SENZA BELLEZZA IL VIVERE È UNA NOIA - Meeting di Rimini

SENZA BELLEZZA IL VIVERE È UNA NOIA

Senza bellezza il vivere è una noia

Senza bellezza il vivere è una noia

Workshop in collaborazione con FederlegnoArredo. Partecipano: Duccio Campagnoli, Presidente di Bologna Fiere; Mariella Carlotti, Insegnante e Storica dell’Arte; Vittorio Livi, Presidente di Fiam Italia; Emmanuele Silanos, Fraternità Sacerdotale San Carlo. Introduce Alessandro Banfi, Direttore di Tgcom24.

 

ALESSANDRO BANFI:
Allora, buonasera e benvenuti a tutti. Ringrazio innanzitutto, oltre al Meeting, la Federlegno che ha avuto questa idea la cui potenza estetica si riversa su questo incontro, perché ha voluto mettere a tema questa frase giustamente apodittica e non c’è neanche il punto interrogativo di una domanda retorica. “Senza bellezza il vivere è una noia”. Intanto invito, visto l’affollamento della gente anche fuori ecc. a spengere i telefonini o comunque come si dice al cinema a silenziarli così che non ci diano fastidio, essendo in uno spazio ristretto.

In realtà è un incontro abbastanza eccezionale questo, perché sono state messe insieme dalla Federlegno e da me, che ho il compito insieme leggero e da un certo punto di vista invece impegnativo, di metterle assieme, quattro persone con quattro storie diverse, che stasera s’incrociano sul crocevia di questa sentenza, cioè sul crocevia di questo tema: la bellezza. Quattro persone ricche di una storia personale che ha avuto a che fare con questo tema e che in qualche modo sanno, e lo vedrete, riflettere su questo tema, un designer, e adesso ne parlerò subito perché è il primo cui darò la parola, che ha inventato il vetro curvato più bello che c’è nelle nostre case, un imprenditore nato a Recanati, e non è una piccola cosa, che ha portato l’industria e l’artigianato italiano in Cina fra l’altro; un prete della Fraternità missionaria San Carlo, che offrirà una riflessione davvero da non perdere anche grazie alle sue esperienze personali, anche qui, in Oriente; e poi un’insegnante cara a molti di voi che già conoscono, che sa raccontare l’arte, oltre che insegnarla, insegnando lettere nelle scuole superiori. Allora ho presentato brevemente tutti, ma voglio partire, come dicevo prima da Livi, da Vittorio Livi, che è Presidente della Fiam.

C’è un episodio della mia vita privata che riguarda Livi, che vi voglio raccontare. Non ci conoscevamo fino ad oggi. Sapete i giornalisti sono un po’ come i carabinieri, se volete, o i preti o altri tipi di professioni di questo tipo, che ti portano non dove vuoi, ti portano dove c’è il lavoro e quindi ho cambiato tante case. Credo, ho fatto il conto con mia moglie, ho cambiato cinque case, ma ci sono tre tavolini di vetro che miracolosamente in cinque traslochi sono sopravvissuti e sono ancora nella mia casa attuale di Roma, perché io adesso vivo a Milano, per dire che questi tavolini sono della Fiam, e sono stati disegnati, e sono il frutto del genio dell’impresa di Vittorio Livi, per dire come sono stati importanti, senza che ci conoscessimo e come il bello ci accomuna. Allora questo episodio, mi fa introdurre Livi con una sola pagina di lettura, e poi do subito la parola a Livi, che è questa: c’è un libro chiave che la Federlegno mi ha riportato alla memoria, voi dite, ma avevi bisogno della Federlegno perché ti tornasse in mente Primo Levi? No. Primo Levi per me è stato il più grande scrittore dello scorso secolo, ma ha scritto un libretto, che s’intitola La chiave a stella, che è una riflessione sul lavoro, ma non sul lavoro in assoluto, su come il lavoro ci dà felicità, ci dà bellezza. Allora mi ricordavo qualcosa che era perfetto per introdurre Livi ed ho trovato questa pagina.

La chiave a stella è un libro molto semplice, è la storia di un operaio che si chiama Tino Faussone, operaio della Lancia, che diventa un grande operaio specializzato, che ha questo strumento bellissimo, questa chiave a stella appunto, che è uno strumento meccanico e va in giro per il mondo, Cina, Russia, Medio Oriente ecc., lascia Torino, lascia la Lancia e va in giro per il mondo a montare delle apparecchiature meccaniche. Primo Levi, che fa il chimico di mestiere, come sapete, lo incontra nel romanzo, e i due chiacchierano e a un certo punto si dicono questo: siamo rimasti d’accordo su quanto di buono abbiamo in comune, sul vantaggio di potersi misurare, del non dipendere da altri nel misurarsi, nello specchiarsi nella propria opera, sul piacere di veder crescere la propria creatura, piastra su piastra, bullone dopo bullone, solida, necessaria, simmetrica e adatta allo scopo e dopo finita, riguardarla e pensare che forse vivrà più a lungo di te e forse servirà a qualcuno che tu non conosci e che non ti conosce. Il tavolino. Magari potrai tornare a guardarla da vecchio e ti sembrerà bella, e non importa poi tanto se sembrerà bella solo a te, e potrai dire a te stesso: forse, un altro non ci sarebbe riuscito.

VITTORIO LIVI:
Forse è stato troppo buono il dottor Banfi nel presentarmi. Io comunque cercherò di parlare poco del mio lavoro ma vorrei affrontare la bellezza un po’ in maniera, diciamo, trasversale, perché la bellezza è una cosa che va bene per i giovani, per i vecchi, per chi ha i soldi e per chi non ce li ha, per i ricchi, i poveri e quindi è un qualche cosa che ci appartiene così come ci appartiene l’aria, la salute e tutto quello che Dio ci ha dato. È senz’altro indispensabile alla nostra sopravvivenza. Poi vorrei fare i complimenti a chi ha pensato a questo titolo, perché credo che sia stato il primo titolo della storia dell’uomo. Gesù Cristo, Dio anzi, Dio ha fatto il mondo, ha fatto l’Universo e ha fatto un Universo che è la massima espressione della bellezza, credo che siamo tutti d’accordo. Poi ha fatto l’uomo. Si è accorto forse di una cosa, che non piaceva neanche a Lui, che aveva creato noia, quindi vediamo la bellezza e la noia, quindi gli ha creato la donna. Quindi complimenti. Il titolo di questo incontro è talmente affascinante che diventa persino imbarazzante da dove partire, sapendo già, secondo me, che sarà un’apoteosi alla bellezza. Diceva Dostoevskij "la bellezza salverà’ il mondo", sembra retorica ma esprime un grande concetto.

