LE REGIONI E L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA - Meeting di Rimini
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LE REGIONI E L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA

In collaborazione con Regione Friuli Venezia Giulia. Stefano Bonaccini, Presidente Regione Emilia-Romagna; Massimiliano Fedriga, Presidente Regione Friuli Venezia Giulia; Attilio Fontana, Presidente Regione Lombardia; Maurizio Fugatti, Presidente Provincia Autonoma di Trento; Nello Musumeci, Presidente Regione Siciliana; Giovanni Toti, Presidente Regione Liguria. Introduce Lorenza Violini, Professore di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Milano, Dipartimento Riforme costituzionali Fondazione per la Sussidiarietà.

Le Regioni e l'autonomia differenziata

In collaborazione con Regione Friuli Venezia Giulia. Stefano Bonaccini, Presidente Regione Emilia-Romagna; Massimiliano Fedriga, Presidente Regione Friuli Venezia Giulia; Attilio Fontana, Presidente Regione Lombardia; Maurizio Fugatti, Presidente Provincia Autonoma di Trento; Nello Musumeci, Presidente Regione Siciliana; Giovanni Toti, Presidente Regione Liguria. Introduce Lorenza Violini, Professore di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Milano, Dipartimento Riforme costituzionali Fondazione per la Sussidiarietà.

 

LORENZA VIOLINI:

Buongiorno a tutti, sono Lorenza Violini e insegno Diritto costituzionale alla Statale. Sono onorata di presiedere questo momento di lavoro sul tema dell’autonomia e del regionalismo in Italia. È un tema che ha tante facce e abbiamo tanti protagonisti di questo concetto di autonomia, di autoamministrazione, qui a questo tavolo. Possiamo quindi cominciare a mettere sul tappeto quelli che sono i problemi fondamentali di questo percorso, perché il federalismo, come insegnava Karl Friedrich, è un federalizing process, non è mai qualcosa di rigido e strutturato, qualcosa che c’è una volta per sempre, bisogna sempre lavorare ai processi federali di federalizzazione, di regionalizzazione, perché la realtà cambia e l’amministrazione e la politica devono adeguarsi ai cambiamenti della realtà. Solo pochissime parole introduttive: voi sapete che nel nostro Paese c’è una norma costituzionale che è fondamentale perché riflette quest’idea del federalizing process, ed è l’articolo 116, nel quale abbiamo le Regioni a statuto speciale. Qui abbiamo alcuni rappresentanti delle nostre Regioni a statuto speciale, però c’è una piccola finestra piuttosto strana per i tempi in cui fu emanata, il 116 terzo comma, che anche per rispondere alle domande forti di autonomia che venivano da alcune Regioni, stabilisce che le Regioni che lo ritengano opportuno per il proprio territorio, possano chiedere funzioni ulteriori rispetto a quelle che la Costituzione in generale affida alle Regioni a statuto ordinario. Sappiamo dunque che ci sono le Regioni a statuto speciale, con i loro statuti, approvati con legge costituzionale. Ci sono le Regioni a statuto ordinario, le cui competenze sono stabilite in Costituzione, e poi c’è questa finestra che, se volete, possiamo definire un po’ strana perché è come se individuasse un terzo, rispetto a questi due grandi modelli. Cos’è successo, anche questo credo sia noto: è successo che dentro questa fessura si sono inserite tante e importanti domande sia tecniche e amministrative che politiche, perché le nostre Regioni non sono tutte uguali e quindi alcune di esse hanno pensato di usare questo strumento, che sembrava uno strumento di dettaglio, uno strumento residuale nell’organizzazione generale del nostro Stato, per attivare quel processo di richiesta allo Stato centrale di avere più competenze in determinate materie. Questo è un percorso che era stato pensato sicuramente come tecnico, come residuale, come eccezionale, però, specialmente negli ultimi tempi, anche al seguito delle iniziative di alcune Regioni che hanno attivato un referendum presso le proprie popolazioni, per far sì che questo processo potesse cominciare, è diventato un grande tema nazionale, perché non solo alcune Regioni hanno chiesto più competenze; alcune hanno fatto anche dei passi avanti di una certa importanza, arrivando persino nella scorsa legislatura a dei pre- accordi. E poi, in seguito, praticamente quasi tutte le altre Regioni si sono pronunciate a favore o contro questa ipotesi di avere Regioni che hanno maggiore autonomia. Introducendo questo dibattito e questo momento di lavoro e pensiero, una considerazione di carattere generale: stiamo parlando di qualche cosa che tocca davvero la struttura base del nostro Stato, e non semplicemente di un passaggio di piccole funzioni a Regioni che pensano di poter amministrare meglio. Siamo di fronte a un cambiamento epocale della struttura nazionale che, tra l’altro, comporta anche grandi cambiamenti dal punto di vista dell’organizzazione dello Stato centrale. Possiamo proseguire su questa strada, dobbiamo attivare ulteriori momenti di riflessioni, perché il processo sia un processo utile per lo Stato in generale e per tutte le Regioni, o dobbiamo invece andare avanti con un certa urgenza per arrivare a dei risultati? Ovviamente, in questo momento dove non abbiamo un riferimento di Governo chiaro e l’incertezza domina, e le domande che abbiamo tutti sul futuro del nostro Paese ci sono presenti, ecco, poter discutere anche con grande serenità sul senso di che cosa voglia dire oggi autonomia, federalismo, regionalismo, se il nostro Stato va in una certa direzione o in un’altra, credo possa essere utile a tutti. Detto questo, abbiamo davvero qui tante personalità importanti del regionalismo italiano e della classe politica e amministrativa italiana. Il presidente Bonaccini dell’Emilia-Romagna, alla mia destra; il presidente Fedriga del Friuli Venezia Giulia; il presidente Fugatti della provincia di Trento; il presidente Fontana della regione Lombardia, anche varesino, se posso, soprattutto varesino; il Presidente Musumeci della Regione siciliana e il presidente Toti della regione Liguria. È un momento libero di lavoro, faremo un giro di considerazioni; se avremo tempo, potremo fare un ulteriore giro ma questo lo decideremo su come andrà questo primo giro di considerazioni. Lascio la parola dunque al presidente Bonaccini dell’Emilia Romagna.

 

STEFANO BONACCINI:

Siamo cinque contro uno, quindi parte da me. La ringrazio perché non mi pare che siano di centro-sinistra, a meno che non siano cambiate le cose.

 

LORENZA VIOLINI:

Se posso, dando la parola al presidente Bonaccini, do forse un particolare tecnico per l’audience: l’Emilia Romagna ha fatto ormai parte integrante del percorso, aveva anche già partecipato alla prima fase con i pre-accordi, ma ha una filosofia un po’ diversa, rispetto a Veneto e Lombardia, nella situazione del regionalismo differenziato. Quindi, sarebbe anche interessante capire qual è la vostra idea, che è un’idea che si affianca ad altre idee, ma è un’idea che ha la sua solidità, data la nota capacità amministrativa della Regione di cui lei è presidente. Prego.

 

STEFANO BONACCINI:

