QUANDO LA CRESCITA CREA OCCUPAZIONE - Meeting di Rimini

QUANDO LA CRESCITA CREA OCCUPAZIONE

Quando la crescita crea occupazione

In collaborazione con Unioncamere. Partecipano: Domenico Arcuri, Amministratore Delegato di Invitalia; Francesco Caio, Amministratore Delegato di Avio; Enrico Giovannini, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali; Mauro Moretti, Amministratore Delegato di Ferrovie dello Stato Italiane; Marco Morganti, Amministratore Delegato di Banca Prossima – Gruppo Intesa Sanpaolo. Introduce Bernhard Scholz, Presidente della Compagnia delle Opere.

 

QUANDO LA CRESCITA CREA OCCUPAZIONE
Ore: 17.00 Sala Neri
In collaborazione con Unioncamere. Partecipano: Domenico Arcuri, Amministratore Delegato di Invitalia; Francesco Caio, Amministratore Delegato di Avio; Enrico Giovannini, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali; Mauro Moretti, Amministratore Delegato di Ferrovie dello Stato Italiane; Marco Morganti, Amministratore Delegato di Banca Prossima – Gruppo Intesa Sanpaolo. Introduce Bernhard Scholz, Presidente della Compagnia delle Opere.

BERNHARD SCHOLZ:
Allora, Buongiorno a tutti, benvenuti a questo incontro sul tema crescita e occupazione. Nella sua agenda 20e20, l’Unione Europea chiede tre caratteristiche fondamentali per lo sviluppo economico e quindi per la crescita. Una crescita intelligente, quindi basata sulla conoscenza, sull’innovazione, una crescita sostenibile, quindi più efficiente sul profilo delle risorse, più verde, più competitiva e una crescita inclusiva, quindi un’economia che crea occupazione e che favorisce la coesione sociale. E’ proprio questo terzo aspetto che vorremmo mettere al centro di questo incontro, avendo fra noi e lo saluto caramente, Enrico Giovannini, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali; e abbiamo anche quattro rappresentanti di realtà imprenditoriali per le quali il nesso crescita occupazione è un must e non un optional. Saluto Domenico Arcuri, Amministratore Delegato di Invitalia; Francesco Caio, Amministratore Delegato di Avio; Mauro Moretti, Amministratore Delegato di Ferrovie dello Stato Italiane; Marco Morganti, Amministratore Delegato di Banca Prossima del Gruppo Intesa Sanpaolo. Abbiamo concordato di fare due round, due giri di interventi ognuno. Io vorrei chiedere, come prima domanda, che cosa loro fanno, hanno fatto e faranno per sostenere nelle loro aree di competenza una crescita che crea occupazione. E in un secondo giro chiederemo a ognuno che cosa lui ritiene particolarmente importante che faccia la legislazione, che faccia lo Stato, che facciano anche le Regioni per agevolare l’occupazione dentro le loro realtà. Cominciamo con Domenico Arcuri. Invitalia dichiara di avere come scopo, cito, favorire la trazione di investimenti esteri, sostenere innovazione alla crescita nel sistema produttivo, valorizzare le potenzialità dei territori. L’Italia però si trova al 78esimo posto nella sua attrattività per investimenti esteri, al contempo tutti dicono che senza investimenti esteri la crescita in Italia rimane molto problematica. Cominciamo da questa domanda.

DOMENICO ARCURI:
Buonasera e grazie. Diciamo che anche senza investimenti esteri la crescita sarebbe problematica, se cominciassimo ad avere investimenti italiani saremmo un passo avanti e se a questi aggiungessero quelli esteri ovviamente sarebbe ancora meglio. Perché noi siamo in retroguardia clamorosa nel ranking dei Paesi attrattivi per gli investimenti esteri e presto detto anche se di diagnosi siamo tutti pieni e di soluzioni meno, noi siamo un Paese che al di là dei luoghi comuni che individuano nella criminalità organizzata, nel troppo fisco, o nella rigidità del mercato del lavoro le cause più importanti, noi nella realtà siamo un Paese molto lento, siamo un Paese in cui la pubblica amministrazione, già stratificatasi negli ultimi decenni, è ormai rappresentabile come un magma spesso indistinto. Quest’anno ho portato due grandi investimenti esteri in Italia, che è una bella notizia, eccezionale ma piccola rispetto agli investimenti esteri che ci sono negli altri Paesi. La Rolls Royce ha fatto uno stabilimento per produrre componenti per motori e turbine destinate al settore aeronautico in un posto, incredibile a dirlo, che si chiama Morra De Sanctis, in provincia di Avellino, e l’Unilever ha fatto un investimento per raddoppiare una linea di produzione di prodotti alimentari a Caivano, in provincia di Napoli. Li cito solo per dire che pur nella difficoltà, l’Italia mostra qualche segno di reattività. Perché gli stranieri non vengono in Italia? Noi siamo cresciuti in un mondo in cui ci hanno spiegato, spesso a ragione, che la risorsa scarsa era il capitale. I governi degli ultimi decenni hanno organizzato sistemi di agevolazione per venire incontro a questa scarsità di capitale, il mondo era pieno di gente che aveva idee e progetti ma non aveva sempre tutti i soldi per farli diventare imprese, PIL, occupazione e sviluppo. Sarebbe il caso di accorgersi che questo schema è semplicemente finito, noi oggi viviamo in un mondo in cui la risorsa scarsa è il tempo. I governi dei Paesi che sono più avanti di noi, hanno affrontato questo schema, questa novità e hanno organizzato sistemi, attori e modelli che vanno incontro ad una semplice evidenza. Tra costruire uno stabilimento manifatturiero in Irlanda o in Estonia ed essere certi che questo stabilimento manifatturiero vada realizzato in tre mesi e provare a farlo in Italia ed essere certi che questo stabilimento vada realizzato in tre anni, foste voi un imprenditore straniero, dove lo fareste? E perché in Italia ci vogliono tre anni, faccio per dire, e non tre mesi? Perché in Italia la pubblica amministrazione è ormai un grande labirinto, in cui tutti sanno qual è la porta d’ingresso ma nessuno sa quando riuscirà a uscirne. Ho già raccontato qui, qualche anno fa, il caso di un imprenditore turistico straniero importantissimo, che cinque anni fa voleva realizzare due resort, uno in Sassonia e l’atro in Sicilia. Dopo tre anni aveva inaugurato il resort in Sassonia e immaginava di farne un altro. Dopo tre anni in Sicilia non aveva ancora cominciato a fare i lavori. Sapete il perché? Perché una delle 18 buche del campo da golf che aveva progettato, secondo la locale autorità pubblica, era troppa vicina al bagnasciuga. Ricordo di essere stato a una conferenza di servizi, a Palermo – è un’esperienza che consiglio a chiunque voglia formarsi alla modernità, un’alternativa alla lettura di Gomorra – e a questa conferenza di servizi io mi presentai dicendo che il bagnasciuga è di per sé un’entità dinamica, dipende dalla corrente, dipende dalla luna, certe volte è più vicino, certe volte più lontano, com’è possibile che una buca, che è un punto fermo, sia troppo vicino a una cosa che si muove? Ogni tanto sarà troppo vicina e qualche volta sarà troppo lontana. E vi sembra una ragione intelligente per bloccare un investimento che darebbe lavoro ad alcune centinaia di vostri concittadini che non ce l’hanno, riaprirebbe i flussi turistici verso quel posto? Oggi quell’investimento è stato fatto, il tempo che è stato necessario è stato triplo rispetto a quello impiegato in Germania. Fin quando in Italia le buche saranno troppo vicine al bagnasciuga, sarà davvero difficile recuperare posti nella classifica nella quale noi oggi siamo. Poi certo, se è davvero troppo vicina, gli investimenti non si fanno, però se il bagnasciuga non si riesce a fermare e si muove sempre, è difficile sostenerlo e non è una ragione sufficiente, se non per raccontarlo qui. Grazie.

BERNHARD SCHOLZ:
Avio è un gruppo internazionale che realizza sistemi componenti per l’aeronautica civile e militare. Il gruppo, con più di 100 anni di tradizione, ha sede in Italia e opera in quattro Continenti, ha più di 5.200 dipendenti, di cui 4.500 in Italia. Il gruppo non va bene, va benissimo. Solo un dato: 16% di ricavi, crescita del 16% nei ricavi del 2012. Domanda quindi a Francesco: qual è il segreto che ha fatto crescere questa azienda in mezzo a ciò che noi sperimentiamo tutti come crisi economica e finanziaria e come questo si trasforma nella vostra azienda in occupazione, mentre uno potrebbe anche dire: io razionalizzo brutalmente per aumentare ancora di più i ricavi?

