PIÙ SOCIETÀ, MENO STATO. L’ESPERIENZA DEL DONO NELLA TRADIZIONE ITALIANA - Meeting di Rimini

PIÙ SOCIETÀ, MENO STATO. L’ESPERIENZA DEL DONO NELLA TRADIZIONE ITALIANA

Più società, meno Stato. L' esperienza del dono nella tradizione italiana

Più società, meno Stato. L' esperienza del dono nella tradizione italiana

In collaborazione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Partecipano: Carlo Borgomeo, Presidente Fondazione per il Sud; Luigi Campiglio, Pro-Rettore e Docente di Politica Economica all’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano; Maurizio Sacconi, Ministro del Welfare. Introduce Marco Lucchini, Direttore Fondazione Banco Alimentare Onlus.

 

MARCO LUCCHINI:
Buongiorno a tutti. Grazie per avere aderito alla proposta di questo incontro: “Più società, meno Stato. La tradizione del dono in Italia”. Ringrazio in modo particolare il ministro Sacconi che, in occasione del 2010, anno europeo contro la povertà e all’esclusione sociale, ha voluto utilizzare per una campagna di comunicazione il tema del dono come possibilità di contributo che ciascuno può dare al bene comune. Ha voluto rischiare questo tema, che forse non era il più popolare, o il migliore per ottenere consenso, un tema che ha riscontrato anche qualche opposizione. Ma meglio ci spiegherà lui nel suo intervento. Poi ringrazio, alla mia sinistra, il professor Campiglio che l’anno scorso ci ha permesso, come Banco Alimentare, di presentare la prima indagine sulla povertà alimentare in Italia in collaborazione con la Fondazione per la Sussidiarietà. Un’indagine che ha misurato e dimostrato la reale esigenza di oggi, nel nostro paese, attraverso il metodo dell’incontro con le associazioni e gli enti che tutti i giorni operano sul nostro territorio. Quindi, riconoscendo un patrimonio di sussidiarietà, che arricchisce la nostra società e rende meno oneroso l’intervento dello Stato.
Per questo, “più società, meno Stato”: non perché non vogliamo lo Stato, ma perché vogliamo che lo Stato riconosca il contributo, non solo ideale ma anche economico, sociale, culturale, che rende grande un paese. Il professor Campiglio ci ha aiutato proprio a mostrare come il Banco Alimentare sia un fattore di innovazione sociale. In ultimo, Carlo Borgomeo. Ieri, rileggendo il suo ampio curriculum, l’ho definito “l’uomo CDO”, nel senso che la Compagnia delle Opere, da sempre, è una realtà fatta da profit e da non profit. Nella sua lunga carriera, lui ha realizzato molto profit ma anche molto non profit. Attualmente si sta occupando di una tra le azioni più importanti, in particolare per il sud. Come presidente della Fondazione Sud, porta avanti l’idea di sviluppare, anche in un Sud dove sembra che tutto sia reso impossibile, i tentativi che ci sono di positività, di costruzione per giovani e non giovani che vogliono dimostrare che non è un luogo finito. C’è anche lì una possibilità di generare e ricostruire opere, senza pretendere soltanto contributi dallo Stato.
Ecco perché “più società, meno Stato”. Più società, cioè il contributo di tutti. Pensate ad esempio cosa vuol dire la giornata della Colletta Alimentare o la giornata del Banco Farmaceutico, tutte le associazioni che quotidianamente aiutano perché lo Stato possa compiere sempre meglio il proprio compito e possa, anche in un momento di crisi come quello attuale, rispondere a tutte le necessità, non dovendo “sborsare” più soldi di quello che è ragionevole che faccia. Quindi, un’utilità anche economica.
A questo punto, lascio la parola ai relatori, faremo un intervento per ciascuno cosicché avremo modo anche di approfondire punti di vista diversi: il punto di vista accademico, un punto di vista sicuramente più istituzionale e politico, infine Borgomeo, la realtà di una fondazione, chiamiamola “bancaria”, che interviene a sostegno di opere nel sud. A questo punto darei la parola al professor Campiglio, che ringrazio nuovamente.

