Rimini, 21 agosto 2026. La libertà di religione o di credo non riguarda soltanto le minoranze perseguitate e i luoghi di culto attaccati: protegge lo spazio più intimo nel quale ogni persona cerca il significato della propria esistenza e decide a che cosa affidare la vita. È il tema dell’incontro “La libertà di credere. Un diritto umano al centro delle sfide geopolitiche”, trasmesso in diretta sui canali digitali di Agenzia Nova e, in differita, Telepace Verona. L’appuntamento è stato promosso dalla Consulta Italiana per la Libertà di Religione o Credo, dalla Fondazione Internazionale Oasis, da Pro Terra Sancta e dalla Fondazione AVSI. Dopo il saluto introdut-tivo di Maria Cristiana Mele, coordinatrice per il Dialogo interreligioso in ambito internazionale, sono inter-venuti Cristina Duranti, direttrice della Good Shepherd International Foundation; monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo della diocesi di Sokoto, in Nigeria; Mairead McGuinness, inviata speciale Unione Europea per la promozione della Libertà di Religione o di Credo. Ha moderato Andrea Avveduto, giornalista e porta-voce della Consulta; le conclusioni sono state affidate alla presidente Daniela Canclini, presidente Consulta Italiana per la Libertà di Religione o di Credo. «La libertà religiosa è forse un indicatore della libertà di una società intera», ha osservato Avveduto: quando uno Stato stabilisce che determinate risposte non sono ammis-sibili, non limita soltanto una pratica, ma entra nella coscienza della persona. Da qui una responsabilità che coinvolge istituzioni, diplomazia, cooperazione e società civile.
Mele: conoscere il terreno, agire e coinvolgere la società civile
Mele ha illustrato l’impegno dell’Italia per la libertà di religione o di credo e per il dialogo interreligioso, indicati come settori prioritari della cooperazione internazionale. L’azione si sviluppa lungo tre direttrici: trat-tare organicamente l’elemento religioso nelle attività diplomatiche; assicurare la presenza italiana nelle sedi bilaterali e multilaterali; realizzare iniziative dedicate all’interazione tra Stati, soggetti religiosi e comunità di fede. Questo lavoro, ha spiegato, non può limitarsi alle dichiarazioni di principio, ma richiede di «conoscere il terreno, agire nelle sedi giuste e coinvolgere chi opera sul campo». Le organizzazioni e le reti civili arrivano infatti dove la diplomazia intergovernativa non può giungere e diventano partner cognitivi, fonti di informa-zione e canali di azione. Il fondo destinato alle minoranze cristiane perseguitate nelle aree di crisi ha stanziato, nell’ultimo bando, quasi 17 milioni di euro per interventi in 21 Paesi, dal Bangladesh al Sudan, dalla Siria al Libano. Per l’Italia libertà religiosa e dialogo interreligioso sono due facce della stessa medaglia: la libertà di credere può essere difesa soltanto creando le condizioni per la coesistenza di fedi diverse. Le comunità reli-giose sono inoltre ancoraggi di stabilità, reti di protezione e canali di riconciliazione nelle società attraversate da fratture. Difendere questo diritto significa dunque proteggere la dignità umana e aprire una via concreta alla pace.
McGuinness: l’Europa deve proiettare concretamente i propri valori
McGuinness ha ricordato che il mandato europeo comprende la libertà di professare una religione, di non averne alcuna e di cambiare credo senza subire persecuzioni. L’Unione promuove questi diritti fuori dai propri confini attraverso le delegazioni, il dialogo con le ONG e il confronto con i governi. «Dobbiamo parlarne, perché vediamo sempre più spesso come questo diritto fondamentale dell’uomo venga violato», ha affermato. I valori europei devono essere tradotti in iniziative visibili e sostenuti anche dal basso, dando voce a chi non può esercitare liberamente i propri diritti. Rispondendo alla domanda sul rapporto tra commercio e tutela delle
minoranze, l’inviata speciale ha precisato che gli accordi dell’Unione non considerano soltanto gli effetti eco-nomici: i diritti umani costituiscono una componente essenziale dei negoziati e mantengono aperti canali at-traverso cui sollevare violazioni e favorire miglioramenti. In alcuni Stati del Pakistan, ad esempio, sono stati registrati progressi sul contrasto ai matrimoni con minorenni e alle conversioni forzate anche grazie alla pres-sione europea. McGuinness ha riconosciuto che nel mondo sono in corso gravi arretramenti e che l’efficacia degli strumenti deve essere verificata con onestà. Per migliorare l’azione istituzionale occorre ascoltare chi opera direttamente nei territori: «Attraverso questo ascolto, come avviene oggi qui a Rimini, possiamo impa-rare a operare con maggiore efficacia».
Kukah: oltre le etichette religiose, le radici sociali e geopolitiche
Kukah ha invitato a distinguere i sintomi dalla malattia, nell’analizzare la situazione della Nigeria. Rapi-menti, violenze e attacchi alle chiese non possono essere compresi senza la storia coloniale, la fragilità dello Stato, la povertà e l’uso dell’identità religiosa per conquistare e mantenere il potere. Il vescovo ha raccontato la risposta di una donna a chi le chiedeva se fosse cristiana o musulmana: «Più che altro ho fame, sono affa-mata». In molte aree il concetto di cittadinanza resta fragile e l’applicazione della legge è insufficiente; per questo il dialogo più urgente riguarda i problemi economici e sociali che segnano la quotidianità. Kukah ha ricordato l’esperienza di un pozzo aperto a tutti nella sua parrocchia: cristiani e musulmani, aspettando insieme l’acqua, parlavano e ridevano. A Sokoto, una struttura con 150 computer consente oggi ai giovani di entrambe le fedi di partecipare a un unico progetto. «La vera minaccia deriva dalle condizioni materiali di indigenza, e la pace potrà essere costruita solo migliorando concretamente la vita di queste persone», ha spiegato. Nella seconda parte del suo intervento ha denunciato la competizione internazionale per le risorse africane, i flussi finanziari illeciti e il rischio che conflitti presentati come etnici o confessionali nascondano interessi economici per i giacimenti di minerali rari. Il dialogo non può quindi limitarsi a incontri formali locali: l’Europa dovrebbe favorire una piattaforma globale capace di affrontare le ingiustizie economiche e le responsabilità delle grandi potenze.
