RIPARTIRE DAL BASSO. IMPLICARSI PER IL BENE DI TUTTI - Meeting di Rimini

RIPARTIRE DAL BASSO. IMPLICARSI PER IL BENE DI TUTTI

Ripartire dal basso. Implicarsi per il bene di tutti

Ripartire dal basso. Implicarsi per il bene di tutti

Partecipano: Mauro Magatti, Docente di Sociologia Generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Luciano Violante, Presidente Emerito Camera dei Deputati. Introduce Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la Sussidiarietà.

 

GIORGIO VITTADINI:
Buongiorno. “Ripartire dal basso. Implicarsi per il bene di tutti”. Una delle domande più frequenti che nascono in questo Meeting con i giornalisti, è che fine ha fatto la politica in questo Meeting. C’è chi dice che il Meeting ha abbandonato la politica, ha fatto la scelta religiosa, c’è chi cerca di capire qual è il nuovo schieramento che il Meeting sta andando a cercare. Questo incontro mi sembra un incontro chiave per mettere a tema una dimensione che non può non esistere nella vita di un uomo. L’idea di questo incontro è nata quando è uscito un volantino di Comunione e Liberazione per le elezioni ammnistrative 2015, con un titolo strano: “Ripartire dal basso. Implicarsi per il bene comune”. Era un titolo che riprendeva una frase di Giussani: “Una comunità cristiana autentica vive in costante rapporto con il resto degli uomini di cui condivide totalmente i bisogni e insieme coi quali sente i problemi. Per la profonda esperienza fraterna che in essa si sviluppa, la comunità cristiana non può non tendere ad avere una sua idea e un suo metodo d’affronto dei problemi comuni, sia pratici che teorici, da offrire come sua specifica collaborazione a tutto il resto della società in cui è situata”. E nello stesso volantino si ricordava quell’intervento di quest’anno di Papa Francesco sull’importanza della dimensione politica, anche per un cattolico. D’altra parte si metteva anche a tema l’irrevocabile distanza critica rispetto a scelte di schieramento: quindi da una parte la politica come dimensione e dall’altra parte il tema di una distanza critica. Per illustrare questi due passaggi si sottolineava la necessità di ripartire dal basso, la necessità di una posizione ideale che è venuta meno in generale per tutti, come se i partiti fossero diventati quasi impermeabili e non espressione di realtà di base, di associazioni, di movimenti. Allora è venuta la domanda: approfondiamo questi temi, chiediamoci se questa terza via, non dell’abbandono della politica, ma della ripresa della politica dalla radice ideale, non sia qualcosa di importante da imparare nel 2015. Gli anni scorsi abbiamo messo a tema, ad esempio nella mostra per i 150 anni della Sussidiarietà, quando era venuto Napolitano, come è nata la politica in Italia nel dopoguerra, con la Costituzione e con altro. Allora è venuta un’idea: approfondiamo questo tema, buttato lì da questo volantino, chiediamoci: nel 2015 ha senso ancora parlare di una politica che nasce dal basso? E questa dove porta? Porta alla scelta religiosa o porta anche a una ripresa dei Partiti? Cosa vuol dire questo dopo più di 20 anni di Seconda Repubblica? Queste domande sono al cuore della nostra preoccupazione, perché come Meeting vorremmo dare una risposta positiva e innovativa per il futuro, non volendo ridurre il nostro impegno umano e d’altra parte non volendolo ridurre ad essere uno schieramento. Per questo abbiamo invitato due interlocutori di altissimo profilo che non hanno bisogno di presentazione. Luciano Violante, che è uno dei più importanti politici italiani, ed è anche costituzionalista. E insieme a lui Mauro Magatti, uno dei più importanti sociologi italiani, che insegna in Cattolica, editorialista del Corriere e che quindi può completare il quadro su questo punto. Allora darei la parola a loro per un primo intervento e poi riprenderemo brevemente per un secondo. La parola a Luciano Violante.