FRANCESCO CAIO:
Grazie. Come spesso dico, quando parliamo fra colleghi, bisogna anche riconoscere che siamo un po’ privilegiati, perché operiamo in un settore che cresce di per sé. L’aereonautica civile, in particolare in questo momento, ha una crescita esplosiva in tutto il mondo. Se qualcuno volesse ordinare un 777 stasera, lo consegnano tra sette anni, bisogna prepararsi per tempo. Rispetto a quello che diceva prima Arcuri, sicuramente noi siamo privilegiati, però siamo anche la testimonianza che le cose si possono fare anche in Italia, che industria, crescita e occupazione si può fare in Italia. General Electric ha investito quattro miliardi e mezzo di dollari per comprare l’azienda e si è impegnata a investirne un miliardo e mezzo nei prossimi dieci anni nei centri di ricerca italiani. E’ la dimostrazione che in certe situazioni si ottengono dei risultati e si possono fare delle cose anche in Italia, seppure ci siano le difficoltà che venivano prima segnalate. Segreti non ce n’è, io posso fare un elenco di fattori che hanno permesso all’azienda di avere oggi questi risultati, senza un ordine particolare. Io penso che ci sia sempre stato in azienda, e si è rafforzata in questi anni, la capacità di scegliere, di decidere le cose che si fanno e quelle che non si fanno e di scegliere sulla base di quelle che sono le dinamiche di mercato, cioè capire dov’è il mercato, dove va il mercato e fare delle scelte, che significa prendersi dei rischi, gestendo sia gli investimenti delle cose che bisogna costruire, sia il phasing out di attività che non sono più centrali. Il secondo è sicuramente il fattore umano, le competenze. Noi operiamo in un settore che è caratterizzato da forti tecnologie e non possiamo non mettere nelle responsabilità più forti i migliori, quindi un meccanismo di meritocrazia, ma non meritocrazia brutale dove i più bravi resistono e i somari si buttan via. Si creano piuttosto delle dinamiche di team, delle interfunzionalità che sono apprezzate dai clienti e che consentono a noi di inserire nei processi aziendali meccanismi di innovazione molto avanzata. Il terzo fattore, anche qui non è un mistero, è la disciplina gestionale: alla fine l’azienda è fatta di fatturati, di costi, di capitale circolante, di investimenti. Esiste una componente non dico umile ma quotidiana che è la gestione. Questa fa la differenza per poter star sul territorio. Chiudo con una considerazione un po’ più esogena per azienda. Non so se per fortuna ma penso anche perché ce lo siamo costruito, noi abbiamo l’impianto in Italia e il fatturato completamente all’estero. Non è proprio così ma semplifico. I nostri grandi impianti sono a Torino, sono a Polignano, sono a Brindisi e a Colleferro facciamo l’attività spaziale. Bene, in ognuno di questi impianti noi siamo riusciti a lavorare in modo molto vicino al territorio e in particolar modo il rapporto con le università locali è, secondo me, un punto di vantaggio competitivo molto forte per la nostra impresa. Quando nelle discussioni con i colleghi americani di General Electric si sono fatte delle valutazioni su dove andare a fare gli investimenti, gli investimenti sono stati fatti e continueranno ad essere fatti in Italia, perché si è privilegiato un rapporto molto stretto, molto armonico con i Politecnici, ma non dico solo quelli del nord, Milano e Torino, anche con l’università di Bari, con quella di Lecce, Pisa e Firenze. Quindi, ripeto, sono privilegiato ma ogni tanto delle testimonianze vanno date, forse noi siamo un caso, ma neanche penso così unico, però si cresce, si investe, abbiamo creato 300 posti di lavoro negli ultimi due anni, stiamo per aprire una nuova fabbrica su nuove tecnologie vicino a Novara, sarà una fabbrica molto diversa da quelle che abbiamo, perché sarà una fabbrica ad altissima densità tecnologica. Abbiamo il rapporto con l’università, siamo riusciti a trarre investimenti dall’estero, poi ci sono altre considerazioni ma le farò forse nel secondo giro. Avio è un’azienda che in Italia ha fatto industria, continua a fare industria e ha prospettive di crescita alimentate da un rapporto positivo con il mondo accademico. Il che vuol dire che abbiamo le università che sanno competere a livello internazionale. Sono ottime le università italiane, sono assolutamente strepitose e sono fonte oggi di mano d’opera di altissimo livello, a basso costo. Gli ingegneri italiani e le ingegneresse italiane sono strepitosi, rappresentano una forza competitiva enorme per il Paese.

BERNHARD SCHOLZ:
Le Ferrovie dello Stato occupano ottantamila persone, alcuni con livelli di competenza molto alti, penso a ingegneri, anche formati in università italiane, o nel vostro sistema formativo interno. Quindi due domande, la prima: il fatto che le Ferrovie dello Stato sono entrate nella concorrenza europea, è stato un aiuto per la crescita? Sì o no? In che modo? Seconda: in che modo questo è diventato un momento che privilegia l’occupazione? Perché, ripeto ancora, non è scontato che la crescita d’azienda diventi un fatto occupazionale, quindi anche su questo gradirei una precisazione.

MAURO MORETTI:
Grazie. Non abbiamo una storia come quella di Avio, così lineare. Noi abbiamo visto momenti di luci e di ombre. Siamo in una fase particolare, nel senso che è da un po’ di tempo che stiamo anellando anno dopo anno buoni risultati e l’Italia si è trovata ad avere, ed è una cosa rara, una grande impresa di servizi con una importante catena di fornitura di alto livello, che può decidere anche su quella che è la sua capacità, come Italia, di essere attrattiva o non attrattiva agli effetti di quella che è la domanda di insediamento mondiale. Come abbiamo fatto? Prima avevamo il problema che solamente sette anni fa avevamo un’azienda sostanzialmente fallita, quindi dovevamo rimetterla in piedi. L’operazione di salvataggio è stata un’operazione di creazione di posti di lavoro, sostanzialmente. Secondo, abbiamo fatto un’operazione di grandissima innovazione, soprattutto innovazione tecnologica. Oggi i nostri sistemi sulla rete, sui treni, sono i più avanzati al mondo, i nostri sistemi ad alta velocità controllano istantaneamente qualsiasi momento la velocità del treno e possono tranquillamente sostituirsi al macchinista. Gli incidenti che abbiamo visto negli ultimi tempi non si realizzano in Italia, grazie al fatto che abbiamo avuto il coraggio di fare una robusta commessa innovativa, abbiamo trovato anche imprese in Italia capaci di dare risposta. Il settore ferroviario italiano oggi è un settore all’avanguardia, inteso come filiera, anche industriale, di riferimento. Terzo, abbiamo poi messo a sistema tutti quanti i nostri processi industriali e commerciali. Siano un’azienda molto particolare, molto vasta sul territorio, e questo ci ha permesso di potere ottimizzare i nostri processi ed evitare diseconomie, concentrare tutte le nostre risorse su importanti investimenti. Gli investimenti sono quelli che si vedono anche in questi giorni, c’è il nostro stand là, non c’è solo l’alta velocità, che è stata comunque l’operazione di successo più importante per l’Italia negli ultimi dieci anni. E tra parentesi volevo dirvi, lo diceva stamattina un giornalista non ricordo su quale giornale, se voi andate a vedere la stampa di quindici anni fa sulla costruzione dell’alta velocità, c’era mezza Italia che non la voleva. Oggi non c’è nessuno che non la voglia, e anzi ci sono tutti quelli che sono stati esclusi che la vogliono. La programmazione bisogna farla anche nell’investimento. E stiamo a questo punto facendo l’operazione di grande investimento, siamo arrivati a investire dieci miliardi, un piano quinquennale di cui siamo già al secondo, al terzo anno, in auto finanziamento, che vengono ad accoppiarsi agli altri sette miliardi che sono forniti dallo Stato per la parte infrastrutturale. L’equivalente di questa cosa vuol dire circa duecentomila uomini ad anno di occupazione e occupazione pregiata, occupazione che è fatta tutta in filiere di alta tecnologia, di alta innovazione, anche perché noi concepiamo come nostro dovere, per la parte di ruolo di impresa che siamo, quella di far sì che ogni volta che apriamo una nuova commessa di investimento, si alzi il livello della domanda di innovazione. Lo riteniamo un fatto fondamentale, fisiologico, per una grande impresa. Tutto questo è stato dovuto al fatto che nonostante il grande processo di riconversione che abbiamo fatto, che quindi ha anche voluto dire tagli dolorosi, abbiamo sempre mantenuto intatto l’investimento sulle risorse umane. In particolare sono d’accordissimo con quello che diceva Caio in merito alle scuole di ingegneria italiana, sono veramente di alto livello, di alto livello soprattutto la parte di ingegneria industriale, (meno quella gestionale sulla quale avrei qualche difficoltà). E quando si fa riferimento ai Politecnici di Milano, Torino, alla Federico II, a Roma e così via, si è sicuri di poter contare su dei vivai importanti di giovani in grado di poter essere ai massimi livelli al mondo, e peraltro con il vantaggio di un basso costo relativo. Perché molte multinazionali mantengono centri di ricerca in Italia? Semplicemente perché il rapporto costo del lavoro rispetto al risultato è eccezionale. Mi pare che BBM in particolare abbia un buon centro in questo senso, e naturalmente noi, come grande impresa, ci poniamo il problema di essere luogo di creazione di vivaio interno, ma anche ruolo di presa verso le università, le scuole per poter lanciare. Questo poi ci permette di poter selezionare gruppi dirigenti importanti. Io ricordo che questa cosa una volta la faceva l’Iri, l’ENI, adesso sempre di meno viene fatto, bisogna che qualcuno lo faccia anche in Italia, perche non lo faranno mai le piccole imprese (lascio poi al Ministro Giovannini una considerazione che faceva stamattina, proprio in merito al buono delle grandi imprese rispetto alle piccole, proprio sulla capacità di poter valorizzare risorse umane importanti). Ci poniamo il problema di andare in giro per il mondo, siamo anche noi in tutti i continenti, abbiamo piantato due bandierine in Australia. Abbiamo vinto una gara di sostegno al governo brasiliano per poter ricostruire l’alta velocità a Rio de Janeiro e San Paolo, che è abortita almeno due volte. Quindi abbiamo costruito un’ottima reputazione anche internazionale. Ci aiuta la competizione? Sì, ci aiuta la competizione, più che in Europa, in Italia, perché siamo un Paese di alta competizione, siamo l’unico Paese al mondo dove c’è una competizione sull’alta velocità. Tutti i nostri servizi sono aperti a competizione. Semmai a volte c’è un problema, è che non abbiamo tanti concorrenti e per un piccolo fatto, che spesso non si riescono a fare quattrini e per potere entrare in competizione con noi bisogna riuscire a battere un competitor, noi, molto complicato. Il nostro Paese trova nei servizi una delle barriere più importanti all’accesso di capitali. I capitali vanno dove c’è tempo di risposta immediato, perché hanno bisogno di avere immediato ritorno di investimento, e in base alla valutazione costo/opportunità, si sceglie naturalmente dove l’opportunità è migliore, e per fare opportunità bisogna creare le condizioni e le condizioni sono quelle della magistratura civile, dei problemi delle regole troppo burocratiche che abbiano noi, il fatto che abbiamo ancora legislazioni che appartengono non al ventesimo secolo ma al diciannovesimo secolo. Sono tutte le cose che invece di aiutare la velocità di risposta la frenano in continuazione. Paradossalmente, la scuola di diritto italiano più che porre problemi di agevolazione e sviluppo, pone problemi di vincoli e norme che affogano lo sviluppo. E questo è un baratro, specie se unito all’altro incredibile difetto italiano, quello di legiferare su tutto. Abbiamo i poveri burocrati che non hanno uno spazio autonomo di risposta nel dare autorizzazioni, perché tutto è legificato e quindi questi hanno paura, ogni volta che si muovono, di andare a finire in galera. Noi dobbiamo fortemente delegificare. Perdonate se concludo con questo: per sperare in qualcosa quando si fa una direttiva europea, smettiamo di doverla indorare con cinquanta milioni di cose tutte italiane che non servono a nulla, se non a fare rallentare i tempi di risposta e a levitare i costi in maniera folle. Le nostre infrastrutture, per i vincoli nazionali che nessuno si sogna di mettere in Europa, costano il 50% in più e non c’è certezza nell’andare avanti. Portavo l’esempio della costruzione della stazione di Bologna interrata, di Firenze interrata: la stessa roba a Bologna si fa, a Firenze non si capisce perché non si può andare avanti. Ecco, se noi non riusciamo a risolvere questi problemi, avremo sempre difficoltà a farci capire fuori, e se poi non riusciamo neanche a dare un po’ di stabilità politica, per cui le imprese possano fare un minimo di programmazione almeno a medio termine, evidentemente non riusciremo a dare quelle garanzie necessarie minime per poter produrre investimento in Italia.