Buongiorno a tutti, grazie per l’invito. Da presidente della Conferenza delle regioni, mi sento esattamente alla pari, al di là delle appartenenze geografiche e politiche di questi colleghi con cui stiamo lavorando molto, molto bene in Conferenza regioni, come è giusto che sia, perché le istituzioni – lo ricordo a me stesso -, quando vanno a lavorare sono più importanti di noi, perché noi siamo di passaggio, pro tempore, mentre le istituzioni restano. E soprattutto, perché ognuno di noi, negli anni di governo della propria comunità, deve ricordarsi di governare anche a nome di chi non solo non l’ha votato ma magari non lo voterà mai. E credo che in un Paese che non sempre ha questo livello di rispetto istituzionale, sia una questione da tenere molto a cuore, soprattutto nell’ambito della discussione che stiamo facendo, che è legata a qualcosa che in questo Paese non è mai stato introdotto. Perché noi ci troviamo di fronte a una questione che l’Italia non ha mai saputo affrontare o risolvere, che dal 2001 vede, nella riforma giusta o sbagliata che fosse del Titolo V, nella seconda parte della Costituzione, la possibilità, introdotta in quell’anno da un referendum confermativo, di alcuni articoli, a partire dal comma 3 dell’art. 116, che prevedano, come lei diceva, la possibilità per le Regioni a statuto ordinario di poter chiedere la cosiddetta autonomia differenziata, che è un processo, un percorso anche abbastanza lungo. Spesso, vedo anche nei commentatori una grande ignoranza se posso dirlo; cioè, ho letto cose a volte che dico: ma questi hanno mai letto qualcosa rispetto a quello di cui stiamo discutendo? Perché è difficile in se, e io proverò in pochi minuti a usare un linguaggio che spero venga compreso dalla platea rispetto anche a cosa cambierebbe per noi se l’autonomia fosse concessa, perché di fatto, poi, quello che io mi ritrovo, come credo Attilio, come Luca Zaia se ci fosse, è che l’abbiamo chiesta e per primi abbiamo persino sottoscritto una pre-intesa con l’allora presidente del Consiglio Gentiloni, il 28 febbraio 2018. E perché lo facemmo? Perché di li a pochi giorni, se ricordate, scadeva la legislatura. Ma ci dicemmo, allora: è vero, c’era Roberto, c’era Maroni e poi arrivò Fontana, vincendo, stravincendo le elezioni. Ci dicemmo: nonostante e a prescindere dalle appartenenze politiche delle future maggioranze e del Parlamento, vorremmo non si tornasse indietro, non si perdessero ulteriori anni, rispetto ad un lavoro che ci aveva visti impegnati, in forme diverse, con strumenti diversi. Loro hanno fatto il referendum, noi no, però avevamo un uguale obiettivo. Che, pur in forme diverse, era, per la prima volta in questo Paese, riuscire ad ottenere la cosiddetta autonomia differenziata per alcune Regioni, in questo caso noi tre, a statuto ordinario. Perché? Allora, faccio una premessa: io mi sento italiano prima che emiliano-romagnolo, per me i principi della sacralità dei confini dello Stato e l’unità del Paese sono sacri; per me è sacro il principio che a voi sta a molto a cuore di sussidiarietà, anche tra aree più deboli e aree più forti; l’idea di demandare, da parte dello Stato centrale, politiche che si possono vivere sul territorio. Quindi, fatte queste premesse, credo però che se si riconosce che l’Emilia Romagna ha conti in ordine, servizi di qualità offerti ai cittadini, a partire da quelli sanitari o socioassistenziali di welfare, occorre darle una opportunità, rispettando la Costituzione. Lo dico a coloro che anche dalle mie parti politiche hanno preoccupazioni legittime, però non si può dire un giorno che la Costituzione è la più bella del mondo e il giorno dopo, se cerchi di rispettarla per ottenere qualcosa che quella Costituzione prevede, immaginare che stai scassando il Paese o rischiando di impoverire aree già più deboli o mettendo il Nord contro il Sud: non credo sia giusto. Lo dico perché, fatte salve quelle premesse, chi disse «Diventeremo una Regione a statuto speciale» ha dovuto fare marcia indietro, perché è incostituzionale. Ma anche fosse stato possibile, noi non avremmo chiesto di essere una nuova Regione a statuto speciale, perché non credo che di questo abbia bisogno il Paese. Ci sono già le Regioni a statuto speciale, hanno una loro prerogativa prevista dalla Costituzione. A me pare invece che le Regioni a statuto ordinario, se messe nelle condizioni di avere meno burocrazia – questa è una delle parti fondamentali della richiesta di autonomia – possano, con gli stessi costi dello Stato, gestire risorse utilizzate per fare meglio quello che stiamo facendo. Insomma, in uno slogan, se corre più forte l’Emilia Romagna, che è stata la locomotiva, insieme alla Lombardia, del Paese in questi cinque anni, corre più forte anche l’Italia, non il contrario. Allora, io la voglio dire così. La nostra idea di autonomia è questa: per noi non è un problema di quantità – non abbiamo chiesto tutte le 23 materie ma circa la metà – ma di qualità, ad esempio, per quanto ci riguarda, le politiche energetiche, secondo noi non devono essere demandate alle Regioni ma devono essere un tema centrale del Paese; la promozione del turismo all’estero è un problema nazionale, perché tanto ognuno di noi le sa fare bene lo stesso. Ma anche qui, ognuno, rispettando la Costituzione ha diritto a chiedere tutto quello che ritiene giuste: noi abbiamo chiesto competenze rispetto ai bisogni che questa Regione ha e farò tra pochissimo esempi che toccano la vita quotidiana delle persone. Ma soprattutto, mi interessa dire questo. Lì, sì, ci fu un punto di discussione, con Attilio ne abbiamo parlato a volte, quando, durante i referendum, si diceva 9/10 di fiscalità generale. Io dicevo: attenti, rischiate che quello diventi l’alibi per mettere Nord contro Sud anche a chi non è in buonafede ma in malafede, perché 9/10 di fiscalità trattenute da una Regione vorrebbe dire secessione, non autonomia. Nemmeno la Catalogna chiede così tanto. E infatti il Governo, di cui la Lega era parte importante, ha tolto dal campo quella discussione, quindi vuol dire che tutto sommato non avevo, non avevamo torto. Non vogliamo spaventare il resto delle Regioni italiane, diciamo che non vogliamo un euro in più di quello che ci spetta, anzi, di più: se lo Stato spende 100 per una competenza, io non voglio 200, neanche 101, guarda, mi basterebbe 99, perché abbiamo la presunzione di pensare, per come siamo fatti, che quelle stesse risorse noi le spendiamo meglio di chi le deve spendere oggi legittimamente da lontano. Vi faccio un esempio: 7 anni fa, 20 e 29 maggio, il secondo terremoto più devastante nella storia del Paese per quantità di danni, dopo quello dell’Irpinia, 14 miliardi di euro di danni. Dopo sette anni, 45mila sfollati, nove famiglie su dieci, anzi, qualcosa in più, 9 virgola qualcosa, vivono nelle stesse case di prima, ristrutturate o ricostruite; 510 scuole, tutte quante ricostruite o ristrutturate; 22mila posti di lavoro in più rispetto a quelli della prima scossa, in una striscia di terra che da sola ha il secondo distretto del biomedicale più importante al mondo. Produceva il 2% del Pil. Il presidente Mattarella l’ha definita una «ricostruzione che quando sarà terminata», cioè a breve, sarà «esemplare», al pari di quella del Friuli Venezia Giulia di tantissimi anni fa. Cosa è successo li? Perché vi racconto questo? Perché lì è successo questo: prima Vasco Errani, poi il sottoscritto, dai vari Governi che si sono succeduti – cinque in sette anni, a proposito di anomalie italiane -, siamo stati trasferiti della responsabilità di Commissario straordinario della ricostruzione. I soldi, devo dare atto a tutti i Governi, seriamente li hanno consegnati. Del totale dei danni, tra noi, Lombardia e Veneto, abbiamo il 93% dei danni. 14 miliardi sono arrivati da Roma, ma chi ha speso i soldi? Come? Dove? Quando? L’hanno deciso il Commissario straordinario insieme a tutti i sindaci di qualsiasi colore politico, e dopo sette anni, 29 su 59, cioè la metà dei sindaci sono usciti dalle riunioni che facciamo ancora oggi ogni mese perché hanno completato la ricostruzione, pubblica e privata. Quella per me è l’autonomia: i soldi, Roma, certo, riconsegnati, ma dove spenderli e come spenderli l’abbiamo deciso noi. E credo che si veda la differenza nella velocità rispetto a quello che sta accadendo, ad esempio, nella ricostruzione del terremoto nelle regioni del centro Italia. Cosa cambierebbe per l’Emilia Romagna, e chiudo. Faccio alcuni esempi di vita quotidiana. Noi siamo stati l’unica Regione che si è permessa dal 1° gennaio di quest’anno, grazie ai nostri bilanci così in ordine, di cancellare i super-ticket a tutte le famiglie che abbiano un reddito familiare inferiore ai 100mila euro annui: ¾ degli emiliano romagnoli. Perché il super-ticket, quando fu introdotto, secondo me fu una misura particolarmente odiosa, già si pagano i ticket ordinari. L’abbiamo lasciato solo per la fascia più alta, quella di chi sta meglio. Se io volessi cambiare i ticket, come i miei colleghi, non lo possiamo fare, nelle Regioni a statuto ordinario, non ci è permesso. Perché? Ma se io decido che voglio alzare di 20 euro un ticket per una fascia particolarmente ricca, o abbassarlo di 10 euro per una fascia, non dico neanche povera, che spesso non lo pagano, ma media: perché non lo posso fare, a parità di risorse? Per eliminare il super-ticket dell’Emilia Romagna per ¾ di emiliano romagnoli, abbiamo rinunciato da quest’anno a 35 milioni di euro di entrate nelle casse della Regione. Non ho chiesto un euro a Roma, sono soldi della Emilia Romagna. E perché non potremmo decidere noi come modulare? Secondo me, mettiamo i cittadini anche nelle condizioni di giudicare meglio se chi li amministra sta facendo bene o legittimamente pensano che sta facendo male. Secondo esempio, elimineremo il 50 per cento dell’Irap per tutte le imprese della montagna, compresa l’alta Valmarecchia riminese. 11500 imprese si vedranno restituire il 50 per cento di Irap perché crediamo che in questo momento chi fa impresa in montagna sia più in difficoltà di chi la fa in pianura. Sapete che non lo posso fare? Non posso introdurre la fiscalità di vantaggio perché senza autonomia, Noi, Veneto e Lombardia l’abbiamo chiesta ma non viene concessa. Lo faremo a rimborso, con un problema di carico burocratico drammatico: ce la faremo perché l’abbiamo promesso e siamo persone serie. 36 milioni di euro del bilancio della Regione senza chiedere un euro da Roma. E perché non posso decidere che in quel momento, per la mia Regione, c’è una particolarità di vantaggio che vedo per quell’area o per quell’altra? Decideranno i cittadini se ho fatto bene o se ho fatto male, magari l’abbiamo discusso insieme. Terzo elemento, in una Regione che, come sapete, nelle manifatture ha distretti industriali e manifatturieri che sono campioni del mondo: la meccanica, la meccatronica e i motori, l’agroalimentare, la moda, la ceramica, il biomedicale. In questa regione, si produce il 91 per cento della ceramica italiana. Tutti gli imprenditori che incontro mi dicono: «Stefano, non riusciamo a trovare alcune figure professionali che stiamo cercando, e sbattiamo la testa». «Provate in Lombardia, Veneto in altre regioni qui vicino a noi!» dico io. Ma anche in quelle regioni hanno lo stesso problema. Nella richiesta di autonomia, noi abbiamo previsto che sia la Regione, con le Università, con l’Ufficio scolastico regionale e le imprese, a decidere per alcuni anni, non per tutta la vita, perché se tra il 50 e l’80 per cento dei nostri figli e nipoti faranno lavori che oggi non esistono, il mercato del lavoro cambierà rapidamente. Ma se noi possiamo fissare per alcuni anni, cinque, dieci, alcuni tipi di formazione professionale che permetta di intervenire laddove le imprese ne troverebbero un vantaggio, perché colmano un vuoto che oggi non riescono a colmare, e dall’altra parte un post diplomato, un post laureato, invece di metterci anni a trovare lavoro lo trova immediatamente, non cogliamo due piccioni con una fava? Eh, vedete che sono questioni che cambiano la vita quotidiana delle persone e permettono alle regioni di muoversi più liberamente. Ecco, io ho finito. Vi ho portato alcuni esempi, come quando mi chiedono al bar o allo stadio o al mercato che cosa cambierebbe con l’autonomia. Credo che queste siano le cose che cambierebbero con l’autonomia, per le Regioni, ovviamente, a statuto ordinario. Mi auguro che il Governo futuro, qualsiasi Governo – mi possono dare atto i colleghi che ho sempre cercato, anche alla guida della Conferenza Stato-Regioni, di togliermi, per le ragioni che ho detto all’inizio, dall’appartenenza sia politica che geografica – ascolti le nostre proposte. E anche se abbiamo proposte differenti, da Lombardia e Veneto, ad esempio sulla scuola, se vuole dopo ne parliamo, però abbiamo un obiettivo condiviso che è quello di vedere riconosciuto quello che secondo noi ci spetta, per quello che facciamo tutti i giorni. Se si chiama differenziata, c’è un motivo: perché le regioni italiane sono molto diverse tra loro. Perché se, per esempio, parlo di manifatture, non tutte le regioni hanno le stesse manifatture che abbiamo in alcune aree di questo Paese. Perché non tutte le regioni hanno lo stesso territorio montano. Ecco, credo che queste siano le ragioni per le quali l’Emilia Romagna aspetta che un nuovo Governo, un futuro Governo, qualunque sia, possa riconoscere quello che lei ritiene le spetti. Certo, e chiudo, bisognerebbe che, per non spaventare le regioni del Sud, o quelle che soprattutto temono di essere tagliate fuori da una spesa che diventi a favore ulteriormente delle regioni del Nord, si potessero definire, ad esempio i cosiddetti livelli essenziali di prestazione. Nelle lezioni delle Commissioni bicamerali, io ho detto: «Facciamo lavorare il Parlamento, fissiamo i cosiddetti Lep così significa che, anche rispetto al tema della spesa storica che è stata tolta dalla discussione dal Governo che era in carica, si può andare a definire, anche per chi non chiederà l’autonomia, e non la chiederà mai perché magari non gli interessa o non ne ha le ragioni, che abbia la certezza che le risorse che gli spettano non vengano tolte da qualcuno. Io credo che, se non chiediamo un euro in più per noi, vuol dire che non lo togliamo agli altri. Quindi bisognerebbe uscire da questo dibattito Nord contro Sud, ricchi contro poveri, che non interessa neanche a noi, ovviamente. Io penso che se facciamo queste cose possiamo mettere in condizione questo Paese di fare un dibattito più avanzato, più equilibrato, che permetta anche a noi, in alcuni territori, l’opportunità di una scelta che non è stata mai percorsa ma secondo me darebbe modo anche di responsabilizzare di più chi governa e gli stessi cittadini che si vedono governati. Grazie.

