Quando l’Arte crea sviluppo

Redazione Web

Rimini, 22 agosto 2026. L’Italia non deve inventare un patrimonio culturale: deve renderlo accessibile, so-stenibile e capace di produrre sviluppo economico, sociale e umano.

È la prospettiva emersa dall’incontro «Quando l’arte crea sviluppo», trasmesso in diretta sui canali digitali di Sky. Al confronto hanno partecipato Antonello Aurigemma, presidente del Consiglio regionale del Lazio; Pie-tro Cannella, sottosegretario di Stato alla Cultura; Angelo Crespi, direttore generale della Pinacoteca di Brera, della Biblioteca Nazionale Braidense, di Palazzo Citterio e del Cenacolo Vinciano; Giuseppe Frangi, giorna-lista e critico d’arte; Fabio Tagliaferri, presidente e amministratore delegato di Ales S.p.a. Ha moderato Ema-nuele Boffi, direttore di Tempi.

La bellezza ereditata dalla storia richiede investimenti, competenze, servizi e partecipazione delle comunità. Musei, biblioteche, archivi, teatri, borghi e siti archeologici possono diventare infrastrutture di conoscenza, occupazione e identità, purché siano messi in rete e considerati parti vive dei territori. Lo sviluppo generato dall’arte non coincide quindi soltanto con l’aumento dei visitatori o dei ricavi, ma comprende la capacità di accogliere, educare, ricostruire legami e offrire alle persone luoghi nei quali riconoscere la propria storia e interrogare il presente.

La Grande Brera: autonomia, lavoro e sostenibilità della bellezza

Angelo Crespi ha descritto la Grande Brera come l’esito di un cambio di paradigma avviato con l’autonomia dei grandi musei statali. Il completamento di Palazzo Citterio, atteso per oltre cinquant’anni e realizzato nel dicembre di due anni fa, ha dato compimento al progetto di affiancare alle raccolte storiche della Pinacoteca le collezioni del Novecento italiano e internazionale. La riforma dei musei autonomi ha permesso agli istituti maggiori di competere sul piano internazionale e ai direttori di assumere responsabilità nella gestione di realtà che Crespi ha definito imprese, sia per la dimensione economica sia per il coraggio necessario a gui-darle. Brera prevede nell’anno ricavi per 16 milioni di euro e accoglie oltre 600 mila visitatori; al polo è stato assegnato anche il Cenacolo Vinciano, visitato da circa 550 mila persone. Una parte delle risorse viene resti-tuita all’amministrazione centrale per sostenere musei più piccoli che non possono raggiungere gli stessi flussi. Il dato economico, tuttavia, resta al servizio di una responsabilità culturale ed etica. «I beni culturali sono olio di gomito», ha affermato Crespi, rifiutando l’immagine del patrimonio come petrolio da estrarre e vendere. Occorrono invece lavoro, intelligenza e investimenti sulla propria identità. In questa prospettiva i musei non sono soltanto attrattori turistici: rendono sostenibile la tutela, producono risorse per il sistema e generano ricadute identitarie e sociali nei territori che li circondano.

Dal Giubileo ai territori: istituzioni in rete per accoglienza e occupazione

Antonello Aurigemma ha indicato nel Giubileo un modello di collaborazione istituzionale. Un evento di fede di portata internazionale ha richiesto una macchina organizzativa capace di accogliere milioni di pellegrini e turisti, predisporre servizi sanitari, mobilità, infrastrutture e percorsi culturali. Governo, Regione Lazio, Roma Capitale, enti locali, Anas e Ferrovie dello Stato, pur appartenendo a livelli amministrativi e orienta-menti politici diversi, hanno lavorato su un obiettivo condiviso. Il risultato non riguarda soltanto Roma: la strategia ha cercato di mettere in rete musei, biblioteche, pinacoteche, cammini religiosi e siti diffusi nell’in-