BERNHARD SCHOLZ:
Grazie. Banca Prossima è una banca dedicata al mondo del non profit. Secondo le pubblicazioni dell’ISTAT dicono che il terzo settore è cresciuto del 28% negli ultimi 10 anni e che sono più di trecento mila le organizzazioni non profit, con seicentoottantunmila dipendenti e duecentosettantamila lavoratori esterni. E’ un fattore impressionante per l’economia del Paese. Qual è la possibilità per sostenere la crescita in questo settore, che comunque in questo momento, per quanto riguarda gli aiuti dello Stato, è oggettivamente in difficoltà? Questa crescita in quale direzione va? È una cooperazione di pubblico e di privato? La vostra banca che ruolo ha in questo?

MARCO MORGANTI:
Grazie molte, grazie al Meeting innanzitutto, poi grazie anche a te, Bernhard, perché hai impostato la questione dalla notizia di prima pagina, quella che il terzo settore italiano non è più una nota marginale dell’economia, è un pezzo fondante dell’economia italiana. Ci lavorano un milione di persone retribuite e quattromilioni e mezzo di volontari, che sono già numeri che fanno impressione. Questo noi abbiamo preso l’abitudine di dircelo con toni qualche volta autolaudatori. Ci siamo contati, sappiamo quanti siamo, l’ISTAT autorevolmente ci dice che abbiamo raggiunto queste dimensioni, ma far succedere le conseguenze naturali di tutto questo dal punto di vista della programmazione politica, è proprio tutto un altro paio di maniche. E’ arrivato il momento di guardare avanti e vedere come far succedere le cose che favoriscano la crescita dell’economia sociale. Di virtù si muore, gli animali più belli sono quelli che stanno allo zoo si potrebbe dire, quelli che vengono messi in un luogo protetto e lasciati estinguere un poco alla volta. Basta con l’epoca delle buone intenzioni e del terzo settore che è la riserva indiana dei migliori tra di noi. Ci sono alcuni dati, in aggiunta a quelli che ha detto il Presidente in apertura, che fanno ragionare. Intanto questo milione di dipendenti vuol dire più del tessile e del chimico messi insieme e non contiamo i volontari, che hanno un ruolo fondamentale, non soltanto in senso morale ma proprio perché sono uno strumento di produzione, perché sono un fattore della produzione e fanno la diversità e la sostenibilità di questo mondo. Un secondo elemento che ci dice l’ISTAT è che questo settore, il terzo settore, cioè l’economia del bene comune, l’economia sociale, è diventato il primo fornitore di servizi in alcuni ambiti che non sono marginali. L’ambito dell’assistenza, dove si trova incalcolabilmente più avanti rispetto all’ambiente della privata for-profit, l’ambito dello sport, l’ambito dell’istruzione, dove sono stabilmente il secondo fornitore di servizi dopo il pubblico e anche l’ambito culturale. Se questo nostro sistema di beni culturali così manchevole sotto tanti punti di vista sta in piedi, si deve in una misura significativa al lavoro che fanno le organizzazioni del terzo settore. Torniamo qualche secondo allo sport. Lo sport vuol dire in Italia qualcosa come duecentomila organizzazioni. Vi do un termine di paragone: sapete quante sono in Europa in tutto? Ottocentomila, vuol dire che un’organizzazione di sport su quattro sta in Italia. Sicuramente ci sarà la sindrome italiana della atomizzazione dell’intrapresa e si potrebbe farla razionalizzare e farla diventare centomila e funzionerebbero meglio, sicuramente vero, ma è anche vero che la grande capacità che hanno di coinvolgimento dipende da questa pervasività, da questa presenza ovunque. Non c’è frazione di paesino d’Italia che non abbia la sua organizzazione sportiva. Quando si dice che il terzo settore non ha una dignità economica pari a quella del resto dell’economia, si parte dalla considerazione totalmente sbagliata che non produce PIL. Già il fatto di dare un milione di stipendi vuol dire un notevole contributo al Pil, ma provate a immaginarvi quanto contribuisce al Pil dei produttori di attrezzature sportive la bellezza di duecentomila organizzazioni di sport. Esisterebbe un’industria italiana che produce palloni di calcio, fioretti per tirare di scherma o palloni di palla canestro se non ci fosse lo sport di base? Quale sarebbe il bilancio dei costi sanitari se non ci fosse il movimento sportivo in Italia? Visto che trentaduemiliardi l’anno di spesa pubblica vanno a rimediare i danni dell’obesità, della cattiva nutrizione, il cui antidoto si chiama sport. Quanto è il contributo al Pil del terzo settore? Vogliamo continuare a considerarlo sulla base di fattori tradizionali? Come Banca Prossima, in un modo non scientifico, un po’ più a spanne ma con la forza dell’empirismo dei bilanci che devono tornare alla fine dell’anno, io vi dico che questo mondo nel quale si investe, nel quale per fare un paragone con l’agricoltura si fa piovere, è un mondo fertilissimo, fertilissimo. Non c’è Paese al mondo che somigli all’Italia dal punto di vista del terzo settore, per quantità, per qualità, per creatività. Quando io giro per l’Europa e sento dire che il sistema inglese ha partorito questa novità mondiale, epocale, dell’impact finance e dei social bonds e mi viene detto che questa potentissima macchina finanziaria è stata messa al lavoro sul tema del recupero delle persone che hanno un handicap sociale, quindi del reinserimento lavorativo – in questo caso di ex detenuti, dato che la prima importante applicazione del social bond, ha riguardato decine di ex detenuti inglesi che vengono reinseriti nel lavoro – bèh, la Cooperativa 29 giugno, che cito così, giusto per dire, a Roma fa lavorare per le strade, per i lavori di igiene della città, di pulizia, di mantenimento dei parchi, 1600 dipendenti che sono ex detenuti, più un numero molto limitato che non lo sono. Noi siamo il Paese più avanti di tutti in questa cosa che si chiama economia sociale. In questo thinking social, noi siamo infinitamente più avanti degli altri e questa cosa ci deve far piacere, come ci fa piacere l’eccellenza di certi soggetti for profit, o l’eccellenza del pubblico che riesce a essere in posizioni di avanguardia. Questa è l’esperienza che noi facciamo come banca. La banca, però, fa un calcolo anche più terra terra, dicendo: i soldi che ho prestato sono tornati? Sono tornati con gli interessi? Sono tornati nei tempi dovuti? La risposta è sì, ed è sì nella misura del 99,2%, vuol dire che se presti 100 euro al terzo settore te ne tornano indietro almeno 99,2, e non è detto che quello 0,8 sia perduto, è in corso di recupero in qualche modo di ristrutturazione del debito. Un settore dell’economia che oltre i numeri che ho detto ha anche la virtù che ho appena descritto, è un settore che non può più essere trascurato né dalle banche, né dall’iniziativa pubblica, né dai privati for profit, né dai cittadini investitori. Questa eccellenza nei comportamenti anche del credito, del debito del terzo settore non dipende dal fatto che il terzo settore è costituito di brave persone, ma dal fatto che il terzo settore lavora su bisogni primari come dare assistenza a una persona non autosufficiente, o consentire a un appassionato di musica lirica di andare a sentire la musica lirica. Queste produzioni di servizi sono tutte non de localizzabili. Non esiterà mai un cinese che viene a fare il lavoro del terzo settore a un quinto dei prezzi del terzo settore italiano e questo è importante, perché vuol dire che è un sistema naturalmente protetto, senza protezionismi, è protetto dal mercato, autoprotetto e virtuoso. E poi c’è il terzo elemento, che qui è di casa, che è la gratuità, gratuità del lavoro e dono. Per questo, per queste ragioni razionali prestare denaro al terzo settore funziona, vale la pena e bisogna farlo.

