L’ARTE METTE A FUOCO LA VITA. LETTURE, FIGURE E MUSICA "Cantami qualcosa pari alla vita". Poeti estremi d'Italia, tra Novecento e contemporanei. - Meeting di Rimini

L’ARTE METTE A FUOCO LA VITA. LETTURE, FIGURE E MUSICA “Cantami qualcosa pari alla vita”. Poeti estremi d’Italia, tra Novecento e contemporanei.

Con Davide Rondoni, Poeta e Scrittore, Pietro Beltrani, Musicista, Francesco Picciano, Cantante, e Luca Violini, Doppiatore Cinematografico.

 

FRANCESCO PICCIANO:
Canzone.

DAVIDE RONDONI:
Da una parte è una poesia recente, abbastanza recente, nel nostro secolo appena passato, il Novecento. Quindi l’estremo nel senso di ultimo. E poi estrema, perché, come chi avrà sentito anche ieri, nell’incontro che don Stefano Alberto ha tenuto sul tema centrale del Meeting, non a caso ha fatto ricorso tantissimo alla poesia, a Leopardi. Perché la poesia è sempre stata tra gli uomini questo aspetto antropologico, questo aspetto della nostra natura, per cui ad un certo punto quello che non sai di te, come cantava adesso Francesco, o quello che non sai del mondo, della vita e che però continua a parlarti, quello che non sai di te con il cuore, che però continua a parlarti, non lo sai, ma continua a dirti, continua a chiederti, continua a spingerti, non lo sai, ma c’è. Questo dato, come diceva don Giussani, questo dato che c’è, che continua a dire e che tu non sai. Ecco, per esprimere questo cuore e per esprimere una cosa altrettanto segreta e che si vede nella realtà, che è il significato delle cose che uno vede baluginare, vede indicare da tanti segni, ecco per dare voce a queste cose, dentro e fuori di sé, l’uomo è sempre ricorso alla poesia, cioè a parole che, invece di essere le solite, si accendono, dico io, si muovono e provano a mettere a fuoco meglio quello di cui stan parlando. L’arte mette a fuoco la vita, cioè l’arte mette a fuoco la vita che ho dentro di me e che ho intorno a me. E la poesia ha sempre fatto questo, cioè ha sempre messo a fuoco ciò che è dentro di me e che è intorno a me. E se l’uomo smette di fare questo, smette di essere uomo. Per questo la poesia, prima ancora e soprattutto, non è una materia scolastica. Qui c’è un libretto che ho appena pubblicato contro l’insegnamento della letteratura a scuola, chi vuole può approfondire questo argomento leggendo il libro – non è questa la sede per fare delle polemiche, che ci sono lì dentro. Prima ancora di essere una cosa che si studia a scuola, la poesia è un dato, è un fenomeno che fa parte della nostra natura, di cui tutti facciamo esperienza. E non tanto perché tutti la scriviamo, anche se tanti italiani scrivono poesie, come sapete e molti tra voi qui, immagino. Non tanto perché in tanti la scriviamo, ma perché in tanti sentiamo che le parole ogni tanto tendono ad accendersi, a mobilitarsi, a muoversi per provare a mettere a fuoco la vita. Questa è l’esperienza poetica della lingua e questa la facciamo tutti. Questa esperienza poetica del linguaggio, questa esperienza poetica di questo strumento naturale che il buon Dio ci ha dato per metterci in rapporto con la realtà, questa esperienza poetica la facciamo tutti. Poi magari la riconosciamo in modo prodigiosamente bello, espresso nei poeti grandi, nei geni che hanno fatto questa cosa e che parlano a nome di tutti. Per cui ascoltando ieri Leopardi, o come ascolteremo, invito tutti giovedì sera quando Giannini leggerà Leopardi: un uomo di 200-300 anni fa parla di me. Come è possibile? Perché nello scrivere una poesia uno non parla di sé, appena, non parla per la propria vita, ma parla di quello che è comune alla vita di tutti gli uomini. Per questo Leopardi può parlare di me e se io ascolto, ascolto di più la mia vita, non la sua vita appena, ma anche la mia.
Ecco, oggi faremo un piccolo esperimento di questo, una piccola esperienza di questo; vediamo, sono incontri un po’ rischiosi. Come abbiamo fatto l’altro giorno su Michelangelo, facciamo un piccolo viaggio dentro la poesia recente, estrema italiana, leggendo poeti molto forti, molto duri. Iniziamo forse dal poeta del ’900 italiano più forte, bravissimo, vi consiglio di leggerlo, di graffiarlo, che si chiama Giuseppe Ungaretti. E sentite che bella questa sua poesia, che forse avete anche incontrato a scuola.

