UNO SGUARDO SUL MONDO: IL CINEMA DI FRANCESCO BRUNI - Meeting di Rimini

UNO SGUARDO SUL MONDO: IL CINEMA DI FRANCESCO BRUNI

UNO SGUARDO SUL MONDO: IL CINEMA DI FRANCESCO BRUNI

In collaborazione con Sentieri del Cinema. Interviene Francesco Bruni, Regista. Introducono: Antonio Autieri, Giornalista e Direttore di Sentieri del Cinema e Claudia Munarin, Studentessa di Lettere e Filosofia all’Università Cattolica di Milano.

 

Ore: 19.00 Sala Neri UnipolSai
UNO SGUARDO SUL MONDO: IL CINEMA DI FRANCESCO BRUNI

In collaborazione con Sentieri del Cinema. Interviene Francesco Bruni, Regista. Introducono: Antonio Autieri, Giornalista e Direttore di Sentieri del Cinema e Claudia Munarin, Studentessa di Lettere e Filosofia all’Università Cattolica di Milano.

CLAUDIA MUNARIN:
Buonasera e benvenuti a questo incontro della XXXIX edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli. Sono Claudia Munarin e frequento l’ultimo anno di Lettere moderne all’università Cattolica di Milano. Qui con me ci sono Francesco Bruni, sceneggiatore e regista, autore per il nostro cinema di alcuni tra i lavori più interessanti degli ultimi anni, di cui adesso ci racconterà, e Antonio Autieri, critico e giornalista cinematografico, direttore di Sentieri del Cinema. Vi prego di salutare tutti con un caloroso benvenuto. L’incontro di questa sera ha per titolo “Uno sguardo sul mondo: il cinema di Francesco Bruni”. Questo incontro nasce dal nostro desiderio di far conoscere a tutti voi Francesco e i suoi lavori cinematografici, sia quelli da sceneggiatore, sia gli ultimi lavori da regista, che mi hanno così affascinata da decidere di scrivere su di lui la mia tesi di laurea magistrale. Quello che ci ha molto colpito, conoscendo i suoi lavori e lui personalmente, è stata la capacità di cogliere l’umanità dei suoi personaggi e di rappresentare in modo originale questioni che riguardano la nostra società, e non solo. Tanto che il suo ultimo film, che sarà proiettato qui stasera, sta girando in tutto il mondo, segno evidente che quello che Francesco ha saputo cogliere non riguarda solamente l’Italia ma l’uomo in generale. In particolare, quello che mi ha colpito è stata la capacità di rappresentare, soprattutto nei suoi film da regista, il rapporto tra il giovane e l’adulto. Non tanto perché esprima la questione del disagio giovanile, che tanti hanno molte volte rappresentato, ma per la capacità di proporre una risposta pratica a questo disagio, nel rapporto concreto tra un ragazzo e un adulto che si incontrano, entrambi bisognosi di una risposta per affrontare una realtà sempre più difficile. Questa tenerezza che emerge molto chiaramente nei suoi film ci ha colpito, al punto da invitarlo per chiedergli da dove nasca. E siamo sicuri che quello che ha colpito noi colpirà anche voi durante questo incontro. Antonio è qui con noi per aiutarci a scoprire il mondo di Francesco. Do la parola ad Antonio.

