L’IO RINASCE IN UN INCONTRO - Meeting di Rimini

L’IO RINASCE IN UN INCONTRO

L'Io rinasce in un incontro

Presentazione del libro di Luigi Giussani (Ed. BUR, Milano). Partecipano: Michele Faldi, Direttore Alta Formazione e Alte Scuole all’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano; Fabrice Hadjadj, Filosofo e Scrittore. Introduce Emilia Guarnieri, Presidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli.

 

EMILIA GUARNIERI:
Buon pomeriggio, eccoci qua, scusate la voce ma è l’aria condizionata, quella che a tanti di voi piace, che produce questi effetti. siamo qui per l’ultimo incontro di questo XXXI Meeting dedicato alla presentazione del libro L’io rinasce in un incontro, edito dalla Bur, che contiene le così dette équipe, cioè gli incontri che Don Giussani faceva, i dialoghi che Don Giussani teneva con gli Universitari. Queste sono le équipe degli anni ’86 e ’87. L’io rinasce in un incontro: credo che potrebbe essere, in qualche modo, anche la cifra di questo Meeting perché, in effetti, questo Meeting è stato un incontro in cui l’io di ciascuno di noi ha potuto rinascere. Questo Meeting è stata una circostanza, un’occasione in cui non si è parlato di cose, ma cose sono successe, avvenimenti di vita in cui il cuore è potuto rinascere, sono accaduti. Diceva il metropolita Filaret, l’altro giorno: “Chi chiede come si fa a fare l’unità, venga qui a Rimini, dove l’unità la stiamo facendo”. Diceva Marchionne, dopo l’incontro con noi: “Qui al Meeting succede qualcosa che è buono”. Questa idea che tutti hanno percepito, che non abbiamo parlato di cose, non abbiamo parlato del cuore, del desiderio, ma che il cuore, il desiderio sono accaduti come avvenimento della persona, e non è stato un cuore da sognatori, un cuore da sentimentali, quello che si è mosso, quello che ha vibrato in questi giorni. Volevo leggervi solo due righe dal libro, che ci aiutano a capire di che cosa stiamo parlando. Dice don Giussani, proprio a sottolineare che non è un cuore da sognatori o da sentimentali, quello di cui stiamo parlando, che esprimere il desiderio, essere coscienti del proprio desiderio ed esprimerlo, è proprio l’inizio della lotta contro il potere. E aggiunge che è per questo che è duro essere umani oggi. Commenta Carrón, nella prefazione al libro, che “l’incontro che fa rinascere non è il punto di arrivo ma è l’inizio, e quello che ci è capitato lo comprendiamo solo nel rapporto con le circostanze, lungo il cammino quindi è il cuore. Il cuore che si muove di fronte all’incontro è l’inizio di una avventura, è l’inizio di un diventare protagonisti di una storia”. Questo libro illustra proprio come è accaduta la dinamica di questa rinascita, attraverso questi dialoghi, attraverso il rapporto vivo, vissuto con degli Universitari negli anni ’86 e ’87. A parlare di questo, oggi, abbiamo Michele Faldi, uno dei protagonisti di questi dialoghi. Michele c’era, allora, oggi è Direttore dell’Alta Formazione e delle Alte Scuole all’Università Sacro Cuore di Milano. Michele Faldi, che debutta oggi al Meeting, come mi diceva, per la prima volta, è stato uno dei protagonisti di questi dialoghi. L’altro relatore della giornata di oggi è Fabrice Hadjadj. Fabrice ha già partecipato lo scorso anno al Meeting, giovanissimo filosofo, intellettuale francese, ebreo di nascita e cattolico per scelta. Questo è il percorso di Fabrice Hadjadj. Fabrice si confronterà oggi con il libro di don Giussani. Mi diceva prima: non voglio ridire quello che lui ha detto, ma voglio tentare di rifare quello che lui ha fatto. Quindi, a Fabrice innanzitutto la parola.