LUCIANO VIOLANTE:
Grazie. Cominciamo con alcune distinzioni che aiutano forse a chiarire le cose di cui dobbiamo parlare. La prima distinzione è tra politica e partiti. In genere nella conversazione comune sono assimilati politica e partiti, partiti e politica. I partiti sono uno strumento della politica, ma non esauriscono la politica, la politica può farla anche il cittadino da solo o anche tanti altri soggetti, nel senso che la politica è una visione del mondo, un’azione che si fa per raggiungere determinati obiettivi che sono quelli che corrispondono ai propri valori ideali in genere. Il partito è uno strumento organizzato, che in genere serve per le competizioni elettorali, serve per tenere insieme coloro che hanno la stessa visione del mondo, gli stessi ideali e così via. La politica in genere ha due dimensioni: una dimensione di potere e una dimensione di servizio, sono due cose distinte. Quando si parla di crisi della politica a che cosa si vuole fare riferimento? Diceva adesso Vittadini: che fine ha fatto la politica? Credo che si faccia riferimento alla dimensione del servizio, perché la dimensione del potere della politica è fortemente presente, anzi io credo che abbia ragione quel costituzionalista che ha detto che c’è una partitocrazia senza partiti. Il partito politico come organizzazione, come comunità, oggi non c’è, ma certamente c’è un grande potere sulla vita dei cittadini, sull’organizzazione pubblica, sulla vita economica. Un grande potere dei partiti. Quindi, si è persa o si è rallentata, si è fortemente indebolita la dimensione del servizio nei confronti della comunità e si è invece potenziata nel tempo la dimensione del potere. E’ questa la situazione nella quale ci troviamo. Ora è chiaro che nessun miglioramento della politica può avvenire se non c’è un impegno dei cittadini e questo è il senso del ragionamento che faceva Vittadini prima. Tutti quanti siamo indotti a vedere la politica come un certo mondo che sta là e noi stiamo qui, senza canali di comunicazione. Innanzitutto, è proprio vero questo? Da quando mancano i canali di comunicazione tra politica e società? Una domanda: da quanto tempo un partito politico non fa un convegno sulla cultura italiana? Eppure abbiamo registi che fanno dei bellissimi film sull’Italia, scrittori che scrivono romanzi interessanti e importanti su quello che sta accadendo nella società. Recentemente un musicista italiano ha tradotto in opera lirica “Le Braci di Marai”, un grande libro di uno scrittore ungherese sulla fine dell’Austria, dell’impero austriaco. E’ riuscito a farne un’opera lirica che dura solo un’ora, quindi si può vedere senza noia ed è molto interessante. Quindi, sono tanti i soggetti, tanti gli uomini e le donne di cultura. Perché non c’è nessun rapporto con la politica? Perché non si fa un convegno su queste cose? Ecco. Quando è cominciata la rottura del rapporto tra partiti e società? Io credo che l’inizio possa collocarsi sostanzialmente all’epoca del compromesso storico dell’unità nazionale. Di fronte a fenomeni nuovi che nascevano nella società come l’ambientalismo, i partiti non rispondevano, erano industrialisti. Il femminismo dilagava ma i partiti erano bigotti. Il terrorismo: l’unico uomo politico che cercò di interpretare questo fenomeno fu Moro, in un famoso discorso che tenne a Napoli. Ma viene ucciso da quei ragazzi che cercava di capire. Moro diceva delle cose importanti sul capire perché i ragazzi stavano schierandosi sul fronte della violenza. Ed è ucciso proprio da quegli stessi. Chiudo la parentesi: questa è una cosa che mi ha sempre francamente molto colpito, il suo destino, anche perché mi è capitato di essere suo allievo all’Università. Allora dicevo: di fronte a questi fenomeni nuovi che vengono fuori, la risposta non è tanto “cerchiamo di capire cosa accade nella società”. La risposta è “cerchiamo di chiuderci nel circuito della politica”. Ripeto: allora forse era una cosa necessitata, allora io fui sostenitore dell’unità nazionale, del compromesso storico, però guardando le cose col senno di poi, con la visione di oggi, possiamo dire che le conseguenze sono state un progressivo allontanamento dalla società. Allora i grandi partiti coprivano circa il 65-70% dell’elettorato italiano, i due grandi partiti e quindi forse potevano permettersi questo lusso, senza rendersi conto delle conseguenze. Poi in realtà si è verificato un processo di progressivo allontanamento e devo dire che il punto di arrivo di questo processo di allontanamento probabilmente è stata la legge elettorale, quella che ha il nome del suo sostenitore, l’ex Ministro Calderoli, che avendo sostituito alla elezione da parte dei cittadini la cooptazione dei parlamentari da parte dei gruppi dirigenti, ha sostanzialmente posto e dato un colpo d’ascia finale al rapporto società politica. E adesso in che condizioni ci troviamo? Mah, per dirla brevemente, all’interno della società, della politica si sta verificando un processo che io chiamo di caporalizzazione. Che cosa manca ai partiti? Che cosa manca alla vita politica? Manca la comunità, cioè persone legate da reciproca affezione, che hanno gli stessi valori ideali e che discutono insieme di problemi che riguardano il futuro del proprio Paese e cercano di intervenire per realizzare i propri obiettivi in relazione al futuro del Paese. Questa comunità non c’è più, si è sciolta e le relazioni di carattere orizzontale tra persone che appartenevano alla stessa forza politica, allo stesso partito, si sono trasformate in relazioni di carattere verticale. Oggi capita sempre più spesso di sentire: non in che partito io milito, in che partito sto e così via, ma io sto con tizio, con una o l’altra persona. Questa fortissima personalizzazione ha fatto sì che ci sia stato un fenomeno di rapporti di comando di carattere verticale all’interno della politica, il che naturalmente impoverisce il dibattito, lo rende sterile e soprattutto taglia il rapporto con i cittadini. Guardate: un tentativo di riprendere in mano il rapporto con i cittadini sono le elezioni primarie, che però sono un meccanismo, se mi permettete, di finta partecipazione, perché la partecipazione non è votare una volta ogni sei mesi, la partecipazione è poter discutere, potersi confrontare, poter incidere sulle scelte che fa il Governo, che fanno gli uomini, che fanno le donne che hanno responsabilità di questo tipo, non è mettere una croce su un nome o scrivere un nome, non è solo questo insomma. La parte relativa alla discussione, al dibattito, quella parte è venuta meno e non puoi offrire al cittadino continuamente l’idea di partecipare votando: si partecipa discutendo, incidendo, confrontandosi, guardando negli occhi le persone. Il fatto che il rapporto con le persone sia stato sostituito dal rapporto di carattere televisivo, come se fosse la stessa cosa, è grave perché non è la stessa cosa! Guardate: per costruire rapporti politici, vincoli politici l’umanità è necessaria, voglio dire guardare negli occhi le persone. Quando si guarda negli occhi delle persone, accade questa cosa: primo, tu capisci se quello che stai dicendo è compreso, se gli altri sono d’accordo o hanno un dissenso. E credo che anche chi ascolta impara qualcosa: è una forma di pedagogia reciproca. Questo meccanismo si è completamente rotto, perché la comunicazione attraverso l’orazione, il discorso, non il confronto, o il dibattito televisivo taglia via questa possibilità. C’è stato questo processo di rottura tra politica e società. Io credo che all’interno della società sia da tempo in corso un processo di banalizzazione. Ora, quello che sto per dire, qualcuno di voi lo conosce già, perché fu una lezione di vita che io appresi da Aldo Moro quando ero un giovane studente universitario. Dunque: quando si studiava diritto penale all’Università di Bari, si portava un manuale di diritto penale e un libro di Aldo Moro. Questo libro di Aldo Moro era scritto 1/3 in tedesco e 2/3 in italiano. La parte più chiara era quella in tedesco. Quella in italiano non era chiarissima. E un mio amico, che poi ha fatto l’amministratore delegato di grosse multinazionali straniere, che era mia collega di Università, mi disse: “Senti Luciano, tu conosci il tedesco, un po’ le cose le studi, perché non fai una sintesi di questo libro di Moro in modo che si capisca qualcosa e poi lo vendiamo?”. Dico: “Guarda, io la sintesi posso farla, venderlo non sono capace”. “No, a venderlo ci penso io”, disse lui. Infatti, ha dimostrato capacità economiche di business anche dopo nella sua vita. Insomma, facemmo questa sintesi, che era fatta bene devo dire, c’erano anche dietro tutte quante le questioni più importanti, le domande principali che si facevano. Insomma: dal punto di vista del business la cosa andò bene, ci comprammo la macchina, sia lui che io. Quando diventai assistente, dopo circa un anno, l’usciere mi chiamò e mi disse: “Dottore, il Presidente Moro la cerca”. Io andai e lui mi disse: “Dottore, non so se lei sa, io non prendo diritti sui miei libri”. Dico: “No, non lo so, però lo apprezzo naturalmente”. “Ecco, però volevo dirle che il mio editore dice che da tre anni nessuno compra più Unità e pluralità di reati”, che era il famoso libro di cui avevo fatto la sintesi. E naturalmente capii dove andava a parare e dissi: “Guardi, Professore, abbiamo fatto una sintesi, il libro è un po’ difficile, anche perché ci sono molte parti in tedesco, quindi non tutti lo conoscono, abbiamo fatto una sintesi”. “No, non è questo che mi preoccupa, ma mi permetta di consegnarle un insegnamento”. Dico: “Certo!” “Vede, bisogna distinguere tra semplificare e banalizzare. Chi semplifica toglie consapevolmente il superfluo, chi banalizza toglie inconsapevolmente l’essenziale. Se vuole può andare”. “Lo ringraziai”. Ma, come vedete, è un insegnamento che a distanza di più 50 anni conservo molto vivo nella mente. Quando parlo di banalizzazione, cosa voglio dire? Innanzitutto c’è un meccanismo per il quale la misura di molte cose è l’istante, quello che accade in quel momento. I 140 caratteri Twitter, il messaggio su Facebook, cose di questo genere che vengono bruciate da quello che accade un minuto dopo, un quarto d’ora dopo e così via e il fatto che poi la riflessione politica di medio e lungo periodo non sembra avere cittadinanza in questo momento nel nostro Paese. La politica è ridotta ad evento. Io mi sono segnato tre o quattro concetti che forse rendono più chiaro il mio discorso. La notorietà ha sostituito la fama, la popolarità: chi è popolare? Uno può essere popolare