SVILUPPO ECONOMICO O STAGNAZIONE DINAMICA: QUO VADIS ITALIA? - Meeting di Rimini

SVILUPPO ECONOMICO O STAGNAZIONE DINAMICA: QUO VADIS ITALIA?

Sviluppo economico o stagnazione dinamica. Quo vadis Italia?

22/08/2011 ore 11.15_x000D_ Partecipano: Fulvio Conti, Amministratore Delegato e Direttore Generale ENEL Spa; Giuseppe Orsi, Amministratore Delegato di Finmeccanica; Corrado Passera, Consigliere Delegato e CEO Intesa Sanpaolo; Paolo Romani, Ministro dello Sviluppo Economico. Introduce Bernhard Scholz, Presidente della Compagnia delle Opere.

Partecipano: Fulvio Conti, Amministratore Delegato e Direttore Generale ENEL Spa; Giuseppe Orsi, Amministratore Delegato di Finmeccanica; Corrado Passera, Consigliere Delegato e CEO Intesa Sanpaolo; Paolo Romani, Ministro dello Sviluppo Economico. Introduce Bernhard Scholz, Presidente della Compagnia delle Opere.

 

CORRADO PASSERA
Anche quest’anno il Meeting ha proposto un tema molto pro-
fondo, persino provocatorio, perché per parlare di certezze
oggi, per dire che «l’esistenza diventa una immensa certezza»
ci vuole coraggio, e molto.
È un pensiero che forse risulta naturale, quasi ovvio, per chi
ha il dono della fede, ma che è invece difficile da comprendere
se ci si basa sull’analisi della situazione attuale, caratterizzata,
come noi tutti sappiamo, da un generale senso di sfiducia e di
incertezza, dovuto a motivi tanto concreti quanto gravi.
Dal punto di vista mondiale stiamo, infatti, peggio di un
anno fa. Si parla, per esempio, di recessione mondiale, anche
se non è assolutamente detto che questa sia davvero inevitabile.
Non possiamo tuttavia continuare a discuterne senza mettere
in campo qualche azione concreta per scongiurarla, perché il
rischio è di trovarsi senza difese nel momento in cui questa
dovesse realmente sopraggiungere. Attenzione quindi a non
fare l’errore di dare per scontata l’inevitabilità di una nuova
crisi dell’economia reale, perché un atteggiamento di questo
tipo potrebbe nel medio periodo risultarci fatale.
In Europa assistiamo a uno spettacolo che, di certo, non
rasserena gli animi. Abbiamo permesso che i guai di un piccolo
Paese come la Grecia mettessero in crisi l’intero continente,
e adesso siamo soverchiati dal problema dei debiti sovrani,
che sta diventando una criticità seria per la tenuta dei mer-
cati finanziari globali. Ma proprio in situazioni come questa
sappiamo che dobbiamo e possiamo fare di più.
Parlando dell’Italia, ogni anno, anche in questa sede, siamo
costretti a elencare i soliti problemi che affliggono il nostro
Paese. Sappiamo che possono essere risolti, ma in troppi casi
questo non accade, finendo così per creare sempre più sfiducia
e incertezza. Il vero problema è che sentiamo una questione
identitaria reale che colpisce una società non coesa, senza un
vero progetto comune. Si accumulano delusioni e disincanti e
perdiamo credibilità anche nei confronti degli altri Paesi.
Dobbiamo capire fino in fondo da dove viene questa
situazione di crescente sfiducia e incertezza, che spesso si
traduce in una mancata comprensione del senso delle cose.
Sappiamo bene quanto tutto diventi più difficile nel momento
in cui viene a mancare il senso autentico della comunità e
della collettività, «luce» che ci permette di agire bene e per
il bene di tutti.
Certamente una delle ragioni principali di sfiducia e incer-
tezza è la mancanza di crescita, a cui si affianca il problema della
scarsa occupazione, che è oggi la priorità e l’urgenza numero
uno. È più che giustificata, quindi, l’indignazione di tanti nei
confronti della poca attenzione mostrata dalla classe dirigente
rispetto alla necessità di realizzare azioni concrete per favorire
la crescita e per promuovere quello sviluppo in grado di creare
nuovi posti di lavoro, soprattutto per i più giovani.
Il tema del disagio occupazionale va ben oltre i numeri
delle statistiche ufficiali sui disoccupati. Il malessere legato al
lavoro investe certamente e direttamente il mondo di coloro
che sono considerati statisticamente disoccupati, ma è anche