LUIGI CAMPIGLIO:
Grazie di cuore. Lucchini ha parlato del Banco Alimentare come di innovazione sociale, e lo è. La domanda che mi faccio e a cui cerco di dare una breve, sommaria e preliminare risposta, è se anche una struttura organizzata della disponibilità a dare, a donare, che esiste nella società italiana, possa rappresentare una qualche forma di innovazione sociale, anche nel senso della sussidiarietà: e se sì, in che modo. Ecco, il tema della carità, come voi sapete, è apparso in primo piano soprattutto nell’ultima Enciclica ma, allo stesso tempo, ha creato un ampio numero di interpretazioni, come è giusto che accada per i concetti nuovi che via via, adesso, vanno convergendo in un pensiero condiviso. Un pensiero condiviso che cerca di mettere a tema cosa si debba intendere per “dono”. Parlerò, ovviamente dal punto di vista di un economista, di come e quali strutture possano meglio favorire, anche sulla base delle esperienze internazionali di successo, questo processo.
Il primo punto è che il dono va considerato come un atto personale, privato e intenzionale. Non deve essere un gesto di pietà, che pure è necessaria, ma deve essere, in forma strutturata, un atto di solidarietà perché nella solidarietà si esprimono anche i confini e gli ambiti di comunità. Comunità di chi dà e comunità di chi riceve. Questo, a mio parere, è il primo elemento fondamentale che per esempio caratterizza il dono nell’ambito familiare, che è quanto di più naturale ci si possa immaginare ma di cui spesso ci si dimentica anche a livello pubblico: cioè, del fatto che nell’ambito della famiglia le ragioni del merito e le ragioni del bisogno non sono in contraddizione ma si coniugano nel modo migliore possibile. Questo è un risultato straordinario che, con grande fatica, nelle società moderne viene realizzato e che invece dentro la famiglia trova spazi naturali. Primo punto.
Il secondo punto è, diciamo, il “come” definire il rapporto tra filantropia e mercato ma soprattutto, quando questo si verifica, in che modo farlo funzionare. Cioè: donare è complicato. “Donare è una virtù” diceva Aristotele, ma è anche complicato, perché donare in modo retto significa anche saper scegliere il quanto, il dove, il chi. E capite bene che tutte queste dimensioni difficilmente appartengono a una decisione centralizzata, per quanto generosa. Ma certamente possono funzionare molto bene se si coordinano con informazioni, per esempio, a livello locale. Ora, il mondo della filantropia negli Stati Uniti, come qualcuno di voi saprà, è particolarmente sviluppato. L’ordine di grandezza delle risorse impegnate è veramente notevole: le stime parlano di più del 2% del PIL americano, nonostante la crisi. Questo deve fare riflettere, perché il donare dentro la società americana è diventato un elemento costitutivo del vivere, pur senza mitizzarlo, perché problemi ci sono anche da quel punto di vista. Però, teniamo presente che questo è un mondo, ed è un mondo per di più che proprio in questa fase di crisi sta ricevendo impulsi straordinariamente innovativi. Faccio riferimento ad una iniziativa promossa da Warren Buffett – per chi non lo conosce, è sempre, più o meno, nella lista dei cinque, dieci uomini più ricchi del mondo – e Bill Gates: hanno promosso un’iniziativa che va sotto il nome di “Promessa solenne a donare”. Consiste in una promessa che, se ci pensate un momento, è veramente impegnativa, rivolta ai miliardari americani. Per rispondere, occorre sottoscrivere un impegno di donare almeno il 50% del proprio patrimonio. Dato che stiamo parlando di miliardari americani, capite bene che qui la dimensione economica e la dimensione etica si intrecciano in modo strettissimo e inevitabile. Viene da domandarsi due cose: primo, cosa sta accadendo ai miliardari americani? Secondo, che cosa può accadere da noi? Cosa accade ai miliardari americani? C’è anche un sito Internet molto interessante che dà conto delle motivazioni, perché ciascuno di questi quaranta miliardari americani che finora hanno aderito motiva pubblicamente le ragioni per cui prende questo impegno. Ad esempio, Warren Buffett, che è un imprenditore liberale, come avrebbe detto Aristotele, ma molto al di là di quello che Aristotele stesso riteneva, si è impegnato a donare addirittura il 99% della sua società a fondazioni filantropiche.
Faccio solo due brevi citazioni perché mi paiono illuminanti. Buffett fa questo – e lo dichiara pubblicamente – “per favorire coloro che per il gioco della sorte hanno ricevuto nella vita la pagliuzza più corta”. Non so se avete mai fatto questo gioco che si faceva una volta a militare, di tirare le pagliuzze e vedere a chi rimaneva in mano la più corta, perché doveva andare a fare i lavori meno gradevoli. Ora, ci possiamo credere, non ci possiamo credere, però è una dichiarazione pubblica, certamente impegnativa. Così come Bill Gates e la moglie hanno un obiettivo, e una fondazione dedicata: ridurre la mortalità infantile, eliminare le barriere allo sviluppo umano dei minori. Affermano: “Crediamo che ogni bambino meriti l’opportunità di crescere, sognare e fare grandi cose”.
E’ chiaro che le motivazioni che stanno dietro a un’intenzione così nobile sono tante. Un’indagine che è stata fatta dice che sì, effettivamente le motivazioni sono molte: c’è chi ritiene di restituire alla società un po’ del bene che ha ricevuto dalla società o dalla comunità stessa; c’è chi ritiene di rispondere a una domanda di senso, di significato religioso; c’è chi vuole fare del bene e misurarlo, misurare l’impatto che fa la differenza. Le motivazioni sono molte, però il risultato è unico, cioè l’intenzione di fare in modo che chi riceve stia meglio, che è poi il senso autentico del dono.
Ora, cosa possiamo dire dell’Italia? Possiamo dire che ciò che conosciamo dell’esperienza italiana è numericamente al di sotto di queste esperienze, anche molto particolari, degli americani, ma con grandi potenzialità perché, ad esempio, il Banco Alimentare è per antonomasia un’istituzione che trova nella sua interlocuzione con chi riceve un’attenzione mirata, particolare, sulle persone e sugli individui. Questo fa del Banco qualcosa di unico – l’ho già detto pubblicamente in altre circostanze – nel panorama italiano. Ma le potenzialità? Ci sono segnali di potenzialità a dare, a donare? Sì che ci sono, vi faccio solo tre esempi. Il primo è l’esempio più elementare, la donazione all’interno della famiglia. La donazione più importante di cui rimane traccia in Italia è la donazione di case, appartamenti per abitazione e terreni. Ora, gli atti di donazione di appartamenti in Italia, nel 2006, erano 300/350.000, contro una richiesta di licenze per costruire di 400.000. Questo per darvi un ordine di grandezza: non è detto che le donazioni riguardassero tutte case nuove, però ci muoviamo su ordini di grandezza che davvero fanno la differenza nel mercato, e non solo. La famiglia italiana, tanto vituperata, è e rimane il luogo al cui interno si realizza quella ridistribuzione ottimale fra merito e bisogno di cui prima si parlava. Non a caso, nel 70% dei casi, quando esistono delle difficoltà, è proprio all’interno della famiglia (se le condizioni lo consentono) che trovano una risposta.
Il secondo esempio che ci viene da indagini internazionali è la World Values Surveyche ci dice per esempio come in Italia sull’ambiente (non su altri temi, perché non è stata fatta la domanda) gli italiani abbiano una disponibilità a pagare. È un fatto anche un po’ curioso, perché c’è una disponibilità, non a essere “tassati” di più ma a pagare di più, cioè a donare. La disponibilità a donare è molto elevata, così come, per esempio, l’esperienza del Fondo Famiglia e Lavoro promosso dalla Diocesi di Milano è un bell’esempio di come forze di base possano essere catalizzate per ragioni di solidarietà, anche nei confronti di chi non si conosce. Le risorse accumulate con il Fondo di Solidarietà sono veramente notevoli: a Milano non bastano mai (questo va da sé) e vanno utilizzate con grande attenzione, ma testimoniano una potenzialità che va certamente valorizzata.
Allora, per valorizzarla, e qui vengo ad un altro punto, soprattutto nel nostro paese, è importante non solo la testimonianza (che è fondamentale) ma una testimonianza vissuta, vera e documentata del fatto che quell’intenzione del fare bene, del migliorare, davvero ha prodotto un cambiamento. Su questo ambito, su questo potenziale inutilizzato del desiderio di solidarietà che esiste nel nostro paese, a mio parere davvero c’è molto, tanto da lavorare, perché il dono rappresenti un momento di solidarietà, ancora prima che di pietà (peraltro, sentimento quanto mai nobile), per chi non ha altro.
Ma parliamo di una solidarietà che duri nel tempo: qui devo ricordare un altro aspetto che appartiene alla tradizione americana ma che credo di vedere anche nell’esperienza del Banco: una volta che il donatore entra nell’ordine di idee che questo è un modo giusto, magari anche utile per le aziende, per andare avanti, per risolvere dei problemi, e anche per concretizzare un senso di responsabilità sociale, quando tutto questo avviene, le aziende diventano anche più fedeli.
Un timone di questa dinamica delle donazioni negli Stati Uniti, ad esempio, è: quando le cose vanno bene, le imprese donano, quando le cose vanno male, facciamo di necessità virtù, tagliamo. Per esempio, durante questa crisi si è tagliato ma non come ci si sarebbe potuti immaginare: le donazioni negli Stati Uniti, nell’anno della grande crisi, cioè l’anno scorso, sono diminuite del 3%, che non è una cosa stratosferica. Certamente ha consentito di continuare l’attività. Non a caso, uno dei parametri che viene guardato molto spesso è il rapporto tra costi fissi e costi totali, l’impegno totale, perché se anche dentro a una di queste strutture c’è troppa struttura, le risorse disponibili rischiano di esaurirsi. Ecco che, in questo senso, accanto alla disponibilità delle persone e delle imprese, certamente occorre un passo in avanti da parte dello Stato, perché è chiaro e noto anche a chi non è del settore quanto la fiscalità sia favorevole, nel caso americano, a tutto ciò che ho raccontato prima. Io non conosco studi, analisi che dicano quanto sarebbe conveniente per noi, per il nostro paese, fare tutto questo. Penso di sì, molto, penso che lo sarebbe tanto. E certamente, oltre alla convenienza, lasciatemelo dire, aiuterebbe a far sì che chi, come a militare, rimaneva col cerino in mano, non rischi, come nella crisi attuale, anche di essere scottato. Grazie.

MARCO LUCCHINI:
Grazie, professore. Come aveva anticipato, ci ha allargato l’orizzonte: chi avrebbe mai pensato che il dono è anche la casa che si fa, oppure tutti gli esempi che ha portato? Altro dato interessante, è questa idea che “non voglio essere tassato ma a pagare per qualcosa che ritengo importante sono disponibile”. E’ un tema che poi riprenderemo anche con il Ministro Sacconi. Una battuta per agganciarmi a Carlo Borgomeo: in America ci sono 20, 40 miliardari – se poi mi da’ l’indirizzo, la ringrazio – che sono disposti a sostenere e a dare un 50% del loro patrimonio per fare qualcosa. Forse nelle aree di cui ti occupi tu, ci sono 50 persone, invece, che hanno delle cose e cercano qualcuno che li aiuti a svilupparle?

