L’ITALIA NELLA SFIDA DELLA RESPONSABILITÀ: IL NUOVO FEDERALISMO FISCALE - Meeting di Rimini

L’ITALIA NELLA SFIDA DELLA RESPONSABILITÀ: IL NUOVO FEDERALISMO FISCALE

Partecipano: Roberto Calderoli, Ministro per la Semplificazione Normativa; Michele Emiliano, Sindaco di Bari; Roberto Formigoni, Presidente Regione Lombardia. Introduce Luca Antonini, Vice Presidente Fondazione per la Sussidiarietà e Docente di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Padova.

 

LUCA ANTONINI:
Iniziamo questo incontro che ha come tema “L’Italia nella sfida della responsabilità”, un tema non banale, che si interseca anche in sorprendente coincidenza con il titolo di questo Meeting: “La conoscenza è un avvenimento”. La dinamica di legge della Repubblica italiana ha a che fare con il titolo del Meeting perché non è calata dall’alto come ideologia, ma è nata attraverso un dialogo costruttivo. Dopo tanti anni nella storia della Repubblica italiana, si è arrivati a una legge che affronta un tema decisivo, una legge attesa da anni adesso entra nella prospettiva della sua attuazione. Qualcuno ha commentato che questa è la prima volta che la responsabilità viene indicato con tanta chiarezza, nella legge e nella Repubblica. Allora, oggi abbiamo tre amici qui: Roberto Calderoni, ministro per la Semplificazione, Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, e il sindaco di Bari. Vogliamo entrare nel merito dei contenuti per vedere che scenario, che cambiamento attende il nostro paese, con questa che può essere definita dal ministro Tremonti “la riforma delle riforme”. Porrò domande mirate a ognuno dei nostri ospiti, poi, invece, domande rivolte a tutti loro. Comincio col ministro Calderoni, chiedendogli proprio le ragioni per cui questa legge è stata approvata a larghissima maggioranza. Noi c’eravamo trovati qui, al Meeting dell’anno scorso, all’interno dell’intergruppo parlamentare, dove veniva presentato quello che allora era un disegno di legge, una bozza, come una possibile convergenza di diverse anime politiche. Quello che allora sembrava un sogno, grazie al lavoro che è stato fatto è diventato una realtà, una realtà che sfida certi mali dell’Italia. Allora vorrei chiedere al ministro Calderoni come è accaduto che la nuova legge sul federalismo fiscale sia stata approvata con una larghissima maggioranza, una novità senza precedenti nello scenario della Seconda Repubblica, che molto spesso ha visto al centro un bipolarismo rusticano, basato sulla delegittimazione dell’avversario. Qual è stato il segreto?

ROBERTO CALDEROLI:
Il problema rispetto all’approccio nei confronti della legge è molto concreto. Da quando si è introdotto il sistema maggioritario, che è stato voluto proprio dall’elettorato, il ciclo di alternanza si è realizzato di fatto, perché ogni volta l’opposizione è diventata maggioranza e viceversa. Una maturità fatta propria dall’elettorato, che nel 2008 ha portato ad una maggioranza estremamente chiara, pur utilizzando una legge che un anno prima aveva sortito invece un risultato di pareggio, a fronte però di una maturità della classe politica che non ha seguito quella dell’elettorato, perché non è pensabile che tutte le volte che una riforma venga realizzata da una parte, immediatamente dopo, nella legislatura successiva, venga completamente cancellata. Penso che nessuna riforma sia completamente buona o completamente cattiva. In tutte le occasioni, insieme al bambino si è buttato via anche l’acqua sporca e il risultato è che, in modi invertiti, ogni una volta il governo e la maggioranza sostengono che a causa dell’opposizione è necessario procedere con la decretazione di urgenza e sempre sulla base di questo principio, il continuo ricorso alla fiducia da parte del governo porta l’opposizione ad accusare la maggioranza di svuotare il ruolo del parlamento. Il problema è che hanno ragione probabilmente entrambi, anche se questo capita in ogni occasione, che il governo sia una parte o l’altra della maggioranza. Il problema è che non si sono invece affrontati i punti nodali del sistema, su cui paradossalmente si trovano poi tutti d’accordo. Perché è vero che il lavoro, in un paese con quasi mille parlamentari, è una cosa completamente senza senso, e aggiungo che è altrettanto incomprensibile che si possa avere un parlamento che lavori sostanzialmente due giorni alla settimana. Veramente, lo stipendio eccessivo, per cui tante volte vengono accusati i membri del parlamento, è tale se si considerano le poche ore in cui quella persona svolge il suo mandato, una cosa completamente diversa rispetto agli amministratori, che invece dedicano tutta la giornata, tutta la settimana, all’impegno politico. Così non ha senso, essendo l’unico esempio che esiste al mondo di bicameralismo perfetto, per cui la camera dei deputati e il senato della repubblica fanno le stesse cose, e costano non solo il doppio ma molto di più, perché per le continue navette, i tempi si allungano e si ha l’incertezza dello stato di diritto. Sicuramente c’è la necessità di una camera rappresentativa del territorio come il senato federale, così come quelle corsie che devono essere dedicate non solo al governo e all’opposizione, come si è fatto fino ad oggi, ma anche in termini di maggioranza, perché ci si dimentica che il parlamentare di maggioranza è poi quello che soffre di più per un governo che decide. Quindi un parlamento che possa svolgere effettivamente le sue funzioni. Io la modifica della Costituzione nella quattordicesima legislatura l’avevo realizzata, pagando gli errori di tutti, cioè facendola a maggioranza e subendo poi da parte del territorio la bocciatura del referendum. E’ anche evidente che ho fatto tesoro di tutto quello che si era fatto anche di sbagliato in passato e di quel tipo di approccio che era iniziato col lavoro sul federalismo fiscale. Sono stato avvantaggiato dall’aver fatto il vice presidente del senato sia in maggioranza che in opposizione e dall’aver avuto un certo credito, che mi è stato dato da una parte e dall’altra, e quindi di aver potuto avere ascolto. La prima cosa che ha consentito di aprire questo confronto è stata la nascita di un pensatoio, che era una specie di commissione allargata a chiunque avesse la possibilità e la voglia di dare un contributo in termini di economia, di finanza, di federalismo. E credo che il coinvolgimento di persone squisitamente tecniche di maggioranza e di opposizione abbia dato la possibilità di scrivere un qualcosa che non fosse di maggioranza o di opposizione.
Il passo successivo è stato di essere partiti non dal centro ma dal territorio e proprio da quel territorio che doveva essere quello più distante rispetto al federalismo fiscale. Quindi dall’agosto scorso, dopo un primo test di lavori al Meeting, sono stato in Sicilia, sono stato in Calabria a parlare con il Presidente della Puglia, della Sardegna, con tutti quelli che potevano dare un contributo. Perciò, quando siamo arrivati alla prima Conferenza stato-regioni, c’era un atteggiamento da parte di tutti i livelli del governo, quindi comuni, province, regioni, completamente diverso rispetto a quello che accadeva in passato, dove il parlamento imponeva come organo nazionale le leggi ai soggetti che dovevano sottostare. Devo fare gli elogi al presidente Formigoni, che è stato tra le parti i che hanno spinto e dato gli uomini per procedere a quella struttura, al presidente Errani e tanti altri loro colleghi. Quella legge l’ abbiamo scritta stando tutti intorno a un tavolo e lavorandoci per giorni e giorni e questo ha fatto sì che quando siamo andati alla Conferenza stato regione per il passaggio ufficiale, la legge è stata approvata all’unanimità da tutti i tre livelli di governo. Quindi voleva dire che da Bolzano a Biella piuttosto che da quelli di Alleanza Nazionale a quelli di Rifondazione Comunista, tutti hanno espresso quel consenso favorevole. Il passaggio parlamentare è stato un po’ la naturale conseguenza, abbiamo valutato, accolto o respinto le proposte non sulla base dei firmatario, quindi del partito di appartenenza, ma sui contenuti, al punto che proposte fatte dalla maggioranza e dall’opposizione dei rami del parlamento venivano poi risottoposte alla abolizione di quel passaggio dalla stessa parte politica. Questo indica la più assoluta trasversalità nella costruzione di questo progetto, che vedrà proprio nei prossimi giorni la partenza della commissione partitica per il federalismo fiscale e abbiamo l’onore di aver avuto come presidente il Professor Antonimi, che è stato recentemente nominato Presidente di questa commissione e finalmente si passerà alla fase dei decreti legislativi. La legge è stata approvata il 29 di aprile, il 21 di giugno è entrata in vigore, e lo stesso metodo rispetto agli altri due anelli della riforma è stato applicato cioè la costruzione del codice dell’autonomia cioè andare a scrivere la costituzione dei vari livelli di governo, comuni, province e regioni. Lo stesso metodo verrà utilizzato anche per la riforma della Costituzione che andrà ad affrontare quello che è emerso nella premessa. Volevo dire che c’è un atteggiamento da parte di tutti di responsabilità rispetto a riforme che ormai sono ineludibili e l’aver lavorato con serietà sul federalismo fiscale, credo che sia il miglior viatico per avere le riforme che non devono durare una legislatura ma devono avere ampio respiro. E questa legislatura, credo che abbia le caratteristiche per essere finalmente quella costituente. Grazie.

