L’ITALIA E LA SFIDA DEL MONDO - Meeting di Rimini

L’ITALIA E LA SFIDA DEL MONDO

L’Italia e la sfida del mondo

L'Italia e la sfida del mondo

Partecipa Matteo Renzi, Presidente del Consiglio dei Ministri. Introducono Emilia Guarnieri, Presidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli e Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la Sussidiarietà.

 

EMILIA GUARNIERI:
Caro Presidente, sei arrivato al Meeting per l’amicizia fra i popoli dove, come vedi, sei stato accolto con grande, grandissimo calore. Perché siamo particolarmente grati e onorati per questa occasione di incontro. Innanzitutto per il tema: L’Italia e la sfida del mondo. E’ un tema che si colloca in quella tensione all’universalità che ha sempre caratterizzato l’esperienza del Meeting. Una tensione all’universalità a cui siamo stati educati da don Giussani che già negli anni ’60 invitava i ragazzi, alcuni dei quali sarebbero presto partiti per il Brasile, a vivere le dimensioni del mondo. Siamo nati con la consapevolezza concreta e sperimentata che il nostro orizzonte è il mondo e anche questo Meeting, con l’ampiezza di testimonianze e di contributi internazionali, ha ancora di più allargato i nostri stessi orizzonti. Quando alcuni di noi 36 anni fa hanno pensato ad un Meeting per l’amicizia fra i popoli, sicuramente il dramma delle inimicizie, delle violenze, delle persecuzioni, delle sopraffazioni, non aveva i connotati di così prossima e quotidiana attualità che ha oggi. Oggi anche la pace, i diritti dell’uomo che costituirono il tema del primo Meeting, non costituiscono più un’evidenza unanimemente perseguita. Drammaticamente e altrettanto concretamente dobbiamo chiederci, come ci domanda Papa Francesco nella recente enciclica, che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, per quale fine siamo venuti in questa vita. Occorre rendersi conto, conclude il Papa, che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi. E allora noi non possiamo non interrogarci se esista una possibilità reale che uomini e popoli siano amici. E questo lo abbiamo detto in questo Meeting, tanti amici con noi lo hanno detto: questo significa mettere a tema qualcosa di molto più radicale della tolleranza e anche dello stesso dialogo, perché significa credere nella possibile amicizia tra uomini diversi, in forza del riconosciuto bisogno che io ho dell’altro. Non accoglieremo mai infatti la fatica, il disagio, la scomodità di dover tollerare chi è diverso fino a quando non riconosceremo che l’altro è un bene solo in forza della sua diversità, proprio in forza della sua diversità. Fino a quando non guadagneremo, come ebbe a dire Carrón su Repubblica, uno sguardo sull’altro come parte della definizione di sé e quindi come un bene. Nell’esperienza di questi anni, e anche di questa settimana, abbiamo visto con stupore riaccadere questa amicizia possibile. Cristiani, ebrei, musulmani, buddisti, laici, persone provenienti da storie ed esperienze diverse, hanno trovato un soggetto umano che ha catalizzato, fatto venire a galla quel desiderio di verità, di giustizia e di libertà che alberga sempre nel cuore di ognuno. In questo contesto, i grandi incontri che il Meeting ha avuto occasione di fare in questi anni: i Ministri degli esteri palestinese ed israeliano, i dissidenti russi, Li Lu, protagonista di Piazza Tienanmen, Lech Wałęsa, il leader di Solidarność. In tutte queste occasioni, si trattava di momenti cruciali, di svolte storiche di cui siamo stati spettatori e in molti casi protagonisti. Ebbene, oggi il tempo che viviamo non è meno drammaticamente cruciale. L’affievolirsi di tensioni ideali, il clima crescente di insicurezza e di paura nel quale viviamo, portano facilmente a guardare tutto con scetticismo, ogni circostanza con scetticismo: anche quella di oggi potrebbe essere così. Come se tutto fosse una liturgia già nota, dalla quale non attendersi più nulla. Questo Meeting ha mostrato in queste giornate che la novità è possibile. E anche dall’incontro di oggi ci attendiamo che sia un’occasione di esperienza, di ascolto, di confronto ma, aggiungo, esperienza di verifica. Dopo gli attentati di Parigi, don Carrón su Repubblica si chiedeva se noi crediamo ancora al fascino vincente della bellezza disarmata della fede cristiana che abbiamo ricevuto. Ed è la stessa provocatoria domanda che ci ha rilanciato anche ieri, nell’incontro con il prof. Weiler. Proprio di fronte ad un interlocutore come il Presidente del Consiglio, di fronte ad una persona che porta le più alte responsabilità della cosa pubblica, ci rendiamo conto di non poter barare su ciò che siamo e sul contributo che possiamo portare alla vita del mondo, al bene dei nostri fratelli uomini e al bene del nostro Paese. E questa bellezza disarmata, che abbiamo incontrato nell’esperienza cristiana, è la possibilità reale di guardare in faccia il nostro umano, quello degli altri uomini, di guardare in faccia i desideri, la mancanza, come abbiamo detto in questi giorni, che alberga nel cuore di ognuno. A noi pare che nella confusione di questi tempi, dove temi come libertà, ragione, verità, esistenza umana, hanno perso la vibrazione della loro evidenza diventando le bandiere delle più diverse e contrapposte battaglie, proprio in questi tempi la questione sia vincere quell’oscuramento del pensiero di cui parla Benedetto XVI, un oscuramento che ci rende incapaci di porci l’antica domanda leopardiana: “E io che sono?”. Ecco, questo semplicemente è il contributo che noi possiamo portare, la passione a giocarci quotidianamente questa domanda nel rapporto con tutto, dal lavoro agli affetti, dalla politica all’economia. Abbiamo un’unica battaglia da combattere, questa sì e con grande energia, che ad andare fuori bordo non sia l’anima dell’uomo, come diceva un poeta russo della dissidenza. Vorremmo veramente verificare quanto possa essere socialmente e politicamente utile la testimonianza disarmata di chi cerca di spendere la vita perché i propri desideri e quelli degli altri possano vivere, perché, come ci ha detto Papa Francesco, non ci venga rubata la speranza. Grazie!

