“L’incontro con l’altro: genio della Repubblica. 1946-2016”: l’economia

Press Meeting

Incontro con Giulio Sapelli

Un viaggio lungo i 70 anni di storia della Repubblica è quanto ha offerto al pubblico del Meeting Giulio Sapelli, Docente di Storia Economica all’Università di Milano durante “L’incontro con l’altro: Genio della Repubblica. 1946-2016. L’economia” (Sala Illumia – B1). Appuntamento introdotto dal Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, Giorgio Vittadini e concluso da alcune domande di studenti delle facoltà milanesi di Economia e Scienze Politiche.

Più che una relazione una vera “lectio magistralis” (si può leggere il testo della relazione sulla pagine di www.sussidiario.net). Sapelli, lunga esperienza da manager nella grande industria italiana, per capirsi quella all’avanguardia nel mondo come l’Olivetti degli anni Sessanta, parte identificando i “macro impulsi” da cui ebbe origine il nostro miracolo economico: “In Italia la Seconda guerra mondiale fu combattuta nel sud del Paese dove non esisteva un patrimonio industriale, mentre Francia e Germania ebbero il loro complesso produttivo distrutto. A questo aggiungiamo sia all’eroismo degli operai partigiani combattenti che difesero le fabbriche, sia per l’accordo tra il capitalismo italiano e le forze angloamericane che risparmiarono durante i bombardamenti le risorse industriali del nord”.

Sapelli mette in evidenza anche il ruolo svolto dallo Stato imprenditore con l’Iri e la creazione dell’Eni e la forza messa in campo dal monopolio privato, con un complesso di imprese raccolte attorno alla Fiat. Anni che diedero all’Italia il primato mondiale dei tassi di superamento dell’arretratezza, superiori persino a quelli del Giappone: “Il secondo dopoguerra italiano agli occhi della comunità scientifica internazionale rappresenta ancora oggi modello insuperato di crescita”.

Arrivano però dalla fine degli anni Sessanta, per Sapelli l’anno di svolta è il ‘68, con autunno caldo, successiva approvazione dello statuto dei lavoratori che divide grande industria da PMI e accordo su scala mobile del 1975, i primi problemi e la frenata che ci accompagnerà a una nuova fase del ciclo economico: “Gli ostacoli alla continuità della crescita venivano dalla morfologia del capitalismo italiano. Si creano via via le contraddizioni di una crescita senza sviluppo. La mia tesi è che le tare originarie che allora si disvelarono furono e sono ampliate a dismisura dall’avvento del sistema a cambi fissi a moneta unica, con sottrazione della sovranità monetaria, che giunge al culmine con l’istituzione dell’euro e dei vincoli di bilancio del 3% del deficit e del 60% del debito”.

Sapelli sottolinea anche che questo avvenimento segna un passo indietro sbagliato e pericoloso della politica rispetto all’economia: “Il fatto che ciò sia avvenuto per via parlamentare svela la perdita di influenza politica di un’intera classe politica, che vincola il suo destino a quello di nazioni a diversa produttività del lavoro, in particolare la Germania”.

Secondo Sapelli, la decadenza industriale ed economico-sociale dura da vent’anni ed è resa ancora più evidente dalla sottrazione della sovranità monetaria e da fattori come “la trasformazione dell’ordine giudiziario in potere arbitrario della magistratura”. È una subalternità di fronte ai grandi processi di trasformazione economica particolarmente evidente in Italia. “Abbiamo vissuto una trasformazione reazionaria a cui siamo stati economicamente, socialmente e culturalmente sottoposti. Abbiamo fatto le privatizzazioni senza liberalizzazione e con distruzione dell’apparato industriale e dei servizi, per terminare con l’università e il sistema dell’industria culturale e giungere al culmine nel sistema bancario con l’abrogazione del credito popolare e cooperativo”.

Sapelli lo definisce il “modello argentino neo-peronista di privatizzazione distruttiva”. In questo panorama drammatico rimangono però elementi di speranza: “Nel nostro Paese resistono le capacità personali di un popolo di eroi italiani e cosmopoliti che continuano a insegnare nelle scuole, a lavorare nelle fabbriche e nelle nuove imprese 4.0 e nei servizi avanzati più sofisticati, prodigandosi nel volontariato, nell’amore verso gli ultimi. Nonostante avanzi e sembri sommergerci la povertà da bassi salari, da deflazione, da crisi demografica e da disoccupazione di massa strutturale”.

Concetto espresso con chiarezza nelle ultime parole dell’intervento: “Ma gli eroi resistono e camminano con noi. E forse non siamo – brechtianamente – un Paese sfortunato, se pensiamo che l’eroismo è ciò che ci fa prendere per mano, con Péguy, la Speranza, che è una virtù bambina. Per questo, nonostante tutto, camminiamo con Lei”.

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