nel bene o nel male. La cosa importante è la stima, ma non si misura la stima, si misura la popolarità. Il segno – bisogna dare un segno, tante volte si sente dire “bisogna dare un segnale” – è venuto a sostituire il significato. La cosa importante è il significato delle cose, non il segno, non il simbolo. Tutte queste cose hanno creato un processo che io chiamo di banalizzazione nella società. Ho trovato una frase che ora vi leggo, è breve, di uno studioso che si chiama Nev Postman, che dice così: “Quando una popolazione è distratta dalla banalità, quando la vita culturale è ridefinita come una continua giostra di divertimenti, quando la grave conversazione pubblica diventa una sorta di linguaggio infantile, quando un popolo diventa spettatore, a quel punto una Nazione è a rischio”. Questo è un libro scritto alla fine degli anni ’90, tradotto in Italia nel 2002. Credo che faccia capire bene il rischio che può correre il nostro Paese. Lo dico perché la questione dell’”impegnarsi dal basso” tocca proprio questo problema. Guardate, non c’è possibilità di una riforma, di un’autoriforma della politica se i cittadini non cominciano a smettere di essere spettatori e diventano attori. Guardate, solo i regimi totalitari chiedono ai cittadini di essere spettatori. I regimi democratici hanno bisogno come il pane che il cittadino sia un attore, sia un soggetto che pensa, che riflette, che interviene. Uno dei problemi più gravi che abbiamo in questo periodo è anche la delegittimazione dei Corpi Intermedi, di organismi che sono tra società e Stato. Perché questi Corpi sono tra quelli che costruiscono unità nel Paese. La cosa drammatica è questa, mi permetto di dirlo, che se liquidiamo i Corpi Intermedi legali, restano i Corpi Intermedi illegali. Perché Mafia, Camorra, questi soggetti qui che cosa fanno? Fanno un’opera di intermediazione, corrompendo le strutture pubbliche e, come dire, mettendo la mano sul collo dei soggetti privati. Quindi bisogna stare molto attenti, perché se vogliamo ricostruire unità nel nostro Paese, comunità nel nostro Paese, i Corpi Intermedi, depurati dagli errori che hanno fatto, che fanno, sono indispensabili. Nessuna democrazia si può reggere sul rapporto diretto tra leader, società e cittadini. Quei cittadini poi non sono più popolo, sono gente il cui problema è soltanto di applaudire o di contestare. In questa situazione di che cosa abbiamo bisogno? Cosa è necessario? Innanzitutto ci sono due malattie da curare. Una malattia è un po’ nella società ed è l’antipolitica. Il pensare che la politica sia tutto un male, tutto sbagliato, tutto da mettere via. In politica, accanto a gravi fenomeni di corruzione, accanto a gravi fenomeni di cattiva capacità, c’è tanta gente per bene: tanti sindaci, tanti amministratori, tanti consiglieri comunali, tanti parlamentari. Io la cosa che vedrei sbagliata è schiacciare tutti sul muro dell’incapacità, dell’incompetenza o della corruzione, perché le persone oneste a questo punto cosa dicono? Credo che chi è saggio, chi guarda con attenzione a cosa succede attorno a sé, debba distinguere continuamente tra il bene e il male, tra ciò che va e ciò che non va, perché se mettiamo tutti sullo stesso muro sapete cosa accade? Che i corrotti sono mischiati agli onesti e quindi in qualche modo sono salvati, gli onesti sono confusi con i corrotti e si chiedono: ma perché io non vengo riconosciuto? Quindi, dobbiamo avere una visione di questo tipo che sia sempre in grado di distinguere gli uni dagli altri, guai a schiacciare tutti sullo stesso muro. E questa è una malattia da cui deve guarire la società. C’è anche una malattia del mondo politico che è il populismo. Cosa intendo per populismo? Intendo il fare scelte che francamente non servono dal punto di vista del futuro del Paese, ma solleticano una tendenza che si sa presente nell’opinione pubblica. Faccio due esempi. Molti hanno applaudito ad una legge che passa sotto il nome del Ministro che in realtà non è colpevole, responsabile di quella cosa che sto per dire: la legge Severino, che stabilisce quali sono i requisiti che deve avere chi deve essere candidato alle elezioni e impedisce che alcune persone, che hanno avuto condanne, siano candidate alle elezioni. Scusate, ma c’era bisogno di una legge per fare questo? Chi le fa le liste elettorali? Non le fanno i partiti politici? E c’era bisogno di una legge che dicesse questa cosa? Non possono i partiti farla da soli questa cosa? E perché si chiede una legge? E’ un’apparenza di virtù. Si appare virtuosi, però si scarica la responsabilità della scelta fuori di sé. Saranno poi i magistrati a stabilire chi deve stare in lista e chi no. Un’altra cosa che mi ha colpito è un’altra norma, che stabilisce che i pensionati non possono far parte dei Consigli di amministrazione di società a partecipazioni pubbliche. Poi ne sono stati messi quattro nel Consiglio di amministrazione della RAI e se ne sono accorti a un certo punto e non sanno come fare. Ma c’era bisogno di fare una legge per questo? Chi nomina i componenti del Consiglio di amministrazione delle partecipate sono autorità di Governo. Era sufficiente non metterli. Ho visto che l’altro giorno un Ministro che io stimo molto, il Ministro Orlando, ha detto che la decisione sull’autorizzazione a procedere all’arresto dei Parlamentari non deve più assumerla il Parlamento, ma la Corte Costituzionale. Io mi permetto di dire che è sbagliato. Perché la politica diventa autorevole se si assume le responsabilità delle proprie scelte, non quando sposta fuori di sé scelte che aspetta a lei fare. Perché allora davvero tu misuri la tua capacità e la tua competenza, il tuo rapporto con i cittadini scegliendo anche in campi difficili, ma se sposti la difficoltà della scelta fuori di te, perdi di autorevolezza. Non solo, ma resta sempre principale il problema del potere, che va benissimo se si accompagna al servizio. Invece, se tutto ciò che è servizio, scelta difficile e così via, viene spostato fuori di te, a quel punto è chiaro che viene meno la credibilità. Credo che da queste due malattie bisogna un po’ curarsi. Cosa fare e come fare? Innanzitutto c’è un problema di conoscenza. I ragazzi nati nel ’90, ’91, ’92, ’89, ’88 non hanno nessun luogo dove gli si spiega che cos’è accaduto nella vicenda italiana degli ultimi 30 anni. Non lo fanno a scuola, perché la scuola non arriva fino a quella attualità. Nell’Università, se tu fai ingegneria, queste cose non le sai, se fai Giurisprudenza, saprai alcune cose che riguardano il Diritto, ma una visione di quello che è alle tue spalle e che ha fatto sì che il mondo di oggi sia come è fatto oggi non lo impari in nessun posto. Credo quindi, che se un grande soggetto comincia a porsi il problema di dare gli elementi di conoscenza politica, non partitica, sulla storia del nostro Paese, credo che questo sia un fatto importante e meritorio, perché aiuta a formare la cultura e la conoscenza delle generazioni future e di quelle che da qui a 5, 6, 7 anni saranno classe dirigente nel nostro Paese. Questo io credo sia il problema della conoscenza, un fatto assolutamente importante. Il secondo aspetto è fare comunità. Cominciare a fare comunità nella società, a stare insieme, discutere insieme degli obiettivi generali del nostro Paese: che cos’è l’Italia, dove deve andare, che cosa deve costruire, come bisogna affrontare determinati problemi. I giornali, i mezzi di comunicazione ci danno molto spesso visioni fortemente ideologizzate, fortemente contrapposte, che non risolvono il problema della conoscenza. Risolvono semmai il problema della collocazione rispetto al fenomeno: io sto con questo, io sto con quello, ma la conoscenza non c’è. Io credo che queste siano due cose di grande importanza: dare, creare conoscenza e fare in modo di superare letture puramente ideologiche di quello che accade nella società. E poi trovo che bisogna ritrovare la memoria ed è l’ultima cosa che dico. Cosa vuol dire ritrovare la memoria? La memoria è una cosa fondamentale per l’identità, per l’appartenenza, per sapere chi si è. Eppure se guardiamo attorno a noi vediamo che c’è una permanente distruzione di memoria, l’accantonamento di memoria. E’ un punto molto delicato. Per esempio, io sono d’accordo su quello che ha fatto l’attuale Presidente del Consiglio, lui l’ha chiamata rottamazione, sul salto generazionale in politica. Io mi sono rottamato da solo nel 2008, quindi prima che arrivasse Renzi, sono fuori da questa cosa, perché era giusto così dopo 30 anni di vita parlamentare. Il problema della sapienza politica. Che cos’è la sapienza politica? E’ mettere insieme la conoscenza delle categorie generali e l’esperienza pratica. Come si fa a saldare questo con le generazioni più giovani che si sono affacciate meritoriamente sulla scena politica? Non c’è memoria. E nella società accadono processi più o meno analoghi, perché la frantumazione delle conoscenze, quello che è vivere istante per istante, ti cancella la memoria e la memoria è per l’identità. Guardate, i popoli non civili non hanno memoria, non hanno anniversari, non hanno cose da ricordare e leggere con gli occhi di oggi. Io credo che questi problemi, conoscenza e memoria, siano problemi molto importanti tanto per la vita politica che per la società nella quale viviamo. Infine, se dovessimo dire in che termini si può riallacciare questo rapporto, credo che dovremmo riflettere e proporre meccanismi ulteriori e maggiori di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Oggi quali sono i mezzi? Mettiamo da parte le primarie di cui ho detto quello che penso. Il referendum? Ma il referendum è abbastanza complicato di per sé, a parte che può soltanto cancellare, non può proporre. Le leggi di iniziativa popolare? Però la riforma adesso stabilisce che il Parlamento deve prenderle in esame e il Parlamento può benissimo bocciarle. Ci sono delle proposte abbastanza semplici che stabiliscono che quando un certo numero alto di cittadini fa una proposta di iniziativa popolare e il Parlamento la blocca, in certe condizioni si può poi chiedere al popolo di sapere se quella proposta può diventare legge o no e i cittadini decidono e partecipano incidendo realmente sulla cosa. Bisogna mettere da parte le grandi questioni di libertà, bisogna mettere da parte le questioni di carattere fiscale, ma su una serie di materie questo si può fare. Insomma conoscenza, memoria, comunità, partecipazione, queste sono le quattro strade attraverso le quali forse si può cercare di rispondere all’interrogativo che ha posto Vittadini all’inizio.