GIORGIO VITTADINI:
Signor Presidente, desidero ringraziarla ancora per la sua presenza, e porle quattro domande sul ruolo dell’Italia in questo contesto storico.
1. L’anomalia italiana. Gli avvenimenti di questa estate ci hanno mostrato il dramma in cui vive molta della nostra gioventù. Non è un mistero per nessuno che duecento nuovi tipi di droga circolano largamente in moltissime scuole e sono consumate da moltissimi giovani divenendo la prima causa di morte giovanile diretta o indiretta per gli incidenti che provoca. Al di là dei pur giusti interventi legislativi e repressivi, non possiamo non constatare che questo fenomeno è segno di un male oscuro che interessa tutti, anche chi pensa di essere sano, e che ha a che fare con il titolo del meeting: Di che mancanza è questa mancanza. Tutti siamo costituiti di una mancanza “strutturale”, di una esigenza che qualcosa o qualcuno venga a rispondere alle domande di amore, giustizia, verità di cui siamo fatti e a cui non siamo in grado di rispondere da soli. Ma spesso non le prendiamo sul serio e ci instupidiamo, per poi trovarci con quel vuoto desolato di quando il piacere è finito, di cui hanno parlato i poeti di tutte le epoche, da Ovidio a Baudelaire. Per questo, che coraggio ci vuole per sostenere la speranza degli uomini, diceva Giussani, che coraggio per stare veramente di fronte non solo a chi si sballa, si droga, si riempie di alcool ma al vuoto di senso che riempie spesso la nostra vita! Per farlo, bisogna chiedersi, come fa il Meeting di quest’anno, cosa fa risorgere il nostro io che sembra schiavo delle condizioni sociali ed economiche. Il Meeting lo mostra mettendo al centro un uomo, Abramo, tema di una grande mostra e dell’incontro tra Weiler e Carrón. Con Abramo, nasce un uomo libero dai suoi antecedenti, che nel rapporto storico con l’infinito scopre di essere libero e protagonista di una storia che rompe la ripetitività ciclica del fato. Ciascuno di noi, guardando Abramo all’inizio della nostra civiltà ebraico-cristiana e occidentale, può sperimentare che un incontro con un uomo vivo o con un Dio che misteriosamente si palesi ci libera dalla mancanza di senso in cui è caduta la nostra vita.
Più che altri popoli, il nostro popolo, se è segnato dal degrado giovanile, è ricco di tante esperienze virtuose di io in azione, che vivono questa responsabilità dell’io nella scuola, in università e nel mondo del lavoro. Persone che hanno deciso di non lasciarsi trascinare dal flusso delle cose e hanno preso iniziativa, seguendo con tenacia e creatività un’intuizione che li ha portati ad esplorare soluzioni nuove nell’affronto dei problemi, reagendo ai tanti momenti di crisi imposti dagli eventi. Abbiamo potuto verificare, in questi anni, che laddove c’è stata una svolta, a livello istituzionale, economico, sociale, questo è accaduto perché qualcuno ha ripreso coscienza di sé come persona costituita da un desiderio insopprimibile che rende capaci di far fronte anche alle circostanze più dure. Quindi, il motore di un nuovo sviluppo non può che consistere nel liberare creatività e spirito di iniziativa, nel rispetto del principio di sussidiarietà Cosa significa, signor Presidente, sostenere queste forze ? Si può rilanciare lo sviluppo del Paese, scommettendo sugli «io» in azione − persone e comunità −, e riconoscendo il ruolo decisivo dell’educazione ad ogni età?
2. Europa. La creatività sociale è il punto di forza e il contributo che come Paese possiamo dare all’Europa. Per milioni di persone, le istituzioni comunitarie, la moneta unica, i suoi decisori appaiono oggi, se non il problema, di certo lontani dall’essere la soluzione della più grave crisi dell’Occidente a partire dal ’29. La quale sembra prolungare i suoi cascami proprio nell’euro-area più che altrove. Ma l’Europa è troppo legata a se stessa, alla sua storia, a quello che finora ha realizzato per poterci permettere di pensarci senza di lei. Ed anche il contesto mondiale esige la sua presenza unitaria e la sua identità. Il problema però è proprio qui. Come ha scritto efficacemente Biagio de Giovanni su Il Mattino di Napoli, è in crisi “la sua capacità di pensare in prospettiva, di immaginare la fisionomia del suo futuro… Nessun pensiero appare sulla scena con una sua forza… Come se l’Europa fosse sopraffatta dal non essere più quel centro del mondo che è stata per secoli, e non trovasse più la propria ragion d’essere e il proprio ruolo unitario in un mondo che tumultuosamente si trasforma”. Eppure, il nostro prendere parte al più ampio contesto europeo è un dato da cui non si può tornare indietro, e ci obbliga a continuare a interrogarci su quale idea di Europa perseguire, specie in un momento come questo, in cui i nazionalismi rinascono sotto forma di egemonia economica. Quale può essere quindi il contributo dell’Italia a una Europa costruita dal basso?
3. Italia e Mediterraneo. L’Italia non è solo parte dell’Europa ma anche del Mediterraneo, della comunità del “Mare Nostrum”, profondamente vicina al Medio Oriente. Come sappiamo, in quest’area, sui fronti dell’economia, della politica e della cultura si incontrano e si confrontano due mondi, quello europeo occidentale e quello arabo islamico. Il Mediterraneo è dunque il luogo dove la ricerca di una convivenza tra queste differenti esperienze e tradizioni diviene necessaria. Un’esigenza di dialogo già maturata in passato, quando il Mediterraneo, crocevia di cultura e sviluppo, assumeva un significato strategico per l’Europa appena nata, così come una cooperazione pacifica tra i paesi del Mediterraneo era considerata una preziosa opportunità di crescita.