BERNHARD SCHOLZ:
Comunque penso che sia stato un esempio strepitoso il fatto che si possa guardare la stessa cosa da diversi punti di vista, da nuovi punti di vista, uscendo da vecchi schemi. Se amministro un Paese con grandi potenzialità, con imprese che vanno bene, con imprese innovative, ma anche un Paese con ostacoli, lentezze burocratiche, come facciamo a favorire questo alto livello di capitale umano che esce dalle nostre scuole, dalle nostre università? Cosa fa il nostro Governo?

ENRICO GIOVANNINI:
Grazie, grazie di questo invito. E’ la seconda volta che mi capita di venire al Meeting. La prima volta è stata nel 2011, ed è evidente che il Meeting è un luogo speciale. Così speciale che oggi sentendo le altre persone che sono intervenute, mi sono detto: “Ma ho sbagliato convegno! Questi devono parlare di un altro Paese, questi devono parlare di un Paese in cui si riesce a fare impresa”. E quindi un Ministro che dice ad un Amministratore delegato di una grande impresa “veramente ci sono tanti che fanno impresa”, va su tutti i giornali con l’accusa: “Lei fa polemica con Marchionne”. Non sto facendo polemica con Marchionne, sto dicendo esattamente quello che avete raccontato. E quindi la buona notizia è che naturalmente non siamo sulla montagna della Trasfigurazione, siamo sempre con i piedi per terra, e allora io l’ho trovata la risposta. Non ho la penna oggi, l’ho lasciata a casa e prima ho chiesto al Presidente “mi dà una penna?” e lui mi ha passato questa penna che si chiama “SisifoItalia”. Voi conoscete le fatiche di Sisifo, che si usa come paradigma di chi fatica continuamente per fare quello che deve fare e poi deve ricominciare, come Tantalo. E’ reale, assolutamente reale. Si possono fare tutte queste cose che abbiamo sentito, ma bisogna fare una fatica micidiale. E quando recentemente qualcuno mi ha detto che in Italia si lavora poco, ho risposto: “Si lavora poco? Quelli che lavorano, lavorano tanto. Il problema è che lavorano pochi”. Quando dico lavorano pochi, non sto dicendo che ci sono i famosi fannulloni, dico che evidentemente questo è un Paese che non riesce o non è riuscito a trasformare quella crescita in occupazione, per tornare al punto della nostra tavola rotonda, e dovremmo domandarci perché. Perché non ci è riuscito? E perché non ci sta riuscendo? Cosa dobbiamo fare per riuscirci? Prima di provare a dare delle risposte, ho voluto ritrovare un brano che vi leggo: “Nel nostro tempo, diventa sempre più rilevante il ruolo del lavoro umano, come fattore produttivo delle ricchezze. Diventa inoltre evidente come il lavoro di un uomo si intrecci naturalmente con quello di altri uomini. Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri. E’ un lavorare per gli altri, è un fare qualcosa per qualcuno. In effetti, la principale risorsa dell’uomo, insieme con la terra, è l’uomo stesso. E’ la sua intelligenza che fa scoprire le potenzialità produttive della terra e le multiformi modalità con cui i bisogni umani possono essere soddisfatti. E’ il suo disciplinato lavoro, in solidale collaborazione, che consente la creazione di comunità di lavoro sempre più ampie e affidabili, per operare la trasformazione dell’ambiente naturale e dello stesso ambiente umano. In questo processo sono coinvolte importanti virtù, come la diligenza, la laboriosità, la prudenza nell’assumere ragionevoli rischi, l’affidabilità e la fedeltà nei rapporti interpersonali, la fortezza nell’esecuzione di decisioni difficili e dolorose ma necessarie per il lavoro comune dell’azienda e per far fronte agli eventuali rovesci di fortuna”. Giovanni Paolo II, 1991, Centesimus annus. In questi passaggi Papa Wojtyla ci ricorda due cose fondamentali, che senza lavoro non c’è ricchezza e che la trasformazione da un’economia primaria ad un’economia secondaria e addirittura un’economia terziaria, in cui il problema non è più combinare uomini con macchine ma uomini con uomini, abbiamo una straordinaria opportunità per rendere tutti migliori e creare comunità. Noi l’abbiamo fatta la terziarizzazione, oggi abbiamo un mondo del terziario che naturalmente è dominante rispetto al mondo del primario e del secondario, dell’agricoltura e della manifattura. Ma siamo riusciti a fare tutto questo, quello di cui parlava Giovanni Paolo II, nella sua enciclica? No. E non ci siamo riusciti per varie ragioni. La prima: perché abbiamo sprecato il tempo. E gli anni che abbiamo sprecato di più sono stati quelli dell’euro. Io ho avuto l’opportunità straordinaria di lavorare a stretto contatto con Carlo Azeglio Ciampi – posso dire che insieme abbiamo fatto l’unione monetaria – e allora ci dicevano: “Ma se grazie all’euro non ci saranno più crisi finanziarie, cosa sveglierà questo Paese?”. Perché nel passato c’erano state le crisi valutarie, che improvvisamente, come nel settembre del ’92, svegliavano il Paese, facevano prendere importanti decisioni. Ci dicevamo “cosa sveglierà il Paese?”. Pensate che cosa abbia svegliato questo Paese, un’altra crisi finanziaria, nel 2008, e poi nel 2011. Perché noi non riusciamo a essere persistenti nelle cose che facciamo e nel generalizzare le tante buone pratiche che oggi abbiamo sentito? E la domanda è: l’abbiamo capita questa crisi? L’hanno capita quelle imprese che non sono nate perché abbiamo un tasso di imprenditorialità più basso tra tutti i Paesi europei. La bassa imprenditorialità vuol dire poche nuove imprese che entrano sul mercato e quindi fanno azione, magari scalzando chi si è un po’ seduto. La retorica dell’Italia fatta di tanti piccoli imprenditori, è una retorica che purtroppo non è nei dati degli ultimi dieci anni. Una retorica secondo la quale, pensate all’immaginario collettivo, il soggetto da imitare è il manager, non è l’imprenditore. Pensate a quanti imprenditori conosciamo, e quanti manager sono nell’immaginario collettivo, con tutto il rispetto naturalmente per i manager. Io ho un figlio di 31 anni che vuol fare e fa il manager. Un giorno gli ho chiesto “ma perché non vuoi una tua impresa?” e mi rispose “scherzi? Investire i miei soldi, rischiare i miei soldi?”. Credo che il nostro Paese abbia perso questa capacità, e da qui dobbiamo ripartire, ed è per questo che parte dei fondi che abbiamo messo, è proprio sulla auto imprenditorialità giovanile, rifinanziando progetti e un canale che era ormai esaurito. Abbiamo ulteriormente semplificato le imprese per i giovani, e abbiamo tolto il limite dei 35 anni, perché ci sono forse meno giovani come negli anni ’50 che hanno voglia di fare impresa, perché sono stati espulsi dalla loro impresa e hanno voglia di rimettersi. Perché quelli devono pagare migliaia di euro per fare un’impresa e invece un giovane no? Abbiamo tolto questo limite. Primo messaggio: ripartiamo dal fare impresa. Abbiamo bisogno di una comunicazione sull’argomento. Abbiamo bisogno di passare mezz’ora con i ragazzi, come ho fatto prima nella casa Welfare, cercando di spiegare quanto importante sia anche il lavoro manuale, anche il lavoro professionale, anche il lavoro tecnico e non solo il lavoro concettuale, che rimane assolutamente fondamentale. Secondo punto: le imprese hanno investito pochissimo, e il Paese con loro, nel capitale umano. Gli ultimi dati Istat ci mostrano come nel 2010 c’è stato un balzo di formazione interna alle imprese rispetto agli anni precedenti. Ma si parte da dei numeri bassissimi. Un’impresa che non investa nel proprio capitale umano, non solo l’ha detto Giovanni Paolo II, ma l’hanno detto anche i manuali di gestione delle imprese, non ha futuro. In una società in cui l’innovazione, nel terziario, ma anche nell’agricoltura, ma anche nel manifatturiero e non solo, la competizione si gioca sulle idee nuove, noi non investiamo abbastanza, né nella scuola, né all’interno delle imprese e infine abbiamo investito poco in innovazione organizzativa nel settore pubblico. Abbiamo mischiato, come dicevo oggi, il federalismo, questo sistema multilivello che non sempre funziona come dovrebbe, e non sempre chi dovrebbe intervenire interviene. E’ un ginepraio, in questi quattro mesi di attività da Ministro, ma ve lo dico con anni di esperienza di gestione di una amministrazione pubblica, abbiamo investito poco in dimensione aziendale. Io lo so che ogni volta mi faccio dei nemici quando dico che piccolo non è necessariamente bello, però è così. Perché piccolo vuol dire non solo scarsa economia di scala, ma vuol dire scarsa capacità di investire in ricerca, innovazione e formazione. Questo vuol dire anche trovare contratti di rete, questi strumenti nuovi che si sta cercando di sviluppare, ma dobbiamo superare come italiani l’idea che io sono l’unico che sa come si fanno le cose. I dati del censimento della popolazione dell’industria ci mostrano come abbiamo tantissime piccole imprese con una struttura proprietaria tipicamente familiare, in cui l’imprenditore ha un basso livello di istruzione, in cui c’è poca innovazione, poca capacità di esportazione, chiusura alla managerialità esterna. Invece anche quelle piccole medie imprese che hanno cambiato la struttura, si sono aperte, sono molto più competitive. Insomma, il Paese è fatto di tante forme, ma di tanti limiti. E allora, cosa abbiamo cercato di fare come Governo? Cito soltanto due punti, anche per ricordare quello che è stato citato da Morganti. Il fatto che adesso le pubbliche amministrazioni possano dare voucher per lavori che non sono socialmente utili, che non pesano più sulle spese per retribuzione delle pubbliche amministrazioni, ma sono dei costi intermedi, vuol dire che oggi le pubbliche amministrazioni hanno dei limiti forti nella spesa per il personale e queste non sono più spese per il personale. Sono spese intermedie che possono essere più liberamente utilizzate dalle imprese, dalle pubbliche amministrazioni. Per fare cosa? Per fare lavori utili, sociali, e magari coinvolgere persone di una certa età che hanno ancora voglia di contribuire. Questo è solo un piccolo esempio, che forse non è stato citato altre volte insieme a tutti gli incentivi per i giovani, per le assunzioni, e così via. Ultima considerazione che vorrei fare: il tema della responsabilità individuale. Io arrivo all’Istat nel 2009, a un anno dal censimento dell’agricoltura, riesco a convincere a darci 130 milioni che servivano per fare il censimento dell’agricoltura e come in tutti i casi nel passato si fa un bel regolamento. Bisogna andare al Parlamento, alla Corte dei Conti, in un anno miracolosamente riusciamo ad ottenere questo regolamento, e il censimento parte regolarmente. Nel frattempo, nel maggio del 2010, dobbiamo far partire il censimento della popolazione, 600 milioni di euro. Non c’erano tempi per il regolamento e allora vado dai Ministeri e dico “come si fa?”, “benissimo, ti diamo i soldi e lo facciamo senza regolamento”, “ma non serve il regolamento?”, “se noi scriviamo nella legge che non serve, non serve”, “quindi come faccio?”, “te li diamo e tu con un tuo atto distribuisci 600 milioni in tutto il Paese, fai tutto quello che credi opportuno, tanto la responsabilità è tua”. Io mi sono assunto la responsabilità naturalmente, sentiti i vari Ministeri e abbiamo fatto un censimento della popolazione all’avanguardia mondiale. Perché mi sono assunto la responsabilità e perché servono invece regolamenti? Perché l’amministratore pubblico pensa che se sto all’interno del regolamento nessuno mi può dire niente. Se invece sto fuori dal regolamento, allora mi prendo le responsabilità. Vi faccio questo esempio per dirvi che si possono fare le cose, anche nella pubblica amministrazione, ma c’è bisogno di sostenere le persone che lavorano e si assumono responsabilità anche nel settore pubblico. In questo senso, questa dicotomia tra settore privato e settore pubblico va superata. Ci sono tantissime persone che lavorano intensamente, magari la notte, per salvare i posti di lavoro di qualcuno, facendo le negoziazioni con imprese e sindacati, fino alle sei e mezza al mattino. Perché questo sentono come loro lavoro. Concludo questo primo intervento per dire che, al di là delle grandi azioni che la politica può fare, credo che queste considerazioni, quello che abbiamo sentito, ci facciano capire che ciascuno di noi è interpellato, magari come volontario, o come dipendente del terzo settore o di una banca, o di un’amministrazione di un’impresa. Non possiamo cambiare continuamente non solo classe dirigente, ma anche Palmento e Governo, abbiamo bisogno di essere in questo sforzo, consci dei problemi, impegnati nel risolverli, dandoci ogni tanto anche il cinque quando sentiamo storie di successo, che esistono anche in Italia.

