SUD, GIOVANI E LAVORO - Meeting di Rimini

SUD, GIOVANI E LAVORO

SUD, GIOVANI E LAVORO

Partecipano: Paolo Maninchedda, già Assessore ai Lavori Pubblici della Regione Sardegna; Nello Musumeci, Presidente della Regione Siciliana; S. Ecc. Mons. Filippo Santoro, Arcivescovo di Taranto. Introduce Antonio Saladino, Imprenditore.

 

Ore: 15.00 MeshAREA TALK Intesa Sanpaolo B1
SUD, GIOVANI E LAVORO

Partecipano: Paolo Maninchedda, già Assessore ai Lavori Pubblici della Regione Sardegna; Nello Musumeci, Presidente della Regione Siciliana; S. Ecc. Mons. Filippo Santoro, Arcivescovo di Taranto. Introduce Antonio Saladino, Imprenditore.

ANTONIO SALADINO:
Buongiorno, buon pomeriggio, oggi vogliamo, con questi autorevoli esponenti, affrontare il tema del Sud in un modo un po’ diverso, perché del Sud, voi sapete benissimo, se ne è parlato tantissimo, ci sono tutte le biblioteche delle Università piene di progetti, di idee sul Sud, l’altro giorno c’è stato un altro incontro sul Sud. Volevamo vedere come mai, dopo tanti anni, questa parte del Paese non decolla.
Ci sarà un problema di fondo probabilmente. Oggi con questi autorevoli relatori, cercheremo di affrontare questo problema, che è il problema del danno antropologico che il Sud ha subito, come mentalità, e che ha creato una situazione in cui è difficile parlare di progetti, di legge 44, 64 e chi ne ha più ne metta. Ma qui il problema è come si può ricostruire il soggetto, il problema è il soggetto e non il progetto, e dato che il problema riguarda l’educazione, l’educazione è un tema difficile, perché tutti noi, che siamo genitori, sappiamo che educare un figlio è difficile, specialmente dobbiamo pensare quanto è difficile educarlo nella realtà. Iniziamo l’incontro con Maninchedda, che farà un intervento di 15 minuti, sarà il più lungo, dovete avere più pazienza con lui, in cui affronterà il tema del federalismo e quindi tutto il problema dell’empowerment, termine inglese per responsabilizzazione, e quindi spiegherà tutta una serie di situazioni che si sono create nel Mezzogiorno, che hanno portato a tutti i problemi che noi abbiamo sotto gli occhi.

