LA CITTÀ DI OGGI, LA CITTÀ DI DOMANI - Meeting di Rimini
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LA CITTÀ DI OGGI, LA CITTÀ DI DOMANI

Stefano Boeri, Architetto; Giuseppe Sala, Sindaco di Milano; Erion Veliaj, Sindaco di Tirana, Albania. Introduce Luca Doninelli, Scrittore.

 

La città di oggi, la città di domani

Stefano Boeri, Architetto; Giuseppe Sala, Sindaco di Milano; Erion Veliaj, Sindaco di Tirana, Albania. Introduce Luca Doninelli, Scrittore.

 

LUCA DONINELLI:

Buonasera a tutti, grazie di essere qui, non dovevo esserci io qui, doveva esserci Giorgino del Tg1, ma come voi sapete per certe vicende di una certa importanza si è dovuto trattenere a Roma, quindi io indegnamente lo sostituisco. La città ha costituito in questo Meeting un tema importante: ci sono stati all’Arena Polis tre giorni di riflessione con Manfredi Catella, con Margiotta, con Stefano Boeri, che è anche qui, sulla città, su come il presente, il passato e il futuro della città convivono e questo incontro, “La città di oggi, la città di domani”, è un po’ anche il coronamento, il punto dove possiamo tirare le file di una questione che evidentemente è molto, molto forte oggi. Noi tutti avvertiamo che le città stanno cambiando – Milano di cinque anni fa non è più quella di oggi, forse tra cinque anni sarà completamente diversa e così vale per tutte le città -, si ha a che fare con un cambiamento che muta la nostra stessa idea di città, la nostra percezione della bellezza di una città. Oggi riflettiamo insieme su questo tema. Abbiamo l’onore di avere Giuseppe Sala, sindaco di Milano, Erion Veliaj, che è sindaco di Tirana, una città che costituisce un laboratorio di enorme interesse oggi e Stefano Boeri, che è una rock star, non c’è bisogno di presentarlo: architetto, urbanista e soprattutto uomo di pensiero della città contemporanea.

Chiedo prima di tutto a Giuseppe Sala: che cosa ha fatto funzionare la città di Milano? Cos’è che fa funzionare una città e quali sono invece i fattori che la mortificano?

 

GIUSEPPE SALA:

Grazie, buongiorno a tutti, grazie di essere così numerosi ad ascoltarci. Partiamo da un dato di fatto, nel mondo, non in Italia, la gente vuole vivere nelle città. Giusto o sbagliato, che ci piaccia o non ci piaccia questa è la tendenza, la gente va a vivere nella città. Perché vai a vivere in una città? Perché, se stai bene, sei in una realtà stimolante, ogni giorno succede qualcosa di nuovo; se non stai bene, perché in generale la città ha più muscoli per gestire un welfare che tende ad aiutarti, specie se hai un figlio disabile, se fai fatica a mettere insieme i soldi per arrivare a fine mese. Quindi è una tendenza attuale. Certo, questo porta anche a situazioni che a noi fanno anche un po’ paura, come le megalopoli da trenta milioni di abitanti in Oriente. Per fare una buona città, serve lavorare su tre piani. Il primo piano è che devono funzionare i servizi di base: se tu non hai la città pulita, dove i trasporti funzionano, dove le scuole e gli ospedali funzionano, e questo crea differenza per esempio tra Milano e altre città, manca il presupposto e se non hai quello non vai da nessuna parte. Quando hai quello, cioè quando funziona, è chiaro che i tuoi cittadini cominciano a dire: «E poi cosa succede?». Bisogna guardare al futuro, noi ci stiamo guardando e quello che stiamo facendo adesso è immaginare un po’ una Milano del 2030, una città diversa. Io poi sono un teorico del fatto che le città come Milano con ventisei secoli di storia, danno sempre il loro meglio quando accettano le sfida del cambiamento. Il cambiamento è sempre qualcosa di positivo, che poi va gestito. Quindi ci vuole la visione a lungo termine. Poi c’è un terzo piano, che è la narrazione della città, che è una cosa che i politici spesso fanno fatica a mettere a fuoco, ma narrare la città, raccontare Milano in Italia e nel mondo e spiegare perché è un esempio virtuoso, aiuta moltissimo. Ed è qualcosa di non semplice ma che aiuta a costruire un po’, anche nell’immaginario di tutti, quello che è la città.

Ora Milano ha queste tre caratteristiche, però è chiaro che c’è un elemento fondamentale che a mio giudizio, e qui comincio a entrare nell’analisi politica di “perché Milano” e di “cos’ha Milano”, ci dev’essere un modello politico forte. Quello su cui io sto cercando di lavorare, quello che è veramente il nostro intento, è costruire una città che si basa sulla gestione di sviluppo e solidarietà. Perché poi tutti i problemi (o tutte le opportunità) stanno lì. Non credo che oggi i milanesi possano essere felici di vivere una città che colleziona record, che aumenta continuamente i turisti. Non lo dico a mo’ di vanto, ma per spiegare cos’è Milano: oggi Milano raccoglie il 30% degli investimenti di stranieri in Italia, ha raccolto l’anno scorso il 48% di tutti gli investimenti immobiliari stranieri – a Milano il 48% di tutta l’Italia – e fa il 10% del Pil italiano. Non ci si può fermare lì. Io, appunto, penso che i milanesi oggi abbiano un bisogno folle di sentire che la loro anima solidaristica è qualcosa di vero. Questo poi ti porta a dire anche i problemi: di questo momento ne stanno godendo tutti o ne gode di più chi vive in centro e meno chi vive in periferia? Su questo tema di sviluppo e solidarietà si basa un po’ la politica di Milano. Perché Milano funziona? Qui arriviamo davvero al punto fondamentale. La politica fa la sua parte, un buon sindaco e una buona amministrazione possono fare la loro parte, ma quando, invece, c’è una città in cui tutti fanno la loro parte, allora le cose funzionano. E Milano è così, cioè a Milano le Università fanno la loro – tenete conto che noi non ci vantiamo mai di essere una città universitaria, ma quando hai 200mila studenti universitari su un milione e 400mila di popolazione, sei come Boston, sei una città universitaria.