Purtroppo, negli ultimi anni, come sappiamo il fondamentalismo terrorista ha impedito la possibilità di un dialogo pacifico tra le culture e le persone che abitano le sponde del Mediterraneo e il Medio Oriente. A questo, le risposte dell’Occidente non sono state adeguate. Gli interventi militari e la pretesa di un’imposizione acritica della democrazia occidentale, la totale e patologica indecisione della Comunità europea, sostenuti da una visione semplicistica dei problemi e sordi agli appelli della Santa Sede, non hanno saputo rispondere compiutamente ai complessi e delicati problemi che affliggono gli Stati arabi e hanno favorito la crescita dell’Isis, dei fondamentalisti, dei signori della guerra, della violenza e dell’anarchia. Sembra oggi che l’unico modo per rapportarsi sia il muro contro muro di schieramenti diversi, incapaci di dialogo. Eppure, anche da lì non mancano segni di speranza. Padre Pizzaballa, custode della Terrasanta, ci ha detto l’anno scorso al Meeting che anche in quella situazione il suo essere uomo e cristiano gli permette di guardare il futuro con realismo, fede e speranza. “Io non posso essere cristiano senza il mio rapporto con musulmani ed ebrei” ha detto. “Mi rifiuto di pensare di non poter parlare con 18 milioni di ebrei o con un miliardo e 700 milioni di musulmani: anche loro sono fondamentali per aiutarmi a scoprire cosa sia la mia esperienza cristiana. Dall’incontro nasce qualcosa di nuovo, dove non vengono cancellate le differenze ma arricchite”. E ancora: "Parlando con l’altro, le sue domande, le sue provocazioni, ti fanno trovare qualcosa di te che non conoscevi”.
Il nostro Paese, che ha una importantissima tradizione anche recente in queste terre, una tradizione di presenza, lavoro, mediazione, aiuto alla convivenza e alla pace, può muoversi seguendo questa logica positiva, cooperando alla pace e allo sviluppo di questi Paesi in una prospettiva che giovi al nostro Mezzogiorno. Adesso, ancora più che venti, trent’anni fa, si può capire che il Sud non è la periferia di Roma e del Nord Italia. E’ invece, secondo un’intuizione secolare che risale addirittura ai normanni, il cuore del Mediterraneo, oggi luogo di guerre ma domani zona di potenziale, importante sviluppo. I Paesi rivieraschi del Sud del Mediterraneo, tra i più giovani del mondo, sono molto motivati ad affrancarsi dal sottosviluppo attraverso l’istruzione e la creazione di nuove imprese.
C’è infine un altro fatto, epocale, che può fare del nostro Sud il centro e non la periferia dell’Europa: l’allargamento del Canale di Suez, inaugurato proprio ieri, che rende ora più conveniente portare le merci attraverso il Mediterraneo invece di circumnavigare l’Africa per raggiungere i mercati del Nord Europa. Se si pensa a come si sia sviluppato il Far East – Cina, Giappone, Sud Est asiatico – si capisce meglio che occasione imperdibile ha il Meridione d’Italia per avvantaggiarsi del cambiamento di flusso dei commerci mondiali.
E’ infatti venuto il momento di chiedersi: qual è la natura e la specificità del Meridione d’Italia per la pace e lo sviluppo del Mediterraneo? Perché non fare del Sud Italia, con le sue università secolari, il luogo di formazione di questi giovani? Perché non proporsi di formare la classe dirigente e i giovani imprenditori di quei Paesi?
4. Il contributo dell’Italia alla pace. Sono in atto cambiamenti epocali che portano con sé contrasti da cui sembra impossibile uscire: divisioni che appaiono insanabili, esodi di popoli, guerre, interessi da difendere. Sembra che l’unico modo per rapportarsi sia il muro contro muro di schieramenti diversi, incapaci di dialogo. E procedono a colpi di slogan, proclami e anatemi, che poi non cambiano nulla in positivo della situazione esistente ma generano solo più odio e più distruzione. C’è un dato di fatto che precede anche la religione: nessun uomo può dire "io so chi è Dio". La vita e la persona sono un mistero verso cui si è tesi, ma che non è nelle nostre mani: questa è la vera religiosità. L’uomo sta di fronte a un mistero che non possiede, e che può solo umilmente, e mai definitivamente, imparare a riconoscere dalla realtà. “La lotta culturale più profonda e nelle grandi crisi come quelle del nostro tempo" scriveva don Luigi Giussani, è "lotta fra l’uomo religioso autentico, vale a dire l’uomo che riconosce il Dio superiore a sé, più grande di sé, incommensurabile a sé, il Dio mistero, e l’uomo che riduce Dio a idolo, vale a dire che identifica il significato totale e il ciò per cui tutto vale la pena con qualcosa che a lui preme”. L’autentica tolleranza nasce dalla consapevolezza che il mistero della persona vale più anche della religione. Ogni persona è il cuore di questo mistero inviolabile, ogni vita è unica e irripetibile e vale più dell’universo. In ciò consiste la vera religiosità quando non diventa ideologia. Invece, è pretendere di possedere la volontà di Dio la radice del terrorismo, come di ogni violenza che c’è nella storia. Anche quando questo dio non è quello delle religioni, ma è l’idolo delle ideologie, come di tanti nazionalismi colonialisti per cui si sono compiuti i più efferati genocidi. La vera tolleranza è il mistero della persona.
Ci sono strade, non solo di convivenza ma anche di amicizia, possibili; il rispetto dell’altro, che fonda anche la libertà di opinione, è qualcosa per cui val davvero la pena di manifestare. Ripartire dalla risorsa umana significa anche mettere al centro il tema dell’educazione e della formazione, fulcro di una vera ripresa sociale. Qual è il contributo che l’Italia, con la sua cultura e la sua identità, può dare di fronte alle grandi sfide internazionali? Cosa sta facendo e cosa può fare l’Italia per incoraggiare il dialogo? Come si pone l’Italia all’interno delle alleanze occidentali, Onu e Stati Uniti in particolare, quali proposte concrete per la pace?

