LA CONOSCENZA È SEMPRE UN AVVENIMENTO - Meeting di Rimini

LA CONOSCENZA È SEMPRE UN AVVENIMENTO

Partecipa Carmine Di Martino, Docente di Gnoseologia all’Università degli Studi di Milano. Introduce Emilia Guarnieri, Presidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli.

Il testo dell’incontro è pubblicato nel libro “La conoscenza è sempre un avvenimento”, edizioni Mondadori Università.

 

EMILIA GUARNIERI:
Buonasera, ben arrivati a questo incontro del Meeting, centrale per il percorso di questi giorni, proprio perché coincide con il titolo del Meeting di quest’anno: “la conoscenza è sempre un avvenimento”. Quindi è il punto da cui ci attendiamo – ci attendiamo non lo dico come organizzatore del Meeting, ci attendiamo lo dico come una persona che è qui come tutti voi che siete qui, per fare veramente un percorso in questi giorni, per andare più a fondo in questi giorni delle cose che ci interessano. Ecco dicevo questo di oggi è proprio un incontro da cui ci attendiamo in maniera del tutto particolare questo affondo, questo sguardo sulla questione della conoscenza. Nel messaggio inviato in occasione di questa trentesima edizione, il Papa ci augura di continuare a raccogliere le sfide e gli interrogativi che i tempi di oggi pongono. Bene, l’esperienza della conoscenza è sicuramente una di queste grandi sfide; non è un tema che riguarda l’interiorità o i sentimenti dell’uomo, ma neppure è un tema che riguarda la speculazione filosofica da addetti ai lavori. E’ proprio, veramente, una di queste sfide che i tempi di oggi pongono, in quanto l’atto del conoscere, il conoscere, individua il vertice dell’esperienza che l’uomo ha della realtà, perché il conoscere è proprio l’istante in cui io prendo coscienza che quello che ho di fronte c’è; è l’istante in cui quello che io ho di fronte entra nel mio orizzonte, comincia a contare per me, perché di cose ce ne sono tante intorno a me, ma fino a quando non comincio a conoscere quello che ho intorno non contano. Invece l’atto della conoscenza è proprio il momento in cui quello che c’è diventa fattore della mia esperienza. Questi trent’anni di Meeting sono stati un affascinante cammino di conoscenza. Tante sono state le vicende, le storie, le persone, le esperienze che hanno cominciato a contare per noi, cioè che abbiamo conosciuto, e infatti hanno cominciato a contare. Hanno cominciato a contare vuol dire che sono rapporti che sono continuati, che sono incrementati, che si sono approfonditi, che hanno generato altri rapporti ed altre storie. Ed ogni nuovo incontro è stato l’occasione per allargare gli orizzonti e per stare al mondo con più gusto per la vita e con più amore per se stessi e per gli altri. Perché questa io credo sia l’esperienza che in questi trent’anni ognuno di noi, personalmente, ha maturato. Ed anche il Meeting di quest’anno è iniziato con questo respiro e con questa apertura. Pensiamo all’incontro con Harry Wu di ieri, pensiamo al grande respiro di ieri mattina con il grande abbraccio di Benedetto XVI, il tema dell’Africa di ieri pomeriggio, i conflitti dimenticati, pensiamo alle testimonianze di Padre Aldo e Marcos e Cleuza, lo spettacolo di ieri sera (Il Miguel Manara). Proprio un allargamento di orizzonti, un gusto del vivere. Ecco, siamo proprio chiamati ad andare al mondo, siamo chiamati a renderci conto che veramente il cuore che ci è stato dato e così come è stato educato, è per conoscere il mondo, cioè per abbracciare il mondo.
Oggi vogliamo riflettere proprio sull’esperienza del conoscere, rilanciando quindi questo tema della conoscenza per noi, innanzitutto e per tutti. Lo rilanciamo anche, io dicevo prima con l’amico Di Martino, che vado fra un attimo a presentarvi, dicevo prima anche con un po’ la presunzione che abbiamo qualcosa da dire, credo che abbiamo qualcosa da dire su questo tema e penso che il grande contributo di Dima ce lo documenterà. Abbiamo affidato, appunto ad un amico, al professore Carmine Di Martino, che ringrazio per aver accettato di sobbarcarsi un lavoro di riflessione e di approfondimento che è suo, ma che in quanto oggi qui viene condiviso e comunicato a noi, diventa anche un patrimonio di consapevolezza per ognuno di noi. Quindi lo ringrazio perché ha fatto un lavoro che è per tutti.
Carmine Di Martino è docente d Gnoseologia all’Università degli studi di Milano. Collabora da molti anni con il professor Carlo Sini, ordinario di filosofia teoretica all’Università statale di Milano. Oltre a tanti articoli e dispense, nel 1998 ha pubblicato presso Jaca Book, Il medium e le pratiche, e nel 2001 con Franco Angeli, Oltre il segno. Derrida e l’esperienza dell’impossibile. Ha pubblicato recentemente Segno, gesto, parola e nel 2009 Figure dell’evento. I suoi interessi, come già questi titoli introducono a comprendere, spaziano dalla fenomenologia, al post-strutturalismo francese e al decostruzionismo. E’ grande conoscitore delle maggiori tematiche affrontate dai filosofi Husserl, Heidegger e Derrida.
Mi permetto di aggiungere a questo profilo accademico, mi permetto di aggiungere che Carmine Di Martino è stato grande amico di don Giussani, oltre che di tantissimi di noi; grande amico di don Giussani con il quale ha condiviso, prima da giovane studente e poi da docente universitario, la responsabilità educativa di tanti e tanti giovani universitari. Responsabilità che continua a portare anche oggi. Una persona dunque che l’avventura della conoscenza l’ha vissuta non solo appena attraverso lo studio e la ricerca, ma l’ha proprio vissuta nel vivo di una amicizia, quindi con uno spessore ed una capacità che solo l’amore e l’affetto sanno dare alla conoscenza. Lascio a lui la parola.