Duranti: restare, ascoltare e difendere insieme tutti i diritti
Duranti ha portato l’esperienza di una fondazione che accompagna da vent’anni una congregazione reli-giosa femminile presente in 68 Paesi. Sul campo, ha osservato, le violazioni sono sempre multidimensionali: libertà religiosa, sussistenza, istruzione, salute, condizioni delle donne e protezione dei minori si intrecciano. «Pensare di isolare la libertà religiosa senza garantire l’accesso agli altri diritti fondamentali svuota di signifi-cato la libertà stessa», ha sottolineato. In Pakistan, quattordici religiose lavorano con ragazze e donne vittime di violenza, matrimoni forzati e conversioni coatte, costruendo nella discrezione relazioni di fiducia con l’in-tera popolazione. In Myanmar le comunità cattoliche continuano a soccorrere gli sfollati nonostante la repres-sione militare: alcune suore hanno camminato per giorni nella giungla per raggiungere le famiglie, mentre l’attività scolastica viene svolta di notte, in luoghi nascosti, dopo le lezioni ufficiali controllate dai militari. Rimanere significa appartenere al tessuto locale, valorizzarne le risorse e non imporre categorie esterne. Du-ranti ha richiamato anche la testimonianza di una religiosa keniana davanti all’OCSE sul lavoro minorile nelle miniere congolesi, capace di incrinare il muro delle negazioni. Le istituzioni, ha chiesto, non dovrebbero at-tendere uno scandalo mediatico per ascoltare queste voci. Il quadro europeo dei diritti resta un riferimento fondamentale, ma deve confrontarsi con i grandi interessi economici e sostenere chi continua a operare quando i riflettori si spengono.
Diritti fondamentali, bisogni primari e giustizia economica
Dal confronto è emerso che la libertà religiosa non può essere separata dalle condizioni materiali e dalle responsabilità geopolitiche. McGuinness ha ripreso l’immagine della persona che prima di definirsi cristiana o musulmana dichiara la propria fame, collegandola all’accesso all’acqua e alle altre libertà fondamentali. Kukah ha chiesto all’Europa non soltanto tavoli di dialogo, ma giustizia economica e strumenti contro chi beneficia delle risorse sottratte all’Africa. Duranti ha insistito sulla presenza stabile e sull’ascolto delle comu-nità locali, spesso oscurate dall’agenda mediatica. Mele ha indicato nella cooperazione tra istituzioni e società civile la possibilità di conoscere meglio i contesti e raggiungere le popolazioni perseguitate. Le comunità di
fede possono così diventare luoghi di riconciliazione, ma soltanto se la loro azione non viene strumentalizzata e se ogni persona è riconosciuta come cittadina titolare degli stessi diritti. La libertà di credere assume quindi una rilevanza politica che va oltre la dimensione privata: è parte della prevenzione dei conflitti, della qualità democratica e della coesione sociale. Per tutelarla occorrono diplomazia, accordi internazionali coerenti, coo-perazione allo sviluppo e partecipazione delle organizzazioni che operano nei territori. Soprattutto, occorre riconoscere che povertà, esclusione e sfruttamento alimentano le radicalizzazioni e trasformano le apparte-nenze religiose in strumenti di divisione.
Canclini: trasformare il dialogo in proposte concrete
Nelle conclusioni Canclini ha definito la libertà religiosa «un pilastro della dignità umana, dei diritti fon-damentali e, in ultima analisi, della pace e della stabilità globale». Nel mondo un cristiano su sei subisce per-secuzioni e donne e bambine pagano spesso il prezzo più alto quando marginalizzazione religiosa, povertà materiale ed esclusione sociale si sovrappongono. La Consulta riunisce organizzazioni differenti per storia e vocazione, accomunate dalla difesa di questo diritto inalienabile: Fondazione Oasis, Fondazione AVSI, Co-munità di Sant’Egidio e Associazione Pro Terra Sancta. Il suo obiettivo è rafforzare l’impegno dell’Italia e accrescere la consapevolezza dell’opinione pubblica attraverso attività di sensibilizzazione, seminari e ricerca. La tutela della libertà religiosa, pur essendo strettamente legata alla prevenzione dei conflitti, resta spesso ai margini dell’informazione; la Consulta intende contrastare questo oblio non solo denunciando le violazioni, ma favorendo azioni preventive. Canclini ha ricordato che mentre l’anno scorso, dal palco del Meeting, era stata evidenziata l’assenza dell’inviato speciale Unione Europea per la promozione della Libertà di Religione o di Credo, oggi, nella persona di Mairead McGuinness, l’inviato speciale è presente tra i relatori. Il compito della Consulta è proprio stimolare le istituzioni affinché le questioni trascurate diventino priorità politiche. L’incontro ha così costruito una sinergia tra diplomazia e società civile, testimonianze locali e responsabilità internazionali: difendere la libertà religiosa significa custodire per ogni persona e per ogni comunità uno spazio di incontro, convivenza e pace.