PAOLO MANINCHEDDA:
Grazie, buon pomeriggio a tutti e grazie per la presenza. Io cercherò di fare come facevano i vecchi professori, cioè dirò prima ciò che sosterrò dopo, in modo che sia più semplice comprendermi. Sosterrò che i giovani del Sud varcano una frontiera immateriale verso Nord, che intuiscono che lo Stato italiano ha abbandonato il confine mediterraneo, nel quale la Sardegna e le regioni del Sud sono immerse. Descriverò questo confine che, come vedrete, è così ampio, da non rappresentare un sistema unitario con variazioni di qualità della vita, ma da rappresentare due mondi diversi che non hanno una mediazione tra loro. Sosterrò anche che la questione sarda, la questione meridionale, sono questioni eminentemente politiche, non solo sociologiche ed economiche, cioè affondano le loro ragioni, le loro radici, nelle questioni fondanti della politica, cioè chi decide per chi? Che cosa decide e chi può decidere? E perché decide ciò che decide? Quindi sosterrò che la questione sarda, la questione meridionale, la questione giovanile sono questioni che riguardano l’origine, la struttura e lo sviluppo dello Stato italiano; la struttura dei poteri che lo Stato italiano esercita e l’egemonia che, nella storia, sono state esercitate sullo Stato. Ancora, mi rendo conto di svolgere questo ragionamento in un contesto un po’ pervaso da una cultura della colpa, che dice che il ritardo di sviluppo è colpa delle società sarde, meridionali; colpa educativa. E, sulla questione educativa, torno in conclusione. Colpa culturale, colpa morale, pensate che si dicono tante cose sulla corruzione nel Sud, ma quando si parla di corruzione, bisognerebbe aprire un’ampia parentesi sulla giustizia giusta in Italia; perché io sostengo che l’Italia non è un Paese fondato sul diritto, ma è fondato sul sospetto.
C’è questa egemonia culturale che inscrive il ritardo di sviluppo sotto il titolo della colpa, e che ci sono anche argomenti sulla questione educativa, sul ritardo culturale, su cui bisogna riflettere, ma io non li affronterò perché vorrei far emergere un punto di vista divergente che mette al centro la questione dei poteri. Non c’è responsabilità, non c’è libertà se non c’è responsabilità, non c’è responsabilità se io non posso esercitare i poteri che servono per risolvere problemi. E infine vi farò due esempi, di come la ricchezza prodotta in Sardegna venga portata via. Io sono un ex assessore della regione Sardegna che ha avuto l’onore di portar via due dighe all’Enel e di aver combattuto la più aspra battaglia con l’Anas, e di averla in parte vinta. Vi faccio vedere due esempi rapidissimi di come si produca ricchezza in Sardegna, e di come le strutture dello Stato trasferiscano questa ricchezza nella parte più evoluta del Paese. Per fare più in fretta mi valgo di slide. Vi ho detto che avrei descritto il confine Nord-Sud. Disoccupazione del Nord al 6,9, del Sud al 19.4: siamo a livelli quasi tripli. Istruzione: i dati Svimez dicono che 200.000 giovani laureati del Sud, negli ultimi dieci anni, sono andati al Nord, e stimano il valore di questa migrazione in trenta miliardi. Apro una parentesi veloce: badate che ciò che fa l’Anvur (Agenzia nazionale della valutazione della ricerca universitaria) con il ranking e il rating delle Università, non frena questa emigrazione, la incentiva, cioè questa incentivazione è aumentata da una struttura di Stato che si chiama Anvur. E, infine la ricchezza: il Nord-Ovest ha 34.200 euro di reddito pro-capite, il Nord-Est 33.300, il Sud 18.200. Siamo in un rapporto di uno a due, e tenete conto di una cosa, che questo sistema ha lo stesso gettito fiscale da Aosta a Pantelleria, laddove al Nord il sistema ridistribuisce ricchezza, al Sud lo stesso fisco impedisce l’accumulazione di capitale, ricordatevelo. La cosa più interessante nella descrizione del divario Nord-Sud è questa: fatto 100 il reddito del Nord, questo è il reddito del Sud nella storia dal 1861 al 2017. Se avessimo rappresentato la crescita del Nord e del Sud, avreste visto che quello del Nord è cresciuto 15 volte, quello del sud 9 volte. E, come vedete, si inizia con un divario che non è eccessivo, nel 1861, ma aumenta; allora, c’è da chiedersi: cosa c’è in mezzo? Qual è l’elemento? Ecco, io sostengo una tesi che, magari nostri autorevoli compagni di viaggio non condivideranno, io sostengo che c’è un egemonia politica, c’è un egemonia politica dei territori forti che hanno egemonizzato lo Stato. Come lo dimostro? Guardate qua: presidenti del consiglio di ministri del regno d’Italia, 81% del Nord e 19% del Sud. Voi potreste dire, sì ma non fa testo, in Italia ne facevano uno ogni tre mesi. Questo è il tempo trascorso dal 1862 al 1943, esattamente lo stesso, 81% dal Nord e 19% da uomini del Sud. Cambia nel dopoguerra, sì, aumentano i presidenti del Sud, ma se sommiamo il tempo totale, emerge che c’è una correlazione fra l’egemonia politica sullo Stato da parte dei territori del Nord e la forbice dello sviluppo. Allora, vi faccio una domanda: noi possiamo pensare che io abbia sbagliato, che vi siano state delle politiche attive che hanno cambiato questa realtà. Se è cambiata, deve essere riconosciuta da due fattori, il traffico delle persone. e il traffico delle merci. Questo è il traffico aereo sopra il Mediterraneo occidentale del 26 giugno: gli aerei non vanno solo verso le capitali, gli aerei vanno verso i territori valorizzati; tutto il Sud ha pochissimi aerei, non che manchi di aeroporti, le persone riconoscono i territori valorizzati, guardate le Baleari, qui passa la ricchezza ma non sale lungo le nostre coste, guardate il canale di Sicilia, questo è il confine che i giovani capiscono che è stato abbandonato, e si vede che è stato abbandonato, non c’è una politica di Stato su questo confine. Non siete d’accordo? Questi sono i cavidotti del Mediterraneo, queste sono le informazioni, l’energia elettrica che passano nel Mediterraneo. Guardate quanto ha investito la Francia sul fronte del Mediterraneo, questo va in Spagna e in Marocco, guardate quanto è episodica la connessione dell’ Italia.
Hanno ragione o no i giovani nel ritenere che il confine mediterraneo non sia stato valorizzato dalla politica di Stato della Repubblica italiana? C’è da chiedersi, ma quali sono i confini su cui l’Italia ha lavorato? Vi faccio un esempio adesso: queste sono le zone franche, le zone di vantaggio fiscale che sono attive da più di dieci anni. Le zone di vantaggio fiscale servono a mediare la ricchezza, servono a equilibrare differenti luoghi di qualità della vita, sono lungo il confine, lungo il quale l’Italia ha fatto le guerre, ma non sono giù dove sarebbero dovute stare, perché se su si guadagna 34.000 € e giù 18.000, c’è un problema di mediazione. Ma, potremmo dire, la struttura dello Stato garantisce produzione di ricchezza e mantenimento di ricchezza.
Questo è l’esempio che vi volevo proporre: questa è una diga sarda, una bellissima diga in Barbagia, dotata di due invasi, uno a monte e uno a valle; che cosa ha fatto l’Enel? Le dighe sono della Sardegna ma sono in concessione all’ Enel, io sono riuscito a portarne via due, ma riusciremo a portare via tutte le altre. L’Enel faceva una cosa intelligente, come fanno in tutto il sistema idroelettrico, usa la forza dell’acqua, turbina, e produce energia elettrica, poi ripompa la stessa acqua e la manda su e ricomincia il ciclo. 10 anni, 600 milioni di ricavi, 150 milioni di spese. Quello è un Mol, un margine operativo lordo, ci sono le imposte da pagare, dove sono andati quei 450 milioni? Nel bilancio dell’ Enel, in Sardegna sono rimasti 750.000 € di indennizzo ai comuni montani del territorio. 450 milioni in 10 anni. Un altro esempio di come la struttura dello Stato e il privilegio dato ad alcune aziende, funzioni è l’Anas; l’Anas è un mostro di Stato. Questo è un investimento su una strada che molti che vengono in Sardegna conoscono, la Sassari-Olbia. Investimento iniziale, 930 Milioni, per legge la quota fissa che l’Anas non deve rendicontare, oggi è salita al 12.5%, allora era al 10.5%, 97 milioni entrano, è un aggio Anas su un opera pubblica, aggio! Poi l’Anas, non so quanti fra voi lo sappiano, trattiene i ribassi d’asta, non vanno al territorio dove si realizza l’infrastruttura, ma rimangono nel bilancio Anas, 130 milioni. Questi glieli abbiamo portati via. Questi ce li siamo tenuti, ma combattendo! 702 milioni l’infrastruttura, nove lotti, guardate cosa significa che la sede dell’ Anas è a Roma, su nove lotti (dieci lotti) queste sono le imprese che vincono, quattro sono di Roma, tre sono del Nord e due del Sud, poi tenete presente che di queste quattro falliscono e non pagano le imprese di subappalto. Quando oggi sento, dopo Genova, parlare grandi investimenti pubblici, il problema è come li facciamo gli investimenti pubblici, questo non è un modo di produrre ricchezza. Ciò che ho inteso dire è che quando la forza prevale sul diritto, sul bisogno, sul desiderio di libertà, il tema dell’ educazione all’esercizio dei poteri è un tema a valle della possibilità di rispondere dei problemi che si hanno. Non è nella possibilità di uno Stato costruito in questo modo, di preoccuparsi del confine mediterraneo, il tema è ripensare integralmente i poteri dello Stato. Vi ringrazio.

ANTONIO SALADINO:
La parola passa adesso al presidente Musumeci, al quale chiediamo, visto l’intervento che ha fatto Maninchedda, qual è il ruolo che il Sud deve svolgere per diventare il centro del Mediterraneo. I palermitani hanno avuto l’esperienza di Federico II, ripensarci al centro del Mediterraneo per noi meridionali è una rivoluzione quasi copernicana, perché noi guardiamo sempre al Nord, non guardiamo mai verso L’Africa. Presidente, vorremmo un contributo proprio su questo tipo di logica che deve cambiare nella mentalità nostra.