BERNHARD SCHOLZ:
Facciamo adesso un secondo round, veloce, perché il tempo è quello che è, e dobbiamo usarlo molto bene, nel quale chiedo ai quattro rappresentanti dei sistemi imprenditoriali di dire in poche parole ciò di cui ci sarebbe bisogno perché le loro realtà potessero creare più occupazione: mercato del lavoro, contratti di apprendistato, tutto ciò che potrebbe aiutare di più perché si potessero inserire persone nelle aziende. Cominciamo sempre da Arcuri.

DOMENICO ARCURI:
La risposta sarebbe semplicissima: l’Italia non si occupa se non marginalmente di attrarre investimenti diretti dall’estero, per questo io non sono ancora diventato un paziente di uno psicanalista ma sono qui a parlarvi più volentieri delle altre cose che noi facciamo, che sono la gestione, come anche il Ministro ricordava prima, di tutti gli strumenti, le agevolazioni e gli incentivi che il Governo mette in campo per lo sviluppo e quando può per l’occupazione. Quindi la risposta alla domanda del moderatore è che avrei bisogno di quanti più danari possibili per rifinanziare le misure agevolative che esistono, ma è una risposta che oscilla tra lo scherzoso e l’infantile, perché capisco benissimo la scarsità delle risorse a disposizione. Farei un ragionamento di tre minuti, disordinato. Il primo punto del ragionamento è: noi non siamo, rispetto alla crescita possibile, simili a nessun altro Paese europeo a noi comparabile, per due ragioni che traccio e non approfondisco. La prima: noi abbiamo il 40% del Paese completamente staccato dall’altro 60%. Il prodotto interno lordo procapite del Mezzogiorno oggi, fatto a cento la media della Unione Europea a 27, è circa 67. Il prodotto interno lordo procapite del nord- est e del nord-ovest è circa 125, quindi poco meno del doppio. Questa situazione, ovvero la presenza di un divario di sviluppo endogeno, profondo, è la più grande del mondo che noi conosciamo per dimensione e la più vecchia del mondo che noi conosciamo per età. Nel 1951, anno di nascita della mai troppo rimpianta Cassa per il Mezzogiorno, il divario era uguale. Prima questione sulla quale noi dobbiamo fare i conti: noi abbiamo il 40% del Paese spaccato rispetto all’altro 60. Seconda questione, che il Ministro ha tratteggiato prima: noi abbiamo un livello di disoccupazione giovanile che ci allontana del livello di disoccupazione complessivo, che a giugno è il 12 e 6 e che è nella media del resto dell’Unione Europea, mentre non lo è il livello di disoccupazione giovanile. Cosa ci serve? In politica si direbbe che ci serve continuare a lavorare sulle politiche di coesione, che sono quelle destinate al tentativo di recuperare il divario, come da qualche anno il Governo ha ricominciato a fare. Il Mezzogiorno è fuori dall’agenda di Governo degli ultimi 15 anni; l’ultimo Governo che si è occupato seriamente della questione meridionale che non dico da chi era presieduto, ha governato tra il ’98 e il 2000. Oggi siamo nel 2013. Da qualche anno, si ricomincia a lavorare sulle politiche di questione, il che va continuato e rafforzato. Sarebbe anche carino che noi ricominciassimo a fare qualche pensiero di politica industriale. In Italia, un progetto di politica industriale degno di essere un progetto per il Paese, manca da un numero di anni che scegliete voi e che sono significativi rispetto a quello che succede nei Paesi diversi dal nostro. Rispetto a questo secondo aspetto, mi sembra che ci siano negli ultimi mesi alcuni segnali di speranza. Nei mesi che hanno preceduto questo governo, per ragioni che non sto qui ad elencare, che erano quasi tutte riguardanti la grande crisi che attraversava le nostre finanze, ma non tutte, e sono volutamente polemico, di politica industriale niente. Un po’ di filosofia. Negli ultimi mesi si ricomincia e questo è il secondo aspetto di cui l’Agenzia per lo sviluppo avrebbe bisogno. Terza cosa, io penso che noi siamo stati qualche decennio fa un Paese povero, orgoglioso e volitivo. Abbiamo fatto come si usa dire, un miracolo. Io credo che noi oggi siamo un Paese che non è più povero ma si ritiene semplicemente indebitato, che non è più orgoglioso, ma è semplicemente ripiegato, e che non è più volitivo, ma è semplicemente apatico. Secondo me, intorno a queste tre cose si può discutere e lavorare, al di là delle politiche di coesione indispensabili e delle politiche industriali benvenute, ove ritornassero a dare la risposta che stiamo cercando con questa nostra discussione. Grazie.