La bellezza porta la felicità, alla ricchezza e alla creatività. La noia porta all’apatia, alla tristezza e alla distruzione. Desidero raccontarvi brevemente qualcosa di molto significativo accaduto dalle nostre parti che cambiò la storia dei nostri luoghi. Nella prima metà ’400, Urbino era sotto il potere di un certo Conte Oddo Antonio, quindicenne Signore inquieto che con i suoi capricci e la sua cattiveria aveva portato il popolo alla miseria e alla disperazione, tanto da indurre il popolo a insorgere. Lo uccisero facendolo a pezzi e disperdendo gli stessi in posti più disparati. Il fratello Federico che abitava a Gubbio, appresa la notizia accorse subito a Urbino, ma capita la situazione, non pensò subito ad azioni di vendetta, ma essendo uomo equilibrato e saggio, subentrando a sua volta al potere, pensò di cambiare radicalmente la gestione di quei luoghi, apportando innovazioni straordinarie. Abbandonò i vecchi schemi che prevedevano le città fortificate per la difesa. Pensò che quella doveva diventare una città aperta, un luogo per libertà e cultura. Iniziò a chiamare anche dalla Toscana e dalla Lombardia, ingegneri, architetti, poeti, letterati, artisti e personalità di tante altre culture. Confrontandosi con loro si progettò quello che oggi è l’attuale Palazzo Ducale, il primo palazzo della storia, un edificio con stanze molto alte, con grandi finestre per illuminare, adatto ad amministrare e governare, per incontri sociali, per la musica, la letteratura e per tante altre attività artistiche. Da questa idea nascerà il progetto della città ideale. Tutto questo permise a Urbino di diventare capitale dell’Umanesimo Rinascimentale della nostra zona, nonché una delle massime espressioni di bellezza culturale ed estetica di sempre, con tutte le conseguenze positive anche per il suo popolo.

Questa è la storia di due fratelli con il potere sulla stessa città: uno guidandola con noia e cattiveria; l’altro con bellezza e felicità.
L’Universo, il nostro pianeta in particolare, è nato con il DNA della bellezza.
Tutto quello che ci circonda vive dell’espressione di questa realtà. Il mondo senza la bellezza non è solo noia ma porta all’apatia, all’eccitazione con le droghe, a non procreare figli, alla depressione, al suicido ecc.
Ma pensiamo come potrebbe essere il mondo senza la bellezza e a quale noia potrebbe portare. Immaginiamoci un Universo con i confini, la luna sempre uguale e nella stessa posizione, un tramonto senza sfumature di colori, un cielo con nuvole tutte uguali, il mare senza onde, i pesci tutti con lo stesso sapore, le piante con tutti i rami diritti, le foglie tutte uguali, i ruscelli con la loro acqua che scorre piatta senza fare rumore, i fiori tutti con lo stesso colore, la frutta tutta a cubetti. Come sarebbe il mondo se tutto quello che nasce fosse la copia esatta di quello che già esiste?
E se le persone fossero senza amore? In un mondo del genere, come sarebbe la vita dell’uomo? Ma questa sarebbe vita? Ecco, tutto questo è noia.
Per capirci, la noia è tra persone che stanno insieme senza amarsi; la bellezza è un diritto dell’uomo come il cibo, l’aria, il lavoro.

La bellezza sta negli occhi di chi guarda e sente, così come la noia sta nel buio di chi non vede e non sente.
La bellezza sta nel cuore di chi fa le cose con amore, la noia sta in chi usa il potere per soddisfare solo le proprie ambizioni, la bellezza sta nell’affetto delle persone che ci circondano, la noia sta tra persone che si evitano.
La bellezza, tante volte, non è fatta di regole, misure o canoni estetici ma viene determinata da messaggi subliminali: ad esempio nelle persone la loro bellezza proviene da come guardano, come camminano, come riescono a confrontarsi con gli altri, dalle loro espressioni, da come muovono le loro braccia, dal loro ego. Pensate al sorriso di un bimbo o al gesto di un atleta. Tutto questo determina la loro bellezza e il loro fascino. Senza queste qualità, la persona diventa banale e, quindi, noiosa.
Queste e altre qualità non valgono solo per l’essere umano ma per tutte le cose che ci circondano in quanto la bellezza si esprime in tanti modi. Così nell’’arte: figurative, sonore, poetiche, scenografiche, scultoree ecc. Ci sono arti che a volte riescono a fondersi tra loro, ad esempio nel Melodramma, dove musica, canto, recitazione e scenografia devono convivere all’unisono, altrimenti non darebbero un senso completo all’opera.
Come abbiamo visto, la bellezza dona senso alle cose che ci circondano. Ma, per ottenere questo effetto, dobbiamo impegnare attivamente la nostra volontà e i nostri sensi.

Se ciò non avviene, si crea un circolo vizioso:
– poiché la bellezza, come già detto, è prima di tutto negli occhi di chi guarda e nelle orecchie di chi ascolta, essa esige un impegno attivo da parte di chi desidera goderne la sensazione;
– il disimpegno crea uno schermo psicologico tra il soggetto che guarda e le cose guardate, ne offusca la bellezza;
– senza bellezza, le cose che ci circondano non hanno senso e diventano opache;
– la mancanza di senso e l’opacità degli oggetti riduce la gioia che essi possono darci e, alla fine dei conti, riducono la gioia di vivere;
– la mancanza di gioia di vivere ci precipita nella noia;
– la noia ostacola la nostra curiosità, il nostro desiderio e il nostro impegno attivo nel costruire un rapporto fecondo con il sistema dell’arte;
– questo disimpegno offusca ulteriormente la bellezza delle cose e le rende ulteriormente opache, aumentando la noia e riducendo la gioia di vivere.

Se, dunque, i nostri sensi restano inerti, pigri, scarsamente educati e stimolati, se non compiono lo sforzo necessario per cogliere la bellezza che ci circonda, le cose belle perdono ai nostri occhi il loro fascino, la loro attrattiva, la loro carica di felicità.
Se rinunciamo alla felicità contenuta nelle cose belle, prima o poi piombiamo nella noia, la noia diventa depressione, la depressione diventa pena.

Come sarebbe cambiata la nostra storia se al posto di Federico da Montefeltro fosse andato al potere un altro Signore con apatia alla cultura e alla libertà nelle arti? Siamo noi a progettare il nostro futuro, spingendo verso il potere persone di valore e non perché, possiamo indirizzare loro raccomandazioni solo di nostri interessi meramente personali. Non persone che pensano solo al potere economico, che troppo spesso porta all’apatia e alla miseria culturale del popolo, che poi si traduce in povertà economica, proprio perché non pensano alla bellezza come valore fondamentale alla sopravvivenza dell’essere umano. Grazie.

ALESSANDRO BANFI:
Introduco Silanos, un prete importante della Fraternità Sacerdotale San Carlo, perché adesso è Vicario Generale della Fraternità San Carlo, ed è romano a tempo pieno, ma è stato a lungo in giro per il mondo, in particolare a Taiwan, e addirittura a Taipei è stato un parroco della Chiesa San Francesco Saverio. Allora per introdurre Silanos mi è venuto in mente questo episodio. Wolfgang Goethe fa un viaggio in Italia, come tutti sapete, arriva dal Brennero, scende giù, arriva in un paesino, dove c’è una lapide che ancora ricorda questo passaggio, che si chiama Torbole, arriva, è settembre del 1862, ed è una giornata di vento – avete in mente come è bello il Lago di Garda, come è bella l’Italia in una giornata di vento di settembre? – lui arriva e ha questa visione, questo paesaggio spettacolare bellissimo, e sapete cosa scrive sul suo famoso diario Tagebuch? Scrive questa frase: “Con che ardente desiderio vorrei che i miei amici si trovassero un momento qui con me per gioire della vista che mi sta innanzi”. Allora per Silanos parto da questa domanda: “Ma la bellezza esiste davvero se non è condivisa, oppure al di là dell’io ha bisogno anche di un altro, di un tu con cui condividerla?”.