CARLO BORGOMEO:
Sicuramente sì. Io ringrazio in modo non rituale Marco Lucchini e il Meeting per avermi dato questa straordinaria opportunità di confronto su un tema così avvincente e anche così complesso. Il titolo di questa tavola rotonda è molto impegnativo, diviso in due parti: il dono e il rapporto tra Stato e società. Io non ho alcuna ambizione scientifica, vi porto qualche riflessione, frutto della mia esperienza al Sud lunga e, nell’ultimo anno, molto positiva, molto bella. Come ha detto Lucchini, ho la fortuna di presiedere alla Fondazione per il Sud, che è una fondazione di erogazione nata dall’accordo tra le fondazioni bancarie e il mondo del terzo settore del volontariato. Ha una capacità erogativa piccola, se confrontata al fabbisogno che c’è nel Mezzogiorno, ma tuttavia interessante, che consente di intercettare tanta domanda di sviluppo del sociale nel Mezzogiorno.
Farò tre riflessioni: la prima è sul dono, la seconda è sul rapporto società-Stato, la terza, naturalmente, è sul Mezzogiorno. La prima battuta che voglio fare è questa: io penso che tutti, quelli che si occupano di sociale, quelli che hanno esperienze di dono, devono essere un po’ più capaci di raccontare. C’è un atteggiamento diffuso, rispettabile, di riserbo, di riservatezza, di silenzio su tante esperienze. Penso che invece occorra con più forza raccontare, far sapere, senza cedere a tentazioni mediatiche e comunicative. In questo anno, nonostante io sia uno che si è occupato abbastanza di Sud, ho scoperto esperienze, realizzazioni, generosità, in certi casi eroismi del Mezzogiorno che non avrei mai immaginato. Difetto mio, ma forse anche necessità di diffondere di più le esperienze. Vi dico intanto che il Sud, guardato da questo punto di vista, contraddice abbastanza gli stereotipi di cui tutti siamo vittime. Ci sono grandissime esperienze: mi viene da pensare al settore dell’ambiente, in cui i volontari, con il semplice lavoro di fare avvistamento, hanno ridotto il numero degli incendi, o ai giovani che hanno rivitalizzato beni culturali abbandonati – Dio solo sa quanto questo può determinare lo sviluppo del nostro Mezzogiorno, e non solo del Mezzogiorno! -, o a quelli che, con un atto di generosità incredibile, hanno messo su un’orchestra sinfonica con gli “scugnizzi” del quartiere Sanità di Napoli, con una capacità di donare, di trasmettere entusiasmo e anche conoscenze a questi ragazzi. Mi viene voglia di ricordare i progetti che ci sono arrivati numerosi, nonostante la materia sia molto difficile, per gestire in modo auto sostenibile i beni confiscati alle mafie. E i progetti di accoglienza di extracomunitari, tantissime esperienze. Ma soprattutto mi viene da richiamare la vostra attenzione sulla frontiera più importante che c’è nel Mezzogiorno, la lotta alla dispersione scolastica, dopo ne parlerò un attimo, in conclusione.
Ci sono progetti che chiamerei di frontiera, in tutto il Mezzogiorno ma anche in altre aree urbane, che però nelle aree urbane del Mezzogiorno acquistano una potenza notevole: strappare uno a uno gli adolescenti, nei quartieri difficili, alla criminalità organizzata. Questo esempio mi serve per la prima riflessione che voglio fare sul dono. Io racconto sempre di una suora del quartiere di Librino, a Catania, un quartiere di ottantamila abitanti nel quale ci saranno sei o sette esercizi commerciali: poi, è solo un dormitorio. Oppure l’esperienza dei quartieri spagnoli a Napoli, dove si prendono i ragazzi di sedici anni e li si avvia ad una attività professionale di lavoro autonomo. Insomma, gli esempi sarebbero tanti e uno rischia di dimenticare cose anche importanti.
Qual è il punto distintivo, che cosa raccontano questi protagonisti del lavoro sul territorio? Raccontano che all’inizio i ragazzi non si fidano, non rispondono, sono sospettosi. Che significa questo? Significa che manca totalmente la cultura della gratuità, del dono. Nei ragazzi di quegli ambienti scatta la logica dello scambio: perché questo viene qui ad offrirmi questi servizi e questa accoglienza, che cosa vuole da me? A un certo punto questa difficoltà di fiducia finalmente salta, finalmente gli credono, ed ecco che scatta quello che, nella nostra esperienza, è il punto decisivo: il dono diventa nuova ragione di legame sociale. Il legame sociale in quelle zone terribili è determinato dallo scambio, dalla protezione, e viene sostituito da un altro legame, il legame del dono. Ci credono e lì nasce la scintilla di una comunità positiva, laddove sappiamo che le comunità criminali usurpano questo titolo di comunità, sono linee verticali di fedeltà, di sudditanza e di mancanza assoluta di libertà.
Questa è la prima riflessione che vorrei fare: penso sia molto importante, decisivo, il tema per cui il dono determina la nascita di processi di coesione sociale. Mi sono letto qualche cosa prima di arrivare a questo dibattito, per non fare proprio la figura dell’incompetente, e ho trovato una definizione che mi ha molto colpito, di uno studioso franco-canadese, canadese francofono, Godbout: “Definiamo dono ogni prestazione di beni e servizi effettuata senza garanzie di restituzione al fine di creare, alimentare o ricreare il legame sociale tra le persone”. Ma c’è un’altra cosa che vorrei citare brevemente. Questa estate mi sono letto uno strano libro che non a caso mi ha regalato un operatore sociale di territorio che ho conosciuto, il libro autobiografico di una certa Angela Zucconi, una studiosa che ha dedicato molta parte della sua vita a queste attività: il movimento di collaborazione civica, ecc. La Zucconi dice, nel primo dopoguerra: “La solidarietà di oggi è composta da vari ingredienti, tutti molto importanti, ma certo non è diretta a costruire l’Italia della società civile”. Il civismo non è tra gli ingredienti, siamo nel ’46 e c’è un’ansia generalizzata di ricostruzione del Paese. Qui si sottolinea, per certi versi si denuncia, il fatto che bisognerebbe caricare la generosità, il dono, di questo di più che è fare comunità. E questo spiega perché la Fondazione per il Sud ha un impegno particolare a realizzare e promuovere fondazioni di comunità nel Mezzogiorno, che nascono esclusivamente se i soggetti locali mettono insieme risorse finanziarie esercitando un’attitudine al dono che va conquistata nella prassi. La Fondazione, poi, sostiene le fondazioni di comunità. Anche il ministro Sacconi, nel Libro bianco, dice: “Tutto ciò significa confermare e rafforzare gli strumenti di sostegno dello Stato alle iniziative generose della società. E’ necessario aprire una stagione costituente del terzo settore, dedicata a proporre soluzioni legislative idonee e a promuoverne le straordinarie potenzialità”. Ecco la frase che utilizzo per il mio ragionamento: “Dalla carità nasce una capacità di costruzione sociale”. La prima riflessione, probabilmente molto condizionata dalla mia esperienza, è questa: riscoprire il dono e investire sull’attitudine al dono come elemento di promozione della comunità e della coesione sociale.
La seconda riflessione ha a che vedere con la prima parte del titolo: “più società meno Stato”. Penso che siamo tutti d’accordo a interpretarlo nel senso di “più società, diverso intervento dello Stato”, soprattutto volto a promuovere cultura e prassi della sussidiarietà. Io qui vorrei fare la mia seconda riflessione: penso che sicuramente la mia generazione, ma temo anche qualche generazione successiva, sia prigioniera di uno schema che è insufficiente, che è poi lo schema del grande Welfare che abbiamo conosciuto, il Welfare della socialdemocrazia europea. Qual è lo schema? Lo sviluppo economico è una cosa; se ci avanza, facciamo il Welfare. Se ce ne avanza, se ce n’è, facciamo il Welfare. Vedete, questo spiega molte cose: spesso ci sorprendiamo a considerare normale che se il Paese è in crisi e se non ci sono risorse, non si possano fare interventi nel sociale. Per la serie, lo dico in maniera banale, abbiamo da fare cose importanti, non possiamo pensare al sociale. Ci affidiamo alla generosità, all’impegno, in qualche caso all’eroismo, ma non ci possiamo permettere il lusso del sociale. Questo è un errore, un errore grave. Sono cambiate tante cose e, se interpreto bene, questa è la vera sfida del Libro bianco e di quello che ne segue, anche del dibattito nato dalle organizzazioni.