BERNHARD SCHOLZ:
Grazie. Francesco Caio.

FRANCESCO CAIO:
Anche io spesso penso che gli italiani sono stati i più bravi poveri al mondo; è come ricchi che siamo un disastro. Proprio assolutamente negati. Una considerazione. Può sembrare captatio benevolentiae, ma non lo è. Io non ho nulla da chiedere al Ministro, solo che resti lì perché ad avercene. Quello che però volevo condividere è che sono abbastanza convinto che le dinamiche di crescita, del business, del modello di impresa dal quale veniamo, saranno molto diverse ma veramente diverse. Quindi il rischio è quello di una crisi permanente, perché cambiano le dinamiche di come i ragazzi e le ragazze trovano lavoro. Qui va fatta una riflessione importantissima, perché lavoro ne arriva in abbondanza ma in settori completamente diversi. Sarà più breve, sarà per progetto, sarà internazionale, sarà molto più basato sulla conoscenza. Non voglio dire che non ci siano lavori manuali, ma cambia profondamente il mondo del lavoro. E di questo io penso che non ci sia una sufficiente consapevolezza. Questo significa che dobbiamo spingere i nostri ragazzi verso l’università, verso una formazione sempre crescente. Sento spesso dire che in Italia l’università non serve più. Non è vero che l’università non serve più! E’ essenziale. Il numero di ragazzi fra i 30 e i 34 anni laureati in Italia è questa colonnina qui in basso. Siamo gli asini d’Europa. Se voi guardate l’Eurofound statistics, pubblicata a marzo, dice che il mercato del lavoro in Europa si è polarizzato, sono aumentati i lavori a basso reddito e aumentati quelli a alto reddito, con una sola eccezione, l’Italia, dove sono solo aumentati quelli a basso reddito. I ragazzi se ne vanno, se ne stanno andando, ma capiterà anche a voi di sentire ragazzi, vostri figli o figli di vostri amici che vogliono andare fuori a lavorare e io gli dico di andare, però non va bene neanche quello che gli dico io, perché se non si crea una base di conoscenza diversa, noi rimaniamo indietro come Paese. E l’altra cosa, e ne parlavo con Ministro Carozza è il digitale. La scuola deve imparare a comunicare. Che studiassero l’italiano questi ragazzi! A me ha fatto specie l’altro giorno, parlando con un professore di Harvard, che loro oggi danno una forte valenza alla capacità di sintesi, che si chiama riassunto, o si chiamava così alle elementari. Adesso non c’è più. C’è Twitter, al quale si ispira il nostro legislatore, perché se tu cerchi di leggere un qualsiasi decreto è pieno di asterischi, palline. Adesso chiudo su una cosa invece che è altrettanto importante e molto più dolorosa, vale a dire la crescita dell’impresa o l’evoluzione dell’impresa. Essendo il sistema nel suo complesso un organo vivente, passa da very good news di imprese che crescono a less good news di imprese che purtroppo si avviano al declino. L’Italia ha perso la serenità di poter guardare in faccia questi problemi chiamandoli per nome. Io ho girato molti settori, sono stato privilegiato, ho fatto lavatrici, ho fatto telecomunicazioni, ho fatto motori d’aerei. Non so quanti lo sanno in questa platea, ma anche una delle aziende che supportano il Meeting è di Telecomunicazioni. Telecomunicazioni è un disastro annunciato. Io vent’anni fa ho fatto Omnitel. Noi avevamo due obiettivi: mettere più antenne possibili e più negozi possibili. Oggi di antenne ce ne sono troppe, di negozi pure, ma l’occupazione non si è ancora mossa. Queste cose qui, bisogna con serenità guardarle e capire come si risolvono. Perché l’occupazione e la nuova occupazione si crea anche trovando dei meccanismi socialmente sostenibili, ma queste cose si affrontano e si devono affrontare, altrimenti marciscono sotto il tavolo. Penso che questa sia una riflessione che mi auguro si possa fare nei prossimi mesi. Grazie.

MAURO MORETTI:
Cosa chiedo al Ministro? Intanto di continuare a fare quello che sta facendo. Non sentiamo più parlare di articolo 18, per fortuna, perché tanto non ne abbiamo bisogno, e stiamo facendo finalmente una legislazione del lavoro di tipo europeo, che è indispensabile per quello che ha detto adesso Francesco Caio. Non essendoci più garanzia di stabilità di un unico lavoro per la vita e dovendo congiungere vari pezzi di vita, allora il problema di garantire un reddito minimo, affinché i punti di raccordo possano essere gestiti senza avere un dramma sociale, questa è la questione fondamentale del futuro. Con il cambiamento veloce che avremo, dovremo sempre riabituarci a dovere rappezzare cicli di vita con momenti di riformazione e di sostegno ad altri elementi di espressione e di lavoro, di lavori diversi. L’Italia su sta roba qui è veramente all’inizio, quindi io ringrazio questa cosa, l’abbiamo vista dentro il Decreto “fare”. Prima, in conferenza stampa, ho ascoltato anche altre missioni, su cui poi credo il ministro ci dirà, che sono assolutamente indispensabili, perché altrimenti non riusciamo a ricostruire una maglia che garantisca una tenuta sociale, pur nelle difficoltà che vi sono, e che devono farci capire che anche la morte di un’azienda, se non c’è nessuna speranza di doverla riportare in vita, è doverosa. Non si deve salvare l’azienda in sé, si deve dare garanzia sociale a quei lavoratori di poter esser traghettati verso un altro lavoro, e possibilmente un lavoro qualificato. Buttare via i soldi in imprese morte è un dramma, è peccato. Secondo grande problema, il Ministro l’ha detto en passant: noi, in Italia, da un po’ di tempo, viviamo ormai di servizi per il 75% del nostro lavoro. Il problema è che sulla parte servizi noi non abbiamo le stesse garanzie e gli stessi supporti che abbiamo nella parte manifattura. Dobbiamo omogeneizzare. Vi faccio un esempio del settore dei trasporti che conosco bene. Se voi pensate a quello che è successo nel mondo dei trasporti in Italia, vedete che è tutto in crisi. È tutto in crisi, sia quelli vecchi che quelli nuovi, son già tutti in crisi. Come fare allora in un mondo come questo? Come fare a determinare gli elementi per una riconversione di settore indispensabile, gestendola senza drammi e senza ricatti? Ora questo problema è indispensabile, né si può pensare di affidarlo, come io ogni tanto sento dire da qualcuno, all’autorità dei trasporti. Ma insomma, ragazzi! La politica la fanno i politici, le autorità fanno un altro mestiere. Quindi gli elementi di ritessuto anche di tutta la parte dei servizi, di quello che sono le norme sul lavoro che vengono dalla matrice industriale, manifatturiera, devono essere estese per quella riproduzione che è fondamentale. Io vi faccio riflettere su questo in relazione a tre cose che sono venute fuori proprio in questi giorni sui giornali. Uno sulla stampa internazionale. L’ “Economist”, parlava del computer nella logica del cervello, programma Brain, che ha lanciato Obama in aprile. Capite cosa vuol dire? Altro che robot, di cui parlava “Repubblica” stamattina! Ormai c’è un’attrazione della tecnica e dell’innovazione tecnica e tecnologica in sé, che è funzionale e sostituisce quella che è la normale concezione della produzione, cioè il capitale. Se non altro perché siamo globalizzati, perché siamo divisi in due parti, non più la parte comunista e liberale, ma la parte di cultura europea e la parte di cultura asiatica. E si sta mettendo sul mercato anche quella di cultura africana. Beh, in questo mondo noi, o ricostruiamo degli elementi di gestione congiunturale che ci permettano, ripeto senza drammi, di dar la possibilità alla gente di riconvertirsi in qualsiasi periodo della loro lunga vita di lavoro (bisogna arrivare a sessantasette anni) oppure non ce la faremo. Questo ritengo sia un punto fondamentale, io mi auguro che il Ministro Giovannini possa mantenere a lungo il suo incarico, per poter produrre questa cosa che è indispensabile per il nostro Paese.