legato ai cosiddetti «inoccupati scoraggiati», persone, cioè, che
pur essendo disponibili a lavorare hanno perso la speranza di
trovare un’occupazione. Ci sono poi i «sotto-occupati forzati»,
ovvero quelli occupati a tempo parziale, ma che vorrebbero
lavorare di più anche per sostenere un tenore di vita migliore o
per assicurarsi un futuro più solido. Ci sono inoltre i «sospesi
dall’occupazione» cioè i cassa-integrati. Ci sono poi i «precari
assoluti», i «falsi studenti», le «partite Iva vuote». Pertanto,
se prendiamo e mettiamo assieme tutte queste componenti, ci
rendiamo conto che la maggioranza delle famiglie, nel nostro
Paese è direttamente o indirettamente toccata da questo pro-
blema, che sta diventando sempre più insostenibile.
Se dovessimo scegliere quindi tra lo sviluppo e la stagnazio-
ne – per quanto dinamica – è ovvio che la risposta non potrà
essere che una e una sola, ma occorre però capire perché lo
sviluppo, oltre che necessario, è anche possibile. Mi riferisco
allo sviluppo «sano», non a quello «drogato» dal debito, che
ha caratterizzato molti Paesi negli ultimi anni, ma quello vero,
sostenibile, che crea occupazione. Il nostro sforzo deve andare
nella direzione di comprendere le modalità attraverso le quali
ognuno di noi può contribuire a favorirlo e realizzarlo.
La «stagnazione dinamica», invece, semplicemente non
esiste. La stagnazione è stagnazione tout court e se dovesse
perpetuarsi, come di fatto accade ormai da tanti anni, potrebbe
determinare, a un certo punto, il «collasso» del nostro sistema
economico. Certamente una situazione di quel tipo impliche-
rebbe la perdita di una serie di vere conquiste di civiltà, come
il sistema di welfare, che negli ultimi sessant’anni le generazioni
che si sono succedute sono riuscite a costruire e a mantenere,
ma che potrebbe facilmente sfaldarsi senza una decisa ripresa
della crescita sostenibile.
In realtà stiamo facendo molto per creare stagnazione e
molto poco per promuovere la crescita. Tanta austerità, parlo
anche di quello che accade nel resto d’Europa, tanti tagli e
pochissimo investimento sul futuro sono tutte mosse che di
sicuro non creano le condizioni ottimali perché si apra una
nuova stagione di sviluppo economico. Qualunque impren-
ditore sa che se, anno dopo anno, si lavora solo sui costi e
non su innovazione e crescita, a un certo punto l’azienda
inevitabilmente si spegne e «muore», perché cessa di animare
la propria vitalità. Il problema vero è che non intravediamo
ancora in questo senso un progetto utile per la nostra econo-
mia e per la nostra società nel suo complesso. Quando non
c’è progetto condiviso cresce l’orribile sensazione del «tutti
contro tutti».
Bisogna partire dall’Europa, lavorando però contempora-
neamente sia a livello europeo che a livello nazionale e, per
quanto ci riguarda, italiano. C’è il bisogno primario di ridare
nuova linfa al progetto europeo: serve «più Europa», mentre,
per certi versi, il disegno europeo sembra sbiadirsi sempre di
più ogni giorno che passa. Vediamo la Commissione Europea
sempre più assente, più subalterna. Vediamo alcuni Stati che
assumono un ruolo sempre più da «solisti», optando per una
gestione inter-governativa a discapito della collegialità e del
metodo comunitario delle decisioni (si è visto per esempio nella
cattiva gestione della crisi greca). Tutti noi, quindi – l’Italia
per prima come Paese fondatore dell’Europa – dobbiamo fare
di più per riaccendere il motore europeo. Avere una valuta
comune è importante, ma si tratta solo di un piccolo tassello
in un grande mosaico. Ce ne siamo accorti durante la crisi:
essa non basta né a gestirla, né a creare di per sé sufficiente
competitività per permettere all’Unione Europea di misurarsi
alla pari con le altre grandi aree economiche del mondo.
Quindi, se molto può essere fatto a livello europeo, ancor
di più occorre fare a livello italiano. Lo dimostra il dibattito,
per quanto disordinato, di queste settimane: una specie di
«brainstorming nazionale» ha portato in superficie un gran