Cambia il modello di Stato sociale, cambia per forza, e non siamo pronti a capire quanto cambia e quanto deve cambiare. Quante volte ci sorprendiamo a vedere che l’assistenza è molto attaccata ai posti di lavoro stabili, fordisti, mentre invece lascia con scarsa copertura il resto? Quante volte consideriamo normale che non ci sia crisi per il terzo settore, per il sociale, oppure ci sia una sorta di sussidiarietà capovolta, per cui, siccome non ce la faccio come Stato, come enti locali, per favore, datemi una mano adesso, urgentemente, poi vediamo che cosa succede? Non è semplice, è un percorso culturale prima ancora che politico, bisogna convincersi che la coesione sociale è una condizione per lo sviluppo, non è un dopo, un lusso da società evoluta, è una condizione per lo sviluppo. D’altra parte, qualche segnale incomincia anche ad esserci. Ad esempio, questa signora Elinor Ostrom, il Nobel l’ha preso per l’economia, non per la beneficenza: ha preso il Nobel per l’economia raccontando che non c’è sviluppo se non c’è cultura del bene collettivo. E allora, su questo penso che occorra lavorare. Non ho nessun titolo per fare rivendicazioni al Ministro: ma sono figlio di una cultura per cui, quando si dice “l’offerta pubblica dovrebbe fare questo”, “le politiche dovrebbero fare quello”, penso che la domanda di intervento debba anche evolvere. E’ un gioco tra domanda e offerta politica che non può essere univoco. Nel dopo Libro bianco c’è la necessità di intervenire e regolamentare in un giusto equilibrio un sistema così complesso e per certi versi dispersivo, evitando di dipingere d’oro i recinti. Il problema non è rendere i recinti più lussuosi e comodi, ma capire che il terzo settore non può essere un’area che esiste per differenza: non è privato, non è pubblico, quindi è il terzo settore. E’ un po’ poco, bisogna riscoprire alcune linee guida, alcuni fili rossi. Io penso che un grande filo rosso sia quello del dono, della cultura della generosità, il Ministro del Libro bianco lo ha chiamato carità. Questo è il filo rosso che ci consente di ricompattare, senza però mettere al primo posto la normativa rispetto all’esperienza. E’ vero il contrario: la normativa deve favorire l’esplosione di esperienza. E ci sono però alcune cose che il terzo settore deve fare: mi piace rivendicare sempre la necessità di diffondere una maggiore cultura della rendicontazione, del risultato: la generosità è il darsi tutto intero ad una causa. Ma se vogliamo che questo abbia un riflesso sociale collettivo forte, deve avere degli strumenti. La rendicontazione è importantissima, e così pure il tema della finanza. La finanza non è una cosa per i ricconi, la finanza è uno strumento utile per tutti, avere cultura finanziaria è importantissimo, nel terzo settore, per le organizzazioni di volontariato. Non fare errori è importantissimo.
E soprattutto, però, ci sono due dimensioni che penso vadano esaltate. La prima è la disponibilità all’innovazione: non possiamo chiedere innovazione solo al pubblico, che pure ne ha bisogno. Dobbiamo essere capaci di innovare, di abbandonare certezze, di rischiare gli esperimenti: se uno vuole fare innovazione, deve mettere nel conto che gli può andare male, altrimenti non è innovazione. E invece, qualche volta, ci sono troppi giudizi cattivi, addirittura: “Questo non serve a niente, questo è sbagliato…”. Un attimo! Bisogna interpretare una realtà di impressionante complessità, bisogna avere il gusto e l’umiltà dell’innovazione, come pure una grande propensione alla rete. Io non faccio parte di alcuna organizzazione del terzo settore ma le conosco abbastanza, incomincio a conoscerle bene. Non facendo parte di alcuna, sono totalmente rispettoso dello sforzo identitario che ciascuna esperienza fa. Non mi permetterei mai di dire: “vi volete troppo bene” o “siete autoreferenziali”. No!
Tuttavia, pongo un tema, bisogna fare più rete. Non è possibile che in una grande città ci siano sette, dieci, dodici interventi di livello altissimo, che avrebbero un’efficacia molto maggiore, anche operativa, ma l’avrebbero sicuramente di immagine, se facessero più rete. Questo spiega perché la Fondazione ha questi due criteri assoluti: il primo è che i progetti devono per forza essere presentati ed attuati da partenariati che mettono dentro volontariato come azione sociale, i privati, le pubbliche amministrazioni locali, perché bisogna fare rete. L’altra è qualche timido tentativo di sollecitare dei progetti innovativi. Infine, e penso di essere nei tempi, questo tema è assolutamente decisivo per il nostro Mezzogiorno. Per capire cosa significhi la frase “Non c’è sviluppo senza coesione sociale”, basta prendere un autobus e girare una città. Ma quanti investimenti dobbiamo chiedere allo Stato per cambiare un Sud che, in alcune aree, ormai è a un livello di organizzazione civile insopportabile? Che senso ha?
Sono un po’ radicale, mi perdonerete, ma a furia di parlare del Mezzogiorno uno diventa un po’ radicale. Non ha nessuno senso. A proposito del dibattito sul Sud, ho apprezzato un’intervista che fatto il ministro Sacconi qualche giorno fa su Il Mattino, abbastanza equilibrata, se mi posso permettere, rispetto a questo scenario impazzito per cui un bel po’ di gente dice: “I meridionali sono spreconi, incapaci, cialtroni, è inutile dare loro i soldi”. E l’altra metà sono i meridionali che dicono: “Non è vero, i soldi sono pochi, perciò siamo cialtroni…”. Non se ne esce in nessun modo. Tutto questo serve solo ad alimentare i rispettivi rancori, facilmente spendibili al mercato basso della politica: “Dammi il consenso ché parlo male dei terroni, dammi il consenso ché parlo male di Bossi”. Così, palesemente, non si va da nessuna parte. Allora, io propongo un terreno di riflessione che può apparire un po’ radicale. Penso che ci voglia una bella discontinuità dall’intervento pubblico per il Sud, ma vera, non a parole. E si riesce a fare solo se siamo d’accordo su un’analisi piccola piccola: a me non interessa sapere se l’anno venturo il divario con il Centro-Nord, del prodotto interno lordo del Sud, sia peggiorato di un punto e mezzo o di due punti. Non sono così cretino da non capire che il divario del prodotto interno lordo e dell’occupazione sono indicatori importantissimi che devono indurre a politiche di integrazione territoriale, ma la questione vera, qual è? È una questione quantitativa? No, non è quantitativa, basta con frasi che io giudico demenziali: siccome c’è il divario, facciamo qualche intervento. Penso che il Ministro Sacconi, che ha così lunga esperienza, possa confermare. Ogni tanto viene fuori: “Vabbé, facciamo girare un po’ di soldi al Sud, perché se no…”, con una specie di post keynesismo impazzito, patologico. Penso che i soldi, o vanno a buon fine o è meglio che non girino, specialmente in alcune aree del Sud, meglio che non girino, se non abbiamo la destinazione giusta.
Siccome è facile fare queste battute, rischio qualche esempio, e sto parlando di sviluppo tout-court, non di sviluppo sociale: quanto costa fare un intervento di recupero vero dell’obbligo scolastico? Quanto costa alla collettività un ragazzo di sedici anni di un quartiere difficile che ritorna a scuola e impara un’attività? Sono conti azzardati, quattromila euro, dico io, se il progetto è ben fatto. E che ci facciamo di meglio con quattromila euro, il credito d’imposta che molte volte non serve a niente? E vogliamo parlare della formazione professionale? Non è che possiamo finalmente allargare, nella più giusta dimensione europea, il concetto del Fondo Sociale Europeo, invece di continuare in molte regioni a fare corsifici maledetti, senza esito? Esempi, sono solo esempi. E anche qui niente di originale, perché nel Cinquanta un signore di Varese che si chiamava Sebregondi e che lavorava con Saraceno, sessant’anni fa, diceva una frase fantastica: “Non c’è sviluppo senza educazione allo sviluppo”. Di questo, il Sud ha bisogno. Apriamo una stagione che deve essere aperta da chi il sociale lo fa, sta sul territorio, esprime dei progetti, dei bisogni, delle esigenze, delle reti. E concludo dicendo che, quando uno fa questi ragionamenti, che positivamente temono un approccio quantitativo, si rende noto che il lavoro è un po’ difficile, si parla di percorsi, di processi, di coinvolgimenti. E chi fa questo con una vocazione forte, qualche volta vive una percezione di minorità, di marginalità, in qualche caso di velleitarismo, e quindi rischia di chiudersi: invece queste cose possono incidere.
Anche perché altri modelli forti, in giro, non ne vedo. C’è un modello che pare vincente: benessere, successo, volontà di raggiungere il godimento personale. Una psicanalista francese, tale “Soler”, ha coniato un termine che ho trovato preoccupante ma divertente. Dice: “Molti uomini sono affetti da narcisismo, si guardano in una dimensione cinica di ricerca del proprio godimento senza alcuna relazione con l’altro”. Questo modello che sembrerebbe vincente non porta da nessuna parte, porta a una precarietà individuale terribile, come tante storie raccontano, e ad una dimensione collettiva di disperazione. Quindi, penso che bisogna insistere, e non faccio comizi, porto esperienze, una l’ho vista ieri qua: le risorse ci sono, ma penso che faccia abbastanza impressione che qui ci siano tremila volontari che sono venuti a lavorare per noi, così, dono puro. E siccome sono giovani, sono risorse forti: anche i volontari meno giovani sono risorse, ma è chiaro che sui giovani uno resta incredibilmente sorpreso. C’è la dimensione collettiva di un impegno forte e anche una questione individuale: donare, lavorare per il bene collettivo, è un grande trucco perché ciascuno possa dare alla sua esistenza un senso, quello che tante volte vediamo mancare in atteggiamenti individuali e collettivi.

