VERSO L’EXPO 2015 - Meeting di Rimini
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VERSO L’EXPO 2015

Partecipano: Carlin Petrini, Presidente Slow Food; Lucio Stanca, Vice Presidente e Amministratore Delegato Expo 2015 Spa; Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la Sussidiarietà. Introduce Sandro Bicocchi, Vice Presidente Fondazione per la Sussidiarietà.

 

SANDRO BICOCCHI:
All’incontro Verso l’Expo 2015, nell’ambito del Meeting per l’amicizia dei popoli di Rimini, abbiamo degli ospiti questa sera che ci aiuteranno ad entrare nel tema dell’Expo. Lo potremmo definire, non so se il dott. Stanca è d’accordo, questo oscuro oggetto del desiderio, perché se ne è sentito parlare sui giornali per lo meno da più di un anno, da quando è stato formalmente assegnata a Milano la candidatura per Expo 2015, si è sentito tanto a favore, tanto contro. Noi vogliamo dare un contributo in questa edizione del Meeting per cercare di capire effettivamente di che cosa si tratta, e lo vorremmo fare da due punti di vista, con delle considerazioni più generali di Giorgio Cittadini, al quale poi chiederò appunto di commentare questi due interventi. I due punti saranno, partendo proprio dal titolo di questo nostro incontro Verso l’Expo 2015, quelli di capire, dopo aver definito che cos’è l’Expo, che cosa possiamo fare in questo percorso di avvicinamento da qui a questa grande manifestazione e lo faremo con il primo dei nostri ospiti, che è Carlin Petrini, che non presento in modo biografico dettagliato, perché è molto conosciuto. L’Onorevole Stanca invece, che è vice presidente amministratore delegato dell’Expo, della società che organizzerà l’evento e che ringrazio, come ringrazio Petrini, della partecipazione, per essere venuto a questo nostro incontro, ci aiuterà a capire di che cosa si tratta, cosa succederà in questi mesi dove Milano e l’Italia diventeranno il centro dell’attenzione. Infine chiederemo a Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà che io non presento perché giocando in casa è conosciuto da tutti, chiederò un commento eventualmente su questo. Intanto il tema dell’Expo: l’Expo ha come argomento chiave Feeding the Planet, Energy for Life cioè tutto ciò che ha a che fare con la nutrizione, l’alimentazione, l’energia vitale e quant’altro. Gli Expo, che si svolgono come quelli di Milano una volta ogni 5 anni – l’anno prossimo sarà la volta di Shangai che ha preso il testimonial ad Hannover nel 2005, se non vado errato – sono delle grosse manifestazioni che durano diversi mesi, all’interno delle quali si mette in mostra, a partire dal tema, per esempio quello di Milano ve l’ho appena detto, quello di Hannover era sull’umanità e la tecnologia, quello di Shanghai sarà sulle città, “Better City, Better Life”, il meglio che il mondo offre su questi temi. Allora, parlando appunto della nutrizione, dell’alimentazione, io chiederei al primo dei nostri ospiti di aiutarci a capire, partendo anche dal tema, che cosa ci aspetta in termini di capacità di costruzione di eventi di cultura, di educazione, il coinvolgimento dei giovani se necessario, di imprenditori e quant’altro. Quindi aprirei proprio con Carlin Petrini.