FABRICE HADJADJ:
Grazie, sono molto felice di essere tra voi, ritorno quest’anno dopo essere venuto l’anno scorso e quindi ho ritrovato degli amici. Vorrei ringraziare specialmente don Carrón, che mi ha invitato, e anche il mio amico Ugo Moschella, che aveva tradotto per me in italiano la conferenza, perché avevo pensato di proporvela in italiano, ma mi sono accorto che era un esercizio da ventriloquo abbastanza difficile e che in questo esercizio non riuscivo a capire se era il ventriloquo o la marionetta. Ecco perché ho scelto di leggerla in francese. In ogni caso, il mio imbarazzo è grande: vi devo parlare di un libro intitolato L’io rinasce in un incontro, il che mi mette in una situazione estremamente difficile perché, se questo titolo dice la verità, se questa conferenza è un momento del Meeting, e dunque se questa conferenza è un incontro, allora devo parlare in modo tale che noi possiamo rinascere, devo provare in qualche modo a fare un esercizio di resurrezione, ed è proprio quello che in fondo noi tutti ci aspettiamo.
Perché siamo qui, perché siamo venuti così numerosi e da così lontano, forse per ricevere informazioni supplementari e gonfiare la nostra testa come un’enciclopedia? Ma per grossa che sia la nostra testa, dovrà pur cadere un giorno, e non farà altro che cadere meglio se sarà appesantita da tutto questo sapere morto, già mortale in se stesso, dal momento che non ci fa accorgere della speranza di una resurrezione. Ma una volta che ho detto questo, ecco che un peso insostenibile incombe su di me, o meglio, un’insostenibile leggerezza incombe su di noi, perché come fare per resuscitare, come fare perché il nostro incontro sia una rinascita? Può darsi che la domanda sia già mal posta, perché forse non si tratta di fare: se si trattasse di fare a partire dal mio progetto, a partire dal mio discorso, un discorso brillante, un discorso che seduce la platea, non ci sarebbe veramente nessun incontro, nessun avvenimento, perché tutto sarebbe l’effetto di un programma e perderebbe dunque la freschezza zampillante di una nascita.
Allora, ecco come fare perché non sia soltanto un fare, come disporsi all’incontro, come permettere all’incontro di accadere, in modo tale da essere pronti a lasciarci trasformare da ciò che capita. E come essere cambiato dall’altro, in modo tale che il cambiamento non sia un’alienazione ma un compimento, una resurrezione. La difficoltà non è solo disporci a una rinascita, ma anche riconoscere ciò che presuppone questa rinascita. In effetti, qualcuno potrebbe obiettare: “Perché rinascere? Non sono forse già nato? Non sono già me stesso? Perché avrei bisogno di un incontro perché il mio io possa rinascere?”. Per desiderare di rinascere, bisogna in primo luogo riconoscere che si è morti. Lo si dimentica molto spesso, ma solo con un buon morto si può fare un buon resuscitato. La buona notizia, la buona novella della misericordia infinita, presuppone la cattiva notizia della nostra miseria infinita. E il mio imbarazzo – imbarazzo speciale, capirete – è dover fare questa constatazione davanti a voi: “ognuno di noi è morto”.
Io sono morto, forse non biologicamente ma spiritualmente, là dove non entro nell’incontro, non mi apro all’altro, ignoro l’esistenza del mio cuore. Ho usato la parola cuore. Quella stessa parola che si trova al cuore di questo Meeting. Ma che cos’è il cuore? Un muscolo, ma un muscolo strano perché è un muscolo cavo, che accoglie in sé altro, oltre alle sue proprie fibre. E poi perché, a differenza degli altri muscoli, non dipende direttamente dalla mia decisione. I 17 muscoli della mia lingua si attivano a seguito della mia volontà di parlare, e se scelgo di muovere la mano è grazie a muscoli che obbediscono al mio volere: ma il mio cuore batte senza che io glielo ordini. Ha cominciato a battere prima ancora che avessi cominciato ad esercitare la mia volontà, e batte a un tempo che non gli ho dato io.
È terrificante, il centro di me stesso non è in mio potere. Ciò che ho di più fisicamente intimo mi sfugge, e peggio, il mio cuore batte il suo tam tam senza consultarmi, e quindi può apparirmi come una specie di ospite selvaggio, il membro di una tribù primitiva che batte il ritmo di una danza cannibale. Perché so che, come ha iniziato a battere senza che io lo volessi, può benissimo smettere di battere tra poco, senza che, nemmeno in questo caso, io lo voglia, e sarà la fine della danza, sarà il momento in cui la vittima dovrà essere consumata. Così, il cuore è il segno dell’essere ricevuto ma anche dell’essere offerto. Il segno che non mi sono dato la vita ma anche che devo offrire la mia vita, se non voglio soltanto perderla, perché comunque tutto il sangue che scorre dovrà essere versato, ma per cosa? Per quale resurrezione? Don Giussani scrive: “La verità della vita è il suo rapporto con il Mistero da cui nasce, da cui è nata”. Nasce perché nessuno si dà l’istante che vive. Si tratta di una verità molto concreta, che il battito del nostro cuore continua a ripeterci, che ripete nella nostra gola, nelle nostre tempie, nelle nostre orecchie, una verità che noi non smettiamo di coprire con una coltre di rumore, per credere di essere gli artefici della nostra esistenza.
Il segno che la vita è in ogni momento ricevuta per essere offerta, possiamo osservarlo anche altrove, ad esempio nel nostro ombelico. Si dice “guardarsi l’ombelico”, per dire essere egoista, vanitoso, ancora per prendersi per il centro dell’universo, ma se veramente ti guardi l’ombelico, che cosa scopri? Una cicatrice, la tua prima cicatrice, che è la testimonianza ineffabile del tuo rapporto con un altro, della tua relazione con tua madre che fu per te la prima dimora, e se non l’avessi incontrata non saresti mai nato. Così che il nostro ombelico ci ricorda la nostra dipendenza originale da un altro, ci ricorda che non ci siamo fatti da noi stessi e che nel mezzo di noi stessi c’è questa ferita che è il segno di un dono, questa ferita che ci chiama a donare a nostra volta, a non temere le ferite se sono per dare la vita. Un altro segno somigliante al cuore e all’ombelico, ma che ci riporta dal corporale alla spirituale e che, quindi, non è soltanto un segno ma la prova che tutta la nostra persona, corpo e anima, vive solo per in incontro e dentro l’incontro, quest’altro segno è la nostra parola.
Come si dice “guardarsi l’ombelico”, in francese si dice anche “ascoltarsi parlare”, ma ancora una volta, se tu ti ascoltassi veramente, che cosa sentiresti? Delle intonazioni che ti vengono da tuo padre o da tua madre, da tuo fratello o da un maestro ammirato, ma soprattutto sentiresti le parole e una grammatica, tutta una lingua che non hai creato tu, che hai ricevuto dalle voci dei tuoi genitori come un dono incantato delle fate sopra la tua culla. E se ti metti a dire “non voglio la vostra comunione”, se dici questo, ti contraddici due volte. Ti contraddici una prima volta, perché ti rivolgi ancora agli altri e hai bisogno di rivolgerti agli altri per affermare la tua posizione, e dunque dimostri in questo modo un bisogno, anche se negativo, di comunione. E ti contraddici una seconda volta, perché le tue parole provengono già da una comunione, da una comunità linguistica, e anche se parli da solo, è sempre ascoltando e rivolgendoti ad altri, perché la parola è sempre ascolto e indirizzo, risposta e domanda all’altro, essenzialmente.