numero di buone idee. Le idee valide, non importa da chi
provengano, devono essere recepite e collocate in un disegno
organico che permetta di rimettere in moto la crescita.
Certamente non è facile per l’Italia uscire dall’angolo nel
quale oggi si trova. È anche vero che, se avessimo affrontato
certi problemi al momento giusto, non ci troveremmo nella
situazione nella quale oggi siamo costretti dal precipitare degli
eventi. Dobbiamo contemperare, a questo punto, obiettivi e
strategie che sembra non possano assolutamente convivere,
dobbiamo allo stesso tempo crescere, creare occupazione e
rendere sostenibili i nostri conti, riducendo strutturalmente
il debito pubblico. Non è vero che si tratta di un’impresa
impossibile: si può fare. Dobbiamo allo stesso tempo gestire
una crisi incombente e gettare le fondamenta per costruire
vero futuro. Dobbiamo recuperare credibilità e affidabilità
internazionale, perché la loro mancanza costa moltissimo al
nostro Paese.
Possiamo crescere. Un Paese come l’Italia può e deve farlo,
lo abbiamo detto anche nelle passate edizioni del Meeting.
Dobbiamo convincerci nuovamente che questo è possibile.
Altrimenti che senso avrebbe impegnarsi tanto? Possiamo dav-
vero farlo, perché molti dei settori che nel mondo crescono e
continueranno a crescere vedono le aziende italiane posizionate
tra quelle più forti e competitive. Non parlo solo dei prodotti
manifatturieri, della meccanica strumentale e delle macchine
utensili, i cui prodotti sono sempre più richiesti, soprattutto
dai Paesi emergenti. Parlo anche delle produzioni del nostro
sistema-moda o, ancora, del sistema-casa, dello straordinario
mondo dell’agri-business, del turismo, della filiera della salute
in tutte le sue componenti, un settore quest’ultimo dove l’Italia
ha delle grandissime potenzialità e che vivrà molto probabil-
mente un grande «boom» nei prossimi anni. Altra occasione
di crescita sono tutti gli enormi investimenti per ammodernare
il nostro Paese, che abbiamo finora rimandato.
Non partiamo da zero: abbiamo le forze, abbiamo l’ener-
gia e abbiamo le unicità attraverso le quali possiamo vincere
numerose sfide competitive sul mercato, a livello non solo
europeo. Sappiamo che su tutti questi fronti abbiamo una serie
di peculiarità e di potenzialità che l’Italia ha sempre dimostrato
di saper tirare fuori, anche e soprattutto nei momenti più bui
della sua storia, alcuni dei quali ancora più difficili rispetto a
quello che stiamo vivendo oggi. Certo ci vuole coraggio, per-
ché bisogna cambiare molte abitudini, perché bisogna trovare
soluzioni rischiose e inedite, perché ci si deve scontrare con
molti interessi e con molte rendite di posizione. Dobbiamo
richiedere sacrifici, e non è certo una cosa facile da farsi, avendo
però poi la capacità e la volontà di suddividere equamente i
benefici che ne deriveranno.
Tutto questo, sia chiaro, richiederà «grande Politica», per-
ché per ricreare un vasto consenso in una società sfilacciata
come la nostra, serve il senso di responsabilità di una classe
dirigente competente e lungimirante, in grado di guardare al
presente e insieme al futuro del Paese intero.
Serve una vera «visione integrata», perché tutti i pezzi
dell’economia e della società sono connessi, e se uno non
funziona blocca inevitabilmente anche l’altro, ed è questo un
arduo compito che solo la Politica con la «P» maiuscola può e
deve assolvere per il bene del Paese. Serve una visione di medio
periodo, che vada oltre i tempi «elettorali», perché per fare certi
investimenti, per costruire futuro, non sono sufficienti pochi
mesi, ma servono lustri e a volte addirittura decenni. Non si
può ricominciare da capo ogni volta che cambia una legislatura
o un governo. Questo vuol dire fare grande Politica, adottando
il linguaggio che lo stesso Presidente della Repubblica ci ha in
più occasioni fortemente esortato a utilizzare: il «linguaggio
della verità», per avere la forza di guardare i problemi in fac-
cia, il coraggio di non nasconderli, di non rimandarli, di non
minimizzarli, perché la fiducia non viene dalla negazione della