MAURO MAGATTI:
Grazie dell’invito, della possibilità che è sempre un privilegio di poter prendere la parola. Tra l’altro anche grazie di quello che ho ricevuto oggi: sono appena stato, come molti di voi, a sentire Padre Lepori in questa sua bellissima relazione, quindi stasera posso dire di essere un po’ più arricchito. Il tema “ripartire dal basso” è ovviamente un tema classico per la riflessione politica. Io tenterò di proporvi una breve riflessione, provando a intrecciare i due piani perché, quando si parla di questi argomenti da noi in Italia, è sempre necessario un po’ distinguere. Ci sono delle questioni che riguardano questo tempo, il ventunesimo secolo, l’epoca che viviamo, questioni che ritroviamo negli Stati Uniti, in Germania, in Inghilterra, in Francia e poi ci sono questioni che riguardano il nostro Paese. Questo lo dico perché i nostri ragionamenti spesso confondono questi due piani e alla fine non si capisce più di che cosa si stia parlando. E allora proverò in maniera molto semplice a fare, spero, questo tipo di intreccio. “Ripartire dal basso”. Questo volantino che è stato pubblicato, diffuso qualche mese fa, va collocato in un tempo. Io insisto, non solo io, in tanti insistono nel dire che, in particolare dopo la crisi del 2008, siamo entrati in una stagione storica, nuova. E’ cominciato, con la crisi del 2008, il ventunesimo secolo. L’immagine che ho è che con l’’89 si chiude il ventesimo secolo. In questi venti anni, dall’’89 al 2008, c’è questa grande espansione, la globalizzazione. Col 2008 abbiamo questa interruzione. Entriamo in un’epoca storica in cui la politica, sia nelle sue forme organizzative (la crisi dei partiti, la comunicazione tra i leader e gli elettori, le istituzioni, pensate all’Europa) sia nei rapporti di forza internazionali, è tutta in gioco. E, come sempre è stato anche prima di noi, navighiamo un mare di cui non abbiamo mappe precise. Prima Violante ha parlato di caporalizzazione, un’espressione molto forte a proposito dei partiti, ma potremmo utilizzare questo termine un po’ per descrivere tanti elementi della vita sociale, non ultimo perché abbiamo visto, cosa che si sapeva, in questi giorni, la morte di questo bracciante quasi per inedia sui campi, ma il caporalato esiste nei rapporti di lavoro da molto tempo. Guardando le democrazie occidentali e anche la crisi dell’alternanza che resiste forse solo propriamente negli Stati Uniti, c’è come un fortino delle istituzioni di quello che rimane della democrazia del ventesimo secolo, che cerca un po’ di affrontare la quantità di questioni che questa società ribollente ci butta addosso. Un fortino circondato da populismi, fondamentalismi di varia natura, che assediano questo fortino, sperando o immaginando di poterlo espugnare e di farne poi chissà che cosa. Siamo in un momento in cui la questione politica è una questione grave e da una parte c’è il regno della tecnocrazia, di questo sistema finanziario che sembra disinteressarsi dei popoli, dei radicamenti, delle comunità e dall’altra parte c’è la reazione populistica, fondamentalistica. All’inizio del ventunesimo secolo dobbiamo tornare a porci la domanda: qual è il futuro delle democrazie in questo nuovo mondo che stiamo costruendo? Perché è di questo, quando diciamo “ripartire dal basso”, che dobbiamo porre la questione, che è una questione un po’ radicale, perché tutti facciamo fatica a capire cosa voglia dire oggi fare politica. Uno legge i giornali e quando si parla di politica gli viene non solo un senso di rifiuto, ma si chiede cosa centri tutto questo discutere sempre su qualunque cosa con i grandi problemi che riguardano la vita delle persone. La politica è in campo assolutamente, non è mai stata fuori campo. Se uno guarda gli Stati Uniti, la Germania nei confronti dell’Europa, se uno guarda la Russia, la Cina, la politica su scala internazionale è assolutamente in campo, non è che non ci sia. Il rischio è che, per quanto ci riguarda in particolare, noi siamo fuori da un gioco. Secondo passaggio: l’Italia vive da molto tempo, perché di crisi ne parliamo da decenni, un disallineamento rispetto alla storia. La crisi della democrazia è dovuta al fatto che, con l’esaurimento, la fine non esaltante, traumatica – sicuramente l’omicidio di Moro è stato la conclusione della Prima Repubblica – della Prima Repubblica, la cosiddetta Seconda Repubblica non è stata capace di aiutare il Paese ad affrontare le sfide che venivano dalla cosiddetta globalizzazione, dalle trasformazioni di cui sappiamo. Abbiamo una società, la società italiana, che stenta, da molto tempo, prima di tutto a riconoscere le sfide che ha davanti e a trovare un bene comune prima del dividersi tra una parte ed un’altra, una bene comune che è appunto lo stare dentro quella fase storica con qualche cosa di originale. E’ come se noi, da qualche decennio, non sapessimo più dire che cosa l’Italia ha da dare al mondo, in che senso possiamo contribuire, qual è la nostra caratteristica, la nostra specificità, ciò che ci rende interessanti, in qualche modo unici. Oscilliamo tra il correre dietro agli altri, perché essendo in difficoltà, certamente ci confrontiamo con altri Paesi, con altre società e constatiamo i nostri ritardi e l’unica cosa che ci viene da dire è “dobbiamo diventare come la Germania, la Francia, gli Stati Uniti, l’Inghilterra” e non diventeremo mai né come la Germania, la Francia, gli Stati Uniti, non lo diventeremo mai, dovremmo averlo capito, e dall’altra parte la giustificazione dei vizi peggiori della società italiana. In questi mesi noi abbiamo avuto una spinta con un nuovo Governo, con un Primo Ministro giovane che cerca di rianimare un Paese in difficoltà, ma guardate, non solo dal punto di vista economico, anche dal punto di vista politico-istituzionale la questione di tutto il Mezzogiorno d’Italia è quasi disarmante. Da una parte abbiamo una stagione nuova, molto dinamica, che ha molta potenza, dall’altra parte abbiamo un Paese che da molto tempo, da almeno tre decenni, è in grande affanno, perché non riesce prima di tutto a capire qual è la sfida storica e a dare qualche tipo di risposta a ciò che la storia ci propone. Quindi da una parte un’epoca storica che ci chiederebbe una creatività, una visione, e dall’altra parte un Paese che si trascina. A me piace rappresentare una circolarità tra una dimensione dal basso dei gruppi, dei movimenti, dei territori, dell’iniziativa personale, della responsabilità personale e il piano delle istituzioni. C’è una circolarità che naturalmente, in qualche modo, bisogna riuscire ad innestare, che può produrre dei circoli virtuosi, o può invece avvitarsi, come ahimè succede da tempo in Italia, in circoli viziosi. Perché parlo di circolarità? Perché da una parte, non c’è dubbio, siamo cittadini di questo tempo, figli di una storia occidentale che ha dato un peso alle istituzioni, al sistema delle regole, alla democrazia come processo che, frammentando il potere, in qualche modo contiene le derive più negative che si possano produrre nella società, nel linguaggio cristiano “le derive del peccato originale”. La democrazia, infatti, è quel sistema di regole che ci può aiutare a non far debordare la spinta che viene dalla nostra stessa capacità di azione che poi porta al potere. Allo stesso tempo è del tutto evidente che la democrazia e le sue istituzioni non vengono dall’alto. Le istituzioni, dappertutto, ma certamente in un Paese a tradizione cattolica, per delle ragioni che adesso non stiamo ad approfondire, vengono anche costruite dal basso. La società civile ha una capacità di costruzione delle istituzioni, di costruire quei mattoni con cui poi le istituzioni possono essere organizzate, strutturate. Guardate che la maggior parte delle istituzioni moderne e contemporanee sono state costruite con un enorme lavorio dal basso. Faccio degli esempi molto banali: non mi riferisco specificatamente ai partiti, anche se i