EMMANUELE SILANOS:
Dubito di poter fare meglio di Goethe, ma ci provo. Allora, per superare Goethe mi faccio aiutare dal Vangelo, in particolare da un episodio che amo molto, che ho imparato ad amare in seminario, grazie al mio rettore. Questo è l’episodio della Trasfigurazione: Gesù che si prende i suoi tre amici, Pietro, Giacomo e Giovanni, se li porta sul Monte Tabor e lì succede qualcosa di straordinario, così straordinario che loro non riescono neppure a capire bene cosa succede. Ecco, quell’episodio, secondo me, inizia a dirci qualcosa di cosa sia la bellezza. Anzi, in un certo senso, penso che sia una sintesi quasi compiuta di quello che è l’esperienza della Bellezza. Infatti, quello che mi fa impazzire di questo episodio è la reazione di Pietro, che come al solito, in modo geniale esprime con una frase quello che esprimono anche gli altri. Lui dice due frasi, una apparentemente senza senso: “Facciamo tre tende” e l’altra, invece, che è di una semplicità disarmante, ma che dice in fondo che cosa sia la bellezza. Lui di fronte a Gesù che si trasfigura dice: “È bello per noi stare qui”. Lui non stava capendo tutto, anzi per niente, lo dimostra la prima frase che dice. Ma una cosa la capisce, che davanti a quello che sta accadendo, lui non può non riconoscere che c’è qualcosa di vero per lui. Ecco questa è la bellezza, tu non puoi descriverla completamente, non puoi neppure afferrarla completamente, non puoi neppure comprenderla del tutto, ma ti è dato di riconoscerla. Allora, se andiamo a vedere cosa dice Pietro, forse capiamo di più che cosa è la bellezza. Lui dice “È bello per noi stare qui”. “È bello”. Il cristianesimo è un avvenimento di bellezza. Se non fosse bello, non avrebbe senso essere cristiani. Per meno di così, non ne vale la pena. Se la nostra fede nasce per un’altra ragione che non sia la Bellezza che è Cristo e che abbiamo visto nella nostra vita, se siamo qui per meno di questo, non ne vale la pena.
“È bello per noi”. Per noi. Non solo per me. Per noi. Per noi vuole dire che Pietro parla con la coscienza di essere assieme agli altri due. Per noi vuol dire che il cristianesimo, questa esperienza di gloria e di bellezza è un’esperienza di comunione. È Cristo che mi salva, è Cristo che compie la mia vita, è nel rapporto con Lui che mi realizzo. Ma Lui ha deciso di farlo dentro la comunione della Chiesa. È questo il metodo che Lui ha scelto: la Chiesa. Dunque non “per me” è bello, ma “per noi” è bello stare qui.

“È bello per noi stare”. In questa parola, così tanto ripetuta da Gesù ai suoi “Restate, rimanete”, in questa parola è riassunta la pedagogia di Cristo, il metodo del suo insegnamento. Il metodo che ci viene indicato è: “Stare, rimanere”. Vuole dire accettare di non capire, accettare di seguire anche quando non è tutto chiaro. Come quel giorno. Non capivano tutto, anzi, quasi niente. Ma capivano una cosa: non avrebbero mai voluto andarsene. È questo ciò che Cristo ci chiede. Stare. Stare dove Lui ti mette. Stare con chi Lui ti mette.

“È bello per noi stare qui”. Ecco, in questa parola, “qui”, sta in fondo tutto il senso dell’esperienza della Bellezza nel cristianesimo. Qui. Qui e ora. Questa è l’Incarnazione. Noi posiamo fare esperienza della bellezza perché la Bellezza con la “B” maiuscola si è incarnata, è diventata un Uomo, è diventata incontrabile nella mia vita. Qui. E questo “qui” non lo scegli tu. Ti è dato. È il luogo in cui la verità si rivela a noi. Perché la verità si rivela nel suo splendore come bellezza. La verità degli esseri è comunicativa di sé. L’unica cosa che puoi fare è riconoscerla e contemplarla. Ecco, bello è per san Tommaso ciò che ti è dato da contemplare. Contemplare quella Bellezza che si fa carne.
È quello che il mondo oggi sembra non conoscere più. Diceva un paio di anni fa Costantino Esposito: “La risposta più diffusa a tale questione [della bellezza] nell’epoca contemporanea è che la bellezza è segnata da una radicale impossibilità conoscitiva”. [1] Oggi non si conosce più la bellezza perché non se ne conosce più l’origine. Perché non si conosce più il rapporto che c’è tra verità e bellezza.

Mi ha colpito molto, dopo aver visto il film di Paolo Sorrentino, “La grande bellezza”, leggere il commento di Alessandro D’Avenia. [2] L’ho trovato interessante (poi tutto è sempre discutibile in questo campo, sia il film come il commento… ma ho trovato interessante che lui abbia sottolineato proprio quest’aspetto: l’incarnazione). Infatti, dice D’Avenia, da cosa si capisce che il regista non ha fede? Nel fatto che lui cerca la Grande Bellezza e la cerca dentro la realtà perché ne ha nostalgia. E in modo quasi naturale gli viene da interpellare la Chiesa, ma le risposte che riceve (personificate dal cardinale e dalla cosiddetta “santa”) sono o troppo materiali o troppo spirituali. Quello che manca in Sorrentino è l’esperienza dell’incarnazione. Ovvero del Sacramento.

Dice D’Avenia: “La grande bellezza è quotidiana e a portata di mano, solo se reintroduciamo la contemplazione all’interno dell’azione quotidiana. (…) Ma questo è possibile solo grazie ad una vita dallo ‘stile sacramentale’, cioè una vita in cui il visibile rimanda ad una pienezza di cui è ombra”. Cita poi la Lumen Fidei (40), l’enciclica “dei due papi”: “Il risveglio della fede passa per il risveglio di un nuovo senso sacramentale della vita (…), mostrando come il visibile e il materiale si aprono verso il mistero dell’eterno. (…) Ma solo chi vive sacramentalmente la vita, vede la vita per quello che è: frammento di una trascendenza, che dà gusto a quel frammento. (…) La grande bellezza, la grandissima bellezza, è la trasfigurazione sacramentale del visibile”. La nostalgia che muove il protagonista del film nasce dalla percezione di un bene, la bellezza, presentito dall’animo dell’uomo come la mancanza di un bene perduto. Non diverso, in questo senso, dallo sguardo con cui Dante nel primo canto del Purgatorio guarda con nostalgia le stelle che si vedono dal Paradiso Terrestre e prova nostalgia per quel mondo perduto, perduto dall’umanità e da lui che partecipa della stessa sorte di tutta l’umanità: il Purgatorio è il cammino attraverso cui l’uomo lentamente recupera quella bellezza perduta con il peccato.