CARMINE DI MARTINO:
Mettendomi a lavoro ho preparato un testo molto più lungo di quello che pronuncerò. Mi scuso in anticipo per i salti che dovrò compiere. Spero che non impediscano la comprensione di quello che dirò. Quando il testo sarà disponibile nella sua interezza, ciascuno colmerà le falle. Il mio discorso si articola in quattro punti: una premessa e i tre significati del titolo. La premessa è dedicata al nesso tra conoscenza, esperienza e soggetto: noi e la modernità. Gli altri tre punti, cioè i tre significati del titolo gli riassumo così li avremo già nella memoria quando li incontreremo sono: il primo significato: senza avvenimento non c’è conoscenza, e individua l’inizio permanente del conoscere; il secondo: il valore conoscitivo dell’incontro e indica la condizione di attuazione della conoscenza; e il terzo: la conoscenza stessa è un avvenimento e riguarda il risultato della conoscenza. Cominciamo dal primo: quale urgenza ha per ciascuno di noi il tema della conoscenza? La conoscenza non è una attività fra le altre del soggetto umano. È la forma stessa del suo rapporto con la realtà. Diceva Dante: “considerata la vostra semenza. Fatti non foste a viver come bruti. Ma per seguir virtute e canoscenza”. Spesso, anche fra di noi è possibile, serpeggia una concezione grottesca, astratta, della conoscenza che ne fa una attività professionale separata, quando non opposta o contraria alla vita; una attività che si può eventualmente affiancare all’esperienza, ma non è necessaria. Si tratta di un equivoco. Senza conoscenza non vi è nemmeno esperienza. Scrive Giussani: “la persona è innanzitutto consapevolezza, perciò quello che caratterizza l’esperienza non è tanto il fare, lo stabilire rapporti con la realtà come fatto meccanico, ciò che caratterizza l’esperienza è il capire una cosa, lo scoprirne il senso. L’esperienza quindi implica intelligenza delle cose. Conoscenza, giudizio, comprensione del significato non sono una aggiunta all’esperienza, ne sono un sinonimo perfetto. Affermare dunque una opposizione fra conoscenza ed esperienza significa dunque ridurre la prima ad un esercizio intellettualistico e la seconda ad una somma di sensazioni, di impatti, emozioni che qualcun altro poi provvederà a rivestire di senso, ma questo è un altro nome della schiavitù. Quando ci si affida ai sentimenti, alle emozioni, agli stati d’animo ci si consegna in verità non a se stessi, ma a chi governa al posto nostro reazioni ed opinioni. Possiamo dunque vivere senza tante cose, ma non possiamo vivere senza significato, senza verità, cioè senza conoscere, perché la conoscenza è il rapporto con il significato. A dispetto di tutte le perplessità dell’uomo contemporaneo pur cariche di tutta una storia, l’esistenza si attesta come esigenza imperiosa della verità e del senso; è la vita che documenta la inagirabilità delle parole di Agostino: che cosa infatti desidera l’uomo più potentemente della verità? Rinunciare alla verità, alla ricerca ed alla conoscenza del significato delle cose e dell’esistenza è rinunciare alla propria umanità. Ma in definitiva, l’esperienza dell’uomo non si può separare da questa ricerca perché la vita non è né nichilista né scettica, anche se la filosofia lo può essere. La conoscenza è drammatica, la ragione è infatti chiamata a cogliere ciò che si dà, per esempio questa realtà esistente e determinata, ciascuno faccia i suoi esempi, così come si dà ed esige di essere colta, e questo non è mai garantito, può sempre non avvenire. Quando, a quali condizioni il rapporto fra realtà e ragione si compie? Quali ne sono i presupposti? Sono domande aperte alle quali non possiamo rispondere in modo soddisfacente in questa sede, ma possiamo cominciare a dire: la conoscenza è un vivo gioco di forze, un concreto evento/incontro in cui nulla di ciò che vi si svolge è paragonabile ad un dispositivo meccanico. Anche il semplice vedere o sentire implica un prendere posizione: un si od un no detti all’Essere, un’apertura, una decisione che normalmente tace. E come si dice fra di noi nel gergo quotidiano non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, come non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Conoscenza e libertà sono fin da principio intrecciati. Ora, l’affermazione “la conoscenza è sempre un avvenimento”, caratteristica del pensiero di Luigi Giussani, ricavata da un suo testo, proposta come titolo di questa trentesima edizione del meeting di Rimini è l’indice di una concezione che entra nel vivo dei problemi a cui abbiamo accennato: la natura, le condizioni, i fattori, il significato della conoscenza. La frase, il titolo, frequentemente utilizzata e mostrata in tutti i suoi risvolti, da Julian Carron, rappresenta niente meno che il rovesciamento di ciò che noi siamo soliti chiamare modernità. Un rovesciamento che è però al tempo stesso un inveramento della sua istanza ultima come cercherò di mostrare. In quella frase si giocano sia il rapporto critico con una eredità culturale, con tutte le sue ramificazioni ed influenze, sia i termini di una diversa concezione della conoscenza e dell’esistenza. Ora iniziamo un ripasso che mi consento di proporvi perché altrimenti non si coglie la portata di quello che dirò. Mi dispiace per alcuni potrà essere una punizione, per altri un ristoro: ci divideremo in due. Spero che poi le classi si scambino mentre parlo. La modernità nasce interamente sotto il segno del problema della conoscenza. L’impostazione e lo sviluppo moderno di tale problema dominano in maniera così profonda e pervasiva, al di là poi delle differenze fra di noi, il modo con cui percepiamo noi stessi e affrontiamo la vita di tutti i giorni che nessuno può semplicemente considerarsi estraneo alla discussione che stiamo facendo, che stiamo per fare. Descartes (Cartesio/Descartes) è universalmente considerato il padre della modernità? Come mai? Cosa è successo con e attraverso di lui? Semplice e decisivo. È accaduto che il soggetto è diventato la condizione della conoscenza ed il reale corrispondentemente è diventato il correlato di un atto di rappresentazione dell’uomo; quello che siamo in gergo tecnico un oggetto, che non vuol dire soltanto l’oggetto ma objectum, qualcosa che è di contro a noi. Con