 

 

 

LORENZA VIOLINI:

Grazie, grazie mille, mi sembra che questo primo intervento già dia il tono di questo nostro lavoro. Il lavoro è capire, entrare nello specifico del senso della autonomia differenziata. Forse una piccola notazione, il nostro regionalismo, a partire da uno Stato centrale molto intrusivo, è stato costruito a puntate, trasferendo a tutte le Regioni pezzetti di funzioni. A questo punto, c’è la necessità di riflettere su cosa vuole dire avere la responsabilità di politiche, non solo la gestione di singole funzioni, come se la regione fosse un comune, una provincia. Dare alle Regioni che lo desiderano, che sono in grado di farlo, la possibilità di ragionare a tutto tondo sulla formazione professionale, per esempio, oppure sulla politiche industriali, forse ci introduce a comprendere la tecnicità della materia. Perché questo mi sembra sia emerso dall’intervento del presidente Bonaccini: è una questione pratica, tecnica e non solo finanziaria, anzi, questo è un punto che possiamo anche lasciare in sordina perché non deve assolutamente intaccare la funzione redistributiva che lo Stato centrale ha nei confronti di tutti i cittadini, e non solo, di tutte le Regioni. Bene, a questo punto il cosiddetto modello emiliano lo abbiamo visto e ringrazio veramente per la chiarezza. Vediamo invece adesso il modello del regionalismo speciale perché anche le Regioni ordinarie, e specialmente il Veneto, hanno avuto da tempo questa domanda di trasformarsi in Regioni a statuto speciale. Hanno fatto anche passi legislativi per poter arrivare a tanto. Questo modello che funziona, è positivo, è costruttivo, dipende solo dalla disponibilità finanziaria, che sappiamo le Regioni a statuto speciale hanno in modo diverso rispetto a quelle a statuto ordinario, oppure è anche un tema di programmazione, di buona amministrazione, di buon funzionamento delle istituzioni, di globalità di funzioni amministrative rispetto alle materie, istruzione, formazione professionale, sanità, eccetera, che sono di competenza regionale? Quindi, abbiamo due interventi che ci diranno qualcosa sul modello delle Regioni speciali. Il primo intervento è del presidente Fedriga del Friuli. Prego, a lei la parola.

 

MASSIMILIANO FEDRIGA:

Siamo speciali, in Friuli Venezia Giulia! Intanto, bisogna secondo me iniziare da questo, non esistono le Regioni a statuto ordinario e le Regioni a statuto speciale, perché all’interno delle Regioni a statuto speciale c’è una differenziazione enorme. La specialità, nata fra statuti che hanno rilevanza costituzionale perché sono di carattere costituzionale, sono molto diversi fra loro, le competenze sono molto diverse, le compartecipazioni sono molto diverse. La specialità del Friuli Venezia Giulia nasce nel 1963 e nasce proprio su quel modello di cui prima Bonaccini parlava. Per capirci, non è che ci hanno detto «Tenetevi i soldi», ovvero le compartecipazioni, e poi decidiamo cosa fate. Il rapporto tra Regione Friuli Venezia Giulia e Stato è stato sempre quello: «Bene, cosa fa il Friuli Venezia Giulia, quanto costa quello che fa il Friuli Venezia Giulia?». Lo riconosciamo in termini di compartecipazione. Tanto è vero che una delle ultime competenze che abbiamo preso nel ’97, quella sulla sanità, che ci paghiamo al 100 per cento da soli, non abbiamo un euro di trasferimento dallo Stato, nel 2002 – poi è diventata operativa nel 2003 – si è dovuta fare una revisione delle compartecipazioni riconosciute, perché i soldi che ci dava lo Stato non bastavano per pagare la sanità per cui, rispetto alle altre Regioni a statuto ordinario, avevamo meno risorse a disposizione. Quindi, quello che veniva detto prima, che non c’è alcun tipo di pericolo di nuova distribuzione delle risorse a svantaggio delle regioni del Mezzogiorno è assolutamente vero. Noi stiamo parlando semplicemente del fatto se ti riconosco gli stessi soldi di oggi e l’esempio, il Friuli Venezia giulia. Ovviamente ci sono differenze fondamentali rispetto alle Regioni a statuto ordinario: noi facciamo le norme di attuazione con la paritetica, loro devono passare in Parlamento. Però il concetto è molto simile. Dicono: «Quanto ti costa la sanità?». All’epoca ci hanno riconosciuto, se non sbaglio, mille miliardi, di lire, ovviamente. Quanto costa x? Se io ti dico che conosco quella x, «poi ti arrangi». Bene. Se io faccio fruttare quella x, do più servizi o riesco a risparmiare per fare dell’altro, beh, penso possa essere un vantaggio per i miei cittadini e per lo Stato italiano, perché faccio fruttare meglio quelle risorse che vengono dalla fatica, dal sudore, dal lavoro dei cittadini dell’Italia e in particolar modo, ovviamente, in quel caso, dalla regione. Questa è un po’ una semplificazione, ovviamente ristretta rispetto al concetto che oggi stiamo proponendo al Paese: se c’è qualcosa che può funzionare meglio a livello del territorio – e devo dire che il controllo dei cittadini migliora quando è a livello territoriale -, vediamo quali sono le strade per cui possiamo farlo funzionare. Oltretutto, differenziato perché? Perché sono convinto che non si possa dare una stessa risposta ad ogni singolo territorio di questa regione, anche dal punto di vista amministrativo. Perché lo scopo non è dire: facciamo tutti le stesse cose. I cittadini devono avere tutti le migliori risposte possibili e ovviamente le medesime. Per la sanità, ad esempio. Ma vediamo, viceversa, perché mi devo porre anche dall’altra parte, perché chi oggi ha fatto una battaglia contro l’autonomia – e lo dico da uno che non ha nessun interesse diretto in questa battaglia, io sono una Regione a statuto speciale, figuriamoci, cerco di parlare veramente in modo arbitrario, il più possibile arbitrario rispetto ad un interesse che non è diretto, della mia Regione. Anzi, se mi permettete mi tolgo un sassolino dalla scarpa: chi mi ha preceduto era contro il processo di autonomia per le altre Regioni, perché vedeva uno svantaggio competitivo rispetto a chi già speciale lo è. Io non sono abituato a ragionare in questo modo e penso che la competizione debba essere al rialzo, non al ribasso. Non funziona che io tengo in basso gli altri perché così emergo, no: cerco di fare meglio e che gli altri mi seguano. La competizione è andare verso l’alto, non verso il basso. Ma oltre a questo, vi dicevo, vediamola dall’altra parte. Cerco di guardarla dal punto di vista del governatore del Nord Est per il Mezzogiorno. Ovviamente qui abbiamo la Sicilia che è una Regione a statuto speciale, e parliamo di quello che speciale non è nel Mezzogiorno. Si continua a parlare, a ripetere della arretratezza del Mezzogiorno in termini di sviluppo. Non entro nel merito di quanto è arretrato il Sud, se è arretrato, se è migliorato o peggiorato; ma lo dice un’associazione che dovrebbe rappresentare lo sviluppo industriale del Mezzogiorno, quindi tendo a crederci. Poi, il presidente arriva a conclusioni che non condivido ma intanto fanno questa fotografia. La domanda che mi faccio è: «Da quale situazione viene questa fotografia?». Da uno Stato decentrato, da uno Stato federalista? Da uno Stato che valorizza le autonomie, no! Siamo al paradosso, dal punto di vista politico, al controsenso: come faccio a dire che le cose vanno male e la soluzione che propongo è tenere tutto così com’è? Dovremmo porre in discussione un modello che evidentemente anche per il Mezzogiorno non ha funzionato, questo bisogna dirlo chiaramente. L’autonomia va di pari passo con il principio della responsabilità degli amministratori del territorio perché, se separo le due cose, ho gli sprechi, non l’autonomia. L’esempio concreto che posso portare è il nostro, come governatore di una Regione a statuto speciale: la mia, in realtà, è la meno speciale delle speciali. Noi come compartecipazione siamo ai 5,9 decimi; quella più vicina a noi è la Sardegna, che ha sopra 7 decimi, poi arriviamo al Trentino e alla Sicilia, che sono sui 9 decimi. Quindi, noi siamo quella che come compartecipazione è minore, ma questo è dovuto alla storia, non entro nel merito dei perché. L’esempio: noi da quest’anno, nella prima legge di bilancio che ho approvato, che cosa abbiamo fatto, Stefano? Abbiamo tolto l’Irap, al 100 per cento, per tutte le attività e le imprese libero professioniste della montagna. Dove è stata trattata la fiscalità di vantaggio intorno al 2010, abbiamo negoziato per poter incidere con le nostre risorse sulla pressione fiscale, oltretutto considerando che la mia regione confina con uno stato che si chiama Slovenia che, a parità di abitanti, ha una total tax revenue che è la metà di quella italiana. L’Austria ha quindici punti in meno, quindi, capite che la fiscalità regionale è incisiva, sì, ma non ha la forza che potrebbe avere una misura nazionale, però, se non avessimo nemmeno questa possibilità, non è che fai qualche chilometro, fai un metro, investi dall’altra parte e vieni qui a lavorare. E quindi era un obbligo lavorare in questa direzione. Chi investe oggi in Friuli Venezia Giulia, sempre secondo l’ultima legge di bilancio: le nuove imprese non pagano l’Irap per tre anni e per due hanno lo sconto Irap; chi assume persone in crisi occupazionale ha una deduzione Irap dai 20 ai 40mila euro a lavoratore, oltre a un contributo dai 7 ai 12mila euro. Abbiamo cercato di fare quelle misure che possono abbinare sviluppo e tutela del lavoro. Faccio questa piccola digressione: è un po’ diverso dal concetto di reddito di cittadinanza. Noi abbiamo detto: le risorse pubbliche le utilizziamo per dare la dignità del lavoro, cerchiamo di mettere risorse pubbliche per rendere un po’ più competitive le nostre imprese perché, se si comportano in modo virtuoso verso l’occupazione, abbassiamo le imposte. Dall’altra parte, al cittadino, al disoccupato, a chi cerca lavoro cerchiamo di dare una prospettiva. E la prospettiva la si ha con il lavoro, non con l’assistenzialismo, che può essere solo una misura tampone temporanea. E queste sono le misure, sempre grazie all’autonomia, perché io credo che qualsiasi colore politico abbia amministrato il Friuli Venezia Giulia – e lo dico in modo davvero neutrale, dopo posso condividere o meno delle scelte di carattere politico, chiaramente -, però è sempre riuscito a tenere la barra dritta sui conti della Regione. Lo scorso anno noi avevamo un problema a luglio – perché ovviamente, lo sanno tutti i governatori di Regione, la spesa sanitaria continua a salire di anno in anno, anche in modo sintomatico – di 80 milioni di euro. Ad agosto ho preso i soldi della Regione e li ho messi negli 80 milioni di euro per coprire la sanità. Anche questo vuol dire responsabilità e autonomia, non è che sono arrivato e ho detto: «Oh, scusate, datemi dei soldi perché…». Autonomia vuol dire anche questa responsabilità: «C’è un problema? C’è un buco? Lo copro con i miei soldi». Non divento un peso per tutti. E questo è il percorso che penso che le Regioni a statuto ordinario possono intraprendere. Chiudo soltanto dicendo che anche noi stiamo facendo un percorso di maggiore autonomia: non su tutta la scuola, ma abbiamo chiesto la competenza nella commissione paritetica Regione Friuli Venezia Giulia- Stato, per quanto riguarda l’Ufficio scolastico regionale. Vorremmo incominciare da quello. Perché lo facciamo? Non è perché abbiamo manie di grandezza, per cui l’Ufficio scolastico regionale lo gestisce la Regione Friuli Venezia Giulia, ma perché abbiamo visto che dallo Stato, purtroppo anche con il grande sacrificio che può fare lo Stato centrale, manca personale, non riescono, abbiamo rischiato negli anni di avere difficoltà ad aprire gli anni scolastici. Benissimo, lo Stato in difficoltà non ce la fa, e allora facciamolo noi! Il nostro scopo non è essere più bravi degli altri ma dare risposte alle esigenze dei cittadini e ai servizi per cui i cittadini pagano le tasse. Se pensiamo quella piccola parte, per esempio l’Ufficio scolastico regionale, di poterla fare meglio, perché non collaborare? Io penso sia una collaborazione tra Stato e Regione, non una sfida tra Stato e Regione. E qual è la differenza, giusto per capire veramente, e adesso finisco? Nel processo delle Regioni a statuto ordinario e delle Regioni a statuto speciale, diciamolo, abbiamo un vantaggio di velocizzazione: per quanto riguarda le richieste di maggiore autonomia, ovviamente con le competenze comprese o che possono essere comprese all’interno dello statuto, noi andiamo in commissione paritetica, che è una commissione fatta da tre rappresentanti della Regione e tre rappresentanti del Governo, viene approvata la norma di attuazione dello statuto per la nuova competenza, il Consiglio dei ministri la vota e quella norma diventa realtà. Chiaramente, lo statuto speciale ha questo vantaggio di procedimento che a dirlo così sembra poco, ma è la differenza tra un passaggio e una discussione parlamentare e un provvedimento del genere, ovviamente molto più veloce. Per questo, mi sento di essere a fianco delle Regioni a statuto ordinario che vogliono maggiore autonomia, perché penso sia un vantaggio per i cittadini e chi amministra la cosa pubblica, di qualsiasi valore politico sia. Spero, mi auguro e sono convinto perché sono ottimista, che come fine ultimo abbia da dare riposte ai cittadini e dunque non vedo alternative se non in un processo di forte autonomia dello Stato Italia, perché è evidente a tutti che un modello centralista ha fallito. Rimettiamoci in discussione: abbiamo la certezza che dopo tutto funzionerà a meraviglia? No, però ho la certezza che le cose non funzionano e noi dobbiamo farle funzionare rispetto alla fiducia che ci hanno dato i cittadini per gestire la cosa pubblica. Grazie!

 

LORENZA VIOLINI:

Bene, un secondo tassello in questo quadro: la differenziazione, in un certo senso, è un pochino già nei fatti, nella nostra realtà. La differenziazione di fatto e anche la differenziazione di tipo giuridico perché, tra le Regioni a statuto speciale, come abbiamo sentito, ci sono differenze qualitative e quantitative, ed è interessante cominciare a metterlo a fuoco. La parola adesso al presidente Fugatti della Provincia di Trento.

 

MAURIZIO FUGATTI:

Buongiorno, un ringraziamento per l’invito a questo dibattito che riteniamo interessante e importante. La mia realtà, la Provincia autonoma di Trento, è una provincia di poco più di 500mila abitanti all’interno della Regione Alto Adige, dove le competenze sono in capo alla Provincia: quindi, da noi l’ente funzionale e reale è la Provincia. È una piccola provincia che però è fondamentalmente un piccolo Stato perché, tolta la giustizia, il fisco e poco altro, noi gestiamo tutto con le competenze e con le risorse, perché ovviamente per gestire servono le risorse. Noi abbiamo uno statuto di autonomia che ha addirittura un ancoraggio nazionale legato a degli accordi fatti dopo la seconda guerra mondiale: quindi, c’è un forte vincolo costituzionale. Nel nostro statuto, si dice che il 90 per cento delle imposte pagate dai trentini rimane sostanzialmente in loco, ma poi in realtà non è così perché, successivamente alla crisi del 2008, sia i Governi di centrodestra che di centrosinistra fecero due accordi con la Provincia di Trento e con quella di Bolzano. Un accordo fu quello di Milano nel 2009 e un altro, quello di garanzia nel 2014. Quel 90 per cento è diventato un 75 per cento, perché quelle risorse vengono lasciate allo Stato per la crisi dei conti pubblici, definiamola così. Quindi, quelle competenze che gestivamo a suo tempo con il 90 per cento delle risorse, anzi, qualche competenza in più perché nel frattempo abbiamo assunto anche l’Università, le gestiamo oggi con il 70, 75 per cento. E quindi il grado di responsabilità amministrativa che hai è molto ampio in una realtà piccola come la nostra, e molto bassa la catena, la distanza tra il cittadino e chi governa. Fondamentalmente, ogni decisione che prendi – e viste le ampie competenze sono decisioni quotidiane e continue – ha un forte riflesso sui cittadini: tu hai le risorse, è vero, ma meno di quelle che c’erano una volta. E quindi devi gestire con meno risorse le competenze, ma questo è un forte grado di responsabilità perché il cittadino ti viene a prendere, sa dove deve andare, non va al ministero e poi si perde in qualche ufficio. Sa benissimo dove andare, perché la responsabilità è lì. E quindi, è una grande competenza, un grande valore di autonomia, legato ad un grande senso di responsabilità. Penso al percorso che ho osservato e al quale ho anche partecipato: una ventina di serate in Veneto e anche in Lombardia, quando ci fu il referendum sull’autonomia Veneto-Lombardia. Io partecipai a favore ovviamente del processo di autonomia, perché crediamo che se dimostri di essere in grado di fare bene sulle capacità che hai, devi avere la possibilità di fare, e oggi sicuramente loro hanno dimostrato di saper gestire alcune materie. Penso per esempio ai tanti trentini che, per alcune malattie particolari, si recano in Lombarda e in Veneto. Lo fanno perché si fidano, perché sanno che lì la gestione è corretta, funzionale, ed è sicuramente efficiente. E quindi, il Trentino dice: se stanno gestendo bene questo, posso mettere la mia salute nelle mani di alcune realtà sanitaria venete o lombarde. Ritengo che queste Regioni saranno in grado di gestire bene anche le strade. Io abito in un paese di confine con la provincia di Verona, ad Avio. Sembra impensabile che la gestione delle strade della nostra autonomia sia funzionale ed efficiente, poi passi il confine e dici: «Ma come! Noi andiamo a mettere nelle loro mani la nostra salute, in qualche caso, e le strade sono in queste condizioni! Perché la Regione a statuto ordinario non può essere messa nelle condizioni di gestire ciò che sicuramente sarebbe in grado di gestire? E lo farebbe sicuramente a costi minori rispetto a quelli dello Stato. Quindi, in un’autonomia come la nostra viene vista con interesse la volontà di autonomia di altri territori, anche perché alla fine crediamo che il meccanismo virtuoso che nasce dal confronto tra la nostra autonomia speciale e le potenziali gestioni di autonomia di altre competenze delle altre Regioni, alla fine fa l’interesse di tutti. È chiaro che quando sei in un’autonomia, hai la capacità decisionale. Sentivo prima Bonaccini che parlava dell’Irap in montagna: noi fondamentalmente questo lo possiamo fare. Reddito di cittadinanza: noi lo avevamo, la precedente amministrazione della Provincia di Trento aveva già messo in itinere un meccanismo di reddito di cittadinanza che era il cosiddetto “reddito di garanzia”. E noi adesso lo abbiamo applicato con il nuovo reddito di cittadinanza, però abbiamo introdotto un meccanismo che non c’era prima: hai diritto di avere quello che prima si chiamava reddito di garanzia? Benissimo, te lo diamo ancora ma se arriva una impresa, un’azienda anche stagionale, che ti dà la possibilità di lavorare e tu non accetti quel reddito, te lo portiamo via. Crediamo che questo sia anche un meccanismo di insegnamento verso le giovani generazioni, verso chi cerca un lavoro. Lo abbiamo messo in campo ed è un meccanismo di assistenzialismo un po’ diverso rispetto a quello che fondamentalmente viene visto come l’originalità dei sostegni sociali. Quindi, da parte nostra questi dibattiti vengono visti positivamente, con la volontà di dare a quelle Regioni, a quelle realtà che hanno dimostrato di essere in grado di gestire le proprie competenze anche altre. Abbiamo questa ambizione, che il nostro modello di autonomia possa essere sempre di riferimento per gli altri e che, crescendo gli altri modelli di autonomia, possa continuamente crescere anche il nostro perché, come si diceva, l’autonomia la gestisci quotidianamente: ogni gestione di cui hai competenza è la ricerca continua di maggiori livelli di autogoverno e di autonomia. Questa è anche la difficoltà di avere meccanismi di autogoverno e responsabilità: se sbagli, il cittadino ti viene a prendere. Grazie.