Ma questa esperienza è possibile già ora grazie all’esperienza dell’Incarnazione, del sacramento. Che per un marito e una moglie è la famiglia. Per me, prete della Fraternità San Carlo, è la casa. La casa è il luogo in cui io sono chiamato a fare memoria dell’Incarnazione, memoria di quella stessa bellezza pregustata da Pietro, Giacomo e Giovanni quel giorno. Noi tutti siamo, in questo senso, “custodi della bellezza”, come disse Benedetto XVI agli artisti nel 2009. “Voi siete custodi della bellezza. (…) Siate perciò grati dei doni ricevuti e pienamente consapevoli della grande responsabilità di comunicare la bellezza, di far comunicare nella bellezza e attraverso la bellezza!” [3] E pensando al nostro compito e pensando a quella nostalgia, mi ritorna alla mente un’espressione del nostro padre e fondatore, Mons. Massimo Camisasca, il quale anni fa ai nostri preti in Siberia disse queste parole per descrivere la missione: “La missione è richiamare negli uomini che incontriamo la nostalgia di una casa”.
Quella stessa nostalgia di cui parlavamo prima dicendo di Dante o del film di Sorrentino, quella nostalgia di una bellezza incarnata dentro la realtà, è nostalgia di un luogo fisico in cui farne esperienza. È nostalgia dell’incarnazione. E questo è il cristianesimo, questo è, più precisamente, il cattolicesimo.

Allora concludo raccontando cosa ha voluto dire per me questo nel mio essere missionario.
Io ho vissuto in missione poco più di sei anni, nell’isola di Taiwan, proprio davanti all’enorme Cina. Il numero dei cattolici lì è inferiore all’1% della popolazione. La religione di gran parte di loro è un insieme di tante credenze e superstizioni (è proprio vero: se non credi nella verità, credi in tutto). Eppure più si vive a stretto con loro, più si sente forte il desiderio di dare la vita per un posto così. La mia passione per la Cina nacque tanti anni fa, quando, ancora all’Università non avevo nessuna intenzione di fare il prete, ma rimasi colpito e commosso dalla visione di un film cinese, del grande Zhang Yimou, intitolato Vivere! Da quel film una cosa divenne chiara per me: quella gente, quel mondo, quel popolo è lontanissimo anni luce da me, come lingua, cultura, religione, storia, anche dal punto di vista fisico sono diversi da me. eppure c’è qualcosa che li rende identici a me: quello che loro vogliono, quello che desiderano è la stessa cosa che desidero io, cioè essere voluti bene e voler bene. Ma una cosa era anche chiara: non conoscono chi davvero può rispondere a questo bisogno. Dunque il loro cuore è lo stesso mio, con le stesse esigenze di verità, giustizia, bellezza che ho io.

Allora quando don Massimo mi mandò in missione là, il mio primo pensiero fu: “Adesso imparo benissimo la lingua, divento più cinese dei cinesi, studio tutta la loro cultura così da poter comunicare con loro con le loro stesse categorie”. E da dove partire? Dalla Bellezza, ovviamente!
Allora, per farvi capire, vi faccio vedere come si scrive “Bellezza” in cinese. Si usa questo carattere, che si legge “mei”: 美
Questo carattere è a sua volta derivato da altri due caratteri: 大 dà e 羊 yang
大dà vuole dire “grande”, 羊 Yang vuole dire “capra”… Dunque? “Grande capra”? Intendiamoci subito, voglio evitare equivoci fastidiosi: adesso non andate in giro a dire, come fa qualcuno, che io insegno che in cinese “bellezza” si dice “grande capra”. No, non è così. Questa è solo quella che noi definiremmo l’etimologia di una parola e che la maggior parte della gente comune ignora. Come gli italiani ignorano che “compagno” viene da “cum” e “panis”. Però è interessante, sia farlo in italiano, che farlo, appunto, in cinese. Anche perché ti apre un mondo completamente nuovo, un modo completamente nuovo di vedere e conoscere la realtà che puoi cominciare a vedere con occhi diversi.

Il perché per gli antichi cinesi la capra fosse un simbolo di bellezza può essere spiegato in mille modi, tutti molto interessanti. Per alcuni l’origine sta nel culto, nei sacrifici religiosi, per cui offrire una capra era fare un’offerta particolarmente gradita agli antenati o alla divinità. Per altri il carattere indicava invece una persona grande, cioè importante, che indossava un copricapo di pelle di capra, quindi costoso e perciò bello. Per altri più semplicemente la capra in sé è un animale mite e bello e una persona che le assomigli è dunque di bell’aspetto. [4] Ma non è questo il punto. Quello che mi interessa dire è che è diventato per me chiaro che con tutti gli sforzi che posso fare, esiste un mondo di distanza, un universo di distanza culturale tra me e i cinesi che io per quanto mi appassioni sempre di più alla loro cultura non potrò mai colmare. Io non sarò mai cinese. E non riuscirò mai a comunicare che cos’è davvero la bellezza per me, cioè che la bellezza è un Avvenimento, non potrò mai riuscirci con uno sforzo meramente culturale o intellettuale. In questo senso la bellezza, la Grande Bellezza, è indicibile. È un po’ come fare l’esperienza di Dante che dopo aver lodato la bellezza di Beatrice lungo tutto il Paradiso, all’approssimarsi di Dio non ha più parole per descriverla e deve arrendersi.

Per questo, voglio raccontare quello che mi è capitato due anni fa in Spagna, quando abbiamo accompagnato un gruppo di una ventina di ragazzi Taiwanesi alla Giornata Mondiale della Gioventù, la metà di loro nemmeno cattolici. Un giorno siamo andati a Barcellona a vedere la Sagrada Familia. Io avevo sempre desiderato vederla e ne conoscevo bene l’esterno: finalmente la vedevo dal vivo! Eravamo là davanti, un caldo bestiale e una ragazza italiana che vive lì, studiosa della Sagrada (collaborava con Etsuro Sotoo) che ci stava spiegando l’esterno. I ragazzi erano molto poco attenti, accaldati e un po’ annoiati anche perché tutto doveva essere tradotto in cinese dall’italiano e fuori c’era tanta confusione e si sentiva poco. Finalmente la brava e appassionata guida smette di parlare e ci invita a entrare. Io entro per primo e rimango abbagliato, folgorato, ferito dalla luce e dalla bellezza che la luce dell’interno della basilica ci stava svelando. Ho camminato con la testa rivolta verso l’alto, stupito, per una ventina di metri. Poi mi sono ricordato che non ero da solo… ma che c’erano con me venti ragazzi taiwanesi. Allora mi sono girato e li ho scoperti anche loro con la testa verso l’alto e con la bocca aperta… ma quasi come se fossero stati respinti da tanta bellezza se ne stavano lì con gli occhi e la bocca spalancati a guardare. Non avevano nemmeno la forza di alzare le loro macchine fotografiche, loro di solito sempre pronti a fare click a sproposito…

Ecco, in quel momento ho capito che per far loro capire che cos’è la bellezza, l’unica strada è quella di scoprirla insieme a loro e stupirsi insieme a loro. È quello che diceva il cardinale Ratzinger al Meeting di Rimini nel 2002: “Occorre imparare a “vedere” Cristo. Non basta conoscerlo semplicemente a parole; bisogna lasciarsi colpire dal dardo della sua bellezza paradossale: così avviene la vera conoscenza, attraverso l’incontro personale con la Bellezza della verità che salva”. È una bellezza che ferisce, diceva allora Ratzinger citando Cabasillas.
Allora se tu ti stupisci, se per te la bellezza non è scontata, se tu fai esperienza insieme a loro di cosa sia la bellezza, allora comunicarglielo diventa più immediato e non più forzato.
Come fu per Pietro, Giacomo e Giovanni quel giorno. Per cui diventa spontaneo a te come a loro dire la stessa cosa: “è bello per noi stare qui”.