Descartes, il quale raccoglie un cammino che si è fatto prima di lui, la coscienza, l’io diviene la chiave del diventar fenomeno dei fenomeni. Attenzione il progetto di Cartesio fu quello di una rifondazione del sapere. Si trattava egli scrive di cominciare tutto di nuovo dalle fondamenta, se si voleva stabilire qualcosa di fermo e durevole nelle scienze. Quindi l’intento è lodevole. Ma a questo scopo per Cartesio occorreva trovare qualcosa di veramente indubitabile, ed avendo perso Cartesio l’evidenza che nei termini in cui altri che lo avevano preceduto avevano avuto, la cerca in un luogo che adesso dirò. Per ottenere questo qualcosa di indubitabile, procede utilizzando il metodo scettico, scettico negativo. Ma per lo scopo opposto non per distruggere bensì per fondare una conoscenza giustificata. Egli estende dunque il dubbio, si chiama dubbio iperbolico, metodico, egli estende il dubbio a tutto ciò che riteniamo realtà e verità per vedere cosa resiste. Cosa resiste a questo dubbio che si estende universalmente? È presto detto: per Cartesio resiste la mente, il pensiero, la res cogitans, la cosa pensante. Proprio nel momento in cui estendo il dubbio a tutto ciò che esiste, a tutte le conoscenze mi ritrovo in mano qualcosa di veramente indubitabile e cioè il mio dubitare stesso, che è una modalità del mio pensiero che attesta il mio essere: se penso allora esisto. Eccolo qui, il punto fermo incrollabile della conoscenza da cui è possibile secondo Cartesio ricostruire tutto l’edificio del sapere, il cogito, l’essere del cogito. A partire dal cogito (penso, l’io penso) Descartes si propone di risalire in direzione di tutte le esistenze e di tutte le verità negate prima. Ma, qui sta il punto – vi prego di notarlo – in questa teoria cartesiana, la certezza e la verità si appoggiano, ormai, interamente sui poteri conosciti del soggetto. La mente è certa dell’oggetto in quanto è certa di sé. L’essere delle cose è tale in rapporto alla certezza che il soggetto ne ha. Andando alle conseguenze estreme, partendo da quello che è successo dopo Descartes, possiamo dire: l’essere delle cose è assicurato dalla loro rappresentazione mentale, e di ciò d’ora in poi bisognerà occuparsi. Ora ci sono anche degli inconvenienti in questa teoria che abbiamo scontato fino ad oggi. Nel momento in cui la conoscenza diventa una rappresentazione mentale, prendono il via anche tutti i problemi che l’epoca moderna ci ha consegnato. Gli esemplifico così: se la mente – che è ciò che resiste al dubbio e quindi è il fondamento certo – si rappresenta il mondo, la questione che si pone quale sarà? Quella del passaggio dal dentro al fuori, il dentro della mente in cui si trovano depositate le immagini del mondo, le nostre rappresentazioni e il fuori del mondo. Come? A quali condizioni possiamo dire di conoscere con certezza il mondo che è fuori di noi? Come sappiamo che le rappresentazioni si accordano con gli oggetti? Grande problema a cui sono state date molte risposte. Sappiamo che Cartesio risolverà molte questioni appellandosi a Dio (non si sa fino a che punto questo rappresenti una genuina adesione, riconoscimento, non ci importa). Dio per mantenersi fedele a se stesso non può farci sorgere delle rappresentazioni ingannevoli, non può ingannarci. Ma il problema non verrà pacificato. Continuerà. Non ci interessa ora seguire questo percorso, ma renderci conto dell’impostazione moderna del problema della conoscenza che ci segue come un’ombra, per esempio in alcune correnti filosofiche molto in voga oggi – il costruttivismo, il cognitivismo, le neuroscienze -, con tutti i meriti di queste discipline, in tutte queste correnti noi possiamo ravvisare un profondo cartesianesimo che consiste in ciò: la realtà è la sua rappresentazione, ciò che l’uomo pensa e proietta come oggetto della propria conoscenza. Semplificando drasticamente: con Descartes il mondo diviene il costituito del pensiero, il pensiero diventa il costituente del mondo. Bene, cosa ci dice a questo proposito la frase che fa dal titolo al meeting? Questa frase, dicevo prima, allude ad un superamento della modernità che ne abbraccia i fondamenti e l’istanza. Partiamo da un famoso brano: i tre professori, intitoliamolo cosi. In una famosa opera, si intitola Il senso religioso, Giussani si sofferma sul tema che stiamo affrontando; si serve di un esempio: in una classe di liceo si susseguono tre professori di filosofia, costretti dalla febbre suina del momento ad avvicendarsi. Tutti e tre si cimentano con problemi di teoria della conoscenza come noi, improvvisati filosofi. Sono rispettivamente un idealista, uno scettico probematicista, un realista. L’oggetto cavia dell’esempio è un notes, che per i più giovani significa un blocchetto per prendere appunti. Il primo, l’idealista, sostiene e qui cito Giussani: “tutti noi abbiamo l’evidenza che questo notes sia un oggetto fuori di noi. Supponete però che io non conosca questo oggetto, sarebbe come se esso non esistesse. Vedete allora che ciò che crea l’oggetto è la nostra conoscenza”. Lo scettico si ripropone nelle sue classiche vesti negazioniste, citazione: “tutti noi siamo d’accordo che la prima evidenza è che questo sia un oggetto fuori di noi, e se non lo fosse? Dimostrati che c’è come oggetto fuori di noi in modo incontrovertibile”. Non aggiunge altro, lo scettico, è sospensivo quindi, non ci dà soluzione. La terza posizione, quella del realista, ci riserverà qualche sorpresa, adesso la vedremo: “tutti abbiamo l’impressione che questo sia un oggetto fuori di noi, è una evidenza prima, originale, ma se io non lo conosco, è come se non esistesse”. Ohibò. “Vedete dunque che la conoscenza è un incontro tra una energia umana e una presenza. È un avvenimento in cui si assimila l’energia dell’umana coscienza con l’oggetto”. Cosa notiamo, non vi sarà sfuggito? Il rapporto tra realtà e conoscenza è colto nello stesso modo dall’idealista e dal realista, quello delineato da Giussani si intende. Diversa è la conseguenza a cui giungono. Entrambi osservano se non lo conosco è come se non esistesse, ma il primo, l’idealista, traduce il come se nel carattere costituente della conoscenza, mentre il secondo a partire dal come se conclude per la necessità dell’incontro