verità, ma nasce dal saperla affrontare con onestà intellettuale,
dalla volontà e dalla capacità di ciascuno di lavorare insieme
per comprenderla e guardare con fiducia al futuro.
Dobbiamo lavorare a largo spettro, perché non esiste
la singola manovra economica salvifica e definitiva. Non c’è la
«pietra filosofale», non c’è – come direbbero gli americani –
la killer application, che, una volta messa in atto, mette in un
sol colpo a posto il Paese. Dobbiamo sistemare tutti i pezzi,
perché ciascun segmento dell’economia e della società tiene
insieme l’altro che gli sta vicino: è come una macchina, dove
ciascuna ruota, se sgonfia o bucata, blocca tutto il movimento,
anche se le altre risultano invece gonfie e ben funzionanti. Noi
tutti siamo seduti sulla stessa macchina. Per questo ci vuole
un progetto integrato che metta insieme la competitività delle
imprese, l’efficienza del sistema Paese, la coesione sociale e
tutte le energie che alimentano e rendono dinamica la nostra
società.
Certamente occorre puntare molto sulle imprese, perché
la loro forza competitiva è il motore numero uno della cre-
scita sostenibile e dell’occupazione, ed è dal loro successo
che dipende la sostenibilità del sistema nel suo complesso.
Imprese di tutti i settori, ma prima di tutto manifatturiere: se
non ci fosse la manifattura, non ci sarebbe l’80 per cento delle
nostre esportazioni e di conseguenza non avremmo i soldi, per
esempio, per colmare il nostro fabbisogno energetico
Occorre migliorare la nostra performance anche e soprattut-
to in termini di produttività complessiva: dobbiamo allo stesso
tempo ottenere maggiore produttività e aumentare i salari.
Ciò può essere realizzato lavorando sul cuneo fiscale, perché
l’obiettivo che vogliamo raggiungere consiste nel migliorare la
qualità della vita di tutti, in modo tale da aumentare in maniera
importante anche i consumi. Dobbiamo pertanto perseguire
un forte recupero di produttività rispetto a oggi e riacquistare
i molti punti persi (quasi 10 nell’arco degli ultimi dieci anni)
nei confronti dei nostri concorrenti europei – senza parlare
del confronto con Paesi come Cina e India.
Dobbiamo concedere più libertà d’azione alle imprese,
dobbiamo cambiare la natura del nostro rapporto con la
Pubblica Amministrazione, attraverso regole più certe, più
stabili, sollecitando risposte più veloci e garantendo procedure
più semplici. Abbiamo bisogno di più innovazione e di più
internazionalizzazione per far crescere le nostre aziende. Non
necessariamente rinunciando a imprese di piccola e media
dimensione, ma creando reti o meccanismi – la Compagnia
delle Opere ne è un ottimo esempio – in grado di creare
sinergie, capaci di saper mettere in comune servizi, strumenti
e conoscenze per sviluppare quelle economie di scala che la
piccola/piccolissima azienda non può di per sé avere.
Dobbiamo assicurare che le risorse che oggi le imprese
italiane non hanno alle medesime condizioni dei loro compe-
titors vengano rese finalmente disponibili, in primis energia a
costi competitivi. C’è poi il tema della restituzione dell’enor-
me indebitamento forzoso che le imprese hanno accumulato
a causa dei crediti scaduti e non pagati, sia dalla Pubblica
Amministrazione che dalle stesse grandi imprese. Tutto questo
alla fine fa la differenza, perché anche il sistema del credito
potrebbe fare meglio la sua parte, se venisse meno la neces-
sità di ricorrerci per far fronte a questi abnormi ritardi nei
pagamenti. Dobbiamo poi lavorare sulla qualità del capitale
umano, perché spesso molte imprese – ed è paradossale in un
Paese con tanti disoccupati – non trovano le competenze di
cui hanno bisogno.
Veniamo ora al motore numero due: l’efficienza del sistema
Paese. Le imprese da sole possono essere competitive quanto
vogliono, ma se non c’è attorno a esse un sistema Paese che
funziona, la produttività complessiva finisce per risultare insuf-
ficiente. Bisogna quindi agire prima di tutto sulle infrastrutture.
In quest’area abbiamo accumulato un ritardo rispetto ai nostri