NELLO MUSUMECI:
Grazie, a tutti voi per la vostra presenza che rende concreto questo nostro incontro, io conterrò, nel tempo assegnatami, le considerazioni che scaturiscono anche dalla domanda posta dal moderatore Saladino. Siamo abituati a guardare la cartina geografica da Nord verso Sud, quindi per noi prima viene il Baltico, poi vengono le Alpi, poi la pianura padana, poi il centro Italia, la penisola, alla fine il Sud, la Sicilia e il mondo arretrato, difficile, povero, emarginato, complesso, articolato, inaffidabile, instabile che è il bacino euro-afro-asiatico. Se cominciassimo a guardare la cartina geografica dal basso verso l’altro, ci accorgeremmo che la Sicilia e il Mezzogiorno d’Italia sono il naturale pontile dell’Europa verso un altro mondo. Un altro mondo che cerca l’Europa e la deve cercare nel rispetto dei doveri e nell’adempimento dei diritti, naturalmente. Ma questa Europa ricca e opulenta, diventa appetibile per un mondo che cerca il progresso, che cerca la formazione professionale, che cerca l’ascensore sociale, che cerca di equilibrare una sorte che si è abbattuta come una mannaia su milioni e milioni di cittadini. E allora noi dobbiamo superare, lo diceva in parte Maninchedda quando ha portato esempi concreti, la logica secondo la quale l’Europa si ferma a Roma o in Toscana. Dobbiamo riuscire a capire, noi del Mezzogiorno d’Italia, come possiamo determinare un polo autonomo di sviluppo che guardi ai mercati del sud che sono gli unici mercati in espansione nei prossimi 20/30 anni. Con problemi serissimi, problemi legati alla convivenza, problemi legati ai diritti umani, problemi legati alla tolleranza. Non c’è dubbio, ve lo dice un uomo che crede di essere tollerante per il ruolo che riveste, io sono il presidente della più estesa regione d’Italia, una regione che per aver subito 15 dominazioni, si è abituata a convivere con tutti, senza fare più guerra. E però i problemi di convivenza esistono soprattutto sullo sfondo religioso, anche se, e questo lo ripeto spesso, la Sicilia e il Mezzogiorno d’Italia non conoscono culture improntate al razzismo anche se non mancano episodi di intolleranza. Ecco allora che cosa dobbiamo fare per compiere questa rivoluzione copernicana che mi chiede il moderatore. Intanto dobbiamo capire se noi siamo nelle condizioni, noi Mezzogiorno d’Italia, di poter essere autonomi rispetto ad un Nord che, oltre ad essere ricco, appare alcune volte anche superbo. Il Nord dimentica che se mettessimo un molletta per chiudere il cordone, la corda, il tubo digerente del Mezzogiorno d’Italia, l’80% delle industrie del Nord potrebbero chiudere, perché noi per il Nord siamo un tubo digerente, siamo un grande bacino di consumatori, siamo un’area di mercato. Non è vero che il Nord si mantiene sul Sud e il Sud si mantiene sul Nord, è il contrario: l’attività industriale e produttiva del Nord si alimenta del consumo delle popolazioni meridionali, che di torti e di errori ne hanno commessi tantissimi, proprio perché la classe dirigente ha cercato nel Sud un consenso drogato e mai un consenso meritato, conquistato sulle cose da fare, sulle cose serie da fare. Cosa dobbiamo cominciare ad operare? Lucrezia Reichlin, che è una delle più apprezzate economiste d’Europa, il giorno dopo della mia elezione a presidente della Regione siciliana, nove mesi fa, ha scritto sul Corriere della Sera: «Il nuovo presidente della Regione siciliana deve affrontare una sfida enorme». Ne ero consapevole. La prima sfida che dobbiamo affrontare e vincere e la stiamo affrontando, è quella di impedire la emorragia di braccia e fosforo. Alcuni numeri del rapporto Svimez 2017 possono servire a rendere l’idea più chiara. Negli ultimi due anni, tra il 2015 e il 2016, la Sicilia, ci fermiamo a questo, perde 9.300 residenti. In buona parte, il 30%, si tratta di giovani laureati. Su 5 milioni di siciliani abitanti nell’isola, soltanto 1.350.000 risulta occupato. Il prodotto interno lordo, lo abbiamo visto poco fa nello schermo, in Sicilia è appenda di 17.100 euro, parliamo di numeri inferiori perfino a certe aree della Grecia e dell’Ungheria. Il 30% delle famiglie siciliane vive sulla soglia della povertà. È facile immaginare come in queste condizioni qualunque tipo di progetto di governo non possa non fare i conti innanzitutto con la realtà di cui disponiamo. Quali materie prime dobbiamo andare a cercare? La materia prima c’è già. La prima grossa diseconomia è quella legata alla carenza di infrastrutture. In Sicilia lo straniero non viene ad investire, nel Mezzogiorno non viene ad investire, perché mancano i collegamenti con i mercati europei, con i più allettanti mercati europei. E questo non è solo un deficit legato alle politiche del Meridione, tutte fallimentari, a cominciare da una cocciuta voglia di industrializzare il Sud, quando invece il Sud non aveva bisogno di industrie, se non di industrie leggere, se non di industrie manifatturiere, se non di industrie di trasformazione. La Cassa per il Mezzogiorno ha dovuto alzare bandiera bianca, perché alla fine, dopo aver versato migliaia e migliaia di miliardi, si è accorta che l’industrializzazione nel Sud era solo un miraggio. E abbiamo messo da parte l’industria del turismo, e abbiamo messo da parte l’industria primaria, quella dell’agricoltura, che avrebbero potuto certamente alimentare l’industria leggera e non inquinante. E allora dobbiamo partire da quello che abbiamo. Intanto la diseconomia. La legalità, la presenza delle organizzazione mafiose scoraggia l’imprenditore straniero, la mancanza di infrastrutture, il credito. Nel Mezzogiorno non abbiamo più una banca meridionale, abbiamo soltanto sportelli di banche del Nord. Le banche che accompagnano, stimolano, sostengono i processi di crescita delle industrie, delle aziende, non ci sono più nel Mezzogiorno d’Italia, almeno da 15 anni a questa parte. E poi servono gli investimenti pubblici, quindi il privato deve superare alcune diseconomie: la burocrazia, che è un vero e proprio nemico dello sviluppo, perché molto spesso la burocrazia nel Mezzogiorno è stata l’ammortizzatore sociale che le classi politiche hanno voluto utilizzare. Invece di investire in settori produttivi, hanno creato occupazione senza lavoro. E ogni dipendente pubblico si sentiva protetto dall’assessore di turno, dal sindaco di turno, dal presidente di turno. Ma non ci può essere crescita nel pubblico e nel privato se naturalmente non c’è una pubblica amministrazione, efficiente, capace di poter affrontare la sfida del momento, a volta anche nemica. E poi c’è il problema dell’investimento pubblico. Nel Mezzogiorno di Italia lo Stato dal 2010 al 2017 ha ridotto gli investimenti di 4 miliardi e 600 milioni di euro. La ferrovia veloce si ferma in Campania, non abbiamo un Ab portuale in Sicilia. Maninchedda faceva vedere il flusso delle navi che dal canale di Suez passano dal canale di Sicilia per arrivare allo stretto di Gibilterra, fare il giro lungo la costa del Portogallo e poi arrivare nel Baltico. Se avessimo avuto, se Roma avesse pensato a creare un AB nel Mediterraneo, quel flusso di navi, quel flusso mercantile, marittimo, che passa attraverso il canale di Sicilia, lo avremmo bloccato, lo avremmo intercettato e attraverso i retroporti avremmo impedito di fare il giro dell’Europa per arrivare nel Baltico.