Allora, quando vivi una realtà in cui c’è più la tendenza a dire: «Io mi prendo cura di qualcuno e faccio la mia parte», tutto diventa più facile. Un buon sindaco o una buona amministrazione si mettono più in un’ottica di regista che cerca di dire: «Sì, è possibile» o «dimmi che bisogno hai» o «dimmi cosa posso fare per te», e non «ti dico io cosa devi fare». Questo è un po’ il punto fondamentale di Milano. Sulla visione futura, quello che voglio dirvi, è che, sapendo che ci sono una serie di cose che funzionano, in realtà il mio pensiero va per l’ottanta per cento alle cose che ancora non funzionano e che sono: 1°) che di questo momento non ne hanno goduto ancora abbastanza tutti i cittadini milanesi, ma qualcuno ne ha goduto decisamente più degli altri; 2°) che c’è un tema ambientale importante su cui vogliamo fare la nostra parte, non parlare di ambiente così, a cavolo, ma fare delle azioni, spingere le nostre municipalizzate (o ex municipalizzate) a cambiare. Per esempio, Atm (azienda trasporti di Milano) in dodici anni cambierà tutti i mezzi e fra dodici anni Milano avrà solamente autobus elettrici. Ma anche le piccole cose: il primo giorno di scuola, cioè il 12 settembre, vado in una scuola e con me altri in ogni scuola e a tutti i bambini delle elementari e delle medie consegniamo una borraccia di alluminio, proprio perché vogliamo fare una battaglia contro la plastica; poi chiederemo alle scuole di togliere i distributori di acqua in bottigliette di plastica e poi convinceremo i bambini che l’acqua del sindaco è buona.

Ci sono le grandi azioni e c’è il simbolismo. Tutti noi pensiamo che Milano sia un modello positivo, ma è anche una realtà in cui tante cose sono ancora da fare. L’ultima. Se siamo una città giovane, in cui ci sono tanti studenti universitari, un problema c’è: oggi trovar casa a Milano ad un prezzo decente e gestibile per un giovane non è facile, però non è che citi solo il problema, cerchi la soluzione. A Milano ci sono sette ex-scali ferroviari abbandonati. Noi, dopo anni, abbiamo approvato in Consiglio comunale la delibera che dice: «Guarda, caro proprietario dei terreni e delle aree ferroviarie dello Stato, tu puoi fare quasi quello che vuoi, però lasci il 55 per cento a verde e, se fai residenziale, devi lasciare il 30 per cento a edilizia convenzionata a prezzi bassi».

Infatti, siamo coscienti che se Milano è la città attrattiva per i giovani ma non si trova casa, siamo punto e a capo. Quello che voglio dire è che c’è una profonda consapevolezza dei problemi, ma ci sono delle vie e qualcosa che vorrei avesse un po’ di più anche il nostro Paese.

LUCA DONINELLI:

Grazie. Come è stato detto alcune volte nella rassegna che abbiamo tenuto all’Arena Polis, la città possiamo dire che è la più grande invenzione dell’uomo, la cosa più straordinaria inventata dall’uomo, però la sua caratteristica è che non è mai finita, la città è qualcosa che costruiamo sempre. A me colpisce molto quello che ha detto il sindaco, la sua insistenza sulla gente, sul fatto che tutti fanno la loro parte – è una cosa che negli anni scorsi si diceva meno, adesso si dice di più. L’idea che sia la responsabilità della persona che fa la città, mi sembra un’idea fondamentale: da un lato potremmo dire che è una banalità, dall’altro ci stiamo arrivando, su molteplici piani ci stiamo rendendo conto che è così.

Adesso volevo chiedere a Erion Veliaj, sindaco di Tirana, di intervenire proprio su questo punto. Tirana e il suo sindaco sono protagonisti di una grande trasformazione, che ha cambiato il modo di pensare a questa città, che è stata legata per tanti anni a questa specie di dispotismo pseudo-comunista e quando si parlava di Tirana e dell’Albania veniva la tristezza. Adesso Tirana sta diventando un modello interessante.

 

ERION VELIAJ:

Grazie. Provo in italiano, non è la mia lingua primaria, però quando sei sindaco di Tirana ogni settimana hai delle lezioni di italiano gratis, perché incontri un imprenditore, uno studente, un prete e tanti architetti italiani.

Quando sentivo il mio amico Beppe Sala, mi sono ricordato di Memoire di Lyndon Johnson. Un giornalista chiedeva a Lyndon Johnson: «In questi giorni duri del Civil right movement (Movimento per i diritti civili), com’è sopravvissuto, dove ha trovato il coraggio?». E lui ha detto: «Ogni sera mi guardavo allo specchio e dicevo a me stesso: almeno non sei un sindaco». E’ un lavoro bellissimo, ma anche un lavoro molto duro. Vi do una piccola dimostrazione di cosa abbiamo fatto a Tirana.

 

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Questa è stata la prima giornata in ufficio e ho fatto questa foto, è un po’ come vedere una job description, cosa devi fare. Non c’è un manuale per come fare il sindaco, non c’è una scuola per sindaci, impari al lavoro. E ho visto qualcosa di informale: un po’ bidonvilles, un po’ favela, un po’ creatività umana senza licenza di architettura. Mi sono resoconto della mia infanzia. Sono nato a Tirana quando la città aveva solo 200mila abitanti, adesso ne ha un milione, dopo la transizione e il collasso del comunismo.

Poi ho provato ad andare nell’altro lato della strada. Questo era il centro della città. Quando ero bambino tutta la città aveva solo venti auto, solo per i politburo, i capi del partito comunista. Così siamo stati tutti pedonali, non per scelta, ma costretti, perché il lusso dell’auto era stato riservato ai capi comunisti. Quando il regime è cambiato, l’auto è diventata uno status symbol, così un albanese veniva a Bari o Brindisi come un profugo e la prima cosa che faceva quando ritornava era portare una Fiat, soprattutto per dire al vicino di casa che ce l’aveva fatta, non era un povero, non era un ex comunista: «È andato all’estero e ha portato una Fiat come un trofeo della nostra civilizzazione».