tero Lazio, contribuendo ad allungare la permanenza media dei visitatori. Aurigemma ha richiamato la va-rietà di una regione che va dalla capitale ai piccoli comuni e possiede dieci siti UNESCO, oltre a luoghi come i giardini di Ninfa e le necropoli di Cerveteri e Tarquinia. Per trasformare questa ricchezza in sviluppo servono accessibilità, punti di accoglienza, formazione professionale, digitalizzazione e servizi adeguati an-che alle esigenze dei visitatori più anziani. «La cultura non può essere separata dalla vita economica e sociale di un territorio, di una comunità», ha sottolineato. La tutela non deve rendere il patrimonio statico: scuola, università, enti di formazione, investimenti pubblici e capitali privati possono costruire competenze e oppor-tunità di lavoro per i giovani. Fare rete, superando differenze ideologiche e amministrative, consente così alla cultura di raccontare il passato e insieme di costruire il futuro.

Art Bonus e internazionalizzazione: il pubblico incontra il mecenatismo

Fabio Tagliaferri ha illustrato il ruolo di Ales, società in house del Ministero della Cultura impegnata nei luo-ghi culturali italiani, e il funzionamento dell’Art Bonus. In dieci anni lo strumento ha raccolto oltre un mi-liardo di euro di risorse private destinate alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio. A fronte della dona-zione, il mecenate recupera il 65 per cento attraverso un credito d’imposta. Il contributo non arriva soltanto da grandi imprenditori: anche piccole aziende e singoli cittadini possono sostenere il restauro di un’opera nel proprio comune o quartiere. Per diffondere lo strumento, Ales ha sottoscritto protocolli con l’ANCI e con il commissario per la ricostruzione del sisma del 2016. Tra gli interventi citati figura il Duomo di Amatrice, ricostruito attraverso l’Art Bonus, esempio della sua valenza sociale. Tagliaferri ha raccontato la mostra «I Tesori dei Faraoni», ospitata per oltre otto mesi alle Scuderie del Quirinale: più di 400 mila visitatori, oltre 60 mila studenti e ricavi superiori a cinque milioni di euro. Le 130 opere provenienti dal Cairo sono diven-tate anche un ponte diplomatico nell’ambito del Piano Mattei. La mostra è stata portata a San Francisco, sarà a Dallas nei primi mesi del 2027 ed è già oggetto di un accordo con l’Australia, producendo vantaggi econo-mici ed economie di scala su trasporti e assicurazioni. Attraverso i virtual tour, inoltre, le esposizioni tempo-ranee rimangono accessibili nel tempo; Ales li metterà a disposizione di ospedali pediatrici della capitale, perché anche chi non può raggiungere fisicamente le Scuderie possa incontrarne le opere.

Periferie e borghi: la cultura crea protagonisti, non interventi di cosmesi

Giuseppe Frangi ha spostato l’attenzione dai grandi poli alle periferie urbane e alle aree interne. L’esperienza di Casa Testori, nella cintura industriale di Milano, ha richiesto una rete con scuole, realtà formative e Parco Nord per svolgere la propria missione in un territorio privo di altre strutture culturali. Secondo Frangi, por-tare arte nelle periferie non può ridursi a interventi esterni di cosmesi: «La sfida vera è che la cultura deve generare capacità di racconto da parte di chi vive nei soggetti». Ha ricordato la non-scuola fondata dal regista Marco Martinelli, che invita i giovani non semplicemente a mettere in scena i classici, ma a metterli in vita. Il progetto ha coinvolto centinaia di ragazzi della cintura vesuviana, portandoli nel Teatro Grande di Pompei e facendo dei testi una forma attraverso cui raccontare la propria condizione. Un secondo esempio è quello dei ragazzi della comunità Kayrós di don Claudio Burgio: sul palco del Teatro Dal Verme di Milano hanno trasformato esperienze segnate anche dal carcere minorile in rap, testi e performance, ritrovando protagoni-smo e soggettività. Nelle aree interne, Frangi ha richiamato la mostra «Borghi Futuri», dedicata a comunità nelle quali iniziative nate dall’interno hanno ribaltato dinamiche di declino economico e demografico. Ha inoltre ricordato i teatri condominiali italiani riconosciuti dall’UNESCO: piccoli gioielli costruiti grazie alla collaborazione tra pubblico e privato e rimasti vivi attraverso reti di programmazione. È l’espressione di un Paese policentrico, nel quale competenze artigianali, iniziativa comunitaria e domanda di bellezza possono ancora generare sviluppo lontano dai grandi centri.