ANTONIO SALADINO:
Presidente, a Gioia Tauro mancano ancora 10 chilometri di collegamento tra il porto e la ferrovia, una cosa allucinante.

NELLO MUSUMECI:
Il guaio è questo, poi si determina una guerra fra poveri. Per concludere questo concetto, la sfida di cui parlava Reichlin è duplice: il Mezzogiorno da un lato ha bisogno di investimenti privati e per avere gli investimenti privati occorre essere allettanti. Da sempre il capitale va dove il lavoro costa di meno, è una regola antica. Se da noi un imprenditore deve lavorare otto mesi per pagare lo Stato in un anno e appena quattro mesi per la propria famiglia, è chiaro che nessuno viene a investire. Questo è il primo dato. Il secondo dato è quello dell’investimento pubblico. Abbiamo bisogno di investimenti pubblici, ma per investire servono progetti, per avere progetti serve burocrazia adeguata. Io in Sicilia ho da spendere sei miliardi di euro nei prossimi cinque anni, rischio di doverli restituire a Bruxelles perché non abbiamo negli uffici il personale tecnico che possa redigere i progetti. Vi rendete conto difronte a quale realtà drammatica mi trovo, mentre migliaia di ingegneri, giovani laureati, architetti, geologi, potrebbero benissimo mettere a profitto le proprie braccia e la propria intelligenza? Però i concorsi sono bloccati. E mi ritrovo con 14.000 dipendenti alla regione siciliana, il 70 % dei quali di fascia A e di fascia B e quindi non possono assolutamente redigere un progetto. E non avendo progetto non posso assolutamente impegnare le risorse di cui, Dio sa quanto, avrebbe bisogno quell’isola e complessivamente tutto il Mezzogiorni d’Italia. Quello che dico non è problema soltanto legato alla mia Regione, ma è un problema diffuso, tanto che l’altro giorno ho firmato col collega della Campania De Luca, un memorandum insieme ai presidenti della Basilicata, del Molise, della Calabria e della Puglia, con il quale noi prevediamo di dover immettere almeno 90.000 giovani nelle nostre Regioni per poter riqualificare la pubblica amministrazione. Non c’è progresso, non c’è crescita se la burocrazia non sa essere efficiente, aperta, competitiva, digitale, innovativa. Ancora oggi in Sicilia in alcuni uffici, se un giovane imprenditore si presenta per illustrare un progetto timidamente in punta di piedi ad un dirigente, si sente rispondere «lei sempre qua viene, ma non ha null’altro da fare?». Vi rendete conto? Se io potessi individuarli li accompagnerei fuori all’ufficio a calci nel sedere, questi dipendenti che sono convinti di potere vivere di rendita. Per fortuna c’è anche una burocrazia sana, motivata, che ha capito che la sfida a Sud si vince se mettiamo assieme la classe politica e la classe burocratica. Ecco perché io sono convinto che la sfida di cui parlava la Reichlin, sia una sfida assai difficile, la stiamo affrontando senza clamori, la stiamo affrontando senza protagonismo, come è giusto che faccia un governatore. Non bisogna mai promettere, se no si creano attese. Bisogna lavorare nel dovere del silenzio, ma lavorare sodo, dodici ore al giorno, perché si possa muovere la incrostazione che hanno causato trenta, quaranta anni di politica scellerata, appartenente a tutti i partiti sia chiaro: centro sinistra per 48 anni in Sicilia, centro destra per 11 anni e il centrismo per altri 10 anni, credo. Tutte le formule politiche sono responsabili di una politica assistenziale che in Sicilia ha utilizzato la pubblica amministrazione per creare consenso, per dare finto lavoro. In Sicilia abbiamo decine di società partecipate e non per assolvere a funzioni precipue, ma per aggirare l’ostacolo dei concorsi e poter assumere il figlio dell’amico del giaguaro senza concorsi, con un biglietto da visita. Le partecipate sono tutte in dissesto, sono tutte in deficit, hanno creato migliaia dipendenti che non si sa che fine faranno, soprattutto dopo aver comunicato al mondo che non saranno più il bancomat dove attingere per ripianare i bilanci. Le società fallimentari vanno chiuse. Io voglio tutelare il lavoratore, non il posto di lavoro. Attenti, non è una sottigliezza, io voglio tutelare il lavoratore, non il posto di lavoro. Se la scatola, se il contenitore, se questa società partecipata con il denaro pubblico, non sta più sul mercato, non riesce più a chiudere il bilancio, io non continuo a versar risorse ogni anno, la chiudo. Recupero il personale, lo riqualifico, lo riformo e lo voglio destinare ad altre cose. Non mi serve la scatola, il contenitore. Debbo tutelare il contenuto. Questa è la piccola rivoluzione copernicana, di cui Saladino parlava nella sua introduzione. È una sfida, è una sfida in una terra come la nostra, non solo in Sicilia, non solo nel Mezzogiorno d’Italia, dove la criminalità, giorno dopo giorno, pretende di poter indicare le regole. La criminalità ti segue, la criminalità cerca di intrufolarsi. Attenti, io sono stato cinque anni presidente della Commissione parlamentare antimafia, in Sicilia, nel parlamento siciliano, e non è un’esperienza culturale, è qualcosa di diverso in Sicilia. La mafia non cerca morti ammazzati, attenti amici, la mafia non cerca vittime, la mafia cerca alleati. La mafia vuole evitare di sparare, cerca alleati e li cerca nella politica, e li cerca nelle istituzioni e li cerca nel mondo imprenditoriale, nel modo economico. Dove c’è flusso di denaro, lì la mafia intercetta e cerca di insinuarsi. Quindi il lavoro diventa doppio nelle nostre regioni: renderle impermeabili a qualunque infiltrazione mafiosa. Mafia, Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, come volete voi, da un lato, dall’altro lato cambiare la cultura di noi meridionali, abituati al posto fisso. Chi ogni tanto mostra di avere coraggio per fare imprese alla fine deve fare i conti con tanti ostacoli quotidiani che lo costringono ad affrontare con fantasia la aridità del pane di ogni giorno.

