LA RIFORMA DEL TERZO SETTORE: VERSO UNA VERA SUSSIDIARIETÀ? - Meeting di Rimini

LA RIFORMA DEL TERZO SETTORE: VERSO UNA VERA SUSSIDIARIETÀ?

La riforma del terzo settore verso una vera sussidiarietà

La riforma del terzo settore: verso una vera sussidiarietà?

Partecipano: Luigi Bobba, Sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali; Luigi Grimaldi, Responsabile Sviluppo Servizi Socio Sanitari del Consorzio Gruppo Cascina; Raffaella Pannuti, Presidente della Fondazione ANT Italia Onlus. Introduce Monica Poletto, Presidente CdO-Opere Sociali.

 

MONICA POLETTO:
Buongiorno a tutti. Iniziamo questo incontro che ha a tema la riforma del terzo settore. I primi di agosto è stato pubblicato questo disegno di legge delega per la riforma del terzo settore, che era stato annunziato, come tanti di voi penso sappiano, in precedenza con un tweet dal Presidente del Consiglio. Il mondo del terzo settore ha subito applaudito a questa riforma, proprio perché ci rendiamo conto che ce n’è bisogno e allo stesso tempo ci rendiamo conto che è un progetto molto ambizioso. Perché è un progetto ambizioso? Innanzitutto perché si tratta di una realtà importantissima, il terzo settore in Italia, sia per quello che esprime, che io chiamerei il cuore indomito, cioè un’attitudine a farsi carico del bisogno che s’incontra, a mettersi insieme, a cercare di rispondere ai bisogni. In altre sedi sono stati declinati i dati relativi al settore. Il dato più impressionante è che è quello che ha l’occupazione in crescita in questo momento così difficile.
Allo stesso tempo quello che vediamo è che si tratta di una realtà molto complessa e molto diversificata. Già solo al nostro interno, parlo di CdO-Opere sociali, ci occupiamo di tutto: carcerati, tossicodipendenti, ragazzi in difficoltà, socioassistenziale, disabilità di ogni tipo, associazioni familiari, imprese sociali, fondazioni, realtà piccolissime, realtà grandissime. Riuscire a intercettare un mondo del genere senza mortificarlo, ma permettendo a tutto quello che c’è e opera bene di esistere e di esistere liberamente, non dovendosi preoccupare più di tanto di cose che non gli competono, probabilmente è un passaggio importantissimo e forse epocale, in Italia. Perché l’attuale disciplina del terzo settore sembra i quartieri spagnoli napoletani: non ce n’è un pezzo fatto… ed è … Per cui ci siamo detti: bisogna semplificare, rendendoci conto a un tempo della grande sfida, perché per semplificare bisogna conoscere e bisogna conoscere tantissimo. Voi vedete quando dovete fare una lezione a persone che non sanno niente della vostra materia, vi dovete impegnare molto di più rispetto a quando parlate con i tecnici.
Per semplificare bisogna conoscere tanto. Partendo da queste considerazioni, ci siamo chiesti: l’incontro di oggi è meglio pensarlo con dei tecnici? E’ meglio pensarlo con dei responsabili di organizzazioni? Alla fine abbiamo detto “in realtà ogni riforma, ogni legge per essere autenticamente anche se stessa, per fare il suo mestiere di azione legislativa, deve innanzitutto intercettare, riconoscere e valorizzare la realtà”, perciò noi in questa sede abbiamo pensato di chiedere a due realtà molto importanti per quello che fanno, per le loro dimensioni, per tante cose, di innanzitutto raccontarci chi sono e sulla base della loro esperienza provare a dirci che cosa si aspettano da questa riforma. Dialogheremo poi con il Sottosegretario Luigi Bobba, che ringraziamo veramente tanto per la sua disponibilità con noi, ma che comunque ha dimostrato in questo periodo di dialogare con un mondo così complesso, chiedendogli di raccontarci come si stanno muovendo e come, rispetto alle preoccupazioni che gli sottoporremo, pensa se il Governo possa rispondere. Per cui darei la parola innanzitutto a Raffaella Pannuti, Presidente di ANT di cui non dico assolutamente niente perché dirà tutto lei.