Così la tua lingua è come il tuo cuore, essa è in te, nella tua bocca, e testimonia che tu non ti sei dato la tua vita da solo e che la vita non è una tua proprietà. Essa testimonia, malgrado te, di un incontro, essa testimonia, malgrado te, di una speranza. Ad esempio, prima tu hai detto “buongiorno”, e dietro questo c’era, malgrado te, il richiamo ad un giorno veramente, interamente, assolutamente buono, l’invocazione della gloria. Ancora, hai detto “arrivederci”, e significa che con la tua bocca hai annunciato il desiderio di rivedere l’altro, e ancora e sempre, anche se, con il tuo tu superficiale, hai trovato quest’altro antipatico o addirittura hai esclamato: “che vita di merda!”. Ma come potresti dirlo se non avessi in te, malgrado te, il presentimento di una vita migliore, più viva, eterna e gioiosa? Senza questo presentimento, senza questa speranza, tale esclamazione non sarebbe nella tua bocca e tu troveresti la merda di tuo gusto.
Si può capire, dunque, la verità profonda di questi versetti del Deuteronomio: “Questo comando che oggi ti ordino, non è troppo altro per te né troppo lontano da te, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocce e nel tuo cuore perché tu la metta in pratica”. So che molti qui hanno conosciuto una rinascita attraverso l’incontro con don Giussani. Forse perché don Giussani era un oratore più brillante degli altri? No, ma perché era più povero, più povero in spirito di molti altri e perciò non conduceva semplicemente gli uomini a sé ma, attraverso di sé, li conduceva alla sorgente, all’origine, alla luce, richiamando così gli uomini a loro stessi, alla loro propria originalità. Era abbastanza povero per essere trasparente, abbastanza povero per non essere brillante ma luminoso, non catturando la luce per se stesso ma lasciandola passare attraverso di sé.
Anche il frutto di questo incontro, come di ogni incontro vero, non è l’apporto di nuove informazioni, come un reportage su un Paese straniero, ma piuttosto il rinnovamento di quello che c’è già da sempre, il rinverdirsi di una presenza. Questo è incomparabilmente più importante, perché in gioco c’è, non il sapere qualcosa di più, sempre di più, senza fine, per divertirsi meglio, per disperdersi meglio, ma il ritornare, il ritornare al fatto della nostra esistenza e scoprirlo come un fatto più fatato che fatale. C’è qualche cosa, io sono, io esisto, io rendo testimonianza. E’ questo il primo fatto, è questo fatto che è la vera attualità, il vero avvenimento, principio di tutti gli altri, con la sua domanda: “Perché sono qui?”.
La sfida è quindi non fabbricarsi una risposta immaginaria e artificiale, ma prendere coscienza di ciò che siamo, di ciò che si gioca nella nostra lingua e nel nostro cuore, di ascoltare questa parola che è molto vicina a te, nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la viva finalmente. Come Giussani scrive nel libro L’io rinasce in un incontro, noi viviamo in una maggiore debolezza di coscienza, una debolezza non etica ma di energia della coscienza. La debolezza non è né etica né scientifica. Le soluzioni scientifiche non ci mancano, al contrario, ne abbiamo da vendere, abbiamo perfino soluzioni finali, manchiamo terribilmente non di soluzioni ma di domande, di chiamate, di un dramma che ci impegni e ci dia, non una soluzione ma un senso, e cioè non un mezzo per proteggerci ma uno scopo per il quale donarci. Non siamo nemmeno a corto di norme moralizzanti, al contrario siamo senza tregua assaliti da ingiunzioni e regolamenti, la pubblicità, per esempio, non smette un solo istante di darci degli ordini: compra questo, prendi quello, con la nuova BMW conoscerai la gioia, con il salame Negroni avrai il gusto del vero, con Tiscali la strada è aperta. La pubblicità ci parla come i predicatori del Medioevo, ci propone il cielo, ma grazie a un salame, a una lavastoviglie o un collegamento Internet.
In fondo, il mondo per sedurre non può fare altro che parodiare la Chiesa, Satana è la scimmia di Dio, diceva san Girolamo, ed è per questo che il mondo deve farsi più moralizzatore della Chiesa. Anche quando il mondo ti dichiara: tu devi godere, è ancora a un tu devi perché il suo scopo essenziale, dietro questo ordine di godere immediatamente, ciecamente e, diciamocelo, tristemente, l’intenzione che si nasconde dietro questo ordine di godere e di far godere, che è innanzitutto un ordine di dominazione e di performance, e non un ordine di incontro e di comunione, l’ordine di tristezza profonda che si dissimula dietro questo ordine di godimento superficiale, come per un maiale all’ingrasso, è lo sforzo per soffocare il desiderio.
Don Giussani lo dice chiaramente: il potere, infatti, o l’esaltazione della menzogna come strumento, cosa fa? Tende a ridurre il desiderio, il potere tende a ridurre il desiderio. La riduzione dei desideri o la censura di talune esigenze, la riduzione dei desideri e delle esigenze, è l’arma del potere. Ecco l’arma del potere. E questa riduzione del desiderio, precisa Giussani, non è niente di meno che il tentativo di abolire l’umanità. C’è al giorno d’oggi tutto un movimento, estremista ma caratteristico del nostro tempo, che si chiama transumanesimo. Esso ammette chiaramente le proprie intenzioni, si tratta di realizzare, attraverso il cosiddetto Paradise engineering, un superuomo, grazie alla biogenetica, alla neurochimica, alle nanotecnologie. Si deve uscire dall’umano per andare verso il post umano o, come dicono, il transumano, per fabbricare cioè un superuomo sbarazzato da ogni sofferenza, assolutamente competitivo, adattato ai bisogni del mercato e sempre sicuro di sé e del proprio benessere.
Ma, se ci pensiamo un attimo, ci rendiamo conto che questi superuomini sono superati fin dal principio, ogni progresso tecnologico farà in modo che ogni nuova generazione di superuomini renda obsoleta la precedente, buona soltanto per essere gettata nella spazzatura come quei vecchi computer che sembrano più lontani da noi che un reperto archeologico. Siccome l’individuo sarà stato ridotto nel suo desiderio, e siccome sarà stato ricondotto a qualcosa di funzionale, sarà tanto deperibile quanto un bene di consumo, la sua perennità sarà in funzione del progresso tecnico e sarà dunque fragile e fugace come un telefono cellulare di ultima generazione. Ecco perché i superuomini sono i dinosauri dell’avvenire. Voi che siete italiani, per la maggior parte, dovreste essere colpiti da questa parola, trans umanesimo. Infatti, il primo ad impiegare questo termine come verbo, il primo a formare questo neologismo, è stato Dante. Voi conoscete quei versi del I Canto del Paradiso: “Trasumanar significar per verba non si porìa”, non si può dire trasumanare attraverso le parole, “però l’essemplo basti”, ma l’esempio deve bastare, “a cui esperienza grazia serba”, a colui al quale la Grazia ha conservato l’esperienza.
Dante è qui profeta, ci dice che trasumanare è la cosa grande che il cuore desidera, ma questa cosa grande diventa piccola non appena pensiamo di poterci arrivare attraverso le nostre proprie parole, attraverso il nostro potere. Per arrivarci, ci vuole l’onnipotenza di una Grazia, ci vuole l’incontro con un Altro. Questo è l’esempio che ci dà il poeta, ma l’esempio non è stato sufficiente perché noi abbiamo perduto il senso dell’esperienza, la grazia dell’esperienza, a vantaggio dell’orgoglio e della pianificazione. Possiamo qui comprendere che il potere non avrebbe alcun potere se non ci fosse in noi il desiderio di cose grandi.