LUCA VIOLINI:
Poesia

DAVIDE RONDONI:
In una trincea di guerra, accanto a un compagno morto, Ungaretti, scrivendo una poesia, può dire: “non sono mai stato così tanto attaccato alla vita e ho scritto lettere piene d’amore”. La poesia mette in luce esattamente questa apparente contraddizione: laddove la morte si fa più dura, l’attaccamento alla vita e al suo significato, che uno nell’amore intravede, si fa più evidente, si fa più necessario.
In un’altra poesia, molto dura, che proviamo a leggere, che è una poesia meravigliosa, Ungaretti parla dell’esperienza del dolore, del dolore supremo che è la perdita di un figlio. Come sapete, Ungaretti ebbe un ragazzino, un figlio di 9 anni che gli morì mentre era in Brasile; lui insegnava in Brasile e questo ragazzino morì di una malattia tropicale. Per suo figlio scrive questa poesia veramente estrema per molti motivi. Sentite come è bella, come è dura e come è bella.

LUCA VIOLINI:
Poesia

DAVIDE RONDONI:
Il cielo meraviglioso, australe, pieno di stelle, è chiaro che in un’esperienza di dolore così forte diventi quasi nemico, uno sente come stelle da scansare, come se ti arrivano addosso, come in Pascoli, forse ricordate dopo la morte del padre le stelle che cadono. Ungaretti però in questa poesia arriva a dire una cosa – forse chi ha dei figli può lontanamente comprendere, per questo la poesia mette a fuoco la vita, ti fa vedere meglio anche la tua esperienza – quando dice: “Ti verranno a chiudere per sempre. No, no, per sempre sei animo della mia anima e la liberi”. Difficile dire a un figlio morto: ora liberi la mia anima più di quando vivi. Queste cose uno le può dire, un uomo le può dire, per quello che Ungaretti era, per il grande sentimento religioso della vita, per una grande visione religiosa della vita, dove appunto la natura che spinge a desiderare cose grandi con il cuore, come si intitola il Meeting, intuisce che l’eterno ora possiede suo figlio, per questo gli libera l’anima.
La terza poesia che leggiamo, un’altra poesia molto bella, la leggerà Luca, è una poesia molto bella di Clemente Rebora, poeta estremo anche lui, sapete, addirittura smise di scrivere per un tempo della sua vita. E’ un poeta grandioso, degli inizi del ’900, negli anni ’20 si segnala per le sue opere. Questa è una poesia del ’24, ’21 – ’24 e si intitola Sacchi a terra per gli occhi. Una poesia meravigliosa, un po’ lunghetta, a piccoli brani, una ritmica molto forte. Rebora è uno che tra l’altro traduceva dal russo, quindi ha un senso musicalissimo della lingua. Sentite come è bella.

LUCA VIOLINI:
Poesia

DAVIDE RONDONI:
Questa è una poesia molto bella, che la vita al tempo stesso gli chiede e fugge e quindi non sa bene come fare. Bello quando dice: “Se non hai le mani buche, la vita non ti passa”, uno strano, arguto gioco con i proverbi, oppure come dice con i versi famosissimi: “Qualunque cosa tu dica o faccia c’è un grido dentro: non è per questo, non è per questo”. Non a caso il grande Montale riconoscerà in Rebora un suo grande maestro, lo andrà a trovare addirittura. Quando Rebora era molto anziano, malato, Montale lo andò a trovare come un omaggio, perché sapeva che questo continuo guardare più in là, come avrebbe detto Montale in una sua opera, gli veniva anche dallo sguardo di questo poeta straordinario, che era Clemente Rebora.
Francesco.