RAFFAELLA PANNUTI:
Bene, grazie Monica. Buongiorno a tutti. Io ho delle diapositive da presentare. Eccole. Perfetto. Progetto Eubiosia. Come diceva Monica, rappresento la Fondazione ANT che si occupa di assistere a domicilio i sofferenti di tumore, in modo completamente gratuito, perché la sanità deve essere un diritto delle persone. Mi soffermo però per prima cosa su una parola: Eubiosia. Eubiosia significa “la buona vita”, le qualità che conferiscono dignità alla vita. È da questo principio morale molto forte, che guida in modo estremamente pratico da una parte i nostri volontari ma dall’altra i nostri operatori sanitari, che sono pagati per fare questo tipo di lavoro, che discende tutta la nostra assistenza, tutta la nostra opera. Noi abbiamo assistito dal 1985 a oggi centomila sofferenti di tumore in Italia, come vedete, sicuramente a macchia di leopardo ma dal nord al sud nello stesso modo, con venti gruppi di medici, infermieri, pagati come dicevo, con una presa in carico di circa 132 giorni. Il 78% di queste persone riesce a restare a domicilio (perché di questo si tratta) fino all’ultimo giorno. I volontari sono 1800, quelli iscritti al registro del volontariato. Noi siamo una Onlus e anche su questo noi dobbiamo porre attenzione alla legge che verrà poi, che seguirà la legge delega. Assistiamo circa il 25% delle persone ammalate di tumore che vengono seguite a domicilio. La famiglia è al centro della nostra assistenza. Vi lascio due lettere che ci arrivano dalle persone. Sono i familiari. Ogni persona è una persona, punto. È un individuo. Non è semplicemente un numero. E allora ecco cosa dicono i familiari che hanno avuto a casa questo tipo di esperienza, perché io posso dire che siamo belli, buoni e bravi, ma bisogna vedere se riusciamo a intercettare veramente quello che è il bisogno della persona e della famiglia in quel momento.
Allora, la seconda dice: “Se vuoi lavorare per la gente, devi lavorare con la gente, devi chiedere alla gente di aiutarti per aiutare la gente. Ci siete stati, per papà che aveva bisogno di cure e per mamma che aveva bisogno di conforto, con tanta professionalità. Avete aiutato papà a non soffrire e a eseguire la Sua volontà”. Ecco, si capisce che attorno al sofferente di tumore ci sono delle persone che hanno bisogno anche loro in quel momento di essere seguite. Come vedete questo è un dato che interessa soprattutto i nostri amministratori: negli ultimi trenta giorni non si hanno ricoveri in ospedale. Questo cosa significa? Significa che non andiamo ad appesantire quelli che sono i centri di pronto soccorso per quelli che sono dei ricoveri impropri. E questo è molto importante. Se, tra virgolette, può interessare meno un familiare, che si trova in un disagio molto forte, dover accompagnare comunque il proprio assistito in ospedale, dall’altra parte deve interessare quelli che sono i nostri amministratori. A questo punto, come dicevo, il 78% che è venti punti percentuale in più rispetto alla media nazionale, riescono a restare a casa seguiti, assistiti da un gruppo professionale di persone che li aiuta. Quella fotografia lì, lo dico così, è un nostro medico di Brescia, è una fotografia reale, a casa di un assistito. Vedete che dietro c’è un letto con una alzata, quindi un letto professionale. Non andiamo a tenere solo la mano, andiamo a fare qualcosa di più di questo. Poi uno dice “bene, belle cose hai detto, ma cosa dicono le persone?”. Le persone dicono che sono molto soddisfatte, sono soddisfatte nel 90% dei casi. Io credo che se la nostra assistenza sanitaria e pubblica avesse questi dati di soddisfazione, credo che avrebbe raggiunto un risultato importante e quindi questo è un dato molto significativo. Non ci occupiamo soltanto di assistenza a domicilio per i sofferenti di tumore, facciamo anche prevenzione, perché è da questa che parte poi la lotta contro il tumore. Quindi centomila visite per il melanoma, per mammografie a domicilio – abbiamo un autobus che gira in tutta Italia -, le visite alla donna, le visite della tiroide. Quello che vedete – il verde è dove noi siamo – è che il bisogno esiste e noi andiamo incontro a un bisogno delle persone e questo credo che sia significativo. Dall’altra parte c’è la formazione.
Questo è l’ultimo convegno che abbiamo fatto l’anno scorso, facciamo corsi di formazione per personale ma anche per i volontari in tutta Italia ed è interessante vedere come abbiamo voluto confrontare la nostra esperienza con esperienze che sono state fatte in giro per l’Europa. Da soli non si va più da nessuna parte. Questo lo dico per le istituzioni ma lo dico anche per l’Europa. Se non ci confrontiamo, se non ci parliamo e se non siamo disponibili a crescere insieme, non possiamo arrivare a raccogliere i bisogni delle persone e a quelle dobbiamo arrivare, ai bisogni delle persone. L’ANT è andata anche in Europa e questo è un libretto sulla innovazione sociale dove il nostro progetto Eubiosia è stato uno degli esempi di innovazione sociale presenti in Europa.
Ultimo atto della nostra presenza in Europa è stato un convegno che è stato fatto a Creta, all’inizio di giugno di quest’anno, in cui l’ANT è stata l’unica esperienza italiana presente in questi workshop, dove si sono confrontati modelli di innovazione sociale, di imprese sociali che sono fondamentali e dove abbiamo raccontato quella che era la nostra esperienza. E adesso vediamo anche un altro punto critico, credo particolarmente interessante. È l’origine dei proventi. Benissimo, ma questo come viene fatto? Come dicevo, le 400 persone, medici, infermieri, dipendenti, collaboratori che affiancano i volontari, questi professionisti sono pagati e noi dobbiamo raccogliere i fondi affinché questo sia possibile. Come vedete, quello che viene dalle convenzioni e quello che viene dall’ente pubblico è meno del 20%. Tutto il resto è raccolta fondi, noi facciamo un servizio pubblico per la gente e per la nostra comunità con meno del 20% delle risorse pubbliche. Io credo che in questo senso il Ministero della Sanità cui io faccio capo, nel senso che ci occupiamo di sanità ovviamente, ma anche gli altri Ministeri dovrebbero tenere presente quello che viene fatto. Il resto viene fatto attraverso una raccolta fondi, su cui ci dovete aiutare nella legge delega, questo è fondamentale.
Non sto chiedendo soldi, di solito lo faccio! Casomai il 5 per mille, quello è solo una sottoscrizione! E quando sarà ancora 5 per mille e non 4 per mille o cose del genere! Ma lo Stato e le istituzioni devono capire quanto sia importante che ci affianchino in una raccolta fondi che deve essere il più possibile trasparente e il più possibile adatta a quelle che sono le nuove esigenze di queste organizzazioni, che cercano di aiutare in una coesione sociale. Come vengono destinati i proventi? Come vedete il 76% per gli obiettivi istituzionali, solo il 18% per la raccolta fondi. Sarà sempre possibile questo? Non lo so, diventa sempre più difficile fare la raccolta fondi e si fa sempre più fatica a raccogliere i fondi necessari. Si leggeva in questi giorni proprio sul Corriere la questione dell’IVA e bisogna discutere anche su questi temi e bisogna capire anche come funzionano le deduzioni delle offerte che ci vengono date. Anche questo è importantissimo, perché questo ci aiuta ovviamente a raccogliere i fondi necessari. Quindi se lo Stato non riesce più a darci quei fondi che magari noi chiediamo e che crediamo siano di nostra competenza, beh che almeno alleggerisca la burocrazia e anche il modo di operare affinché possiamo, ribadisco, operare nella trasparenza e nella giusta rendicontazione di quelle che sono le offerte su cui non si deve assolutamente transigere.
Come dicevo, ci sono i volontari che sono quelli che portano l’idea dell’Eubiosia. Eubiosia, dignità della vita, è importantissimo questo concetto. Io credo che anche per affrontare la Legge delega, e poi finisco, sia importante tenere presente due cardini della nostra Costituzione: la solidarietà intesa come risposta al richiamo della sofferenza e la sussidiarietà come integrazione reale tra non-profit e pubblico. Non dobbiamo nasconderci dietro un dito e lasciare che queste due parole siano solo parole, ma da queste due parole devono discendere due concetti molto forti. Ecco quindi che i nostri volontari che si occupano delle varie manifestazioni un po’ in tutta Italia, ci aiutano a raccogliere quei fondi e quel quasi 80% che ci serve poi per assistere a domicilio quasi 10000 persone all’anno, 10000 famiglie cui non vogliamo dire di no e cui non dobbiamo dire di no. Queste sono altre manifestazioni che noi facciamo: c’è l’autobus della solidarietà, importante, fondamentale. A cosa serve questo lavoro per i volontari? Anche questo è un dato significativo. Attenzione: per fare cure palliative, che significano cure in fin di vita, non è sufficiente il domicilio, ci sono altri aspetti: c’è l’ospedale tradizionale e c’è l’hospice, ma bisogna capire in quali percentuali questi soggetti devono essere presenti per assistere a domicilio le persone che hanno bisogno. Teniamo presente che a domicilio, secondo il Ministero, vengono assistite circa 34000 persone, io credo che siano di più, perché ci sono dei pazienti fantasma, che sono oltre 6000, che l’ANT assiste senza convenzione, fuori da quel 20%, per cui sono circa 40000. Muoiono di tumore circa 168000 persone. Quindi il bisogno c’è, c’è bisogno di organizzazione, c’è bisogno di organizzarsi insieme. Il costo medio di una giornata in hospice è circa di € 238, una giornata in ospedale di ricoveri impropri, quelli che avete visto prima, € 780 e cento giorni di assistenza all’ANT in assistenza domiciliare € 2100. Allora vedete che con medici, infermieri a domicilio, quindi un’assistenza professionale, si riesce a raggiungere un bisogno importante delle persone e questo è sicuramente significativo.
Qual è il futuro delle cure domiciliari? Ne parlavamo prima con i relatori: l’aspettativa di vita della popolazione è in costante aumento e ci sono sempre più persone che soffriranno di malattie croniche e degenerative. Non ci saranno i soldi perché le pensioni saranno sempre meno e quindi ci sarà un aumento della fragilità e della disabilità. Bisogna cambiare strategia nella politica sanitaria, bisogna che realmente ci sia una integrazione tra pubblico e non-profit. Perché dico realmente? Perché sono stati fatti gli Stati Generali della salute in aprile 2014, c’era una bellissima schiera di relatori, abbiamo tanto parlato, ma alla fine cosa è venuto fuori? Un’indagine conoscitiva del 4 giugno, la sfida della tutela della salute tra nuove esigenze del sistema sanitario, obiettivi di finanza pubblica in cui, in 53 pagine, non è stato citato una volta il terzo settore. Andatelo a vedere su Internet! E dall’altra parte il rapporto del Parlamento circa lo stato di attuazione della legge 38, che si riferisce alle cure palliative, cita, ma quasi per sbaglio, il non-profit. Ecco allora che se da una parte c’è una Legge Delega che è stata approvata, fondamentale per noi, dall’altra parte invece ci sono delle persone e delle istituzioni che non ritengono che noi possiamo essere programmatori della sanità insieme alla sanità pubblica, non pensano che la sanità pubblica senza di noi è per pochi. Solo la sanità integrata col non-profit diventa realmente per tutti. E allora che cosa ci serve? Ci servono delle nuove regole che sanciscano appunto questa integrazione reale tra pubblico e privato non-profit. Bisogna superare l’articolo quinto, in modo tale che ci sia un reale accreditamento in tutte le Regioni e che si possa avere un livello di assistenza pari al nord come al sud. Noi siamo in Puglia come siamo in Lombardia, con lo stesso tipo di assistenza, quindi si può fare. Regolamenti adeguati anche sulle esigenze di flessibilità del non-profit sono fondamentale. Pensate alle badanti che devono portare dei pranzi: se io ne ho una, non posso far pranzare le persone alle 10 della mattina fino alle 15 del pomeriggio, ho bisogno di più persone a mezzogiorno, ci vuole anche in questo senso una rappresentatività reale del non-profit, perché se il pubblico non ci considera, bisogna che ci facciamo anche noi un esame di coscienza importante. Serve poi una valutazione dell’impatto dei progetti innovativi e di quelli che non lo sono. Questi sono i reali temi, poi ci sono delle attività burocratiche e amministrative. Ecco, questo è quello che noi vorremmo. Noi vogliamo continuare ad aiutare la gente insieme al sistema sanitario pubblico. Dobbiamo essere realmente integrati con degli accreditamenti che non siano discrezionali da Regione a Regione. Grazie.