Soltanto, quel desiderio sul quale fa leva lo devia: come succede con il Caligola di Camus, egli pietrifica la sua magnanimità, polverizza la sua grandezza in distrazione e infine ritorce quel desiderio contro se stesso per soffocarlo, perché non appena l’uomo pretende di divinizzarsi da se stesso, al di fuori da ogni incontro, al di fuori da ogni grazia, si appesantisce e si asfissia come colui che vorrebbe un cuore che facesse circolare il sangue in un circuito chiuso senza ossigenarlo, senza dover respirare l’aria che viene da fuori, e dunque rifiutando quel poema della respirazione, come dice Rilke: “Poiché il mormorio della nostra respirazione ci canta ad ogni istante che per vivere bisogna in ogni istante ricevere e offrire il proprio respiro”. La volontà di potenza non può impedire l’incontro, perché l’incontro è un avvenimento, una effrazione che sventa le nostre pianificazioni. “Il Signore annulla i disegni delle nazioni”, dice il Salmo. Ma la volontà di potenza può fare abortire l’incontro, farci credere che non fosse che un’illusione e distruggere da subito l’incredibile avventura, l’incredibile fecondità che voleva nascere.
Don Giussani scrive: “Il potere non può impedire il destarsi dell’incontro, ma cerca di impedire che diventi storia”. Il potere cerca di impedire che l’incontro diventi una storia. Di quale incontro stiamo parlando, di quello di Cristo, certamente, ma anche di quello di un paesaggio, di un concerto di Mozart o di una ragazza. Ecco, ad esempio, tu incontri Beatrice, oppure Aspasia. Che succede nell’istante di questo incontro? Tu sei colpito dalla sua bellezza. Certo, la sua bellezza tu la sperimenti attraverso il suo viso, il suo corpo, ma ciò che ti viene dato attraverso il suo viso e il suo corpo è una musica, un’armonia, una danza dell’essere. Perché quella bellezza è come se il fondo dell’essere risalisse la superficie e mostrasse la sua danza e la sua allegrezza essenziale. Ed è in questo momento che la volontà di potenza, il potere, ci sussurra all’orecchio: questa musica non è che un’illusione, prodotta dal tuo testosterone. Prendi un preservativo, vai a letto con Aspasia, offriti una stanza d’albergo e scopati Beatrice. Vedrai che il miraggio si dissiperà. Ma così facendo tu stupri Beatrice, anche se lei è consenziente, soprattutto se lei è consenziente. Tu la stupri perché fai violenza a ciò che avevi intravisto, perché sputi sulla musica, perché calpesti la danza dell’essere che ti si era manifestata nell’incontro.
Infine, perché tu non hai voluto riconoscere la ferita della bellezza, quella ferita che non è diminuzione del tuo essere ma offerta di un essere che è più grande del tuo potere, e che ti innalza umiliandoti, ti divinizza distruggendo il tuo orgoglio. Giussani lo richiama. Questo è importante per il mondo: impedire all’uomo di raggiungere la propria ferita, cioè di raggiungere se stesso. E’ una frase stupefacente. Come può essere che raggiungere se stessi coincida con il raggiungere la propria ferita? E’ perché l’o avviene sempre in un incontro, nell’urto e nella felicità di una continua emorragia di sangue ricevuto e donato. L’incontro è ferita, perché è l’apparire di qualcosa che risveglia il mio desiderio e allo stesso tempo sfugge al mio potere. Qualcosa che allo stesso tempo m esalta e mi umilia. E la domanda diventa: come abbracciare veramente Beatrice? Come entrare in contatto con la sorgente inaccessibile della sua bellezza? Attenzione, non si tratta di servirsi di Beatrice per andare a Dio. Questo è ciò che hanno creduto alcuni falsi cristiani. Hanno detto: vai verso il Creatore e per farlo disprezza le sue creature. Ma è come dire: vai verso Dante e digli che la sua Commedia è zero. Non vale nulla. Il Creatore ama la sua creatura. Quindi, andare verso di lui è andare verso di lei, più in profondità.
Voi conoscete questo versetto della Lettera ai Colossesi che Giussani ripeteva così spesso, e che esprime senza dubbio l’intuizione fondamentale di tutto il suo percorso. “Egli esiste prima di tutte le cose e tutte sussistono in Lui”. Tutto sussiste in Cristo, e dunque andare verso Cristo non esclude niente. Al contrario, si deve andare a Cristo per andare verso Beatrice, perché è in Lui che ella sussiste, è attraverso di Lui che ella è salvata, è con lui che la musica della sua bellezza può dispiegarsi in una ineffabile sinfonia. Allora, ecco la resurrezione che si avvicina. Ma bisogna che noi lottiamo contro la menzogna di un’autenticità fabbricata dal nostro proprio potere, che rischiamo la nostra vita per la bellezza, la verità dell’incontro e del desiderio.
Don Giussani lo dice in modo chiaro. La lotta contro questa menzogna può giustamente far dire che sarebbe meglio per l’uomo essere assassinato che perdere la propria umanità. Questo è l’esercizio della nostra risurrezione. Preferire essere assassinati piuttosto che perdere il nostro cuore. Tale è la testimonianza per la bellezza: preferire essere stritolato, sfigurato, tagliato a pezzi piuttosto che rinnegare la gloria a cui tutti sono chiamati, anche i più piccoli, anche i più nemici, anche colui che mi fa a pezzi. Come ci ridice Giussani, Cristo non è solo per i cristiani, è per tutti gli uomini. E’ il salvatore del marxista, del berlusconiano e perfino del democristiano. Così, il Cristianesimo non è soltanto per la parrocchia ma per tutto ciò che ci circonda, perché tutto sussiste in Lui. Ed è anche questa la resurrezione. Non soltanto preferire di essere ucciso piuttosto che rinnegare il nostro desiderio più profondo, ma anche non credere che la risurrezione sia per domani e solo per i fedeli della parrocchia, ma che essa inizia già da oggi e per tutti.
Il nostro lavoro non ha senso, a meno che non sia ordinato al lavoro per resuscitare, come dice la poesia di Norwid, citata da Giovanni Paolo II e da don Giussani. Questo lavoro di resurrezione non consiste in una nuova acquisizione. La resurrezione si trova in una più grande energia di coscienza. Essa non è avere qualcosa d’altro ma essere infine se stessi, che non vuol dire rinchiudersi in se stessi ma accettare le proprie ferite ed entrare in una comunione. Una più grande energia di coscienza vuol dire vivere amorosamente ciò che ci è dato. Che tu non attraversi la vita come se fosse un videogioco, una scena di fantasmi senza profondità, ma che tu prenda coscienza di ciò che è adesso, e che tu sia presente alla presenza che fonda tutto ciò che c’è. Perché tu possa dire, come diceva Nietzsche, meglio di come diceva Nietzsche, “io sono un destino”.
Perché tu hai risposto alla chiamata che ti è rivolta di vivere a fondo l’avventura unica della tua vita, non cercando altrove ma ascoltando il richiamo del presente, ascoltando quello che è già nella tua bocca e nel tuo cuore. E’ qui il cuore del mistero cristiano. Dobbiamo farne memoria. Dio è Trinità, eternamente il Padre genera il Figlio nell’unione dello Spirito. Così che Dio è in se stesso sempre nascita e incontro, è in lui stesso comunione di persone. E ciascuna delle persone divine ha il suo io che nasce da un incontro infinito. Dunque, offrirsi a Dio non è essere assorbito come una goccia d’acqua nell’oceano immenso. E’ ritrovare la propria origine e quindi la propria originalità. E dunque il proprio nome e il proprio volto, perché Dio vuole che noi lo conosciamo faccia a faccia, vuole cioè che la faccia di ciascuno di noi non si perda, ma che sia raggiante singolarmente in modo divino. E allora noi cominciamo a resuscitare, noi cominciamo a resuscitare quando ci mettiamo a credere che Beatrice o Aspasia, ma anche Pinco Pallino, cioè voi, io!, il vostro vicino di sedia, quando ci mettiamo a credere che ciascuno è tale che, come dice Dante, “Dio parea nel suo volto gioia”. Grazie.