tra l’energia della coscienza e la cosa, ai fini della rivelazione di quest’ultima, cioè della sua realtà, vale a dire, per il realista giussaniano la conoscenza è un incontro necessario affinché la realtà del notes si attesti, ma è un incontro in cui vengono mantenuti i due poli della relazione, senza sacrificio dell’uno o dell’altro. La conoscenza è qui l’avvenimento di una comunione, di una relazione viva, di una unità tra una energia umana e la presenza della cosa. Nel termine incontro vi è la precisa attenzione a non ridurre i poli l’uno all’altro in nome di una fedeltà all’esperienza. Realista per Giussani è chi non sopprime o non riduce nessuna delle due componenti della conoscenza. È la stessa direzione in cui si muove un grande filosofo contemporaneo Merleau-Ponty quando dice che la cosa, in reale, è “un in sé per noi” e sottolinea ancora l’incontro, sono citazioni molto belle che chi vorrà troverà leggendo e che io devo saltare per motivi di tempo. Bene, il realismo, il realismo come Giussani lo delinea sta dunque al di là dell’opposizione fra l’idealista ed il realista in senso tradizione. Per l’idealismo nulla esista se non come oggetto per la conoscenza, e conoscere significa sempre costituire, costruire, costruire l’oggetto, costituire. Per un realismo ingenuo la cosa non ha alcun bisogno di un soggetto per manifestarsi nel suo essere o senso d’essere, essa fa tutto da sé. La filosofia moderna, dunque, con Descartes e poi con Kant ha legittimamente messo in luce l’intreccio delle operazioni soggettive che sono implicate nella manifestazione determinata delle cose: “dato” significa sempre “dato a qualcuno”, ogni fenomeno è fenomeno per qualcuno, l’in sé per noi, per un soggetto che è necessariamente coinvolto nel suo apparire. Ma la modernità ha trasformato tale dimensione dativa – elementari! complemento di termine “a chi”, dativo – in una dimensione costituente, produttiva e legislativa, mettendo capo alla tesi secondo cui il soggetto precede di diritto l’oggetto, gode di una evidenza superiore, e condiziona dalla testa ai piedi l’apparire dell’oggetto. Bene, attenzione, Giussani riserva una continua attenzione a questa dimensione dativa, mostrando con ciò una estrema sensibilità per l’istanza moderna del soggetto e una notevole distanza da un realismo pre-critico, dogmatico. Questa attenzione si esprime nel suo concetto, capitale, di esperienza, che vi pregherei di trattenere, una parola che non bisogna svendere. Questa parola rappresenta la vera e propria cifra del suo realismo. Dunque la dimensione adeguata per fondare un realismo non ingenuo è quella dell’esperienza. Quando nel 1996 Giussani si trova a rispondere ad un interrogativo concernente la peculiarità della sua posizione filosofica afferma molto significativamente, attenzione, che il perno attorno a cui una tale posizione ruota può essere identificato in questa formula che adesso dico: “la realtà si rende evidente nell’esperienza”. È un principio capitale, si potrebbe fare un corso universitario su questa affermazione con la quale si sancisce che partire dalla realtà è sempre partire dall’esperienza. Leggo: “l’esperienza è la parola cardine di tutto, chiunque non parte dall’esperienza inganna, vuole ingannare se stesso e gli altri, l’uomo non può partire che dall’esperienza che è il luogo in cui la realtà emerge in determinata ….., in determinato volto, secondo un determinato aspetto, secondo una determinata sua flessione. Anche quando dico la realtà è indipendente dall’esperienza che ne faccio lo posso dire solo partendo dall’esperienza; conoscono la realtà come irriducibile al mio pensiero attraverso un’esperienza. Ogni realtà si offre e può offrirsi, si rivela e può rivelarsi solo in una esperienza. Giussani rivendica questo principio da un capo all’altro della sua opera, leggerete altre citazioni. Aristotele ha una frase interessante e dice, che sembrerebbe in contrasto con questa affermazione che ho appena fatto: “ma anche se nessuno le vede, le stelle non brillano di meno”. Vero, e tuttavia per conoscere quelle stelle, per parlarne, occorre che esse emergano in una esperienza. La realtà, afferma ancora Giussani, si rende nota venendo a galla in questo specchio dell’esperienza così che disegnandosi sullo specchio uno la conosce. Per mostrarla fin dove arriva questa frase, leggerò ancora un pezzettino del testo del 96 che dice: “non puoi dire Signore Dio del Cielo e della Terra senza partire dall’esperienza” e incalza “la realtà è realtà se entra nell’esperienza”, proposizione forte, impegnativa, illuminante, nemmeno Dio vi sfugge. Come dobbiamo intenderla? Se l’esperienza è il rendersi evidente della realtà, è ciò che non vi entra è come una non-esistenza, una non-realtà e non può essere conosciuto, quali sono i confini dell’esperienza, e soprattutto che cosa o chi li stabilisce? La questione è della massima importanza e con questo chiudo il primo punto. Attenzione, perché la questione è capitale: la modernità con Kant delinea un concetto di esperienza che è l’opposto di quello che ho appena enunciato. Dico due frasi di Kant, scusatemi devo saltare tutto il resto perché ho visto che il tempo corre più veloce della mia previsione, scrive Kant: l’esperienza è il primo prodotto del nostro intelletto, è il prodotto che il nostro intelletto fornisce quando esso elabora la materia grezza delle sensazioni empiriche”. E più avanti nella Critica della ragion pura dice “l’intelletto è l’autore dell’esperienza”. In Kant si attesta un concetto di esperienza rovesciato rispetto a quello che io ho enunciato prima. Nella sintesi, chi vuole approfondire leggerà, avviane un capovolgimento: l’orizzonte dell’esperienza non si conforma a partire da ciò che si dà, è il contrario. È la nostra mente che condiziona a priori ciò di cui si può fare esperienza e ciò di cui l’esperienza ci è negata. L’esperienza in senso kantiano è uno spazio chiuso, predeterminato, le cui mura sono erette dalla sensibilità e dall’intelletto. Non è concesso il diritto di apparizione se non ai quei fenomeni che si accordano con le condizioni a priori della conoscenza, condizioni che sono indipendenti dall’esperienza ed appartengono alla costituzione della soggettività, come mostra bene