FRANCESCO PICCIANO:
Canzone.

DAVIDE RONDONI:
Bravo Francesco. E’ bella sta canzone, eh!
Allora adesso sentiamo invece due poesie un po’ particolari. Una è una poesia di uno che è più noto come narratore, ma l’ho voluto mettere apposta, perché è un autore che si dovrebbe leggere di più e si chiama Federico Tozzi; è una poesia sulla Crocifissione. Sentite come è impressionista e bella.

LUCA VIOLINI:
Poesia

DAVIDE RONDONI:
Questa è una poesia dove, per esempio, si vede come un autore del ’900 riprende addirittura delle rime dal “Lamento della Vergine” di Jacopone da Todi. Questo perché la poesia, ed è un errore che spesso si fa a scuola, non si può studiare come se fosse una specie di storia lineare, prima c’è questo, poi quest’altro, come salta fuori, perché la poesia, l’arte vive in una sorta di contemporaneità assoluta, in cui per esempio partendo dal presente, con un autore come Tozzi, puoi riscoprire Jacopone da Todi che è del ’200. La poesia non bisogna studiarla come storia della letteratura, bisogna studiarla come scoperta di tanti legami che nella storia hanno creato anche il presente. Giustamente don Giussani come metodo indicava sempre che è meglio partire dal presente per arrivare al passato, non il contrario.
Per questo è un po’ assurdo quando a scuola si comincia dallo Stil Novo, poi dopo quell’altro, poi si viene su, obbligando uno di 17 anni a fare i conti con l’italiano antico subito. Meglio partire dall’italiano di adesso, poi arrivare indietro e vedere come certi autori di adesso hanno dentro il suono dell’italiano antico. Questo è solo un piccolo esempio di cosa vuol dire studiare la poesia. Una poesia non la si capisce come un discorso, come un racconto. Anche quando ha un’immagine così forte, quella di Tozzi, ‘i volti illuminati come gigli’, magari ti rimane in mente solo questo, della poesia, non capisci niente altro, ti rimane in mente un’immagine. Ecco, per comprendere una poesia, come per comprendere una persona, innanzitutto uno deve prendere sul serio un particolare che l’ha colpito e provare ad approfondire quello, cominciare da quello. Non deve farsi lo scrupolo di dire devo capire tutto subito. Così come una persona non la capisci tutta subito, ci devi stare insieme molto tempo, non la capirai mai tutta, anche con una poesia devi starci insieme del tempo, non la capirai mai tutta. Non devi fermarti mai sul particolare che ti ha colpito, guarda quello intanto, guarda quello e quello ti allargherà lo sguardo su tutto il resto. E adesso una poesia di un altro autore sempre inizi Novecento, a scuola non si incontra quasi mai, ma che ha una sua importanza e si chiama Carlo Michelstaedter, poeta estremo anche perché giovanissimo scelse il suicidio. Aveva messo come esergo di una sua opera importante, l’inizio del vangelo di Giovanni, “Venne la luce ma gli uomini scelsero le tenebre”. Un ragazzo molto influenzato dall’umanitarismo di Tolstoj, dalla filosofia di Nietzsche e poi a un certo punto, prendendo molto sul serio queste cose, ha deciso di recidere la sua vita, anche in conseguenza di una delusione d’amore. Perché amore muove come dice la canzone. Ma uno può decidere di smettere di seguire il movimento dell’amore e seguire il movimento di un nulla. E Michelstaedter fece così, si suicidò, ma lasciò alcune poesie non estremamente originali, perché lo stile era di tipo leopardiano, sentirete, son dedicate a questa figura femminile. Segna anche qui segna, Montale, segna.