 

LORENZA VIOLINI:

500mila abitanti, 9 milioni. Allora, vediamo, questa è già una differenziazione nell’esercizio delle competenze, non so se è chiaro a tutti. Perché 500mila persone sono la metà di Milano. Evidentemente, il nostro è uno Stato veramente complesso e vive delle difficoltà anche in una gestione unitaria. È stata detta una parola interessante: tu dimostri. Una parola anche rassicurante per il cittadino: tu dimostri. Non sempre abbiamo l’impressione che la pubblica amministrazione dimostri, però penso sia importante almeno ripetere quali sono i principi fondamentali del vivere civile. Il punto è questa grande differenza non solo nei fatti ma nel modello istituzionale: le nostre Regioni ordinarie o speciali sono diverse e per questo bisogna dare atto che la Costituzione ha una sua saggezza. Non sarà la più bella del mondo ma insomma, ha una sua saggezza quando ha inserito il 116, 3° comma, dicendo che è una possibilità di cui si può fare uso, se si ritiene e se si è in grado di dimostrare che si può fare meglio. Presidente Fontana, la Lombardia? Ci dica qualcosa.

 

ATTILIO FONTANA:

Buongiorno a tutti, grazie per l’invito, è sempre un piacere venire al vostro Meeting che è un luogo dove si riescono ad affrontare i problemi in maniera seria e magari anche un po’ di parte, ma comunque il fondamentale vostro è che si devono dire cose giuste ed intelligenti, non si può fare solo della demagogia. Perché questa premessa? Perché, vedete, io sono un po’ imbestialito quando parlo di autonomia, perché il progetto di una grande riforma che dovrebbe essere utilizzata non soltanto dalle Regioni che ne fanno richiesta, ma che dovrebbe essere a vantaggio di tutto il Paese, è stato distorto fin dall’inizio. Questo progetto di cambiamento è stato utilizzato in maniera scorretta, creando questa contrapposizione tra Nord e Sud, creando questi slogan che da un certo punto di vista, da un punto di vista comunicativo, sono stati in grado sicuramente di raggiungere il loro effetto ma che non rappresentano assolutamente la verità dei fatti. Io ho partecipato a tanti incontri, a tanti convegni e molte volte, anche persone che sembravano estremamente competenti e preparate, quando andavo a raccontare documentando quello che dicevo, che cosa fosse questa autonomia, si stupivano: «Ah, ma allora non è quello che si legge sui giornali». Ecco, credo che una base di discussione seria sia fondamentale. E la base di discussione seria – lo diceva Bonaccini – parte dal presupposto che non si sposta un euro a favore delle Regioni che chiedono l’autonomia rispetto a quelle che non la chiedono o che la chiederanno in futuro, non cambia rigorosamente niente. Il residuo fiscale – io dico ahimè, ahi noi, ahi lombardi – della Regione Lombardia è 54 miliardi e continuerà ad essere, purtroppo, di 54 miliardi. Forse ci sarà un cambiamento: se con l’autonomia la Regione Lombardia riuscirà ad andare un po’ più veloce, forse aumenteranno anche gli utili che derivano dall’imposizione fiscale, perché guadagneremo di più, pagheremo più tasse, ridistribuiremo assolutamente più risorse per il resto del Paese. Io credo che si debba individuare l’autonomia con due parole: responsabilità ed efficienza. Ho letto tanti articoli che distorcono la realtà, uno solo ha avuto il coraggio, pur essendo di un’appartenenza territoriale e politica lontana dalla mia, di dire la verità: qui si tratta di una secessione dell’efficienza dall’inefficienza, e solo questo è un problema. E noi, viva Dio, vogliamo che tutto il Paese diventi efficiente, vogliamo che tutto il Paese venga messo nelle condizioni di poter competere in maniera assolutamente uguale. Io credo che il Sud abbia delle risorse immense, risorse per le intelligenze che ci sono, per il territorio, per la bellezza dei siti: avrebbe la possibilità, avrebbe il dovere di essere messo alla prova perché credo che dal Sud potrebbero arrivare tante risposte molto positive. Ci sono tantissimi che iniziano a capire questa cosa, ci sono tantissimi giovani che iniziano a capire che è giusto cambiare, come si diceva prima, questo modo di organizzare il nostro Stato a carattere centralistico, che tiene il Sud nelle condizioni di essere schiavo di questo assistenzialismo senza il quale non è in grado di vivere. E questa è la violenza più grave che si può fare a un territorio. La cosa brutta è che questo tipo di violenza è preteso da quei politici che dovrebbero difendere il loro territorio. Io faccio sempre un esempio: da cittadino del Nord, sarei il primo a dire che sono pronto, prontissimo, disponibile a finanziare 25mila startup di giovani in Calabria, un po’ meno a finanziare 25mila forestali in Calabria. Perché nel primo caso diamo la possibilità a dei giovani di far valere le loro capacità, le loro intelligenze e diamo la possibilità al territorio di ripartire, o di partire. Nel secondo caso, ingessiamo la situazione senza dare alcun tipo di speranza e di prospettiva a un territori che ha i titoli per avere grandi speranze e grandi possibilità. E poi, vedete, questo avviene anche in un periodo nel quale io credo che il mondo stia cambiando in modo sostanziale. Questi cambiamenti stanno aprendo delle possibilità, anche per i territori meno sviluppati, di avere la possibilità di rilanciarsi. Un esempio che faccio assolutamente sempre, ma che ritengo importante: l’Estonia era una nazione che ho conosciuto per questioni di lavoro un trentina di anni fa, era in condizioni economiche assolutamente drammatiche. Al di là della capitale Tallinn, il resto del territorio era in condizioni drammatiche, molto peggio del Sud. Benissimo, loro con i fondi europei, sfruttando la ricerca, l’innovazione, le opportunità che derivavano dalle grandi tecnologie che in questo momento vengono sostenute, hanno avuto la forza e il coraggio di rilanciare l’economia. Oggi sono un punto di riferimento della digitalizzazione, addirittura i tedeschi vanno a chiedere consigli, consulenze, progetti e programmi all’Estonia per introdurre la digitalizzazione, per aumentare i progetti nella pubblica amministrazione. Ecco, siamo in un periodo in cui queste cose possono succedere, facciamo in modo che succedano anche al nostro Sud. Purtroppo, dico che quando tante politiche di assistenzialismo si sono ripetute per 50, 60, 70 anni, e hanno dato risultati drammatici, soltanto lo stupido continua ad andare in quella direzione. Cerchiamo di cambiare, cerchiamo di dare la possibilità che lo sviluppo avvenga in un modo diverso: queste sono le due parole. Poi, io sono d’accordo su tutti gli esempi che ha fatto Bonaccini su quelle che sono le opportunità che dobbiamo avere. Vedete, io faccio un esempio ancora più banale, credo che la Regione Lombardia possa essere annoverata come la Regione che ha la migliore sanità, una delle migliori sanità d’Italia, una delle migliori sanità in Europa. Abbiamo una norma nazionale che è la Finanziaria del 2014, che imponeva a tutte le Regioni il tetto di spesa per le assunzioni all’anno 2004, con una riduzione dell’1,6 per cento. Questo vuole dire che non solo la nostra sanità non può evolvere ma che la nostra sanità dovrebbe retrocedere al 2004, con un’ulteriore riduzione. Ecco perché poi ci sono tanti problemi sul territorio: per noi sarebbe necessario assumere più di 500 medici e non lo possiamo fare. Adesso c‘è stata una piccola finestrella aperta dal cosiddetto decreto Calabria, che ci consente di assumerne un centinaio, ma viva Dio, abbiamo le risorse, abbiamo i conti in ordine, abbiamo la necessità di migliorare la qualità del servizio, che oltretutto va a favore dei nostri cittadini ma anche di tutti i cittadini italiani, perché tanti vengono a curarsi in Lombardia, e non lo possiamo fare perché c’è un vincolo nazionale che dice: no, voi i soldi li avete, li potreste spendere, ma non li dovete spendere perché vi dico io quanti medici dovete assumere. Ma che senso ha un ragionamento di questo genere? Che possibilità dà al territorio di guardarsi dentro e di capire quali sono le sue necessità più vere? Io credo che l’autonomia, che come dicevo è una grande sfida che gli amministratori devono correre, ma che tanti amministratori seri del Sud hanno deciso di correre, mi dice che se io riesco a svolgere meglio i servizi che oggi svolge lo Stato, e a risparmiare qualche soldo che oggi lo Stato spende, beh, facciamo il bene di tutto il Paese, non soltanto per la nostra Regione. Perché quei soldi poi entrano nel circuito virtuoso di questo Paese, verranno spesi per ulteriori iniziative, per ulteriori sviluppi, verrà data la possibilità a tanti giovani di avere altre iniziative. Allora, credo che veramente non si debba più scherzare su questo argomento, credo che forse qualcuno di noi ha commesso l’errore d alzare un po’ troppo i toni, ma non credo che si debba abboccare a questa provocazione che proviene sostanzialmente da chi non vuole l’autonomia perché non ha il coraggio di mettersi in discussione, perché sa benissimo che probabilmente i suoi cittadini si renderebbero conto, dopo pochi mesi, della sua incapacità e quindi a quel punto dovrebbe cambiare mestiere. Ecco, io credo che sia giunto il momento di affrontare questo argomento in maniera seria, di spiegarlo, di fare in modo, senza alzare i toni, di far capire che i grandi cambiamenti di questo Paese devono iniziare anche dalle riforme istituzionali, sicuramente la giustizia, sicuramente la fiscalità. Ma credo che l’autonomia sia uno dei grandi modi attraverso il quale questo Paese può svecchiarsi, può cambiare modello, può capire che i territori sono in grado di essere più efficienti dello Stato centrale. Ciò detto, tutto il resto sono chiacchiere, tutte le altre affermazioni sono slogan, belli da un punto di vista comunicativo ma assolutamente infondati. Cerchiamo di far capire i grandi vantaggi che tutto il Paese può avere ma che soprattutto il Sud, che è sempre stato messo nelle condizioni di non potersi evolvere, avrebbe. Io dico, e chiudo, che quando si vuole fare in modo che in un convoglio il primo si avvicini all’ultimo, bisogna fare in modo che sia l’ultimo che si avvicina al primo. Bisogna fare in modo che vada più veloce l’ultimo, non che sia messo nelle condizioni di rallentare il primo, perché altrimenti, se si continua in questa logica, c’è il rischio che anche la Lombardia, che anche il Nord presto possano trovare delle difficoltà, possano affrontare delle situazioni che non gli consentiranno di essere efficiente, efficace e di produrre risorse come oggi. E se ciò dovesse avvenire, sarebbe sicuramente un dramma per noi ma sarebbe un dramma anche per tutto il Paese. Grazie.