l’amico Esposito in un suo articolo. Nella nostra esperienza ha cittadinanza per Kant solo ciò che ciò che ha lo statuto e io modo di darsi dell’oggetto e può essere conosciuto secondo il principio di causalità. Non sol Dio, attenzione, questo è ovvio, l’immortalità dell’anima eccetera eccetera, non solo l’idea della ragione ma questo è più tecnico, ma tante altre datiti, tanti altri fenomeni che dovremmo dire in senso non kantiano e soprattutto i più dotati di senso, i più importanti per l’esistenza non hanno diretto d’accesso all’esperienza kantianamente concepita. Dove si situa il problema? Lo dirò in questa frase anche se non ho potuto argomentare. Le condizioni dell’esperienza vengono articolate sul potere di conoscere o meglio su un certo potere di conoscere, concepito su un modello meccanicistico della scienza della natura. Cioè i confini dell’esperienza non vengono regolati sul potere del fenomeno di apparire, vale a dire sull’ampiezza e sulla sovrabbondanza del dato, della datità o, come dicono i francesi con una parola astuta della loro lingua, donazione; parola interessante perché biforcuta:da un lato dice la donazione come risultato, come dato e dall’altro dice il processo, la donazione come processo. In Kant non è l’esperienza a prendere le misure dalle datiti, viceversa è la datiti a dover rientrare nelle misure preventivamente stabilite dal soggetto come autore e legislatore della conoscenza e dell’esperienza. Bene, mandiamo Kant momentaneamente in soffitta e ritorniamo sulla frase: la realtà si rende evidente nell’esperienza. Giussani dice l’esatto opposto del concetto kantiano; dice cioè che l’esperienza è un luogo di rivelazione della realtà, ma è una città senza mura, senza altre mura se non quelle fissate dal dato, dal fenomeno non più inteso in senso kantiano ma in senso greco. Phainomenon, la cosa stessa che si manifesta, ciò che si rende presente in tutte le maniere in cui questo accade. Perciò Giussani aggiunge: la realtà si rende evidente nella nostra esperienza non si forma, non si fa, non si costruisce ma si evidenzia, si rende evidente, si rende evidente una cosa che già c’è. Questa concezione di esperienza assume la donazione, il darsi, il manifestarsi del fenomeno come sorgente assoluta e insindacabile di diritto senza predeterminare le possibilità e il senso di questa manifestazione. Non prescrive cioè limiti a ciò che può darsi, offrirsi, mostrarsi, entrare o non può. E’ la categoria della possibilità come dimensione suprema della ragione. E’ la donazione che fissa i confini, che plasma quel campo di manifestazione che si chiama esperienza, la quale cioè si annuncia come un ambito aperto di rivelazione non come una prigione costruita su certe misure del potere conoscitivo del soggetto. Ma allora il ruolo del soggetto dove va a finire? Esso non scompare anzi viene valorizzato al massimo grado. Il soggetto, la ragione non è la sorgente, la norma della manifestazione ma il testimone, la soglia rivelativi, lo schermo di tutto ciò che mostra, di ciò che si dà. Fine primo punto, non stancatevi, non staccate la spina; un momento. Il primo significato del titolo, perché questo ci serve per capire; adesso possiamo capire. Senza avvenimento non c’è conoscenza. Vuol dire che questo concetto di esperienza ridà la parola al dato, ristabilisce la precedenza alla donazione. Diciamola con altro termine: restituisce il primato all’avvenimento. All’origine della conoscenza e dell’esperienza si trova questo improducibile e insostituibile darsi del fenomeno. E’ questo quello che la teoria della conoscenza moderna ha cercato di neutralizzare, rovesciando i termini della conoscenza. Fissiamo il punto: la conoscenza è sempre un avvenimento in quanto indica nell’avvenimento il momento generativo, la dimensione permanentemente inaugurale, principiale della conoscenza. La genesi della conoscenza è una provocazione, una irruzione un appello, una chiamata, ossia è la realtà come avvenimento ed è da qui che il campo dell’esperienza si forma continuamente. Ma allora quando diciamo (vi ricordate i tre professori, il terzo, io realista, quello che ci è sembrato il migliore), quando diciamo che la conoscenza è sempre l’incontro tra due fattori, due forze, dobbiamo aggiungere che la coppia è ontologicamente sbilanciata; vi è una precedenza dell’irruzione, della provocazione, dell’urto. La condizione dell’insorgenza della conoscenza è qualcosa che viene prima dell’intuizione, della percezione comunque la intendiamo, viene prima in quanto la suscita. Ciò che viene prima è l’irruzione nella presenza della realtà come continua novità. Vi è un ritardo di principio tra conoscenza e avvenimento; l’atto della conoscenza non si autogenera; tra conoscenza e donazione vi è una asimmetria. Ma cos’è avvenimento, parola strana, usuale in un certi senso ma strana. Cosa dice avvenimento? Avvenimento, scrive Giussani, è qualcosa di non previsto, non prevedibile, non deducibile dalla analisi degli antecedenti; qualcosa che rompe i meccanismi, disattende le previsioni: imprevisto, imprevedibile, in appropriabile, in anticipabile, indeducibile e aggiungetene altri voi, ne avrete sicuramente. Facciamo tre esempi di avvenimento. Il primo, ha fatto tanto discutere gli storici, la prima guerra mondiale, lo scoppio. Il suo scoppio, 1914, dico io, non rappresenta il culmine previsto e prevedibile di una maturazione, conseguenza ovvia di una concatenazione di cause. Eh, come mai, direte voi. Dico io, è un avvenimento. Anzitutto le presunte cause si rivelano come tali solo dopo, dopo lo scoppio, non prima, diventano le cause. Ma poi diciamo che attraverso un’analisi, noi ci mettiamo tutti insieme e raccogliamo in una analisi tutti i fattori antecedenti, ma per quanto ricostruiamo l’intreccio delle cause indefinitamente convergenti, lo scoppio si situa al di là di esse. Esso, dico, è accaduta per sé, da sé, gli antecedenti non lo spiegano, lo seguono. Ogni riconduzione a cause analizzabili non produce lo scoppio. Occorre qualcosa che non è contenuto prima per dare lo scoppio della prima guerra mondiale, che anche dopo l’analisi resta in anticipabile. La storia è fatta tutta di eventi come questo. Secondo esempio. Lo abbrevio: due sposi si sposano, si sono