EMILIA GUARNIERI:
Sappiamo, Fabrice che tu non hai conosciuto direttamente don Giussani, però quello che mi ha colpito, che ci ha colpito, perché questo applauso la dice lunga, è che tu oggi ci hai riproposto una vibrazione del cuore che si è sentito amato come quelle Aspasia o come quelle Beatrice, una vibrazione del cuore, il tuo! Che ha vibrato e vibra in sintonia col nostro cuore, oggi, di fronte a don Giussani. Ti ringraziamo per questo e a Michele, che invece don Giussani lo ha proprio conosciuto dal vivo, chiediamo: Michele, in quegli incontri, che cosa succedeva, ma che cosa facevate in quelle équipe?

MICHELE FALDI:
Allora, prima di abbassare subito il livello culturale, dopo quello che abbiamo sentito, mi stavo domandando come è possibile che 23, 24 anni dopo che sono state pronunciate certe parole, colpiscano il cuore, colpiscano la persona, tocchino, come abbiamo sentito, uno come Fabrice, che all’epoca non c’era e non ha conosciuto Giussani. E’ la grandezza, a mio avviso, di questo libro e dei libri che lo hanno preceduto, perché è ormai il quinto di una serie, ed è il motivo per cui io sono qui su questo palco. E’ fondamentalmente molto semplice, io ero uno di coloro che ha partecipato, avendo fatto l’università per lungo tempo, per più tempo di quanto lo Stato normalmente consideri lunga l’università. Ho avuto la possibilità di partecipare per molto tempo a questi incontri che sistematicamente il CLU (Comunione e Liberazione Universitari) teneva durante l’anno. E io qui, in fondo, sono come un testimone, uno che ha visto, che ha partecipato e che, 23, 24 anni dopo che quelle parole sono state pronunciate, in fondo può riconoscere una semplicissima cosa: che è stato generato, che è stato educato, che è stato edificato da quelle parole e da quello che quelle parole hanno generato, da quella storia, come veniva anche prima ricordato.
Cosa succedeva? Io spero che questo incontro di presentazione inciti, spinga, inviti quanta più gente possibile a prendere in mano il libro, perché i libri sono certamente un dono ma, se restassero solo libri, sarebbe triste. Invece la caratteristica di questi libri, di questo e di quelli che sono stati pubblicati negli anni precedenti, è proprio di essere dei libri che partono da un punto particolare, l’esperienza. In fondo, all’epoca avevamo 23, 25 anni, qualcuno era un po’ più in là con l’età, però non si sfondavano i 30. A immaginare che, con queste persone, Giussani abbia scritto queste cose, viene un po’ di tremore, ma di fatto era così. Sono la raccolta, la sbobinatura, se si potesse dire, messa in bella forma, di quello che effettivamente veniva detto, di quello che succedeva, dei dialoghi che interagivano tra don Giussani ed i responsabili delle comunità delle Università, all’inizio dell’Italia, ma ormai, in questi anni, nel 1985, e ’86, ’87, anche di persone che arrivavano dalle comunità che nascevano all’estero, perché il CLU si era sparso, era presente in altri Paesi dell’Europa, e quindi questi appuntamenti vedevano la presenza anche di queste persone.
Se devo trovare un punto di genesi, un punto di partenza, non posso non riandare, per quello che è la mia storia, alla prima ora del primo anno in cui Giussani, in Università Cattolica, incominciava il suo Corso di Introduzione alla Teologia, il corso che ha poi generato il libro de Il senso religioso. Giussani incominciava la lezione e noi eravamo lì, diciottenni, matricole, un po’ titubanti, dentro l’Università, in questo contesto nuovo, completamente diverso da quello che avevamo visto fino a prima. Incominciava così: “Non sono qui oggi e per tutto l’anno per convincervi di tutte le cose che io vi dirò, ma sono qui perché la vostra esperienza possa paragonarsi con tutte le cose che io dirò, da oggi fino alla fine dell’anno”. Se devo individuare un punto in cui il fascino della ragionevolezza del Cristianesimo mi ha colpito, lo devo individuare in questo punto, in quello che avremmo imparato dopo, che – abbiamo sentito martedì, quando don Pino lo ricordava – ha attivato per noi quell’universale paragone a partire dalla nostra esperienza.
In fondo, la modalità con cui si svolgevano questi incontri, la modalità con cui si dialogava, si facevano assemblee con Giussani durante questi anni, era esattamente questa: la possibilità di paragonare la propria esperienza, dove dentro la propria esperienza c’era tutto quello che eravamo noi, quindi, culturalmente molto bassi, poco abituati alla fatica dello studio, con il nostro temperamento molto determinato dal contesto nel quale vivevamo. Ma eravamo affascinati dal fatto che Giussani stesse a questo livello del dialogo, a questo livello della provocazione. Eravamo una generazione che, da un certo punto di vista, non poteva neanche farsi forte di grandi avvenimenti successi. La nostra generazione non ha fatto il ’68, quindi non aveva neanche la possibilità di dire: abbiamo lottato per un’Università e per un mondo migliori. La nostra generazione non ha fatto il ’77, che è stato l’altro grande anno in cui, dentro l’Università, c’è stato dibattito e, per certi aspetti, anche la lotta. Era una generazione che viveva all’interno di quelli che, se vi ricordate, erano denominati “gli anni del riflusso”: ci si ritirava dalla realtà per governare il proprio privato.
Erano gli anni, come diceva una famosa pubblicità degli Ottanta, della “Milano da bere”, in cui, in fondo, il massimo della vita era tirare sera bevendo un aperitivo. Non c’erano più lotte esplicite, erano passati anche gli anni del terrorismo che pure, dentro l’Università, a Milano dove noi abbiamo studiato, aveva fatto anche morti e vittime. Era un contesto apparentemente più tranquillo, più semplice, più soft, più ovattato. Giussani, e nel libro viene riportato, ha avuto come un’intuizione, un’immagine. Nel maggio del 1986 era esplosa la centrale nucleare di Chernobyl, nell’allora Unione Sovietica, altro fattore da tenere presente, in un periodo di tempo in cui c’era ancora il Muro di Berlino: di quella cosa non si sapeva granché, si sapeva solo che c’era stata questa grande esplosione. Dopo qualche mese, in un dialogo con noi, Giussani fece emergere la famosa immagine che ormai è a tutti nota, e la legò all’osservazione sulla nostra generazione. Osservandoci, osservando i giovani con i quali aveva a che fare nei corsi, fece emergere questa geniale immagine legata a Chernobyl: di un uomo apparentemente integro, uguale a prima, ma, per le radiazioni nucleari, al suo interno tutto spappolato, deflagrato. Ecco, questa era la descrizione, non degli altri, era la descrizione nostra, era la descrizione di noi che facevamo l’esperienza del Movimento dentro l’Università.