LUCA ANTONINI:
Grazie al ministro Calderoli. Lo scopo degli incontri del Meeting è collocare la realtà a questi livelli, a testimonianze, a fatti che si possono vedere in azione. Da questo punto di vista, lo scopo del federalismo fiscale è mettere l’amministratore regionale e locale nelle condizioni di far funzionare al massimo la macchina che amministra: non può far diventare Ferrari una Skoda, deve però far funzionare da Ferrari una Ferrari. Allora, la Lombardia è una Ferrari nel panorama italiano, quindi chiedo al Presidente della Regione Lombardia, dove tutto questo è già esperienza in atto, quali sono le politiche che ritiene più significative da questo punto di vista – ad esempio, sulla semplificazione delle normative per le imprese, sulla de-burocratizzazione, sull’uso efficiente della spesa per dipendenti, sulla valorizzazione delle risorse della società civile -, quelle che possono costituire un modello pilota per l’Italia del federalismo fiscale.

ROBERTO FORMIGONI:
Non vorrei parlare di modello pilota, perché una delle caratteristiche del federalismo è proprio riconoscere ad ogni territorio, ad ogni regione, ma anche ad ogni comune o provincia, a seconda dei casi, la possibilità e il diritto ad autogovernarsi, quindi a scegliere le modalità politiche e i modelli di riferimento che ognuno ritiene più adeguati al proprio territorio. Dopo di che, certamente, è nella possibilità dei cittadini di ogni regione confrontare i risultati che un governo regionale ottiene in una parte del territorio nazionale, e che un altro governo regionale non ottiene. Vorrei partire da una premessa, perché del tema del federalismo, come tutti sappiamo, si parla ormai da tanto tempo in Italia. Voglio sottolineare il grosso lavoro che, come giustamente ha detto il ministro Calderoli, è stato positivamente fatto in questa parte terminale del cammino in parlamento e nel confronto tra il governo, le regioni e le province, i comuni nell’ultima fase. Ma voglio ricordare anche tutto il grosso lavoro preparatorio che, per esempio, le regioni hanno fatto in questi ultimi anni, perché, già nel lontano 2002, su impulso della mia regione, tutte le regioni italiane decisero di trovarsi insieme per cercare di sbrogliare quella che allora pareva una matassa inestricabile. Sul tema del federalismo in Italia si sono combattute delle guerre cruentissime, per fortuna cruente soltanto dal punto di vista politico: ma la contrapposizione era formidabile, il federalismo sembrava un’arma dei ricchi contro i poveri, dei forti contro i deboli, del Nord contro il Sud, dei grandi contro i piccoli. Con buona volontà, tutte le regioni italiane, del centrodestra e del centrosinistra, grandi e piccole, si sono radunate a partire dal 2002. Scegliemmo proprio la Calabria per dire che ci interessava parlare di federalismo, nell’ottica dello sviluppo dell’intero paese. Dal 2002 al 2007 abbiamo lavorato a realizzare, a sgombrare il tavolo da alcuni degli ostacoli più pesanti, che erano quelli dell’ideologia, gli ostacoli di chi ci voleva raccontare che il federalismo era fatto per dividere il paese. Questo lavoro delle regioni permise invece di preparare un documento unanime in cui tutte le regioni, insieme, chiedevano al governo e al parlamento di avviare il cammino nell’ottica di quei principi che indicavamo come fondamentali. Lo presentammo al governo e al parlamento precedenti a questo e non se ne fece nulla. Lo abbiamo ripresentato al nuovo governo, al nuovo parlamento, e questa volta abbiamo trovato ascolto. E’ così partito quel lavoro che Roberto Calderoli ricordava prima. Voglio aggiungere un’altra cosa. Quando si parla di federalismo sarebbe interessante andare a vedere la definizione che ciascuno di noi ha di federalismo, perché esistono ancora molti pareri diversi, ma la gente ammucchia sotto il termine federalismo alcune esigenze sacrosante: i cittadini desiderano minore burocrazia, minori tasse, minore peso dello stato, delle regioni, dei comuni, delle province, di tutto ciò che è politica, di tutto ciò che è amministrazione, sulla loro vita. E anche noi vogliamo attraverso le varie tappe del federalismo: il federalismo fiscale è una di queste tappe, non esaurisce tutto il cammino del federalismo. Arrivare a questo obiettivo, cioè il federalismo, non è e non deve essere concepito come una bandiera ideologica, sventolata da uno schieramento contro l’altro. Noi al federalismo vogliamo sottoporre in maniera pragmatica la nostra scommessa, che è quella di chi dice: cittadini, quando cominceremo a fare i primi passi nel federalismo, e tanto più quando arriveremo alla fine, il nostro impegno è che la vostra vita sia un po’ più semplice, che per le aziende sia un po’ più semplice lavorare e sia inferiore il numero dei giorni e delle settimane che dovete spendere nei rapporti con la pubblica amministrazione; che ciascuno di voi, nella vostra regione e nel vostro comune, si senta un po’ più responsabile e padrone delle scelte da fare. Dico questo anche perché il tema vero del federalismo è garantire un governo delle cose, delle materie, che sia efficace ed efficiente dal punto di vista delle risposte che dà. Non necessariamente tutte le decisioni devono essere messe in campo a livello del governo, come si suol dire, più vicino ai cittadini. Ci sono alcune materie che è sacrosanto siano affidate ai comuni, altre alle province, altre materie possono essere affrontate e risolte soltanto a livello regionale, che ne so, la sanità. Altre ancora è più opportuno che siano accorpate a livello nazionale, e addirittura a livello europeo. Quindi, accanto al principio della vicinanza ai territori, ci deve essere un principio di adeguatezza. Le materie vanno assegnate a chi è più adeguato a dare una risposta, ma certamente l’ottica complessiva deve essere quella di esaltare ciò che chiamiamo sussidiarietà, cioè che alla fine i conti tornino nelle tasche e nella vita dei cittadini. Perché questo è il vero obiettivo di ogni governo, di ogni politica realmente moderna e realmente attenta agli uomini: che padrone del processo politico non sia il partito, lo schieramento, la coalizione, ma che il sovrano vero e conosciuto sia il cittadino e il cittadino concretamente inteso, quindi, il cittadino e ciò che il cittadino crea con la sua molteplice attività: il lavoro, l’azienda, l’impresa. Il cittadino e ciò che concretamente crea nei suoi rapporti sociali: la famiglia, l’associazione, il movimento, la comunità. Da questo punto di vista, la parola federalismo può essere bene intesa come una parola sintetica di questi processi di buon governo. E vengo alla domanda che Antonini mi poneva: la Regione Lombardia. In questi anni, assieme ai miei amici e assieme ai partiti che sostengono la mia giunta, assieme alla coalizione, ci siamo sforzati di fare un lavoro verso il buon governo, di mettere veramente al centro il cittadino. Sussidiarietà, per trovare il ruolo giusto a cui collocare la responsabilità, adeguatezza, per fare pesare di meno la burocrazia: alcune cose le conoscete perché ve le racconto da anni. Il tema della sanità, la riforma sanitaria che fu la prima che facemmo nel 1997, integrando nella sanità pubblica anche alcune grandi iniziative private che accettavano di confrontarsi con le regole e con le modalità di finanziamento fissate dal pubblico, fissate dalla regione. Stabilimmo il principio che ogni cittadino ha il diritto di scegliere dove andare a farsi curare, da chi farsi curare, quando farsi ricoverare, introducendo il principio della libertà di scelta del cittadino. Lo stesso principio ha ispirato le nostre politiche scolastiche: la famiglia deve avere il diritto di scegliere la scuola che ritiene opportuna per il figlio, e le condizioni economiche disagiate non devono essere un impedimento all’esercizio di questa libertà di scelta. Da qui è nata