CARLIN PETRINI:
Io penso che il tempo che ci resta di qui all’Expo, poco meno di 6 anni, debba essere utilizzato per approfondire compiutamente il tema dell’Expo e nello stesso tempo creare le condizioni perché attorno a questo tema si sviluppi la sensibilità necessaria, perché ho l’impressione che questa questione dell’Expo, queste fasi, questo momento particolare sia soggetto a una schizofrenia. Da un lato il tema etico, forte, importante, strategico per l’umanità e dall’altro la legittima attesa, la città, la regione di un paese che, avendo vinto questa opportunità, ne vuol ricavare il più possibile non solo di suggestioni per fare un grande evento ma anche per lasciare dei segni per gli anni successivi. Conciliare queste due cose è la cosa più difficile in questo particolare momento, molto difficile, dirò di più che la maggior parte delle persone e anche delle istituzioni è molto più sensibile al secondo aspetto della seconda fase che non della prima, cioè quella di lasciare a Milano, al territorio, all’opportunità di questo evento, alla capacità di fare arrivare grandi masse, le carte forti per reagire all’attuale crisi. Bene, abbiamo l’Expo, possiamo lavorare su milioni di persone che vengono, quanto è bello, costruiamo, realizziamo, facciamo ripartire una certa economia. Ecco, io penso che questo non è in armonia con il senso profondo di questo appuntamento, o perlomeno lo può diventare, può essere in armonia esclusivamente se riportiamo la barra sulla tematica di fondo e la tematica è nutrire il pianeta, energia per la vita. Questa tematica che ha suggestionato tutti i paesi membri di questo comitato, è la tematica di una forza e di una qualità impressionante, che esige da parte di tutti un’attenzione, una riflessione molto più profonda di quella che si sta facendo ora, o perlomeno ad oggi che non si sta facendo. Allora io darò alcune suggestioni: tre punti che in qualche misura caratterizzino questa fase.
Il primo: sulla faccia della terra il mondo dei malnutriti e degli affamati, negli ultimi dieci anni, invece di ridursi è aumentato; siamo alla soglia di un miliardo di persone che non riescono ad avere un’alimentazione minima.
Secondo elemento: noi produciamo cibo nel mondo per 12 miliardi di viventi, siamo 6 miliardi e 500 milioni, un miliardo come ho già detto prima è mal nutrito, questo vuol dire che quotidianamente sprechiamo masse impressionanti di cibo edibile, sto parlando di cibo edibile. Negli Stati Uniti d’America ogni giorno sono 22 mila tonnellate, nel nostro paese sono 4 mila tonnellate al giorno di cibo sprecato. E tutto quello che concorre a risparmiare, è rappresentato dall’istituzione benemerita nel recupero di questo spreco e nel rimetterlo in circolazione, ma è una goccia d’acqua rispetto a quello che si butta via, una goccia d’acqua.
Terzo elemento: per la prima volta nella storia dell’umanità gli abitanti delle città, delle metropoli hanno superato gli abitanti delle campagne. Guardate che questo non è una cosa di poco conto, perché dare da mangiare alle città ha una sua complessità, un suo modo di approcciarsi, pensate che noi chiamiamo i nostri agricoltori contadini, da contado e il rapporto che il contado ha con la città è sempre stato importante e oggi diventa ancor più importante.
Ultima questione: negli ultimi 50 anni si è operato nel nostro paese, più in generale nel mondo occidentale, il più grande genocidio culturale, che è stata la distruzione sistematica della civiltà contadina. Guardate che se noi riflettiamo che in Italia nel 1950 i contadini erano 50% della popolazione attiva e oggi sono meno del 4%, se noi riflettiamo cosa significava questa civiltà con i suoi valori in un rapporto forte, organico con la sacralità, con la religione, con i ritmi del tempo, della natura, vediamo che tutto è andato a ramengo. La nuova religione del consumismo ha imposto, giorno dopo giorno, in maniera sistematica, un cambio di valori. Il cibo per secoli è stato prezioso, così prezioso da essere in tutte le religioni il segno distintivo della divinità, e nella civiltà contadina ha sempre avuto una sacralità, pensate che nel meridione d’Italia quando da una mensa, su una mensa cade il pane, si raccoglie il pane e lo si mangia. Pensate a che cos’era il desco familiare, pensate a che cosa erano le nostre famiglie contadine che avevano sempre un posto disponibile per il povero che girava le campagne e si sedeva a fianco del padrone e mangiava con il padrone di casa: l’ospitalità, la sacralità dell’ospitalità, la sacralità del cibo. E certo oggi il cibo, se viene buttato via in questa misura, non solo non ha più valore, perde valore, ma diventa sempre più un oggetto estraneo alla nostra cultura. Eppure in molte parti del mondo non si mette insieme il pranzo con la cena, si soffre di malnutrizione, muoiono bambini, e anche dalle nostre parti assistiamo a una cosa strana, un miliardo e mezzo di persone soffrono di malnutrizione per eccessiva nutrizione, obesità, malattie cardiovascolari, crescita esponenziale del diabete. Guardate che sono le due facce di una stessa medaglia, se noi non ritorniamo a dare valore al cibo e ad avere nei confronti del cibo il senso della moderazione, della morigeratezza, del piacere ma di un piacere sano, condiviso, generoso, il rapporto col cibo è destinato a distruggere la nostra anima. Non si può andare avanti così. Guardatevi intorno come la gente consuma malamente, non dà valore al cibo. Ecco, l’Expo parlerà di questo, l’Expo è chiamato a parlare di questo, l’energia della vita primaria è quello che mangiamo e allora vengo al dunque e non vorrei perdere altro tempo. Io penso che il tema Verso l’Expo non è tanto quello, si certo e sarà compito del mio amico Stanca darsi da fare perché le strutture, la logistica, il master plan (a me quando incominciano a parlare troppo inglese, non capisco già più niente)… perché si vada avanti su quel fronte li, ma l’essenza di un viaggio verso l’Expo è la costruzione di un nuovo umanesimo che ricollochi la terra madre, il nostro rapporto con la natura, il nostro rapporto con l’ambiente, il nostro rapporto con il cibo, e la condivisione con gli altri in una dimensione nuova. E’ questa la grande scommessa che ha l’Expo, è un’opportunità straordinaria e certo che siamo lì tutti protesi come possiamo fare le infrastrutture, c’è già gente col sacchetto di cemento pronto, avanti, costruire! Se questo è il concetto di Expo, io personalmente penso che perdiamo l’opportunità storica di costruire attraverso questa tematica un processo di partecipazione, di discussione che ci porti verso un nuovo umanesimo. E allora quali sono gli elementi fondanti dal punto di vista dell’alimentazione del rapporto uomo natura?