ALESSANDRO BANFI:
Grazie davvero, don Emmanuele. Andiamo a Duccio Campagnoli. Anche lui ha un rapporto con l’Oriente, che fra l’altro è qualcosa che sta costruendo insieme alla FederlegnoArredo come Presidente di Fiera Bologna, che è il secondo polo fieristico italiano, quindi è molto importante. Duccio Campagnoli è nato a Recanati, e non solo si è laureato in Lettere, a chi poteva fuggire la doverosa citazione, che io anticipo, di Alla sua donna? Con quell’inizio che per tutti noi resta qualcosa che tutta la vita avrà a che fare con la bellezza: “Cara Beltà…”

DUCCIO CAMPAGNOLI:
Intanto la ringrazio molto, perché lei ha detto del motivo unico per il quale io sono qui a un incontro così straordinario, dal quale potete escludere naturalmente la possibilità che io sia testimone di bellezza. Cioè il motivo dell’incontro, adopero molto volentieri questa parola, le do un senso, che abbiamo avuto, lei ricordava, con gli amici della Federlegno qualche mese fa, per l’onore che ci hanno fatto di poter considerare noi, il nostro lavoro, il lavoro di Bologna Fiera come quello di altri centri fieristici in Italia, qualcosa di utile per la loro nuova avventura, che sarà certamente, mi permetto di dirlo, un’avventura di nuovo della bellezza italiana che incontra il mondo per il lavoro delle imprese, ma anche per la possibilità che questo nuovo mondo così diverso, così nuovo, così difficile ci consegna che è quello di conoscere tanti enormi problemi, come ci ricorda lo straordinario tema del Meeting di quest’anno, delle periferie del mondo e dell’esistenza nelle quali la bellezza non c’è. Ci pone il problema di come allora, nell’età della modernità, ci sia una bellezza che tutti dobbiamo ritrovare, dobbiamo ricostruire, che non è a portata di mano, non appartiene ai canoni dei classici, non appartiene alle citazioni, non appartiene all’erudizione, ma appartiene a una nuova esperienza che ci tocca, straordinariamente difficile.

Non voglio essere retorico, ma non posso fare a meno di dire quel che ho pensato: dobbiamo parlare di bellezza, nei giorni in cui a poche centinaia di chilometri da qui, guardando un mare, vediamo quello che accade ad altri uomini che cercano possibilità di vita. Che bellezza c’è in questa cosa che accade? Che cosa possiamo e dobbiamo ritrovare come le possibilità per le periferie del mondo? Però questo mondo così difficile e così terribile, nelle cronache purtroppo di tanti giorni, ci consegna anche l’opportunità, la possibilità, la necessità di nuovi incontri, di una congregazione straordinaria di esperienze, e a suo modo senza mescolare cose che insomma insieme non possono star troppo, questa iniziativa nuova di Federlegno, degli imprenditori italiani, è certamente anche un’avventura di incontro e di cultura e di bellezza con un mondo così lontano, così diverso, ci ricordava ora don Silanos. Che cos’è la bellezza per i cinesi? Io, molto meno di lei, e pur essendo recanatese e quindi vicino alla Macerata di padre Matteo Ricci, devo dire che osservando, per tanti anni di frequentazione, questa Cina di oggi, che tra l’altro ha anche molto distrutto il suo passato e la sua grande cultura, tuttavia ecco c’è quasi la possibilità di vederli, lei è stato straordinario nel suo dire, mi ha colpito molto anche questa immagine che ci ha dato dei cinesi taiwanesi che entravano nella Sagrada Familia.

Perché questi cinesi che girano il mondo, tantissimi, oramai sono la maggioranza in qualunque luogo di turismo che voi vedete, e uno si domanda: “Che vengono qua a fare? Cosa possono…?” Tuttavia li vedete anche tra i più attenti, magari perché devono fare le fotografie, eccetera, però li vedete più attenti. E allora questa è forse l’esperienza che si fa anche in altri incontri, come quelli dell’avventura del design italiano, della cultura italiana là in Cina, dove c’è la voglia, il grande desiderio di rincontrare un’idea di bellezza che forse in quella cultura ha le sue declinazioni, ma che davvero, uno pensa da occidentale, deve essere declinata. Il senso del mio star qui è semplicemente quello della gratitudine, dell’invito agli amici di Federlegno, di aver pensato che io possa essere, del tutto indegnamente, parte di una discussione così straordinaria. Devo dire che sono stato come voi affascinato da quello che abbiamo sentito, da Livi e poi dall’intervento di don Silanos. Mi faccio un po’ piccolo, diciamo, dopo questi straordinari interventi.

Ecco, la cosa che aggiungo, se posso, è una piccolissima testimonianza, perché è capitato a me nei giorni scorsi di fare qualche giorno di vacanza, un viaggio in Spagna e a Barcellona, devo dire che anche per me (ci devo metter l’anche) l’esperienza della visita alla Sagrada Familia è stata l’esperienza più straordinaria e mi ha molto colpito quello che lei ci ha detto: lasciarsi stupire dalla bellezza. A me è capitato questo, piccola testimonianza: per entrare alla Sagrada Familia si fa una giusta fatica, bisogna prendere la prenotazione del biglietto alle 10 del mattino per poi poter entrare, quindi bisogna fare una lunga fila, perché veramente è visitata da tantissimi, centinaia… ed è commovente, anche, vedere tutte queste persone, molti cinesi, in fila per entrare alla Sagrada Familia. A me è capitato questo, don Silanos, tra me e mia moglie la cosa che abbiamo fatto è che noi ci siamo seduti, eravamo pieni di guide o di cose, per conoscere o per ritrovare le frasi sulla bellezza architettonica, culturale di Gaudí.

Ma sinceramente l’unica cosa che abbiamo fatto, noi, è stata quella di metterci seduti nei banchi dell’area riservata, diciamo, in riflessione e siamo stati lì un’ora. Probabilmente siamo stati stupiti dalla bellezza. La testimonianza è di quanto sia vera e straordinaria l’esperienza che si può fare. Ma io salto al solo ragionamento che avevo pensato per questo intervento, che devo dire è un po’ questo, e quindi anche qui mescolo piani. Noi facciamo un lavoro avendo la possibilità di dare alle imprese, che realizzano tante cose importanti di tecnologia, e spesso anche di design e di cultura, perché no, di bellezza, di organizzare eventi nei quali tu vedi sia cos’è l’uso commerciale della bellezza, sia anche quanto di importante, di bello si realizza sul piano tecnologico, sul piano della creatività. Però, vivendo quasi ogni giorno l’esperienza di questi eventi, oggetti, prodotti, una domanda viene, dovendo anche misurarsi coi un tema così forte, così impegnativo, come quello che oggi ci è dato. E cioè: poi che cos’è la bellezza in questa nostra modernità? Che cos’è la bellezza oggi? Io naturalmente questa domanda, approfittando dell’organizzazione della tavola rotonda, mi permetto di proporla e di lasciarla alla professoressa Carlotti, se vuole.