LUCA VIOLINI:
Poesia

DAVIDE RONDONI:
Avete sentito come questo amante che vuol essere lui la vita di lei e che sembrerebbe il supremo amore, si trasforma invece in supremo incubo. Io vorrei crear la mia vita, la tua vita dalla mia. Questa superbia assoluta, per cui l’amore si trasforma in possesso e addirittura nel volere che sia io a creare la tua vita o io ad essere la soddisfazione della tua vita. E’ qui è il grande scacco che non a caso richiama Leopardi. Michelstaedter lo ha conosciuto con la bellissima poesia che è Aspasia, quando l’uomo si illude che la donna sia la sua soddisfazione e poi si accorge che non lo è, e comincia a odiare la donna, ma l’errore era stato il suo atto di idolatrarla, di presumere che fosse quella cosa lì a soddisfare il suo cuore. E pensate, dopo 200 anni con parole simili, ancora un poeta si interroga, si macera, e qui si macera fino alla morte, su questa cosa.
Adesso cambiamo anche tono. La poesia può essere estrema anche per questo scavo dentro di sé o può essere estrema per l’attenzione che ha a certi particolari invece che vede fuori, che non vede dentro ma vede fuori. E allora sentite due poesie di uno che è stato, fra l’altro, il mio principale maestro in poesia, che ho frequentato tanto, siamo stati a lungo amici per oltre vent’anni, che era Mario Luzi, che scrive una sua poesia molto bella dal titolo Augurio e sentite com’è bella questa descrizione di queste figure al balcone, l’inizio della primavera. Sentiamo Mario Luzi.

LUCA VIOLINI:
Poesia.

DAVIDE RONDONI:
Ecco, sentite come finisce questa poesia, così esattamente: “sia grazia essere qui, nel giusto della vita, nell’opera del mondo”. Era bella l’immagine dei condomini dove questa donna fa le pulizie come in un alveare. E Luzi dice se era giusto essere qui in questo punto particolare dell’alveare, sia grazia essere qui nell’opera del mondo. E poi un’altra poesia sua, di Mario Luzi, che si chiama Nell’imminenza dei 40 anni, dove sentirete come il poeta interrogandosi sulla sua maturità, a un certo punto, capisce qual è il problema dell’esistenza: che il fuoco duri oltre la fiamma.

LUCA VIOLINI:
Poesia.