Primo elemento: la sovranità alimentare. Ogni popolo, ogni comunità ha il diritto di seminare, piantare, produrre e mangiare quello che fa parte della sua storia, quello che è consono all’ambiente in cui vive. La sovranità alimentare non sopporta invasioni e arroganze, sopporta invece amorevolezza per quell’agricoltura di territorio che noi tutti dobbiamo avere, quell’attenzione per il mondo contadino che deve, ripeto, ritornare nella nostra cultura. Noi non mangeremo computer, o le nostre campagne torneranno essere un momento in cui si realizza una nuova agricoltura, un nuovo rapporto con la terra e si convincano i giovani a fare questo lavoro, che è un lavoro gratificante, non per fare vite grame, ma per essere, magari anche con i nuovi strumenti che ci dà la modernità, in rete con altri contadini, per fare un nuovo prodotto e per avere la gratificazione di lavorare la terra, o altrimenti non si può parlare di sovranità alimentare.
Secondo elemento, il valore della diversità, non solo la bio-diversità delle sementi e delle razze animali che è un patrimonio inestimabile, e l’Expo dovrà esplicitare questo patrimonio, ma della diversità culturale, il savoir faire. Vedete, tutti noi dobbiamo essere grati alle nostre donne, alle nostre nonne, che con poco hanno fatto delle cose straordinarie, dei piatti straordinari, non c’è cuoco a tre stelle che possa ripagare la genialità delle nostre nonne. E allora le nonne sono qui ma sono anche in Burkina Faso, sono anche in America Latina, sono anche nelle terre del nord, questa sapienzialità che traduce, che trasforma il prodotto che madre natura ci dà in un prodotto edibile, è l’essenza della cultura umana. La cultura umana parte da questa capacità di trasformare i prodotti che la terra ci dà in prodotti edibili, energia per la vita e amorevolezza. E allora rispetto, e arrivo al terzo punto, rispetto delle economie di sussistenza. Voi qui avete presente un movimento che ha aderito anche al vostro movimento e sono i Sem Terra. I Sem Terra stanno facendo una battaglia straordinaria per il diritto alla terra, diritto da cui è esclusa molta parte del mondo. Ebbene, io penso che dobbiamo guardare a queste economie non dall’alto al basso: venite da noi che imparate la nuova economia! Guardate che fine ha fatto la nostra economia, guardate che fine ha fatto la nostra finanza, e allora rispettiamo le economie di sussistenza, perché le economie di sussistenza oggi danno ancora da mangiare a più della metà del pianeta e hanno intelligenza, savoir faire, rapporto con la natura straordinario. Solo il nostro egocentrismo può portarci a dire che loro sono miserevoli, perché noi misuriamo tutto in base al PIL, che Dio l’abbia in gloria: il PIL, il PIL è alto siamo tutti felici, non è vero, la felicità è un’altra cosa.
Altra questione, una battaglia epocale contro lo spreco. Qui bisogna darci una smossa tutti, allora io dico sempre nelle mie conferenze e lo dico anche oggi: quando tornate a casa questa sera o quando tornate a casa, aprite i vostri frigoriferi, guardate che tombe di famiglie avete in casa, guardate come il prezzemolo chiede di essere tritato, come vasetti stanno mettendo la muffa, leggermente, non sono più strumenti per conservare il cibo, sono anticamera della spazzatura, pieni rigonfi. C’è gente che nel congelatore sotto ha dei conigli di Jurassic Park, se li è dimenticati di generazione in generazione. Allora lo spreco non dobbiamo noi pensare che è un male che sta fuori di noi, lo spreco ci ha preso le nostre coscienze, noi siamo diventati spreconi, noi non baciamo più il pane che cade per terra, noi non rispettiamo più la morigeratezza, noi abbiamo l’avidità, noi non abbiamo il bene della generosità. E arrivo agli ultimi due punti, perché dopo bisogna articolare, li ho lasciati per ultimi, voi mi darete anche benevolenza, vedete io sono in terra straniera anche se voi siete aperti, io sono, l’ho sempre detto al mio amico Vittadini, io sono un agnostico, lui lo sa. Bene, io penso da agnostico che questa ultima Enciclica di questo papa così timido, introverso, è fantastica per tre motivi. Primo, la fraternità badate che è una cosa straordinaria, Cesana era all’apertura di Terra Madre e io a Terra Madre dissi che la fraternità è un bene prezioso, ne abbiamo fatti di tutti i colori per la libertà e l’eguaglianza, per la libertà e l’uguaglianza abbiamo fatto guerra, ci siamo messi gli uni contro gli altri e la sorella povera della fraternità l’abbiamo lasciata come se fosse irrilevante eppure la fraternità è strategica. Sapete perché la fraternità ha in sé il DNA della comprensione dell’altro? La fraternità, anche se la pensiamo diversamente, essendo tutti sulla stessa terra nostra madre, avendo qualcosa come un destino comune, ci porta ad essere comprensivi, aperti. Allora riflettiamo. Io, guardate, è una settimana che su questo discorso di questi 73 che sono morti in mare, non riesco a darmi pace. Ma in che paese viviamo, quelli non sono nostri fratelli, chi sono? L’avete vista quella ragazza distesa sul letto con la flebo, una delle 5 e adesso per obbligo d’ufficio sono stati anche denunciati. Perfetto. Quel giudice, quando diceva che doveva farlo per obblighi d’ufficio, era persino mortificato, ma l’avete vista con quella flebo, guardatela bene se avete occasione, quella è una ragazza che soffre di fame, e in Eritrea, in Etiopia, si soffre di fame. La fraternità è il bene primario che ci deve portare al dialogo tra le culture, alla comprensione, all’apertura, non alla chiusura.
Secondo elemento. Ho trovato straordinario questo concetto della carità, dell’amore che cambia il mondo. Su questo dobbiamo convenire al di là di tutto, perché è un elemento davvero innovativo. Ma la cosa che mi ha entusiasmato di più di questa Enciclica è il superamento di quel dualismo tra economia e sociale, è il riconoscimento pieno che il lavoro sociale è parte integrante dell’economia. Io non mi metto una giacca perché sono un manager – e qui ne avete di manager che vengono in processione, qui, a cantarla – e un’altra giacca perché sono commiserevole perché mi dedico al sociale. No, non ci sto più a mettere due giacche, anche chi lavora nel sociale fa economia e l’economia che lavora nel sociale è l’economia più difficile da portare avanti. La gente ci mette l’anima e il corpo sul bastone, scommette se stessa, questo è straordinario, perché questo cambia il nostro modo di pensare e lo cambia non solo dal punto di vista della sussidiarietà ma dell’essenza, perché se è vero, come è vero, che questa crisi c’è e si manifesta sul fronte finanziario, sul fonte ambientale, sul fronte energetico, è altrettanto vero che se noi non superiamo questa situazione con un nuovo umanesimo, non andiamo da nessuna parte. Ecco che cos’è l’Expo, se l’Expo è questo, se l’Expo sa mettersi in gioco, se l’Expo sa mobilitare masse di giovani da ogni parte del mondo, per discutere di questo, come fate voi qui, tutti a discutere di queste cose, l’Expo sarà una grande cosa; se invece è solo una vetrina della nostra bella Italia, buona fortuna!