MATTEO RENZI:
Grazie, Emilia, grazie. Le domande del professor Vittadini sono più difficili dei titoli del Meeting, quindi cercherò di rispondere mettendo insieme i quattro spunti che lui ci ha lasciato, con alcune considerazioni legate sicuramente all’attualità ma anche alla dinamica personale, perché io credo che quando voi chiamate in causa la responsabilità dell’io, quando fate della mostra su Abramo uno degli eventi centrali del Meeting di quest’anno e non soltanto del Meeting, richiamate ciascuno alla responsabilità personale. Io avverto questa responsabilità nei vostri confronti, quindi tenterò di rispondere con alcune considerazioni, con alcune suggestioni, con alcune valutazioni, alle considerazioni di Vittadini, dando un giudizio su quella che secondo me è oggi la grande possibilità che si apre di fronte all’Italia. Metterò insieme i vostri spunti con alcune considerazioni legate all’attualità, e tenterò di rispondere con alcune considerazioni, con alcune suggestioni, con alcune valutazioni dando un giudizio su quella che per me è oggi la grande possibilità che si apre di fronte all’ Italia: essere la terra delle opportunità e non dei rimpianti.
Parto però da un giudizio molto duro e molto crudo sulla realtà. Non vuol dire non essere positivi su ciò che vediamo ma essere sinceri innanzitutto con noi stessi. E allora, quando noi ci domandiamo che tipo di strategia abbiamo in testa sull’Europa, dobbiamo avere il coraggio di dire che su questo tema, e non soltanto su questo, abbiamo perso vent’anni nel dibattito che ha appena finito di caratterizzare il nostro Paese. Dobbiamo avere il coraggio di dire che quando parliamo del Mediterraneo, e un grande sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, lo chiamava il prolungamento del lago di Tiberiade, parliamo non di una frontiera dell’Europa ma del cuore dell’Europa!
Eppure, in questi anni, non c’è stata la sufficiente attenzione da parte della politica, di tutta la politica, nel considerare il Mediterraneo come il cuore del dibattito europeo. E cosa è accaduto? Che l’Europa si è allargata come numero di Paesi, si è allargata come poteri e responsabilità, ma guardando in direzione strabica verso quello che doveva essere il centro motore della propria azione. E’ quel che è accaduto anche per un’altra grande questione che abbiamo riaperto. Dobbiamo avere il coraggio di dire che, in questi anni, del Sud, o meglio dei Sud, si è fatto un racconto macchiettistico, parziale, totalmente incentrato sul negativo come se il Sud potesse essere semplicemente il set per una fiction andata male, o perché si immaginava il Sud soltanto come un luogo di disperazione. Quello da cui vorrei partire, però, è la mia esperienza personale. Viviamo un tempo in cui accade qualcosa di cruciale, si ha come la sensazione che la storia faccia gli straordinari, e per me è stata plastica l’esperienza di Presidente del Consiglio durante la settimana in cui sono andato in visita alla Casa Bianca, rappresentando il Governo italiano. Era la settimana in cui avevo visto il film Selma, la strada per la libertà.
Scusate se parto da una cosa che può sembrare banale, ma se ci pensate nel giro di cinquant’anni la più grande democrazia del mondo è passato dal vietare in Alabama ad una donna di colore, a più donne di colore, la possibilità di registrarsi al voto a consentire a Barack Obama di divenire il primo Presidente di colore della storia di quel Paese.
E’ evidente che ciascuno di noi ha tante piccole, grandi storie da raccontare in cui si dimostra con chiarezza che il mondo corre a una velocità impressionante. Pensate al vostro primo Meeting, il 1980: era un mondo diverso. Era il Meeting per l’amicizia, oggi l’amicizia è qualcosa da chiedere su Facebook, non è certo una cosa sulla quale si fa un Meeting. Eppure la vostra esperienza rappresenta qualcosa di diverso: in 36 anni avete coltivato, avete seminato, avete cercato di invitare a un’amicizia che è innanzitutto dialogo e confronto.
Per questo motivo io trovo che alle quattro domande di Vittadini si possa rispondere con una sola risposta: oggi l’Italia ha una gigantesca questione educativa e culturale davanti a sé, e gigantesche opportunità che ci vedono di fronte a un bivio. Se l’Italia torna a fare l’Italia c’è spazio per l’Italia nel mondo e c’è spazio per l’Italia in Europa, c’è spazio per l’Italia nel Mediterraneo e c’è spazio per l’Italia per uscire dalla crisi nella quale siamo. Se viceversa l’Italia non investe su se stessa, e continua in un racconto di negatività, non è che l’Italia diventa meno ricca, ma è il mondo che perde l’occasione dell’Italia. Questa è la tesi sulla quale vorrei annoiarvi per una ventina di minuti, partendo però da un presupposto.
Io non volevo venire al Meeting di Rimini, non volevo venire ed è bene che ve lo dica con grande franchezza. Non certo per un fatto ideologico. I miei predecessori a Palazzo Chigi hanno sempre scelto di venire al Meeting magari perché appassionati dall’idea di utilizzare questo luogo parzialmente anche per quello che è, una gigantesca, bellissima occasione politica in cui si riflette, si discute, si ragiona. Qualche predecessore a Palazzo Chigi ha considerato questa come una importante piazza politica da non perdere, ma anche qualche mio predecessore alla guida del mio partito. Non volevo venire non perché avevo chissà quale paura, ma perché non mi andava di trovare domani titoli, che comunque troveremo, sull’accoglienza più o meno calda o più o meno forte, politicamente intesa, perché riconosco questo luogo come un luogo nel quale tanti amici hanno arricchito la propria esistenza e l’esistenza di loro compagni di strada in modo diverso rispetto a quello che la ricostruzione giornalistica farà. Tuttavia ho scelto di essere qui, e proverò a rispondere alle domande partendo però da una duplice premessa.