Poi ho guardato l’orologio del campanile che è vicino al mio ufficio: per quattro anni è stato fermo sulle 5:37, così almeno due volte al giorno faceva l’ora esatta. Poi abbiamo avuto il primo incontro con la giunta e ho detto: «Guarda, cominciamo dalle piccole cose», perché le piccole cose, come ha detto Beppe, hanno il potenziale di dare un messaggio simbolico. Così la prima cosa che facciamo a Tirana è regolare l’orologio. Perché una città che sta ferma con il tempo non può andare avanti, non dà un messaggio di velocità e voglia di fare. Ho giurato quattro anni fa, in agosto e la prima cosa che ho pensato di fare è aprire le scuole, gli asili nidi e i kindergarten e ho detto: «Parliamo sempre del futuro ma il futuro non è una opzione astratta, sono i ragazzi di oggi che governeranno l’Albania o l’Italia del domani». Così dove vanno i ragazzi? Dove passano l’infanzia oggi? E poi ho visto questi asili nidi che sembravano come prigioni e ho detto: «Questa è la ragione per cui abbiamo questa violenza nella politica, nella vita pubblica, perché non ci prendiamo cura quando queste persone sono bambini, hanno una infanzia circondata da violenza, da cose brutte, certo che non diventano persone per bene». E poi abbiamo cominciato una gara, non so se l’avete visto in Italia, questo reality show che si chiama “Extreme house make-over”, dove prendono in carico una casa brutta e la rifanno in un mese. È tutto sul video. A Tirana si produce il 50% del Pil albanese. E ho detto, «ma guarda, una città che ha un terzo della popolazione nazionale e il 50% del Pil deve avere il 50% della solidarietà». Così ho chiamato cento compagnie, le più grandi, e ho detto: «Non avete fatto niente per la nostra città, uno non deve solo contare il profit, ma deve contare anche i benefici sociali». Così ho preso le schede di cento asili nidi e ho dato una scheda a ogni ingegnere dalla municipalità, ho guardato all’orologio e ho detto: «Avete un mese per mostrare questa solidarietà a una città dove siete diventati ricchi e dove avete fatto questi successi con le vostre compagnie». Così abbiamo cominciato questa gara e in un mese hanno trasformato tutti gli asili nidi della città. Infatti, in una città ognuno deve prendere le sue responsabilità come in una famiglia: non è solo il padre e la madre che fanno il tender del cibo, ma tutti contribuiscono un po’ e poi adesso abbiamo dei giardini dove producono il loro cibo, fanno le insalatine e poi abbiamo cominciato con le scuole. Abbiamo pensato: «Quando una famiglia è in difficoltà come si ragiona per le decisioni?». Credo che non sia importante se siamo albanesi o italiani o ruandesi o giapponesi, in ogni famiglia tutti diciamo: «Prendiamoci cura dei piccoli e dei deboli e poi prendiamoci cura degli adulti», così abbiamo cominciato con le scuole, a riabilitare le scuole e tutti ci dicevano «guarda, devi pensare all’economia, ai posti di lavoro». Ma abbiamo sempre insistito: «Se non ci prendiamo cura dei deboli e dei piccoli, non abbiamo un futuro nella nostra città». Quando è cambiato il regime, la città e il Paese sono stati aperti, sono state aperte anche le chiese e le moschee, che erano vietate dal ’77, quando c’è stata questa rivoluzione cinese. La chiesa sociale del Paese, dopo la chiusura delle chiese religiose, è stata la scuola, l’unico posto di valore pubblico dove la gente ha visto un punto di gravità per le comunità. Così quando abbiamo invitato Stefano a darci una mano ed essere il nostro architetto della città, del piano urbanistico, le prime cose che abbiamo pensato di fare sono state delle nuove scuole come le chiese, le moschee, punti di gravità per ogni comunità, aperte non solo sei ore per parcheggiare i bambini, ma ventiquattro ore come centri di comunità, dove si gioca a tennis e a basket, dopo la scuola, dove la scuola può fare una piccola fiera, dove gli agricoltori possono mostrare durante il weekend i loro prodotti. La parte maggiore del nostro budget è per i bimbi e per gli asili nido e le scuole. La stessa cosa facciamo per gli studenti e ci prendiamo cura dei giovani. Poi abbiamo pensato: «Cosa fa la gente, cosa fanno questi bambini dopo la scuola?». E abbiamo trovato che in città non c’era nemmeno un parco giochi per i bambini. Così abbiamo pensato: «Perché non costruiamo il più grande parco dei giochi per i bambini nei Balcani?». E prima mi hanno detto: «Ma non abbiamo bambini!» «Come non abbiamo bambini? Non li vediamo perché non ci sono posti per i bambini, certo che li abbiamo, se l’età media di Tirana è trent’anni, vuol dire che almeno trecentomila persone sono ragazzi, sono bambini». Quando abbiamo cominciato a costruire questo parco per i bambini, in cento giorni di costruzione abbiamo avuto settantotto proteste. Il perché l’ha detto Beppe: amiamo il cambiamento per le altre persone, non per noi stessi. Così quando i cambiamenti sono arrivati, abbiamo avuto delle proteste e isterie enormi. Anche parlamentari della destra con fucili, con pistole sono arrivati a fare queste proteste. Tutti mi dicevano: «Guarda che questi bambini non votano, non pagano le tasse, perché rischiamo la nostra reputazione con tutte queste proteste per uno stupido parco giochi?». E ho detto: «Guarda, se non andiamo avanti, questo bullismo della politica vecchia ci farà sempre fermare ogni progetto di cambiamento, così se lo distruggono settantotto volte, lo ricostruiremo fino alla fine». E poi abbiamo visto il prodotto e tutti questi bambini che sono venuti da ogni posto della città. Nel nostro primo mandato abbiamo costruito cinquanta parchi giochi. Nelle bidonville, nella favela, la prima cosa che sparisce sono i posti pubblici, perché non hanno un proprietario costante che li guarda e se non riportiamo in vita i posti pubblici, abbiamo perso i centri sociali della città e questi non sono solo parchi