la politica dei buoni scuola, che da due anni si è evoluta nella politica della Dote Scuola, cui fanno riferimento, di cui si giovano, quasi un terzo di tutti gli studenti delle scuole pubbliche e private della regione Lombardia. C’è la Dote Scuola ma c’è anche la Dote per la formazione professionale, la Dote lavoro. E in questo periodo di difficoltà economica, io posso veramente dire che il principio che ci ispira è quello di non lasciare solo nessuno. Noi stiamo riuscendo a far sì che nessuno dei nostri cittadini, neppure quello colpito più gravemente dalla crisi economica, sia lasciato solo. E’ il grande accordo che tutte le regioni hanno firmato con il governo questa primavera, sul tema degli ammortizzatori sociali: abbiamo stanziato complessivamente quasi nove miliardi di euro per gli ammortizzatori sociali. Sono stato molto felice perché, sia le altre regioni sia il governo nazionale hanno accettato il metodo della regione Lombardia, per cui il contributo per un lavoratore che perde il posto di lavoro viene dedicato, non soltanto come integrazione al reddito ma anche come contributo per la formazione, in modo che il lavoratore temporaneamente espulso dal processo produttivo possa studiare e approfondire le proprie conoscenze, e quindi essere pronto, un domani passata la buriana, a reintrodursi nel meccanismo produttivo ad un livello più alto. Perché è così che si fa se vogliamo puntare a trarre il bene dal male, se vogliamo tentare di migliorare. Lo stesso sulla competitività, lo stesso sulle politiche che abbiamo adottato per la famiglia, rovesciando l’impostazione di una certa sinistra assistenzialista e centralista, per cui gli assessori alle politiche sociali impostavano la loro politica nel chiuso dei loro pensatoi e le famiglie dovevano adeguarsi ad entrare dentro questa o quella casella delle tante gabbie e gabbiette che la politica familiare e sociale di tante giunte predisponeva. L’abbiamo completamente rovesciata, chiamando le famiglie ai nostri tavoli e dicendo loro: presentateci dei progetti. Noi ente pubblico, noi regioni, vogliamo dare una mano a voi, la sussidiarietà è nei vostri progetti. C’è stata una crescita straordinaria di associazioni familiari, di gruppi di famiglie che hanno presentato progetti relativi al loro quartiere, alla loro fabbrica, alla loro azienda. Le associazioni familiari si sono moltiplicate per dieci nel giro di un anno e mezzo. Abbiamo finanziato in questi anni quasi diecimila progetti presentati dalle famiglie lombarde e la crescita di democrazia e di partecipazione è una soddisfazione delle famiglie che trovavano finalmente nell’ente pubblico un interlocutore del loro bisogno. Erano loro a dire il proprio bisogno: non c’era l’assessore presuntuoso, portatore di ideologia, che diceva: un momento, famiglie, voi non conoscete veramente il vostro bisogno, per fortuna ci sono io portatore di un’ideologia salvifica che vi spiega come fate a rispondere ai vostri bisogni. E’ questa logica centralista e ideologica che abbiamo distrutto, che abbiamo rovesciato. L’impostazione federalista e sussidiaria si dimostra utile anche in altre materie, molto più materiali, se volete: il tema delle infrastrutture, che è croce e non ancora delizia dell’intero nostro paese. Noi Lombardia avevamo ed abbiamo un bisogno enorme di infrastrutture, però l’infrastruttura bisogna pensarla localmente e passare poi a livello nazionale dove, tante volte, tutto si insabbia, tutto viene ritardato. Noi abbiamo fatto una proposta ai governi che si sono succeduti, e questo accordo lo abbiamo chiuso proprio con il governo precedente. Abbiamo dato vita ad un organismo che abbiamo chiamato CAL, Concessioni Autostradali Lombarde, per cui l’ente propulsore della realizzazione delle infrastrutture della Lombardia non è più un ente romano ma è un ente a mezza via tra la regione e la realtà nazionale, con il risultato che abbiamo diminuito i tempi e i costi della realizzazione delle nostre grandi opere. Un analogo meccanismo lo stiamo sperimentando adesso, anzi, una sperimentazione comincerà nel mese di settembre, sulla materia del trasporto ferroviario, perché allude a un bisogno enorme. I nostri pendolari sono mezzo milione, e hanno solo il bisogno di trasportarsi con la massima velocità possibile, magari non in carrozze fredde d’inverno e calde d’estate, magari non in treni che saltano improvvisamente per cui, se arrivano in stazione per prendere il diretto delle 7.16, che è stato soppresso, devono aspettare le 8.02. Però abbiamo messo insieme la rete ferroviaria nazionale di Trenitalia e la nostra rete delle Ferrovie Nord-Milano, attraverso un meccanismo per cui chi sovrintende a tutti i trasporti ferroviari in Lombardia non è più, ancora una volta, la direzione romana, ma se c’è un guasto a Brescia interviene una testa basata in regione Lombardia. Voglio dire, meccanismi virtuosi che esaltano la funzione di responsabilità da parte delle realtà locali regionali, e che dimostrano come le nostre regioni, almeno la più avanzata di esse, possono farcela. Ma avanzate, in potenza, sono tutte: questa è un’altra cosa da far passare. Gli esempi virtuosi servono a dire che, se ce l’hai fatta tu, allora, per un meccanismo di imitazione e di competizione, ce la posso fare anch’io. E allora federalismo diventa veramente una gara virtuosa a chi riesce a governare meglio per i propri cittadini. Quando ci sarà la possibilità di stabilire il livello di imposizione fiscale tra regioni, ben venga che una regione scelga di detassare completamente in un settore per attirare nuove imprese produttive, e che un’altra regione risponda con un’altra misura, perché è questa competizione tra territori che abbiamo bisogno di privilegiare. Io vorrei che noi riscoprissimo anche questo apporto nazionale: a volte siamo troppo autocritici, noi italiani. Io sono portatore di una cultura itineraria straordinaria, nel mondo: se vogliamo, le cose le possiamo fare, dobbiamo però incentivare questa gara virtuosa. Quando abbiamo cominciato, nella Regione Lombardia c’erano 2000 leggi: oggi le abbiamo portate a 450, perché i cittadini non possono essere costretti a leggere tutti gli infiniti articoli e norme che una abnorme produzione legislativa realizza. Il ministro Calderoli si è messo sulla stessa strada a livello nazionale: vedete che la competizione serve anche tra regioni e stato centrale? La Lombardia indica la strada ed il ministro Calderoli la segue, perché è lombardo pure lui. Diminuzione delle leggi, diminuzione dei dipendenti regionali perché, se un mestiere lo possono fare in tre, è inutile che l’assessore o il presidente di turno ne assuma altri ventisette clientelarmente, per portare trenta persone piuttosto che tre a lavorare in un settore. Noi abbiamo ridotto drasticamente il numero dei dipendenti. Tutto questo lo abbiamo fatto – ed è un’ultima annotazione – in un grande accordo, ricercato e voluto con gli enti locali di Lombardia. Non è vero che il destino immutabile è quello di un centralismo regionale, oppressivo dei poteri dei comuni, delle province o delle comunità montane: non è vero, non è un destino ineluttabile. Possiamo procedere attraverso accordi virtuosi in cui si esalti la competenza di ciascuno. Ecco perché il professor Antonini diceva correttamente che la regione Lombardia ha anticipato qualche cosa anche del federalismo fiscale. Tre anni fa abbiamo firmato un grande accordo con tutti i nostri 1546 comuni, le nostre 12 province, le nostre 36 comunità montane, accordo sottoscritto all’unanimità sulla materia più delicata di tutte: la gestione dei soldi, il federalismo fiscale. Questa è la strada che ci sta permettendo di ottenere risultati importanti sulla base dei quali non vogliamo insegnare niente a nessuno, ma che certamente mettiamo a disposizione di tutti soltanto per essere approfonditi.