MARCO LUCCHINI:
Grazie a Borgomeo. Prendo tre spunti che ha dato per introdurre il Ministro Sacconi. Uno, la norma deve favorire l’esperienza: quanti di noi che operano nel terzo settore ma anche nella vita quotidiana sentono questa cosa come importante! L’altra cosa è il tema della fiscalità: quanto si potrebbe fare, come ha ricordato anche prima il professor Campiglio, non chiedendo di più allo Stato ma facendo sì che lo Stato riconosca attraverso degli strumenti fiscali il contributo che il singolo cittadino può dare? Un esempio tra tutti è stato sicuramente il cinque per mille. Ma quanto ancora si può fare? L’ultimo spunto credo che sia proprio il là, anche nel dialogo che in questi mesi ho avuto con il Ministro, la cosa a cui forse tiene di più. In una frase che prima diceva Borgomeo, “faccio queste cose, ma non può incidere”. Cioè, quello che faccio non ha un valore pubblico. Allora, io vorrei chiedere proprio al Ministro, che invece credo voglia sfidare il suo mondo, la politica, le istituzioni ma anche tutti noi a cogliere questo aspetto, se anche il singolo contributo nascosto abbia un valore pubblico e se lo Stato quindi voglia riconoscerlo e dargli forza. A lei la parola.