Che cos’è la bellezza nella modernità di oggi, che non troviamo scritta e già pronta nei codici oppure sull’Internet che consultiamo, sul Wikipedia che consultiamo? Confesso l’altro piccolo motivo per il quale, nonostante l’inadeguatezza, ho accettato volentieri di partecipare questo incontro, e cioè il fatto che mi è capitato, non per mio merito, di essere nato a Recanati. In questo paese, voi sapete, incombe una figura italiana straordinaria, che aveva del nostro paese di quell’epoca, giustamente, un’idea non sempre felice: il suo “natio borgo selvaggio”, era un paese che lo annoiava a morte. Voi sapete, perché tutti quanti abbiamo studiato, un po’ con fatica e un po’ con passione, che questo Giacomo Leopardi nasce e poi a cinque anni lo mettono a studiare, e poi lui stesso sente che soltanto in questa enorme biblioteca di erudizione del padre, Monaldo, che aveva messo assieme, arrivando quasi al fallimento economico della famiglia, una biblioteca allora di 14000 volumi, può trovare pace.

Tra l’altro, come voi sapete, Giacomo Leopardi ha quattro precettori sacerdoti, tra cui un gesuita messicano. Comunque fa questa sua esperienza e contemporaneamente comincia a sentire, come tutti quanti in un modo o nell’altro abbiamo sentito, una sofferenza enorme. Se c’è qualcuno che può essere citato per l’esperienza della noia che lui chiamava tedio è appunto il nostro Giacomo Leopardi, per il quale poi la noia diventa addirittura riflessione filosofica che lo porta quasi alla modernità di oggi. Il “solido nulla” è in fondo quasi l’angoscia di Heidegger, di Sartre ecc. comunque dell’uomo moderno, che sente il vuoto. Ho letto anche della straordinaria attenzione che don Giussani ha portato alla figura di Giacomo Leopardi, quindi forse se c’è un uomo che incarna questo angoscioso dilemma tra bellezza e noia è proprio un personaggio come lui. Leopardi giovinetto studia tanto, come dicevo, legge, a sette anni ha studiato il greco, il latino, l’aramaico, l’israeliano e traduceva.

E quindi lui fa questa fatica enorme in sette anni di studio disperatissimo che gli rovinano anche ulteriormente il fisico per una bramosia di erudizione, di conoscenza. Però a un certo punto, a sedici anni, gli succede quella che poi grandissimi critici hanno chiamato la sua prima rivoluzione, la sua prima conversione. In questo suo diario, lo Zibaldone dei pensieri, annota questo: “Le circostanze mi avevano dato allo studio delle lingue e della filologia e ciò formava tutto il mio gusto. Io disprezzavo quindi la poesia e non credevo di essere poeta, quando invece, lessi parecchi poeti greci. E così cominciai a conoscere un poco il bello, sentendo calore e desiderio ardentissimo di comporre non altro che la natura e le passioni, ma in modo forte ed elevato, facendomi ingigantire l’animo in tutte le sue parti”. Ecco. Dall’erudizione a questo rapporto, a questa ricerca del bello che significa per lui “ingigantire l’animo in tutte le sue parti”. E quindi, insomma, bellezza che non è canone, non è semplicemente citazione erudita dei classici, ma è appunto questa necessità di sentire. E come sentire? Qui, perdonatemi, quest’altra piccola citazione di una cosa curiosa. Lui aveva questa grande necessità di uscire da Recanati, perché insomma là si trovava male, tenta di fuggire, di andarsene, alla fine riesce ad andarsene soltanto quando può fare un viaggio a Roma e conoscere Roma ecc. E tuttavia, ecco, la testimonianza sua è quella contenuta in una lettera al fratello, dove dice: “Ma io di queste bellezze romane…

Voce fuori campo:
Roma è brutta però…

DUCCIO CAMPAGNOLI:
È brutta, non solo però. Dice: “Vedo queste cose straordinarie, ma rispetto alla bellezza non sento nulla, non mi muovono a nulla, perché?”. Non mi muovono a nulla perché in una grande città, appunta nello Zibaldone, l’uomo vive senza nessun rapporto a quello che lo circonda. Perché la sfera è così grande che l’individuo non la può riempire. Non la può sentire attorno a sé e quindi non c’è nessun punto di contatto tra essa e lui. Da questo potete congetturare quanto maggiore e più terribile sia la noia che si prova in questa grande città. Ecco, allora, la bellezza non è canone ed erudizione, la bellezza non è neanche contemplazione delle straordinarie bellezze classiche, è invece necessità di dover cercare diciamo così “il come sentire”. E poiché ho visto il bellissimo video con il quale viene presentata la mostra di Federlegno, con quella bellissima frase “Dietro un bel tavolo c’è un uomo”, mi sembra che la mostra parli non del prodotto, ma di chi lo fa, del lavoro dell’artigiano, dell’artista che crea e che sa fare.

Ecco, Leopardi che si annoiava davanti alle bellezze classiche, alla passeggiata classica, che aveva scoperto che bellezza non è erudizione, ma sentire e poesia, scrive al fratello: “Sai cosa c’è caro fratello Carlo, che l’unica cosa che mi ha veramente commosso e colpito in questa mia visita a Roma è l’andata alla tomba del poeta Torquato Tasso, perché è sperduta, perché è umile e poi perché anche la strada che conduce a quel luogo prepara lo spirito alle impressioni del sentimento. È tutta costeggiata di case destinate alle manifatture, e risuona dello strepito dei telai e di altri strumenti e del canto delle donne e degli operai occupati al lavoro. In una città oziosa, dissipata, senza metodo – come sono le capitali e Roma – è pur bello il considerare invece questa immagine della vita raccolta, ordinata, e occupata in professioni utili. Anche le fisionomie e le maniere della gente che si incontra per quella via, hanno un non so che di più semplice e di più umano di quelle degli altri. E dimostrano i costumi e il carattere di persone la cui vita si fonda sul vero e non sul falso. Cioè che vivono di travaglio e di lavoro e non di intrigo, di imposture e di inganno”. Ecco, io non ho trovato di meglio per dire che oggi la nostra ricerca per ricostruire la bellezza nelle periferie del mondo significa sapere che bellezza non è erudizione ma necessità di sentire, che bellezza è capacità di comunicare, come ci ha detto don Silanos e probabilmente anche di sapere come si può sognare, dato che a volte questo sogno sta in ciò che soprattutto riusciamo a produrre: poesia in fondo è saper produrre.

ALESSANDRO BANFI:
Avremmo avuto bisogno di un salone molto più grande, di un intero pomeriggio e approfondire un po’ di più alcuni temi, dal vetro alla lingua cinese, a quel mistero per cui Leopardi ha visto lì, alla tomba del Tasso, nella salita, qualcosa che io non sono riuscito a vedere. Io che amo Roma e la bellezza di Roma, mi sono posto questa questione della tomba del Tasso, ma per dire di quante cose potremmo parlare in quell’ardentissimo desiderio di ingigantire l’anima di cui parlava. Ma questo desiderio di ingigantire l’anima verrà soddisfatto da Mariella Carlotti, che introduco subitissimo, senza aver dimenticato di introdurla con una brevissima citazione.