Il Piano Olivetti porta la bellezza dove viene negata

Pietro Cannella ha presentato il Piano Olivetti come lo strumento con cui riportare la cultura nei luoghi meno serviti da eventi e infrastrutture culturali. In circa due anni sono stati investiti 60 milioni di euro per valoriz-zare periferie, piccoli centri, borghi, biblioteche e archivi, facendo emergere il patrimonio diffuso del Paese. Il piano si ispira ad Adriano Olivetti e alla sua concezione della funzione sociale del capitale e dell’impresa.

Cannella ha raccontato un’esperienza vissuta da amministratore a Palermo: per il quattrocentesimo anniver-sario della festa di Santa Rosalia, una scuola del quartiere Sperone propose di restaurare e ospitare un carro trionfale disegnato da Jannis Kounellis. Coinvolgendo studenti e volontari nella preparazione degli abiti, delle musiche e dell’evento, il carro venne affidato alla comunità e fu l’unico a non essere vandalizzato. «Funzione sociale della cultura vuol dire portare la bellezza nei luoghi dove spesso questa viene negata», ha spiegato. Il Piano Olivetti mira anche a cambiare il significato della parola periferia: non luogo marginale rispetto a un centro, ma policentrica, realtà capace di diventare centro di sé stessa. Biblioteche e archivi de-vono quindi essere luoghi di incontro, dibattito e conoscenza pubblica, non depositi riservati agli specialisti. Cannella ha collegato il Piano Olivetti, il Piano Borghi e le acquisizioni di opere a una strategia unitaria: cu-stodire la stratificazione culturale italiana e renderla materia viva, aperta alla comunità, integrata con un’of-ferta turistica e con servizi in grado di produrre ricchezza senza separarla dalla funzione sociale della cultura.

Il museo come cattedrale di senso e la bellezza restituita al pubblico

In una seconda domanda, Crespi ha proposto una definizione che amplia il significato dello sviluppo: il mu-seo come «cattedrale di senso». Brera non è soltanto Pinacoteca, ma un complesso nel quale convivono Bi-blioteca Braidense, Istituto Lombardo e Osservatorio Astronomico; migliaia di persone, provenienti anche da culture estranee all’iconografia cristiana, entrano nelle sale cercando qualcosa che supera il semplice intratte-nimento. Molte opere oggi esposte nei musei nacquero come oggetti di culto e conservano, secondo Crespi, un richiamo al sacro e alle domande fondamentali dell’uomo. «La bellezza è la possibilità di conoscere l’eterno nel frammento», ha affermato, indicando nell’arte una risposta al divario tra il desiderio infinito e la finitezza della vita. L’Ecce Homo di Antonello da Messina, presente al Meeting, mostra questa capacità: da-vanti alla sofferenza rappresentata, lo spettatore può ancora pronunciare la parola “bello”, perché l’arte al massimo livello redime il brutto e il male. Cannella ha spiegato che l’acquisizione dell’opera al patrimonio nazionale e la scelta di farla viaggiare rientrano in una politica volta a rendere i capolavori visibili al grande pubblico, evitando che la musealizzazione li fossilizzi in un unico luogo. La sintesi del confronto è che il pa-trimonio crea sviluppo quando viene lavorato, condiviso e restituito: produce ricavi e occupazione, ma anche coscienza, appartenenza e possibilità di senso. La bellezza diventa così un bene comune che istituzioni, im-prese e cittadini sono chiamati a custodire e a rendere generativa.

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