ANTONIO SALADINO:
Vista la drammaticità della situazione mi rivolgo a Sua Eccellenza Santoro, che ha vissuto in Brasile, quindi ha vissuto in terre anche molto difficili, adesso è a Taranto, e allora la domanda che pongo a Sua Eccellenza è questa: quanto importante è nello sviluppo, vista la situazione che c’è, il lavoro educativo? Vi cito una frase a me, penso anche a lui, molto cara, di don Giussani, che dice: «La soluzione dei problemi che la vita pone non avviene affrontando i problemi, ma approfondendo la natura del soggetto». Prego.

S. ECC. MONS. FILIPPO SANTORO:
Benissimo, grazie. Ringrazio i due interventi precedenti, che hanno descritto lo scenario in cui ci muoviamo, saluto tutti gli amici qui presenti. Da questa frase, che Saladino ha citato, viene fuori un invito ad allargare l’orizzonte, perché se rimaniamo solamente nell’orizzonte dell’analisi non ne veniamo fuori, perché la cosa è complicata. Condivido la prima osservazione, ma anche le seconde che il governatore faceva sull’assenza di una precisa strategia politica per il Mezzogiorno, su cui siamo d’accordo, l’ho detto anche in Conferenza episcopale tante volte e poi ancora sulla situazione in cui noi ci troviamo. Però che cos’è che risveglia una ripresa, cos’è che risveglia una ripresa? Un punto più grande. Si è messo in evidenza la difficoltà politica. Quando sono andato a Taranto – sono arrivato dal Brasile a Taranto nel 2012 – sia perché era scoppiato il caso dell’Ilva, ma anche per altre ragioni, nessuno dei ministri veniva a Taranto. Chi ha fatto venire due ministri, il ministro dell’Ambiente e il ministro della Salute ad un nostro convegno organizzato della diocesi, è stato il vescovo. Allora il vescovo si è messo a sostituire la politica, ma nel senso che ci voleva una vicinanza ai problemi della gente e soprattutto ci voleva una presenza, qualcosa che risvegliasse. Allora la frase di don Giussani citata da Saladino, ma anche il tema del nostro Meeting, “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono felice l’uomo”, ci fanno capire che il risveglio è possibile se c’è un punto che viene prima della politica e un punto che viene prima dell’economia e questo punto che viene prima è esattamente stato indicato nel fattore educativo, nella comunicazione di una speranza, nella comunicazione di una prospettiva. Dico subito che la comunicazione di una speranza, qualcosa che risveglia è possibile a partire da una esperienza. Per non fare discorsi astratti racconto la mia esperienza, perché si parla del lavoro, si parla del Sud e si parla dei giovani. Io come giovane professore ho insegnato in Puglia storia, filosofia, religione, poi teologia e poi sono andato in Brasile e mi sono trovato alla Università Cattolica di Rio de Janeiro a portare la mia esperienza. Andavo a sostituire un sacerdote, che era stato trasferito dalla cattedra perché non insegnava teologia cattolica ma insegnava qualche altra cosa e allora, appena chiaramente entro in quella sala, cosa succede? Che trovo il muro degli studenti, un rifiuto, una durezza, una ostilità, ma soprattutto un gelo, un freddo e ho visto che se continuavamo così, muro contro muro, non si andava da nessuna parte. Allora mi è venuta in mente la mia esperienza: se io li guardo dicendo siete tutti dei disonesti, perché dovete valutare la mia capacità, la mia competenza filosofica, se mi metto ad accusarli non risolvo niente, perché ricambio il muro con un altro muro. Cos’è che ha cambiato la situazione? Ho detto: a queste persone è necessario comunicare lo sguardo che io ho avuto su di me, quando don Giussani mi ha detto «va’ in Brasile perché la Chiesa ci chiama», uno sguardo di accoglienza totale della mia persona, uno sguardo di simpatia, uno sguardo di valorizzazione. Allora ho cominciato a guardare queste persone in questa maniera, ho cominciato a dire: certo, avete la vostra storia, però quello di cui c’è bisogno è di un punto più grande di dialogo, di attenzione, di affezione, un punto nuovo, lo sguardo che io avevo su di me, che parte da uno sguardo che nella storia è stato possibile grazie all’Incarnazione; uno sguardo che non prescinde dai problemi, ma uno sguardo che indica una qualità di affrontare i problemi. Cosa è successo? È successo che i miei alunni, poco a poco, si sono affezionati al messaggio dicendo: «Non capiamo da dove parti, perché loro partivano normalmente dalle categorie della teologia della liberazione, però quello che ci dici ci colpisce, ci tocca nel cuore, è un’affezione nuova, ci fa stare di fronte ad una ricchezza più bella e più grande». Allora è stato possibile entrare non solo nel rapporto con gli alunni, ma anche nella struttura dell’Università, diventando professore nella post-graduation (nella post-graduazione), che era un punto riservatissimo ai fedelissimi di una certa linea. Allora capite che questo indica la prospettiva con cui noi ci dobbiamo muovere, valorizzare, di fatto, un punto più grande, qualcosa che risveglia ed è possibile solo in forza di un’esperienza, un’esperienza che è possibile al Nord, un’esperienza che è possibile al Sud, un’esperienza che permette lo sviluppo dei cardini della dottrina sociale della Chiesa che riguardano la presenza della Chieda nella società sui punti fondamentali della persona, del bene comune, della solidarietà, della sussidiarietà, del lavoro per la pace, a partire però da una esperienza e da un rapporto. E allora a Taranto cos’è successo? È successo innanzitutto una vicinanza ai problemi della gente, una vicinanza alle domande delle persone, una vicinanza ai gravi problemi. A Taranto abbiamo il gravissimo problema della difesa della salute in primo luogo, per la contaminazione ambientale e poi la trafila delle persone che mi vengono a visitare: sono quelli che rischiano di perdere il posto di lavoro all’Ilva e non solo all’Ilva. Se mettiamo insieme Ilva e indotto, si arriva a ventimila persone, quindi la vicinanza alle persone e poi ancora, cercare di far dialogare le varie forze in campo e poi ancora, battere con tenacia nei posti della politica dove si devono prendere decisioni.

ANTONIO SALADINO:
Vi trovare nel ricatto lavoro-salute.