concorrenti quantificabile tra i 200 e i 300 miliardi di man-
cati investimenti. Si dice spesso che le risorse non ci sono: le
risorse si possono trovare nel privato, nel pubblico, in Europa.
La questione è piuttosto di funzionalità delle procedure che
abbiamo elaborato, di velocità dei meccanismi decisionali, di
riforme che si sono dimostrate non giuste e che dobbiamo
dimostrare di essere capaci di correggere al più presto.
Dobbiamo investire di più e diversamente in istruzione e
formazione, proprio per rispondere a quella esigenza di cui si
diceva prima, perché ci sono competenze che mancano, perché
ci sono attitudini – di creatività, di lavoro di gruppo – che nella
nostra scuola non sono sufficientemente sviluppate. Mancano
in molti casi meccanismi di aggiornamento da attivare nel corso
di tutta la vita lavorativa, sempre più necessari nella società
odierna dove le competenze acquisite diventano obsolete in
tempi molto rapidi. Dobbiamo investire di più perché la scuola
deve tornare a essere quello strumento di mobilità sociale – di
ascensore sociale – che ha purtroppo smesso di essere proprio
in questi ultimi anni.
Ci sono poi i temi della giustizia e della sicurezza, due aspetti
ai quali certe volte non si dà abbastanza importanza – malgrado
la diffusione della criminalità – ma che sono determinanti sia
per la fiducia delle persone sia per il funzionamento ordinario
delle aziende. Lo sanno bene tutte le imprese quando sono
impegnate nel recupero dei loro crediti, lo dicono anche le
statistiche sugli investimenti esteri, che molto spesso, proprio
a causa dei problemi legati al funzionamento della nostra giu-
stizia, convergono su altri Paesi a discapito del nostro.
Di un sistema Paese più funzionante, inoltre, beneficereb-
bero ovviamente tutte le componenti della società, ma in modo
particolare il nostro Sud, che è e rimane, proprio in virtù del
ritardo che ha accumulato, la principale opportunità per il
rilancio del nostro Paese.
Ma la competitività delle aziende e dell’intero sistema, pur
se importantissima e indispensabile, da sola non basta: ci vuole
coesione, perché se una società non è coesa, cede facilmente
alle difficoltà e a poco a poco si ferma. Solo un atteggiamento
fiducioso e non timoroso del futuro, infatti, crea le condizioni
perché la crescita possa concretamente realizzarsi.
Coesione vuol dire innanzitutto condivisione di valori e di
regole, cultura della legalità. Coesione vuol dire gestire insie-
me i rischi del futuro e ridurre le disuguaglianze soprattutto
alla partenza. Strumento fondamentale di coesione sociale
è il welfare. La qualità della rete di protezione sociale e dei
meccanismi di fornitura di servizi essenziali collocano il nostro
Paese tra i più avanzati al mondo. Il nostro welfare è, infatti,
una delle grandi conquiste di cui possiamo essere orgogliosi.
Dobbiamo tuttavia rendere sostenibile questa costruzione.
Nel campo previdenziale, per esempio, abbiamo fatto dei
notevoli passi in avanti rendendo sostenibile nel tempo tutto
il sistema. Manca ora l’ultimo miglio, che va completato anche
anticipatamente ai tempi previsti, sfruttando questa occasione.
Abbiamo un sistema sanitario che è mediamente tra i migliori
del mondo (poi sappiamo bene che all’interno di questa media
si nascondono sia eccellenze che autentiche vergogne) e che,
pure, deve essere reso finanziariamente sostenibile anche nel
medio periodo. È un tema questo, che dobbiamo prendere
saldamente e velocemente in mano perché potrebbe facilmente
sfuggirci, come a un certo punto è accaduto per le pensioni.
Dobbiamo ripensare un welfare che sia più vicino alla famiglia
e alle donne, più funzionale al re-impiego occupazionale, più
aperto al mondo dell’integrazione e degli immigrati.
In questo campo, ma non soltanto in esso, un ruolo fon-
damentale lo giocano ormai il Terzo Settore e, in particolare,
l’Impresa Sociale. Il Terzo Settore assumerà un peso sempre
più rilevante in tutti qui comparti dove né privato né pubblico
sono più in grado di operare al pieno delle forze, il primo per