Olivier Clément, grandissimo osservatore di cose teologiche ortodosse, amava ripetere una sentenza di un altro grande filosofo ebreo, Emmanuel Lévinas. Questa sera, non so se ve ne siete resi conto, tutti i relatori hanno parlato di vista, dei cinque sensi, ma, come dice Aristotele nel primo libro della Metafisica, il più importante, quando pensiamo alla bellezza, è la vista. Sapete cosa dice Lévinas? Dice: “L’etica è un’ottica”. Che bel gioco di parole. La morale è come guardiamo la realtà: la bellezza ci stupisce ma c’è come una specie di precondizione, che sappiamo stupirci. E, vorrei dirlo, Leopardi a Roma questo dimostra. Allora introduco Mariella Carlotti dicendo che ci insegna a guardare, ad apprezzare l’arte, che è atto della vista ma diventa qualcosa di più.

MARIELLA CARLOTTI:
Non so se vi tedio vista l’ora, cercherò di essere più breve possibile: innanzitutto su suggerimento di Livi che mi sta accanto, vorrei spezzare una lancia per la noia. Perché Leopardi diceva che la noia è il più sublime dei sentimenti umani, perché è il segno che l’uomo non può essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né dalla terra intera. Perciò la noia non è il contrario della bellezza, è la nostalgia della bellezza nel cuore dell’uomo. Io quando facevo il liceo mi ricorderò sempre la prima lezione di storia in cui il mio professore di liceo, entrando in classe e introducendo la preistoria, disse: “Quando uno studioso entra in una grotta, in una caverna antica”, si può andare con le slides, “come fa a sapere se quella caverna è stata occupata dall’ultima della scimmie o dal primo degli uomini?” Cerca dei segni: il primo segno che cerca è il fuoco, perché l’uomo è quell’animale che sa manipolare la realtà e non solo sfruttarla accidentalmente. Poi cerca le tombe, perché l’uomo è l’unico animale che seppellisce i morti, perché l’uomo è quell’animale che dice a chi ama “tu non puoi morire”.

Ma è certissimo che quella caverna è stata abitata dagli uomini quando entra, come ad Altamira in Spagna, – come vedete, in questa caverna che sorprese Picasso il quale disse “dopo Altamira tutto il resto è decadenza”, e questi sono dipinti di 15-20.000 anni fa -, in una caverna, dove gli uomini preistorici hanno dipinto questa bellezza che era anche la forma primordiale della preghiera. Quando trova questo lo studioso è certo che lì c’era un uomo: perché l’esigenza della bellezza, la bellezza non è un lusso, è l’esigenza costitutiva dell’uomo. L’uomo ha bisogno della bellezza più del pane. Sul campanile di Giotto a Firenze, nel ciclo dedicato ai lavori del Duomo, subito dopo ai lavori che servono per la sopravvivenza fisica, mangiare e coprirsi, l’agricoltura e la filatura, il terzo lavoro è la musica.

Perché l’uomo ha bisogno del bello come del pane. Che la bellezza non sia un lusso, io dopo aver visto Altamira l’ho capito un giorno accompagnando un mio alunno a Barga e vedendo il duomo di Barga. Barga è un paese poverissimo della Garfagnana, in cima a questo paese c’è un duomo meraviglioso, con un pulpito meraviglioso. Il sobbalzo che ebbi io lo aveva avuto cento anni prima Pascoli, che viveva lì vicino, e che disse, guardando il duomo di Barga, una cosa che i Barghigiani hanno murato sulla facciata: “Al tempo dei tempi, avanti il Mille, i Barghigiani campavano rosicchiando castagne, e fecero il Duomo. Dicevano: in casa mia c’’io salti anche da un travicello all’altro; benedetta libertà!, ma il Duomo ha da essere grande, col più bel pulpito di marmo che si possa vedere e “col più forte dei Santi”. Dicevano : “Piccolo il mio, grande il nostro”: ed edificarono la bellezza. La stessa sorpresa che ebbe Pascoli vedendo il duomo di Barga io l’ho avuta vedendo la pieve di Romena.

Entrando dentro questa pieve bellissima in Casentino, rimasi colpita dal fatto che c’è un capitello proprio all’inizio della chiesa in cui ci sono degli strani omini che si toccano la pancia, fanno un gesto strano, non capivo perché. La spiegazione era sul capitello di fronte, in cui c’è scritto “questa pieve fu edificata nel 1152 in tempo di fame”. E quegli omini che si toccavano la pancia erano affamati, erano gli affamati che avevano costruito questa bellezza. Certamente le pievi, i monasteri, le cattedrali sono stati per secoli il simbolo di questo insopprimibile desiderio di bellezza, ma la bellezza delle cattedrali divenne urgenza di bellezza delle città. Certamente una città, questa, Siena, documenta come nessun’altra quest’urgenza di bellezza che diventa forma dell’abitare. Dalle cattedrali la bellezza invase la città; a Siena nel ’300 il governo dei Nove fece della bellezza il suo programma politico. Pensate che nel Costituto del 1309 il governo di Siena scrisse: “che chi governa”, cito, “deve avere a cuore massimamente la bellezza della città, per cagione di diletto e allegrezza ai forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini”.

Una città ornata, dunque, in cui la bellezza è prevista per statuto e pretesa per contratto, e infatti i Nove ebbero come programma quello di rendere bella tutta la città. Nel 1310, nell’anniversario della vittoria di Montaperti, fecero lastricare Piazza del Campo e venne costruito il palazzo pubblico, in un clima in cui non c’è soluzione di continuità tra politica e bellezza, perché lo splendore della città ha bisogno della concordia dei cittadini come dell’armonia delle cose. Il palazzo all’interno è tutto affrescato, e in particolare è affrescata la sala dove si riuniva il Governo, e sulle pareti di questa sala dipinta da Ambrogio Lorenzetti, l’effetto primo del Buon Governo sulla città e sulla campagna è identificato con la bellezza.

Guardate questa città, i particolari della cura di questa città, perché la bellezza è tanta parte della gioia degli stranieri e di quella dei cittadini. Ma la bellezza a Siena non rimase solo nella cattedrale o nel palazzo del potere, fu una bellezza che divenne una dimensione molto feriale della vita. Ve ne faccio solo due esempi: durante l’età dei Nove vennero istituiti gli uffiziali sopra le bellezze, erano i vigili urbani della bellezza, che dovevano multare chi teneva sporco, brutto o in disordine, o l’ufficio della biccherna, cioè l’ufficio della contabilità del Comune di Siena, che fece per secoli, per cinque secoli, rilegare libri contabili del Comune di Siena con queste copertine in cuoio e dipinte dai più grandi maestri senesi, sono le famosissime biccherne senesi. Queste sono copertine di biccherne di cui adesso vediamo un particolare. La bellezza diventa anche la forma della carità. Quello che vedete qui è la strada del pellegrinaggio dell’ospedale di santa Maria della Scala, il più antico ospedale del mondo.