S. ECC. MONS. FILIPPO SANTORO:
Eh sì.

ANTONIO SALADINO:
Cosa si sceglie, il lavoro o la salute?

S. ECC. MONS. FILIPPO SANTORO:
Ma no! Secondo l’esperienza che noi viviamo, c’hai due figli, non ne puoi fare fuori uno, non ne puoi ammazzare uno per risolvere il problema, allora è evidente che una realtà come l’Ilva significa che va profondamente riformata – e lo dicevamo già in questo convegno del 2013 -, ma non chiusa, perché queste persone che fine fanno? Proposte realistiche io non ne vedo. È chiaro che si apre tutto un cammino, lo dicevamo nel convegno del 2013, dell’innovazione tecnologica. Ma perché a Duisburg, in altre parti dell’Europa, a Bilbao è stato possibile e qui non è possibile? Perciò è importante che la politica, ma anche la cultura, metta a disposizione della nostra situazione l’innovazione tecnologica per un cammino che vada avanti. Sulla questione della gara e del ricorso, dico: se è stata sbagliata si rifaccia, se non è stata sbagliata si proceda, ma non possiamo continuare nell’incertezza, facendo incontri e riunioni uno dietro l’altro. Dobbiamo arrivare ad un punto che definisca la questione e allora per questo ci vuole realmente la dimensione educativa e la dimensione sociale, che è quella che ci fa andare avanti. La dimensione educativa, poi, è favorita ed è provocata dai volti. Noi abbiamo fatto la Settimana sociale dei cattolici italiani a Cagliari, in Sardegna, nell’Ottobre scorso. Il primo punto da tener presente per un’innovazione è proprio tener presenti i volti delle persone, non teorie economiche e analisi strane, ma i volti delle persone, come io ho presente l’ultimo ragazzo che è morto come operaio di una ditta dell’indotto dell’Ilva, Angelo Fuggiano, di cui abbiamo fatto il funerale e poi ancora le altre persone e gli altri volti che abbiamo presenti, i sedici braccianti nel foggiano, tutti stranieri, che sono morti. Queste sono provocazioni che ci vengono dalla realtà. Dobbiamo dire alla politica di non lasciare cadere le provocazioni, anzi, che siano uno stimolo reale, perché si tenga in primo luogo presente la dignità della persona. Il criterio fondamentale della Dottrina sociale della Chiesa è la dignità della persona e i braccianti agricoli che vivono soggetti al caporalato non hanno nessuna dignità, perché non è rispettata la loro dignità. Perciò la nostra battaglia è proprio una battaglia che educa alla libertà, a mettere il valore della persona prima ancora del profitto, come ci richiama papa Francesco quando dice: «Questa economia uccide». Una economia e uno Stato che siano invece a servizio della persona, a servizio delle realtà educative, questo è il grande compito educativo. Io rispondo a questa domanda legata al tema “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice”: rende l’uomo felice un lavoro degno, un lavoro degno rende l’uomo felice, per un lavoro degno è necessario realmente un contenuto, un contributo educativo che nasce nel rapporto con le nuove generazioni, in particolare con i nostri giovani, un contenuto educativo che faccia risvegliare la sete di protagonismo, che faccia preferire il continuare il lavoro nel nostro Sud piuttosto che emigrare. La prospettiva è proprio quella di un punto che animi la ricchezza della persona, il lavoro felice. In un incontro internazionale di movimenti popolari promosso da papa Francesco l’altro anno, in cui erano presenti i cartoneros, ovvero i raccoglitori di cartoni di Buenos Aires, i senza terra brasiliani, ma non i senza terra amici nostri, che noi conosciamo, ma i senza terra duri e veteromarxisti, i portatori di risciò del Bangladesh, insomma tutti i più disperati, in questo incontro un sindacalista spagnolo ha detto: «Ma voi che siete dell’economia informale vi dovete raccordare con noi dell’economia formale». E il capo dei cartoneros gli ha detto: «Ma come, noi non siamo l’economia informale, noi siamo l’economia popolare». Ecco, quello che noi vogliamo fare è proprio il risveglio del protagonismo del nostro popolo, a partire da una ricchezza più grande. E poi, l’ho detto già l’anno scorso, si è alzato un portatore di risciò che stava lì con quelli del Bangladesh e dice: «Per esempio, se io guadagno dieci dollari alla settimana, se ne devo dare sei allo Stato, mi dica lei come faccio a vivere? Mi dica padre, che cos’è il lavoro degno?». E allora io, interrogato in prima persona, ho detto: «Io sono vescovo, faccio un lavoro che è degno, tutte le mattine vengono da un lato quelli che hanno parenti o morti o feriti per causa dell’inquinamento, i e me li sento tutta la santa mattinata, quello è un lavoro degno, il lavoro dell’ascolto, il lavoro dell’attenzione». Questo lavoro degno ci riporta al punto originario da cui parte l’educazione. Il lavoro mio è degno perché la persona è degna, la dignità è originaria, non ci è data da questo o da quell’altro, ci è data con l’origine, è data nel cuore, le forze che rendono felice il cuore poi trasformano la storia, trasformano il modo di lavorare, per cui io lì, quella mattinata sacrosanta, ascoltando tutti questi che vengono, è una mattinata di lavoro bello, faticoso, degno, come tutti i vescovi, sacerdoti, fanno. Ma questo diventa anche proposta educativa e mi sembra indispensabile che questo punto debba essere portato avanti da una rete di associazioni, movimenti, gruppi. Non andiamo più ciascuno per conto suo ma mettiamoci insieme a portare la causa dell’educazione al primo posto, in un punto di salvezza della vita, del lavoro e della società.

ANTONIO SALADINO:
Ti ringrazio perché hai introdotto un grande tema, hai dimostrato, con l’esempio che hai fatto, che generare capitale umano, quindi generare poi capitale sociale, fa fare un passo indietro allo Stato. Dove c’è più capitale sociale serve meno Stato. Grazie. Per Maninchedda. Quale federalismo si può quindi pensare per il sud, che rispetti e valorizzi i territori? E poi, noi meridionali siamo sicuri che non abbiamo nessuna responsabilità in tutto ciò che è accaduto?