giochi, sono posti dove vengono i genitori, i nonni, dove fanno un paio di chiacchiere, dove parlano di se stessi, dove hanno nostalgia dei vecchi tempi. Dove succede la vita sono le città: noi protestiamo nelle città, andiamo nelle Università nelle città, troviamo l’amore soprattutto nelle città. Come sindaco penso che la infrastruttura più difficile a cambiare sono i dieci centimetri, lunghi da qui a qui. Sappiamo tutti come asfaltare cento chilometri di strada, come fare le fontane, come fare le piazze, però di come cambiare questi dieci centimetri non c’è una soluzione fissa. Così quando sono ritornato alla questione del centro con tutte queste auto, ho pensato che i centri della città sono posti come’ i centri della casa, dove mettiamo i trofei che valorizziamo nella nostra vita. Il centro della nostra città è stato progettato dagli architetti italiani, Riccardo Brosio, Armando Brasino, dell’epoca del fascismo, e c’è una famosissima cartolina del conte Ciano inviata al duce che diceva: «Ho visto città senza un boulevard, ma non ho mai visto un boulevard senza una città». Così hanno cominciato nel deserto. Durante il fascismo è stato il duce, durante il comunismo è stata la statua del dittatore e durante il capitalismo è stata l’auto, l’auto è stata il simbolo del centro della città. Abbiamo chiesto alle famiglie: «Che cosa è più importante nella vita?» La risposta è sempre, in ogni Paese, la stessa: «La mia famiglia, i miei figli». E abbiamo detto: «Se i figli sono la cosa più importante nella vita, sei d’accordo nello spendere la maggior parte del tuo denaro per i figli?» «Ma signor sindaco, perché mi offendi? Certo che lo faccio!» E poi abbiamo fatto un calcolo: la maggiori parte delle famiglie di Tirana spendono 33 per cento del reddito, per comprare l’auto, per la benzina, per i parcheggi, per il meccanico, per l’assicurazione e solo il 22 per cento per un figlio. E la gente è rimasta scioccata, perché ha trovato che i suoi valori sono cambiati e poi abbiamo detto alla gente: «Perché non proviamo a chiudere la città per una giornata e vediamo cosa succede?». È stato un disastro e tutti mi hanno detto: «Siamo falliti, non lo proviamo più». E poi i ragazzi sono tornati a casa e i genitori dicevano tutti queste parolacce sul sindaco, ma i bambini hanno detto: «Mamma, guarda! La bicicletta che mi hai comprato tre anni fa e che non ho mai provato, lo usata per la prima volta nel centro della città». Così questa scommessa con i bambini è stata vinta. Non votano, non pagano le tasse, però quando sono coinvolti, sono gli avvocati più bravi e più radicali del cambiamento nelle città. E poi abbiamo detto: «Perché non la proviamo ogni mese questa chiusura del centro?» E poi: «Perché non ogni fine settimana?». Inoltre abbiamo realizzato la più bella piazza dei Balcani, premiata nel 2018 come la più bella d’Europa. Inoltre noi albanesi siamo un po’ come gli italiani, amiamo il cibo e quando vedevo dove sono i mercati, abbiamo deciso di cambiarli. Anche qui abbiamo avuto delle proteste. Infine ci siamo posti il problema di come pianificare il futuro della città. E abbiamo progettato questo nuovo boulevard. Dopo il duce, per la prima volta raddoppiamo l’asse di Tirana, il decumano. E abbiamo detto: «Tutta la gente paga le tasse, le tasse le paghiamo tutti, ma le stesse tasse le pagano anche quelli in bicicletta, anche i pedoni, anche quelli con gli scooter, e perché nelle nostre città 20/30 per cento che ha l’auto occupa il 95 per cento dello spazio pubblico, se le tasse le paghiamo tutti?». Così ho detto a Paolo, il nostro bravo architetto, di fare un progetto dove lo spazio pubblico sia diviso come sono divise le tasse. Così le auto prendono solo due corsie dello spazio e l’altro va ai pedoni, alle biciclette e al trasporto pubblico. E questo ha fatto tutta la differenza: se costruisci gli spazi pubblici avendo in mente la gente, le strade non sono solo per trasportare le auto, sono per trasportare gente, sia quelli che hanno l’automobile, che quelli che vanno a piedi. Uno dei miei sindaci preferiti, un nostro amico, il sindaco di Bogotá, ha detto che essere pedone è il nostro destino naturale, così i pesci nuotano, gli uccelli volano. Le persone non sono così, noi stiamo nelle auto solo negli ultimi cento anni, per due o tre milioni di anni siamo stati a correre, a muoverci sui piedi. Così credo che questa filosofia sia molto importante quando costruiamo le città. Noi non siamo Milano, però essere non sviluppati ha un vantaggio: puoi passare oltre tutti i periodi di sviluppo e andare direttamente dove la modernizzazione è oggi. Così abbiamo cominciato con questo bosco orbitale di Tirana. Tutti parlano di muri, Trump parla di muri, tutti stanno parlando di muri, anche noi parliamo di muri, però di muri verdi, penetrabili, come parchi penetrabili, che possono anche segnare dove sono i confini di costruzione e dove preserviamo il resto della natura. Noi non abbiamo avuto i soldi di Milano per fare questo bosco orbitale, però abbiamo inventato un’altra cosa. Tutti i ragazzi ci hanno aiutato per la piazza: per ogni compleanno, tutti i ragazzi di Tirana piantano un albero. C’è un Gps Location in cui sanno esattamente dove possono piantare l’albero – noi li aiutiamo con i mezzi -, vanno con i genitori a trovare l’albero, lo prendono, lo piantano e anche loro mettono radici nella città. Uno che ha radici nella città non butta mai via la spazzatura nelle strade, non urla, perché ha una connessione diretta con la città. Non solo abbiamo piantato ogni anno più di 100mila alberi, ma tutti questi ragazzi, durante l’agosto, vengono in vacanza, prendono l’acqua e trovano il loro albero e se ne prendono cura. Credo che questo sia il bello di essere parte di una comunità, che è un po’ più grande della tua famiglia immediata. Grazie a tutti.