SANDRO BICOCCHI:
Sono un po’ imbarazzato a dover dare la parola a due uomini con la giacca, però conoscendo Lucio Stanga e Cittadini, sono sicuro che non rientrano nella categoria che diceva prima il nostro amico Carlin Petrini del quale non intendo assolutamente riassumere, sono convinto che ci sono spunti molto interessanti e sono altresì certo che Vittadini li riprenderà. E’ significativo, e poi ti do la parola, è molto stimolante anche da un punto di vista intellettuale e anche manageriale questo accenno al nuovo umanesimo e alle due priorità, che è il percorso reale, vero, che ci si aspetta dall’Expo. Una sfida che non è soltanto perché c’è l’Expo, è una sfida che è dell’uomo in quanto tale ma visto che c’è questo evento, io ti darei la parola invitandoti a spiegarci, a farci capire effettivamente che cosa accadrà, in che senso la sfida di Petrini può essere raccolta. Cito soprattutto la tua dichiarazione, che mi ha colpito molto, nella quale avevi detto che affrontando la domanda di un giornalista sull’approfondimento del tema hai detto: “un Expo centrato sul tema dell’alimentazione e non la solita fiera seppure universale”. Allora io ti chiedo che cosa succederà e come vi state attrezzando per far sì che Petrini nel 2016 non dica: ve l’avevo detto nel 2009 a Rimini, avete fatto esattamente il contrario di quello che vi avevo detto.