LUCA ANTONINI:
Michele Emiliano è sindaco di Bari, un’importante città del sud, viene dalla magistratura e quindi sa bene come il governo si possa trovare di fronte certe realtà. E allora gli chiedo: la sfida del federalismo fiscale è un’opportunità o una sciagura per il sud? Come pensi di presentarla agli elettori?

MICHELE EMILIANO:
Innanzitutto mi permetterete di salutarvi e di dirvi che, per me, essere qui oggi è un onore molto grande, un onore che passa ovviamente dalla mia gratitudine nei confronti di chi mi ha invitato ma, soprattutto, dalla frequentazione quotidiana nella mia città, nella mia regione, con tanti di voi che sono stati preziosi in questi anni nei quali, da magistrato, ho dovuto trasformarmi in amministratore locale. Vi garantisco che non è stata una cosa semplice: e naturalmente è un onore ancora più grande essere qui a parlare di una cosa tanto importante, alla quale ci stiamo preparando da molto tempo. Io dirò stasera, probabilmente, alcune cose che vi meraviglieranno, e vi prego, non ho voluto fare la parte di portarmi le carte provate, di credermi sulla parola e poi verificare con calma quello che io vi dirò. Ci stiamo preparando al federalismo dal 2004, da quando sono diventato sindaco. Immaginate che il comune di Bari allora aveva, credo, quasi ottanta dirigenti, molti dei quali ovviamente con una difficoltà ad entrare nel meccanismo amministrativo. Soprattutto, non c’era nessun collegamento tra il programma di governo e il numero delle ripartizioni e dei dirigenti. Oggi abbiamo trenta dirigenti, Bari è la città metropolitana italiana che costa di meno in assoluto in Italia. Al contribuente italiano costiamo il 30% in meno di qualsiasi altra città metropolitana, e il 50% in meno rispetto a Firenze e a Venezia. Ma Firenze e Venezia, ovviamente, hanno dei patrimoni storici da mantenere che di fatto giustificano questa situazione. E naturalmente nessuno sa che Bari è una città che ha solo 2000 dipendenti, 620 dei quali vigili urbani, pochissimi. E nessuno sa che Bari ha un PIL che è lo stesso dello stato italiano. Nessuno sa per esempio che Bari è la città metropolitana italiana con il maggior incremento della raccolta differenziata in Italia e facciamo una fatica terribile. Ecco perché è importante essere invitati al Meeting, perché, sia pure con emozione e con affanno, ho la possibilità finalmente di raccontarvi il sud, senza che appaia, come al solito, come una corte dei miracoli. Per esempio, mi ricordo quando abbiamo passato dei guai in riferimento all’università di Bari: adesso mi accorgo che stanno succedendo cose identiche in Germania, e questo mi consola, ma mi dice anche che la lotta che noi stiamo facendo per prepararci all’attuazione del 119 della Costituzione è una lotta che è passata anche da un precedente lavoro. Io lavoravo alla Direzione distrettuale antimafia di Bari, e non mi sono mai occupato di processi politici. Forse per questo sono rimasto un magistrato abbastanza simpatico a tutti. Però la Puglia è un esempio di lotta virtuosa alla criminalità organizzata, coronata da successo! Guardate un po’, in Puglia abbiamo processato e arrestato migliaia di persone che adesso sono tutte in galera. Viviamo una situazione di ordine pubblico che è immensamente migliore di quella di tutte le città grandi del nord del paese. Il tasso di criminalità delle città del nord è quasi il doppio di quello della Puglia e della città di Bari. Ma la Puglia, per esempio, è anche la regione italiana che ha il maggior quantitativo di energia prodotta da fotovoltaico ed eolico. Non solo. È una delle poche regioni povere (quelle che praticamente sono costrette a chiedere danaro alle regioni ricche per far funzionare il sistema sanitario) che non ha sfaldato i termini previsti dalle leggi e quindi non è commissariata. Certo, siamo sempre ad un pelo dall’essere commissariati, però, se vi dicessi che, a parità di abitanti, la Puglia, rispetto all’Emilia Romagna, ha rilevato dal fondo sanitario nazionale 350.000€ in meno e che il sistema sanitario pugliese, a parità di abitanti, ha 18.000 addetti in meno alla sanità, voi ci credereste? E sapete che questa cosa è complicata da gestire, perché fornire lo stesso servizio con una infrastrutturazione molto sottodimensionata è complicato. Per cui, la sfida del federalismo è bipartisan, anche per motivi storici. Il 119 è una norma introdotta nell’ordinamento dal centrosinistra: ciò che sto per dire al ministro Calderoli, lo direi con maggiore veemenza e durezza anche a D’Alema o ad Amato, perché il 119 contiene effettivamente una strategia giusta, corretta, che però deve passare attraverso un processo di accompagnamento per alcune regioni che sono in difficoltà maggiori rispetto alla Puglia, come la Calabria e la Campania. Non deve corrispondere all’insegnare a nuotare ad un bambino, semplicemente buttandolo in acqua, perché alcune volte sono bravi ed imparano, altre volte rischiamo di farli affogare. E io so che il decreto legislativo che è stato approvato contiene potenzialmente quelle norme che consentirebbero questo accompagnamento. So che, al di là dell’abilità della Lega Nord di conseguire l’approvazione di un decreto poco prima delle elezioni europee – siete stati dei fuoriclasse, da questo punto vista -, e al di là del fatto che è stato presentato come una grande evoluzione, in realtà il decreto legislativo è una norma ampiamente condivisa dalle regioni, dai sindaci. Ma adesso comincia una partita fondamentale, una partita nella quale si capirà se il decreto sul federalismo è una norma rispetto alla quale io devo mettere in guardia i cittadini o se invece dovrò dire loro di fidarsi. Perché il titolo di questo Meeting è straordinario? Perché il conoscersi, come oggi sta avvenendo, il parlarsi, constatare la natura umana del ministro Calderoli, percepire nel suo sguardo che egli capisce le preoccupazioni di un meridionale di fronte all’ipotesi che il federalismo possa essere semplicemente un modo per sganciare il Sud al suo destino – questa minaccia in teoria c’è – ribadisce che la conoscenza tra le popolazioni italiane è importante e deve diventare davvero un evento capace di creare un legame di fiducia. Il federalismo non potrà essere una strategia di successo, se non saremo in grado di fidarci l’uno dell’altro: innanzitutto fidarsi noi, che siamo quelli che abbiamo creato maggiori problemi nella storia di questo paese: parlo dei meridionali, però mi permetto anche di dire che tanti di questi problemi, nel tempo, dall’unità di Italia ad oggi, non sono stati affrontati con la necessaria intelligenza neanche dalle classi dirigenti del resto del paese. Abbiamo una responsabilità comune. Per cui, io credo alle parole di Luigi Sturzo che diceva: “La responsabilità dei meridionali è quella di elaborare una strategia”. Noi siamo disponibili, signor ministro, a collaborare per elaborare questa strategia all’interno del decreto legislativo. Una strategia del superamento della questione meridionale che divenga una strategia nazionale, per emancipare il paese da una crisi di crescita che dura oramai da quindici anni. Perché è vero che il sud ha tanti problemi, ma sono gli stessi problemi del resto del paese, un po’ amplificati. A Milano – lo so per esperienza – c’è tanta criminalità organizzata quanta ce n’è a Bari. A Milano c’è un rischio di infiltrazioni mafiose nella Borsa, nei grandi affari, esattamente come c’è a Palermo, a Catania o a Napoli. Noi dobbiamo difenderci insieme. Ritengo che il ministro Maroni creda in questa strategia e abbia una idea unitaria dell’ordine pubblico nel nostro paese: la lotta alla mafia, l’accompagnamento alla virtuosità degli enti locali, la solidarietà, lo scambio delle esperienze. Col presidente Formigoni oggi parlavamo del modello lombardo in materia di sanità: io mi sono impegnato a convincere Niki Vendola, che alle volte è un po’ ideologico ma sta migliorando moltissimo, ve lo assicuro, che persino un lombardo può aver imbroccato un metodo di gestione del sistema sanitario utile anche alla Puglia. Grazie.

LUCA ANTONINI:
Adesso farei un giro di quattro domande molto veloci, cinque minuti a ciascuno dei relatori, a carattere un po’ giornalistico, entrando nei contenuti della legge per verificarli. La prima è questa. Una recente indagine del Sole 24 ore ha messo in evidenza come oggi il gettito delle imposte vada per la metà a regioni ed enti locali: 1800 euro pro capite li tiene lo stato, 1848 vanno al comparto regioni ed enti locali. Il potere di spesa per circa la metà è stato decentrato, ma il potere impositivo no. Il sistema è rimasto fondato sulla finanza derivata. Le entrate proprie di regioni ed enti locali, qualcuno le ha definite “entità metafisiche”. Così si è trasformato il principio no taxation without representation in una specie di mostro giuridico: representation without taxation. Il che non rende un buon servizio né alla democrazia, né alla responsabilità. Il federalismo fiscale è davvero l’occasione di una rivincita della democrazia e della responsabilità, ministro Calderoli?