ANTONIO AUTIERI:
Grazie, Claudia. Vado a dare qualche cenno biografico di Francesco, per chi non lo conoscesse. Spero che molti già lo conoscano, ma è per dare qualche coordinata. Francesco Bruni nasce a Roma nel 1961, la sua giovinezza è variegata: passa alcuni anni con la famiglia ad Atene, poi a Milano, poi a Livorno. Livorno diventa un approdo importante, dagli anni delle scuole medie in poi, e durante la giovinezza formativa che verrà fuori in tante sue opere. Poi torna a Roma, all’inizio degli anni ‘90, per fare cinema, come tanti colleghi della sua generazione, come anche Fellini. A Roma inizia a fare lo sceneggiatore, cioè a scrivere cinema per altri. Importantissima, la collaborazione e l’amicizia, il rapporto molto forte con Paolo Virzì, livornese, con cui c’è stato e c’è ancora un lunghissimo sodalizio e un rapporto personale molto forte. Dai primi film, La bella vita, Ferie d’agosto, Ovosodo, fino al 2012, con Il capitale umano. Poi c’è stata una serie di percorsi intrecciati con altri tipi di cinema e di autori: Mimmo Calopresti, regista molto importante, intorno agli anni ‘90 ci fu La seconda volta, un film con Nanni Moretti protagonista, sul terrorismo; La parola amore esiste e Preferisco il rumore del mare, piuttosto che una coppia comica, Ficarra e Picone, con Il 7 e l’8, La matassa. I loro primi film portano la firma anche di Francesco. Poi una serie TV famosissima, Il commissario Montalbano: tutti gli adattamenti di questi film Tv, di questa serie ormai ventennale, dal 1999 (se non sbaglio) ad oggi, sono sceneggiati da Francesco Bruni, tra l’altro con un importante adattamento linguistico dalle opere di Andrea Camilleri. E tanti altri: l’anno scorso abbiamo presentato qui Lasciati andare di Francesco Amato, di cui Francesco Bruni era uno degli sceneggiatori. Per conoscerlo ancora meglio, chiederei alla regia di mandare un primo blocco di spezzoni di film che portano la sua firma come sceneggiatore.

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Tanti modi diversi, da Ovosodo, la commedia costruita a quattro mani con una persona, Virzì, che conosce molto bene, ai film più drammatici di Calopresti, ai film comici, addirittura ai gialli per la televisione. Per prima cosa, ti chiederei le differenze tra questi tipi di scrittura e qualche parola sul tuo percorso di formazione: che cosa ti ha portato a sapere scrivere?

FRANCESCO BRUNI:
Mi ha fatto impressione questa carrellata, sembra il ritratto di uno schizofrenico, sono film talmente diversi fra loro… Però penso di riuscire a dare una spiegazione. Cosa mi ha portato a fare lo scrittore di cinema? Penso, fondamentalmente, il fatto che sono uno che ha fatto studi umanistici, che da ragazzo ha fatto teatro e ha cominciato ad avvicinarsi al teatro e al cinema con grandissima passione, che non pensava di avere il carattere giusto per fare il regista, ma che la sua vocazione fosse aiutare un’altra persona a mettere in scena il suo mondo, che poi è il meraviglioso mestiere dello sceneggiatore, che nessuno conosce mai abbastanza, quindi, una forma più altruistica, più nell’ombra, di fare il cinema.