incontrati prima e hanno un bambino: c’è qualcosa di più prevedibile? Dice Giussani: si può dire però che quello che è successo è un avvenimento, è come un caso. Come mai? Perché per quanto la nascita sia preparata, condizionata, predominata, dieci ecografie, lo chiamerò Francesco, il bambino che giunge resta imprevedibile, assolutamente nuovo, assolutamente altro. Egli sorprende, sospende la previsione, la comprensione, la precomprensione. Si mostra nella sua inappropriabilità, con gioie o disappunto dei genitori, a seconda di quello che si trovano davanti. IL carattere di avvenimento di un bambino che nasce è misurato dalla sua irriducibilità alle premesse che ne hanno preceduto e accompagnato l’arrivo. Ma, terzo esempio, scrive Giussani in maniera imprevedibile, un avvenimento essa stessa questa frase, anche i cieli e la terra che ci sono da milioni di anni sono un avvenimento, un avvenimento che sta accadendo ancora oggi come novità, in quanto la loro spiegazione non è esauribile; vale a dire, si capisce da questa frase: avvenimento è tutta la realtà nella sua abissale gratuità, indeducibilità. Il reale permanentemente, come bisogna dire se si è riflessivi, accade, si dà, si mostra, mi raggiunge, mi impone, mi tocca, mi appare potendo sempre non apparire o apparire diversamente o non essere affatto. Ecco l’originale e irriducibile contingenza del reale su cui un filosofo come Husserl è tornato in un certo suo testo. Avvenimento allora non è la prima guerra mondiale, la morte di una persona cara, un bambino che nasce, l’incontro con l’altro, l’opera d’arte, il dono, il perdono, non è solo questo Avvenimento è tutto il reale in quanto esso sorge ora e viene, mi viene da, e viene a me, ad viene, accade, mi viene incontro. Avvenimento allora dice il venire incontro a me venendo da. Perciò Giussani, radicalizzando i termini, osserva: possiamo definire l’ontologia, cioè la stoffa di un avvenimento come la trasparenza del reale emergente nell’esperienza in quanto proveniente dal Mistero, cioè da qualcosa che non possiamo possedere e dominare. Niente di quello che c’è non ci è innanzitutto dato. Ma perché non fermarsi più prudentemente al dato senza andare alla provenienza, alla donazione. Maria mi ha detto cose molto interessanti al riguardo. Per esempio noi partecipiamo a un concorso pubblico, in Italia è molto frequente, e ci viene dato, sottoposto, somministrato, come si dice, un problema. I dati del problema, prendiamo questi, io non me li sono dati da me stesso, mi giungono e mi si impongono. Ora questo movimento di imporsi a me è già sufficiente per far intravedere il movimento della donazione come inestirpabile da ogni dato. E se d’altra parte noi ci ostinassimo a interpretare i dati come fatti puri, semplici e brutali ci condanneremmo a renderli perfettamente inintelligibili come risulta da un altro, per voi più noto, esempio. Se io, sottolinea Giussani, entrando in camera tua vedessi un bicchiere con un bel mazzetto delle prime viole e dicessi: “bello, chi te lo ha dato?”; e tu non rispondessi e io insistessi: “chi ti ha messo lì quel mazzetto?” E allora tu mi dicessi: “è lì perché è lì”. Fino a quando tu persistessi in questa posizione io sarei insoddisfatto, finché tu: “me lo ha dato mia mamma”. “Ah”, direi io allora acquietato. Non sarebbe infatti un fatto umano al fenomeno della presenza di quel mazzetto di viole se non accedendo all’invito che in quel fenomeno è contenuto. Il dato è u fatto che non si è fatto da solo e mostrandosi rende sempre visibile il sorgere da cui proviene. E’ un segno che rimanda oltre sé, al suo senso, alla sua spiegazione. La donazione si apre come piega del dato. Ora la tentazione, dire … chi parla, la tentazione di separare il dato dalla donazione è, come osservava la Harendt, il cuore dell’ideologia. L’ideologia non è l’ingenua accettazione del visibile ma la sua intelligente, perversa destituzione. La destituzione del visibile è la soppressione del rimando alla donazione che è strutturale al presentarsi di qualsivoglia dato; è la riduzione del dato a fatto bruto, del segno ad apparenza. Il dato, il segno è ciò che fa entrare operativamente nella nostra vita il significato. Secondo significato del titolo, faccio un balzo di varie pagine, lo chiamo così: la scoperta dell’Innominato, tutti noi sappiamo chi è l’Innominato anche se non lo nominiamo, gli Italiani per lo meno. Avrei detto nelle pagine che ho saltato che se l’avvenimento è l’inizio, è l’inizio permanentemente della conoscenza, cioè di quella risposta, di quello sguardo rispondente che è la nostra ragione al dato, se il nostro io è messo in movimento, toccato dalla realtà che lo raggiunge, che gli accade, gli si impone, allora la nostra identità, il nostro io si dispiega come risposta alla precedenza dell’altro. La conoscenza è sempre preceduta dalla donazione, non viceversa. Bene. Perciò,con una frase di Levinas, una bella frase, io significa ‘eccomi’, come un bravo bambino dice ai suoi genitori quando vuole guadagnare qualcosa risponde eccomi. Ma eccomi è la definizione dell’io, alla irruzione del dato. E’ la ragione che dice eccomi. Ma, per dire il secondo significato devo mettere questo ma, l’io è sempre preceduto dall’altro come irruzione, avvenimento, ma anche dall’altro come altri: l’Emilia di fianco a me. Per quanto lontani noi risaliamo nel tempo, provateci mentre parlo, per quanto profondamente ci caliamo nelle profondità di noi stessi l’altro è sempre già là, nel cuore della nostra storia, nelle profondità più segrete della nostra autocoscienza. Siamo già da sempre visitati dall’altro. E’ ciò che innanzitutto attesta l’avvenimento della nascita che ci iscrive in una originaria e incancellabile dipendenza che non si può più recuperare. Non c’eri, ci sei, non si sarai più, dunque dipendi, centinaia di volte, una pagina sì e una pagina no dell’opera di Giussani. L’essere generati rende posticcia ogni pretesa di autonomia, di cominciamento da sé, di cominciamento assoluto, di, permettetemi la parola, autocrazia del pensiero. Non vi è un solo uomo che non abbia dovuto nascere, che cioè non sia stato preceduto dall’iniziativa di altri, senza aver potuto dire una sola parola, senza aver potuto sapere, prevede la sua