ROBERTO CALDEROLI:
Io ne sono assolutamente convinto. Il problema principale è che non si ha ancora una conoscenza della materia e del perché si sia arrivati a determinati problemi. Sentivo anche dal sindaco Emiliano che il federalismo viene ancora visto come un possibile confronto Nord-Sud. Il federalismo fiscale è un contrasto alla superficialità, alla non capacità di amministrare, al malaffare, è una responsabilizzazione e una trasparenza, che può valere sia rispetto al buono o cattivo amministratore del nord come a quello del sud, prima di arrivare ad avere l’optimum della classe amministrativa, che deve arrivare spontaneamente ma qualche volta bisogna portarcelo. Noi abbiamo avuto un periodo in cui si è toccato il minimo di autonomia impositiva, cioè la possibilità di mettere delle tasse – la cosiddetta tassa della famiglia, la tassa Vanoni, ecc. -, che davano entrate agli enti locali. Forse per bilanciare, in corrispondenza della nascita delle Regioni, che avevano atteso dal ’48 al ’70 prima di essere realizzate, la riforma Visentin ha riportato tutto nel bilancio dello stato e ha tolto qualunque tipo di entrata a livello di ente locale. Togliendo questa entrata, si è dovuto trasformare il trasferimento dello stato in periferia e il parametro è stato quello della spesa storica. E lì proprio veramente casca l’asino, in quel periodo. Qualcuno, in maniera molto furbesca, aveva inserito, quando venne fatta la fotografia delle spese, cose che magari non esistevano: e sono i cosiddetti comuni sovra dotati. Qualcuno invece si è fatto trovare impreparato e ha ricevuto molto meno rispetto a tante altre situazioni. Questo ha creato la completa deresponsabilizzazione di chi amministra e si è arrivati al paradosso che tanto più uno spendeva, tanto più riceveva in termini di denaro, proprio il contrario del principio della buona amministrazione. Lo sviluppo poi della Bassanini, che ha ulteriormente decentrato, non ha dato autonomia politica ma ha peggiorato le cose. Però, il problema è che oggi uno fa i conti per qualunque tipo di intervento che andiamo a fare in termini di Finanziaria, che va dai dieci ai venti miliardi a seconda dei periodi. Per fare un esempio, rispetto a un anno fa noi avremmo, per il 2009, ottocento miliardi di uscite! Erano settecento e ottanta le entrate previste, e sono diventate settecento cinquanta per la crisi: quindi, ci sono cinquanta miliardi che mancano, gli interessi sul debito pubblico cumulato. Per arrivare all’azzeramento del debito pubblico, dovremmo fare cinque manovre finanziarie all’anno per centocinquanta anni. Siamo andati ad intervenire proprio alla radice del problema, bloccando i trasferimenti e sostituendoli con la possibilità di un’autonomia impositiva da parte del comune, delle province, delle regioni. Ma non basta dire: i soldi, invece che allo stato, vanno ai comuni, perché non cambierebbe assolutamente niente. Quello che è evidente, e che abbiamo cercato di stimolare, è il collegamento fra il tributo che il cittadino versa e il servizio che riceve, per stabilire la possibilità del cittadino di vedere che fine fanno i soldi, che servizi vengono erogati, per permettergli il controllo democratico sull’amministratore. Oltre a questo, c’è la possibilità, che prima accennava anche il presidente Formigoni, della flessibilità e manovrabilità del tributo. Cioè, se uno è bravo ad amministrare e riesce a garantire un servizio a minor costo, è giusto che possa ridurre le tasse o aumentare il numero dei servizi. Può fare una propria politica economica, decidendo di detassare determinati settori. Credo che sia importante – e mi fa piacere dirlo in questa sede, perché so che vi siete battuti per tempo – il fatto che, per la prima volta, abbiamo inserito gli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione, ovvero la famiglia, la maternità, la gioventù e la possibilità di introdurre il quoziente familiare di cui tanti parlano e che però non si era mai riusciti ad inserire in un provvedimento fiscale. Lo dico proprio con gioia, perché in un periodo di “Dico, non Dico”, mi fa piacere pensare anche alla famiglia con bambini e tutto il resto, in maniera naturale! Credo che il principio della territorialità del tributo sia quello che il presidente Berlusconi appoggia e sostiene di più, rispetto al fatto che, quando non ci saranno più i trasferimenti, gli enti locali, le province, le regioni dovranno andare a riscuoterli, quei soldi, perché saranno le uniche entrate che avranno. E la conoscenza che ha l’amministratore locale del proprio cittadino, in termini di contributore, può contribuire a capire effettivamente chi è l’evasore del posto rispetto a chi. Altrimenti, dovendo fare una lotta dal centro, non si riuscirà mai a far emergere questa evasione. Noi siamo di fronte ad una persecuzione dell’evasione, è stato incrementato il contrasto, è aumentato il numero delle entrate, ma non siamo riusciti a contrastare l’evasione di massa. Partendo dal basso, credo che il contrasto all’evasione sarà effettivamente realizzato. Servono trasparenza, responsabilità, controllo democratico, accanto a sanzioni che partano in automatico, dal primo livello di commissariamento fino al controllo della spesa e all’ineleggibilità, perché chi ha fatto danni sul territorio non vada a farne altri ad altri livelli di governo.

LUCA ANTONINI:
Presidente Formigoni.

ROBERTO FORMIGONI:
Io conservo ancora uno scetticismo di fondo perché conosco vizi e virtù nostre, ma se invece questa legge riuscirà riempirsi di contenuti, di numeri, appunto, come i Decreti delegati, indubbiamente saremo di fronte a una vera e propria rivoluzione, perché il passaggio dalla spesa storica al costo standard è il passaggio dal vizio alla virtù. Adesso si ragiona ancora così: va bene se costa 5, se costa 10, se costa 100, tanto chi paga il conto a piè di lista è un altro, non sono io, amministratore locale, ma è lo stato centrale che alla fine, cosa volete che faccia? E’ chiaro che deve ripianare i debiti perché la città va in dissesto. In questa stagione abbiamo visto alcune città che, con il cambio d’amministrazione, hanno presentato conti spaventosi, buchi enormi, deficit accumulati per miliardi di euro: ma chi può pensare di chiamare a risponderne gli amministratori che si sono succeduti nel corso degli anni? Arriva una nuova amministrazione, ci penserà il governo nazionale a coprire quei buchi: con quali soldi? Con quelli di tutti. E qui si arriva al paradosso per cui i cittadini delle regioni meglio amministrate, che non fanno deficit, i comuni meglio amministrati, che non fanno deficit, non solo sulla base della spesa storica, essendo stati virtuosi in passato, ricevono anno dopo anno meno soldi. Ma alla fine i soldi dalle loro tasse servono anche a pagare il vizio di chi ha accumulato deficit su deficit e, nonostante anno su anno abbiano ricevuto quote più alte, poi alla fine ha fatto lo stesso i buchi. Per cui, credo proprio che si possa parlare di rivoluzione, la rivoluzione indotta dall’introduzione del criterio di responsabilità. Le conseguenze della tua azione amministrativa, caro amico amministratore, politico e sindaco, presidente di regione o ministro, presidente del consiglio, queste conseguenze ti seguono: non puoi, a un certo punto, bellamente lavartene le mani e andartene, secondo il principio di responsabilità devi parlare con chiarezza ai tuoi cittadini. Da questo punto di vista, è fondamentale che la legge vada lavanti su questo terreno. Io so di essere perfettamente d’accordo con il ministro Calderoni: dobbiamo ancora lavorare per convincere altri che possano essere loro stessi a mettere le tasse. L’obiettivo non è aumentare le tasse ma rendere responsabili le regioni, i comuni o le province che, essendo loro a dover andare dai cittadini a chiedere di pagare le tasse, si sentiranno domandare dai cittadini magari un precedente. Caro sindaco, perché ci chiedi questo, per farne cosa? Ah, tu dici per fare migliori servizi sanitari, migliori servizi scolastici, migliori servizi di trasporto! Bene, stabiliamo il patto, poi ci fai vedere che risultati arrivano a casa. Ti darò il mio voto o non ti darò il mio voto sulla base dei risultati che arrivano. Questo è il principio fondamentale della democrazia, mentre, se tutto passa attraverso un grande collettore nazionale dove vengono buttate indistintamente le tasse pagate dagli italiani – e tutti sembriamo uguali, perché questo grande collettore nazionale non si vede chi paga fino all’ultima lira e chi evade -, e poi da lì vengono ridistribuite secondo questo criterio assurdo e sbagliato della spesa storica invece del costo standard, non ci sarà mai nessuno chiamato a rispondere. E qui, veramente, vedete che la possibilità di un cambiamento epocale c’è. Da questo punto di vista, è importante che i principi contenuti nella legge di cui stiamo parlando siano estesi. So di affrontare un discorso non del tutto politicamente corretto, perché questi principi – la spesa storica e il costo standard -, sostanzialmente sono per le ragioni a statuto ordinario. C’è in Italia una questione grande come una casa delle regioni a statuto speciale, che neppure questa legge riesce a sottoporre alla valutazione, al superamento della spesa storica e del costo standard. Le regioni a statuto speciale in Italia hanno una ragione storica indiscutibile, però, amici, la storia si evolve, cambia. 61 anni fa era una storia, oggi è un’altra storia. E allora non credo sia un’eresia dire che 61 anni dopo la Costituzione del ’48 si può andare a vedere quali e quante di quelle ragioni storiche ancora sussistano. E poi bisogna anche che questo principio della spesa storica e del costo standard sia introdotto – ma sono convinto che il ministro Calderoli lodevolmente lo farà – anche per i ministeri del governo nazionale, perché bisogna che anche i ministeri del governo nazionale rispondano delle loro spese e dell’aumento di personale che in questi anni è stato fatto e sul quale, nonostante la lodevole azione del ministro Calderoni, anche il nostro governo non è ancora perfettamente a posto. Vedete? La bellezza delle cose giuste è che, quando sono introdotte in una parte del sistema, poi inevitabilmente dilagano: è come un virus nei computer, in questo caso si tratta di un virus positivo che spingerà e costringerà la politica italiana a diventare virtuosa. Voglio concludere dicendo una cosa che non è un appello alla demagogia: il cambiamento può essere veramente importante. Se scoperchiamo la pentola per la prima volta, abbiamo veramente bisogno che ci sia l’opinione pubblica, il controllo della gente che ci stimola, ci aiuta e ci spinge. C’è bisogno di una rivoluzione di responsabilità e di voglia di partecipare, da parte della gente, da parte del popolo. Abbiate l’orgoglio di esercitare il controllo democratico sugli atti dei vostri amministratori e dei vostri politici, fateci sentire il vostro peso, la vostra pressione perché, senza questa spinta del popolo, la politica troverà sempre le strade per scappare. Siccome noi siamo politici che vogliamo avere addosso il fiato dei nostri cittadini, fatecelo sentire! Uno dei motivi per cui, tra le altre cose, sono a favore della reintroduzione del voto di preferenza, è perché abbiamo bisogno che ci sia questo controllo sui politici eletti direttamente dalla gente.