DAVIDE RONDONI:
Ecco, sentite anche qui questo finale di parte, ci fermiamo qui. Dice essere, andare nell’eterna compresenza del tutto, nella vita e nella morte. Pensate che vastità di sguardo deve poter avere uno per sentire la compresenza di tutto nella vita e nella morte. Questa è un’idea che aveva anche il grande Eliot, tutto compresente. No, abbiam sentito anche prima nella poesia di Ungaretti, la compresenza di ciò che vivo e morto in un rapporto nuovo ancora. Questa è la chiarezza di sguardo che lui indica in qualche modo dicendo che occorre che il fuoco duri oltre la fiamma, che non sia solo la fiamma ma sia un fuoco che dura, anche nella polvere. Due settimane fa, sono in giuria in un piccolo concorso di poesia molto vivace, che si teneva nelle Marche, e molto spesso le giurie, non in questo caso ma in altri casi le giurie non sono note, cioè uno manda le poesie al concorso ma non sa chi le giudicherà naturalmente. Siamo facilmente corruttibili noi poeti, la poesia non dà pane, scherzo però, voglio dire, è un modo di correttezza, diamo così. A questo concorso di poesia, uno aveva mandato questa poesia di Luzi un po’ copiata, cioè invece di mettere Nell’imminenza dei suoi 40 anni, aveva messo Nella vicinanza dei miei 40 anni. Solo che io, che conosco bene l’opera di Luzi, ho detto: “ma così l’ha copiata ’sta poesia!” Gli altri giurati, ma non per ignoranza, non tutti possiamo conoscere tutte le poesie di tutti naturalmente, non l’avevano riconosciuta e stavano per far vincere il concorso a uno che aveva copiato la poesia del Mario Luzi. Ma il massimo della sfiga l‘ha avuto un altro aspirante poeta a un concorso, perché ha mandato una poesia copiata da una mia, non sapendo che ero in giuria. Infatti, alla premiazione ho proclamato il poveretto come poeta più sfigato d’Europa. Io avevo fatto una poesia che inizia Non voglio diventare vecchio perché lo sono già stato mille volte, lui ha mandato una poesia io non voglio diventare vecchio perché lo sono già stato 100 volte. Ecco, lo dico perché l’arte, la poesia, sono come tutti i luoghi umani, siccome l’ho detto anche l’altro giorno parlando di Michelangelo, l’arte, non è un pezzo di Paradiso in terra, io diffido di quelli che dicono che nel momento dell’arte tutto è già pacificato, già salvato, già chiaro, perché se fosse così non ci sarebbe bisogno di Gesù Cristo.
Bastava Fidia o bastava Michelangelo a salvar la vita. E invece, c’è voluto Gesù Cristo, perché sennò bastava un grande artista. Invece non è vero che la bellezza salva il mondo, non è vero. Anche Dostoevskij che ha scritto questa frase, infatti, non lo pensava. Questa frase viene citata sempre a sproposito da ministri, giornalisti e culturali vari, è messa in bocca a un personaggio che la dice in modo scettico, in un romanzo di Dostoevskij. Perché Dostoevskij sapeva benissimo, lui che ha visto il plotone di fucilazione che lo stava per ammazzare, e ha perso un figlio di 3 anni, sapeva benissimo che non è vero che la bellezza salva il mondo. Non basta né Fidia, né Michelangelo, deve entrare in campo qualcos’altro. Ora dopo la canzone, invece, se avete pazienza ancora, leggiamo quelle quattro o cinque poesie. Ce la facciamo? Dopo la canzone di Francesco, invece sentiremo finalmente una voce di una poetessa, che è una poetessa molto delicata e forte, molto importante ormai in Italia, anche se quando è morta nessuno scrisse di lei. La fama non è niente. La fama non è niente. Come dice un grande personaggio in un film di Almodovar: “la fama non sa di niente”. E’ come il fumo di una sigaretta, dopo un po’ non sa di niente. Questa poetessa, che oggi è riconosciuta come una delle più importanti del ’900 italiano, quando morì ricevette solamente il ricordo sul giornale. Nessuno se la ricordò. Altro che la Merini, di cui ormai, giustamente, tutti han parlato come una buona poetessa e Costanzo l’ha resa famosa in televisione, in maniera anche un po’ grottesca, purtroppo per lei. Ma è una poetessa di cui nessuno si accorse, ma oggi se voi chiedete nel mondo della poesia chi è un’autrice che tutti è importante che leggano, vi dicono il suo nome, e il suo nome è Cristina Campo. L’ascolteremo tra poco. Francesco.

FRANCESCO PICCIANO:
Canzone.

DAVIDE RONDONI:
Io ho voluto che ci fosse Francesco oggi a cantare, non solo perché siamo amici, e perché è bravo, ma anche perché ascoltando le poesie e ascoltando le canzoni, capite anche, senza bisogno di tanti discorsi, che tanti fanno, la differenza che c’è, i punti in comune che sono soprattutto un aspetto emotivo che provocano in noi, una poesia ci può emozionare, una canzone ci può emozionare. Ma dal punto di vista artistico, e anche della scrittura, della conformazione della cosa, sentite la differenza, perché le parole per esempio come adesso lui accentuava dovendo cantare “sci-vooo-la”… non lo rifaccio che è meglio! Capito? E’ un lavoro sulla parola che segue l’accompagnamento che la musica gli dà. O viceversa, la musica introduce dei ritmi nelle parole di un certo tipo. Ma la musica del pianoforte e le parole sono separabili. Si potrebbe fare il karaoke, voglio dire, con questa canzone di Francesco. Uno può cantare, prendere il testo; in una poesia questo non lo puoi fare. In una poesia invece il rapporto tra la musica, tra il ritmo e le parole, è un tutt’uno. È un tutt’uno. Si capisce cosa intendo? Cioè… “che fai tu luna in ciel, dimmi che fai?” Non puoi farci il karaoke. Non c’è il testo e la musica. È un contesto di musica e ritmo, di parole e ritmo. Perché la poesia, come diceva Dante, sono parole per legame mosaico armonizzate. Il legame mosaico, nella canzone, è esterno, e interviene anche dentro il testo. Ma è esterna la musica. Nella poesia, invece, la musica è data dalla quantità delle sillabe, dalle rime, dalle cose per cui è un legame interno, interiore. Questa è la grande differenza, così un po’ potete vedere, aldilà di tante chiacchiere che si fanno, sulle canzoni e le poesie. Cristina Campo: sentite questa poesia molto bella, una poesia d’amore, estrema. Probabilmente, dedicata, fra l’altro, a Mario Luzi, con cui ebbe una storia d’amore e di stima e d’amore che si ruppe, per motivi poetici fra l’altro. È una poesia che inizia con un verso, secondo me, tra i versi più belli d’amore ma anche i più tremendi, no, più dolenti, inizia dicendo: “moriremo lontani”. Moriremo lontani, che è una cosa, in una poesia d’amore, che deve essere fortissima. Però, leggendo, come sentirete dalla lettura di Luca, è una poesia che al tempo stesso dice: gli studiosi nelle necropoli non troveranno i nostri nomi vicini, non saremo nella stessa urna di vetro. Ma dicendo questo, la poesia, sta smentendo gli studiosi della necropoli. Cioè è come se la poesia dicesse: io custodisco questo amore, io parlo di questo. Gli studiosi, gli storici, le necropoli, non porteranno il segno di questo, è la poesia che riesce a portare il segno delle cose umane più profonde.
Non saranno mai i cartografi della storia o i cartografi della scienza a trovare la traccia più profonda delle cose umane, sarà sempre l’arte, sarà sempre l’arte. Per cui questa poesia, nel momento stesso in cui dice una cosa dolorosissima, consegna anche all’eterno il valore di questa cosa. Come per altro fece, in una sua poesia bellissima, anche Shakespeare, quando disse: “quando tu sarai vecchio”.