MAURIZIO SACCONI:
Grazie. Io vi parlerò di una rivoluzione che vedo possibile per ragioni oggettive e soggettive, di una rivoluzione che possiamo definire nella tradizione. E della opportunità, in questa transizione che investe necessariamente anche la politica o il ruolo dei corpi sociali – in questo contesto, per molti aspetti inevitabilmente confuso -, di un manifesto per la vita e per la sussidiarietà, di un manifesto per l’antropologia positiva. Perché penso che la crisi, che abbiamo vissuto e dalla quale non siamo compiutamente usciti, abbia comunque generato cambiamenti irreversibili. Tra questi cambiamenti irreversibili vi è certamente quello che è indotto dalla fine della impunità del debito sovrano. Ormai, strutturalmente, i mercati finanziari considerano con diffidenza il debito sovrano, il debito pubblico. Guardano se sia sostenibile, altrimenti non c’è più una acritica accettazione del debito stesso. La fine della impunità del debito sovrano è la fine del Leviatano, è la fine di quello Stato, disegnato soprattutto da Hobbes, che è stato sostanzialmente definito, nella gran parte o forse in tutte le democrazie europee e non solo europee, quello Stato che muove da un’antropologia negativa da cui, ancora oggi, noi siamo fortemente influenzati.
Tutta la nostra regolazione pubblica è fondata sul presupposto del “io non mi fido”, e quindi sul controllo ex ante, quando, ovviamente, l’antropologia positiva suggerirebbe il contrario: io mi fido e realizzo il controllo ex post. C’è addirittura, in modo ricorrente, un paradosso che avvertiamo, per il quale questo Stato hobbesiano, tanto manifesta diffidenza per la libertà di organizzazione pubblica, per la libertà di organizzazione plurale di modi con i quali perseguire il bene pubblico, quanto sembra voler incoraggiare la libertà di scelta nell’ambito privatistico, delle preferenze individuali: la libertà di sesso, la libertà di morire, la libertà di abortire. Questo è il paradosso maledetto di un Stato che tuttavia, per fortuna, è stato messo in crisi da quella che ho definito la fine dell’impunità del debito sovrano.
Come non cogliere questa opportunità epocale per rimettere in discussione quell’antropologia negativa che non ha mai compreso, non ha mai voluto comprendere che il bene comune non nasce dallo Stato e dalle sue burocrazie, ma – come voi dite nel tema del convegno – dal cuore delle persone? E quindi, è in forza di questa necessità che si è sviluppata la virtù di un percorso che potremmo definire, appunto, meno Stato più società. Io credo possa essere riconosciuta a questo governo una visione all’atto di affrontare, già nei primi giorni della sua attività, quella che appariva come ormai prossima, cioè la tempesta perfetta dei mercati finanziari. Noi non ci limitammo ad avviare una qualsiasi disciplina di bilancio che, come sapete, è importantissima per rendere sostenibile il debito e consentire la sottoscrizione agevole dei titoli che lo rappresentano. Contemporaneamente alla prima manovra di finanza pubblica, noi abbiamo esplicitamente confermato un disegno che era nel programma elettorale, quello del federalismo fiscale, e lo abbiamo completato con un progetto redatto attraverso una pubblica consultazione che si è tradotta nel Libro bianco sul futuro del modello sociale. Cioè, federalismo fiscale e nuovo modello sociale sussidiario sono stati i due elementi di un’unica visione di “meno Stato più società” che ha caratterizzato le azioni di governo: poi starà a voi giudicare con quanta coerenza gli atti che abbiamo realizzato siano stati prodotti.
Ma questa unica visione ha voluto sottolineare quanto sia importante incrociare la sussidiarietà verticale con la sussidiarietà orizzontale, e comunque muovere, insisto, da un’antropologia positiva. Perché non si costruisce un percorso, una rivoluzione nella tradizione, nel segno del “meno Stato più società”, se non c’è un’antropologia positiva. E se non c’è, quindi, in questa antropologia positiva – e qui non sto facendo un salto ne’ logico ne’ politico -, anche un riconoscimento del valore della vita. E non è un caso che nella politica del Governo vi siano stati atti, ma anche documenti complessi come la recente agenda bio-politica, con i quali il Governo in quanto tale ha assunto una posizione inequivoca circa una serie di profili legati al riconoscimento del valore della vita come elemento basico dell’antropologia positiva.
Vedete, io che ho lavorato per sei anni alle Nazioni Unite, non moltissimo tempo fa, ricordo ancora le tesi sul controllo delle nascite. Recentemente ho guidato la delegazione di sistema in Cina e ho avuto una serie di colloqui: beh, è stata una soddisfazione, amara, forse, constatare quanto si siano resi conto della follia di avere voluto controllare così, anche odiosamente, le nascite, determinando fortissime criticità nella loro coesione sociale. Oggi, tutte le teorie sul controllo delle nascite sono state spazzate via dalla identificazione fra vitalismo demografico e vitalismo economico e sociale. Quindi, il primo atto dello stesso “meno Stato più società”, il primo atto dell’antropologia positiva che lo sostiene, è il riconoscimento del valore della vita. L’agenda bio-politica che abbiamo presentato si riferisce ai tanti problemi che sono oggettivamente all’ordine del giorno, piaccia o non piaccia, imposti dalla tecnoscienza, da una magistratura creativa e invasiva, da circostanze oggettive. Di fronte a questi temi che riguardano l’inizio della vita, i momenti più difficili della vita quali quelli nei quali ci si confronta con una disabilità grave, gravissima, il rapporto tra la vita e la morte, l’impiego dell’umano a fini biomedici, il rapporto fra la ricerca e l’etica, noi abbiamo presentato una proposta, una linea di lavoro.
Su questi temi, io so, perché ne sono certo, sulla base dell’esperienza e della fiducia nelle persone dei parlamentari, che c’è una maggioranza politica larga in Parlamento, che sosterrà questa agenda bio-politica, checché ne pensi l’onorevole Della Vedova. Ma “meno Stato più società” significa forse, a questo punto, Stato minore? C’è il rischio che si produca uno Stato minore? Assolutamente no, meno Stato significa uno Stato migliore, perché significa essenzialmente tre cose: Stato strategico, che nella sua dimensione centrale si occupa dell’unità della nazione e, anche attraverso un patto federale con le Regioni, garantisce livelli essenziali di prestazioni. Ma è uno Stato strategico, perché guarda anche a profili di lungo termine, ha un pensiero lungo e un’azione correlata con quel pensiero lungo. Si rivitalizza in funzione della sua liberazione da altri compiti minori e si concentra appunto sugli interessi strategici della nazione. E’ uno Stato federale, che si organizza cioè secondo il criterio della maggiore prossimità degli amministratori agli amministrati, ma anche della responsabilità degli amministratori: la novità dello Stato federale vuole essere soprattutto la novità del federalismo fiscale, che è introdurre il far di conto. E soprattutto, lo Stato federale è destinato ad aiutare il nostro Mezzogiorno a liberare i cittadini del Mezzogiorno stesso, usati come scudi umani da una cattiva politica che non vuole far di conto.
Prima Borgomeo ha fatto due esempi della cattiva spesa: ma tutto l’impianto socio- assistenziale nel Mezzogiorno ci dice che dove si spende di più si dà di meno, perché quando la non autosufficienza è trattata inappropriatamente in un ospedale pubblico generalista di piccole dimensioni, marginale, egli è abbandonato a se stesso. Quando invece si pratica assistenza domiciliare con l’ausilio del volontariato, egli è trattato amorevolmente nell’ambito nel quale è sempre vissuto. E pensate, in questo secondo caso costa da sette a dieci volte di meno del primo caso, cioè del ricovero inappropriato in una struttura ospedaliera marginale. Premesso che la spesa sociosanitaria è l’83% della spesa corrente delle Regioni, è il simbolo della buona gestione dell’ordinario. Se non c’è buona gestione dell’ordinario, pensate che ci possa essere buona gestione dello straordinario?
Allora, migliore Stato, e così, con la responsabilità, si evita la formazione di interessi locali egoistici. E quindi, il federalismo non è fonte di frammentazione, è esaltazione semmai di quelle diversità di cui parlava Vittadini nei giorni scorsi, nella sua bella intervista su La Stampa. E infine, è Stato relazionale, che cioè si pone al servizio sussidiario del libero gioco associativo di persone e di comunità, lo Stato relazionale che è convinto che il bene comune nasca dal cuore degli uomini e non dalle burocrazie. E’ lo Stato relazionale che vuole scatenare l’iniziativa sociale, perché lo Stato relazionale che accetta l’antropologia positiva parte dall’idea che la persona sia propensa a potenziare l’autonoma capacità dell’altro, non il contrario.
Allora, meno Stato non è minore Stato, ma è migliore Stato. Perché è Stato strategico, federale, relazionale. Ed è proprio da questo percorso in cui tra l’altro si incrocia la sussidiarietà verticale con la sussidiarietà orizzontale, che si costituisce il presupposto per la nuova fiscalità, per la rivoluzione fiscale che Giulio Tremonti vuole da anni realizzare. Perché sono straordinariamente cambiati i modi di produrre, organizzare e distribuire la ricchezza, e quindi il federalismo fiscale, insisto, incrociato con la sussidiarietà orizzontale, costituisce il presupposto finanziario della riforma fiscale perché, come ho dimostrato nel caso del servizio socio-sanitario – che preferisco definire socio-sanitario, assistenziale, integrato nazionale -: dove si spende di meno si dà di più.
Ma il processo di responsabilizzazione può dare ulteriori benefici anche in altri ambiti: è il presupposto finanziario per la riforma fiscale ma è anche il presupposto culturale per una riforma fiscale che riconosca la famiglia, il lavoro, le attività di dono, quindi è il corollario dell’operazione “meno Stato più società”, insieme conseguenza e promozione di questo percorso, di questa rivoluzione nella tradizione. Quindi, meno Stato ma più società.
Nel Libro bianco abbiamo usato il termine “società attiva”, abbiamo detto che la vita buona si costruisce solo nella società attiva. Cameron, il Premier britannico conservatore, ha parlato il 19 luglio in un discorso alla nazione in cui è stata data molta importanza alla big society. Anche nel suo caso, ha voluto dire “meno Stato più società”: e l’ha voluto dire ritenendo che quel percorso possa essere realizzato rifacendosi alla tradizione di quel paese, alla tradizione delle charity, alla tradizione della filantropia anglosassone cui faceva riferimento prima il professor Campiglio. Bene, noi abbiamo una grande tradizione alla quale dobbiamo fare appello, riferimento. E’ la tradizione più antica, la tradizione della fraternità che, non essendo certo stata concepita dalla rivoluzione francese, è francescana per la nostra tradizione, per la nostra cultura e anche per una cultura universale.