LUCA ANTONINI:
Michele Emiliano.

MICHELE EMILIANO:
A sentire parlare il presidente della regione Lombardia sono preoccupato, sono molto preoccupato, perché non riesco a trovare neanche un piccolo appiglio per non essere d’accordo con lui. E questo, a casa mia, mi costerà caro, ne sono certo. Sperando che voi continuiate ad invitarmi, non vi parlerò mai più tanto di quello che succede dalle parte mie, però un’altra cosa che probabilmente non sospettavate è che nel comune di Bari la pressione fiscale è la più bassa tra tutte le città metropolitane italiane. In cinque anni, non abbiamo aumentato la pressione fiscale praticamente di nulla, abbiamo sopportato il taglio dell’ICI da parte del governo Prodi anche perché, per essere sincero, il governo Prodi ha ristornato quel taglio con trasferimenti. Siamo andati un pochino in difficoltà, debbo essere sincero, con il governo Berlusconi. Faccio un po’ il cattivo, c’è una domanda che mi piacerebbe fare al ministro Calderoli: chi per esempio ha una grande casa nel centro di Bari, è contentissimo di non pagarci sopra l’ICI, però nemmeno si accorge di quegli 800 euro che non paga. La domanda che farei al governo è questa: come mai aboliamo l’unica vera leva di autonomia in positivo che avevamo, cioè l’ICI sulla prima casa – perché poi, parliamoci chiaro, l’ICI sulle altre case ha un gettito talmente inferiore che c’è poco da razziare? Come mai l’era del federalismo fiscale parte con l’abolizione dell’unico tributo realmente nelle mani dei sindaci per potere, in qualche modo, attrarre gli investimenti? Noi, per esempio, avevamo valorizzato al massimo gli insediamenti industriali, colpendo coloro che non affittavano le case e le tenevano non impiegate o con altri meccanismi. Di una trovata ero particolarmente orgoglioso: l’esenzione dall’ICI delle prima case per le coppie appena sposate, che acquistavano una casa e facevano il mutuo. C’era addirittura l’esenzione in proroga per chi faceva il primo figlio, e la proroga se arrivava il secondo. Una maniera attraverso la quale il comune di Bari spingeva la natalità perché poi, per il resto, abbiamo dovuto prendere atto della terribile denatalità che ci sta colpendo in Italia, abbiamo dovuto ricordare ai nostri cittadini che fare figli non è semplicemente un accidente della vita, come comprarsi un’automobile o una barca, ma è dare un senso alla catena delle generazioni che, se non si avvicendano, vorrei capire di che cosa stiamo parlando. Dico di noi politici, se non siamo capaci di dare un senso alle generazioni che verranno e, soprattutto, di spiegare ai nostri giovani che è vero che possono fare tantissime cose importanti nella vita, ma c’è n’è una che è più importante di qualsiasi altra, ed è immaginare, attraverso l’amore, di dare la vita ad altre persone che rendono tutto questo dotato di un senso. Altrimenti, davvero non so perché ci impegniamo tanto a cambiare questo paese, se poi continuiamo a non immaginare modelli attraverso i quali dare una speranza alle giovani generazioni. Ecco, non ho l’impressione che in questo modello che abbiamo avviato ci sia anche lo spazio per immaginare l’offensiva. Cioè, stiamo gestendo bene la difesa dallo sfondamento del deficit integrale, stiamo gestendo bene la strategia del federalismo di efficienza, della lotta alla mafia, ma sono tutte azioni difensive. L’attacco che deve camminare sulla speranza, sugli eventi che, come dite voi col titolo di questo Meeting, costruiscono il coraggio, la voglia di legami che allarghino la dimensione del nostro paese, restituendogli finalmente un ruolo senza paura. Ecco, su queste cose immagino che il 119 potrebbe sembrare una norma della Costituzione che non contiene nulla che consenta di coltivare il coraggio della speranza. Invece non è vero, perché il 119 ha la possibilità – genericamente delineata nel decreto legislativo – di continuare a lavorare per gli obiettivi di convergenza. E’ un termine brutto, ma sono quelli dove tutte le altre norme della Costituzione – quelle che presentano la solidarietà, la progressività dell’imposta – devono evidentemente trovare un’applicazione. Nel decreto c’è, devo dare atto il signor ministro che c’è questo elemento di coesione del paese, dell’Italia, ma lo dobbiamo applicare in maniera non velleitaria. E lo dobbiamo fare, anche attraverso la dotazione agli enti locali, soprattutto alle regioni, di leggi fiscali che per esempio, nel mio caso, mi consentano di trasformare quella che è un’apparente minaccia, la debolezza del mio bilancio – perché è un bilancio di soli 750 milioni di euro – in una opportunità. Ho detto prima che Bari costa poco. Allora, è possibile che, attraverso lo strumentario di leve fiscali flessibili, non necessariamente eterodirette dalla regione, perché se no avremmo un centralismo regionale pesantissimo, forse persino più di quello statale, le aree metropolitane di Bari incomincino ad avere strumenti di autonomia in positivo, veri? Se raccoglie questa sfida, signor ministro, Bari le verrà dietro, la sosterrà con l’entusiasmo di chi incomincia a credere che ciò che c’è scritto nella legge corrisponde ad un’idea del futuro del paese. E con quelle leve potremmo, per esempio, avere la capacità di fare investimenti nell’area industriale di Bari. E’ tutto da inventare, detassazioni o particolari strategie che però devono passare da una questione, che i vasi comunicanti devono evidentemente tenersi. Significa che lo stato deve essere disponibile sul serio a divenire l’imposizione tributaria nazionale sulle aree soprattutto al sud, mi permetterei di dire anche con un’azione straordinaria da riversare all’Unione europea, che consenta, nella fase di avvio del federalismo fiscale, di dire che, almeno al sud, questa spesa per voi la stiamo facendo. Che stiamo negoziando, come è successo per l’Irlanda, un periodo di fiscalità di favore che consenta di attrarre investimenti e di infrastrutturare il territorio, in modo che risponda alla sfida. Allora, queste operazioni collegate all’attuazione e al lavoro della commissione tecnica possono essere importantissime per creare la fiducia. Ero arrabbiato perché tutte queste operazioni connesse al federalismo non erano state ancora affrontate. Mi avevano detto: sindaco, lo faremo nel momento in cui costruiremo i decreti normativi. Bene, io questa sfida l’accetto, lo dico anche al presidente della Commissione tecnica. E’ chiaro che un giudizio su quello che avverrà, in termini di responsabilità politica, sarà legato a ciò che comporremo come strategia complessiva, politica, non solo tecnica, legata all’attuazione del federalismo.

LUCA ANTONINI:
Ministro, sintetizzo le ultime domande in un’unica domanda di chiusura. In un recente editoriale sul Corriere della Sera, titolato “Malumori d’Italia”, Di Vico affermava che due Italie “non sono un rischio, sono una realtà”. Allora, la prima domanda è: un partito del sud, serve a questa Italia dove, per esempio, il deficit accumulato dalle quattro regioni meridionali commissariate è pari a 27 miliardi di Euro, cioè 500 euro per italiano, neonati compresi? Collegata a questa, la seconda. In questo contesto mi piace ricordare che monsignor Giussani parlava sempre della necessità di una cultura della responsabilità, e credo che il principio di sussidiarietà sia un’espressione di questa cultura, perché chiama tutti, anche la società civile e la politica, a un’assunzione di responsabilità. La nuova legge coglie insieme la sussidiarietà verticale, cioè il federalismo, e quella orizzontale: questa è una novità. Come la giudicate, perché è importante? Ministro Calderoli.