MONICA POLETTO:
Grazie Raffaella, comunque una certa idea di non-profit marginale, quattro volontari al bar, veramente ce l’hai fatta passare. A me hanno impressionato i dati. Loro raccolgono 22milioni di euro di risorse, e solo il 20% pubblico, con una ricaduta di utilità per l’ente pubblico enorme, non solo perché queste cure non le paga l’ente pubblico, anche perché se l’ente pubblico se ne dovesse fare carico, costerebbero da due volte a quattro volte. Io ti ringrazio tantissimo, sei stata molto appassionata, ma soprattutto ci hai detto delle cose che ci hanno molto aperto la testa. Grazie Raffaella. Adesso do la parola a Luigi Grimaldi, che è Responsabile Sviluppo dei Servizi Socio Sanitari del Consorzio Gruppo Cascina. La Cascina è un gruppo molto grande, che è molto conosciuto, soprattutto per un’attività nell’ambito delle mense, che però al suo interno ha una parte molto importante e meno conosciuta, legata ai servizi socio assistenziali. Anche a te direi in bocca al lupo.

LUIGI GRIMALDI:
Buongiorno e grazie dell’invito.
Io, come dice Monica, mi occupo dell’attività di sviluppo dei servizi socio assistenziali di un consorzio, che si chiama “Casa della solidarietà”. È un consorzio che fa parte del Gruppo Cascina. Il Gruppo Cascina molti lo conoscono come un gruppo impegnato in attività di produzione del lavoro. Nasce come una società cooperativa impegnata nella ristorazione collettiva ma che, in qualche maniera, non ha mai tradito la missione per cui è nata. In fondo anche i servizi di tipo assistenziale che oggi si trova a garantire, fanno parte di quell’obbedienza a quella missione per cui è nata, cioè servire i bisogni delle persone. Così è nata; perché è nata dando da mangiare, con una dinamica su base volontaria, agli universitari fuori sede e grazie anche all’aiuto e alla generosità di tante persone, tra cui l’allora Cardinale Albino Luciani. Il tempo è passato, ormai sono 35 anni che esiste il Gruppo Cascina. Ha fatto tanta strada, oggi è un Gruppo che impegna circa 10 mila persone, di cui 1500 sono operatori nell’ambito socio sanitario che si prendono cura delle persone attraverso l’assistenza, la cura e l’accoglienza di persone che hanno fragilità diverse, che noi abbiamo incontrato nella nostra esperienza e nel nostro lavoro e cui riusciamo a garantire non soltanto la prima assistenza.
Noi siamo molto impegnati con immigrati, disabili e anziani, ma il miracolo che in qualche maniera, non ne siamo neanche consapevoli, il miracolo che siamo riusciti a realizzare è che da un concetto di pura assistenza, che ci derivava da quello che facevamo, abbiamo saputo mettere in rete tutte le attività che facciamo. E quindi diverse centinaia di persone che noi abbiamo accolto con la forma dell’assistenza, oggi sono diventati nostri collaboratori, oggi accedono a tirocini formativi che noi garantiamo loro, e che permettono di passare dall’altra parte e quindi di riscattarsi da una situazione di pura dipendenza e di diventare quindi indipendenti, grazie all’elemento del lavoro, che dà dignità a tutto. Penando un po’ al tema che oggi dibattiamo, a me è venuta in mente una frase che vorrei leggervi, che l’anno scorso Padre Pepe, che è il padre della Villa Miseria di Buenos Aires che conta circa 50 mila persone, ha detto qua al Meeting: “Una delle cose che raccomandava Bergoglio, era che lavorassimo direttamente con le singole persone, perché ognuna ha una storia diversa e non esiste ricetta uguale per tutti”. Ecco, io credo che, almeno a livello culturale, questo sia il punto di partenza da cui prendere le mosse per una riforma di questo genere. A me tremerebbero i polsi a stare al posto del Sottosegretario, perché questa è una materia che riguarda soggetti giuridici variegatissimi, ma se non si parte da questo punto, cioè dal fatto che le persone sono tutte diverse, che non esiste una ricetta uguale per tutti, almeno a livello culturale, io credo che comunque falliamo il punto di approdo. Vorrei sottoporre alla vostra attenzione quattro punti di riflessione che la Legge Delega ci ha suggerito.
Il primo punto di riflessione è che nei servizi che garantisce normalmente il mondo non profit, la programmazione, che è richiamata espressamente alla lettera O dell’articolo 2, in cui la legge punta per coinvolgere anche il terzo settore, è importante tanto quanto è importante la conoscenza del bisogno. Noi abbiamo passato stagioni intere in cui si è programmato in base alle risorse che avevamo a disposizione, omettendo di fare un’analisi dei bisogni che effettivamente esistevano. È evidente che un’analisi dei bisogni è la base su cui poggiare per fare programmazione e la base anche per proporzionare le poche risorse che noi abbiamo e che devono bastare per una platea di bisognosi che è sempre più ampia. Omettere di far precedere la programmazione da un’analisi dei bisogni e non considerare che il terzo settore è uno dei soggetti che più immediatamente percepiscono il bisogno della quantità e della qualità, è credo un’omissione che dobbiamo evitare. In questo l’invito per il lavoro futuro è riconoscere ciò che già esiste, riconoscere chi in questo momento è capace di dare una lettura dei bisogni e di restituirla in forma di programmazione. Ovviamente su questo il terzo settore è più efficace di quanto non possa essere lo Stato.
Il secondo punto che suggerisco è che non è più possibile ragionare per modelli, ma per processi. Mi spiego meglio: oggi noi abbiamo un sistema assistenziale, ma anche un sistema educativo, che si basa essenzialmente sulla risposta che viene restituita sulla base di competenze e di modelli. L’esempio più eclatante, che è l’esempio che appesantisce un po’ gli incontri che vengono fatti sul tema, è la separazione tra competenze di tipo sociale e competenze di tipo sanitario, che più sono presenti e più ci fanno invocare l’integrazione. È evidente che un sistema di questo genere, è un sistema che non si basa né sulla persona, né sulla domanda che la persona esprime, ma si basa sulla risposta di un modello assistenziale: questo modello è quello che posso dare e la tua domanda deve adeguarsi a questo modello. Faccio un esempio molto recente. A Roma, con un’associazione di famigliari di disabili, abbiamo proposto a una struttura pubblica, a una ASL, di introdurre all’interno di un ambulatorio un presidio che permettesse di aiutare quest’ambulatorio a garantire cure mediche, in maniera simmetrica, uguale, anche a disabili non collaboranti, a quei disabili che, non potendo esprimersi, non riescono neanche a manifestare in maniera esplicita qual è il disagio. Il disagio che riguarda la salute è un disagio che evidentemente ha fattori moltiplicatori enormi.
La proposta che veniva fatta era di fare all’interno del laboratorio pubblico un presidio in cui ci fosse personale in grado di decifrare il bisogno in termini di salute e di supportare il servizio sanitario, quindi i medici e gli infermieri, al fine di garantire sia la diagnosi che la cura; a fronte per altro di una situazione in cui oggi i disabili sono costretti talvolta a ricevere cure inappropriate e talvolta anche a sottoporsi a ricoveri impropri per poter veder assicurata la cura. Questo evidentemente ha un impatto anche in termini economici, ma lasciamo perdere. Allora, in due anni in cui noi abbiamo provato a fare questa proposta, non siamo riusciti a realizzarla all’interno di quest’ambulatorio pubblico, benché tutti gli attori fossero entusiasti di questa idea, perché non rispondeva a un modello, perché non era riconducibile a un modello che potesse essere attualizzato e accreditato. È evidente che, di fronte a una situazione di questo genere, in cui chi stava sul campo, nella fattispecie un’associazione di genitori che viveva sulla propria pelle anche il disagio derivante da quest’asimmetria, da questa disuguaglianza, i disabili sono cittadini come tutti quanti gli altri, quindi hanno diritto comunque ad accedere in situazioni di parità a queste cure. È evidente che in una situazione di questo genere, chi ha perso sono stati tutti: ha perso lo Stato perché, a prescindere dall’inappropriatezza della cura, ha speso di più; ha perso il disabile attraverso la famiglia.
Ecco, il ricondurre le nostre attività a processi e non a modelli, o comunque non ancorare le nostre attività a rigidità che spesso sono spunto per impedire che esse si avviino, questo credo che debba essere un altro obbiettivo che questa riforma debba cogliere.
Terzo spunto di riflessione: la valutazione che l’impatto della nostra azione coglie. Io ho letto con soddisfazione, perché è un punto di speranza, i due passaggi, la lettera L e la lettera O, che voi avete fatto. In un caso (la lettera L) si parla dell’individuazione di specifiche modalità di verifica dell’attività svolta e delle finalità perseguite. Mentre nella lettera O si parla di valorizzare il ruolo degli enti, nella fase di programmazione, insomma si parla a un certo punto di impatto sociale. Io credo che noi dobbiamo ricondurre necessariamente la misurazione del valore delle attività che svolge il mondo non profit non soltanto sulla base della coerenza tra l’attività svolta e i fini istituzionali – direi che questo è condivisibile e necessario, ma che lo possiamo applicare anche a un’azienda metalmeccanica: che uno faccia quello per cui è nato è una cosa che ci aspettiamo tutti – ma anche sulla base del grado di efficacia che l’esistenza di un progetto non profit apporta, sulla base del grado di miglioramento della qualità della vita, non soltanto ai cittadini ma anche alla vita sociale. Io credo che questo sia un livello di maturazione che non dobbiamo perdere con questa riforma. Innanzitutto perché noi abbiamo oggi tutti gli strumenti che permettono di capire che impatto può avere l’azione di un soggetto sul miglioramento delle attese, dei costi, della qualità della vita, dei tempi, di tanti elementi che formano un po’ la catena del valore di una attività. Questa è una sfida, anzi uno stimolo a misurare anche l’attività della stessa azione resa dall’ente pubblico.
Ho sbagliato a parlare di sfida perché qui non si parla di una competizione, ma è ugualmente importante mettere al centro l’esito della nostra azione, perché è anche un modo per recuperare quel valore culturale dal quale io partivo, cioè la centralità della persona, attorno cui deve ruotare tutta l’azione e tutti gli esiti. La conseguenza logica della valutazione è la possibilità che il servizio venga anche scelto, che è un criterio di libertà, perché la valutazione è lo strumento principe della libertà: poter valutare sulla base dell’esito, dell’obiettivo che coglie il soggetto che erogherà un servizio, io credo che rappresenti uno dei primati della libertà.
Quarto punto è quello di cui parlava prima Raffaella verso la fine. Non fra tanti anni, domani, dopodomani, noi abbiamo una responsabilità enorme: quella di garantire l’accessibilità a una serie di servizi di tipo assistenziale o di tipo educativo a una platea che tendenzialmente, e questo è la statistica che ce lo dice, diventerà non solo sempre più ampia, ma sempre meno in grado di sostenerne il peso economico. Questo è un problema che peserà come un macigno su di noi e su chi opera come amministratore, operatore sul campo, perché il pericolo che è dietro alla porta, noi lo verifichiamo empiricamente tutti i giorni, è che siccome la risposta non esisterà o non sarà adeguata, la domanda non esisterà neppure. Il che non vuol dire che noi non avremo il problema, ma che noi avremo represso la domanda per la nostra incapacità di darle una risposta.
Ora la ricetta evidentemente non esiste, però a me colpisce, come Raffaella faceva notare, che nella relazione non compariva mai il termine non profit. A me colpisce anche un po’ che in questa Legge quadro non viene mai citata neanche la parola salute. Quasi il non profit abbia un recinto e abbia un perimetro entro cui non deve muoversi e oltre al quale non deve andare, quasi che a questo punto i bisogni siano ancora una volta spacchettati: da una parte c’è la salute, da una parte c’è il sociale, da una parte c’è non so cosa altro. Ricette non ne ho evidentemente, quello che veniva detto dell’integrazione tra tutti i fattori è certamente una strada che noi dobbiamo percorrere. Certo è che, se così è, di fronte a bisogni che in questo momento cambiano e quindi hanno una necessità di risposta che cambia insieme al bisogno e che sia tanto più flessibile quanto più il bisogno comunque assume proporzione e qualità differente, io credo che il compito di una riforma del terzo settore sia quello di prevedere soggetti che siano agili, almeno tanto quanto sono flessibili i bisogni, in cui la valutazione dell’attività di questi soggetti venga basata sul grado di miglioramento che essa porta alla convivenza e alla vita dei cittadini che incrocia. Grazie.