LORENZA VIOLINI:

Mi sembra che questa Italia, una e indivisibile – questo è il valore avocato all’inizio dal presidente Bonaccini, una e indivisibile – abbia delle differenziazioni al suo interno. Credo che tutti sappiamo che anche le Regioni del Nord danno diversi problemi che bisogna affrontare con urgenza, ma questo sguardo positivo sulla differenziazione non sia uno sguardo di qualcuno contro qualcun altro, né sia un giudizio – ringrazio il presidente Fontana che lo ha sottolineato -; è una valutazione obiettiva sul tipo di politiche che sono state fatte in questi anni. Ed è un dovere per uno Stato centrale saper valutare il senso delle proprie politiche, la direzione in cui vanno le proprie politiche, gli effetti che hanno. Perché questo fa l’unità e l’indivisibilità della Repubblica, uno Stato centrale efficiente che sappia governare la differenziazione e, come vedrete, per la differenziazione abbiamo solo l’imbarazzo della scelta nell’elencarne le motivazioni. In questo senso, io chiedo al presidente Musumeci di raccontarci la percezione ma anche l’anima con cui nelle nostre Regioni stanno guardando a questo processo, perché è interessante che ci siano le due facce della medaglia. Una la stiamo vedendo, ne stiamo analizzando i vantaggi. Ma bisogna tenere conto di tutto il contesto perché l’unità e l’indivisibilità della Repubblica passa per riforme veramente costituzionali, che non è solo la grande riforma ma sono riforme così sostanziali che vanno a toccare la Costituzione stessa del nostro Stato. Presidente.

 

NELLO MUSUMECI:

Grazie, professoressa, un saluto a tutti i presenti e un compiacimento di apprezzamento per essere stata la mia Regione, ancora una volta, invitata a questo appuntamento straordinario, di grande valore per la sua tradizione, la tradizione del Meeting, valore per i temi che affrontiamo e per il clima. Paradossalmente, in un clima assai rissoso qui si lavora in un contesto di grande civiltà e di rispetto per le idee reciproche e questo mi fa davvero piacere. Dovrebbe sempre essere così la politica, e purtroppo non lo è, specie quando diventa contratto. Ma il tema è un altro e rischiamo di scivolare su un terreno diverso rispetto a quello sul quale siamo chiamati a pronunciarci stamattina. Voglio subito dire che da presidente della Regione siciliana – perché la nostra si dice Regione siciliana e non Sicilia, perché è nata prima della Repubblica italiana, nel maggio del 1946: siciliana non è un aggettivo ma è la denominazione della Regione – che non siamo contrari al regionalismo differenziato. Questa è la prima cosa che mi sento di sottolineare, l’ho già detto in altre occasioni. In linea di principio, chi, come me, è autonomista nel codice genetico, chi come me rappresenta una terra che da mille anni è stata in alterne vicende – regno e quindi indipendente, o vice regno al massimo -, chi come me, rappresenta una Regione che nel ’46 ha ottenuto l’autonomia, non per soddisfare un capriccio ma proprio per consolidare il principio dell’unità nazionale, perché l’autonomia fu l’antidoto alla indipendenza, al separatismo, alla secessione, al vento impetuoso del separatismo che dal ’43, quando finì la guerra in Sicilia fino al ’45, soffiava violento – non potrebbe essere, in linea di principio contrario al regionalismo differenziato rivendicato legittimamente da altre Regioni del Nord. Il problema è capire se questo tema deve restare circoscritto a un dibattito a tre o se invece deve diventare un tema capace di coinvolgere e contaminare positivamente tutte le Regioni italiane e tutti i governatori delle Regioni. Ecco dov’è il difetto: a mio avviso, il difetto è stato nel metodo. Ma ci siamo chiesti perché da 18 anni si parla di regionalismo differenziato e non è stato ancora applicato? Sono passati 18 anni, Santo Dio, non 18 mesi. C’è un problema? E certo che un problema c’è, nell’origine, forse. La norma, l’articolo 116 3° comma, è stato concepito in un contesto assai frettoloso sotto la spinta emotiva della piazza, perché erano imminenti le elezioni politiche. Può darsi anche questo, ma 18 anni sono assai in una repubblica democratica per applicare una norma costituzionale. Il primo limite è questo, e ce lo dobbiamo porre tutti. La conferma del difetto di origine l’abbiamo avuta proprio in questi mesi, un Governo dove la forza trainante era la Lega, alla quale io auguro di non tornare più al Governo. Naturalmente non lo dico da uomo di centrodestra ma lo dico da presidente di una Regione che ha bisogno di interloquire con un Governo centrale. E davvero un Governo che ogni giorno litiga con i suoi azionisti diventa un interlocutore poco credibile, soprattutto per le Regioni del Mezzogiorno, chiusa la parentesi. La Lega non è stata nelle condizioni di portare a termine il processo di attuazione del regionalismo differenziato, nonostante gli sforzi dei ministri leghisti e nonostante le sollecitazioni dei colleghi presidenti della Lega. E devo dire anche del collega Bonaccini che, pur non essendo leghista, ha sottoscritto allora col capo del Governo Gentiloni un documento di pieno coinvolgimento per l’attuazione del regionalismo differenziato. Allora, se a Sud si alimentano perplessità, se al Sud si alimentano diffidenze, non è perché si è contrari in linea di principio al regionalismo differenziato, a meno che qualcuno non lo sia: per carità, si assume le responsabilità delle proprie scelte. Ma è proprio perché è mancato un dibattito aperto, è mancata una grande stanza di vetro, è mancato un tavolo attorno al quale le Regioni avrebbero potuto e dovuto affrontare il tema. È legittimo che una Regione del Sud si chieda con il regionalismo differenziato che fine farà la perequazione strutturale? È legittimo che una Regione del Sud chieda con il regionalismo differenziato la perequazione fiscale? È legittimo che una Regione del Sud si chieda con il regionalismo differenziato che fine farà il fondo perequativo generale? Cioè, il principio di solidarietà sul quale si fonda la Costituzione Italiana, sul quale ogni giorno il presidente della Repubblica richiama al concetto di una comunità solidale e coesa. È probabile che questo silenzio attorno al regionalismo differenziato possa alimentare qualche sospetto nelle Regioni del Sud, ma che vogliono fare? E questo non significa per il Sud pretendere di poter essere alimentate dalle Regioni del Nord. Qui stamattina ho sentito alcuni colleghi parlare, con tono certamente affettuoso, dare consigli alle Regioni del Sud. Beh, mi si permetta dire che una cosa è fare il presidente in Lombardia, una cosa è fare il presidente in Sicilia. Se mi si consente, è troppo facile, se si viene in Sicilia, e lo dico al mio amico Attilio perché so che ama la Sicilia e quando può ci viene volentieri: una cosa è interloquire con un imprenditore al Nord, una cosa è interloquire con un imprenditore al Sud, che ti arriva con la cravatta e la camicia bianca, ma non sai cosa c’è dietro. Voglio dire che le diseconomie del Mezzogiorno di Italia e di alcune Regioni del Mezzogiorno di Italia hanno nomi, e origini e radicamenti che vanno ben al di là della loro volontà. Ecco, tanto per intenderci, quando si richiama il principio della responsabilità, io sono il primo a riconoscere che le classi dirigenti che si sono alternate in Sicilia, alla guida della mia Regione, hanno utilizzato l’autonomia non in un contesto di responsabilità, non in un contesto di opportunità ma in un contesto di privilegio. Perché il familismo, lo spirito anarcoide, l’assistenzialismo hanno caratterizzato buona parte delle Regioni del Mezzogiorno d’Italia. Io sono il primo a fare autocritica, lo faccio io che non ho mai governato la Sicilia e non sono mai stato alla Regione siciliana tranne l’ultimo anno, perché eletto democraticamente dal popolo. Guai a non fare un riconoscimento dei propri limiti, dei propri torti. Nel ’46, abbiamo avuto un Parlamento con il quale ci si consentiva di legiferare su alcune materie, su alcune, attenti, su alcune, colleghi! Perché sia chiaro, lo dico alla professoressa che è apprezzata costituzionalista, le materie decentrate dello statuto siciliano, decentrate dallo Stato alla Regione, in Sicilia sono dieci, non ventitré. Questo va detto. Alcune sono usi civici, altre riguardano la caccia, tanto per capirci, altre la pesca, della serie che nel ’46 potevano consentire una legiferazione primaria, oggi obbediscono ad un contesto costituzionale normativo che discende dall’Unione europea, poi dalle norme nazionali e infine dalle norme regionali. Ci portiamo dietro la nomea che siamo una Regione a statuto speciale, che poi non abbiamo saputo usare la specialità del nostro statuto, e questo è anche vero, ma chi doveva controllare e non lo ha fatto? Lo Stato, era lo Stato che doveva verificare puntualmente. La classe dirigente romana avrebbe dovuto, in questi 73 anni, verificare l’efficienza della classe dirigente siciliana. E le classi dirigenti romane non lo hanno fatto perché c’era una tacita o palese intesa tra la classe dirigente clientelare siciliana e la classe dirigente clientelare romana. Per cui, è finito che i siciliano sono diventati eterni donatori di sangue, donatori di sangue fino all’anemia a favore della classe dirigente romana dove, del sangue siciliani, spesso si è fatto mercato nero. Questo va detto, non perché si voglia difendere le incongruenze, le inefficienze, il clientelismo, le contiguità pericolose delle classi dirigenti passate. Ma perché sarebbe un errore pensare che quando il Sud non decolla le responsabilità stanno solo sul territorio. No, sarebbe sbagliato, è lo Stato che è venuto meno alla propria funzione, e porto qualche esempio: se i treni veloci si fermano a Salerno e non a Siracusa, la colpa non è delle classi dirigenti siciliane ma è dello Stato. Se per ricostruire un viadotto sull’autostrada Catania-Palermo ci vogliono cinque anni e ancora non se ne parla, mentre – lo dico con piacere – a Genova già si sono fatte le prime gettate di cemento armato per il ponte Morandi, la colpa non è della classe dirigente siciliana ma è dello Stato. Se in Sicilia non c’è un porto capace di intercettare i traffici marittimi che arrivano dal canale di Suez e che invece di approdare, come sarebbe naturale, lo dice la geografia, alle coste e ai porti siciliani fanno il giro dello stretto di Gibilterra lungo la costa della penisola iberica per arrivare a Rotterdam, la colpa no è della classe dirigente siciliana. Se in Sicilia non abbiamo un aeroporto intercontinentale, la colpa non è della classe dirigente siciliana. Se in Sicilia il doppio binario ancora non c’è tra Messina e Siracusa, la colpa non è della classe dirigente siciliana. Se il ponte sullo Stretto rimane ancora un tema della tavola rotonda, la colpa non è della classe dirigente siciliana ma è della classe dirigente romana, Toninelli dice: «Neanche a parlarne», che sciagura è lui a calamitare questa Nazione. lasciatemelo dire. E poi ci sono temi oggettivi, ci sono le diseconomie che sono legate alla geografia: è facile interloquire con i mercati europei restando oltre la linea gotica. Ma per un commerciante della Sicilia, arrivare ai mercati europei significa, intanto, affrontare duemila km. È facile parlare di economia in crescita, ma da noi la diseconomia si chiama sistema del credito. Nel Sud non c’è più una banca meridionale, ci sono solo sportelli di banche del Nord. In Sicilia, il processo di desertificazione è già cominciato da dieci anni, significa la terra che non produce nulla perché è secca, non ha più minerali, non alimenta più la vita ed è un fenomeno serissimo. L’articolo 37 della statuto siciliano impone che le aziende che hanno stabilimenti in Sicilia e sede legale fuori dalla Sicilia, debbano pagare una quota, debbano versare una parte delle proprie tasse in Sicilia. Lo Stato non ha mai voluto, la Sicilia è in credito di almeno sei, sette miliardi di euro nei confronti dello Stato. Noi abbiamo il più grande colosso petrolchimico in Sicilia che ha inquinato e ha fatto centinaia, migliaia di morti tra Gela, Briolo e Milazzo. Bene, è una pretesa pensare che gli automobilisti presenti in Sicilia possano pagare la benzina 50 cent in meno di quanto la si paghi altrove, visto che la Sicilia produce milioni di barili di petrolio? E se questo non avviene, la colpa è dello Stato, non è della classe dirigente siciliana che di colpe, di responsabilità ne ha tantissime. Ma la nuova classe dirigente siciliana non può pagare gli errori del passato. Arrivo verso la conclusione. Spesso si parla dei forestali, i forestali della Sicilia, 20mila, quanti dipendenti, quanta ignoranza, aggiungo io. Perché ci si dimentica di dire, in buona o in malafede, che i forestali in Sicilia lavorano 100 giorni l’anno. Non sono dipendenti della Regione, questo non lo dice nessuno. Cento giorno dopo tornano ad essere disoccupati, non lavorano 365 giorni. Ma nessuno ha il coraggio di dirlo perché fa comodo dire che in Sicilia 20mila forestali superano tutti i dipendenti della Liguria e della Toscana, del Piemonte e della Lombardia messi insieme. Non è vero, sono operai, sono braccianti che lavorano soltanto per 100 giorni, per consentire la manutenzione delle aree boschive e potrebbero lavorare, se avessimo le risorse, 365 giorni l’anno, perché i Comuni ci chiedono operai per la manutenzione del verde. I dipendenti della Regione, ho letto in questi giorni una relazione della Corte dei Conti: anche su quella ci sarebbe tanto da dire. La Regione siciliana ha molti più dipendenti della Lombardia. Bugia! Perché non si dice che in Sicilia alcune funzioni che nella penisola sono dello Stato vengono esercitate dalla Regione? Gli uffici del lavoro, sono dipendenti regionali, la motorizzazione è gestita da dipendenti regionali. I beni culturali sono gestiti dalla Regione siciliana, non dallo Stato: è naturale quindi che se tu trasferisci quei dipendenti dello Stato alla Sicilia, il numero aumenta. Chiedo scusa se mi sono soffermato qualche minuto in più, chiedo anche perdono per la passione con la quale sto esponendo queste tesi: è perché io sono convinto che noi abbiamo bisogno di entrare in una cornice di responsabilità. Tutte le classi dirigenti del Mezzogiorno d’Italia perché questa Italia, sia chiaro, non va avanti senza il Sud: è il sistema Italia che va potenziato. Il Nord deve sapere, il Nord ricco e opulento deve sapere che senza il Sud non si va da nessuna parte. Il Sud dove non mancano le eccellenze imprenditoriali: noi siamo al quarto posto in Italia per start up giovanili; il Sud che ha riqualificato la produzione vinicola, ma anche il Sud che deve fare i conti – la Regione più agrumentata d’Europa – con le arance della Spagna, del Marocco o di Israele, che arrivano attraverso la triangolazione. Il Sud che deve fare i conti con i prodotti ortofrutticoli che arrivano dal Marocco o dalla Tunisia, per accordi firmati dallo Stato. Ecco, tutto questo cosa mi porta a dire? Va bene il regionalismo differenziato. L’importante è che diventi il tema di tutti e non soltanto il tema di chi lo ha richiesto. Serve una legge nazionale di attuazione che è mancata, serve fare luce sulle zona d’ombra di cui ho appena parlato. Serve dimostrare che un euro in più non verrà richiesto dalle Regioni cui verrà richiesto il regionalismo differenziato. Serve chiarire che il fondo perequativo di solidarietà, sul quale riposa il concetto di Costituzione, non verrà intaccato, proprio per non intaccare la locomotiva ultima, ma la locomotiva ultima deve anche essere messa nelle condizioni di potere arrancare e di poter competere con la motrice che è in testa. Ha voglia, Mattarella, a parlare di comunità coesa in Italia, ma quando un ragazzo che nasce in provincia di Caltanissetta non ha le stesse aspettative di vita di un bambino che nasce in provincia di Treviso, le Italie rimangono sempre due! È inutile cercare di fare retorica: dobbiamo evitarlo. Quindi, sì al regionalismo differenziato, ma apriamo un grande tavolo, chiariamo gli aspetti oscuri e saremo felici di salutare la delega di competenza dallo Stato ad alcune Regioni del Nord, a patto che si guardi al Mezzogiorno d’Italia in termini di pari opportunità. Il Sud non chiede elemosine, chiede soltanto di essere messo con le nuove classi dirigenti nelle condizioni di lavorare esattamente come hanno saputo fare per ragioni diverse, e non certamente antropologiche, le Regioni del Nord. Io sono convinto che in questo spirito di solidarietà, con uno Stato che pretenda un cronoprogramma e che sappia applicare le sanzioni contro quelle Regioni del Sud, contro le classi dirigenti del Sud che non rispettano il cronoprogramma, credo che il principio di responsabilità diventerà pane quotidiano per tutti.

 

LORENZA VIOLINI:

Grazie. Dobbiamo avviarci alla conclusione di questo nostro incontro.

 

MASSIMILIANO FEDRIGA:

Solo una cosa, per dirti perché ho apprezzato molto il tuo discorso, te lo dico sinceramente. L’unica cosa che posso dire, però, dell’esempio che hai fatto sui forestali, è che bisogna avere il coraggio di dire che non va bene. Noi abbiamo una superficie più ampia di quella della Sicilia, abbiamo un centesimo dei forestali della Sicilia: anche se lavorano 100 giorni all’anno, c’è qualcosa che non funziona.