LUCIO STANCA:
Grazie, grazie a tutti, a Carlin Petrini, di cui mi onoro di una nuova amicizia, e poi abbiamo collaborato insieme sull’Expo 2015, ascoltarlo è sempre molto affascinante, fa riflettere. Potrei dirmi d’accordo su tutto, ma non lo dico perché siamo quasi d’accordo su tutto. Però innanzitutto, l’Expo, voglio dirlo con molta chiarezza, l’Expo del 2015, l’Esposizione universale, è il progetto internazionale più importante per l’Italia.
La prima affermazione che voglio fare è che non riguarda solo Milano, la provincia di Milano, la Lombardia, ma riguarda l’Italia. È in gioco il prestigio, la capacità, la credibilità del nostro paese. Tant’è che la legge stessa che coordina, che sostiene l’Expo, parla di un evento di grande interesse nazionale, quindi la prima riflessione che voglio sottomettere alla vostra attenzione è che non stiamo parlando solo di Milano, ma stiamo parlando della nostra comunità nazionale, e nello sviluppare, nel concepire, nel disegnare questo evento, quest’esposizione universale, dobbiamo tener conto che non tutto deve svolgersi a Milano, le idee, i progetti, la partecipazione deve venire da tutto il paese. Il tema è stato già detto, è “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”, in esso c’è questo grande e fortissimo nesso, che sta al centro dell’esistenza dell’uomo, tra l’alimentazione e la vita. Non c’è tema più vicino all’uomo, più centrale all’esistenza dell’uomo, e non per caso nel logo dell’Expo è rappresentato l’uomo di Vitruvio di Leonardo, proprio per sottolineare la centralità dell’uomo nell’affrontare questo grandissimo tema. Un tema che non riguarda solo il cibo, su cui giustamente Carlin Petrini si è soffermato, ma che riguarda anche quello che sta prima del cibo, che è il mondo dell’agricoltura, e quello che vi sta intorno, che riguarda l’ambiente, la sostenibilità dell’ambiente, la qualità dell’ambiente. Tutte insieme queste cose formano questo grande tema. Io ho trovato questo tema scelto, non ho partecipato alla scelta.
Un tema che trovo di grandissima attualità, e sono convinto che nei prossimi decenni questo tema diventerà ancora più centrale: la nutrizione e la sostenibilità dello sviluppo, e la qualità dello sviluppo. E quindi la scelta non poteva essere più felice. Guarda caso è confortata da questa grande iniziativa che l’Onu ha preso, quando ha lanciato la campagna “Gli obiettivi del millennio”, che si conclude nel 2015, anno quasi magico. Speriamo che a Milano questo grande evento mondiale si declini con obiettivi uguali o simili ai grandi obiettivi che abbiamo discusso, per quanto riguarda l’Expo di Milano.
Non voglio spendere più tempo sul tema perché molto è stato detto da Carlin Petrini, ma certamente non si può non essere d’accordo che c’è un grande problema politico, da una parte abbiamo un miliardo di persone che sono obese o sovralimentate e dall’altra un miliardo di persone che muoiono di fame, che c’è dello spreco, o il problema della qualità del cibo, o delle tecnologie del cibo o di tutti questi aspetti che sono stati trattati. Quanto alla distruzione di una civiltà, non solo dell’economia della campagna, il grande merito dell’Expo, caro Carlin, è che questi temi, senza l’Expo, possono essere discussi in tanti convegni di qualche migliaio di persone, per esempio in televisione non ho mai visto un programma su questi temi. L’Expo vuole portare questi temi così importanti e centrali per la nostra esistenza planetaria, a un palcoscenico planetario. Io non trovo il contrasto tra l’approfondimento del tema che tu dici, assolutamente necessario, perché questo è il valore dell’esposizione. Aver scelto un tema così centrale e potente e metterlo su un palcoscenico non degli addetti ai lavori, di pochi intimi, di qualche migliaio o decina di migliaio di persone nel mondo, ma dandogli un palcoscenico, delle scuole universali, non è cosa da poco. Cioè discutiamo di questi problemi su base planetaria, ognuno dice la propria visione perché su questo tema ci sono anche visioni diverse. Certo non si possono avere visioni diverse quando si deve combattere lo spreco. Su altri temi, anche scientifici, tecnici ci possono essere un milione di visioni diverse e di nuovo l’Expo deve…sennò davvero non cogliamo tutta la potenzialità dell’Expo. Su questo grande palcoscenico che deve attirare l’attenzione non solo dei visitatori….che colpa abbiamo nel volere milioni di visitatori nell’expo? Oggi ho imparato moltissimo nel visitare il Meeting a Rimini. Voi avete realizzato un miracolo in termini organizzativi, perché avete 170.000 visitatori al giorno, numero che noi sogniamo di avere per l’Expo, quindi lo stesso numero che voi realizzate a Rimini, in un decimo della superficie di quella che abbiamo noi, quindi un miracolo dal punto di vista logistico. Quindi dobbiamo venire a imparare. E poi lo fate con 3000-4000 volontari. Noi stiamo pensando a qualche decina di migliaia di volontari, anche perché il nostro evento non dura una settimana ma sei mesi. Ma certamente vorremmo avere il successo che ha questo Meeting…qual è il successo di questo Meeting? Portare all’attenzione di un grande pubblico temi di interesse generale, non lasciarli chiusi solo agli addetti. Un tema come la nutrizione, non solo quella fisica, ma anche quella intellettuale, dell’apprendimento e quella etico-morale degli squilibri che ci sono nel mondo, questo è l’obiettivo dell’Expo.
Però ci vuole anche il palcoscenico, senza sprechi, con sobrietà. Comprendendo che in questo momento stiamo disegnando l’Expo del 2015 in un momento di crisi, dobbiamo realizzare un palcoscenico capace di reggere la scena a tutti questi attori che devono discutere di questi temi. Quindi non c’è contrasto col fatto di voler creare delle infrastrutture necessarie, utili, ovviamente…perché sennò ritorniamo allo spreco non solo del cibo ma del denaro pubblico, e del territorio e della qualità della vita. Questa è l’unica strada che io vedo possibile per avere un Expo di successo, quindi per attirare l’attenzione, perché l’Expo è fatto per la gente, è fatto per noi persone, non è fatto per i circoli chiusi, i club o le associazioni imprenditoriali o per i politici, ma è fatto per una divulgazione.
Due riflessioni sull’Expo per capire il percorso che stiamo facendo. L’esposizione universale è nata a metà del ’800. A quell’epoca questo evento era concepito fondamentalmente per mostrare la grandezza delle potenze di allora. Se vedete, l’esposizione universale nel ’800 era un ping pong tra Londra e Parigi. Poi col ’900 queste esposizioni sono diventate delle fiere, perché? Perché c’è stata una corsa, attraverso l’esposizione universale, a far conoscere alla gente i prodotti del progresso tecnologico e scientifico…l’atomo, se qualcuno lo ricorda, o l’esposizione in Giappone su una visione di un mondo pieno di robot. Ma oggi siamo nel XXI secolo, se facessimo una fiera di oggetti, di per sé tecnologicamente avanzati, falliremmo. Nessuno riesce a battere la concorrenza di internet, basta andare sulla rete per conoscere qualsiasi oggetto disponibile oggi al mondo. Oggi invece dobbiamo creare degli Expo che pongano dei problemi, come è cominciato in fondo. Qualche anno fa, Saragozza ha posto il problema dell’acqua e della sua limitazione come risorsa disponibile, l’anno venturo Shanghai, l’esposizione universale 2010, pone il problema della qualità della vita delle grandi città. Perché, come è stato detto, oggi più della metà della popolazione mondiale vive in queste grandi megalopoli, fatte di decine di milioni di persone, e c’è assolutamente un problema di qualità della vita. Vedete il tema dell’acqua, della qualità della vita…Milano non propone una fiera di prodotti agricoli, ma propone un’esposizione universale in cui si dibattono tutti i temi che sono stati accennati da Petrini e altri ancora.