ROBERTO CALDEROLI:
Io credo che di tutto abbiamo bisogno, nel paese, tranne che di un partito in più, se ne parliamo nei termini di un partito tradizionale, soprattutto se si tratta di un partito che non nasce da istanze del popolo, dalla gente, ma parte dalla classe dirigente per realizzare, più che un partito, una corrente che utilizza la parola partito per fare pressioni e creare condizionamenti o, diciamo più semplicemente, ricatti, per avere qualcosa in più. Credo che di necessario nel Mezzogiorno ci sia, più di un partito politico, un movimento culturale che non si chieda “quanto ci date” ma “che cosa faremo da grandi”. Lei prima ha fatto riferimento al discorso sanitario: purtroppo è una realtà drammatica, abbiamo una parte del paese che rappresenta una grande punto degenere rispetto al resto d’Europa, rispetto al fatto che il nostro sistema sanitario complessivamente possa essere giudicato il primo a livello europeo, e forse possa confrontarsi col livello degli Stati Uniti, rispetto a determinate realtà. Due giorni fa, è stata fatta un’indagine da Londra sugli ambienti turistici che potevano dare garanzie sanitarie: la prima tappa era Parigi, non la Francia, la seconda, una parte del paese Italia, con grandi rischi rispetto a certe aree del paese che sono le regioni che hanno accumulato quel debito. Il debito non è conseguente al fatto che non gli si dà abbastanza, c’è una precisa caratteristica di queste regioni a delegare pochi e pessimi servizi e a spendere tanto, perché non si è mai intervenuti per razionalizzare quella spesa in termini sanitari. A me verrebbe voglia di sparare, quando vedo certi numeri: tutti fanno partorire le donne col parto cesareo, e non con quello naturale, perché consente loro di guadagnare di più. E far partorire col parto cesareo una donna, con i rischi e le conseguenze rispetto al parto naturale, mi sembra una cosa da criminali. Che uno riesca a far pagare cinque volte tanto un’unità di sangue, che è effetto di una donazione, è una cosa che non esiste al mondo. Il cerotto costa 100 lire di più a Reggio Calabria rispetto a Milano: va bene che c’è il trasporto, ma qualcosa d’altro ci deve essere. In questo senso, credo serva un esame autocritico, prima di partire. In Sicilia ci dicevano che c’era la necessità del partito del sud, e i primi due giorni 302 comuni su 320, o 330, comunque il 90%, sono stati commissariati dall’assessore regionale, compresi tutti i capoluoghi, 6 province su 9, e non hanno approvato il bilancio consuntivo, quello preventivo o nessuno dei due. E’ colpa del nord cattivo, oppure qualcuno deve mettersi in testa che le regole valgono per tutti e che il bilancio preventivo e consuntivo lo debbono approvare? L’amico si lamenta perché ha perso per la sanità, ma poi vado a verificare e scopro che non esiste il bilancio della sanità: è stato ricostruito per via orale. Non stiamo parlando del Congo, stiamo parlando di una regione che non ha fatto per anni i bilanci: e se non c’è il bilancio della sanità, vuol dire che i bilanci generali sono falsi, che abbiamo immesso casualmente dei numeri. Io credo che debba esserci la disponibilità, da parte del nord, di dare una mano, per esempio sulla fiscalità di vantaggio per attrarre impresa: noi le abbiamo dato via libera, ma per attirare impresa, per dare lavoro, non per l’ennesimo trucco per chiudere l’azienda, e riaprirla, e quindi usufruire della fiscalità. Se ci deve essere un vantaggio sull’Ires al sud, è giusto che ci sia per rilanciarlo. Diamo un vantaggio sull’Irpef al nord, laddove c’è un costo della vita superiore, e credo che questo sia un bel modo per dare risposte. Chiudo sulla sussidiarietà. Ieri mi sono immaginato il sistema della croce: la verticale viene proprio dall’impostazione della perequazione verticale piuttosto che dalla Costituzione, e la sussidiarietà orizzontale parte dai vari punti di collegamento e di snodo dei vari livelli di governo. Ma è bello fare arrivare questo fino al livello della cellula più piccola della società, cioè al livello dell’uomo. La dinamica si è invertita, come diceva Roberto prima, dallo Stato che controllava il cittadino, adesso è il cittadino che diventa soggetto attivo, non solo come elettore e possibile eletto, ma come controllore che premia e punisce. Avremo sempre più bisogno di quella partecipazione di tutte le risorse, della società, della famiglia, del terzo settore, soprattutto in un periodo di crisi che obbligherà a certi cambiamenti e, d’altra parte, a un maggiore coinvolgimento del privato sociale e di tutto quello che gli sta intorno. Dove non arriva lo stato dovremo avere questo aspetto, quindi il federalismo fiscale, con il codice dell’autonomia che renderà veramente conto dei vari livelli e che deve spostare sempre più in basso l’asticella. Credo che questa sia veramente la strada giusta, a condizione che tutti lo affrontino, nonostante il rituale di riconoscere, da una parte e dall’altra, ciascuno i propri errori, perché diversamente non si va da nessuna parte. E’ l’occasione buona per tutti, perché è l’ultima.
Vorrei dire una cosa a Roberto, sul rischio che ha corso passando da 2000 leggi a 400. Io sono partito da 430.000 e per fine anno arrivo a 14.000.

ROBERTO FORMIGONI:
Vedete cosa può fare il buon esempio di Regione Lombardia, che converte anche i governi nazionali? Tutti i Roberto sono bravi. Per me vale la stessa domanda del partito del sud: vorrei fare una semplice premessa, che i partiti li fanno i popoli, li fanno le esigenze della gente, non le dichiarazioni estive di qualche piccolo leader. Mettere in piedi un partito è una vicenda un po’ più impegnativa che portare avanti qualche rivendicazione molto facile con interviste ai giornali. Ciò non toglie il fatto che ci sia una questione meridionale in Italia, e che la questione meridionale italiana sia una questione italiana, nel senso che a mio modo di vedere i soldi di cui ha bisogno il sud sono esattamente ciò di cui ha bisogno l’Italia. Abbiamo bisogno di politiche di sviluppo, di politiche di competitività, di politiche infrastrutturali. Io sono stato molto contento della deliberazione del governo di stanziare dei fondi per le infrastrutture in Sicilia e degli impegni assunti per stanziare fondi per infrastrutture in altre regioni meridionali. Perché è esattamente la stessa richiesta che sale dalla mia regione. Sarei molto meno d’accordo nel considerare la questione meridionale che, lo ribadisco, è una questiona nazionale, secondo i vecchi criteri di una rivendicazione assistenzialista. Perché con le politiche assistenzialiste, con le politiche degli interventi a pioggia fatti in questi 50 anni, mai controllati nei loro risultati, abbiamo buttato enormi risorse, camionate di miliardi nel nostro meridione, senza provocare vero sviluppo, senza far crescere un’imprenditoria vera, una capacità di competere sul mercato nazionale. Allora, se ci guardiamo indietro, vediamo che le vecchie politiche assistenzialistiche non hanno fatto decollare le realtà meridionali. Forse bisogna cambiare modo di approccio. Io, che sono uomo del nord, ma che nel sud ho viaggiato e continuo a viaggiare moltissimo da trent’anni, forse più, dico che nel sud ci sono – e non è demagogia – risorse umane straordinarie, imprenditori seri, giovani vogliosi di fare. Diamo la possibilità a questa gente, incoraggiamola ad essere protagonista della riscossa, facciamo politiche di formazione, di educazione, di specializzazione. Il tema del Meeting, la conoscenza, è veramente il tema di questi anni, del 2009 e del 2010 e del 2011. Non ci sarà riscatto per nessun paese del mondo e per nessuna regione, se non partirà da energie presenti in quel paese e in quella regione. Allora, diamo possibilità di crescita e di sviluppo a queste risorse straordinarie, a queste risorse umane. Bisogna innescare questo meccanismo. Qui dico una battuta politicamente molto scorretta: forse, più che di partiti del sud, abbiamo bisogno di qualche vero leader del sud, che sappia parlare alla propria gente, che sappia scuotere, che sappia dare fiducia a queste energie di giovani e imprenditori. Amici, da uomo del nord, dico che ho bisogno che voi meridionali, non solo presenti in questa sala ma presenti in Italia, abbiate l’orgoglio di alzarvi in piedi e di parlare da pari a pari con lo stato e con noi, creando alleanze su questi progetti competitivi, come abbiamo incominciato a fare. Prima di andare in vacanza, ho firmato due grandi accordi come presidente di regione Lombardia: uno con la regione Campania e uno con la regione Sicilia. Con la regione Campania, sul versante delle collaborazioni politiche aeronautiche, aerospaziali, e con la regione Sicilia, col mio omonimo, perché si chiama governatore Lombardo anche lui, ho firmato un accordo sulle politiche della nano medicina. Sono questi accordi sulle politiche evolute che riscattano il meridione e riscattano il settentrione, e potranno finalmente lanciare l’Italia, di nuovo, nel novero dei paesi più sviluppati del mondo.