La prima è raccontandovi come vi ho conosciuti in una scuola fiorentina. Io, studente boy scout, quindi con qualche giudizio, se volete pregiudizio, nei confronti della pericolosa presenza ciellina a scuola, ho un problema con un paio di compagni di classe.
Un problema banale e quindi decidiamo di parlarne, secondo il nostro approccio molto tradizionale, con il Preside e con il prete. Vado così nell’intervallo a cercare quel sacerdote, che è il mio insegnante di religione, per dirgli che è successa quella cosa e per chiedergli un consiglio.
Il mio compagno di banco dice: “Vai da lui? Ma è ciellino!”. “Sì, è ciellino ma è anche prete, posso andarci”. Lo dico perché è qui, è don Paolo Bargiggia, lo saluto e lo abbraccio.
Vado e il mio compagno di banco mi dice: “Occhio, perché quello poi ti invita a una vacanza”. E io gli dico: “Stai tranquillo, non c’è problema, lui sarà interessato alla questione che gli pongo”. Credo che ora non se la ricordi più, la questione che gli avevo posto.
Fatto sta che al quarto minuto del colloquio già mi ha invitato al gitone a Lucca e io resisto perché mi ero preparato e gli dimostro di avere la spina dorsale dritta, tanto è vero che dopo due mesi ero con lui in pullman a Mazzin di Fassa, a discutere se la “Canzone della bambina portoghese” e “Shomèr ma mi-llailah” di Guccini avessero più o meno il senso religioso che lui intendeva dar loro.
Voglio partire di qui perché esiste una dimensione nella vita di ciascuno di noi che prescinde dagli aspetti più legati alla politica. Per me, pensare a voi vuol dire pensare a Péguy, a Claudel, a Chesterton, a come abbiamo discusso di Leopardi preparandoci alla maturità, e anche a come nella vita politica abbiamo avuto idee diametralmente opposte.
Vengo al Meeting lieto e grato. Utilizzo questi due termini perché sono i due termini che in un sms circolare ci mandò un nostro amico che purtroppo ci ha lasciato troppo presto. Era il mio oppositore in Provincia, il capogruppo di Forza Italia. Lui era ancora democristiano, più che di Forza Italia, diciamo che era la componente democristiana di Forza Italia. Era Graziano Grazzini, un amico di molti di voi oltre che di molti di noi, un rigoroso avversario di discussioni politiche accese. Per il cinquantesimo compleanno, ci mandò un sms dicendosi “lieto e grato”. E’ un’espressione molto bella di un modo di vivere. Ci insultavamo nei dibattiti politici con affetto, come si deve tra due mondi che sono mondi anche diversi, quando c’è questo riconoscimento di qualcosa di più grande della semplice distanza politica.
Parto da qui, dall’esperienza dell’amicizia con uno come Graziano per dire che l’Italia, in questi vent’anni, a mio giudizio, ha trasformato quella che chiamiamo Seconda Repubblica in una rissa permanente ideologica, che ha smarrito dalla vista il bene comune. Mentre il mondo correva, è rimasta ferma e impantanata in discussioni sterili. Lo dico qui con franchezza a voi che avete spesso applaudito gli uni e talvolta anche gli altri, e quindi lo dico con rispetto e non voglio sembrare provocatorio o polemico. Ma ritengo che il berlusconismo, e per alcuni aspetti anche l’antiberlusconismo, abbia fatto mettere il tasto pausa al dibattito italiano, e per vent’ anni noi abbiamo perso occasioni clamorose e oggi abbiamo il compito di rimetterci in linea con i cambiamenti necessari e urgenti. Nonostante la Seconda Repubblica, è come se le riforme che stiamo proponendo, e che non sono il fine dell’azione politica ma uno strumento, fossero un corso accelerato per riportare l’Italia in pari con le altre grandi democrazie avanzate.
Guardate la discussione sull’Europa in questi vent’anni. L’Europa si è allargata a ventotto. Io dico che l’Europa a ventotto o è troppo o è poco. L’Europa a ventotto è stata una rincorsa all’allargamento senza una visione politica da parte dell’Italia, che ha spostato la centralità verso la frontiera orientale ed ha cancellato il Mediterraneo dalla discussione, ha cancellato anche i Balcani dall’attenzione. C’è un’emergenza balcanica pazzesca, e in questi vent’anni abbiamo visto cosa è accaduto a Srebrenica, abbiamo visto un premier serbo andare a chiedere scusa a Srebrenica, anche se poi lo hanno costretto alla fuga, e abbiamo visto quello che è accaduto in Albania, dove il Presidente Edi Rama ci racconta che quando l’Unione Europea ha messo lo stop per sei mesi all’ingresso dell’Albania come Paese candidato all’Unione Europea, i fondamentalisti del suo Paese hanno rilanciato un messaggio devastante dicendo: “Vedete che l’Europa non vuole un Paese come l’Albania?”