È tutto cominciato con il fatto che il mio amico Virzì, che aveva studiato Sceneggiatura anche lui, che era nato come sceneggiatore, ad un certo punto ha deciso di diventare regista, di fare il suo primo film, che era La bella vita. E ha chiesto a me – che ero il suo migliore amico e avevo appena finito di fare il Centro Sperimentale di Cinematografia – di scrivere con lui. Da lì abbiamo cominciato una lunga cavalcata, bellissima, di grandi soddisfazioni; essendo anche lui, ripeto, sceneggiatore, scrivevamo insieme in tutto e per tutto. E lì, diciamo, ho espresso più pienamente il mio gusto, il mio stile, il nostro gusto, il nostro stile, il nostro mondo. Hai detto di Fellini che va a Roma, ma infatti questa è la chiave, spesso, anche del successo: portarsi un mondo come quello livornese nella grande città. C’è il grande vantaggio di raccontare un mondo che gli altri non conoscono o che conoscono poco. L’altro grande vantaggio è arrivare nella metropoli con un occhio da provinciale, e cioè guardarla con l’ammirazione e la soggezione di chi ci arriva dal di fuori e non la dà per scontata come la danno per scontata i romani o i milanesi, insomma. Questo è l’asse principale nel rapporto con Paolo, finché abbiamo fatto insieme, che ci ha fatto diventare una coppia anche famosa, ci ha fatto vincere tanti premi … Oltre a questo, ho cominciato a cercare altre collaborazioni, soprattutto quella con Ficarra e Picone, che è stata un’esperienza molto felice dove però ho fatto un lavoro totalmente diverso. Lì non portavo il mio mondo, non raccontavo le mie storie ma aiutavo questi due comici, molto intelligenti e molto curiosi e molto desiderosi di fare del cinema di buona qualità – non semplicemente un collage di gag – a mettere insieme le loro storie, il loro mondo. Mi mettevo al servizio totale di altre persone: oltretutto, fare lo sceneggiatore per una coppia di comici è difficilissimo perché loro rendono bene soltanto quando sono insieme. E quindi devi creare una storia che permetta loro di stare sempre insieme, devi equilibrare le parti in modo che facciano ridere nello stesso modo, insomma, è stata una scuola molto importante. E dall’altra parte, invece, il versante drammatico – “drammatico” nel senso del genere di film che abbiamo fatto – con Mimmo Calopresti. Questo esordio folgorante che fu La seconda volta, che andò a Cannes in concorso, interpretato da Nanni Moretti, dove invece ho dato sfogo ad un’altra parte della mia sensibilità. Perché comunque a me, come spettatore, piace tanto cinema, non un solo tipo, mi piacciono anche i film drammatici, anche i film cupi, se sono intelligenti, se sono appassionanti. Quindi, ho messo la mia sensibilità al servizio di un altro tipo di cinema. Poi, va bene, Montalbano: non voglio neanche parlarne perché il merito di Montalbano è tutto di Andrea Camilleri e dei suoi libri meravigliosi, io ho avuto solamente la fortuna che mi è stato chiesto di sceneggiarlo e il piccolo merito di sfrondare i romanzi e di portarli alla misura di una serata televisiva. Quindi, un lavoro, fondamentalmente, di editing, ma non di invenzione artistica.