MICHELE EMILIANO:
Ovviamente la questione del partito del sud, per una persona come me che ha avuto i nonni, uno militare di carriera, l’altro ha fatto due guerre, un altro bisnonno era ferroviere e io ho fatto il magistrato, per gente come noi che ha vissuto lo stato, l’unità d’Italia, in tutte le forme, l’idea che possa esistere un partito con una connotazione geografica è senza senso, quasi un tradimento di ciò in cui abbiamo sempre creduto. Mi rendo conto però che, in momenti di emergenza, quando bisogna superare una transizione lunga – dice la sinistra -, ma comunque quando bisogna tentare di opporsi a un declino che è quello che viviamo da quindici anni a questa parte, anche le cose insensate possono comunque emergere ed avere un ruolo. E’ chiaro però che questo ruolo, che può anche produrre delle utilità, deve essere trasformato in uno strumento politico permanente, come deve essere un partito. Un partito non può essere una cosa usa e getta, che si crea per una necessità transitoria e si liquida nel giro di qualche lustro. Deve avere una prospettiva un po’ più lunga. Quindi, mi sono permesso di dire a Bassolino che l’idea di dar vita a una aggregazione del sud come partito politico mi sembrava più una cosa che non aveva fondamento. Però è evidente che, se si continua anche semplicemente ad adoperare una retorica del genere di quella che viene adoperata, parliamoci chiaro: che senso ha investire in imprese reali, se si investe così, spesso con disprezzo, facendo di ogni erba un fascio, non distinguendo, per esempio, l’esistenza al sud di imprese importantissime? Vi meraviglierebbe sapere che in Puglia esiste la più grande fabbrica d’Europa? Lo sapevate? E’ quella che chiamavamo Italsider di Taranto, una fabbrica fatta dallo stato, gestita da un imprenditore del nord, direbbe qualcuno, nata però da maestranze e da sindacati che sono tutti meridionali. Vengono addirittura da Bari per andare a lavorare all’Italsider di Taranto: è una delle fabbriche più efficienti di quel settore. La stessa cosa a Grottaglie, per il distretto dell’aeronautica, dove si costruisce il più grande aereo attualmente progettato che tra breve entrerà in linea. Nella zona industriale di Bari si produce il Common Rail, è stato inventato da un ingegnere barese. Sono vicende che meritano un po’ più di rispetto, anche a fronte del fatto che in Calabria non c’è il bilancio della sanità. Immagino che, evidentemente, l’agenzia della sanità non sia in grado di fare un bilancio, ma vi voglio dire che in tutte le regioni d’Italia questa operazione è molto complessa. Spesso ci si accorge di avere un deficit in una fase particolarmente tarda, diciamo così, dell’attuazione del bilancio, perché ovviamente le aziende, a differenza dei comuni, non lavorano sul bilancio preventivo ma purtroppo spesso hanno uno sfondamento delle spese previste. D’altronde, ci sono regioni più capaci di gestire questo meccanismo aziendale puro ed altre meno, però vi ricordo che durante la campagna elettorale, credo proprio delle primarie del partito democratico, sul vicepresidente della regione Calabria uscì alla luce il contesto. Ci sono situazioni ambientali – le ho vissute perché ho fatto il magistrato ad Agrigento, a Brindisi e a Bari – molto complicate, che non giustificano alcunché, intendiamoci. Al presidente della Calabria, qualche volta, persino io che non ho titolo mi sono permesso di dire che probabilmente c’era qualcosa che non consentiva la prosecuzione di questo dibattito sulla creazione del partito del sud, che proprio la Calabria avrebbe avuto il dovere, forse, di immaginare una strategia diversa. Però, se davvero tutto quello che abbiamo detto nella prima parte di questo dibattito lo vogliamo fare -ricostruire i legami nazionali sulla base del principio di responsabilità, sul principio della tassazione attraverso la responsabilità -, se davvero vogliamo che ciascuno possa essere richiamato ai criteri di efficienza di cui all’articolo 97, se davvero vogliamo ricucire questo paese, dobbiamo anche imparare a tornare a quella cautela del linguaggio che, soprattutto ad agosto, viene abbandonata, forse per riempire il vuoto dei giornali, ma che, vi garantisco, finisce per essere la benzina che alimenta il partito del sud, che alimenta quella specie di vana idea che, aumentando il bipolarismo geografico, il paese prima o poi si comincerà a consolidare. Sento parlare di sparare, di fucili, lo so, sono tutte fesserie, sono perfettamente d’accordo. Ma in tutti i modi, sapete qual è il rischio? Che qualcuno, che di fucili ne capisce sul serio e ha esperienza in materia, possa prima o poi prenderla sul serio, questa dialettica della ferocia. Una dialettica della ferocia che dobbiamo abbandonare, come si fa – diciamo la verità -, persino quando si gioca a calcio. Ci sono momenti, anche nelle partite tra amici, in cui a un certo punto diciamo: adesso basta, ce ne stiamo dande troppo, vogliamo pensare a divertirci, al gioco che stiamo animando, vogliamo ricordarci che siamo fratelli, amici, che facciamo parte dello stesso gruppo, che ci vediamo, che andiamo a scuola da sempre, che abbiamo storie incrociate, che i nostri nonni hanno riempito le fabbriche del nord, hanno riempito le università, che i nostri ragazzi continuano ad alimentare la crescita economica e l’innovazione del nord del paese. Non stiamo a fare il bilancio geografico di tutto questo, perché il sud ancora una volta, non solo quando gioca la Nazionale di calcio, si sente parte dell’Italia. E quando sente parlare del tricolore, e quando sente l’inno nazionale, si alza in piedi, signori miei, si alza in piedi.

LUCA ANTONINI:
Chiudo sinteticamente, rubando proprio un minuto. La cosa interessante che è emersa in questo incontro, in cui vedo una profonda sintonia con il titolo del Meeting, è l’esempio di metodi e di contenuti. Esempio di metodo: la sfida del federalismo fiscale poteva essere affrontata in modo molto diverso, poteva essere l’ennesima riforma fatta con un colpo di mano dalla maggioranza, perché i numeri c’erano. Non è andata così, è partita qui a Rimini la presentazione di un disegno di legge bipartisan, che quindi non voleva spaccare l’Italia ma voleva farla funzionare, ed è continuata con quel lavoro sul territorio che il ministro Calderoli ha descritto, di cui io sono stato testimone: un lavoro infaticabile di confronto con l’opposizione, che veramente non aveva orari. E questo ha messo in evidenza anche il metodo politico che, secondo me, è diverso rispetto alla stagione italiana che è partita all’inizio della Seconda Repubblica, dopo Tangentopoli: per la prima volta si è vista la disponibilità ad accettare il compromesso, cioè un principio di gratuità nel definire anche i contenuti della legge, quindi un’azione per il bene comune che ha portato a questi risultati. Dal punto di vista dei contenuti, credo sia emerso, da quello che diceva il presidente Formigoni, che la Lombardia è la Ferrari d’Italia, ma non è la Ferrari d’Italia perché ha più soldi, perché il PIL pro capite del Trentino Alto Adige, che non dà neanche una lira alla perequazione, è più alto di quello della Lombardia. Quindi, non è un problema di soldi, è un problema che ha più sussidiarietà, cioè, che ha fatto di questa parola una traduzione empirica dentro la realtà, che è stata una leva straordinaria per lo sviluppo. Questo è il segreto della regione Lombardia, per questo è augurabile che diventi un modello per l’Italia. Poi, Formigoni parlava del passaggio dalla spesa storica, il male che affligge l’Italia da ormai 40 anni, al principio del costo standard: è il passaggio dal vizio alla responsabilità, e qui evidentemente c’è da cambiare, come diceva il sindaco Emiliano, da una politica che dall’unità d’Italia a oggi ha fatto danni, non ha favorito l’uguaglianza, anche se aveva lo scopo dell’uguaglianza, e in realtà ha creato due Italia diverse. Allora, questa è un’occasione epocale, un’occasione in cui occorre smuovere tutte le leve del cambiamento, occorre conoscersi, come diceva giustamente Emiliano. La conoscenza è un avvenimento, si incontrano le realtà, si incontra il fatto che c’è una pluralità di sud, il sud non è tutto uguale e ci sono dei talenti del sud che meritano di essere valorizzati. Da questo punto di vista, io credo che la sfida che si aprirà a settembre sul federalismo fiscale sarà importantissima. Sarà la sfida, in fondo, per quello che diceva Formigoni: una gara virtuosa fra i territori. C’è da augurarsi che sia così, c’è da augurarsi che sia la sfida che genera quello di cui il sud ha bisogno, cioè una classe politica all’altezza della situazione. Credo che la legge sul federalismo fiscale venuta fuori da questa azione di governo, grazie al ministro Calderoli, sia una legge fondamentale per quello che dovrebbe essere l’obiettivo della politica, un termine che è stato ampiamente utilizzato dall’ultima enciclica di Benedetto XVI, il termine bene comune, una sfida in nome del bene comune. Grazie a tutti.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

24 Agosto 2009

Ora

15:00

Edizione

2009

Luogo

Sala A1
Categoria
Incontri