A quel punto, la sfida che ci siamo sentiti addosso era capire fino in fondo questa provocazione, questo giudizio, capire perché Giussani dicesse quelle cose. Lui in quel periodo aveva incominciato a girare l’Italia facendo conferenze pubbliche, il cui esito è uno dei volumi, secondo me, più interessanti e probabilmente uno dei meno letti e dei meno conosciuti, La coscienza religiosa dell’uomo moderno. E come gran parte, anzi, come la totalità dei libri di Giussani, tranne forse quello sul protestantesimo americano, è un testo tratto da cose che lui raccontava, che diceva. In quel periodo, approfondì e contestualizzò l’osservazione sul potere, come anche Fabrice ha notato leggendo il libro: e noi abbiamo incominciato a guardare noi stessi e a guardare la situazione in cui eravamo con questo tipo di giudizio. Perché la situazione non era ostile, ripeto, era una situazione tranquilla rispetto ad altri periodi. Non c’erano più le battaglie per cui la nostra presenza in Università fosse ostacolata, non c’era più il clima per cui i nostri cartelloni, i tazebao, durassero dai cinque ai dieci minuti, come capitava prima. Era una situazione tranquilla, normale, addirittura ovattata, dove il rischio era – e Giussani l’ha detto, appunto – di addormentarci.
Ecco perché lui trovò questa modalità per risvegliarci, facendoci notare che stavamo diventando preda di quel potere che lui così bene descriveva e che aveva come scopo – è stato detto prima – di addormentare il desiderio, di incominciare a spegnere il desiderio e quindi addormentare la persona. In fondo, gli anni dell’Università, e quindi anche i dialoghi nelle équipe, nella normale tranquillità tipica dello studente universitario, trascorrevano però con questa particolarità. E per questo dobbiamo ringraziare, perché è capitato a noi di avere a che fare con quella persona, poterlo vedere a lezione, poterlo sentire quando parlava, poterlo incontrare nei chiostri, potere avere a che fare con lui. Avete presente l’immagine della copertina del libro, secondo me geniale? Me ne sono reso conto soltanto oggi, quando l’ho vista in forma gigante nella mostra di Giussani che c’è qui al Meeting. Se guardate quella foto, la cosa impressionante è lo sguardo che ha lui. Sta parlando con una persona, non si sa chi è, però lo stupore non è della persona che guarda Giussani, lo stupore è di Giussani che guarda quella persona.
La novità, l’imprevisto, l’incontro, sta capitando lì per Giussani che ha davanti questa persona. Ecco, le nostre giornate erano dentro questa traiettoria, erano costruite da questi eventi. Cos’avevamo, in fondo, noi, in questo contesto? Avevamo solo il nostro io. Permettetemi di leggervi un pezzettino di questo libro, anche se, ad essere sincero, mi fermerei ore e ore a citarvi dei pezzi. Ma voglio solo indicarvi alcune cose perché ognuno poi possa andare a guardarle: “L’io si desta dalla sua prigionia nella sua vulva originale, si desta dalla sua tomba, dal suo sepolcro…”, e noi eravamo così, eravamo dentro una tomba, dentro un sepolcro, “dalla sua situazione chiusa dell’origine e – come dire – ‘risorge’, prende coscienza di sé, proprio in un incontro”. L’incontro per noi era stato quello di persone, da un lato vicine a Giussani o, dall’altro, con lui stesso. Quante volte mi è capitato – all’epoca, io ero il responsabile della comunità dell’Università Cattolica, quindi ero quello che probabilmente aveva più a che fare con lui – di vedere arrivare, nei momenti di responsabilità, nelle diaconie, eccetera, persone le più disparate, le più estrose, per certi aspetti ai limiti della patologia, che lui incontrava e che ci indirizzava, ci mandava. Perché era così colpito dall’umanità dell’altro che diventava un avvenimento per sé, che le portava, le inviava all’ambito nel quale poter continuare un nesso, continuare un rapporto.
Ed era l’ambito dell’amicizia di alcuni giovani, come eravamo noi in quel momento. In fondo, gli anni vissuti dentro l’Università, nei chiostri della Cattolica, ma anche negli alberghi della Val Badìa dove queste cose succedevano, sono stati per noi come quei quattro gradini del Berchet, quando lui ha incominciato tutto. Quei quattro gradini del Berchet, per noi, sono stati appunto gli incontri fatti dentro l’Ateneo, o le possibilità di queste équipe. Dall’altra parte, la cosa che più ci colpiva, era il fatto che lui avesse una totale libertà nei nostri confronti.
Sbaglierebbe chi pensasse che questi testi, che queste équipe, fossero la costruzione di una sorta di Scuola Quadri, perché quando si parla di incontri di responsabili, si può scendere, si può scivolare nell’idea che fosse appunto come una sorta di Scuola Quadri in cui l’esperto, il guru, il responsabile ultimo, il fondatore – in questo caso – insegnasse, desse la linea. In realtà, non era così. Erano il momento in cui lui stesso imparava e lui stesso si paragonava e chiedeva il paragone della propria esperienza in quello che diceva, perché era lui il primo a paragonarsi con quello che succedeva nella realtà. Era il cuore suo, che si metteva in rapporto con la realtà. E guardando questo, ci era data anche un’esemplificazione, una testimonianza di come potesse essere per noi questo tipo di attività.
C’è un altro passaggio, secondo me bellissimo, durante un’équipe in cui il Volantone di Pasqua – dopo dico una cosa sul Volantone di Pasqua – era il famoso Icaro di Matisse. Per noi, Matisse, fino a quel momento – per darvi un’idea del nostro livello culturale – era uno degli Aristogatti, quindi il livello era questo. A un certo punto, in quell’équipe dice: “Abbiamo un torto, il torto di riaprire continuamente il problema umano. Capisco che si potrebbe rimanere in dieci o in dodici, ma quando si incontra uno, una persona che in qualunque caso, al riaprirsi del problema umano, ti sta insieme, ecco, allora hai afferrato nella sua autenticità l’amicizia, che cosa sia l’amicizia, perché tutto il resto, tutto, anche se rivoltate insieme da mattina a sera tutti i giorni, è niente”. Era assolutamente affascinante poter avere a che fare con una persona che ti trattava così, che non aveva alcun tipo di problema dal punto di vista dell’organizzazione o della volontà dell’organizzazione, ma che era attento alla tua umanità, al tuo cuore. E che, nella modalità con cui si palesava a te, documentava quell’imprevisto – avremmo cominciato anche a chiamarlo così – che capitava.