ANTONIO AUTIERI:
Poi, nel 2011, una svolta molto importante, il passaggio alla regia. Come molti tuoi colleghi, si decide di andare dietro una macchina da presa, di raccontare storie più personali. Chiedo quindi alla regia di mandare un piccolo blocco di due sequenze di film con la regia di Francesco Bruni.

VIDEO (da Scialla!, 2011, Noi quattro, 2014)

Tre film da regista – il terzo è Tutto quello che vuoi che vediamo in questa sala alle 21 -, tre storie molto personali, che partono da spunti personali. Cosa significa questa decisione di raccontare di sé, addirittura circondandosi di persone vicine a sé – c’è sempre tua moglie, Raffaella Boroni, nel cast, era la signora sulla destra nell’ultima sequenza di Noi quattro, ed è sempre presente nei tuoi film con ruoli crescenti; o Arturo Bruni, tuo figlio, poi i camei di un fratello, gli amici… È importante circondarsi di quello che conosci? E raccontaci com’è avvenuto il passaggio alle “tue” storie.

FRANCESCO BRUNI:
Sì, ad un certo punto un produttore – Beppe Caschetto, il produttore di Scialla!, Noi quattro, Tutto quello che vuoi – mi ha chiesto di scrivere una commedia sulle corna. Non ne sono molto esperto, almeno attivamente, per cui non mi sentivo ferrato sull’argomento. In quel periodo stavo attraversando mesi difficili con mio figlio riguardo allo studio: vedevo che certi nostri dialoghi, quando cercavo di farlo studiare, facevano spanciare dalle risate Virzì o altri amici. E allora ho rilanciato: potrei scriverti una storia su un padre e un figlio, sull’educazione di un figlio che uno non sapeva di avere. E lui mi ha detto: sì, fallo pure. Quando poi ho finito la sceneggiatura, il produttore mi ha detto: «Senti, questa è una storia talmente tua, nei luoghi, nei modi, nei personaggi, perché non fai anche la regia?». Devo dire che non ho esitato tanto perché effettivamente era la prima volta che avevo scritto un copione senza un regista, l’avevo scritto in totale libertà, era molto personale e mi ci ero affezionato molto, sentivo che non era impegnativo da un punto di vista produttivo, che avrei potuto dirigerlo. Quindi mi sono buttato. Il film è stato un tale successo in Italia e all’estero che da lì in poi ho continuato, occasionalmente, ogni due, tre, quattro anni a fare film miei, sempre con questa ricetta, travisare le mie vicende personali, cioè camuffarle, così come mi sono camuffato in Fabrizio Bentivoglio, questo ex professore svogliato che viene sollecitato improvvisamente dalla comparsa di questo figlio. In Noi quattro ho fatto una specie di elegia della famiglia moderna, travisando la mia famiglia, perché noi siamo in quattro ma in combinazione diversa. Ho raccontato la storia di questa famiglia di separati in una giornata molto difficile, romana, in cui tanti nodi vengono al pettine. E poi, infine, questo ultimo film che vedrete stasera – che però non voglio anticipare – nasce da un’esperienza personale e dolorosa, tramutata in commedia.

ANTONIO AUTIERI:
Per conoscere ancora di più Francesco, vediamo adesso tre spezzoni di film, non suoi, che l’hanno formato. Sono sue passioni cinematografiche fra le tante, vediamo di capire qualcosa di più.

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Un autore di cinema ha nella sua formazione anche tutto quello che vede o, altra cosa di cui mi piacerebbe parlare con te, i maestri che ha incontrato. Che cosa ha formato il tuo sguardo sul mondo, le tue passioni, alcuni di questi film, i vari incontri?

FRANCESCO BRUNI:
Beh, in parte sì, i film che ho visto da ragazzo, specialmente questo film di Altman, Nashville, che mio padre mi portò a vedere quando avevo 14 anni e che mi colpì tantissimo. All’epoca, non avrei saputo dire perché, adesso, a posteriori, capisco che lo apprezzo, come tutto il cinema di Altman, perché racconta gli Stati Uniti, diciamo il cuore dell’Occidente, con uno spirito sarcastico, critico, con un mix di dramma e commedia e ironia, che poi è un po’ la chiave di tutti questi filmati che abbiamo visto, la ricetta meravigliosa anche della migliore commedia all’italiana, di C’eravamo tanto amati, per esempio, un film sull’Italia degli anni Settanta dove gli autori – perché non si parla solamente di Scola ma anche di Age e Scarpelli – riuscivano a far passare un messaggio anche politico e molto serio sul nostro Paese, sotto la specie della commedia, di un film divertente. Pensiamo anche a I soliti ignoti e persino La grande guerra, che finisce in maniera tragica: hanno questa ricetta di saper raccontare l’Italia in maniera approfondita e anche critica, però facendo divertire il pubblico. E poi, c’è Woody Allen che per me è una divinità, nel senso che ha accompagnato tutta la mia vita con il suo senso dell’umorismo. Ho scelto questo film perché è il più terribile di Woody Allen, il più pessimista, dove si parla della mancanza di senso di colpa, del fatto che non c’è una giustizia, che le persone che commettono atti orrendi la fanno franca e spesso sopravvivono anche al senso di colpa. Ma lo fa raccontando con grandissimo senso dell’umorismo, là dove è possibile. E poi, ho avuto la fortuna di intercettare nell’ultima fase della sua carriera Fulvio Scarpelli della coppia Age e Scarpelli, che è stato un po’ il maestro, non solo mio ma anche di Paolo Virzì, è stato il maestro di Francesca Archibugi ma anche mio: da lui abbiamo cercato di mutuare questa ricetta del fare commedia in maniera, come posso dire, problematica. La commedia non è solo battute buffe, personaggi stravaganti, è anche un grimaldello, una chiave importantissima per leggere la contemporaneità.