MONICA POLETTO:
Grazie Luigi. Riprendo molto velocemente la chiusura di Luigi, perché ogni volta che ognuno di noi ha un po’ a che fare con il mondo del non profit in senso lato, si accorge proprio di questo: ci sono dei bisogni impressionanti che cambiano di continuo, e la cosa anche molto interessante, risposte inventate sempre nuove. L’ambulatorio in cui il tuo malato che non riesce a esprimersi, grazie a una persona che lo capisce, fa sì che questo non debba essere ricoverato con un enorme beneficio per il malato, per la famiglia e con un risparmio enorme per il sistema, è un esempio. Però io penso che tanti di noi qua presenti, che magari lavorano in qualche progetto non profit, vedono una continua evoluzione delle risposte. Per questo la cosa che diceva Luigi mi sembra molto interessante. Io personalmente sono stata un po’ spaventata dalle sette pagine della Legge Delega, tenendo conto che quella che ha riformato le Onlus era di cinque righe, perché capisco che la materia è molto complessa. Capisco anche che la sfida è veramente quella di una semplificazione che non avvilisca. Se io adesso fotografo qualcosa sono già vecchio, perché domani sarà già diverso. Questa cosa che è presente nella Legge Delega, che sottolineava Luigi, è forse una grande libertà ex ante. Adesso noi abbiamo un numero di autorizzazioni preventive per fare qualsiasi passo che è impressionante. Se le energie riescono a spostarsi sull’ex post, probabilmente ci si libera anche un po’ rispetto alle forme che tutto sommato è giusto che uno assuma sulla base della personale risposta ai bisogni che pensa sia adeguato attuare in questo momento.
Fatta questa considerazione, che era soprattutto per riprendere questa chiusura di Luigi, io sono molto contenta di poter presentare, di aver qui fra noi Luigi Bobba, che è Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Ha un compito per cui dobbiamo essere un po’ tifosi nei suoi confronti. Io vorrei chiedergli due cose. Uno, visto che lui viene dal mondo del non profit, quindi questa complessità la conosce molto bene: quali sono le principali preoccupazioni che animano questa riforma? La seconda cosa che voglio chiedere è questa: io ho sempre pensato, e non so se sbaglio, con tanti amici qua presenti, anche di tante organizzazioni con cui si lavora insieme, che una riforma del terzo settore deve essere sussidiaria nella sua genesi, cioè un po’ dobbiamo farla insieme, ognuno con il suo ruolo, cioè una riforma più tira dentro persone informate sui fatti meglio è. Allora, come si può sussidiariamente essere insieme nel costruire questa riforma che riguarda tutti noi? Grazie.