PAOLO MANINCHEDDA:
Direi che possiamo ripartire da dove ha concluso Sua Eccellenza. Io sono un padre e sono anche un insegnante, quindi capisco il valore e il potere dell’educazione, e anche il rischio. Ricordo che quando ero ragazzo e avevano rapito Moro, un pezzo della mia assemblea di istituto applaudì il rapimento, perché aveva cattivi maestri. C’è una questione molto seria sull’educazione e sul Sud, non si può più educare continuando a dire le cose che sono sempre state dette. La ripetizione dei luoghi comuni diseduca, perché poi io non li ritrovo nella realtà; e il giovane che ottiene una informazione fallace sul mondo che deve affrontare, rifiuta chi gliela dà. Il primo dovere per un educatore, sembra paradossale, è avere un pensiero chiaro, personale, sicuro, non può esistere un educatore che non abbia questo pensiero. Che non vuol dire avere le risposte a tutto, perché non le abbiamo. Io continuo a dire che il tema del Sud deve essere ripensato e deve essere rivisto rispetto al tema “quali sono i poteri necessari perché io possa esercitare la mia libertà?” Faccio degli esempi, così ci capiamo. Io sono convinto che il Sud non rinascerà se non avrà una fiscalità diversa, e il problema è capire per quale motivo debba esistere una univoca fiscalità da Aosta a Pantelleria, decisa centralmente da organi e istituzioni che, i numeri e la storia dimostrano, sono luoghi dell’egemonia politica della parte più forte del Paese.

ANTONIO SALADINO:
Sai che è dimostrato scientificamente che lo stesso lavoratore, con la stessa paga al Nord e al Sud, al Nord rende il 30% in più. Quindi sono temi che ci devono far ragionare.

PAOLO MANICHEDDA:
Non ho dubbi, però allora faccio un ragionamento al contrario. Concludo e poi ti rispondo. Il tema del fisco è un tema della giustizia in Italia. Prima domanda, chiedetevi questo: ma quando voi dovete una cosa allo Stato italiano, la legge protegge lo Stato in termini fiscali? Moltissimo. Quando viceversa lo Stato deve qualcosa a voi, non trovate gli stessi criteri. In uno Stato civile si educa a cambiare queste cose, non a raccontarle. Si educa ad avere il coraggio di stare dritti, non a raccontarle. Voi non lo sapete ma c’è una Regione in Italia che paga la sanità integralmente con le sue tasse, poi accade che il parlamento italiano stanzia sulla fiscalità generale le risorse per i farmaci per le nuove cure, per le nuove malattie. Faccio un esempio: i farmaci per l’epatite C, mi auguro che nessuno dei presenti ne abbia avuto bisogno, sono stati messi due anni fa sul mercato. Lo Stato ha pagato i farmaci per le nuove cure a tutta l’Italia fuorché a quella Regione, che ha pagato 50 milioni di euro in più. Quella regione è la mia Regione. Vi racconto come si comporta lo Stato. Lo Stato firma con noi un accordo sulle entrate, e dice «però ritirate tutti i ricorsi di fronte alla Corte costituzionale perché così finiamo il contenzioso»; noi diciamo «beh, però, cari fratelli, se noi ritiriamo i ricorsi presso la Corte costituzionale, voi non prelevate ulteriormente dalle nostre compartecipazioni, cioè dalle tasse che dovete restituirci, altri soldi per gli equilibri di finanza pubblica». Risposta: «Assolutamente sì». Una stretta di mano, governo Renzi. Il giorno dopo averci stretto la mano, ci hanno portato via 260 milioni di euro. Quando dico che occorre un pensiero chiaro e distinto, che bisogna avere chiare le responsabilità e i poteri, è per poter comprendere che il Meridione produce più per il Nord che per il Sud. Il problema dell’ambiente in cui si vive è decisivo. Quando vi ho detto state attenti all’Anvur, che col rating e il ranking dell’Università sta svuotando il sud portando la gente al Nord, spostando risorse della fiscalità generale per alimentare le Università del nord, ho posto una questione di questo genere: se io investo per rendere quell’ambiente migliore, si lavora meglio negli ambienti migliori. E sai qual è il criterio con cui si distribuisce un miliardo e mezzo in Italia? Sai qual è il coefficiente? Perché noi che facciamo politica non andiamo a vedere le equazioni che determinano questo. Si fa così: al numeratore vanno i prodotti della ricerca di un ateneo, io e i miei colleghi scriviamo libri e articoli (forse ne scriviamo troppi) e hanno un valore, al denominatore si mette la somma dei prodotti della ricerca di tutti gli atenei d’Italia. La frazione determina il moltiplicatore. Se io sono un piccolo ateneo, avrò mai la possibilità di avere un buon moltiplicatore? Oppure il moltiplicatore è pensato per avere 6-7 grandi Università al Nord e un po’ di licei al Sud. Dove si lavora meglio?


ANTONIO SALADINO:
Abbiamo pochissimi minuti perché poi dobbiamo lasciare la sala, quindi faccio questa domanda al nostro presidente Musumeci. Nello studiare questo incontro un personaggio, Giorgio Ceriani Sebregondi, grande studioso di problemi di sviluppo, anche rispetto all’Africa, scrive: la mancanza di volontà locale nello sviluppo fa diventare gli interventi o assistenziali o oppressivi.