. Proprio là dove la convivenza è più difficile, abbiamo allargato l’Europa a ventotto nel silenzio dell’Italia, che continuava a discutere al proprio interno e nel proprio cantuccio, a litigare. L’Europa è andata avanti senza l’Italia nella percezione pubblica. I giovani, per alcuni aspetti, danno per scontata l’Europa, perché sono abituati a pensare europeo, a viaggiare europeo, a tifare europeo, a studiare europeo. Ma contemporaneamente non vedo una dimensione politica, non vedo quello che era stato il sogno di De Gasperi, Adenauer, Schumann, ma prima ancora Spinelli. Un grande pensiero politico è diventato soltanto un tran tran burocratico: e l’Italia su questo ha delle responsabilità, perché ha cancellato la parola “politica”, una parola bella, piena di significato. Non accetto che diventi una parola da prendere a calci. L’Europa ha smesso di essere creatura italiana per diventare matrigna italiana. In questi vent’anni. l’abbiamo trasformata nel luogo dove ci danno i voti, ci dicono se abbiamo fatto bene o male i compiti. Ma l’ Europa è qualcosa di diverso. Ecco perché, nel nostro piccolo, il semestre italiano è nato con alcuni gesti simbolici: andare a prendere Miriam, la ragazza che in Sudan era stata costretta a partorire in carcere perché cristiana, per liberarla e consentirle di avere una vita negli Stati Uniti. E’ stato il modo con il quale noi abbiamo iniziato il semestre. La sua storia l’avevamo raccontata al Parlamento di Strasburgo dieci giorni dopo l’inizio degli attacchi nel campo profughi, per dire che l’Europa, dopo aver dormito il sogno ingiusto, doveva stare di fronte al dolore di quel popolo. Era un modo banale, se volete piccolo, di dire che l’Europa non è soltanto spread, rigore e deficit ma è innanzitutto un ideale!
Ecco perché, rispetto al tema dell’immigrazione, noi non cederemo mai ad un messaggio che vuole far diventare l’Italia una terra della paura, il provincialismo della paura non vincerà, e noi possiamo anche perdere tre voti ma prima salviamo le vite umane e poi ci preoccupiamo di come riuscire a dare un futuro a quella gente. Questo non è buonismo ma è umanità, sono secoli di civiltà ai quali non rinuncio per tre voti, e se qualcuno vuole seguire l’ “imprenditore della paura” lo segua pure, faccia demagogia. Noi facciamo l’Europa, che è qualcosa di diverso da una mera accozzaglia di numeri.
Da questo punto di vista, la questione reale che ci si pone di fronte è se l’Italia può giocare un ruolo nell’Europa che cambia, a condizione che sia in grado essa stessa di cambiare. Provo ad essere molto, molto sintetico, ma il pacchetto di riforme che stiamo cercando di fare, dal Jobs Act alle riforme istituzionali, dalla legge elettorale alla riorganizzazione della pubblica amministrazione, pur con tutti i limiti dalla buona scuola alla responsabilità civile dei magistrati, è il tentativo di far sì che l’Italia, dopo vent’anni in cui ha pigiato il tasto pausa, recuperi adesso il tempo che ha perso. Ma noi siamo i primi a sapere che non sarà semplicemente con le riforme che l’Italia ritroverà la propria identità. Le riforme sono una premessa. Io vado all’estero e quando dico che siamo riusciti a fare la riforma della legge elettorale, spiegando che finalmente chi vince le elezioni governa, mi rispondono: “E ci avete messo settant’anni per capire che funziona così?”. Eppure è così. Guardate che è questo quello che è accaduto e io ne sono testimone. Io non mi sono candidato al Parlamento italiano, il sistema italiano non prevede un meccanismo nel quale ci sia la corrispondenza tra chi si candida e chi poi è chiamato a guidare il Paese. La legge elettorale che abbiamo approvato è il primo sistema, il primo strumento, il primo tassello del mosaico per riuscire finalmente a dire una cosa banale: quando uno va al Governo del Paese, il suo compito non è difendersi dagli assalti della sua maggioranza ma cercare di fare le cose per le quali è stato eletto. La legge elettorale è una rivoluzione e alle prossime elezioni voi voterete un candidato e uno schieramento e quel candidato, se vince, governa per cinque anni. Se perde, non passa il tempo a rimuginare ma passa il tempo a governare, ad operare per il bene comune. Questa è la differenza di fondo e voi votate per chi vi pare la prossima volta, tanto non avrei dubbi sul fatto che questo accadrà comunque, ma abbiamo tutti insieme la libertà di riconoscere una cosa semplice e banale: che l’Italia ha bisogno di regole semplici.
Cosa ha fatto in questi ultimi venti anni lo Stato? Fino agli anni Novanta, l’Italia ha comunque permesso, a chi aveva voglia di provarci, di fare le cose, pur con tutti i limiti e con tutte le difficoltà, con tutte le contraddizioni e con tutte le inquietudini, con tutte le incongruenze che ci sono state e tutto quello che è accaduto al tempo della cosiddetta Seconda Repubblica. Poi però si è creato un meccanismo infernale per cui si cercava di bloccare tutto, si sono fatte delle regole della pubblica amministrazione che non hanno impedito a chi voleva continuare a rubare di rubare, ma paradossalmente hanno impedito a chi voleva fare le cose vere di farle semplicemente. Si sono fatte delle regole fiscali sulle quali stiamo intervenendo. E non è una scelta del premier perché ha voglia di aumentare il proprio tasso di consenso. Non è per questo che riduciamo le tasse. La riduzione delle tasse serve per aumentare il grado di libertà di un Paese e non di consenso di un Presidente del