LUIGI BOBBA:
Buon giorno a tutti, un grazie davvero per questo invito, per questa possibilità di conversazione su la riforma del terzo settore, l’intervento che il Governo sta intraprendendo sul mondo associativo e volontario. E un ringraziamento soprattutto a tanti, tantissimi di voi, che sicuramente sono impegnati dal vivo nel campo associativo, volontario, nel campo della promozione di opere sociali, cooperative, fondazioni, insomma in quel ricco tessuto che fa dell’Italia un Paese assolutamente originale, anche da questo versante.
Vorrei cominciare da due brevissime citazioni, una la vedete in questa slide: “Lo chiamano terzo settore ma in realtà è il primo”. Le parole sono del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, quando, nel mese di aprile, all’assemblea della Conferenza del Volontariato a Lucca, lanciò le linee guida per la riforma del terzo settore. Non si tratta di una frase che indica una classifica, anche perché sapete che l’espressione terzo settore, ho visto prima c’era qui il professor Salomon, è di origine anglosassone, e quindi tra mercato, imprese private da un lato e istituzioni pubbliche, c’è un terzo soggetto che corrisponde al mondo non profit, un terzo soggetto che per tantissimi anni è stato invisibile in Italia. Pensate che l’Istat solo quest’anno ha fatto il secondo censimento, ha iniziato nel 2002 a fare il primo censimento, prima questo mondo era invisibile, non era calcolato, non era considerato dalle statistiche. Allora, l’espressione del Presidente del Consiglio sta a indicare non tanto una classifica, ma piuttosto che queste realtà, questo mondo è parte integrante di un disegno di riforma, di ricostruzione, di rinascita, di un cammino di speranza per tutto il Paese. Non a caso la riforma del terzo settore è stata inserita nelle altre riforme, quella istituzionale, quella del lavoro, quella della giustizia, quella della pubblica amministrazione, è parte integrante di un disegno, e allora il messaggio che il Governo ha voluto lanciare ai tanti, più di quattro milioni di italiani impegnati nell’attività associativa, nell’attività volontaria, è che questa realtà non è qualcosa che si aggiunge, qualcosa che semplicemente fa da coreografia, ma è qualcosa di importante ed essenziale proprio per la crescita, per il cambiamento, per la ricostruzione del nostro Paese.
Mi fa piacere ricordare che un’ altra autorità, in questo caso di carattere religioso, il segretario generale della CEI, Mons. Galantino, in un’intervista al Corriere della Sera del 15 di agosto, ha usato parole che in qualche modo dicono con altre evocazioni la stessa cosa che è contenuta nella frase del Presidente del Consiglio. Diceva, rispondendo alla domanda, Mons. Galantino: “Urge una riforma del terzo settore, una svolta culturale oltre che politica; la produzione di beni ha destinazione pubblica e supera il paradigma economico rivelatosi inadeguato con questa crisi, e può generare occupazione. Ripartire da qui sarebbe una sorta di nuovo battesimo sociale, capace di generare una nuova speranza nel Paese”. Ecco da un lato il terzo non è terzo ma è primo, dall’altro un nuovo battesimo sociale così come lo indica Mons. Galantino in questa svolta che è prima culturale che politica.
Ebbene dentro questo contesto, quest’orizzonte, che cosa vogliamo fare con questa riforma, che cosa ci proponiamo di cambiare, di incidere, di innovare, di semplificare e di riordinare nella normativa che è contenuta già oggi nella legislazione italiana? Direi che la prima cosa, quella più importante, è che il criterio fondamentale, ispiratore della riforma, lo potete trovare all’ultimo comma dell’articolo 118 della Carta Costituzionale. E’ difficile dire meglio, in pochissime righe, che cosa rappresenta l’anima, direi il punto essenziale di questo nostro mondo, di quello che è scritto in quest’articolo. In quest’ultimo comma si dice che la Repubblica, nelle sue varie articolazioni -dallo Stato fino ai Comuni, Stato, Regioni, Provincie, (adesso provincie andrà cancellato), Città metropolitane e Comuni – favorisce, (usa un verbo impegnativo, forte) favorisce, quindi né ostacola, né è indifferente, né gli complica la vita, ma lo favorisce, promuove, sostiene. Favorisce che cosa? L’autonoma iniziativa dei cittadini singoli o associati. Cos’è l’autonoma iniziativa? È il principio di libertà, è l’articolo 18 della Carta Costituzionale, è la libertà di associarsi, di fare qualcosa per una finalità non meramente privata. Dei cittadini singoli o associati quindi non prende in considerazione solo le forme organizzate, ma anche le tante forme individuali di attività associativa e volontaria per lo svolgimento di attività di interesse generale. Ecco, quando il legislatore costituente usa la parola interesse generale, usa un termine forte. Sostanzialmente potremmo dire per il bene comune, per qualcosa che ha a che fare con l’elemento di valore per la comunità sulla base del principio di sussidiarietà, che è richiamato anche nel titolo con un interrogativo. E’ cioè sulla base di quel principio che le risposte ai bisogni che nascono nelle comunità debbono prendere le mosse: avere come punto di ispirazione iniziale proprio l’autonoma iniziativa dei cittadini singoli o associati. C’è insomma questa capacità di suscitare dall’interno delle comunità, dalle persone risposte ai bisogni e poi integrarle dentro un orizzonte di regole più generali che sono quelle che vengono dettate dalle istituzioni.
Ecco, a questo principio noi vorremmo cercare di ispirare tutti gli interventi normativi che attengono a questa riforma, perché singolarmente è accaduto che questo comma, cambiato nel 2001 quando è stata fatta la modifica della Carta Costituzionale, è rimasto sostanzialmente disapplicato, diciamo così. A volte, diciamo così, perfino la legislazione è andata un po’ fuori binario e allora forse, dopo 13 anni, 14 anni, viene il tempo di cercare di fare sì che tutta la legislazione sia effettivamente ispirata a queste pochissime sintetiche ma efficaci parole. Ecco allora il senso di questa riforma che stiamo intraprendendo, come è stato ricordato. Il Consiglio dei Ministri ha varato questo Disegno di Legge Delega ovvero un insieme di principi, sono pochi articoli, che tendono a modificare a e innovare il campo normativo che ha a che fare col mondo associativo. Adesso la riforma è stata presentata alla Camera, sarà iscritta ad una o più Commissioni e comincerà l’iter che spero si concluda nei due rami del Parlamento entro l’anno in corso. Quali sono i punti essenziali e che cosa vogliamo? Vogliamo semplificare, riordinare e innovare. Tre verbi: il primo, semplificare, è esattamente il contrario di complicare, di complicare la vita, con le tante complicazioni che qui sono state evocate nelle parole di Monica e nei due interventi. Ma innanzitutto questa semplificazione significa far sì che le organizzazioni associative possano svolgere al meglio la loro missione, il motivo, la ragione per cui sono nate: generare attività di interesse generale che abbiano un effettivo impatto sociale.
