una cosa utile e bella per tutti, sia per chi la guarda da fuori come me, sia per chi si implica in prima persona come loro. Prima di dare la parola ai ragazzi, faremo partire un video per farvi vedere in cosa consiste il calcio seduto.
VIDEO
SAMUELE ORNAGHI
Abbiamo pensato di organizzare l’incontro con due giri di domande. La prima che faccio ad Alberto, a Pietro è: “Come avete conosciuto la realtà del calcio seduto e come vi siete imbattuti in questa realtà?“.
ALBERTO CAPETTI
Ciao, sono Alberto. Io il calcio seduto l’ho incontrato in casa, nel senso che è nato dal rapporto con mio fratello Jonel. Appunto, proprio come si vede nel video, la situazione era questa: Jonel partecipava all’Accademia di Bebe Vio, bellissima, a Milano, che faceva fare sport a ragazzi con disabilità. Questa accademia però permetteva di frequentare solo per un anno. Io nel frattempo stavo allenando la squadra del quartiere, il Fatima, ed è stata un’esperienza bellissima. Ogni partita era una festa, venivano tantissimi genitori e facevano la merenda fuori ed era proprio bello. A fine anno vinciamo il campionato, facciamo una festa in giro per il quartiere e mentre festeggiamo penso questa cosa, dico: “Ma io voglio che questa cosa la possa vivere anche mio fratello”. In realtà, a onor del vero, c’era mia mamma che già metteva questa pulce nell’orecchio un po’ a tutti, cercava una squadra per Johnny. Ho pensato: “Io sono un mister, Johnny è un calciatore, una società esiste, proviamo”. Per cui abbiamo provato, abbiamo fatto un’estate a chiedere davvero ovunque, a volantinare in giro per il quartiere e niente. Così è come è iniziata. Siamo andati al primo allenamento in cui eravamo io e un mio amico come allenatori, Jonel, un altro bambino. Il primo allenamento dovevamo essere noi quattro, quindi avevamo già preparato, abbiamo pensato: “Vabbè, facciamo due chiacchiere, ci conosciamo”. Invece sono arrivati tre bambini che non ci aspettavamo. Uno di questi bambini arriva, mi abbraccia e porta una merenda. Per cui subito iniziamo alla grande. Possiamo allenarci anche se da quattro siamo sette, comunque poco per una squadra, ma iniziamo ad allenarci, abbiamo la merenda. L’elemento della merenda è simpatico, ma è interessante perché è un elemento ancora vivo. Nel senso che è come se nel primo allenamento ci fosse stato subito un senso di gratitudine totalmente inaspettato di questo bambino. Dall’allenamento dopo, quello dopo ancora, gli altri vedendo la bellezza di quel gesto così semplice, portare una merenda, hanno iniziato a portare la merenda. Questo è il terzo anno che c’è il calcio seduto. Siamo nati da poco, però dopo 3 anni ancora quasi i genitori o gli allenatori si mettono d’accordo fra di loro su chi può portare la merenda, come desiderio di fare feste insieme. Basta questo.
SAMUELE ORNAGHI
Alì, raccontaci tu invece come hai incontrato.
ALY SHANKARÈ
Io ho incontrato calcio seduto grazie ad un amico ma all’inizio ero abbastanza prevenuto perché i miei compagni erano bambini mentre io ero un universitario. ….. In verità, all’inizio io avevo un po’ timore di dire: “Io non sento nulla con questi bambini”. Ho deciso comunque, di mettermi in gioco ed ogni allenamento mi accorgevo che l’amicizia con i compagni e gli allenatori stava diventando sempre più autentica. Non era solo la passione per il calcio ad unirci ma il fatto che ci fosse qualcuno da seguire, i nostri mister. Loro, in primo luogo, erano attenti ad ognuno di noi fin nei minimi particolari, dal “come stai?” iniziale, al passaggio corretto, alla merenda finale. Questo mi fa dire che tutto è unito che c’entra tutto, che c’è tutto in quell’allenamento. UN allenamento fatto bene in quel luogo non è solamente un allenamento ma è un passo in più per dire “ci siamo” e i mister hanno ben chiaro questo.