Questa è la sala dove venivano accolti i più disgraziati dell’epoca: paragonatela con il centro di prima accoglienza di Lampedusa e capite che più o meno siamo sullo stesso stile. Ma siccome tutti hanno parlato della Sagrada Familia, ne voglio parlare anch’io, ma voglio dire una cosa che non è stata detta: come sapete la Sagrada Familia è l’ultima grande cattedrale europea in costruzione da 132 anni, perché stiamo obbedendo al disegno grandioso di Gaudí. Gaudí quando progettò la Sagrada Familia sapeva che lui non l’avrebbe vista compiuta, e allora fece una scelta molto strana: decise di non tirare su la Sagrada Familia dalle fondamenta in maniera uniforme. Decise di completarne un particolare: questa è l’immagine della Sagrada Familia nel 1926, quando Gaudí muore. C’è un grande cantiere pieno di fango, e una facciata perfetta compiuta. Io son rimasta molto colpita da questo particolare e dalla risposta che Gaudí diede a questa sua scelta bizzarra. “Abbiamo edificato una facciata completa del tempio perché la sua bellezza renda impossibile abbandonare l’opera”. Io credo che ci sia un’indicazione preziosa di metodo in questa scelta di Gaudí; per vivere il cantiere quotidiano della vita, che non è fatto di bellezza, ma è fatto spesso di fango e di fatica, ma d’altronde come diceva Dostoevskij “la bellezza senza fatica è Satana”, la bellezza che non è connessa al sacrificio è demoniaca, per vivere il cantiere quotidiano della vita, che è così spesso faticoso e fangoso, occorre poter guardare un particolare già compiuto, perché la sua bellezza ci dia l’energia per continuare a vivere.

Io credo che è per questo che facciamo il Meeting: per alzare in questo Paese un punto, sei giorni l’anno, che sia un punto di bellezza che sostenga il cantiere degli altri 360 giorni; ma questo è il metodo di Dio, che ha deciso di non rendere bello tutto il mondo, ma di costruire continuamente nella storia dei punti di bellezza che sostengano la fatica degli uomini. L’ultima cosa che voglio dire è che papa Francesco ha recentemente pubblicato un libretto con un titolo che parafrasando Dostoevskij dice: La bellezza educherà il mondo. E allora voglio finire dicendo due cose: la prima è un racconto personale, io faccio l’insegnante, e avendo fatto una carriera “a rovescio”, cioè avendo cominciato a insegnare ai licei, poi son finita ai tecnici, perché come Banfi appartengo a una categoria che si sposta, e facendo trasferimenti nello Stato non ho portato dietro i tavoli di Livi ma ho cambiato scuole, e son passata dal liceo ai tecnici, fino a quando qualche anno fa sono finita in un professionale a Prato, a insegnare ai ragazzi delle periferie pratesi. In un professionale ci son ragazzi che sono abituati a una vita brutta, e tutti pensano di educarli a forza di sgridate e regole. Mi ricordo che io rimasi colpitissima perché il preside mi aveva dato una classe terribile, come tutte, e io entrai a fare la prima lezione, e gli feci ascoltare Mozart: e nessuno fiatò, e alla fine tutti mi chiesero il CD per poterselo ascoltare il pomeriggio a casa. Il giorno dopo io ero a ricreazione, stavo parlando con un mio collega di lungo corso di quella scuola, arriva la mia classe di ritorno dalla lezione di educazione fisica, mi fanno capannello intorno, si avvicina il più disgraziato di questa classe e mi rende il CD che gli avevo dato il giorno prima, e mi dice: “Prof., l’ho ascoltato tutto: è bellissimo”. E gli si riempiono gli occhi di lacrime.

Allora il mio collega incuriosito mi dice: “Ma di che cosa sta parlando?” e io dico “Sta parlando del Requiem di Mozart, che gli ho fatto ascoltare ieri”. Il mio collega davanti a tutti i miei alunni dice – è un collega che adesso è un mio grande amico, ma cominciò male – di fronte a questo ragazzo che aveva le lacrime agli occhi per il Requiem di Mozart, disse: “Mariella, perché dai le perle ai porci?” Io di rimando risposi: “Non le ho mica date a te”. Poi, pentita, aggiungo: “Scusami Luigi, ma un adulto che a sessant’anni tratta così l’entusiasmo per la bellezza di un ragazzo di diciott’anni è un porco, molto più di un pedofilo”. Allora il mio collega dice: “Ma io intendevo dire che loro non possono capire Mozart: che vuoi che capiscano di Mozart? Non ne sanno nulla”. E io dissi: “No, mi dispiace; perché per intercettare la bellezza basta il cuore, e bastano gli occhi”. È questa attrattiva che alimenta la curiosità, muove al lavoro e sostiene la fatica: senza questa attrattiva non c’è nessuna educazione.

I ragazzi oggi più che mai, in un mondo che li destina alla noia perché hanno tutto tranne ciò che gli è essenziale per vivere, hanno bisogno di adulti che gli propongano la bellezza; l’alternativa son le regole. Ma che cos’è la bellezza? Io non posso finire senza dirlo. Perché io sono nata ad Assisi, ho vissuto a Perugia, a Siena, a Pisa, a Firenze, ma non c’è una cosa più triste di una bellezza finita, di una bellezza lontana. Il cuore dell’uomo si annoia invincibilmente anche dentro una bellezza se questa non ha più un presente, e io quando avevo 17-18 anni ero tristissima e annoiata, vivendo tra Assisi e Perugia. Perché non è la bellezza dei muri che può persuadere e può riempire la vita di un ragazzo di diciassette anni: è una bellezza che incontra, in una realtà umana presente che fa rivivere anche le pietre, e fa diventare parola detta al cuore l’arte di sette secoli fa, o la musica di duecento anni fa. Se non c’è qualcuno nella cui vita è rintracciabile oggi la bellezza, tutta la bellezza di cui la nostra Italia è piena, sarebbe solo il bassorilievo stupendo sulla nostra tomba.

Io credo che chi viene al Meeting di Rimini si accorga che c’è una bellezza strana ed è la bellezza di una compagnia vivente. In questa compagnia vivente si fa anche il canto gregoriano o ci si commuove per i dipinti di Miller, per la vita di Péguy o per le icone dell’Etiopia; senza una bellezza presente la bellezza del passato sarebbe una nostalgia insopportabile.

ALESSANDRO BANFI:
Allora abbiamo fatto tardi, vi lascio con un compito: andate in C1, padiglione C1, passate anche solo tre minuti allo stand di FederlegnoArredo, perché assieme farete un’esperienza di bellezza legata a qualcosa di concreto, che può essere portato in giro per il mondo, come stasera un po’ abbiamo testimoniato. Grazie a tutti.

[1] C. Esposito, Perché la bellezza delle cose non ci dice più nulla?, ne Il sussidiario.net, 9 maggio 2012.

[2] A. D’Avenia, La grande bellezza è la domanda e la risposta, ne L’Avvenire, 29 gennaio 2014.

[3] Benedetto XVI, Discorso agli Artisti, Cappella Sistina, 21 novembre 2009, ne L’Osservatore Romano, 22 novembre 2009.

[4]Il Wenlin (dizionario etimologico) descrive l’etimologia come : “a big, beautiful sheep”; G.D. Wilder & Ingram affermano che il carattere sia “a man (大) who has the disposition of a sheep, mild and gentle”. Analysis of Chinese Characters, p. 116

Data

26 Agosto 2014

Ora

19:00

Edizione

2014

Luogo

Sala Tiglio A6
Categoria