Prima di tutto questo: come vogliamo fare questa semplificazione? Ci sono diverse strade, una prima strada è quella di far sì che quelle organizzazioni che vogliono avere una personalità giuridica riconosciuta, perché oggi in Italia il 96% delle associazioni, organizzazioni di volontariato non ha una personalità giuridica, cioè opera senza una personalità giuridica, lo possano fare in modo semplificato e in tempi brevi. Vogliamo che questo cambiamento indichi la libertà di associarsi, che è il principio essenziale da cui muove tutto questo mondo, il quale deve poter ottenere, se lo vuole, un riconoscimento anche in termini di personalità giuridica. Secondo punto. Vorremmo arrivare ad avere un Registro unico o meglio unitario delle organizzazioni di terzo settore. Oggi ci sono 223 registri: c’è quello che chiede la Provincia, quello che chiede la Regione, il Ministero degli Interni, quello del 5×1000, quello delle ONLUS, quello delle Associazioni sportive e via via enumerando ed è difficile anche orizzontarsi in questa selva di Registri che le varie amministrazioni o le varie leggi hanno prescritto. L’ISTAT, che ha fatto il censimento pubblicato due mesi fa, ha individuato, ha censito più di 300 mila organizzazioni volontarie non-profit, ma dai Registri ne risultavano più di 450 mila. Probabilmente ci sono anche delle sovrapposizioni e questo ci dice che neppure abbiamo un’idea semplice, chiara, trasparente di tutti i soggetti che operano in questo campo e quando le cose non sono trasparenti e chiare, poi s’insinuano coloro che non hanno nulla a che fare col mondo associativo e volontario, che utilizzano e indossano la giacca del non-profit per farsi gli affari propri, cosa che certamente a chi fa associazione per delle finalità di valore, non fa molto piacere. Quindi vorremmo una semplificazione anche da questo punto di vista. Terzo elemento. Si vuole ricostituire non un’agenzia del terzo settore, ma una struttura di missione presso la Presidenza del Consiglio che faccia un’opera di vigilanza, monitoraggio e controllo di tutto questo mondo. Presso la Presidenza del Consiglio, perché, siccome tutto questo mondo attraversa tanti settori e Ministeri, ci possa essere un punto di vista più largo, più capace di guardare a questo mondo non dalla feritoia di un singolo settore, ma con una visione di insieme.
Questo è il primo punto che vogliamo, il secondo punto è quello di cercare di portare ad una qualche unitarietà le tante legislazioni che si sono sviluppate in questi anni, perché questa varietà è stata anche un elemento di pregio, di valore. Sono le associazioni di promozione sociale, le organizzazioni non governative, le cooperative sociali, le organizzazioni di volontariato, le fondazioni ecc, ecc… Ora nessuno vuole cancellare queste diversità, questa pluralità. L’Italia ha anche questa caratteristica, diversamente da altri Paesi europei dove ci sono poche e grandi organizzazioni. In Italia c’è una pluralità molto vasta e questo credo che sia un elemento di valore da non disperdere. D’altra parte siamo il Paese dove ci sono più vitigni autoctoni, più acque minerali con caratteristiche organolettiche diverse, non si capisce perché adesso dovremmo mettere il terzo settore su un letto di Procuste. Sicuramente la diversità va mantenuta, valorizzata, ma allo stesso tempo sono necessarie delle norme che diano unitarietà a tutte queste diverse realtà. Ecco allora senza cancellare queste leggi che hanno prodotto una crescita e un riconoscimento delle diverse realtà associative, ricondurle in un quadro unitario: è uno degli obiettivi. Quinto punto è il riordino del sistema delle norme di carattere fiscale. Qui il legislatore, in particolare dal 2000 ad oggi, è stato particolarmente facondo o meglio ha scritto molte cose, magari non norme di rango, di primo rango, ma norme secondarie, circolari, decreti di varia natura e di varia umanità e questo spesso è stato uno dei tanti elementi di complicazione della vita e di trattamenti inspiegabilmente e non motivatamente differenziati fra un’organizzazione ed un’altra, senza che ci fosse una vera ragione logica, una vera ragione specifica.
Faccio degli esempi, la questione del 5×1000, che è un altro dei punti di riordino qui indicato. Nel 5×1000, normativa che come sapete esiste dal 2006, che consente ai cittadini di destinare una parte, appunto il 5×1000 del loro ammontare di tasse, ad un’organizzazione associativa di volontariato, ad un’organizzazione che fa ricerca nel campo sanitario contro le malattie più diffuse, se si vanno a vedere i 34 mila soggetti del campo associativo e volontario che sono beneficiari del 5×1000, si scoprono delle cose un po’ originali, uso quest’aggettivo tra virgolette. Primo, ci sono 1244 associazioni che sono iscritte come beneficiari ma che nell’ultimo anno non hanno ricevuto neppure un euro, strano! Almeno i 3, 4, 5, 10 che la costituiscono dovrebbero sostenerla, eppure è un dato che emerge dall’analisi dei beneficiari. Ce ne sono altri 1826 che ricevono meno di 100 euro, forse saranno piccole associazioni, però attenzione che il costo di gestione amministrativa del soggetto è superiore al vantaggio che deriva allo stesso soggetto. Allora uno si chiede se la spesa vale l’impresa. Terzo dato, ci sono circa 55 milioni di euro, quindi non quattro lire, che dal 2006 ad non sono stati incassati dai beneficiari. Ora uno si domanda: com’è possibile che succedano queste cose? È possibile perché la legge è sempre stata sperimentale. Di anno in anno doveva essere rifinanziata e non c’è stato effettivamente un monitoraggio, un controllo del perché i 2/3 dei contribuenti italiani scelgono di fare questa particolare forma di donazione. Allora nella Legge Delega o andiamo a rimetterci un po’ le mani, non per cancellare il meccanismo che è importante, che è una forma concreta della sussidiarietà fiscale, ma per vedere come si accede. Ci sono 74 circoli del golf: ora io non ho nulla contro chi gioca a golf, anche se non ho mai giocato a golf, però mi domando se questa sia una priorità nel vantaggio fiscale che si debba dare in un Paese che ha risorse scarse, specialmente per le situazioni difficili, per le persone più in difficoltà. Ecco allora che forse rivedere un attimo i criteri di accesso può essere una cosa che ha una sua finalità. Inoltre l’altra norma che in particolare il Presidente del Consiglio ha voluto, è quella di far sì che questi soldi che vanno alle organizzazioni, essendo un contratto, una convenzione, non debbano essere rendicontati nel senso stretto della parola. Però introduciamo una norma secondo la quale le organizzazioni dicano con chiarezza sul loro sito, su un giornale, dove diavolo gli pare, come hanno utilizzato questi soldi che tanti cittadini gli hanno dato. È un meccanismo se volete anche di tipo imitativo, che obbliga in qualche modo tutti a rendere trasparente l’utilizzo di una risorsa che comunque ha una dimensione pubblica.
C’è un altro punto della riforma che ha a che fare con le imprese sociali. Qui, lo aveva già salutato Monica, c’è il Presidente dell’Alleanza delle Cooperative che saluto volentieri. Perché abbiamo voluto mettere questa norma? Perché l’Italia è stata all’avanguardia con la legislazione sulla cooperazione sociale del 1991. All’avanguardia in che senso? Nel senso che per la prima volta si fa uno sfondamento culturale e cioè la cooperativa non produce solo un vantaggio mutualistico tra i propri soci ma produce un vantaggio che si riverbera sulla comunità. Pensate a tutto il tema dell’inserimento lavorativo di persone a disagio, in difficoltà. Ebbene adesso noi ci troviamo in qualche modo ad un altro tornante. Siamo stati antesignani, abbiamo esportato in Europa quel tipo di cultura e di legislazione, adesso l’Europa si è convertita sulla via di Damasco e ha dato un forte impulso allo sviluppo non solo di cooperative sociali, ma anche di imprese sociali. Io, con qualsiasi forma giuridica, posso assumere una finalità sociale come ce l’hanno le cooperative sociali e perseguire non meramente un interesse privato o un profitto, ma perseguire insieme alla produzione di ricchezza e di lavoro anche un’utilità sociale. Ebbene vorremmo con questa legislazione cercare di creare