partiti sono delle associazioni di cittadini che hanno cominciato a parlare della cosa pubblica e si sono presi la responsabilità di gestirla, ma pensate altre istituzioni della società moderna come gli ospedali, le università, le casse mutue, le banche; la società civile ha sempre avuto la capacità di creare quegli artefatti su cui poi la vita politica si è potuta strutturare, artefatti che poi rendono possibile un’esperienza di partecipazione. Aggiungerei alle cose che ha detto Violante, che io credo che in quest’epoca noi abbiamo bisogno di costruire nuove esperienze istituenti. E le nuove esperienze istituenti nascono dall’iniziativa della società civile, cioè dal fatto che cittadini responsabili di fronte a dei problemi che le istituzioni, soprattutto in questo Paese, non riescono ad aggredire, cominciano, come dire, ad affrontarli e in qualche modo danno anche il “la” all’intervento delle istituzioni. In altri casi accadrà l’incontrario, che saranno prima le istituzioni che creeranno, come dire, il solco dentro cui potranno nascere anche delle esperienze dal basso. Per questo parlavo di circolarità. Ma senza il contributo di responsabilità, senza questo contributo di costruzione, le democrazie non reggono, non reggono da nessuna parte, o meglio, le democrazie riescono a reggere avendo meno bisogno di questo processo, che comunque è necessario, laddove sono in grado di condividere se non altro un discorso, una narrazione, uno stile di stare insieme che poi, come dire, è la precondizione anche per formare le classi dirigenti. E’ quello che in questo Paese drammaticamente non abbiamo. Concluderò con una breve considerazione sulla questione cattolica. Da una parte, il tema è “dal basso”; in un’epoca come questa, all’inizio del XXI Secolo, dove ci mancano le istituzioni che ancora non abbiamo, se non c’è una spinta da parte dei soggetti sociali nel cominciare a mettere lì dei pezzi di nuove istituzioni, non ce la potremo fare. Guardate, dal 2008, una cosa impressionante, è successo di tutto in Europa: rapporti tra Stati, crisi, incapacità di affrontare il problema, ma la cosa che ci deve fare mettere le mani nei capelli è che non si è vista la società civile. Non si è vista la società civile europea. Se non si è svegliato un frammento di società civile dopo questa crisi del 2008, è veramente preoccupante. Dove sono stati i soggetti sociali che si sono mossi, in termini di solidarietà ad esempio, rispetto alla crisi greca, tanto per fare un esempio molto banale? Dove sono stati i pezzi di interessi economici che hanno detto lì c’è un problema, troviamo le condizioni per andare ad investire? Dove sono stati i sindacati che hanno detto: c’è un pezzo di società europea che stiamo costruendo che è in quelle condizioni, interveniamo e diamo un contributo? Noi abbiamo un problema storico di inadeguatezza delle istituzioni, ma anche di comprensione di noi cittadini rispetto alle nostre responsabilità e, laddove le democrazie stanno funzionando, ad esempio in Germania e relativamente e con molti difetti negli Stati Uniti, il senso politico che può riguardare l’essere imprenditore, che può riguardare l’essere Professore in una scuola, che può riguardare l’essere amministratore di un ospedale, il senso politico è molto più diffuso di come lo pensiamo noi. Le società che hanno questo senso politico della responsabilità, del dare il proprio contributo al bene comune, sono società che in questa fase più o meno riescono a tenere. Se voi perdete questo contributo dal basso, non ce la fa nessuno. Non c’è Renzi, né Berlusconi, nessuno che è in grado di tenere una società che perde questo senso. Quindi, in un’epoca come questa, che si debba ripartire dal basso non è un invito retorico, è quello che è successo storicamente sempre nelle fasi di transizione. L’ultimissima riflessione riguarda il caso dell’Italia. Prima facevo un accenno alla radice cattolica, perché se l’Italia, dopo la conclusione non particolarmente gloriosa della Prima Repubblica, non è riuscita più a ritrovarsi rispetto alle sfide della cosiddetta globalizzazione, è perché con la conclusione dell’esperienza (bella, brutta, non abbiamo il tempo naturalmente di approfondire) di quella presenza massiccia, e chiaramente con anche tante ombre, dei cattolici in politica, l’Italia non ha saputo più dire chi è. Parlo al Meeting di Rimini, dopo una settimana in cui abbiamo avuto anche delle questioni sui migranti, l’intervento di Monsignor Galantino, le risposte seccate dei politici. Io credo che quando in questo Paese, che è un Paese a tradizione cattolica (e poi sappiamo bene che questa tradizione, questa radice ha i suoi mille difetti e le sue grandi fragilità), questa tradizione è debole, non è capace di assumersi questa responsabilità di aiutare il Paese a ritrovare se stesso, non riesce, come dire, a giocarsi in prima persona, il Paese non ce la può fare. Non ce la può fare, lo dico weberianamente, perché i Paesi hanno della basi culturali e dietro le basi culturali delle basi religiose e non faccio un discorso confessionale, non penso affatto ad un’Italia neocattolica, ci mancherebbe altro, ma penso che una responsabilità per la crisi dell’Italia ce l’abbiamo noi cattolici, per la nostra inadeguatezza nella comprensione di quello che l’ultima stagione della modernità ha portato, in termini di comprensione e in termini di proposta istituente. E l’Italia senza questo contributo non ce la fa. Vedete il tema dei migranti? Il tema dei migranti è un tema grande come una casa. E’ un tema storico: c’è mezzo mondo sottosopra, c’è una pressione pazzesca di tipo demografico, abbiamo l’Europa che incredibilmente fa una fatica pazzesca a dare un risposta politica ad un fenomeno storico. Il risultato lo vediamo giorno dopo giorno. Siamo tutti nell’imbarazzo di questa situazione. E l’imbarazzo che si viene a creare di fronte ad un fenomeno storico, alla gente che muore in mare, alla ragionevole osservazione che non è che puoi aprire le porte e che vengano qua tutti (è chiaro che quella non è una risposta), produce gli esiti che vediamo. Allora qual è il punto? Il punto è che bisogna responsabilmente chiedere una visione politica di un problema che avrà una parte di intervento di polizia, avrà una parte di ospitalità, avrà un’idea economica di integrazione di questa gente, avrà un problema di presenza e di influenza politica nelle zone in cui ci sono queste problematiche. Ci vuole una visione. Poi ci vuole anche una società che di questo problema ne faccia una risorsa. E chi, se non i cattolici d’Italia, potrebbe giocare un ruolo formidabile, prima delle istituzioni? Per dire che in un Paese invecchiato, in un Paese che soffre di un provincialismo cronico, il tema dell’accoglienza e dell’ospitalità, ma soprattutto il tema di un’integrazione sensata, perché bisogna diventare cittadini per venire qui, è un tema che può mettere in gioco il meglio della nostra tradizione. Don Bosco aveva un problema analogo: quando c’è stata la rivoluzione industriale, c’erano i bambinetti, figli degli operai, che andavano in giro per le grandi città che stavano nascendo. Don Bosco si è inventato gli oratori e ha trasformato un problema in una risorsa per l’esperienza religiosa e poi un po’ per volta anche una risorsa per la società civile e per le città nelle quali gli oratori sono nati. Ecco, la questione dei migranti è simile e la responsabilità di una presenza cattolica è quella di chiedere un’azione politica, ma intanto di fare gli esploratori. Il basso che io mi immagino è questo qua: è un basso che si fa carico responsabilmente delle questioni che ci interpellano come persone, che comincia a mettere lì delle risposte, che attiva delle relazioni, dei legami, delle comunicazioni, delle comunità e in questo modo crea anche la possibilità per una azione politica più efficace rispetto a problemi che certamente senza la politica non si possono affrontare. Grazie.