E nella nostra tradizione troviamo straordinarie esperienze, non solo nelle opere di ispirazione cristiana ma anche nelle opere – usiamo ancora questo termine – laiche; le troviamo nell’esperienza dei socialisti, dei repubblicani, dei tanti che hanno dato vita alle società di mutuo soccorso. Dobbiamo superare anche quella terribile scelta unitaria che viene compiuta dopo il 1870, quella di nazionalizzare le opere private, compiendo un errore che, con l’esperienza, possiamo dire essere stato tale. Perché quando si sono nazionalizzate le opere pie, le opere cristiane, ritenendole strumento di un nemico politico, poi si sono azzerati strumenti della comunità che non sono stati sostituiti da altro. Io credo che abbia ragione Cameron, quando dice: ci sono le condizioni per un cambiamento culturale, in base al quale le persone non si rivolgano sempre, immediatamente, allo Stato, alle pubbliche amministrazioni, centrali o locali che siano, per cercare risposte ai propri bisogni, ma siano poste in condizione di essere libere e forti a sufficienza per tentare, in primo luogo da sé, di organizzare soluzioni che abbiano una grande intensità umana, che abbiano uno straordinario contenuto relazionale. Ebbene, queste persone libere e forti vanno sempre più promosse attraverso lo Stato relazionale, che stimola il più società.
La stessa tradizionale coppia inclusione-esclusione statale deve essere sostituita da una nuova coppia, da un nuovo codice relazionale-non relazionale. Può essere una straordinaria operazione di trasferimento di potere dal centro a quelle periferie dove il potere stesso, quando è pubblico, è comunque più prossimo alla persona, e come tale più salvaguardato dal rischio di autoreferenzialità. Ma anche più potere dal pubblico alla società è un’operazione straordinaria di trasferimento di potere e, in quanto tale, è un‘operazione straordinaria di democrazia e di rafforzamento del popolo: del popolo e della democrazia rispetto a quelle cosiddette autodefinitesi elite tecnocratiche che, soprattutto nelle transizioni, pensano sia giunto il loro momento, non per il bene comune ma per un bene assolutamente privato, perché quando parlano di valori parlano soprattutto di valori bollati.
Credo che, quindi, questa grande occasione di redistribuzione di potere possa e debba essere praticata attraverso tre percorsi in modo che l’individuo non sia isolato e inerme di fronte alla realtà di questi cambiamenti, perché l’individuo isolato e inerme è l’ultimo esito del nichilismo, di quel nichilismo che in questo paese si è formato in modo particolare negli anni, nei peggiori anni della nostra vita per quelli che li hanno vissuti, e che oggi è ancora tra di noi. E’ questo individuo isolato e inerme che invece va accompagnato alle relazioni con gli altri.
Quali le tre pratiche per la società attiva? In primo luogo, la riorganizzazione del perimetro delle funzioni pubbliche, ovviamente, quella riorganizzazione del perimetro che abbiamo avviato anche con la recente manovra cancellando enti, accorpando, rimettendo in discussione, quasi avviando una specie di concorso di bellezza per quanto riguarda proprio l’organizzazione delle funzioni pubbliche. E il saldo, ovviamente, deve essere negativo dal punto di vista quantitativo stesso di queste funzioni pubbliche. Ma qual è il criterio ispiratore? Il criterio ispiratore è quello di un pubblico che attribuisce a sé la funzione di regolatore neutrale del bene comune e definisce questa funzione di regolatore neutrale, ovviamente non chiuso in se stesso, ma ascoltando soprattutto le buone pratiche, le buone esperienze relazionali. Questo regolatore neutrale, poi, sa invece avvalersi di una pluralità di erogatori: del volontariato, dell’impresa sociale, dell’impresa anche profittevole, perché sa controllare adeguatamente, soprattutto ex post, le loro attività, ma sa soprattutto riconoscere il contenuto relazionale del volontariato e sa dare valore, anche il valore economico, nel momento in cui definisce gli appalti nei confronti degli erogatori che devono essere selezionati.
Quindi, Stato regolatore: l’esempio è a mio avviso lo Stato socio-sanitario assistenziale lombardo, nel quale la Regione si configura proprio come un soggetto regolatore, tende alla neutralità, non voglio dire che perfettamente già ci sia quella neutralità per cui il mio cugino pubblico, erogatore pubblico, non viene visto con un occhio troppo comprensivo per le sue inefficienze, perché noi dobbiamo tendere a un regolatore rigoroso, esigente, per quanto riguarda il risultato del bene comune che poi, come dicevamo, impiega più erogatori e li controlla con molto rigore perché quel bene comune sia realmente realizzato e praticato. Il che significa sostenere più la domanda che non l’offerta, il che significa sollecitare la pluralità delle opzioni che, nella dimensione individuale di desideri confusi coi diritti noi contestiamo, ma che nella dimensione pubblica deve essere invece quanto più favorita e sostenuta.
La seconda linea di azione è quella della riorganizzazione delle relazioni industriali e del diritto del lavoro, lungo le linee del piano triennale che abbiamo recentemente presentato e in testa al quale abbiamo messo una bella espressione di uno di voi, di uno che il Meeting lo conosceva bene dalle prime edizioni, di Marco Martini. Abbiamo messo quella sua espressione che dice che la risorsa più nuova della società contemporanea non è costituita dalla terra o dalle fonti energetiche ma da uomini adeguatamente motivati a cercare liberamente di offrire risposte agli infiniti bisogni propri e degli altri, sostenuti da una solida cultura del lavoro libero. Per questo, il piano triennale del lavoro si preoccupa di rendere effettivi i tre diritti fondamentali del lavoro: il diritto alla salute e alla sicurezza, basico, il diritto alla giusta remunerazione del lavoro, il diritto alla conoscenza come premessa dell’occupabilità continua della persona.
Ma non basta sostenere attraverso strumenti sanzionatori: noi che partiamo dall’antropologia positiva, crediamo negli strumenti premiali, negli strumenti promozionali. E allora vedrete che in ciascuno dei sei punti in cui si articola il piano triennale del lavoro – all’insegna del liberare il lavoro perché, dice il piano, liberare il lavoro per liberare i lavori -, c’è un forte contenuto sussidiario, soprattutto verso quegli straordinari attori della rappresentanza che sono le organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori e, certamente, quelle fra esse che sanno in questo tempo mettersi in gioco, assumere responsabilità, guidare i loro rappresentati attraverso i cambiamenti. Ieri avete avuto qui un intervento significativo, quello di Raffaele Bonanni, che è il leader del sindacato riformista partecipativo cooperativo che esprime questa vitalità delle parti sociali.
Il libro dice: liberare il lavoro dall’oppressione fiscale, burocratica, formalistica. E vorrei ricordare la fiscalità di vantaggio per tutti gli accordi aziendali di produttività a Pomigliano: quei 3000 euro lordi in più all’anno che il lavoratore metalmeccanico, secondo livello, se non ricordo male, riceverà saranno sottoposti tutti alla detassazione secca secondo la norma attuale del 10%. A fine anno, vedremo se potremo anche ridurla, proprio perché la fiscalità, come ho detto prima, vuole favorire la sussidiarietà in favore degli accordi territoriali.
Dice il libro del piano: liberare il lavoro dal conflitto collettivo individuale. E ipotizza di deflazionare il contenzioso attraverso la conciliazione e l’arbitrato, quindi attraverso modi sussidiari. Dice: liberare il lavoro dalla illegalità e dal pericolo. Ed esalta la funzione degli enti bilaterali, soprattutto per il controllo sociale dei mercati del lavoro particolarmente frammentati, pensate all’agricoltura, all’edilizia, allo stesso turismo, a mercati del lavoro nei quali si presentano intermediari pericolosi come quelli che riconduciamo al termine di caporalato e che invece devono essere contrastati, sostituiti non solo dalle funzioni pubbliche ma anche dagli enti bilaterali, promossi liberamente dalle parti sociali come intermediari positivi.
Per non dire di tutte le forme paritetiche per rendere effettiva la cultura della sicurezza e quindi rendere effettivo un ambiente del lavoro sicuro. O ancora, liberare il lavoro dal centralismo regolatorio. Il nuovo statuto dei lavori al quale stiamo preparandoci con un disegno di legge, ipotizza che una parte dello statuto dei lavoratori attuale, quella che non è inerente ai diritti fondamentali che devono essere universalmente garantiti, possa e debba essere derogata, adattata dalle parti nel concreto dei territori. Il caso di Pomigliano è straordinariamente emblematico. E’ il caso di un accordo che significa meno Stato più società. Tradizionalmente, la FIAT accettava, subiva relazioni industriali onerose, improprie, ma chiedeva come compensazione incentivi pubblici, generosità pubblica sotto vari profili. Oggi, invece, FIAT vuole realizzare un grande investimento, in controtendenza nel Mezzogiorno di Italia, riconoscendo che il Mezzogiorno può essere piattaforma produttiva per un bacino di riferimento che dovrebbe essere l’intero Mediterraneo, vera e propria quarta economia emergente nel nostro mondo. E non cerca l’incentivo nel pubblico, cerca l’incentivo nel grande investimento nella comunità dei lavoratori, nelle persone. E l’incentivo consiste nel garantire la piena utilizzazione di quegli impianti, nell’evitare forme di sabotaggio riconducibili agli anni Settanta, ai tristi anni Settanta, oggi quantomeno, straordinariamente più, antistorica ancora di ieri. Quindi, Pomigliano è un caso di meno Stato più società.
E ancora, dice il Libro bianco, liberare il lavoro dall’insicurezza: e si parla degli enti bilaterali per il sostegno al reddito o degli accordi aziendali per il welfare integrativo, quegli accordi aziendali che ogni giorno vengono ormai sottoscritti per rafforzare una sanità complementare, una previdenza complementare o anche i percorsi di studio dei figli. Infine, liberare il lavoro dall’incompetenza, che significa davvero riconoscere come in sussidiarietà nessuno più degli accordi sociali possa indirizzare le politiche della formazione perché non si risolvano in mera festa dei formatori, come abbiamo visto nel racconto dell’esperienza che ci faceva Borgomeo a proposito del Mezzogiorno.