Innanzitutto noi introduciamo una grande innovazione che è la cooperazione internazionale. La nostra manifestazione non si esaurisce solo nel momento espositivo, ma stiamo già lavorando con decine e decine di paesi in progetti di cooperazione internazionale sul tema della nutrizione e della qualità dell’ambiente, perché si possano realizzare dei risultati, da presentare durante l’Expo, e poi perché si possa lasciare un’eredità a Milano non solo di autostrade, di cui la Lombardia ha bisogno. Non dobbiamo vergognarci che la mobilità è un’esigenza primaria di una società civile moderna come quella lombarda. Ma al di là delle infrastrutture, vogliamo lasciare in eredità un centro dello sviluppo sostenibile, fatto da tutte queste cooperazioni avviate con l’Expo ma non esaurite con l’Expo, lasciate per il futuro. Quindi avere a Milano una missione internazionale sulla cooperazione internazionale e mondiale.
Ma qual è l’obiettivo vero dell’Expo? Io mi sono rifatto al tema del vostro convegno “la conoscenza è sempre un avvenimento”. La conoscenza cos’è? È un misto di apprendimento ed esperienza. Tant’è che Einstein diceva che imparare è un’esperienza, senza di essa, tutto il resto è solo informazione. Esattamente quello che stiamo progettando con l’expo di Milano 2015: offrire alla gente, alle persone comuni, normali, l’occasione di apprendere di più sulla nutrizione e allo stesso tempo avere un’esperienza unica, se non c’è l’esperienza unica tutto si risolve attraverso internet, ma se abbiamo esperienza di poter visitare un sito che crea in condizioni uniche e straordinarie nel campo dell’agricoltura, nella diversità geografica o culturale, ecco che noi diamo a chi verrà a visitare l’Expo un’esperienza che non può essere realizzata in nessun’altra parte del mondo. Allora un’occasione unica di apprendere e di vivere un’esperienza unica e straordinaria nel campo dell’alimentazione. Questo è la nostra sfida, è tutto da costruire, non abbiamo già scritto tutto. È un lavoro che dobbiamo fare in comune, perché una società come la mia è oggi di 40 persone, non può far fronte a tutto questo sforzo di creazione, di progettualità, di contenuti. Ecco qui la necessità, come anche è avvenuto attraverso gli stati generali che abbiamo avuto a metà luglio a Milano, di coinvolgere le istituzioni, le associazioni, le imprese, il mondo sindacale, il mondo del non profit, con tutto il loro bagaglio di conoscenza, di capacità, di progettualità, di iniziative. Ecco, noi dobbiamo creare un grande palinsesto in cui ci sia una ricchezza di idee, di progetti, di diversità, di dibattito, di esperienza, di risultati. Questo è l’Expo, non una fiera di fiere: di ulteriori fiere universali non ne abbiamo bisogno. È un’occasione unica, non per l’Italia, per il pianeta, di discutere attraverso tutte queste iniziative del tema della nutrizione.
Dove si svolge? È importante che ci sia un luogo, le idee hanno bisogno di essere realizzate, e quindi abbiamo un’area vicino alla fiera di Milano, con quindi anche grande possibilità di collaborazione e sinergie in futuro, in cui costruiremo l’esposizione più verde che sia mai stata realizzata nella storia delle esposizioni universali, dal 1859 a oggi. Ci sarà una grande zona, in cui avverrà questa esposizione, in cui ci sarà molto verde e molta acqua. Hanno lavorato 5 architetti di fama indiscutibilmente mondiale, italiani e stranieri. E all’inizio di settembre presenteremo questa idea generale di come sarà l’esposizione universale a Milano, è solo l’idea da cui poi partirà. Lo costruiremo con sobrietà, con la consapevolezza che stiamo concependo un’esposizione universale in un momento di grande crisi mondiale, ma anche con la consapevolezza di avere un’opportunità unica, straordinaria per il nostro paese. Non è che avremo un’altra esposizione universale fra altri 5, 10, 30, 40 anni e quindi possiamo davvero sfruttare quest’occasione, non solo sfruttarla in termini economici, ma in termini di immagine, anche per noi stessi, è una sfida che dobbiamo realizzare e vincere, un evento che abbia successo, che abbia contenuti, che dia contributi dal punto di vista politico, scientifico, dal punto di vista della divulgazione dei temi che abbiamo proposto. Con grandissima attenzione soprattutto ai giovani, perché abbiamo bisogno di un esercito di volontari, e i volontari partecipano a un lavoro solo se ci credono, se sono motivati, se sentono il senso della missione, quindi dobbiamo andare avanti e far voler bene all’Expo, in modo che ci siano persone che possano lavorare per l’Expo. Quindi l’idea di Vittadini di creare un Erasmus per far venire studenti in Italia per prepararsi su questi temi inerenti alla nutrizione e all’alimentazione. L’idea di avere per i giovani universitari delle borse di studio o premi per le migliori tesi di laurea. Abbiamo il progetto di recuperare decine di cascine abbandonate intorno a Milano. Dare queste cascine ai giovani per attività inerenti all’agricoltura o l’alimentazione o per l’ospitalità dei giovani. Ha ragione Petrini quando dice: “dobbiamo avere milioni di giovani che vengano all’Expo di Milano”. Poi è stata dedicata, nella sessione degli stati generali, una sessione per le donne, perché metà del mondo non può essere esclusa da questo dibattito che coinvolge l’alimentazione, e vede la donna molto spesso in famiglia in prima linea su questo tema. E quindi una particolare attenzione, vari programmi che possano coinvolgere le donne.
E in ultimo, il mondo del volontariato del profit e del non profit, del sociale, perché credo che sia un serbatoio di ricchezze in termini di valori, ma soprattutto in termini di idee, di progettualità e di competenze. Quindi non solo mobilitare le istituzioni, che si sono mobilitate, non solo il mondo delle imprese private, ma soprattutto il mondo sociale.
Concludo dicendo che abbiamo questa grande opportunità davanti a noi, possiamo fallire, e se fallissimo falliremmo come paese, perché è una sfida che il paese deve essere capace di comprendere e accettare, e possiamo davvero avere un grande ritorno, non solo per Milano, ma per la stessa Lombardia e per la comunità nazionale. Il presupposto di tutto questo è la partecipazione della gente, è capire e approfondire e discutere di questi temi. Se c’è un concorso e una partecipazione degli italiani, l’Expo avrà successo. Se la gente, per colpa di chi gestisce questi eventi rimane fredda e lontana, abbiamo creato la ricetta perfetta del fallimento dell’Expo 2015.