Consiglio. Per aumentare il tasso di giustizia sociale in Italia abbiamo restituito gli ottanta euro nel 2014, ci saranno la riduzione dell’IRAP e del costo del lavoro, dell’IRPEF: e queste non sono invenzioni o conigli estratti dal cilindro a caso, ma sono l’unico modo per riuscire a dare un po’ di spazio di libertà. Ridurre le tasse è anche l’unico modo per rendere l’Italia più semplice. Abbiamo bisogno di fare la stessa opera che Michelangelo ha fatto per il suo David. Quando a Michelangelo chiesero: “Come sei riuscito a fare questo capolavoro?”, lui rispose dicendo: “Ho tolto tutto ciò che c’era in più”. E’ esattamente quello di cui abbiamo bisogno oggi: togliere ciò che ha in più l’Italia e non serve, anzi blocca. Lo abbiamo fatto nelle regole sul mercato del lavoro. Un anno fa al Meeting non avreste creduto che nel giro di dodici mesi si sarebbero modificate delle regole del mondo del lavoro come si è fatto. Ma è soltanto l’inizio perché quello che serve all’Italia è uno sguardo capace di riconoscere che il mondo italiano è molto più forte di come ce lo raccontano, è un mondo fatto di gente che ci prova e che ci crede e che si mette in gioco, che non ha paura di rischiare di fallire perché poi riparte più forte di prima. Questo è quello che sta avvenendo in Italia, e invece spesso abbiamo fatto vincere chi la raccontava soltanto come Paese depresso e finito. Anche nei prossimi mesi, con la legge sul terzo settore, lanceremo l’idea forte della liberazione dell’Italia del volontariato per creare le condizioni per ripartire, perché se l’Italia riparte gioca nel mondo.
Noi abbiamo una stella polare che sono gli Stati Uniti. Io non credo a una equidistanza dell’Italia nel mondo internazionale, ma credo al ruolo dell’Italia come portatrice di dialogo, partendo dal nostro rapporto straordinario e forte con gli Stati Uniti d’ America, dimostrandoci capaci di dire ciò che va detto in tutte le sedi e in tutte le salse. Quando sono andato a Strasburgo, al Parlamento, a inaugurare il semestre europeo, ho detto a nome di tutta l’Italia che Israele non ha solo il diritto di esistere ma il dovere di esistere! Per la memoria delle prossime generazioni, per il valore che esprime, e allo stesso modo rivendico con forza il fatto che siamo il primo Paese per investimenti e per cooperazione in Palestina. Allo stesso modo vi dico che, riconoscendomi pienamente nel disegno strategico degli Stati Uniti e degli alleati occidentali, pensare di costruire l’Europa contro la Russia, come fa qualche Paese dell’Unione Europea appena arrivato nella nostra comunità, è un errore tragico. Vorrei che su questo punto fossimo chiari tra di noi. Non sono le sanzioni il problema economico tra noi e la Russia, ma il petrolio a quaranta dollari, quello è il tema dell’economia russa ed è un fatto non semplicemente economico. L’Europa non può essere costruita contro il vicino più grande, e le radici culturali che ci legano sono decisamente superiori rispetto alle differenze che abbiamo, e allo stesso modo stiamo dentro un’alleanza.
Siamo stati i primi andare in Egitto, riconoscendo lo sforzo significativo del Presidente egiziano, importante per restituire centralità al Mediterraneo. La mia prima visita assoluta non è stata a Berlino, non è stata a Parigi ma a Tunisi. Il Mediterraneo è centrale per contrastare il terrorismo. Negli ultimi mesi i luoghi simboli degli attentati sono stati luoghi culturali o di fede, religiosi o educativi: a Peshawar una scuola internazionale, il museo del Bardo a Tunisi, la redazione di un giornale a Parigi, la sinagoga a Bruxelles e a Copenaghen. Penso alle tante chiese che vengono bruciate la domenica nell’Africa, la realtà di una vera e propria persecuzione contro i nostri fratelli cristiani di quel territorio. Cosa sta accadendo? Sta accadendo che i terroristi cercano di farci morire come piace a loro e, non riuscendovi, provano a farci vivere come piace a loro: nella paura, nel terrore, nel dubbio che quello accanto a me sia un potenziale nemico. Questo approccio culturale è drammatico e devastante, diventa la radice della demagogia anche nei singoli Paesi perché ci rinchiude e ci consegna alla logica dei muri. Il muro è qualcosa che tu costruisci pensando che ti possa difendere ma alla fine ti intrappola.
Ecco la risposta culturale, educativa di cui c’è bisogno, e c’è bisogno dell’Italia, di questa nostra bellezza disarmante che è la bellezza italiana, che è la bellezza non soltanto delle nostre opere d’arte ma della nostra qualità della vita, dei nostri incontri, del nostro dialogo, del nostro benessere inteso come lo stare bene e non soltanto come fatto economico, ma come qualità dei rapporti e qualità delle relazioni, come amicizia tra i popoli e l’incontro di storie diverse. Ecco l’antidoto e in qualche modo la barriera rispetto alla violenza fondamentalista ed estremista. Ecco il futuro per l’Italia. Ecco perché è centrale per noi avere il coraggio di ricordarsi chi siamo.