NELLO MUSUMECI:
Concordo perfettamente, è mancata una regia da parte dello Stato per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia, è mancata una regia da parte delle classi dirigenti locali. Non è mancata la risorsa finanziaria, nella maniera più assoluta, solo che se il denaro viene frammentato, viene polverizzato, non si crea un polo di sviluppo, se il denaro viene utilizzato per progetti assolutamente ininfluenti sul piano della ricaduta occupazionale, è chiaro che il denaro è un denaro bruciato. Io credo che noi abbiamo questa grande sfida davanti, diceva poco fa il collega Maninchedda, che noi soffriamo essenzialmente di una equa distribuzione di strumenti di crescita, di grandi occasioni formative. Vi sembrerà un paradosso, ma io sono convinto che per vincere la sfida in Sicilia e nel Mezzogiorno d’Italia dobbiamo rivedere il sistema formativo ed educativo. Vedete, l’esperienza mi ha insegnato alcune cose. Dal 1968 in poi, che io ho vissuto da ragazzo iscritto alla prima superiore, in Italia è stato detto che la laurea era il passaporto per entrare nella buona società. È la più grande bugia che la classe politica abbia potuto dire, perché la laurea non è un passaporto per acquisire uno status sociale, la laurea è uno strumento per consentire ad ognuno di noi, nelle sue specificità personali, di realizzare le proprie ambizioni. Non si può costringere un giovane a laurearsi, nel Sud Italia molto spesso l’iscrizione all’Università o serve per rimandare per cinque sei anni l’appuntamento con il mercato del lavoro o serve perché la laurea l’ha presa tua cugina, la laurea l’ha presa la vicina di casa e perché non la devi prendere tu? Diventi dottore, dottoressa. E abbiamo creato spesso un esercito di frustrati, il 35 per cento dei giovani è fuori corso, tantissimi sacrifici da parte delle famiglie e poi i laureati non fanno spesso quello per cui hanno studiato. Non solo, ma l’aspetto peggiore di tutta questa vicenda è che abbiamo alimentato la corsa alla laurea facile, e abbiamo demonizzato e criminalizzato il lavoro manuale, per cui nessun giovane vuole più fermarsi al diploma. Io non mi stanco di spiegare ai giovani che il camice pulito di un primario ospedaliero ha la stessa dignità del camice sporco di un meccanico. Vogliamo capirlo, cari giovani, che è il lavoro che rende il cittadino protagonista nello sviluppo di una società? Se un giovane non vuole laurearsi, a 16 anni ha il diritto di cominciare a frequentare l’impresa e la scuola, di imparare un mestiere e di mettere a profitto le proprie vocazioni. Dobbiamo tornare a far dialogare l’impresa e la scuola. Chi si vuole laureare ed ha la vocazione per farlo, ha il diritto di essere sostenuto e accompagnato fino alla laurea e possibilmente anche alle scuole di specializzazione. La formazione in Sicilia è servita essenzialmente a coloro che non dovevano essere formati. Una formazione che non tiene conto delle esigenze del mercato del lavoro che formazione è? Non serve certamente al formando, non serve certamente al giovane. Ecco perché in Sicilia si è determinata, senza volerlo, non solo una povertà economica ma anche una povertà educativa, e qui mi rifaccio a quello che diceva l’Arcivescovo di Taranto. Io mi sono trovato davanti a giovani che mi dicono «presidente ma perché lei non ci dà il lavoro?». Ma la politica non può dare un lavoro, la pubblica amministrazione deve creare le condizioni per opportunità di lavoro, ma non siamo noi che diamo lavoro. Ribattono «eh no, io ho vent’anni, ho venticinque anni, ho diritto al lavoro, e quindi lei deve provvedere». Sento parlare i ragazzi, non voglio generalizzare, ma raramente un ragazzo parla di doveri. La verità è che abbiamo spiegato ai nostri ragazzi che tutti i desideri possono diventare diritti. Non è così. Essere giovani, e ve lo dice uno che è stato giovane senza madre e senza padre, e che quando non era più giovane è stato colpito in fronte dal destino nella maniera peggiore, essere giovani non è un merito. Essere giovani è una grande opportunità, perché se fosse un merito essere giovani sarebbe un demerito essere vecchi. No. Essere giovani è soltanto una viltà di calendario, sei nato vent’anni fa, se fossi nato quaranta, cinquant’anni fa, non saresti più giovane. Io sono padre e nonno e ho perso un figlio, vi dico questo perché prima di educare i giovani a rivendicare i diritti dobbiamo spiegare ai giovani che esistono i doveri, altrimenti le criticità della vita i giovani non saranno in condizioni di poterle affrontare. Qualche giorno fa sono stato a San Patrignano, cinquemila ex tossicodipendenti, un’esperienza bellissima. L’ultimo giorno a pranzo mi vedo avvicinato da sei giovani, tutti siciliani: «Onorevole, l’abbiamo conosciuta, lei è stato presidente della provincia di Catania». Tutti con storie di droga alle spalle, uno di loro racconta che si era diplomato, niente lavoro, iscritto all’Università, laureato con il massimo dei voti, niente lavoro, però i compagni e amici trovavano lavoro per la raccomandazione dell’amico buono. «Ho capito che questa società non faceva per me e ho cominciato a fare uso di droga. Ogni settimana facevo uso di droga, non potevo farne a meno. I miei genitori mi hanno scoperto e alla fine mi hanno portato qui a San Patrignano. Sono qui da cinque anni, fra tre mesi esco, finalmente torno in Sicilia e metto su una bottega di ceramica». Gli ho chiesto: «Ma tu non avevi paura della morte?». Mi ha risposto: «No, Onorevole, io avevo paura della vita». Ecco ragazzi qual è il messaggio, una risposta che vale un’enciclopedia. Non abbiate mai paura della vita, mai, mai, qualunque cosa vi capiti. Ecco perché dobbiamo colmare questa povertà educativa. Dobbiamo spiegare ai nostri ragazzi che diritti e doveri vanno assieme, ma la grande sfida della politica è proprio questa, fare in modo che i ragazzi non abbiano paura della vita. Fare in modo che le loro speranze, i loro desideri, possano essere assecondati. È una grande sfida quella di cui noi ci dobbiamo caricare, questa sfida deve neutralizzare l’esperienza passata di intere classi dirigenti. La politica che dalla Sicilia va verso il Nord, ha fatto dei giovani donatori di sangue, e di quel sangue hanno fatto mercato nero i politici, in alcune parti del Paese. Questo dobbiamo impedire, e qui non c’è né destra né sinistra, qui c’è la buona politica, qui c’è la politica che risponde alla gerarchia dei valori e dei doveri. Per questo ragazzi, ve lo dico da governatore della Regione più complessa e più difficile d’Italia: non perdete mai la speranza di essere protagonisti del vostro presente e del vostro futuro. Qualche buona notizia ogni tanto arriva dal fronte delle realtà meridionali, in Sicilia siamo quarti in Italia per start-up giovanili, abbiamo superato il Piemonte. I giovani siciliani fanno impresa, e grazie alle opportunità che mette a disposizione l’istituzione, credono che l’impresa possa realizzare i loro desideri. Questo è il messaggio che io mi sento di lanciare lasciando il Meeting di Rimini, ringraziando il moderatore per avermi consentito di parlare qualche minuto in più, ma lo dico da padre prima ancora che da governatore. Buona fortuna a tutti.

ANTONIO SALADINO:
Don Filippo, una battuta sola e poi finiamo.

S. ECC. MONS. FILIPPO SANTORO:
La frase di don Giussani ci fa chiudere con un salto di speranza, perché il nostro incontro è proprio a partire da un messaggio di speranza che richiama la felicità. Il presidente giustamente faceva riferimento al dovere, don Giussani ci dice che cosa ci può fare abbracciare ed accogliere il dovere, perché il dovere per il dovere non lo abbracciamo. Lo abbracciamo solo se c’è qualcosa di più grande che ce lo permette. E questa è la nostra storia e la nostra amicizia. Grazie.

(trascrizione non rivista dai relatori)

Data

22 Agosto 2018

Ora

15:00

Edizione

2018

Luogo

MeshAREA TALK Intesa Sanpaolo B1
Categoria