Come imprevisti erano i Volantoni di Pasqua. Ecco, l’altra cosa che leggendo il libro si può ripercorrere, sono i Volantoni di Pasqua, perché noi siamo diventati grandi seguendo un percorso che aveva nel Volantone di Pasqua il suo punto di riferimento. Il Volantone di Pasqua, come dice il nome stesso, esce a Pasqua, ma vi siete domandati perché nelle équipe di agosto o nelle équipe successive, il contenuto del Volantone di Pasqua fosse ancora all’ordine del giorno? Esattamente per questo, perché il Volantone di Pasqua entrava nella vita della comunità e della persona, così a fondo, in un modo così pertinente, che diventava il tema, il terreno di lavoro, la scuola alla quale imparare per alcuni mesi. Ecco allora perché, durante le équipe estive, si sta parlando ancora del Volantone, dell’Icaro di Matisse o, nell’anno successivo, nel 1987, quello appunto in cui lui incominciò a fare questa riflessione sul potere, si parla di quel Volantone dove è riportata questa frase di quel dissidente cecoslovacco, Belohradsky, che insegnava all’Università di Genova e che alcuni ragazzi della comunità avevano incontrato: poi, non ho più saputo che fine abbia fatto.
Ecco, il Volantone di Pasqua segnava la vita dell’anno, tanto è vero che c’è una serie di pagine che, evidentemente, non è possibile leggere oggi, in cui Giussani ripercorre la traiettoria di una storia, di queste équipe, di questi momenti, di questi passi, come li chiama lui che, uno dopo l’altro, hanno segnato la vita di moltissimi attraverso la lettura del Volantone, di come la nostra esperienza si era paragonata a questi Volantoni, di come era stato possibile, o di quando non era stato fatto. Perché nel 1986 lui comincia l’équipe estiva dicendo: “Ragazzi, sul Volantone di quest’anno voi non avete fatto alcun tipo di lavoro, e quindi non avete capito nulla di quello che c’era scritto”. Allora, da lì si ripartiva per procedere.
Da ultimo, oggi, è la cosa che tendenzialmente mi interessava dire, perché nel frattempo sono passati 23, 24 anni, fortunatamente mi sono laureato, che tipo di attenzione, di interesse, ci può essere a prendere in mano questo libro? Perché per molti potrebbe essere un riandare, come un devoto ricordo, a cose che sono successe, un po’ come fare dell’antologia storica, un “come eravamo”, per citare il titolo di un famoso film. Per molti, che non l’hanno mai conosciuto, questa cosa potrebbe essere molto lontana, nel tempo e nel contenuto. A me colpisce, e sono grato a chi permette che queste cose siano rese utilizzabili, fruibili, che appunto siano passati 25 anni e la sfida sia esattamente la stessa. Non può essere un ricordo del passato, non è solo un libro, ma è un’esperienza che un libro racconta. Così, non può essere un ricordo del passato, quello che oggi mi cambia la vita, che cambia il lavoro che faccio, la famiglia che ho, gli amici a cui tengo. Non ha la capacità, un ricordo, fosse anche un devoto ricordo, di cambiare la vita oggi, di abbracciarla.
Allora, come è possibile che questa continuità duri nel tempo? C’è un passaggio in cui Giussani dà questa interpretazione. A un certo punto, parlando della compagnia tra noi, dell’amicizia, dice: “Si appartiene alla compagnia se si vive la storia della compagnia”. La gente che nel movimento non ha seguito le équipe del CLU di questi ultimi 10, 12 anni, ha perso il contatto con il movimento – e in parte rispondo alla tua domanda iniziale, Emilia – perché, di fatto, nelle équipe del CLU, il movimento ha avuto il suo momento più riflessivo e ha camminato. E questo vale anche per grandi intellettuali, o grandi preti o grandi responsabili. Si appartiene a una compagnia se si appartiene alla sua storia. Recentemente, ho ritrovato una cosa di un autore che a Giussani era molto caro, che viene citato anche in questo libro, ed è Pasolini. In una sua poesia, Poesia in forma di rosa, Pasolini dice: “Il sangue di Cristo si è fatto ceralacca, / la ceralacca polvere, la polvere omissis. / Non una parola, o un accenno, o uno sguardo, / ah, uno sguardo, sono cristiani, per chi / ha l’abitudine, poco civile, certo, e un po’ angosciosa, / di richiedere questo a uno che parla, a uno che guarda. / Ah, dolce religione, del resto tante volte tradita, / nell’uomo in cui ti sei inaridita, nasce la pazzia”. E’ la descrizione, in termini pasoliniani, di come l’uomo si devasta. “I suoi occhi non osano guardare, c’è in essi / il rovescio della luce. La faccia sbianca / e s’empie di chiazze rosse, perversa. L’io soffre / un’inestetica erezione: ha per sé un amore infelice”. Ed ecco il lucidissimo Pasolini: “dove il cristianesimo non rinasce, marcisce”.
E allora, e vado a concludere, come è possibile oggi leggere queste cose senza essere, da un lato nostalgici, e dall’altro teorici o velleitari? L’unica possibilità è che quello che come metodo è qui descritto possa continuare oggi come metodo e che il contenuto che qui è descritto possa essere, come lo è stato 20 anni fa, sperimentabile anche oggi. C’è una parola che ci è diventata cara, in questi ultimi anni, la parola contemporaneità: che possa essere contemporaneo, questo avvenimento. Che l’incontro capitato, che ha rigenerato un io, possa continuamente, ricapitare per continuamente rigenerare un io. Altrimenti, non soltanto la mia persona, ma lo stesso carisma del movimento, mi pare, non continua. Cioè, diventare figli di questa cosa, non discepoli, non imitatori. Questa è la grande responsabilità: di guardare là dove questo capita. Abbiamo visto che Giussani, in quegli anni, individuava questa cosa. Oggi, guardando là dove capita, magari in posti più lontani che il CLU, magari in Sudamerica o in Africa, come anche il Meeting ha documentato, capita lo stesso tipo di cosa, lo stesso fenomeno, lo stesso fattore, e si può guardare. Sta succedendo in tutto il mondo, basta guardare là dove capita. Perché se la contemporaneità di Cristo non succede oggi per me, sarebbe solo il racconto di uno che c’è stato tanti anni fa e che nostalgicamente racconta alcune cose.
Chiudo con una cosa che mi ha colpito molto e che scrisse l’allora Cardinale Ratzinger, nel 1990, come prefazione a una primissima, e per certi aspetti anche ironica, prova di raccogliere alcuni testi delle cose che Giussani aveva detto alle équipe del CLU. Ratzinger nella prefazione scrive: “Il cristianesimo non è una teoria, non è un moralismo, non è un ritualismo, bensì un avvenimento, l’incontro con una presenza”. Giussani definisce l’ateismo pratico, ciò che normalmente chiamiamo laicismo, con una formula mutuata da Cornelio Fabro, che ci è molto nota perché Giussani la ricordava sempre: “Dio, se c’è, non c’entra”. E Ratzinger continua, dicendo: “La risposta di Giussani a questo è: Dio c’è e Dio c’entra”. E Ratzinger conclude dicendo: “Con ciò, in fondo è detto tutto”. E chiude – ed è il motivo e la ragione con cui chiudo anch’io – , Ratzinger, allora, invitando il maggior numero possibile di persone alla lettura di questo libro. Modestamente, è la conclusione che faccio anch’io: da questo libro si apprende non solo chi è don Giussani e che cos’è CL, ma anche come re-imparare il nucleo della fede stessa. Grazie.