GIORGIO VITTADINI:
La seconda domanda si focalizza su quello che avete detto: i corpi intermedi, la società civile. In che cosa deve cambiare la società civile per avere questa forza di intervenire? Pensate che ancora sia possibile un percorso virtuoso di questi corpi intermedi, come fu all’origine della Repubblica, dopo il ’45?

LUCIANO VIOLANTE:
Io credo che le cose possano cambiare e debbano cambiare, se si ha fiducia. Se non c’è la molla della fiducia, è difficile che le cose cambino. C’è un pezzo del diario di Benedetto Croce dell’ 8 Settembre del ’43 che vi leggo, sono due righe. L’8 Settembre sappiamo tutti cosa segnò, lui dice: “Sono stato sveglio per alcune ore, tra le due e le cinque di notte, sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo a questa parte costruito, politicamente, economicamente e moralmente, è distrutto irrimediabilmente”. Questo diceva Croce. Contemporaneamente, alcune centinaia di giovani italiani e di giovani italiane prendevano le armi e incominciavano la battaglia per liberare l’Italia dal nazismo e dal fascismo. C’era quello che non aveva fiducia e c’erano quelli che avevano fiducia. E la storia ha dato ragione a quelli che avevano fiducia, non a quelli che non l’avevano. Permettetemi altri due esempi semplici. Il terrorismo: forse i meno giovani tra voi ricorderanno che c’è stata una fase di quegli anni in cui c’era un morto ed un assassinato al giorno: agenti di polizia, magistrati, giornalisti, e così via. Se uno si fosse fermato a quel punto e avesse detto “non ce la facciamo!”, a che punto saremmo? Ci sono state persone che si sono impegnate, hanno lottato, hanno combattuto e abbiamo vinto nella legalità. Forse qualcuno di voi ricorderà che quando è stato ucciso il generale Dalla Chiesa, fu messo un cartello che diceva: “Qui finisce la speranza dei palermitani onesti”. Poi dopo ci furono altre stragi, penso a quella di Capaci, a quella di Via D’Amelio. Dopo queste due stragi, se andiamo con lo spirito di ciascuno di noi a quei tempi, si pensava davvero che saremmo riusciti a prendere tutti i capi, meno uno. Tutti i capi della mafia. Tutto questo è costato sacrifici, rischi, pericoli, persone sono state uccise. Permettetemi un ricordo personale. Io facevo allora il magistrato, mi capitò di incontrare Emilio Alessandrini nel tardo novembre/dicembre del ’79, io ero appena entrato in Parlamento, mi occupavo di lotta contro il terrorismo e Emilio Alessandrini sapete chi era. Allora c’era un problema abbastanza complicato, perché quando uno era ucciso e non aveva raggiunto l’età della pensione, non c’era alcun provvedimento a favore. Si discuteva un po’ di questo, di tante cose. E lui disse a un certo punto una cosa: “Guarda, possono anche uccidere, però quello che importa è che un sacco di persone, che non ti hanno conosciuto, verranno al tuo funerale, perché hanno capito che tu sei morto per loro e questo dà fiducia”. E non parlo soltanto degli uomini illustri che sono caduti, parlo di un altro capitolo, di quegli uomini che nessuno conosce: quanti di noi ricordano i nomi dei poliziotti di Falcone e Borsellino uccisi con loro? E’ giusto avere morti di serie A e morti di serie B? Eppure, nonostante questo, sono tanti quelli che continuano a fare quel lavoro con rischio, perché hanno fiducia, pensano che ce la possano fare. Perché la fiducia, anche in relazione al tema che ponevi adesso tu, è una cosa fondamentale. Sapere che ci può essere un futuro diverso da quello attuale, migliore di quello attuale e tu puoi essere parte della costruzione di questo futuro. Io penso che questo sia un punto assolutamente importante. Io non sono cattolico, rispetto molto i cattolici, li seguo molto attentamente, ma la speranza e la fiducia sono propri della cultura cattolica. In questo credo che ci sia una grande possibilità di cercare questo seme. Fiducia non vuol dire uno stupido esercizio di buonismo, vuol dire guardare alle cose positive che ci sono. Girando in questo Meeting, oggi ho visto in due ore, quattro o cinque cose che non conoscevo, di grande capacità positiva. Non voglio citarle ora che magari rischio di fare torto ad altre che non ho visto. Imprenditori che fanno scuola perché i giovani imparino una professione nuova e positiva, questo è un fatto importante. Tanti ragazzi che si esercitano nello spiegare con grande capacità e hanno imparato cose che magari non gli serviranno domani e dopodomani. perché lo fanno? Perché hanno fiducia. Anche questo Meeting io credo che sia una lezione di fiducia, altrimenti una cosa così complicata non la metti in piedi, se non ci credi, se non hai fiducia! Allora, io credo che anche nei confronti dei corpi intermedi bisogna manifestare fiducia e però anche sollecitazione al cambiamento, al mutamento, al taglio delle cose che non vanno e così via. Anche qui, se li schiacciamo sul muro del disprezzo, che non servono a niente, non fanno niente, sono falsità e così via, innanzitutto si dice una bugia e poi cosa risolviamo? Se si eliminano questi corpi intermedi, davvero la democrazia sarà più salda? E no! Avremo magari un po’ più di populismo, ma un dato di raccordo forte tra società e istituzioni politiche non credo che ci sarà. Ecco, io credo che questo dato della fiducia sia un fatto assolutamente fondamentale: risvegliare fiducia, guardare alle cose positive. Guardiamo un po’ dentro il Paese, guardiamo quanti ostacoli, difficoltà abbiamo superato. E devo dire che molte di queste cose siamo riusciti a farle grazie all’azione dei corpi intermedi, parlo dei sindacati, dei partiti, di tante cose del nostro Paese, parlo del grande ruolo pedagogico e educativo che ha avuto la Chiesa – che non è certamente un corpo intermedio – all’interno del nostro Paese. Credo che la fiducia sia una grande carta per il futuro del nostro Paese e qui bisogna avere anche davanti un’idea della nazione italiana: cosa deve fare? Dove deve andare? Per esempio, Magatti parlava molto bene delle questioni del Mezzogiorno. Però, dal suo discorso traspariva chiaramente che ci sono tanti Mezzogiorno. L’idea del Mezzogiorno come unica realtà omogenea è un errore che risale agli anni ’50/’60. Ci sono luoghi produttivi di altissima qualità, luoghi civili di altissima civiltà. Come ci sono invece elementi di grandi pericolosità, rischio, e così via. Saper guardare dentro le cose e discernere il buono dal cattivo e valorizzare bene le cose positive che ci sono e isolare quelle cattive: io credo che sia un’azione da fare. Certo è molto facile dire: niente funziona; ma è sbagliato, perché non è così, non staremmo dove siamo se fosse così. Mi ha colpito una cosa e finisco. A Genova c’è un grandissimo centro scientifico di robotica. Noi siamo il primo o secondo Paese al mondo nella produzione di robot. Non so quanti lo sanno. Abbiamo applicato la nostra capacità di costruire strumenti di altissima precisione a questi strumenti di alta tecnologia, e quanti lo sanno? Un’altra delle eccellenze italiane e ce sono tante altre! Volere bene al proprio Paese significa anche individuare tutte le cose positive che ci sono, positive perché c’è gente che ha avuto fiducia, donne e uomini che sono rimasti nel nostro Paese, hanno avuto fiducia e hanno voluto costruire per il Paese, l’hanno fatto e ci sono riusciti. Noi dobbiamo riconoscere questo sforzo, dobbiamo dire: “Vi apprezziamo! Sappiamo che fate cose difficili, siamo con voi”. Questo deve farlo la società, devono farlo i cittadini, devono farlo i corpi intermedi, proiettarsi in una dimensione nella quale si è capaci di distinguere ciò che va da ciò che non va. Credo che questa sia la strada che abbiamo davanti. E’ molto facile avere sfiducia, anzi si guadagnano anche degli applausi dicendo che tutto è marcio, nulla va bene e tutto è corrotto e così via. Però, il Paese non va avanti su quel binario lì, quello è un binario morto. Il Paese va avanti se accanto alla segnalazione delle cose che non vanno, c’è un soggetto, una forza politica della società, un corpo intermedio, un gruppo, chiamatelo come volete, che dice: “Sì, c’è questo che non va, però guardate c’è anche questo, c’è gente che si sacrifica, che lavora, che si sforza”. Poi la gente comune, quelli che si alzano la mattina presto, quelli che vanno a lavorare. Penso a un dato, quello degli insegnanti. Insomma noi affidiamo i nostri figli, la mia generazione affida i suoi nipoti ad una generazione di professionisti, i quali tengono questi bambini o questi ragazzi sostanzialmente da quando hanno 7 anni a quando ne hanno 22, 23, 24 o 25, fino all’Università e così via. Ma non dobbiamo riconoscere a questi soggetti un ruolo sociale importante? Trasferiscono sapere, identità, conoscenza. Già costruire un rapporto positivo con questa categoria di professionisti, io credo che aiuterebbe moltissimo, perché anche loro, a loro volta, essendo riconosciuti, potrebbero trasmettere questi dati alle giovani generazioni. E lo dico perché vedo in CL una forza che è particolarmente vicina, forse l’unica, alle giovani generazioni. Tutte queste sono cose da tenere insieme e questo si fa se si ha fiducia. A me sembra che avere la capacità di suscitare fiducia, di riconoscere il positivo e di proiettare tutto questo verso un’idea del Paese del futuro, sia una delle chiavi essenziali per uscire dalla fase in cui siamo.