 

LUCA DONINELLI:

Avrei una domanda da farti, ma in media una famiglia di Tirana quanti figli ha?

 

ERION VELIAJ:

Io uno, però provo col secondo. No, la famiglia media, un po’ come in tutte le grandi città, ha due figli. Durante i vecchi tempi sette o otto, un po’ come l’Italia. Essere vicini di casa ha i suoi vantaggi.

 

LUCA DONINELLI:

Mi è sembrato importantissimo, adesso non lo faccio parlare più perché sennò è un guaio, ma mi è sembrato importantissimo il fatto che, nel suo intervento, ci abbia riassunto bene cosa vuol dire fare una città parlando del futuro. Il futuro, ha detto, non sono le mie fantasie sul futuro, ma sono innanzitutto i nostri figli. È interessante quando poi diceva: «Vediamo cosa spendono per la macchina ecc. e ci si accorge che siamo stati come traditi, pensiamo che i figli siano la cosa più importante, poi scopriamo che spendiamo di più per l’automobile che per i figli». Questo è molto interessante, perché fa capire quanto poco abbiamo chiaro, attraverso anche i numeri, l’ordine reale in cui si svolge la nostra vita.

Mi sembra generalmente che la domanda «come si costruisce una città?» abbia questa grande risposta: si costruisce la città se si costruisce la fiducia, perché è la fiducia che ci fa stare in città. Ecco, io a questo punto parlerei un po’ di apocalisse con Stefano. Tu stamattina, parlando dei problemi che si troverà ad affrontare la città nei prossimi anni, esponevi alcuni punti nodali. Siccome adesso abbiamo parlato delle cose belle, parliamo anche un po’ di quelle brutte.

 

STEFANO BOERI:

Mi tocca un ruolo meno simpatico. Abbiamo due sindaci straordinari presenti, che ci dicono soprattutto di come le città siano sì fatte di case e di piazze e palazzi, ma soprattutto siano fatte di persone, abitanti e questa visione umanista della condizione urbana è quello che ci serve oggi anche per pensare al futuro. Ci sono alcune grandi sfide, ma credo che su questo alcune città si stiano attrezzando, alcune grandi città, e qui forse anticipo una riflessione che poi sarebbe bello fare sul fatto che oggi le grandi città, penso all’Europa, ma penso anche a Tirana e a Milano, pur così lontane da un punto di vista storico e geopolitico, le grandi città si assomigliano più di quanto ciascuna città somigli al Paese a cui appartiene. Questo è un tema su cui vale la pena di ragionare. Ci sono alcune grandi sfide, ne descrivo molto brevemente tre, perché mi sembrano sfide che in un qualche modo danno già oggi dei segnali. Non in ordine d’importanza, ma una prima sfida è certamente quella che potremmo chiamare l’accelerazione e l’innovazione e tecnologica nel campo dell’automazione e dell’intelligenza artificiale. È una sfida che oggi vede in campo intelligenze da tutto il mondo, vede in campo anche grandi multinazionali del digitale. Pensate al modo in cui Airbnb o Uber hanno cambiato radicalmente il modo di abitare le città. Pensiamo ad Airbnb che pure, credo, molti di noi usino e che è uno strumento straordinario di facilitazione: oggi è diventato anche un sistema non regalato di affitto che sta creando problemi nella vita quotidiana di un centro storico di una città, dove non ci sono più residenti perché tutti affittano e preferiscono andare a vivere fuori. Ma, dicevo, l’automazione, l’intelligenza artificiale saranno sempre più importanti nel campo della mobilità. Oggi si parla già di sistemi di trasporto pubblico regolati da algoritmi che saranno posizionati in grandi centri di calcolo esterno alle città, di uso di droni che funzioneranno anche questi secondo un sistema regolato da macchine. Questo sistema, che ci sembra un tema oggi lontano, è invece un tema che nei prossimi anni sarà sempre più importane e che avrà grandi effetti positivi nella qualità della vita, ma avrà anche qualche effetto problematico, per esempio dal punto di vista occupazionale. Non possiamo non guardare con attenzione a questo fatto, perché sta togliendo, progressivamente toglierà, negli Stati Uniti è già un fenomeno molto evidente, quote di occupazione di servizi al cittadino, per esempio. Seconda grande questione è quella climatica. Abbiamo ascoltato sindaci coraggiosi da questo punto di vista, non c’è alcun dubbio che questo sia un problema enorme, talmente enorme che viene di continuo da interrogarsi su come la politica, e in particolare la politica italiana, non abbia capito che questo è un problema che tocca da vicino tutti e che dovrebbe diventare un grande motivo di partecipazione alla vita politica. Le città producono il 75 per cento dell’anidride carbonica che nella nostra atmosfera genera lo scioglimento dei ghiacciai per il riscaldamento del pianeta, genera l’innalzamento delle acque negli oceani che a loro volta colpisce le città costiere. Le città sono di fatto la prima causa, insieme all’industrializzazione, del cambiamento climatico e le accelerazioni che da 150 anni vedono peggiorare tutti i sensori climatici, ambientali nel pianeta, imputano alle città questo ruolo. C’è un progressivo aumento della temperatura media. Questa estate in alcune città italiane si sono raggiunte punte che non avevamo mai visto nella storia degli ultimi due secoli. C’è un tema di peggioramento legato anche al riscaldamento della qualità dell’aria, ci sono una serie di effetti che cominciano ad essere presenti nella vita quotidiana, nel clima delle città di tutto il mondo. Allora, questo è un secondo tema fondamentale. Il terzo tema, che è legato a tutti e due i precedenti, è il tema della povertà. Se noi facessimo un esercizio e provassimo a costruire un’enorme città in cui mettessimo insieme in un’unica parte della superficie delle terre emerse tutte le città del mondo, beh non copriremmo più del tre per cento della superficie delle terre emerse. Nonostante le città siano oggi il luogo dove vive il cinquanta per cento della popolazione del mondo, nonostante ci siano delle città megalopoli che continuano a crescere, soprattutto nei Paesi che noi chiamavamo una volta in via di sviluppo, Cina, India, Nigeria, Messico, nonostante questo, le città hanno ancora una posizione geografica, occupano uno spazio abbastanza limitato. Ma quello spazio limitato, come dicevo prima, genera in primo luogo questi cambiamenti climatici e in quell’enorme città fatta di mille città di piccole – medie dimensioni, il trenta per cento delle persone vive in condizioni di povertà assoluta, cioè vive in favelas, slam, sostanzialmente in condizioni di difficoltà di sussistenza, baracche. Queste tre cose messe assieme raccontano molto bene quali sono le sfide più importanti del futuro. Il cambiamento climatico non si manifesta in modo omogeneo sul pianeta, creerà delle condizioni diverse, che naturalmente si incroceranno con le altre due, si incroceranno con i processi di innovazione tecnologica, che permetteranno in alcuni casi alle popolazioni più ricche di sapersi proteggere meglio dagli effetti della desertificazione e del cambiamento climatico. Il cambiamento climatico determinerà enormi flussi di migrazione, si parla di 250 milioni di profughi solo per il cambiamento climatico nel 2050. 250 milioni sono cifre che rendono ridicolo il dibattito ad esempio italiano sulla quota di migrazione o sul controllo delle coste…

 

LUCA DONINELLI:

Dicevamo prima, sono come i bambini che fanno i castelli di sabbia in riva al mare, arriva l’ondata più grande e li porta via.