EMILIA GUARNIERI:
Poiché abbiamo ancora un minuto, mi permetto solo di aggiungere questo. Anch’io, allora, al tempo delle conferenze di don Giussani sul potere, ero rimasta molto colpita dal fatto che lui girasse l’Italia a parlare di questo, proprio in un tempo in cui, come diceva Michele, non è che succedessero cose tremende. E lui girava, girava, girava a fare queste conferenze sul potere. Oggi, forse, capisco di più dov’è la questione, capisco di più perché allora le faceva e che cosa voleva seminare, innanzitutto, dentro di noi. E quello che capisco lo vorrei riproporre, leggendovi alcune ulteriori parole. Giussani diceva, sempre in questo testo: “Ragazzi, presenza nell’ambiente! Il resto non vale niente, se non è funzionale e non è generativo di questo. In secondo luogo, ultima osservazione: sia il mondo, la società civile, tutti i partiti – incominciando da chi dovrebbe essere più vicino a questa sensibilità – sia tanti rappresentanti della Chiesa “ufficiale” odiano la presenza. Ci possono permettere di pensare, personalmente, quel che vogliamo: è la riduzione del nostro rapporto con Cristo a fenomeno assolutamente privato. Siccome, però, l’uomo è fatto anche di corpo, questo rapporto con Cristo può anche avere bisogno di gesticolare, e allora ti danno la Chiesa in cui gesticolare. Ma che Cristo sia reso presente dalla coscienza di un uomo, da un uomo che in un ambiente sta con la coscienza di appartenergli e, proprio perché ha la coscienza di appartenergli, è mobilitato culturalmente e operativamente in un modo diverso, è determinato in un modo diverso, e questo si proietta – miracolo supremo – nella unità, nella creazione di unità, questo è intollerabile a Gorbaciov e a tanti vescovi”. E’ intollerabile al potere: non è cambiata, la vicenda, lo capisco proprio a partire da oggi. Sarebbe molto più allettante per tanti se ci bastassero i riti o i facili moralismi, se ci bastasse l’etica. Quello che ancora continua ad essere affascinante per tanti, provocante per tanti ma sgradevole per altrettanti, è proprio la presenza, il fatto che siamo una realtà in movimento nella storia. Ed è anche per questo che continuiamo a fare il Meeting. Il prossimo Meeting sarà dal 21 al 27 agosto e avrà come titolo: “E l’esistenza diventa una immensa certezza”. Grazie a tutti e arrivederci al prossimo Meeting.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

28 Agosto 2010

Ora

15:00

Edizione

2010

Luogo

Auditorium B7
Categoria