una nuova famiglia di imprese sociali che siano puntate, finalizzate, orientate a generare innovazione sociale, specialmente nel campo del Welfare, come hanno ricordato tutti gli interventi che avete ascoltato. I bisogni sono cambiati ma le risposte rimangono le stesse, al punto che poi i bisogni non emergono più. La domanda diventa in qualche modo compressa, perché non c’è la capacità di offrire delle risposte adeguate. Abbiamo fatto una legislazione che ha premiato le start-up innovative nel campo tecnologico con dei vantaggi di varia natura fiscale, non si capisce perché non dovremmo spingere l’acceleratore su una nuova famiglia di imprese sociali orientate non all’innovazione tecnologica, ma all’innovazione sociale, perché questo è altrettanto importante. La tecnologia ci consente di vivere meglio ma la risposta ai bisogni sociali non è fatta solo di tecnologia, non è fatta principalmente di tecnologia, è fatta di altre capacità, di altre competenze, di altre modalità che sono assolutamente necessarie, non in contrapposizione con il pubblico, ha detto bene Raffaella, ma in integrazione, in partnership con la strutture pubbliche.
Allora, se riusciamo a non perdere la posizione di guida, come abbiamo fatto con le cooperative sociali, anche in questo campo potremmo avere una legislazione innovativa, che vada ad ampliare gli strumenti con i quali dare risposte sociali, creare nuova occupazione e in qualche modo anche attrarre quegli investitori che hanno un’intenzione di profitto moderato – perché la legge prevedrà una parziale ridistribuzione degli utili – ma che intendono, insieme al perseguimento di un vantaggio dal punto di vista della remunerazione del capitale, generare un interesse di carattere sociale. Ecco allora che abbiamo messo nella legge un primo chip, 50 milioni, per un fondo per lo sviluppo di questo tipo di imprese, ma sarà, diciamo così, un fondo con una dotazione più ampia, che vedremo trovare attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, attraverso i fondi strutturali, un motore di sviluppo di questa nuova famiglia di imprese. L’ultimo punto riguarda il Servizio Civile. C’è un punto di delega dedicato al Servizio Civile. Non è un’innovazione, voi mi direte, perché in Italia il Servizio Civile esiste dal 2002 e in effetti è così. È anche vero che l’esperienza del Servizio Civile era andata un po’ rattrappendosi negli ultimi anni, tant’è che oggi abbiamo in servizio poco più di 15 mila ragazzi. Innanzitutto abbiamo fatto un’operazione, a legislazione vigente, che consentirà, tra la fine del 2014 e prima parte del 2015, a circa 37 mila giovani di poter accedere a questa esperienza di Servizio Civile. È un’esperienza che è insieme un occasione di impegno civico, di servizio alla comunità, vorrei usare anche una parola forte, di dovere di cittadinanza, perché nasce come alternativo al servizio militare, come capacità di esprimere anche un senso di appartenenza e di servizio alla propria comunità nazionale. Vogliamo però che questa esperienza di Servizio Civile sia un’occasione di crescita della persona e una valorizzazione dei talenti della stessa in funzione del suo successivo percorso lavorativo e professionale. Vorremmo arrivare entro il 2017 ad avere 100 mila giovani che possano optare, scegliere quest’opportunità. 100 mila su 500/550 che sono più o meno i numeri di una generazione, delle persone nate ogni anno, sarebbero una grande nave scuola dell’impegno volontario e civico.
Oggi credo ci sia bisogno, anche nelle organizzazione associative volontarie, che spesso sono rette sulla capacità professionale di dedizione, di competenza di tanti anziani, di giovani attivi che abbiano immesso nel circuito associativo volontario molte delle loro capacità professionali. Abbiamo bisogno, usando anche un termini antico, di una nuova leva di giovani impegnati nel campo associativo e volontario, come elemento di rafforzamento di questo tessuto originale del mondo associativo e volontario italiano. Ecco, questi sono gli intenti. Ha detto bene Monica, una riforma perché sia efficace bisogna che sia condivisa. Noi abbiamo cercato di farlo prima con le linee guida: hanno risposto più di 1000 soggetti di cui più della metà sono organizzazioni, associazioni, cooperative. Abbiamo quindi già avviato un percorso partecipativo. Molti dei suggerimenti non sono ancora stati tradotti nel testo normativo, che è un testo di principi. Dovremo poi fare i decreti legislativi, attuativi, ma io intendo continuare su questa strada, ho la piena condivisione del Ministro Poletti, anche del Ministro delle Riforme Boschi. Vorremo costruire un percorso in cui gli apporti di coloro che stanno sul campo, di coloro che conoscono i problemi, di coloro che sanno leggere i bisogni, di coloro che hanno già affrontato molte difficoltà possano essere già tradotti nelle nuove norme, perché altrimenti succede, come spesso accade in Italia, che magari si fa una bella legge, ben scritta, piena di principi assolutamente condivisibili, ma poi non succede niente. Rimane là, scritta bene, ma non succede niente e la realtà continua ad andare per la sua strada. Come antidoto a questo rischio, che è spesso una realtà nel nostro Paese, vorrei creare delle possibilità, dei luoghi, dei laboratori, dei gruppi di lavoro, delle task force che consentano di acquisire il meglio delle capacità di lettura e di proposta dei mondi delle organizzazioni.
Devo dire che in molti incontri fatti in questi mesi ho trovato una risposta positiva e propositiva e questo è già un segnale in controtendenza, perché normalmente, come accade nel nostro Paese, quando uno fa una proposta, qual è lo sport nazionale? Il cecchinaggio, il cercare di smontarla dalle virgole fino ai punti esclamativi. In questo caso non che ci sia stata un’assuefazione, ma c’è stato un atteggiamento critico, propositivo e credo che su questa strada dobbiamo andare avanti, sia in questi mesi in cui il Parlamento dovrà esaminare la riforma, sia poi quando si dovranno scrivere i decreti legislativi. Da parte mia, da parte del Governo, da parte del Ministero che qui rappresento, sicuramente questo intento e questa disponibilità c’è e sono sicuro che troveremo aiuto in tante persone che già hanno dato personalmente molte sollecitazioni, suggerimenti e devo dire che ho imparato molto anche da queste tante occasioni che ho avuto in questi mesi di ascolto, che non significa rinunciare al proprio ruolo, perché ciascuno deve fare la propria parte e il governo poi alla fine deve prendere le decisioni che ritiene necessarie e importanti, eppure credo che questo sia uno degli elementi, degli ingredienti per il successo di questa riforma. Concludo con una frase che mi ha colpito molto. È una frase scritta tantissimi anni fa da Robert Kennedy, tre mesi prima di essere ucciso, nel 1968, il 18 marzo all’università del Kansas e che in qualche modo rappresenta la presenza dell’istanza profonda che queste realtà associative volontarie animano in questo Paese. Scriveva Robert Kennedy che “il PIL tiene conto di tante cose, anche delle pallottole che si sparano, delle porte di sicurezza con le quali cerchiamo di difenderci dai ladri, ma il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione né della loro gioia nei momenti di svago. Non comprende la bellezza della poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei funzionari pubblici. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Ecco vorrei che questa riforma fosse ispirata un po’ a queste parole e che le tante belle straordinarie cose che questo mondo è capace di produrre, possano rendere più bella e migliore la vita di tutti.