LUCA VIOLINI:
Poesia.

DAVIDE RONDONI:
Ora due poesie anzi tre, ma molto brevi. Una un pochettino più lunga e, poi, due sono proprio due aforismi, fulminanti. Un altro poeta che è partito quasi come minore, ha invece acquistato oramai una centralità nel ’900 italiano e non solo. Un poeta estremo in un certo senso. Io ricordo che quando è stato, io son molto legato a questo poeta, è stato il primo a incoraggiarmi con una letterina quando avevo 19 anni, a dire che il mio primo libro era buono, quindi a spingermi ad andare avanti. E poi ricordo che nelle conversazioni che tenevo spesso nel suo studio a Milano con Testori, lui mi diceva: “io guardo questo poeta perché mi interessa il lavoro che sta facendo lui”. Questo lui era Giorgio Caproni, poeta importantissimo e sentirete come anche Caproni è uno che riprende, ma, non molto in queste poesie ma in altre, certe movenze addirittura della poesia duecentesca. Perché non si diventa poeti contemporanei senza ruminare, ruminare come fanno le mucche proprio, ruminar la lingua italiana antica. Non si può scrivere bene oggi senza aver ruminato la lingua di Dante e di Jacopone. Provate a scriver come loro, come accade spesso quando si ricevon delle poesie, i neofiti che scrivono un po’ come Alfieri, o Foscolo o Tasso perché a scuola hanno letto solo quello e quindi scrivono “oh, deh amore perché”. Non si può scrivere nel 2000 così, evidentemente. Però non si può scrivere bene oggi se non hai, così, masticato la lingua del passato, sentito quanto sapore ha, quanta musica può avere. Ecco sentite queste tre poesie di Caproni. La prima si chiama L’ultimo borgo, vuol dire proprio il posto estremo fin dove può arrivare la mia ricerca. Cosa trovo lì? Trovo qualcosa, oppure no? Poi due poesie aforistiche molto belle, quasi grottesche. Sentite.

LUCA VIOLINI:
Poesia.

DAVIDE RONDONI:
Le ultime tre poesie. La prima che leggo, è una poesia a cui son molto legato, anche perché scritta da un amico purtroppo morto abbastanza giovane, ha la mia età, e dove secondo me si dice qualche cosa proprio sulla natura della poesia. È molto bella, io la leggo sempre, ogni volta che mi chiamano a parlare di poesia da qualche parte, anche se dovessi parlare di poesia, non so, nel Tagikistan orientale, partirei sempre da questa poesia, perché dice qualcosa di quello che abbiamo detto all’inizio, cioè di perché esiste la poesia tra gli uomini. Il poeta si chiamava Antonio Santori.