SAMUELE ORNAGHI
Per ultimo Pietro, che è il più giovane degli allenatori in termini di tempo.
PIETRO SEMPIO
Sì, io sono Pietro e di fatto ho conosciuto il calcio seduto un po’ per caso. Io studiavo con Alberto e a un certo punto sono stato invitato a una festa di questa associazione della Mongolfiera in cui Alberto e Matteo, che è un altro degli allenatori, facevano una testimonianza. Mi ha colpito molto questa testimonianza. In particolare mi ha colpito quando hanno detto: “Noi a livello di organizzazione siamo un po’ messi malino”. Conoscendoli non ho dubitato un secondo che fosse vero. Finita quella giornata che era stata molto bella, ho detto ad Alberto: “A me piacerebbe dare una mano, come posso?”. All’inizio il mio coinvolgimento era quasi di segreteria. Ci siamo trovati, abbiamo pensato che cosa si potrebbe fare e poi quasi per caso sono finito a un allenamento. Era un allenamento particolare perché era la festa di Natale e poi abbiamo detto anche insieme una Messa. Mi ha colpito molto come io conoscevo gli allenatori, ma non conoscevo nessun bambino. Però sono rimasto subito colpito dalla gioia che c’era. Era tutto, ogni cosa era un’occasione di far festa. Quindi da lì ho intuito che c’era qualcosa che poteva valere, poteva dirmi sulla mia vita e per questo ho deciso, anche se non mi era chiaro quale fosse questo aspetto di novità che c’era in quelle partite, ho deciso che avrei dovuto continuare a seguire. Da lì sono andato a tutti gli allenamenti tutte le settimane e di fatto non me ne sono più andato. La cosa interessante che poi ho visto lì è che l’occasione della festa non era semplicemente perché si stava avvicinando a Natale, ma tutte le settimane era un’occasione. Anche una cosa molto bella che ci hanno detto gli amici di Cometa che siamo stati a trovare era proprio questo. Siamo andati e abbiamo recuperato un pareggio molto alla buona e abbiamo fatto vedere forse una delle peggiori espressioni di calcio degli ultimi allenamenti. Però loro erano molto più contenti anche di come eravamo noi. Loro hanno detto: “Vedendovi si ha proprio l’idea che vi muovete facendo festa”. Quindi questo aspetto qui è quello che ancora mi tiene legato.
SAMUELE ORNAGHI
Ho sentito Buffon Chiara lì sul pareggio perché lui dichiara che abbiamo vinto di 5-6, però vabbè, questa è una visione di Alì della vita.
La seconda domanda che volevo fare a tutti e tre è: Che cosa vi portate a casa voi da questa esperienza? Cosa avete visto per voi e che cosa avete imparato andando al calcio seduto?
ALBERTO CAPETTI
Per me la cosa più bella è vedere come questa esperienza ci sta educando. È un’esperienza che è nata in un modo semplicissimo. Io volevo giocare con mio fratello, ci gioco, i miei amici vogliono giocare con questi ragazzi, ci giocano. È proprio semplicissimo. Come però in questa semplicità si creano delle dinamiche che ci educano moltissimo. A me personalmente educa stare davanti a tutte queste dinamiche, per cui ad esempio il modo in cui è cresciuta questa squadra. Adesso siamo ancora una realtà molto piccolina, però vedere come ognuno si coinvolgeva. Per cui, ad esempio, non so, all’inizio io e Matteo che allenavamo al primo anno da soli, proprio perché eravamo da soli, a ogni allenamento invitavamo un amico che si presentava portando un gioco e quello era il suo modo di presentarsi. So che più passava il tempo più i bimbi ci chiedevano dove fossero gli amici che erano venuti la volta prima e gli amici che erano venuti volevano continuare a venire. Come è cresciuta in modo semplice questa realtà. A me stupisce perché mi insegna questa cosa: a fidarmi e ad affidarmi. Molte volte magari penso: “Cosa devo fare, qual è la cosa giusta, come farlo crescere?”. Invece sono semplicemente lì a poter godere di questa bellezza che è semplice.