MARCO MORGANTI:
Io ho concluso con i segni positivi di questa economia nel terzo settore, nella quale è giusto credere, per ragioni di testa oltre che di cuore. Devo dire che questa economia cresce e si mantiene, si sostiene, e così regge nonostante sia piuttosto dimenticata ed emarginata, e nonostante si siano fatte delle cose che magari sono passate inosservate, ma che hanno avuto un peso tutto negativo. Penso alla cosa che è successa col governo scorso, l’abolizione dell’Agenzia per il Terzo settore. È un caso di cretinismo politico – mi dispiace usare un termine volgare e offensivo – perché il terzo settore, da un giorno a un altro, ha perduto un’agenzia quando ce ne sono delle altre, che potremmo enumerare, che non sono di per sé più importanti di un luogo terzo dove l’economia sociale si confronta con gli altri pezzi delle economie e delle istituzioni. Trasformare questa cosa che è una piazza libera, in un ufficio del Ministero, è proprio sbagliato, io lo dico di fronte a chi ha ereditato gli effetti di questa riforma, che riforma non è. È un taglio malaugurato, sbagliato, immotivato, impresentabile, di fronte a quella crescita del 28% di soggetti e di fronte ad una crescita di occupazione del 39%. Quindi ci sono delle cose che son state brutti segnali, segnali di disattenzione, disaffezione, addirittura di ostilità. È anche colpa del terzo settore che alla fine si innamora della sua condizione di riserva indiana, e che alla fine considera tutti gli altri come giacchette blu che li hanno cacciati dove non meritavano di essere cacciati, e quindi non c’è dialogo. Invece il dialogo ci deve essere, dev’essere da due parti. Questo è il punto di partenza. Io poi ho delle richieste specifiche, per esempio oggi il riconoscimento legale di un soggetto non profit lo fanno le Prefetture. Ma immaginate una scelta più infelice di questa? Più sbagliata di questa e più sperequativa di questa? O vi immaginate che nelle Prefetture, che hanno altre cose da fare, si sia determinata una competenza trasversale e ugualmente distribuita in tutto il Paese, tale da consentire ad un ufficio di una Prefettura di dire “tu sì, tu no!” in termini di titolo per avere il riconoscimento di soggetto non profit,? Con quali competenze, su che base? Si tratta di un problema di ordine pubblico? O si tratta piuttosto di un problema di vita civile? Questo è un primo elemento, poi bisogna inventare qualcosa di diverso. Probabilmente la soluzione è nel riconoscimento di professionisti, penso ai notai, che oggi come oggi danno il via libera alla costituzione di una SRL. Perché non devono farlo nei confronti di una fondazione, o di un altro soggetto del terzo settore per esempio? E non è un fatto minore perché si tratta proprio del soggetto che ti dà titolo ad esistere, quindi è proprio chi ti rilascia un documento di esistenza. Poi ci sono nuovi settori nei quali il terzo settore si deve spingere, l’economia sociale si deve spingere. L’economia sociale deve spingersi in altri ambiti, liberi, culturali, già sta facendo molto, ma fa molto un po’ come gli esploratori del polo fanno molto, si spingono al massimo delle loro capacità e procedono sulla banchigia. Bisogna sostenerli. Bisogna individuare la natura di soggetto dell’economia sociale come preferibile ad altra natura, per la gestione per esempio dei beni culturali, ma anche per la gestione proposta dai nuovi settori di altri beni comuni, l’acqua per esempio. È così necessario che si passi da una condizione di pubblicità ad una condizione di privatizzazione for profit, quando si parla di un acquedotto? Non c’è spazio per l’impresa sociale, per esempio? Pompei è un problema che è stato dato ai beni culturali, Pompei è un problema che ha avuto una sua soluzione emergenziale non meno meritoria di quella che è stata trovata dall’attuale Governo ma possibile che non ci sia nient’altro da fare oltre a quello che è stato fatto? Possibile che non ci fosse spazio per l’impresa sociale per gestire un patrimonio di quella capacità, di quella potenzialità verso l’intero mondo? Questi sono soltanto due esempi, ma ce ne sono tanti altri, di ambiti nei quali il terzo settore deve espandersi. È il coraggio dell’esploratore del polo! Bisogna dotarlo dei cani slitta giusti e delle condizioni giuste per andare a fare la sua esplorazione, secondo punto fondamentale. C’è un terzo punto, un po’ istituzionale, di architettura dei governi. Ma è possibile che l’Italia, a fronte di tutto questo, a fronte del movimento di non profit più ricco, più importante che c’è al mondo, non abbia nemmeno un Ministro? È così irrazionale chiedere che esista un Ministro, come c’è n’è uno in Francia? Ministro dell’economia sociale e solidale. Non c’è necessità di una regia centrale forte nelle mani di un Ministro? Mi spingo un po’ più in là, visto che c’è un tema di sussidiarietà. Prima parlavo dei notai che potrebbero fare la sussidiarietà rispetto alle Prefetture. Chiamiamolo Ministro di Sussidiarietà, visto che è un tema fondamentale. Forse un po’ di fantascienza, va benissimo, io sono abituato anche a dirle grosse. Perché non dovrebbe esistere? Abbiamo un tema di applicazione di questo valore, perché è un valore in tutte le direzioni possibili. C’è un altro tema importante che è quello della nascita in altri Paesi che non hanno un terzo settore paragonabile al nostro, come l’Inghilterra, la nascita di strumenti finanziari molto evoluti, molto avanzati, che sono in condizione di proiettare l’economia sociale oltre i limiti attuali. Penso appunto a tutto ciò che è stato creato all’insegna del sociale in Inghilterra. È il momento di portare il social bond in Italia, perché se sbarcasse in Italia, con tutta la serie di modifiche anche formali che bisogna apportarvi, se sbarcasse in Italia verserebbe capacità economiche su un’economia sociale immensamente varia, ricca e residente. Voglio concludere con un particolare. Prima parlavo di creatività. Non è sorprendente che l’Italia del terzo settore sia la stessa Italia del calzaturiero, la stessa Italia che ha fatto la fortuna degli italiani all’insegna della creatività, del piccolo e geniale? Il terzo settore è tipicamente geniale nelle sue soluzioni, e se ne sono accorti tutti tranne i sottoscritti, tranne noi italiani, comprese le Istituzioni. Noi non lo sappiamo, ma gli Emirati arabi, nel momento in cui devono pensare al loro sistema di asili nido, perché non ne hanno mai avuti prima, vengono a Reggio Emilia e si rivolgono alla Cooperazione Sociale Italiana per impiantare un sistema di asili nido negli Emirati. In Cina c’è una partita aperta di residenze sanitarie assistite che verranno gestite in parte, non tutte, da soggetti italiani e sulla base di esperienze italiane, che sono le più avanzate al mondo. L’inserimento lavorativo degli ex, dei veterani di guerra, in Inghilterra viene fatto anche da una cooperativa sociale italiana di Perugia, che si impegna da anni nel reinserimento lavorativo. Sono tutte esperienze di punta. Cosa voglio dire? Queste esperienze di punta sono o non sono sufficienti a che si faccia, lasciatemi usare un termine un po’ provocatorio, una missione commerciale del terzo settore all’estero? Facciamo vedere cosa sappiamo fare come non profit italiano, e facciamolo vedere in giro. Ci sono problemi giganteschi aperti in tutto il mondo e il fatto che l’Italia abbia sperimentato così tanto, va tradotto in valore, quindi è persino possibile un export di queste esperienze. Ma prima di tutto questo, o insieme a tutto questo, bisogna ragionare su quello che si fa qui in Italia. E allora queste misure che sono quelle che ho citato, comprese quelle un po’ più fantasiose, sono misure che vanno prese adesso. Grazie.

BERNHARD SCHOLZ:
Penso che in questo caso, in modo particolare, dobbiamo fare leva sulla sua esperienza nella scuola elementare di fare il riassunto. Io però vorrei solo una frase, una frase sola, un’osservazione sola su: apprendistato, primo livello, perché penso che questa sia una leva importantissima per raggiungere un’esperienza professionale che dia al ragazzo il bagaglio per attraversare i vari cambiamenti che deve affrontare nella sua vita.