nascita; la mia nascita accade senza e prima di me, prima dell’ego, di ogni ego cogito ergo sum. Essa mi accade e mi chiama a rispondere, mi situa in un ritardo, di nuovo, insormontabile rispetto a qualunque progetto di autopossesso. Ma l’evento della nascita non inizia una singolarità che poi può procedere autonomamente, svilupparsi per forza propria, conoscere da sé. Il rapporto all’altro è il metodo permanente dello sviluppo in ogni senso e ad ogni livello dell’identità dell’io. Perciò all’avvenimento della nascita nella nostra vita è seguito l’altro, il più decisivo, l’eccellente, l’avvenimento dell’incontro. L’avvenimento dell’incontro è quello attraverso cui l’altro si presenta a noi e il nostro io può cominciare il cammino della sua identificazione, cominciare a diventare ciò che è. Ma allora dobbiamo completare la formula allusa nel primo punto: se il sorgere del dato istituisce la mia ragione come suo testimone, il suo sguardo come il bagno di luce entro cui si manifesta la ragione non può realizzare questa vocazione alla manifestazione del mondo, del dato senza una improgrammabile ma necessaria catena di incontri. Senza l’altro io non posso diventare nemmeno autocoscienze, lo sono in potenza. E non posso diventare autocoscienza del cosmo, come dice in modo così profondo e suggestivo Giussani.Ecco allora il secondo significato del titolo: la conoscenza è sempre un avvenimento in quanto l’avvenimento dell’incontro con l’altro rappresenta la condizione necessaria alla emergenza e all’attuazione di quella capacità di coscienza della realtà che chiamiamo ragione e allo sviluppo della sua concreta avventura. Nessuno può conoscere da solo. Conoscere è un verbo che si realizza solo al plurale. Il solipsismo dell’ego cogito è una finzione. Perciò si può, anzi si deve, parlare di valore conoscitivo dell’incontro, secondo la riuscita espressione di Carron. La ricchezza di rapporti, la possibilità di incontri non rappresentano una aggiunta alla conoscenza ma l’avvenimento che la dischiude a scoperte che sarebbero altrimenti rimaste letteralmente impensabili, impossibili. Un incontro accade, tocca la persona e consente un nuovo rapporto a sé e al mondo. Quando diciamo: e gli si aprirono gli occhi. L’Innominato. Lo conosciamo tutti. Nella vicenda della conversione dell’Innominato, della conoscenza nuova ci sono tre momenti. Il primo. Mandato il Nibbio a rapire Lucia presso il convento di Gertrude l’Innominato lo sta aspettando per avere un resoconto della spedizione. Il Nibbio elenca con tono abituale le azioni compiute ma non resiste a comunicare con un certo imbarazzo una novità (avvenimento, novità) rispetto alle imprese cui è avvezzo: Lucia gli ha suscitato compassione. Questa parola scatena lo stupore, l’ira, la curiosità dell’Innominato. Stretto nelle morsa di opposte reazioni, l’Innominato decide di vedere Lucia. Nell’incontro (incontro) egli è sorpreso dall’agire di lei. Investito da una confusa speranza, soprattutto suscitata da una parola che ella pronuncia: misericordia. Segue la famosa notte dell’Innominato consumata nella lotta tra il seguire la novità introdottasi rivoluzionando la vita e la tentazione del suicidio. Secondo fatto, secondo avvenimento. L’Innominato sente il suono di una campana lontana all’indomani mattina; è segno di festa. In tanti anni in quel castello è la prima volta che si accorge del suono delle campane. Si affaccia; vede che la gente si avviava tutta verso lo sbocco a destra del costello, tutti con il vestito delle feste e con una alacrità straordinaria; e allora «gli cresceva in cuore», questo è Manzoni, «una più che curiosità di sapere che cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa». Ecco che si inserisce un nuovo motivo di speranza. Un avvenimento, un incontro fa nascere in lui una domanda, una curiosità che prima non c’era. Terzo elemento: l’incontro con il cardinale, a cui, dice Manzoni, una smania inesplicabile l’aveva condotto, quasi suo malgrado. La presenza del cardinale, il cardinal Federigo, apre una possibilità inedita. E attenzione, alle fine del commuovente dialogo (mi ero prefisso di leggerne un pezzo ma sognavo) Manzoni mette in bocca all’Innominato le seguenti parole, badateci: «io mi conosco ora; comprendo che sono, le mie iniquità mi stanno davanti, ho ribrezzo di me stesso eppure, eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia quale non ho provato mai in tutta questa mia orribile vita. Io mi conosco ora». Senza accadimenti e incontri non c’è conoscenza, non solo all’inizio ma in ogni momento dello sviluppo. In altri termini, tutto quello che si può avere la tentazione di qualificare come inessenziale, l’accidente, l’incidente, la deviazione, il caso, l’incontro non programmato con l’altro, ciò cioè che appartiene all’ordine in anticipabile della fattività e che forma quel tessuto che chiamiamo storia, rappresenta la condizione genetica della conoscenza e schiude la possibilità di ogni suo avanzamento. Lo si potrebbe documentare con tante importanti scoperte della scienza ma ciascuno di noi molto più piattamente e sublimemente può documentarlo con la sua propria esistenza. Se in quel momento non fosse accaduta la tal cosa, se non avessi incontrato la tal persona non avrei capito, non avrei scoperto, non avrei conosciuto. Tanto la genesi dell’esperienza conoscitiva quanto l’emergere al suo interno di ogni novità sono legate all’avvenimento e in particolare a quell’avvenimento per eccellenza che è l’incontro con l’altro. Ultimo significato che è più breve degli altri, motivo per fare uno sforzo. Lo intitoleremo “l’ipotesi di Keplero”. Terzo significato. La conoscenza stessa è un avvenimento. Arrivati qui possiamo compiere quest’ultimo passo che dice così. La conoscenza è essa stessa un avvenimento, ossia un risultato che non è spiegabile in base alle sue premesse, non è riconducibile ai suoi fattori antecedenti, quando questi fattori si chiamano strumenti e facoltà conoscitive. E’ questo il motivo per cui quando conosciamo qualcosa di nuovo tutti ci stupiamo. Anche quando operiamo all’interno del campo della logica, della matematica che si suol dire è un campo chiuso, blindato, qui non ci sono novità, se facciamo una scoperta diciamo: ho fatto una scoperta