MONICA POLETTO:
Grazie veramente e stavo pensando mentre parlavi che da una parte, come diceva giustamente Luigi, tremano le vene nei polsi pensando ad un certo tipo di lavoro che dovete fare per semplificare e ridefinire i ruoli di tutti i soggetti che ci sono. Stavo pensando come tutti insieme dobbiamo riguardarci, aiutarci a riguardare con chiarezza lo scopo del nostro agire che non è la sussistenza della mia organizzazione, come non è quella dell’ente pubblico ma veramente il bene delle persone che ci sono affidate. In questo senso mi piace chiudere dicendo che tifiamo perché sia una riforma sussidiaria, dove riforma sussidiaria vuole proprio dire innanzitutto che io guardo e riconosco tutto quello che c’è. Riconosco tutto quello che c’è e lo lascio esistere intervenendo, io ente pubblico, intervenendo laddove quest’azione privata non è sufficiente, dove l’azione privata ha bisogno di una collaborazione. Perciò noi continueremo a fare il tifo in questo senso, a lavorare per questo e a vegliare perché questo accada e in questo senso ringraziamo tantissimo i nostri relatori, ringraziamo te per il lavoro che stai facendo, per come evidentemente sei totalmente su questa lunghezza d’onda insieme a noi. Per cui chiuderei qua chiedendo un applauso per i nostri ospiti e poi facendo parzialmente un mestiere che attiene a questo incontro. Voi dovete sapere che la Fondazione Meeting per l’Amicizia fra i Popoli è un ente senza scopo di lucro, per cui vi hanno già detto in tanti incontri che c’è possibilità di sostenerla. Adesso stiamo tentando un’azione di fund raising molto semplice: se voi andate nel C3 o nella Hall sud si può entrare in una Community di amici che anche con un euro – se avete gli amici ricchi sono più graditi in questo specifico caso, ma ci vanno bene anche quelli da un euro – possono decidere un po’ di contribuire al Meeting tutto l’anno. Vi prego almeno di fare un salto, perché magari uno non è interessato direttamente, ma può essere bello invitare qualche amico e dirgli “guarda questa cosa è così bella, gratuita, perché non ci aiuti? Noi lo facciamo col lavoro volontario, tu non vieni e puoi aiutarci in un altro modo”. Vi spedisco a fare questo che attiene al titolo dell’incontro e ringrazio ancora i nostri ospiti e tutti voi.

Data

29 Agosto 2014

Ora

11:15

Edizione

2014

Luogo

Sala D3
Categoria