In questi vent’ anni ci hanno raccontato che dovevamo avere paura della globalizzazione, che c’è una volta il pericolo americano e una volta il pericolo cinese e che poi ci avrebbero mangiato tutti. Io sono il primo Presidente del Consiglio che dopo 63 governi metto l’Africa come centrale e strategica. Al massimo ci andavano due volte sotto il Mediterraneo e non in Africa. Vi rendete conto che noi l’abbiamo abbandonata? Eppure l’Africa è naturalmente il luogo logico e fisiologico del rapporto con noi. Siamo naturalmente il canale, il ponte di collegamento tra l’Europa e l’Africa, e perché ci hanno raccontato che dovevamo avere paura della globalizzazione, che la globalizzazione è il nostro nemico e la globalizzazione è il nostro incubo, il problema? La globalizzazione è il più grande assetto per l’Italia dei prossimi anni perché il mondo che cambia a quella velocità impressionante chiede bellezza. Esiste un bisogno di qualcosa di più grande, di altro e di altrove nel mondo, indipendentemente dalle opinioni religiose e filosofiche e culturali. L’Italia è questo, è un luogo che dà delle risposte straordinarie perché è un luogo nel quale, come per magia, per un incanto particolare, nel corso dei secoli si è prodotta qualità e bellezza, e si continua ancora oggi. A quelli che dicono che l’Italia di oggi è soltanto un elenco sterminato di problemi, portiamo l’esperienza reale quotidiana di quelli che stanno intorno a noi e a voi. Ci sono storie straordinariamente belle, affascinanti, di un Paese che continua ad andare avanti, a credere nella bellezza.
Con tutte le polemiche e con tutte le difficoltà che abbiamo, c’è un mondo che chiede Italia, però questa Italia ha bisogno di mettersi in movimento. Come ogni estate, si ha sempre la voglia di fare la classifica di chi la spara più alta di tutte. Nel corso dell’agosto, il mese dove ciascuno deve dare il meglio, è partito un autorevole personaggio politico dicendo che la sua proposta economica al Paese è bloccare per tre giorni l’Italia a novembre. Sono vent’anni che la stanno bloccando, l’Italia! La Lega Nord governava questo Paese! E oggi la scommessa è esattamente opposta, è quella di rimettere in moto il cambiamento possibile, altro che bloccare l’Italia dopo vent’anni in cui è stata costantemente imprigionata dai veti e nei ghetti. Oggi abbiamo finalmente lo spazio, con tutte le difficoltà del caso, per creare una pubblica amministrazione degna di questo nome e che sia in grado di dire di sì o no in tempi chiari, finalmente si può avere una riforma delle istituzioni e della Costituzione che consente alle Regioni di fare quelle cose che devono fare e non altro, e contemporaneamente di avere un po’ meno politici è un po’ più di politica.
Mi fanno ridere quando dicono: beh, se non c’è l’elezione diretta dei senatori, è a rischio la democrazia! Non è che se si vota tante volte al Senato si ha più democrazia, quello è il Telegatto, non è il Senato. Se tu vuoi un sistema che funziona devi avere dei decisori politici che fanno le cose, e che la volta dopo eventualmente mandi a casa! Non è che moltiplicando le poltrone si moltiplica la democrazia. Moltiplicando le poltrone si fanno contenti i politici e non la democrazia. E’ incredibile questa discussione.
Io credo che tutti noi dobbiamo richiamarci alla positività del reale, essere oggi in condizioni di riconoscere che l’Italia la fanno ogni giorno centinaia di migliaia di persone perbene che fanno il proprio lavoro, ed è compito dello Stato lasciarle libere di poter fare quel che l’Italia ha fatto per secoli, cioè cose straordinarie che in tutto il mondo sono apprezzate e che lasciano con la bocca aperta.
Credo, con molti di voi, che quella frase di Chesterton che dice che il mondo non finirà mai per la mancanza di meraviglie ma per la mancanza di meraviglia, sia una frase particolarmente vera nelle nostre città, e adesso posso dire per il nostro Paese. Quello che salverà il Paese è prendere consapevolezza della straordinaria forza che noi abbiamo. L’Italia non finirà mai per la mancanza di meraviglie, ma potrà finire se ci passerà la meraviglia, la capacità di stupirsi, la capacità di mettersi in gioco. Ecco perché quello che per me è importante oggi non è una discussione sul singolo punto o sulla singola riforma o sul singolo intervento o sull’ultima dichiarazione, ma è riconoscere che l’Italia ha uno spazio gigantesco a condizione di smettere di piangersi addosso e a condizione di riconoscere che ciò che ci fa grandi è ancora tutto lì, e ha bisogno del nostro impegno personale per essere tirato fuori e valorizzato.

EMILIA GUARNIERI:
Concludiamo questo momento ringraziando il Presidente Renzi e dicendo che avevamo esordito dicendo che ci attendevamo da questo momento di essere un’occasione di ascolto e un’occasione di verifica. Credo che quello che oggi abbiamo verificato sia la positività di un’idea che abbiamo sempre sostenuto e che cioè di fronte ad istituzioni che stanno cercando di tirare fuori il Paese dalla crisi e di camminare verso un bene comune, noi ci siamo, in una collaborazione per quello che siamo, per quello che anche in questo Meeting abbiamo mostrato di essere. C’è una realtà ideale capace di operare all’interno del Paese, e quando le istituzioni sono il rifiuto delle contrapposizioni ideologiche, sono il rifiuto della logica della paura, sono veramente il tentativo di dare al Paese una possibilità di camminare, in questo rapporto con le istituzioni noi ci siamo. Credo che anche l’incontro di oggi abbia documentato questo.

Data

25 Agosto 2015

Ora

13:00

Edizione

2015

Luogo

Auditorium Intesa Sanpaolo B3
Categoria