ANTONIO AUTIERI:
Tra l’altro, l’anno scorso, quando abbiamo invitato Francesco Amato per un incontro e per far vedere il film Lasciati andare, si parlava di maestri e lui ti citò tra i suoi maestri. Ecco, tu hai citato Scarpelli. Gli incontri personali con i maestri sono anche il rapporto, il tempo che si passa insieme? Anche questo incide per un passaggio, come dire, tecnico di conoscenze, per un modo di guardare?

FRANCESCO BRUNI:
Come diceva giustamente non ricordo più chi, una persona ti insegna anche e soprattutto per com’è.

ANTONIO AUTIERI:
Un po’ come Woody Allen.

FRANCESCO BRUNI:
Esatto, come Woody: poter osservare da vicino queste persone nel loro modo di vivere, per esempio, il ruolo di cittadini, nel loro modo di partecipare alla vita politica anche attraverso il cinema. Furio, per esempio, ci ha insegnato una cosa importantissima: che il cinema è l’ultima cosa di cui ci dobbiamo cibare per fare cinema. Bisogna cibarsi di musica, di arte, di fotografia, di giornali, essere un cittadino che vive all’interno della società e conosce i suoi problemi; poi, eventualmente, anche di cinema ma mai fare cinema a partire dal cinema. Questo è stato un insegnamento.

ANTONIO AUTIERI:
Tra l’altro, mi piace in questi incontri far vedere degli spezzoni, anche perché sono consigli per chi eventualmente non avesse ancora visto questi film, per recuperarli. È stato difficile estrapolare sequenze sul senso di colpa, come dicevi tu.

FRANCESCO BRUNI:
Eh, il dialogo finale è meraviglioso.

ANTONIO AUTIERI:
Meraviglioso, e si svelava anche troppo, quindi ho cercato di evitare. Però sono consigli che a cui mi associo. Oggi, il cinema ha ancora questa presa sulla società, sulle persone, ha la capacità di raccogliere l’attenzione e, dico ancora di più, di raccontare l’uomo, il cuore dell’uomo? Tu spesso ti ergi a difensore del cinema davanti al pubblico, quando tanti addetti ai lavori dicono che il cinema è morto, che dobbiamo cambiare mestiere. Molti sembrano non crederci più, tu ti spendi addirittura parlando bene delle opere di altri…

FRANCESCO BRUNI:
È evidente che se pensassi che il cinema è morto aprirei una tabaccheria, probabilmente. Certo, ha perso il suo appeal popolare, quello delle grandi masse: la gente andava in massa al cinema, prima, e ne parlava tanto. Ricordo che i miei genitori tornavano a casa e parlavano di film che io poi avevo voglia di vedere. Credo che ancora possa avere una influenza importante, lo vedo per esempio attraverso l’esperienza dei miei film nelle scuole, soprattutto. Probabilmente bisogna cominciare a pensare che la fruizione filmica cambi: non è necessario che la gente, i film, li vada a vedere in sala. Li vedrà in Dvd, in streaming, li vedrà come cavolo li vuole vedere, anche se secondo me perde tantissimo. Un film come quello che vedrete stasera – spero che rimarrete a vederlo – è un film che quando si è in sala mette il turbo, perché si crea un sentimento di condivisione tra il pubblico che aumenta il godimento e anche la commozione. Però, se i ragazzi lo vogliono vedere sul computer, lo vogliono vedere sul cellulare, lo vedano come gli pare: l’importante è che si continui a fare cinema di qualità e che la gente continui a vederlo.

ANTONIO AUTIERI:
Tra l’altro, tu sei stato anche insegnante del cinema per tanti anni al Centro Sperimentale di Cinematografia che è la scuola per eccellenza del cinema, l’università di chi vuol fare cinema. Sei stato maestro per altri e hai passato delle competenze. Se ci fossero giovani in sala interessati a fare cinema, come credo ci siano, cosa diresti a un giovane, cosa deve fare e cosa non deve fare?