Poesia.

Ecco, questo vivere e tutto ti sembra innominato, cioè tutto ti sembra che chieda che tu gli dia il nome, come Adamo nell’Eden, nell’esperienza di un uomo che ha la ragione e il cuore aperto e quindi tutto sembra innominato, tutto sembra che tu debba dirlo per la prima volta, debba farlo tuo, appunto, un rapporto primario, vivo con la realtà. E la poesia serve a questo, a rimettere in moto questo. Ho citato prima Giovanni Testori, grande poeta e drammaturgo amico del Meeting e di molti di noi. Sentite questa poesia così forte e dura e bella e dolce, dedicata a Gesù.

Poesia.

E per finire, una specie anche di piccola coda, di piccolo omaggio. Anche questa poesia, che avete appena sentito, è una poesia che ho pubblicato un paio di anni fa. È una poesia nata una notte in uno studio di Bologna, dove vivo. Dove mi è capitato un fatto, perché la poesia nasce dall’ispirazione, le ispirazioni sono i fatti che te le danno, le cose che ti colpiscono, la realtà che ti parla, la realtà che ti torna in mente come memoria. L’ispirazione è questoa. E l’ispirazione è nata dal fatto che ero lì, che stavo bevendo con della gente, molto tardi la notte e nel tavolo accanto ho sentito che dicevano una parola e da lì è nata l’ispirazione di questa piccola poesia che è l’ultima che vi leggo, come mia piccola entrata in scena, come omaggio ai poeti più grandi che abbiamo letto adesso. Un omaggio personale. E naturalmente anche invitandovi a seguire gli altri appuntamenti di poesia o di arte che ci sono qui al Meeting e sono come un filo rosso e anche un po’ sparso tra i vari appuntamenti e stand che ci sono. Dico che oggi ci sono anche altri due poeti nello stand di ClanDestino, Mussapi e Molasso, che parleranno anche dell’esperienza della poesia. Poi chi vuole può rimanere in contatto con la rivista ClanDestino, con l’atelier delle arti che facciamo, che faremo ogni anno sulla poesia, le arti eccetera.

Poesia.

FRANCESCO PICCIANO:
… ha una storia particolare, nel senso che un po’ di tempo fa cercavo una storia da raccontare e un amico me l’ha raccontata, niente di speciale. Lei lui, lui lei. Le solite cose.
Io arrivo poco più in là. E allora l’ho presa. Noi abbiamo suonato ieri sera qui al Meeting, non so se qualcuno c’era, comunque tornavamo a casa stanotte io e Pietro e lui diceva: “dai facciamo quella!” Solo, che, io non avevo ancora scritto le parole, e allora le ho scritte stanotte. E infatti ce l’ho su questo foglio scritto a penna, per cui adesso ve le facciamo sentire e speriamo che funzioni. i

Canzone.

DAVIDE RONDONI:
Prima di finire, un’ultima canzone che ci farà sentire Francesco e intanto ringrazio naturalmente Francesco e Pietro, cazzo non mi ricordo mai Pietro, cazzo. E dire che ha un nome che dovrebbe venire in mente, Pietro. Rifaccio, ringraziamo Francesco e Pietro, ringrazio, ringrazio Luca, non solo perché all’ultimo momento ha accettato di coinvolgersi con me in questa piccola avventura di lettura, è un bravissimo attore, ha una bellissima voce. Poi soprattutto ha accettato il rischio che io gli faccia le fotocopie dei testi creando un casino della Madonna, quindi ti lascio. Poi ricordo che domani facciamo un altro appuntamento dello stesso genere, si cambia sponda dell’oceano, leggeremo un po’ di scrittori, narratori americani, qualcosa da Flannery O’Connor, qualcosa di McCarthy e saremo accompagnati invece da alcune canzoni di blues con Benedetto Chieffo e i suoi amici. Francesco ci porta a concludere. Grazie di essere stati qui.

FRANCESCO PICCIANO:
Canzone.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

25 Agosto 2010

Ora

11:15

Edizione

2010

Luogo

Sala A4