Un’altra cosa che mi ha stupito molto è stato un momento al ritiro che abbiamo fatto l’anno scorso. Siamo andati ad Assisi per allenarci, pronti per la stagione successiva, in un posto bellissimo. Andiamo a visitare la chiesa dove c’è la salma di Carlo Acutis, che non so se avete in mente, è mantenuta perfettamente, sembra che stia dormendo. Al che tutti i bambini, insieme al prete che era con noi, Don Ignazio, gli chiedono: “Com’è possibile, sembra che stia dormendo!”. E gli chiedo: “Ma dov’è? In paradiso, come funzionano queste cose?”. Allora iniziano a parlare del paradiso e Jonel, mio fratello, a un certo punto dice: “Ma se il paradiso è così bello…”. Dentro la chiesa inizia, dimmi se sbaglio, però inizia a urlare tipo: “Uccidimi, uccidimi adesso, sei così bello!”. Dice questa scena in chiesa davanti alla salma di Carlo Acutis. Chissà cosa pensava la gente che era lì.
C’è questo episodio. Poi uscendo dalla chiesa, Alì mi si avvicina e mi dice: “Io ho l’impressione che sto già vivendo un pezzo di paradiso perché non sono euforico, ma sono felice ogni giorno e continuo a chiedermi: ‘Che cos’è questa felicità?'”. Poi dopo, alla predica, perché ogni giorno dicevamo Messa, alla predica Don Ignazio si rivolge a Jonel a un certo punto e gli dice: “C’è un motivo per cui ha senso non ucciderti adesso, perché per me conoscere te è come conoscere già un pezzo di paradiso”. Io racconto sempre questo aneddoto, ma perché è proprio un faro. Sia come potenza educativa: io voglio essere guardato così, come un pezzo di paradiso, sia perché l’ho ritenuta subito vera per tutti i ragazzi e per tutti quelli che c’erano e poi perché mi sembra proprio la proposta che sta nascendo fra noi amici, sia fra noi amici universitari che alleniamo insieme, ma con tutti, con i più grandi, con i più piccoli, proprio di scoprire sempre di più questi pezzi di paradiso. Questo aneddoto che vi racconto dell’anno scorso, se penso a quest’anno, questa cosa è proprio successa. Ci sono stati dei momenti semplici anche con amici speciali. Prima Pietro parlava degli amici di Cometa. Penso anche un pomeriggio che abbiamo passato con i ragazzi di Kayros. Abbiamo fatto una partita insieme, niente di incredibile. Però a un certo punto proprio l’impressione di dire: “Io un po’ paradiso me lo immagino così”. Anche vedere come si sono sciolti i ragazzi davanti ai nostri bimbi.
ALY SHANKARÈ
Io ad Assisi ho proprio seguito i bambini che mettevano i loro desideri di essere felici, di avere una vita grande. Per me Assisi (col calcio seduto l’anno scorso abbiamo fatto il ritiro estivo a fine agosto ad Assisi perché siamo una squadra seria e dovevamo prepararci la stagione e soprattutto per vivere dei giorni di amicizia insieme) è stato il punto decisivo di questi due anni bellissimi perché ho visto proprio che in questo posto il desiderio che c’è al fondo di ognuno è essere felici dentro la circostanza del Calcio Seduto. Mi ricordo un episodio cardine di quella vacanza, appena usciti dalla basilica di San Francesco mi ricordo di essermi guardato intorno. Non c’era uno solo di noi che non fosse contento nonostante fosse stata una giornata faticosa, nonostante stesse diluviando, nonostante la guida che ci ha accompagnato ad Assisi scherzava sul fatto che fossimo lenti, ma dico io “non vedi che siamo ragazzi superdotati?”. Nonostante tutto vedevo facce liete e li ho capito che io dalla vita non desidero meno di questo: una letizia dovuta al fatto che un gruppo così sgangherato, di alcuni che si conoscevano a mala pena, dai sessantenni ai ventenni fino ai bambini possono stare assieme perché riconoscono che c’è qualcosa di più grande, che siamo insieme per qualcun Altro.