FRANCESCO BRUNI:
Vorrei proprio passargli il comandamento di Furio Scarpelli, il cinema viene dopo, non guardate solo film, leggete romanzi, andate a vedere mostre fotografiche, andate ad ascoltare concerti, informatevi su quello che succede nel mondo, andate a teatro, nutritevi di tante cose diverse, non solo del tecnicismo cinematografico da imitare, da copiare, ma di qualcosa che possa arricchirvi umanamente e che poi faccia in modo che voi abbiate delle storie originali, personali da raccontare. Questo penso, fondamentalmente. La frase di Furio è: «Il cinema viene dopo».

ANTONIO AUTIERI:
Da scolpire.

FRANCESCO BRUNI:
Esatto.

ANTONIO AUTIERI:
Fra l’altro, i giovani sono – come diceva anche Claudia all’inizio – uno dei tuoi focus di interesse narrativo. Sono stati in altri film di Virzì, penso a Ovosodo, lo sono tantissimo nei tuoi tre film, come nei primi due di cui abbiamo visto qualcosa. Molto di Scialla!, un po’ meno di Noi quattro: spero che chi non l’ha visto lo recuperi perché è un gioiello. E Tutto quello che vuoi, che vedrete stasera, che secondo me fa un passo in più in questo senso. Da cosa nasce questa tua passione che è narrativa ma consiste anche nel coinvolgerti con gruppi di giovani che fanno cinema, che fanno attività culturali? Ci ha sempre incuriosito questa tua simpatia: penso ai protagonisti di Scialla! E del film che vedrete stasera, che inizialmente sembrano senza arte né parte, poi succede qualcosa e c’è una possibilità.

FRANCESCO BRUNI:
Intanto, perché sono stato giovane anche io e anche un pochino, non dico scapestrato, ma insomma, con le idee confuse. A me ha salvato il cinema, ha salvato il teatro, prima, e poi il cinema mi ha fatto capire che cosa volevo fare. Però, sono stato anche un bel perdigiorno, ho avuto la mia fase problematica, in cui i miei genitori dicevano: «Che ne sarà di questo ragazzo?». E mi facevo tante canne, mi ricordo. E quindi, mi ricordo benissimo il sentimento di incertezza di quegli anni, e non solo di incertezza ma anche i sogni, quello che mi immaginavo di poter fare. E poi mi disperavo perché pensavo: «Non ce la farò mai a farlo». Poi, perché ho due figli, nel film di stasera, fra l’altro, Arturo fa la parte dell’amico cattivo del protagonista, e anche una figlia, per cui casa mia è un luogo di ritrovo di incontro dei loro amici. Quindi, ho la possibilità di osservarli molto da vicino. E poi, perché i personaggi dei giovani sono i più interessanti perché attraverso la storia di un film crescono, si modificano. Il famoso romanzo di formazione, le vicissitudini di una storia cinematografica li cambia: li prendi in un modo, all’inizio, e li trovi completamente diversi alla fine, come vedrete stasera. E questo è il succo di una storia cinematografica, è più facile farlo con un personaggio giovane. I giovani sono più aperti.

ANTONIO AUTIERI:
E mi sembra sia un po’ in controtendenza con uno sguardo spesso, tra virgolette, asfitticamente sociologico, pessimista, sulla generazione disimpegnata, disinteressata, sdraiata, che spesso mi sembra poco generoso. Cosa pensi di questo?

FRANCESCO BRUNI:
Penso che, sì, sono quelle cose che quando cominci a dirle vuol dire che stai diventando vecchio: «I giovani di oggi, bu, bu, bu». Che noia! Io ho avuto modo di vedere che i ragazzi, anche quelli apparentemente perduti, di fronte ad una forte motivazione, ad una esperienza come per esempio quella del cinema, tirano fuori cose miracolose. Il mio protagonista di Scialla! era un ragazzo che aveva abbandonato la scuola e stava tutto il giorno in casa a guardare la televisione, ed è diventato un attore bravissimo, Filippo Scichitano. Il ragazzo che vedrete stasera, lo stesso: disperazione dei genitori, voti bassissimi, ha preso la maturità per il rotto della cuffia in un istituto privato per fare il film con noi, è diventato un attore bravissimo. Poi ci sono dei ragazzi del cinema America che, come sai, io amo molto, sono dei ragazzi del quartiere di Trastevere, anche loro hanno occupato una sala cinematografica per poterci fare le feste, appunto, e farsi le canne. E poi sono diventati gestori di cinema e programmatori ormai di livello europeo. Hanno avuto da tutto il mondo articoli di apprezzamento per quello che stanno facendo, e adesso gestiranno un loro cinema a Roma, avendo vinto un bando comunale. Anche quella, è una esperienza che ti dice: «Vedi, quando uno trova la sua strada…». Si tratta solo di trovare la tua strada.