La terza e ultima linea d’azione è quella della promozione del dono. Se c’è un’utilità che noi sottolineiamo nel Libro bianco – e mi ha fatto piacere che l’abbiate a vostra volta sottolineata, mi riferisco tanto a Borgomeo quanto a Lucchini – è di avere voluto restituire il principio di gratuità alla sfera pubblica. Il principio di gratuità non può essere confinato alla sfera privata. Quindi, promuovere la cultura del dono quale componente fondamentale della tradizione italiana. C’è una bella espressine di Zamagni, dice: l’aiuto per via esclusivamente statale tende a produrre individui bensì assistiti ma non rispettati nella loro dignità, perché non riesce ad evitare la trappola della dipendenza riprodotta. Quindi, noi abbiamo bisogno di pratiche estese di dono, di gratuità, di carità. E io non mi preoccuperei di un dibattito che vedo ancora troppo novecentesco, se si tratti talora di conservatorismo compassionevole o meno, anche questo termine anglosassone è vecchio.
Certo, sappiamo tutti che abbiamo bisogno di una combinazione del pubblico e del privato sociale per realizzare il bene comune, partendo sempre dal primato della persona, dal fatto che il bene comune muove dal cuore degli uomini. Ma abbiamo bisogno dell’incontro, e quindi non c’è il pericolo che esaltare il dono significhi esaltare lo smantellamento dello Stato sociale, anzi, come dicono a Roma, in quel sinistrese che qualche volta sentite ricorrente, lo smantellamento dello Stato sociale non è giusto. Deng Xiao Ping diceva alla sua sinistra interna, quando avviò il processo di liberalizzazione del comunismo in Cina: c’è un tale tasso di comunismo che non vi preoccupate, forse oggi qualche preoccupazione può essere risolta.
Sappiamo tutti che abbiamo bisogno di una cornice pubblica, come ho detto prima, anche dello Stato regolatore del bene comune, insisto. Ma sappiamo anche che abbiamo bisogno di un dono che abbia una forte intensità umana, un forte contenuto relazionale. Dobbiamo dare valore soprattutto al dono che ha questa caratteristica, perché spiazza qualsiasi concorrenza pubblica. Non c’è paragone tra una fredda erogazione monetaria top-down nei confronti di una persona il cui bisogno è innanzitutto fondato sulla sua solitudine, con la risposta che, per esempio, il Banco Alimentare sa dare non solo attraverso un pacco di pasta, che non è inviato per posta ma è portato da chi, con quel pacco di pasta, realizza un incontro, e lavora per alzare l’autonoma capacità dell’altro, dimostrando che ci si può fidare della persona che bussa alla tua porta. Questo spiazza qualsiasi alternativa pubblica.
Certo io ho dedicato l’anno della povertà al dono. Qualcuno può dire: l’hai fatto perché sai che non puoi introdurre un sussidio pubblico generalizzato. E’ vero anche questo. Ma è vero che la crisi del debito sovrano non consentirà facilmente di allargare l’ambito dei cosiddetti diritti soggettivi che, in gergo tecnico di spesa pubblica, significano spesa obbligatoria, per cui io non so quella che sarà nei prossimi anni perché comunque la dovrò coprire. Noi viviamo anni nei quali non sappiamo cosa succederà, non sappiamo quali difficoltà potremmo avere rispetto al debito sovrano, ma questa necessità può e deve diventare virtù perché io non credo che la povertà, come ho detto, sia soltanto individuabile, definibile sulla base di una soglia reddituale. Sono convinto che la povertà si identifichi in termini di prossimità, non a distanza. Si identifica attraverso la prossimità e si risolve, attraverso la prossimità. Si libera la persona dal bisogno, dalla povertà, attraverso quella prossimità relazionale di cui prima parlavo. Ed è per questo allora che la stessa social card è stata coscientemente una infrastruttura sperimentale costruita inevitabilmente top down, ma con l’obiettivo di una sua devoluzione agli attori prossimi, alle persone bisognose, agli attori pubblici e agli attori locali. Alimentando quella carta anche attraverso il dono finanziario, la filantropia, il dono che non è immediatamente relazionale, che non è che ci dia fastidio, magari anche quando non è spontaneo ma il fine è buono. Ma noi dobbiamo sapere che, alla fine, lo strumento è nelle mani di reti pubbliche e privato-sociali del territorio, che sanno gestirlo nei termini relazionali che prima ho detto.
La gratuità investe tutte le dimensioni della vita umana, compresa quella economica. Credo che dovremo decidere, magari con questo Meeting che è la casa di grandissima parte del terzo settore, di cambiare definizione e cancellare quel “terzo”, che dà un’idea di residualità che, nelle condizioni attuali, non è più giustificata. Abbiamo bisogno invece di recuperare una pervasività, una centralità della cultura del dono e della gratuità che non le confini in una condizione residuale. Certo, occorrono anche atti responsabili dall’interno del mondo del dono, del volontariato, li ricordava prima Borgomeo: il recupero dell’idealità ma soprattutto il superamento della mera rivendicazione verso lo Stato, che è espressione di dipendenza.
Quando ho presentato l’Anno della povertà a Milano, collegandolo al dono e alla campagna “Aiuta l’Italia che aiuta”, qualcuno ha detto: sì, ma qual è l’aumento di spesa pubblica che ci vieni a portare? Ma è tutto qui? Tutta qui, l’idea? Ogni volta così, due o tre parole per poi arrivare a chiedere l’aumento di spesa pubblica? Per dire: altrimenti non ce la faccio? Non è forse questo il tempo nel quale il razionamento, per certi aspetti anche della spesa pubblica, non dà luogo da un lato alla sua razionalizzazione ma, dall’altro, anche alla maturazione del volontariato e delle forme di gratuità? E quindi, bisogna costruire efficienza gestionale e contrastare gli abusi, nuova fiscalità e nuova regolazione. Il disegno di legge presentato da Alfano e dal sottoscritto andrà presto all’esame del Parlamento. Stabilizzare, sì, in qualche misura, il cinque per mille, rinviando la legge finanziaria alla definizione esatta ogni anno, nelle condizioni date. Ricordo che nel terribile tempo che abbiamo vissuto non abbiamo rinunciato al cinque per mille. Fatemi solo ricordare che c’è stato tutto un mondo che, quando Giulio Tremonti ebbe l’idea del cinque per mille – è stato lui l’ideatore -, venne a dire che era uno strumento improprio, anzi, lo rifiutarono in molti. Quegli stessi che allora lo contestavano sdegnosamente, volendo invece qualcosa di più certo e immediato in termini di spesa pubblica, poi spesso sono i più attivi nel chiedere il cinque per mille, mi raccomando, che venga stabilizzato! Ma ben vengano, ammazzeremo il vitello grasso anche per costoro.
Occorrono buone regole per il cinque per mille: non si può usare per fare pubblicità, deve avere una destinazione diretta ai beneficiari, dobbiamo selezionare i soggetti che possano essere favoriti dal cinque per mille.
Insomma, e davvero vi chiedo scusa per la lunghezza e mi avvio a concludere, io credo possibile questa rivoluzione nella tradizione. Questa rivoluzione nella tradizione è possibile non perché sono qui oggi a proporla. Io sono semplicemente qui a constatare le condizioni oggettive e soggettive, mi limito a vedere e, per alcuni aspetti, mi auguro, a fare. Ma vedere che ci sono le condizioni, potremmo dire epocali, di uno spostamento di potere per questa rivoluzione che affonda le sue radici nella tradizione e nei principi della tradizione, in quei principi che hanno resistito al tempo e che perciò si sono legittimati, e che sono principi cristiani e non possono non essere accolti anche da chi non crede. Come diceva Benedetto Croce, non possiamo non dirci cristiani, nel nome di quella laicità adulta che non può non incorporare la verità della tradizione. Che a ben vedere, poi, è anche rappresentata nella prima parte della Carta Costituzionale, e quindi una verità laica ma largamente accettata.
Ma certamente in questo tempo fatto di tanta confusione, di tanto narcisismo, in questo tempo in cui qualcuno ogni tanto fa capolino, fa una grande intervista – e dice “sono pronto anch’io”, però non gli abbiamo mai visto battere il cuore -, in questo tempo noi abbiamo bisogno, e mi verrebbe da citare una barzelletta un po’ birba che a un certo punto dice “organisemose”. Lo dice in dialetto veneto, almeno io la conosco così. Cioè, nel buio della confusione, questa barzelletta dice “organizziamoci”, cioè ognuno vada con i simili. E in questo buio, è allora importante un manifesto per la vita e per la sussidiarietà, un manifesto per l’antropologia positiva. Perché decisori pubblici, privati, privato-sociali, rappresentanti delle parti sociali si iscrivano all’antropologia positiva e ne traggano tutte le conseguenze, si impegnino a comportamenti coerenti a partire dal riconoscimento del valore della vita e degli atti che lo sostanziano. Questo manifesto, noi oggi dobbiamo cercare di costruire, affinché si dimostri che c’è nel paese una grande maggioranza. C’è in questo Parlamento già una grande maggioranza che consente la conclusione della legislatura per atti collegati a questa visione, meno Stato, più società. Basta antropologia negativa, viva l’antropologia positiva! C’è in questo Parlamento, c’è nella società più in generale, una grande maggioranza di persone, di uomini e donne liberi e forti che sono pronti ad assumersi le proprie responsabilità, che non chiedono al Leviatano di dipendere da esso e che risolva per essi tutti i problemi.
Ho cercato tante citazioni per concludere, e ne ho trovate di meravigliose, autorevoli, ma poi ho pensato che le conoscete tutte meglio di me. Perché riguardano le encicliche, riguardano il pensiero della Chiesa e sono meravigliose, molto più belle di quella che dirò. Ma, da politico, ho voluto prenderla da un politico che non appartiene neanche alla nostra tradizione e che disse, un giorno, una cosa che può sembrare banale ma è così vera. Era Winston Churchill. Disse che si sopravvive con quello che si prende con il proprio lavoro, ma si vive davvero grazie a quello che si dà.

MARCO LUCCHINI:
Allora, in pochi secondi vorrei concludere dicendo il mio grazie al professor Campiglio, a Carlo Borgomeo, al Ministro Sacconi, per avere accettato e per il contributo che hanno dato. Io penso che se andavo a vedere una mostra sulla matematica, sulla fisica, sulla filosofia, ero certo di apprendere, conoscere, spalancare di più la mente rispetto a quello che so. Ma sono arrivato qui pensando di sapere già tutto, perché il dono, perché il non profit è la mia vita da più di vent’anni. Invece ringrazio loro perché in questo tempo, in questo ascoltarli, mi si è spalancato il cuore a cose più grandi. Mi auguro che la stessa esperienza l’abbiate passata anche voi. Grazie. Vi ricordo che oggi alle 17 all’Auditorium ci sarà un incontro importantissimo dal titolo: “Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?”. Vi invito tutti, perché è solo un continuare quello che abbiamo fatto questa mattina. Arrivederci!

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

23 Agosto 2010

Ora

11:15

Edizione

2010

Luogo

Sala A1
Categoria