SANDRO BICOCCHI:
Grazie di questo contributo, che ha fissato sicuramente un metodo collaborativo con le varie realtà che dovranno fare l’Expo. Avendo tu riconosciuto, come tutti quelli che passano, questa grande diversità e novità che il Meeting di Rimini porta nel mondo, ed essendo Vittadini uno degli animatori, da 30 anni di questa manifestazione, mi interesserebbe chiedergli, partendo dall’analisi di Petrini, che mi sembra molto interessante e profonda e da quello che ci ha detto come metodo Stanca, un affresco dei contenuti, partendo dalla sua esperienza, che l’expo del 2015 dovrà darsi e dovrà dare, da qui a quando si svolgerà.

GIORGIO VITTADINI:
Allora dico tre cose, prima parto da come la penso. Innanzitutto dico che sono d’accordissimo con Stanca su una questione, che l’Expo misura il soggetto che c’è dietro. Tutte le polemiche che sono venute fuori, sono paure dovute a una crisi di identità, per cui abbiamo paura di misurarci di fronte a un progetto. Non è vero, quelli che dicono “ma a cosa serve? ecc…”, è perché si capisce che c’è una crisi di identità culturale e quando c’è un progetto viene fuori questa debolezza. Allora penso che sia una grande possibilità di ripensarsi come pensiero, di chiedersi chi siamo, cosa proponiamo come Milano e come Italia. Se noi perdiamo questa occasione di ripensarci siamo finiti, non abbiamo più un’identità da dare; quindi per me è fondamentale, non è una questioni edilizia su cui tornerò dopo.
Seconda questione. Dal punto di vista di questo pensiero, io partendo da presupposti ideali molto diversi da Petrini, la penso come lui. Perché da cristiano penso che lo scempio dell’ambiente sia una delle cose più anticristiane che siano mai avvenute, perché nasce dal fatto che la creazione invece di essere, come dice anche l’Enciclica, “qualcosa che è di Dio”, è posseduta in modo consumistico da uno che invece di vedere una cosa e usarla per il bene di tutti, la chiude, secondo le stesse idee del finanziarismo che ha dominato l’economia degli ultimi anni. E i cristiani che non capiscono questo, sono uguali e contrari a quelli che affermano il panteismo, che adorano la natura come un soggetto. Sono colpevoli come chi distrugge l’ambiente per l’utilizzo distruttivo dell’ambiente. Per cui, per me questa è una sfida che da cristiani e da persone di CL è fondamentale. Anche perché tante volte si arriva a dire che, siccome c’è il Cristo del panteismo, si pensa che il problema dell’ambiente non esista. No! Il problema dell’ambiente è fondamentale, perché questa terra è in affitto, non è mia, come la donna non è mia, la famiglia non è mia, il figlio non è mio, come il lavoro non è mio, anche se lo faccio fino in fondo, la natura non è mia. Da questo punto di vista, è una grande sfida il rapporto con lo spreco, pensate al Banco alimentare, e con la ricostruzione del territorio. Perché pensando a Milano, quando penso allo scempio del territorio fatto in certi paesi del nord di Milano, io quando passo vibro di indignazione. Non si può distruggere un territorio semplicemente perché si è speculato in modo schifoso dal punto di vista edilizio, senza la capacità di usare il territorio per tutti. Questo è uno scempio che deve finire. E questo mi dice allora che i due scopi detti prima non confliggono. Da una parte c’è un problema di ricostruzione culturale dell’ambiente, della natura…tutto il tema di Petrini. Dall’altra parte il ripristino edilizio delle strutture è secondo me fondamentale, perché non si può andare avanti buttando via un territorio così. Io per esempio ho un’idea di Milano: adoro i grattaceli e intorno ci voglio la foresta. Questa è la mia idea di Milano, non la casetta a schiera o il centro commerciale che distrugge il territorio in un modo idiota, senza dare neanche un senso di bellezza. Ma questo è una roba di cui discutere, vuol dire che anche la parte strutturale è fondamentale. Io penso che sia una grande occasione, ripeto che sono molto contento quando vedo parte di Milano con i grandi progetti…su questo non la penso come Celentano, esattamente l’opposto. Quando penso ai nuovi grattaceli della regione, penso anche che la ricostruzione, come dice Petrini, del parco sud e partendo dal parco sud di un territorio agricolo che abbia la sua intelligenza, una sua capacità di ripristino dell’agricoltura, sia fondamentale, anche perché nel 2013 finiscono le sovvenzioni all’agricoltura. O noi ricostruiamo l’idea di agricoltura ambientale, o non sappiamo cosa farcene di un territorio che è rimasto lì. Allora c’è da ripensare l’agricoltura, o, l’idea di Petrini, saltare tutta una serie di passaggi per portare i prodotti agricoli di qualità alla città. Capite che è un progetto fondamentale in cui si misura la nostra intelligenza, in cui far vedere e superare gli errori che sono dovuti a una politica di anni in cui la politica è diventata strumentale a interessi e ha distrutto il territorio e questa possibilità. Questo quindi penso, e voglio sia le infrastrutture sia questo punto. Primo punto.
Secondo punto. Dal punto di vista dei contenuti, secondo me il ripensare l’identità ha un problema importantissimo: di autocoscienza. Io penso che la Lombardia, l’Italia sia un modello sui problemi detti, fondamentale. E lo espongo. Quali sono i problemi per cui il mondo va a catafascio e si distrugge continuamente territorio? Città-campagna. Noi abbiamo delle megalopoli e intorno i deserti, questo è lo sviluppo anche in Europa, perché pensiamo all’America. Il territorio italiano è un continuo, io penso per esempio al sud di Milano, di città-campagna, in cui ognuno ha il suo equilibrio. Per cui ci sono le grandi città, ma l’Italia rurale, l’Italia dei paesi, l’Italia delle città, dei campanili, è fondamentale. Questo è un modello per tutti. Il modello non è l’inurbamento delle foreste africane e delle grandi città dove la gente sta male, ma è esattamente il nostro modello da ripensare. Per cui ogni città ha una città di provincia con arte, cultura, identità, e in cui uscendo in campagna a tre km da Oliano, sembra di essere nella foresta più bella e avanzata che c’è. Ancora…io, popolo. Dalle nostre parti c’è un’io, ma l’io è associato. Altrove nel mondo abbiamo posti in cui l’io si è sviluppato da solo o dove l’io non esiste. E ancora…il rapporto tra produzione agricola e tempo libero. Per noi il lavoro è fondamentale, il lavoro della filiera dell’agricoltura, che è una delle agricolture più ricche del mondo, fino alla trasformazione alimentare, ma questo non è tutto. Il lavoro è equilibrato rispetto a un’idea di socialità, di vita comune, di non rinuncia a una vita familiare e associata che è fondamentale. Ci sono parti del mondo dove c’è solo lavoro e altre dove non ce n’è per niente.
E ancora…il problema della ricchezza, della perequazione. L’Italia è un modello perché permette alti modelli di sviluppo, ma anche un struttura sociale, lo vediamo nella crisi, che tende a ridistribuire.
Ancora per dare temi….il tema dell’uso del territorio per l’agricoltura e della bellezza. Il territorio agricolo italiano è un territorio agricolo dove l’uomo è intervenuto, ha creato ambienti bellissimi, che sono ambienti produttivi. Pensate alle risaie del sud della Lombardia, agli uliveti, alle viti. Avete questa unità di passaggio. E ancora…..cibo. da noi si mangia, ma si mangia intorno a un tavolo. Il problema del cibo non è solo “cibo”, tipo uomo di Neandertal. C’è una tavola, dai monaci in poi il punto di incontro della civiltà è la tavola. Si mangia, ma il mangiare è il luogo dove avviene la vita civile, la vita economica, la vita sociale, non è il frigorifero aperto, che poi è quello che crea obesità. E ancora…dal punto di vista della dieta, la dieta mediterranea. Proprio nei lavori preparatori delle scuole è venuta questa nostra amica del Brasile, che ha detto che la dieta mediterranea è la dieta che permette di equilibrare le cose, perché non è la coca cola, non è il McDonald, non è la malnutrizione dovuta a cereali. Ancora… lavoro, arte e tecnologia. L’Italia è il paese dell’arte, ma è il paese in cui la piccola e media impresa ha sviluppato tecnologia anche nel campo alimentare. È il paese dell’identità, ma è il paese della migrazione. Perché io dico sempre che il popolo più “bastardo”, nel senso di non puro, è il lombardo. Noi siamo sempre stati un popolo di gente invasa, in cui l’identità razziale non esiste. Perché siamo stati camuni, galli, romani, longobardi, franchi, spagnoli, lanzichenecchi, francesi…non c’è niente di puro. Anche perché noi, quando uno veniva a invaderci, lo facevamo entrare, invece di fare la guerra. Allora capite che il nostro è un paese, rispetto a tutti i paesi, che è un modello da imitare. Dobbiamo rendercene conto. Ancora…la convivenza tra aspetti religiosi e civili, che noi abbiamo risolto pensando che c’è l’impero e c’è il papato, mentre altrove c’è solo il papato o solo l’impero.
Allora vuol dire che l’Expo dovrebbe vendere questo, dovrebbe partire dalla coscienza dell’identità che abbiamo, secondo tre punti. Tra l’altro oltre che con Carlin Petrini, ho un dialogo che spesso faccio con Massobrio su tutto il club di Papillon, su tutto il lavoro che fanno anche loro.
Primo: un ripristino del territorio secondo i progetti di ripristino ambientale, per cui uno veda cosa possa voler dire un modello. Quindi fare visitare alla gente l’Italia, il gran tour del ’800, di cui Petrini ha parlato, come il punto in cui si vede un paese che è sviluppato, ma non è un paese sviluppato da multinazionali. È un paese dove un popolo esiste.
Secondo punto: un appello mondiale a discutere di questi temi partendo dalle nostre ipotesi. Le nostre ipotesi sono il punto di partenza con cui chiamare gli studiosi mondiali a dire che questo è quello che facciamo noi. Cosa fate, come vi alimentate voi? Come succede al Meeting, dove c’è un’identità che si incontra e dialoga.
Terzo, i giovani. Perché i giovani che sono il punto più sensibile, sono quelli che potrebbero vedere qui qualcosa che serva al loro sviluppo. Da questo punto di vista, l’aspetto di cooperazione internazionale di cui Stanca diceva, è fondamentale.
Allora voi capite che io è per questo che sono entusiasta che ci sia l’Expo a Milano, e da milanese che sono, voglio dare tutto il contributo possibile. Perché le battaglie, se non si fanno in questo modo, noi non ci siamo. Giustamente ci emozioniamo quando organizziamo i mondiali di nuovo, che vanno bene, e beh l’Expo è più dei mondiali di nuoto. Chiudo dicendo a Petrini e Stanca, che siccome mancano degli anni all’Expo, ogni anno qui al Meeting potremmo fare il punto, anche più vasto di quello di oggi, per vedere come sta andando avanti il lavoro, a cui personalmente io voglio partecipare profondamente, per i motivi detti.