MAURO MAGATTI:
Prima Violante ha usato la parola “servizio”. La parola “servizio” viene dal latino “serbare”, si serve qualche cosa che si desidera far durare, che si ama e che appunto si serve perché si vuole che continui. Le società che non riescono a produrre prosperità, sono le società in cui le istituzioni, intese in senso lato, sono estrattive. Sono società in cui le istituzioni, e in particolare le classi dirigenti di queste istituzioni, estraggono le risorse prodotte dalla società, se ne appropriano impoverendo la società e dunque non le servono, ma le dominano. Quando parliamo di corpi intermedi oggi, ahimè, bisogna dire che i corpi intermedi, che per me sono quei soggetti istituenti di cui parlavo prima, spesso sono diventati loro stessi, come tante volte i partiti, istituzioni estrattive, in cui ci sono state classi dirigenti – senza naturalmente fare di tutta l’erba un fascio – che si sono impossessate delle risorse prodotte dai cittadini, dalle imprese e dai territori. Quindi, noi abbiamo una questione in Italia con i corpi intermedi. Dobbiamo riconoscere che c’è come una malattia, che io penso sia legata fondamentalmente alla scarsa circolazione dell’élite. Tu fai il dirigente di un partito, di un’associazione, il capo di un sindacato per cinque anni, poi torni a fare quello che facevi prima. Nei Paesi protestanti, questa cosa la riescono a fare molto di più. Da noi invece vige il fatto che, tendenzialmente, quando uno ha una carica la tiene a vita, o al massimo si sposta lateralmente. Questo è un problema: la circolazione dell’élite in questo Paese, anche nelle associazioni dei corpi intermedi, non c’è, e questo incancrenisce la società italiana. Quindi, la risposta è: sì, a certe condizioni, pars construens. Noi stiamo vivendo una stagione in cui, forse, non i vecchi corpi intermedi, non quelli che abbiamo in mente, ma nuovi corpi intermedi sono necessari per fare quel salto che a me sembra richiesto, sollecitato, anche se tutt’altro che facilmente realizzato, come esito di questa crisi. Cosa ci dice questa crisi del 2008, tutto quello che sta succedendo? Lo dico in una battuta. A me sembra molto chiaro che dopo la stagione degli anni ’60/’70, in cui abbiamo impiantato la società dei consumi, abbiamo detto che i consumi sostengono la crescita, abbiamo avuto la stagione della finanziarizzazione che si è interrotta come si è interrotta. Oggi noi, in questo mare complesso della globalizzazione, dobbiamo andare al di là della società dei consumi, non per essere contro i consumi, perché se io vado a mangiare in un buon ristorante, son contento, sto bene e ringrazio chi mi fa una buona cena, ma dobbiamo superare come società occidentali l’idea che semplicemente i consumi producano ancora crescita. Non è più vero in società invecchiate e in società che hanno già un lungo ciclo di benessere alle spalle. Che cos’è il nostro futuro? Io lo dico in una battuta: produrre valore. Il nostro futuro è società che sanno produrre valore. Dove per produrre valore intendo un valore economico, ma anche un valore di senso, di legame, di bellezza, un valore di stare insieme, ambientale. Le società che sanno produrre valore, attraverso un rinnovato patto politico e una maggiore partecipazione, sono le società del futuro. Sono le società, soprattutto quelle avanzate, che possono che la crescita non è semplicemente consumare, ma fare qualcosa che la nostra generazione non è stata all’altezza di fare. Faccio degli esempi. Pensate nel campo del lavoro, dell’economia. Quali sono e quali saranno i nuovi corpi intermedi? Forse delle imprese che si concepiscono – come direbbe il mio amico Giulio Sapelli che ascolterete nei prossimi giorni – sempre più come delle istituzioni, non solo come degli attori economici che realizzano un profitto, ma degli attori economici che sono misurati per l’efficienza e il profitto, ma che sanno che stanno facendo qualcos’altro, stanno producendo un valore, sono capaci di stabilire un’alleanza con i loro dipendenti e hanno bisogno di sindacati che siano capaci di negoziare, nella diversità dei ruoli, una partecipazione e una produzione di valore. O pensate alla scuola. La scuola è un luogo fondamentale per qualunque società che voglia produrre valore, perché bisogna formare prima di tutto persone, uomini e poi cittadini, persone, uomini che siano all’altezza delle sfide che sono in campo. Ma le scuole oggi non possono essere semplicemente appaltate dal corpo dei docenti al Ministero della Pubblica Istruzione. Non potranno essere quello che devono essere se non vedranno in forme nuove la capacità di partecipazione di comunità, di cittadinanza. Pensate al welfare di comunità, come lo chiamo io, non welfare dei beni comuni, ma un welfare dove tu impari e capisci che sei legato ad altri e capisci anche che il fermarti per partecipare alla realizzazione, alla capacità di dare risposta a un bisogno è qualche cosa che non è contro la crescita economica, ma è qualche cosa che equilibra la crescita economica e che ci permette di riconoscerci dentro delle comunità. O pensate infine al grande potenziale della rete, che certo può essere una devastazione dei nostri rapporti, ma può essere anche una grande risorsa dentro cui far nascere nuovi legami e nuovi rapporti. Cito una cosa molto banale: in varie città si stanno diffondendo queste street communities, che sono forme tradizionali di vicinato che spesso utilizzano la rete per ristabilire delle relazioni. I nuovi corpi intermedi non sono esattamente quelli che abbiamo ereditato dal ’900. Forse ne saranno figli. Questa società post-consumerista è una società in cui questo senso della contribuzione – a me piace parlare di “generatività” – questo senso del nostro mettere al mondo, questo senso del nostro contribuire come cittadini, io credo che sarà il punto di forza di una democrazia avanzata. Allora, questa è un’epoca di gravissima crisi, ci sono dei pericoli enormi davanti a noi, ma è anche un momento in cui questa spinta che deve venire dal basso serve per rimodellare le forme del nostro stare insieme, le forme politiche e le forme del nostro associarci.