ENRICO GIOVANNINI:
Sì, comincio proprio da questo punto. Da quattro mesi Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, guardando la legislazione, parlando con gli operatori, con i Sindacati, con la Regione, sono rimasto stupito di due buchi enormi che abbiamo nel nostro sistema. Il primo è un insieme di servizi per l’impiego che non sono all’altezza di quello di cui abbiamo bisogno, anche per i motivi che ci siamo detti. I servizi per l’impiego oggi in Italia, cinquecentosessanta centri per l’impiego più le agenzie per il lavoro etc., hanno come al solito punte d’eccellenza, punte non d’eccellenza, ma non sono un sistema. Non sono un sistema né informativo, né di documentazione. Non sono un sistema sono n pezzi. Nel Decreto abbiamo avviato questa struttura di missione in cui ci sono tutti gli attori al tavolo (si riunisce di nuovo il 4 settembre) ed entro ottobre proporremo una riforma organica dei Centri per l’impiego e dei Servizi per il lavoro. Senza di quelli, ad un disoccupato o a un giovane, auguri! Oggi i Centri per l’impiego intermedi hanno il 3% dei lavoratori assunti! Non esiste! Poi naturalmente abbiamo seimilaseicento persone, molte delle quali fanno un lavoro molto attento, quando in Inghilterra ce ne sono centomila! Non sto proponendo di averne centomila in Italia, noi spendiamo cinquecento milioni più o meno all’anno per i Centri per l’impiego, per i Servizi per l’impiego; in Francia e in Germania spendono cinque miliardi. È un investimento, non è un costo! Questa è la prima cosa di cui mi sono convinto, c’è un buco enorme! Riforma strutturale altrettanto importante di altre riforme strutturali di cui per anni abbiamo parlato. Questo ha a che fare, è strettamente collegato al tema apprendistato, al tema formazione, al tema della nostra capacità di prendere per mano le persone e orientarle, non portarle, ma orientarle nella direzione giusta. Secondo punto, buco enorme è il reddito minimo d’inserimento, d’inclusione. Quel buco, cioè il fatto che noi non abbiamo un sistema di attivazione che nel frattempo ti sostiene economicamente, ci ha spinto ad allungare gli ammortizzatori del lavoro (così che abbiamo gente in mobilità da dieci anni, benché il posto del lavoro ormai si sia perso) e abbiamo dall’altra parte cercato di allungare il sistema pensionistico con le pensioni di anzianità e tutte le altre cose, per tentare di colmare questo buco centrale. Ora la pensione per l’anzianità non ce l’abbiamo più, gli ammortizzatori in deroga non solo ci costano quello che ci costano, ma se non affrontiamo questo pilastro fondamentale non andiamo molto lontano, soprattutto per gestire le mini-crisi continue, settoriali o d’impresa, che in un mondo come quello che ci aspetta, quello che conosciamo, avverranno continuamente. Sull’apprendistato in particolare, la cosa non funziona. Abbiamo messo un limite: se entro il 30 settembre le Regioni non legiferano in modo coordinato, scatta la tagliola, forse un po’ semplificatrice, che noi abbiamo messo in campo, ma su due milioni e mezzo di contratti di lavoro firmati ogni trimestre, i contratti di apprendistato, che pure hanno un vantaggio contributivo straordinario, sono settantamila-ottantamila. Insomma, inesistenti. Gli asini d’Europa. Aspettate che arrivi la rivelazione PIAC dell’OCSE. La rilevazione PISA normalmente si fa per i quindicenni, PIAC è applicata a tutta la popolazione italiana. Io ero all’OCSE quando abbiamo sviluppato questa rilevazione, ho sempre sperato di non entrare nel campione, perché temevo che la mia autostima sarebbe crollata. I risultati, i preliminari sono molto preoccupanti. Per questo con il Ministro Carrozza da settembre iniziamo un progetto per un programma di formazione che deve riguardare tutti, non soltanto chi lavora, non soltanto chi è oggi studente, perché PIAC è stato costruito per cercare di capire qual è la capacità delle persone di vivere nel mondo complicato in cui viviamo. E noi siamo in una posizione drammatica. Dobbiamo prendere coscienza di questo: studiare di più a tutti i livelli è un must, una necessità assoluta, in tutti i livelli, in tutte le aree, a tutte le età. Però abbiamo anche bisogno di guardare al futuro e dare spazio a chi questo futuro ce l’ha in mente. Sempre quel figlio di cui vi ho parlato – adesso ha invece deciso di investire una parte dei suoi soldi in un incubatore – ha incontrato un ragazzo di 28 anni, ingegnere, che è stato alla NASA, dove ha fatto un progetto, gliel’hanno bocciato e ha deciso di andarsene. Ma Obama, che ha saputo di questo progetto, ha cacciato il direttore che l’aveva cacciato e l’ha assunto come consulente. Sapete qual è questo progetto? Abbiamo un problema nei viaggi verso Marte, che sono lunghi. Allora prendiamo un asteroide, lo spostiamo nella rotta fra la Terra e Marte, lo collochiamo in posizione precisa, perché lì sta fermo, e a questo punto ci facciamo la base intermedia per andare su Marte. Questo era il progetto di questo ragazzo. Andate su Google e cercate “cattura di asteroidi” e vedrete che cosa la NASA sta pensando di fare per catturare asteroidi pieni di materie prime e sfruttarli. Allora visionari così, forse anche noi avremmo detto “va beh ragazzo, sei un po’ matto eh, torna quando hai un’altra idea”, e invece … invece no. Io ho visto una volta un bellissimo servizio in televisione di due meccanici italiani che avevano reinventato la ruota. Voi immaginate reinventare la ruota? E cosa dicevano? “Noi eravamo a un bar, stavamo prendendo un aperitivo – in Romagna, ovviamente – e abbiamo visto questa ruota di una macchina appena arrivata, e abbiamo detto: ma perché noi giriamo la ruota dal centro? È la cosa più inefficiente del mondo. La ruota si gira molto più facilmente spostandola dalla circonferenza, non dal centro”. E quindi hanno inventato un sistema di rinvii che secondo loro, facendo girare le ruote dall’esterno e non dal’interno, tagliano del 40% i combustibili necessari per i motori. Non se n’è più sentito parlare. Secondo me li hanno chiusi in una cassa e li hanno messi da una parte! Ecco io non so se è una buona idea o meno, ma è così che ragionano i venture capitalist di cui oggi sentiamo un bisogno enorme in Italia. E questo lo dico, e mi avvio alla conclusione, perché il dibattito di oggi c’ha fatto vedere che ci sono pezzi di Italia che ragionano e realizzano in questa direzione. Bene, a me piacerebbe una comunicazione pubblica che, accanto ai tanti problemi che ci sono, facesse anche vedere le tante idee che nascono in Italia e magari quelle che nascono fuori Italia, così che qualcuno le importi, le realizzi, e non soltanto il brutto che abbiamo, e ce n’è tanto purtroppo! Morganti ha usato più volte la parola “resilienza”: che vuol dire resilienza? Una parola che abbiamo in italiano ma che non purtroppo non usiamo, è la capacità di reagire agli shock. Ecco, sono molto contento che Monica Maggioni, Direttore di Rai News24, si sia impegnata in una trasmissione sulla “resilienza”, che documenterà casi di imprese che non hanno mollato, che di fronte alle difficoltà hanno trovato una soluzione, e magari quelle soluzioni serviranno ad altri. Concludo a questo punto con due osservazioni molto rapide. La prima sul non profit. Insieme al Viceministro Guerra, a settembre, avvieremo un gruppo per ridiscutere la legislazione sul terzo settore. Cambiamogli nome! Perché quest’idea della medaglia di bronzo andava bene quando Stefano Zamagni, che tra l’altro collaborò a scrivere l’enciclica, aveva l’idea del Primo settore, il privato, poi lo Stato, però il terzo settore dà l’idea di una cosa appunto un po’ così … troviamo, fate un concorso per un nuovo nome in questo settore, che sia più appealing e che dia conto della motivazione e del senso di quello che si fa. Concludo con due citazioni, se mi permettete: la prima è ancora Sisifo. Santa Wikipedia ricorda che in tutti i miti che lo riguardano, Sisifo appare come il più scaltro dei mortali e il meno scrupoloso. E a cosa viene condannato Sisifo? A spingere lungo una montagna un masso, che quando arriva in cima gli rotola indietro e deve tornare indietro. Vi ricorda qualcosa, anche nel dibattito di questi giorni? Quest’idea che noi riusciamo anche a portare questi massi in cima alla montagna, ma poi per qualche ragione ci scivolano, siamo poco scrupolosi, c’abbiamo messo forse poche zeppe e quelli rotolano indietro e dobbiamo ricominciare daccapo. Superare questo atteggiamento, superare questa mancanza di prospettiva, credo che ci porterebbe fuori dalla crisi più facilmente. Non voglio fare il generico, perché poi ognuno nel suo lavoro deve impegnarsi a fondo, e io nel mio piccolo è quello che cerco di fare. L’ultima citazione riguarda Manzoni, ed è di nuovo una cosa che riguarda tutti noi. Noi ci aspettiamo sempre qualcosa, ci aspettiamo da tutti qualcosa e in particolare dai politici, giustamente. Dice Manzoni: “Ora sapete com’è l’aspettativa: immaginosa, credula, sicura, alla prova poi difficile, schizzinosa, non trova mai tanto che le basti, perché in sostanza non sapeva quello che si volesse”. Ecco, riuscire attraverso momenti come questi a elaborare qualcosa che si vuole realizzare, di nuovo ci farebbe passare da una aspettativa alla Manzoni a una progettazione, che farebbe riemergere l’uomo da quell’emergenza che da titolo a tutto il convegno e, ricordando Giovanni Paolo II, farebbe riemergere quel valore che il lavoro produce per tutti noi. Grazie.

BERNHARD SCHOLZ:
Io ringrazio tutti i partecipanti e ringrazio il Signor Ministro, e penso che, dato che la crescita dipende dalle decisioni che prende ognuno di noi, come giustamente è stato detto, e dato che queste decisioni possono essere lungimiranti, frutto di speranza o paralizzanti, frutto di paure, penso che questo incontro abbia contribuito a superare quest’emergenza, che spesso si vive in questo Paese, che è stata chiamata apatia, rassegnazione. C’è bisogno invece di aperture, strade nuove, esempi positivi che ci incoraggino anche a catturare qualche asteroide che forse, per ora, sembra troppo lontano. Grazie.
Trascrizione non rivista dai relatori

Data

21 Agosto 2013

Ora

17:00

Edizione

2013

Luogo

Sala Neri
Categoria