SAMUELE ORNAGHI
Solo al volo l’ultima cosa che ha detto Alì. Tu correggimi se sbaglio. Ad Assisi non è stato solo un momento facile, bello, perché subito dopo tu dovevi scrivere la tesi, giusto? E dopo Assisi, hai potuto chiedere ai tuoi amici una mano per scrivere la tesi, che è una cosa che tu non faresti mai, perché è difficile chiedere e chiedere è il primo atto per voler bene, giusto?
PIETRO SEMPIO
Questo, io dico, delle scoperte di questi ultimi mesi che sono state centrali anche nel desiderio da parte nostra, e condiviso con gli altri allenatori, di provare a continuare a fare il calcio seduto, a far crescere anche questa iniziativa di Alberto che poi ci ha tirato dentro con sé. La cosa che mi ha stupito fin dall’inizio, provando in questi giorni a far memoria degli allenamenti e delle partite, per cui inizialmente mi sono legato anche non capendo tutto, era, non so per chi è stato alla mostra di Ermanno, per chi c’è stato mi ha già sentito dire questa cosa, ma è stato proprio quello che diceva anche adesso Alì: essere educato continuamente dai bambini a un atteggiamento nuovo.
Riprendo l’esempio che ha fatto Alberto della partita contro Kayros. Io quando ho sentito che c’era questa idea di giocare contro Kayros ho pensato: “Forse le squadre saranno un po’ squilibrate”. Comunque ero di principio un po’ preoccupato, concedetemelo. È stato però bello vedere che poi magari Alberto mi smentisce ma non credo. Noi allenatori, le mamme e i papà eravamo tutti un po’ preoccupati all’inizio della partita. Sono arrivati i ragazzi di Kayros che inizialmente erano molto chiusi. Si vedeva che erano magari affaticati o comunque non avevano un grande desiderio di stare lì. Poi è arrivato il nostro squadrone e si sono messi subito a presentarsi, a giocare con loro, a scherzare, ridere. A me ha impressionato che nel giro di 5 minuti si è creata una familiarità e un desiderio di stare lì a giocare totalmente inaspettato.
La cosa impressionante è che loro alla fine della partita sono rimasti con me e gli altri a fare dei tiri in porta, Johnny, a fare i cross, a fare i colpi di testa e quasi non volevano più andarsene. Ci hanno invitato, detto: “Tornate, venite voi a trovarci”. A me colpisce a freddo rendermi conto che la bellezza di quel giorno in nessun modo è imputabile a noi, ma è stato qualcosa di cui sono stati proprio loro, proprio i bambini, i nostri giocatori e questo in tutto.
Non so, anche quando Samu prima parlava degli esperimenti fatti con Martino, io ho in mente che delle volte in cui Martino aveva la tosse e non riusciva a venire, il primo pensiero era: “Ok, allenamento un po’ più gestibile”. Invece mi colpiva che a ogni allenamento in cui Martino mancava, il buon Micki nel momento iniziale della preghiera diceva: “Preghiamo per Martino che ha la tosse e non è potuto venire”. Mi colpiva questa genuinità di cuore. A partire da questo mi sembra sia stato sempre più evidente come tutta una serie di realtà si sono avvicinate a noi, credo perché riuscissero a intuire questo aspetto: che la somma dei fattori, la somma di noi allenatori, delle mamme e dei bambini non era abbastanza per portare poi a quella gioia, a quella contentezza che erano le partite, gli allenamenti.