GIORGIO VITTADINI:
Mi sembra che l’incontro di oggi sia stato ricchissimo e meriti una ripresa, perché mostra come questo tema del “ripartire dal basso” sia tutt’altro che scontato. Questa fiducia sottolineata da Violante, questo servizio e produrre valore che Magatti ci ha illustrato, ci pongono un compito: non dobbiamo guardare al passato, ma a questa forma nuova di costruire. Allora permettetemi di finire riprendendo due frasi di questo volantino. Una citazione di Carrón, dell’intervento sul Corriere del 13 febbraio, che mi sembra appropriata: “Ciascuno metta a disposizione di tutti la sua visione e il suo modo di vivere. Questa condivisione ci farà incontrare a partire dall’esperienza reale di ciascuno e non da stereotipi ideologici che rendono impossibile il dialogo”. Questo – continua il volantino – porterà a nuovi soggetti, capaci di esprimere una coscienza adeguata dell’umano, di ciò che è essenziale alla realizzazione dei singoli e del popolo, perché nascano luoghi che risveglino l’io di ciascuno, lo educhino al rapporto adeguato con la realtà. Noi vogliamo luoghi che aiutino alla fiducia, luoghi che aiutino a riprendere il senso del servizio, a produrre valori. Grazie!

Data

21 Agosto 2015

Ora

19:00

Edizione

2015

Luogo

Sala eni B1
Categoria
Incontri