mancanza di grandi margini disponibili, il secondo per carenza
di risorse. Stiamo parlando di un ruolo che, se ben esercitato,
renderà possibile l’evoluzione e il mantenimento del welfare
stesso. Se non riusciremo a valorizzare il Terzo Settore come
vorremmo, rischieremo di perdere per strada tante fasce della
società, in particolar modo quelle più deboli e povere di stru-
menti per affrontare periodi di crisi come l’attuale.
Rispetto a questo tema, il nostro Gruppo lavora già con oltre
cinquantamila entità del non profit e con la nascita di Banca
Prossima, che è la nostra banca dedicata all’Impresa Sociale,
si è creato un ulteriore strumento di intervento per creare
sempre nuove iniziative in questa direzione e per sopperire
alle ancora molte aree di fragilità del settore.
È chiaro che se c’è competitività e se c’è coesione sociale
occorre poi spingere sull’acceleratore. Competitività e coesione
sono motori indispensabili, la velocità alla quale una società (una
economia) riesce a crescere è funzione del dinamismo che riesce
a esprimere. Il dinamismo è l’acceleratore e, in molti casi, riesce
a supplire alle debolezze dei motori. Il dinamismo dipende da
elementi spesso sottovalutati dove riforme spesso a costo zero
possono portare a risultati straordinari. Mi riferisco alla mobilità
sociale, alla meritocrazia, alle liberalizzazioni e alla concorrenza,
all’efficacia e all’efficienza dei processi decisionali.
La sussidiarietà può giocare un ruolo fondamentale su
tutti questi aspetti della società e dell’economia: sussidiarietà
è fare «in basso» tutto ciò che «in basso», vicino alla gente,
al territorio può essere fatto adeguatamente. Sussidiarietà e
meritocrazia vanno insieme: sussidiarietà significa per esempio
competere tra pubblico, privato profit e privato non profit
«ad armi pari», attraverso valutazioni basate su regole chiare,
senza ricorrere a incentivi a pioggia e senza dare ingiustifi-
cate precedenze al pubblico (l’ultimo referendum sui servizi
pubblici è un triste passo indietro nella storia). Meritocrazia
vuol dire che chi ha talento e si impegna deve poter arrivare
ai più alti livelli della formazione e vuol dire che non devono
esistere carriere basate solo sull’anzianità.
Poi c’è la riforma delle riforme, un’altra riforma che non
costa niente: la riforma dei processi decisionali. Il nostro
Paese – lo sappiamo, lo abbiamo ripetuto anche negli anni
scorsi – si è bloccato a causa di una serie di norme e abitu-
dini che hanno allungato smisuratamente i tempi di qualsiasi
decisione, distribuendo di fatto a chicchessia il diritto di veto
cioè la facoltà di bloccare qualsiasi decisione, senza l’obbligo
di assumersene le responsabilità. Questo vale per tantissime
cose: dalle infrastrutture strategiche, alle autorizzazioni per
aprire una attività, alle procedure per chiuderla o per avviare
anche solo dei semplici lavori di piccola entità. Metterci anni
o decenni per fare una strada, mesi o anni per ingrandire una
impresa, fa una grande differenza in termini di posti di lavoro,
di investimenti attirabili, di ricchezza creata e di soddisfaci-
mento di bisogni di intere comunità.
La crescita che vogliamo, le riforme che dobbiamo realizzare
devono naturalmente contribuire a rendere sostenibili i conti
pubblici. Non basta avere un surplus primario – come già
abbiamo –, non basta garantire il pareggio dei conti pubblici
entro il 2013, ma dobbiamo pensare anche a come ridurre il
debito pubblico accumulato per non passare alle generazioni
future un fardello insostenibile. Per fare questo dobbiamo in
primis riconsiderare tutte le nostre spese pubbliche: stiamo
parlando di quasi 800 miliardi tra i quali c’è sicuramente un x
per cento che può essere tagliato, o quantomeno riconsiderato.
L’esempio dovrà venire prima di tutto dai costi della politica
– sia diretti che indiretti –, ma in realtà margini di manovra
in questo senso si trovano in tutte le attività pubbliche. Come
Paese dobbiamo poi riformare l’architettura del nostro sistema