ANTONIO AUTIERI:
Un’ultima domanda vorrei farti, una considerazione sul titolo del Meeting: “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice”. La frase, detta da don Giussani nel 1968, mi fa pensare un po’ ai personaggi dei tuoi film, che non trovano la propria strada secondo delle idee, dei dettami da seguire, ma incontri che accadono. Infatti, la rassegna che inizia stasera con Tutto quello che vuoi l’abbiamo chiamata, sintetizzando questi concetti, Cuore in movimento. Si mettono in moto: cosa ti suscita questo?

FRANCESCO BRUNI:
Oggi sono venuto qua senza sapere niente e devo dire che ho respirato un’aria molto positiva. Già il fatto di vedere tante persone in giro che si interessano a varie cose, a vari eventi culturali, mi è sembrato un fatto molto positivo. Poi ho visto questa mostra sul ‘68, che mi ha colpito perché mi ha fatto pensare che succede periodicamente, nella storia di un popolo, che ci siano momenti di grandissimo cambiamento, di rigenerazione della società. E mi ha fatto desiderare fortemente che questo nostro Paese vada incontro ad un periodo come quello, senza ovviamente la violenza, senza gli aspetti più brutti. Però sento proprio la necessità di un rinnovamento – non ho usato la parola cambiamento – della società italiana, di una spinta nuova. E spero moltissimo che questa cosa venga dai giovani. Venendo qua, ho avuto la sensazione che questo possa essere possibile e quindi ne esco positivamente.

ANTONIO AUTIERI:
Grazie.

FRANCESCO BRUNI:
Grazie a voi. La mia unica laureanda su di me.

CLAUDIA MUNARIN:
Per adesso.

FRANCESCO BRUNI:
L’ho stipendiata io.

CLAUDIA MUNARIN:
Io non aggiungo niente, se non l’invito a venire questa sera a vedere il film, sempre qui alle 21, quindi, mangiate in fretta! Sottolineo una cosa che è quella che continuo a ripetere sul perché sono rimasta affascinata da lui: mi ha colpito molto nei suoi film il fatto che guardandoli non si viene intrattenuti semplicemente, perché sono anche molto divertenti, come avete visto. Ma si riscopre il mondo, il mondo inteso come la società, mi ha molto colpito anche questo impegno, questo coraggio di guardare temi sociali molto importanti, ma anche il mondo dei nostri rapporti, del rapporto familiare, dei rapporti amorosi, dei rapporti generazionali, nel piccolo della quotidianità. E poi, la bellezza di scoprire che nel nostro cinema di ieri e di oggi ci sono delle perle che appunto, come diceva Antonio, spero vi sia venuta voglia di riscoprire, perché ne vale veramente la pena. L’ultima cosa che vi dico riguarda il Meeting: come sapete, al Meeting tutto è gratuito perché il Meeting lo facciamo noi. Io sono una volontaria. Come avrete visto in giro, c’è la possibilità di donare ai vari stand del Dona ora del Meeting, con un bel cuore che si vede molto bene. Nel piccolo o nel grande, possiamo contribuire a che il Meeting vada avanti così come state vedendo in questi giorni. Io vi rinvito stasera, e grazie mille dell’attenzione e buona serata a tutti.

FRANCESCO BRUNI:
A più tardi!

Data

20 Agosto 2018

Ora

19:00

Edizione

2018

Luogo

Sala Neri UnipolSai
Categoria