 

LORENZA VIOLINI:

Però, adesso, scusate, come è stato giustamente detto, noi al Meeting cerchiamo davvero sempre di tenere un tono di dialogo e di ascolto delle differenti posizioni. Adesso è fondamentale che le cose che sono state dette vengano recepite, che vengano criticate anche, magari in dialoghi personali, però che si tenga presente la posizione di tutti. È chiaro che si potrebbe controbattere punto su punto a tutto quello che ciascuno ha detto, ma non vogliamo fare così, vogliamo veramente consentire a tutti di dire la propria opinione sapendo che stiamo parlando di un problema di tutti e il problema di tutti deve essere affrontato insieme e dialogicamente. Allora, l’ultimo intervento: io ringrazio tutti e sono molto contenta che ci sia stata questa possibilità di scambio di opinioni, ma veramente dovete consentirmi di tenere un clima per cui tutti desideriamo essere al cuore del nostro Meeting. L’ultimo intervento al presidente Toti.

 

GIOVANNI TOTI:

Ora diventa complicato fare la sintesi di tutto questo.

 

LORENZA VIOLINI:

Contiamo sul tuo equilibrio.

 

GIOVANNI TOTI:

Allora, partiamo da ciò che ci unisce e non da ciò che ci divide. Mi pare che dagli interventi di tutti emerga una cosa abbastanza chiara. Se oggi questo Paese è un Paese a due, ma io aggiungo a tre, a quattro, a cinque velocità, non è per colpa dell’autonomia che non c’è mai stata, è per colpa di scelte sbagliate dall’inizio della nostra storia repubblicana ad oggi, nell’allocare le risorse. Perché si è sbagliato probabilmente appiattendo quelle che erano peculiarità e possibilità di sviluppo di molte Regioni, sulla base di un centralismo che talvolta ha fatto il bene di questo Paese – pensiamo all’autostrada del Sole – ma tante volte ha anche sbagliato, mettendo acciaierie dove non dovevano stare e forse si dovevano fare altre cose. Allora, se partiamo dal fatto che l’autonomia non c’è mai stata e che abbiamo sbagliato molto per il principio aristotelico che qui ci sta bene, evidentemente, di identità e di non contraddizione, se andiamo avanti con il nostro centralismo beatamente, così com’è, prorogheremo i nostri errori degli ultimi 70 anni, almeno per i prossimi 70 anni. Io credo che questo non possa accadere. Secondo tema. Credo che sia patrimonio di tutti che meglio sarebbe stato affrontare il tema di una revisione istituzionale e costituzionale del nostro Paese, passando da una legge di riforma della nostra Costituzione. La verità è che la nostra Costituzione, che diciamo “la più bella del mondo”, è talmente bella che a questo Paese non piace cambiarla e molto spesso neanche applicarla. Abbiamo paura che si sgualcisca, e quindi non riusciamo mai a cambiare quasi nulla. Chi ha provato a fare una riforma costituzionale, penso alla famosa devolution del 2008, non ce l’ha fatta. Chi ci ha provato ultimamente, pure. Quindi, non auguro a nessun Governo prossimo e venturo di attivarsi in questa attività perché sparisce nel buco dell’autoprotezione della Costituzione che non ci permette di cambiare nulla e neppure di applicarla, perché noi oggi stiamo ragionando dell’applicazione di articoli previsti nella Carta costituzionale, e facciamo fatica anche a fare quello. Che cosa si è prodotto in questo Paese? Noi siamo riusciti nel capolavoro assoluto, ad avere, nel Paese dei campanili, più di 8.000 comuni, le province, le regioni, le comunità, mentre questi 8.000 comuni sono stati la forza di questo Paese negli anni d’oro dell’Umanesimo e del Rinascimento, quando competevamo per capacità di sviluppare ciascuno nei nostri comuni le nostre peculiarità migliori. Siamo riusciti a rimanere frammentati e, quindi, ad avere tutti i guai della frammentazione di un Paese, e per di più ad appiattire tutti sotto una legislazione prima nazionale e poi europea che ha distrutto ogni forma di autonomia e di inventiva. Quindi, siamo risusciti nel capolavoro assoluto di essere un Paese che non ha la potenza accentratrice, quindi programmatrice, dei grandi Stati nazionali della Francia, ma siamo riusciti al contempo ad essere tutti frammentati per cui abbiamo dei comuni che ormai non hanno più neanche un ufficio tecnico perché, a forza di rimpicciolire e tagliare, non siamo più in grado di produrre attività amministrativa degna di questo nome. Allora, a tutto questo vogliamo rimediare in qualche modo? Io credo di sì, credo che sia non solo una volontà ma un dovere, e siccome non si riesce a farlo io, da piccola Regione, sono grato che Lombardia e Veneto con un referendum abbiano dato una svegliata a questo Paese. Mi dispiace che poi tutto si sia arenato subito dopo. Perché la verità è che è difficilissimo. Noi abbiamo due tabù fondamentali. In questi Meeting, vi siete applicati tante volte. Il primo è il decentramento, cioè tutte le volte che si parla del decentramento siamo d’accordo, ma poi, questo Stato, che fatica fa a cedere un po’ di autonomia! Basta entrare al ministero. E dall’altra parte, la sussidiarietà tra pubblico e privato che è l’altro tabù. In qualche modo, ci si incastra in tutto questo. Tutte le volte che diciamo che vogliamo decentrare o affidare a qualche cosa del terzo settore o del privato un servizio al cittadino, alla fine ti inguai. Io non credo che al cittadino, in tutta franchezza, freghi alcunché di chi gli dà un servizio, gli frega che qualità ha quel servizio e quanto lo paga e che tutti abbiano lo stesso livello di accesso a quel servizio. Allora, l’autonomia e la sussidiarietà vanno nella stessa direzione: fornire servizi ai cittadini, più vicini e meno costosi, ove possibile, senza togliere nulla a nessuno. Faccio un esempio molto pratico del perché la Liguria, che è una piccola Regione, si è inserita dentro il percorso dell’autonomia, e poi lasciamo la sala. Perché l’autonomia in qualche modo ti consente di prendere le decisioni che sono coerenti al tuo territorio, detto che nei famosi equilibri di finanza pubblica in molti lottiamo per tenere in equilibrio questo Paese. I comuni, le regioni e lo Stato sono esattamente in queste classifiche in cui l’ultimo è il meno virtuoso per la spending review che ha saputo fare. I comuni sono al numero uno, e talvolta li abbiamo pure falcidiati molto abbondantemente e troppo. Il 40% della finanza pubblica arriva dai comuni. Le Regioni hanno raggiunto il 20 per cento, lo Stato centrale – sono dati dell’anno scorso – circa il dodici. Escludo che quest’anno siano modificati in modo sostanziale, quindi vuol dire che sanno spendere gli enti più vicini al cittadino, guarda caso sanno fare il migliore uso del denaro del cittadino. Un motivo ci sarà, probabilmente perché hanno il cittadino attaccato alla porta del sindaco, del presidente della Regione, mentre andare a controllare cosa si fa ai ministeri accorpati dalla gigantesca macchina amministrativa italiana è assai più difficile. In una Regione come la Liguria, per esempio – vedo davanti a me il mio assessore alla Sanità -, applicare il decreto Balduzzi è complesso perché talvolta i bacini di pubblico della Sanità sono divisi da montagne, da valli. Sono situazioni che i miei colleghi conoscono perfettamente, così come un bilancio piccolo della Regione Liguria talvolta non consente di pagare tutto quello che si vorrebbe, e allora cosa si fa? Si chiude un Pronto Soccorso e lo si trasforma in un punto di Pronto intervento, in una valle dove abitano poche persone o magari c’è un privato che è in grado di gestire sotto controllo pubblico quel presidio sanitario e garantire anche un Pronto Soccorso, perché i sui costi sono inferiori? Io scelgo tutta la vita di affidarlo ad un privato e garantire il Pronto Soccorso a quelle persone, anziché chiudere quel Pronto Soccorso perché è pubblico oppure niente. Dico la seconda cosa che è di stretta attualità. I porti della Liguria incassano circa 4 miliardi e mezzo, 5 miliardi tra Iva, accisa che incassa lo Sato centrale. È il bilancio della Regione Liguria. In quei porti, arrivano circa quattromila camion al giorno. Quei porti sono per il 50 per cento dell’import-export nazionale, quindi riguardano anche la Lombardia, riguardano anche il Piemonte, altre Regioni: per la competitività del Paese sono importanti. Le nuove grandi navi ordinate dai grandi armatori portano 20mila, 22mila contenitori, consentono di spedire un container di merci dall’altra parte del mondo con 200, 300 euro. Quindi, farle arrivare nei nostri porti garantisce competitività alle nostre imprese che esportano, è obbligatorio. Se arriva una nave così, passano 20mila camion nel giro di pochi giorni da una città. Possono i liguri che di tutta questa Iva non incassano se non una piccolissima percentuale per i loro investimenti, vedere i camion che tutti i giorni arrivano sulle loro banchine? Possono, anche se si tratta di un grande motore di sviluppo, decidere o no se vogliono la gronda autostradale? Deve decidere Toninelli? Ecco la ragione per cui io credo che sia indispensabile portare avanti al più presto il percorso dell’autonomia, cara professoressa.

 

LORENZA VIOLINI:

Grazie mille. Questo esempio mi sembra illuminante. Lo abbiamo apprezzato tutti, così come abbiamo apprezzato la sua precisione nel parlare di questo grande tema. Mi dovete consentire di non concludere perché non è un tema che possiamo considerare concluso, ma di chiedere a tutti che questo clima di accordo e di coerenza che abbiamo cercato di mantenere in questo dibattito, possa continuare. Per cui, vi chiediamo molto umilmente, ma molto decisamente, di voler contribuire al Meeting perché, per il principio di sussidiarietà, continueremo a fare il Meeting anche se qualcuno ci aiuta finanziariamente. Grazie a tutti gli ospiti e alla prossima.

Trascrizione non rivista dai relatori

 

Data

23 Agosto 2019

Ora

11:30

Edizione

2019

Luogo

Sala Neri UnipolSai
Categoria
Incontri