fiscale, alleggerendo molto di più l’impresa, il lavoro e tutto
ciò che genera crescita e occupazione, premiando chi investe
e rafforza patrimonialmente le imprese e riducendo gli oneri
fiscali e contributivi sui redditi più bassi. Le risorse per ren-
dere tutto ciò compatibile con l’equilibrio dei conti dovranno
venire – oltre che dalla crescita – da un maggior contributo
fiscale derivante dalle rendite e dai consumi, in particolare
da quelli non di prima necessità. Molto può infine venire
dal recupero dell’evasione fiscale – vero freno a mano tirato
dell’Italia – sapendo che la pressione che persone e imprese
oneste subiscono nel momento in cui ottemperano a tutti i
doveri fiscali sta diventando oggettivamente insostenibile e
dovrà essere ridotta.
Tuttavia, anche riuscendo a realizzare tutto questo, il maci-
gno del debito accumulato continuerà a pesare sulle nostre
spalle facendoci arrancare e impedendoci di correre avanti. Per
dare un taglio al debito pubblico che permetta di rientrare entro
due-tre anni sotto il 100 per cento del Pil, saranno probabil-
mente necessari interventi straordinari e «una tantum» sia sul
patrimonio pubblico sia su quelli privati. L’accettabilità di que-
sto tipo di sacrificio – per quanto limitato in percentuale – sui
patrimoni privati dipende dal disegno complessivo, dalla forza
degli obiettivi che ci poniamo, dalla capacità della politica di
aver prima tagliato le spese proprie e tutte quelle inutili,
di aver equamente suddiviso sacrifici e benefici. L’Italia e gli
italiani hanno dimostrato mille volte che quando la situazione lo
richiede, la disponibilità al sacrificio non manca. L’importante
è che si capisca che lo sforzo e il sacrificio sono inquadrati
in un disegno convincente, volto a cambiare effettivamente
le cose e non teso ad alimentare nuovamente lo sperpero di
risorse. La politica ha il compito di fare da regia a tutto questo,
oltre che di mobilitare tutte le forze sociali per permettere al
nostro Paese di recuperare i tanti punti perduti in termini di
affidabilità e di credibilità.
Le banche in questo contesto sentono la responsabilità di
fare ancora di più rispetto a quello che hanno fatto finora.
Grazie alla collaborazione tra imprese bancarie e imprese non
bancarie siamo passati attraverso la crisi del 2008-2009 assai
meglio rispetto a molti altri Paesi, perché le nostre banche
erano e sono rimaste banche dell’economia reale. Oggi, però,
dobbiamo affrontare di nuovo l’impatto durissimo di una crisi
che, come la prima, ci viene dall’esterno e che rende il nostro
mestiere più difficile da svolgere. Fortunatamente avevamo
messo da parte risorse, avevamo anticipato la raccolta a lungo
termine, divenendo meno dipendenti dal rifinanziamento sui
mercati che oggi, un po’ in tutta Europa, si sono nuovamente
imballati. Avevamo fatto questo lavoro per tempo, anche a
livello di aumento di capitale, per cui – parlo per la mia banca
ma sicuramente lo stesso discorso vale per molte altre banche
italiane – solidità, affidabilità e disponibilità a impegnarsi al
cento per cento non mancano. Non c’è nessuna preoccupazione
in merito alle attuali quotazioni di Borsa – che certo non fanno
piacere – , perché sono valori che non hanno più nulla a che
vedere con i fondamentali e con l’effettivo valore dei nostri
Istituti di credito.
In conclusione: il nostro Paese rischierebbe di entrare
in una pericolosa spirale qualora non riuscisse a riattivare in
tempi brevi crescita sostenuta e sostenibile. Pur tuttavia non
mancano gli elementi, le potenzialità, le energie necessarie allo
scopo. Se si vorrà e se si saprà lavorare insieme per rimettere
in moto la crescita, essa potrà finalmente e compiutamente
esprimersi. Tutti devono fare la loro parte, ognuno nel suo
ambito di competenza ma con grande senso di responsabilità
nei confronti dell’obiettivo comune. Ciò che farà la differenza
sarà, ovviamente, la qualità della classe politica e della classe
dirigente in generale.

Data

22 Agosto 2011

Ora

11:15

Edizione

2011

Luogo

Sala Neri GE Healthcare
Categoria