Negli ultimi mesi abbiamo fatto una serie di dialoghi, per esempio, con Fondazione Milan che era venuta alla nostra festa finale e loro sono rimasti colpitissimi e hanno detto: “Ma facciamo una collaborazione, facciamo che vi diamo noi dei kit, venite a vederci allenare, poi vediamo cosa si realizzerà”. Però speriamo. E venite alle partite. Siamo andati anche a incontrare un sottosegretario di Regione Lombardia che è rimasta molto colpita da un aspetto su tutti: il fatto che ci fosse desiderio, ci fosse abbondanza di volontari, quindi di persone che si rendevano disponibili a fare da allenatori. Per questo mi sembra che sia una realtà che svolge un doppio compito: sia su di me, che quell’appuntamento a settimana è qualcosa che mette ordine nella mia settimana molto confusa, e poi mi sembra che abbia la pretesa di dire qualcosa al mondo. Grazie.
SAMUELE ORNAGHI
Faccio un’ultima domanda ad Alberto in particolare, poi gli altri se vogliono integrare: “Dove vi trovate? Come è possibile raggiungervi, dove siete? Cosa fate durante l’anno? Se ci puoi raccontare qualche dato organizzativo. Pietro prima ha detto che siete disorganizzati, non così tanto, però potrebbe rispondere direttamente lui.
ALBERTO CAPETTI
Noi ci alleniamo tutti i venerdì. Quest’anno abbiamo spostato l’orario dalle 16:30 alle 17:00. Noi siamo una squadra del Fatima Traccia, quindi si può contattare il Fatima Traccia che è a Milano, quartiere Vigentino. Noi ci alleniamo lì nella palestra. Quest’anno ci spostiamo di palestra. Dovremmo andare nella palestra del quartiere, che è la nuova scuola di Johnny.
ALBERTO CAPETTI
Poi, per chi volesse, per chi ci sta guardando in streaming, spero pochi, noi abbiamo una pagina Instagram e c’è anche un sito. Se cercate “calcio seduto”, in teoria, grazie ai nostri mezzi incredibili, dovrebbe essere il primo risultato che esce il nostro sito. Per quello ci saranno poi i contatti, le mail. Sul sito e su Instagram daremo appuntamenti anche delle feste, delle partite.
SAMUELE ORNAGHI
Io vi ringrazio e vorrei solo sottolineare tre cose che avete detto, perché secondo me sono molto emblematiche di tutto il vostro racconto. Prima: si organizza il primo allenamento e già succede qualcosa di inaspettato che cambia le carte in tavola. Ci sono tre bambini inaspettati e uno di questi porta la merenda. Per me questo è già un segno di come poi la realtà arriva come arriva e uno davanti a questa realtà muta anche quello che era il suo pensiero, quello che era la sua iniziativa e si plasma un po’ rispetto a quello che succede.
La seconda cosa è quando dicevi: “Ho seguito i bambini che mettevano i loro desideri di essere felici davanti a tutti”. Ognuno vuole essere felice. Questo io ti ringrazio perché è proprio quello che desidero anch’io ed è una cosa grande ed è una cosa che, secondo me, è veramente un regalo grande che ci hai fatto ricordarci questo.
Per ultimo, a me colpisce tantissimo tutto quello che tutti i frutti che si sono messi uno dietro l’altro perché di fatto questa rete, come diceva Pietro, si è creata, ma si è creata non in modo costruito, si è creata perché si sono messi in moto i ragazzi e hanno conosciuto. Io faccio parte, come vi dicevo all’inizio, dell’associazione La Mongolfiera e abbiamo conosciuto l’anno scorso, in realtà li ho conosciuti perché degli amici sono andati l’anno scorso al ritiro, la Martina, Pietro. Loro erano felici, loro erano contenti. Questo sguardo di felicità, questo sguardo di gioia non può che provocare un mettersi in moto anche da parte di chi li incontra. Per cui io sono veramente grato di voi, di tutti voi ragazzi e di questo incontro.
Ultimissima cosa, vi ricordo che lungo tutta la fiera si possono trovare le postazioni del Dona Ora per poter aiutare e sostenere il Meeting. Vi invito, se non l’avete ancora fatto, a farlo. Grazie mille, grazie ragazzi e a presto.