che magari ci frutterà il nobel, quindi soldi e fama. E’ un modo di dire poetico? E’ una debolezza del linguaggio? Oppure stiamo cogliendo ciò che emerge nell’esperienza. Se succede nella matematica figuratevi nel campo dei fenomeni pieni, concreti. Vale a dire, non solo nella conoscenza ottenuta, fate attenzione, ma nel fatto stessa di averla ottenuta vi è un di più che ci sorprende, un carattere di avvenimento. La filosofia fin dall’inizio si è interrogata su questo problema e ha cercato di dividere la parte meccanica e prevedibile del procedere razionale quella per cui se faccio 2×2=4 non sento nessuna emozione, dalla parte creativa, per esempio la formulazione di una ipotesi nuova. Ma quando si è trovata a rendere conto di questa ultima parte, quindi della dimensione di scoperta, ha dato spiegazioni che più che risolvere hanno approfondito il problema. Kant, pensate, parla in proposito di una immaginazione produttiva che egli stesso definisce un’arte celata nelle profondità dell’animo umana, come dire, un punto di domanda detto in modo suggestivo. E Pierce, grande logico, grandissimo filosofo americano, ha parlato di istinto razionale facciamo un esempio. Se nei termini di Pierce ci troviamo di fronte a un fenomeno sorprendente, lo scienziato, improvvisiamoci, come la posizione di marte anomala, da cui prese le mosse appunto Keplero. Era una posizione che non poteva essere letta facendo riferimento induttivamente alle esperienze precedenti. Domanda: come è venuta in mente a Keplero la regola che ha utilizzato come ipotesi e cioè: se le orbite fossero ellittiche le longitudini osservate si spiegherebbero. Questo è il contenuto, va approfondito ma qui Keplero non ha proceduto né induttivamente né deduttivamente. L’ipotesi nasce da una interpretazione, badate, non da una intuizione. Sorge cioè da una peculiare lettura dei segni che Pierce chiama con una parola astrusa per noi ma bella abduzione. Come dire che sembra un andar fuori strada ma giusti perchè indovina. E’ il passaggio dal segno al significato. Così, scrive Giussani, quando Newton vide cadere la famosa mela questo fu il segno che fece balenare la grande ipotesi. Bemne, dalla scoperta di Keplero al problema della realtà di Dio non c’è soluzione teorica che non abbia bisogno di segni. Lo dice bene Giovanni Maddalena che è uno dei maggiori studiosi italiani di Pierce. Ma ecco la domanda, più profonda di prima: come possiamo avere questa capacità di lettura di segni. E’ a questo che Pierce risponde facendo appello all’istinto razionale che , direte voi, è un campione tra gli ossimori, che è la radice segreta della nostra ragione; come a dire, attenzione, la lettura dei segni accade ma non sappiamo perché se non facendo ricorso a una inesorabile quanto misteriosa tendenza alla verità. Vi è cioè un sovrappiù, un indeducibile, non solo all’origine, come permanente scaturigine della conoscenza, ma anche nel suo stesso procedere e nel suo risultato. Lo stupore apre e chiude perciò il percorso della conoscenza. Conclusione di quindici righe. Se avvenimento dice l’inizio (primo significato del titolo), la condizione (secondo significato del titolo, il risultato (terzo significato del titolo) della conoscenza, se avvenimento dice il nuovo che fa vivere, fa conoscere ma fa vivere, se dice il nuovo che permette di avanzare qual è il rapporto all’avvenimento non ancora accaduto, che non vediamo ancora e non possiamo veder venire in anticipo? Se l’avvenimento è fonte e occorre che esso accada perché tutto accada qual è la forma umana del rapporto all’avvenimento? Giussani molto spesso, non ho tratto una citazione ma non ho bisogno di scavare nella memoria perché sta tutto in superficie, molto spesso a detto, ha commentato che la storia umana che è condensata, rappresentata nella storia della rivelazione, che è scritta in un testo, la Bibbia, si chiude con una domanda: vieni. E’ un ingiunzione, un apostrofe, un grido. La risposta della ragione all’avvenimento è ultimamente una domanda perché l’avvenimento non può essere anticipato, non può essere prodotto, si può solo attenderlo: vieni; come un amico che attende un amico, come un bambino che attende il padre, la madre. Deridà, ebreo non praticante, identifica nel vieni l’unico rapporto possibile all’avvenimento. Non una pretesa ma una domanda. Heidegger identifica nel domandare la pietà del pensiero, cioè la sua dimensione più profonda. Non è un caco. Ci si trova in certi momenti, in certi puntini una consonanza inaspettata. Tutto questo lo dice un bene un canto, recentemente sentito, “Negras ombra” nel suo finale struggente: «vieni, non lasciarmi mai tu che sempre mi sorprendi». Questo grido è la stoffa della nostra ragione. Grazie. E’ un applauso che va soprattutto alla mia fonte ed è una occasione per me per ringraziarla.

EMILIA GUARNIERI:
Volevo solo esplicitare questo che Dima ha detto ora, perché io credo che di fronte a quello che abbiamo ascoltato oggi, chiunque, chiunque fosse anche una persona venuta qui per la prima volta, oggi, per le ragioni più casuali, io credo che, dopo quello che abbiamo ascoltato, non si possa non riconoscere che è presente nella storia oggi, presente oggi nel nostro tempo, nel nostro secolo, un’ipotesi interessante per stare al mondo e per guardare la realtà e questa ipotesi è il modo con cui don Giussani vive il rapporto con la realtà e il modo che ha insegnato a noi per vivere il rapporto con la realtà. Questa ipotesi documenta come quella apertura della ragione, che il Papa sollecita, è ciò di cui abbiamo bisogno, perché non si vive nell’angustia, perché il cuore ha bisogno di qualcosa di più delle cose strette e misurate, che molte volte abbiamo a disposizione. Questa posizione documenta proprio che è una apertura così, come quella che il cuore desidera di fronte alla realtà, è possibile ed è praticabile. Di fronte all’incontro di oggi, io credo che nessuno possa andare via non riconoscendo il valore di questa ipotesi, che c’è e che è presente ed eventualmente anche l’intuizione e la curiosità di verificarla. Quindi ringrazio Dima per la testimonianza di questo.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

24 Agosto 2009

Ora

17:00

Edizione

2009

Luogo

Auditorium B7
Categoria