SANDRO BICOCCHI:
Io ringrazio tutti i partecipanti, direi che la sintesi di Vittadini chiude l’incontro. Prendiamo appuntamento per il meeting 2010.

GIORGIO VITTADINI:
La condivisione con Petrini è che, da un certo punto di vista, movimenti con partenze diverse come il suo e il nostro devono convergere per un nuovo umanesimo, questo è anche lo scopo che va ben oltre gli scontri.

CARLIN PETRINI:
Ecco io volevo, visto che ho l’opportunità di vedere in questa sala molti giovani, focalizzare quella che secondo me è la grande scommessa di questo secolo: riuscire, tutti assieme, a ricostruire un’agricoltura che veda le giovani generazioni protagoniste, nel rinnovarla, nel farla propria, in questo legame forte con l’ambiente. Perché quello che dice Giorgio è fondamentale, ma badate bene che la situazione è drammatica. La grande civiltà contadina e agricola lombarda è in ginocchio. La scelta di produzioni massive fa in modo che molte di queste aziende non possano più andare avanti. L’interland milanese è pieno di azienda dimesse, di gente che smetterà di fare quel lavoro. Bisogna inventarsi l’agricoltura. E allora pensate a che punto siamo arrivati, di quella benedetta filiera: i contadini sono quelli che guadagnano di meno, e i consumatori quelli che pagano di più. In mezzo c’è un’intermediazione che mangia a quattro palmenti, che ci porta tutti assieme nella grande distribuzione. E questa grande distribuzione sta distruggendo i nostri borghi, nelle nostre città, nei nostri borghi non c’è più il panettiere, non c’è più il salumaio, non c’è più un alimentare. Tutti dentro queste scatole portano la famiglia anche la domenica. I bambini non li portano in campagna, no, li portano al supermercato! Allora parliamo di nuovo umanesimo. Giorgio io ti invito a riflettere quanto questo genocidio perverso, cattivo ha responsabilità nel portare avanti il dio denaro, ma anche il consumo per il consumo. Allora è qui che dobbiamo discutere. Allora io vi dico giovani che siete qui presenti, se a qualcuno di voi salta in mente, oltre che andare a fare l’informatico, l’avvocato, siamo pieni di avvocati, oltre a fare i comunicatori, le università italiane sono piene di studenti di scienze della comunicazione, ma cosa comunichiamo? Se ci sono giovani che vogliono fare l’agricoltura, ragazzi, mettiamoci assieme. Ricostruiamo questo tessuto, ma che sia agricoltura di piccola scala, sostenibile, dove uno abbia il tempo di fare le vacanze, di godere della famiglia, e nello stesso tempo di avere un rapporto diretto con il consumatore, bypassando quelli che mangiano a quattro palmenti e guadagnare di più.

SANDRO BICOCCHI:
Perfetto lo faremo! Ora per par condicio al mio amico Stanca, voglio fargli dire due battute finali, proprio telegraficamente, prima della cena.

LUCIO STANCA:
Grazie dell’invito ad essere presente l’anno venturo. Concludo dicendo che avete capito tutti, che l’expo è una straordinaria opportunità per dibattere i temi che Carlin ci sottopone, dall’altra parte è una sfida, per mettere alla prova la nostra capacità, la nostra identità, la nostra voglia di costruire il nuovo e il nostro futuro. Dobbiamo vincerla.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

25 Agosto 2009

Ora

19:00

Edizione

2009

Luogo

Sala A2
Categoria
Incontri