 

STEFANO BOERI:

Quindi il tema è di come le città si possano attrezzare nel futuro per affrontare queste tre questioni, che sono poi totalmente intrecciate l’una all’altra, la questione della povertà, la questione dell’emergenza climatica e la questione dell’innovazione nel campo delle intelligenze artificiali. Io credo che siano tre questioni molto, molto importanti. Non ci sono ricette, credo che i sindaci però, in qualche modo, rappresentino molto bene l’idea che un’intelligenza collettiva è l’unica vera grande risorsa di una città. Non si tratta di imporre o di scegliere una lista di ricette già precostituite, si tratta di sviluppare quella straordinaria rete di intelligenze collettive che la città rappresenta e concludo subito: una scuola aperta a tutte le ore del giorno, tutti i giorni dell’anno, a tutti e a tutte le età. Beh, questa è la vera grande scommessa dei prossimi anni, nelle città.

 

LUCA DONINELLI:

Stefano o chi vuole rispondere, se da un lato lo scioglimento dei ghiacciai, oppure la desertificazione produrranno danni alle città costiere e soprattutto un enorme flusso migratorio, d’altra parte c’è chi fa gli affari sullo scioglimento, sulle nuove rotte… è interessante il fatto che non sono fattori di equilibrio anche dal punto di vista della ricchezza, della distribuzione della ricchezza…

 

STEFANO BOERI:

Questo è un punto fondamentale. Tu parlavi di qual è il futuro, noi dovremmo dirci quali sono i futuri, perché il mondo che stiamo descrivendo è un mondo che sarà a macchie di leopardo, ci saranno futuri molto diversi dovuti al fatto che questi tre fattori di cui parlavamo interverranno in modo molto diverso nelle parti diverse del pianeta e dunque anche sulle città.

 

LUCA DONINELLI:

Vorrei tornare adesso all’Italia: una delle osservazioni che penso tanti di noi avranno fatto è che dal fenomeno dei gilet gialli a Parigi, ha visto una guerra di Parigi contro la Francia. Io consiglio sempre di leggere Serotonina di Houellebecq, che è uno scrittore che può essere odioso per tanti aspetti, ma è un grande scrittore e questo tema lui lo affronta con grandissima intelligenza e con grande lucidità. Spesso anche a Milano c’è una percezione che Milano è una cosa, l’Italia è un’altra. Vorrei chiedere: questo rapporto Milano – Italia, per cui si sente sempre dire «ah non sembra neanche di essere in Italia!». Ho mio cognato inglese che dice, «sì, ma Milano non è Italia, io vengo a Milano, non in Italia». Ecco…

 

GIUSEPPE SALA:

Allora, ci sono due considerazioni da fare: la prima è la stabilità di Governo. È importante e comunque un sindaco, tu te lo becchi cinque anni o dieci anni, in cinque anni o dieci anni puoi fare tante cose. Io vi ricordo che nei 75 anni del dopo guerra, noi abbiamo avuto settanta governi, quindi come fai a fare le cose? E questo è il primo punto. Il secondo, fondamentale, è che in una città matura come Milano, puoi andare a riflettere in maniera un po’ più complessa, puoi tirare dentro i tuoi concittadini su una riflessione un po’ più complessa. In altre parole: ci sono sempre due modalità, una è quella della scorciatoia. Permettetemi di dire una cosa politica: io quando sento dire che in Italia si può fare una flat tax al 15%, non rido perché non c’è niente da ridere, ma vuol dire prendere per il culo la.. scusate per i fondelli la gente, non si può, non si può! Guardate, non si può e bisogna essere veramente insani a cercare di raccontare alla gente delle balle del genere. Raccontiamo un altro film: cosa si può fare? Vi faccio un esempio, non lo dico io lo dice il Mef. In Italia ci sono 62 miliardi, 62 miliardi di patrimonio immobiliare dello Stato inutilizzato. Ora, chi mi viene a dire che non si può vendere? Non ci credo. È la politica che non vuol farlo perché è difficile, perché ci vuol tempo, perché ti scontri con la Difesa che non mette a disposizione le caserme, perché ti scontri con la sovraintendenza che dice che lì c’è un ghirigoro del 1940 e non tiri giù quel muro lì. Noi accettiamo il fatto che non è più il momento di semplificazioni e di balle ma è il momento di affrontare la complessità e di lavorare sul lungo termine o abbiamo perso. Ora, questa è la differenza. Tu con i cittadini, con tutte le difficoltà che puoi avere, ma in una civiltà più limitata, più evoluta riesci a dire «guarda, fidati» e fare un discorso che magari a volte è orticante. Cosa pensate che per me sia facile a Milano guidare le marce contro i razzismi e mettermi dietro duecentomila persone? Non è facile, non è facile perché io sento persone che mi dicono: «Io l’ho votata, però questa sua apertura agli immigrati mi dà un po’ fastidio». Non è facile, ma la mia complessità sta nel dire io sono convinto di una cosa: Milano sia una città aperta, che a volte ha un prezzo da pagare e a volte l’immigrazione è un prezzo da pagare, ma essendo aperta tu hai gli investimenti stranieri, il turismo che si è raddoppiato, studenti universitari stranieri. Allora decidiamo: chiusa o aperta, ma non metà e metà. Noi non possiamo aprire la porta oggi perché tu sei uno studente coreano ricco e mi fai comodo e chiuderla se tu arrivi dalla guerra in Africa. Quindi, il punto è questo. Noi, in questo momento nel nostro Paese, e vado al di là del giudizio politico Salvini o non Salvini, dobbiamo veramente renderci conto, dobbiamo accettare che la complessità richiede tempi lunghi ma che se non la affrontiamo, non andiamo da nessuna parte. Io do la responsabilità alla politica nel suo genere, non è un problema dell’ultimo Governo, perché vi faccio un esempio di guai procurati anche da altri governi precedenti. Io sono tra quelli che dico, e a volte lo dico ai miei colleghi sindaci di comuni di quattrocento abitanti: l’Italia non può andare avanti con ottomila comuni, ottantotto province, venti regioni e quattordici città metropolitane, ci schiantiamo. Tu fai finta di dire a uno «puoi essere sindaco», ma che sindaco sei? Che promessa fai ai tuoi cittadini? Perché io, rispetto all’autonomia, ho qualche mal di pancia. Lo so benissimo che soprattutto al nord la gente vuole autonomia. Ma perché dobbiamo prendere questa scorciatoia? Prendiamo una scorciatoia dicendo «ho fatto una scelta, do più potere alle regioni». Perché? Perché le regioni sono nate nel 1948 e qualcuno mi deve spiegare perché è sacro il ruolo della regione Basilicata o di ogni altra regione. Dov’è la coerenza culturale a volte nelle regioni? Il punto è questa consapevolezza della complessità, questa idea. Io sono qua come tutti a pensare «faranno il Governo, non lo faranno», sono tra quelli che pensa che sia meglio non interrompere la legislatura, ma se deve esserci un Governo deve esserci un Governo che ragiona con la testa di andare avanti tre anni, perché di un altro Governo di un anno, non ce ne facciamo nulla. Questo è il grande tema del nostro Paese. Io lavoro ogni giorno perché Milano non diventi antipatica con il suo successo. Quello che può insegnare Milano in questo momento è questo: accettare la sfida della complessità e accettare che tutti abbiano un ruolo fondamentale. Se questo funziona, è vero a Milano ed è vero a Tirana. Certamente è questo il momento per cui il nostro Paese è veramente ad un bivio storico importante. Non lo descriviamo come un Paese povero, perché non è così, è un Paese ingiusto. È un Paese che non riesce a mettere a fuoco il fatto che oggi noi abbiamo un tema di equità sociale, di equità ambientale e di lavoro fondamentali e l’equità sociale non è un concetto a latere. Pensate al tema delle tasse, può far comodo dire «facciamo il quindici percento» ma perché rifiutiamo la complessità di dire che il settantacinque per cento delle tasse oggi lo paga il ceto medio, cioè quelli che guadagnano tra i venticinque e i settantamila euro all’anno? È possibile che in un mondo digitalizzato tu non puoi andare a beccare quello che non paga le tasse? Io non ci credo. Non lo vuoi fare. Allora il punto è proprio questo: non possiamo riempirci la bocca dell’ambiente, l’equità sociale, e non fare le cose. La politica è coraggio, se ce l’hai provi a farla, se no fatti da parte. Io spero nel mio piccolo, insieme a chi lavora con me, di dimostrare il coraggio di cambiare.

 

LUCA DONINELLI:

Ho sempre pensato che la prima cosa che deve avere un sindaco è amare la propria città, perché vedere un sindaco che ama la città, genera una fiducia inimmaginabile. Io volevo chiedere adesso un’altra cosa: abbiamo detto più volte che Milano è una città monocentrica. Io ho sempre detto che a Milano praticamente la periferia comincia alla fine di piazza del Duomo, adesso con Porta Nuova è cominciato un altro modo di vivere la città. Milano è sempre stata una città di interni. Si è sempre andati da dentro qualcosa a dentro qualcos’altro: da dentro alla casa vado dentro la macchina, poi vado dentro all’ufficio, poi vado dentro al ristorante, eccetera. Da una decina d’anni Milano ha un fuori. Si va a fare una passeggiata per Milano, «andiamo in Piazza Gae Aulenti…», infatti è aumentato anche il flusso turistico, cioè Milano è una città dove si sta volentieri. Però per Porta Nuova si sono trovati molti investitori interessati. Ma in zone come le periferie è più difficile trovare investitori interessati, anche se vedo che le periferie sono il futuro non solo per la situazione sociale ma perché sono anche quel tessuto di infrastrutture che può essere quello che ci aiuta a resistere al collasso dell’eccessiva urbanizzazione. Quindi io volevo chiederti: come si fa in questo caso con le periferie?

 

GIUSEPPE SALA:

Una città si sviluppa sul mix di tre funzioni fondamentali: lo sviluppo urbanistico, i sistemi di mobilità e il verde. Bisogna trovare la ricetta che metta insieme queste tre cose. Non dobbiamo vedere negativamente gli sviluppi urbanistici, dobbiamo vederli con la saggezza e con il buon senso di sapere che vanno governati. Il Sole 24 ore recentemente ha fatto un’analisi che dice che investimenti immobiliari già stanziati a Milano, cioè di imprese che han già confermato che investiranno su Milano, ammontano a tredici miliardi. Ora, questa cosa da sindaco ti può spaventare o puoi pensare che devi gestirla. È chiaro che ti richiama l’attenzione, perché nessuno di voi vuole una cementificazione. Abbiamo detto che Milano ha un tema di ambiente, però vediamola al contrario: siccome il centro di Milano è grande così, dove andranno gli investimenti? Molto probabilmente in quelle che chiamiamo periferie. Ma i milanesi usciranno quando tu gli dai modo di spostarsi con una metropolitana. Io non credo che in realtà gli adulti per forza vogliano utilizzare la macchina e vi dico anche che nel 2022 si arriverà da Linate a San Babila in tredici minuti con la metropolitana. Il tema è cercare una soluzione giusta, in maniera naturale. Se c’è una domanda arriva l’offerta, quindi io sono ottimista per il fatto che se c’è fermento poi l’interesse, con un centro piccolo, si va allargando. Il problema è trovare poi i servizi adeguati, far sì che le scuole ci siano, far sì che i trasporti funzionino. Non sono contrario al traffico, lo gestisco. Noi in questo momento stiamo mettendo in piedi dopo la cosiddetta “area c” che è in sostanza un’area centrale in cui paghi per entrare. Ci siamo inventati l’“area b” dove b non sta per niente ma è vicino a c, che è praticamente tutta la città, dove invece mettiamo delle telecamere e non ti faccio entrare se hai un veicolo molto inquinante. Noi oggi vietiamo l’ingresso ai diesel 0,1,2,3 o diamo venti ingressi all’anno ma andando avanti poi sarà il 4, poi sarà il 5 e via discorrendo. Non sono operazioni facili, però noi non possiamo essere contro le macchine, noi possiamo dire: se ti vieto di usare l’auto se è molto inquinante, devo andare avanti a fare metropolitane. Io in questi giorni mi sto scontrando con il tema non banale dei monopattini elettrici. Sono stato a Washington due mesi fa, ci sono solo monopattini elettrici. Però se sei a Washington, dove ci sono i marciapiedi di cinque metri, le strade larghe e lisce e sei a Milano dove hai il pavé, le rotaie, il marciapiede piccolo, cambia. E quindi, con un atto anche coraggioso, abbiamo detto: «fermi tutti. Innanzitutto chi li ha messi giù se li porta a casa, perché non abbiamo fatto un bando e dato delle regole, mentre i diversi sistemi vanno pensati». Quindi, non si può essere contro le costruzioni, non si può essere contro gli immobili, vanno gestiti, non si può essere contro il traffico, va gestito. La città si sviluppa. Rimane il fatto della questione ambientale. Con Stefano ci stiamo sfidando vicendevolmente in questo progetto di portare entro al 2030 tre milioni di alberi in più nella città metropolitana di Milano e ci riusciremo, sono convinto che ci riusciremo, è un modo diverso di vedere la città. Non la si può far star ferma. Qualcuno mi dice «sì ok, ma non è che c’è solo Milano, c’è l’Italia». E’ vero, se Milano va avanti e l’Italia no, non è un gran vantaggio. Io però Milano continuo a farla andare avanti, poi dopo si vedrà…

 

LUCA DONINELLI:

Stefano, mi piacerebbe che tu raccontassi cosa vuol dire fare l’architetto oggi, cosa voleva dire farlo dieci anni fa, perché siamo in una fase di cambiamento. Non faremmo questo incontro se non avvertissimo che c’è questo mutamento.

 

STEFANO BOERI:

Sì è vero, è vero nel senso che oggi c’è meno rincorsa a lasciare un autografo, c’è più attenzione a cercare di ragionare sull’utilità sociale del nostro lavoro, cioè sul fatto che i progetti che facciamo non devono soprattutto essere coerenti con le nostre intenzioni ma soprattutto essere in grado nel tempo di continuare a produrre effetti utili per la qualità della vita delle persone che li abiteranno. Oggi c’è una silenziosa ma radicale svolta nel modo di operare di molti architetti, di molti urbanisti. Anche chi si occupa di pianificazione, cerca di guardare questi fenomeni. È un fatto che nasce un po’ dalle cose che sentivamo, che nasce dalla voce dei sindaci, nasce dall’attenzione anche ai problemi che le città vivono. Io credo che si tratti di guardare con grande attenzione anche a tutti gli aspetti positivi che ci sono nella vita urbana. A me piacerebbe fare una trasmissione televisiva che si chiamasse Roma ti amo, perché Roma oggi è davvero considerata in modo globale una specie di coacervo di mali da un punto di vista dell’urbanità. Una città che si dice mal governata, una città che si dice assolutamente non gestita nella manutenzione del verde, una città dove la spazzatura non viene raccolta, dove i mezzi pubblici bruciano, si fermano, dove le scale mobili non funzionano… Però qualche settimana fa, quando mi è stato chiesto di raccontare il positivo e il bello di una città europea, io ho parlato della Garbatella. Non so chi conosce la Garbatella, è un quartiere della prima periferia romana, costruita negli anni Venti da degli architetti visionari, quartiere fatto di villette con molto verde, fatto per gli operai di una borgata operaia verde. Subito dopo, nei primi anni Venti, sono stati costruiti dei palazzoni, perché in realtà tutta la parte della Roma più povera che era stata spostata dai lavori nei Fori imperiali viene trasferita lì. Mussolini sposta lì gli antifascisti che venivano dall’esilio, si crea una comunità incredibile, variegata, che continua a vivere in questo quartiere, che ha generato una situazione che per me è miracolosa. Garbatella è per me un modello di cos’è la città e di cosa dovrebbe essere sempre la città, cioè un luogo dove c’è una densità degli spazi che sono molti forti, molto chiari, molto compatti anche nella loro generosità, spazi pubblici, spazi verdi, panchine, piccole piazzole, corti… E una varietà formidabile delle culture di chi abita questi spazi. Questo rapporto così importante, così difficile da costruire tra la densità delle architetture e la varietà culturale di chi abita gli spazi, vuol dire imparare a riconoscersi guardandosi anche con lo sguardo dell’altro e quindi scambiare culture, scambiare tradizioni, non essere concentrati secondo una unica omologazione per reddito, per fede, per cultura, per aspettative sociali. Questo è un po’ il miracolo che si genera quando si fa una comunità urbana. Credo che noi dovremmo avere mille Garbatelle. Adesso lo dico anche in modo un po’ provocatorio, ma questa è la sfida del futuro, avere dei quartieri che trasformano le nostre città in luoghi dove ci si sente e ci si riconosce come appartenenti a uno spazio, perché poi lo spazio offre questa possibilità di riconoscersi e di condividere memorie, racconti, episodi, pur sentendo anche fortissimo il senso della varietà di chi abita quello spazio. Questa è un po’ la sfida che io credo noi dovremmo tutti insieme cercare di esplorare.

 

LUCA DONINELLI:

E’ come dire che l’identità e l’originalità di una esperienza si tutela sempre nel rapporto con l’altro. Noi siamo un rapporto, come diceva Novalis, noi siamo un dialogo e l’identitarismo rischia di diventare l’esatto contrario di questo, perché è qualcosa che brucia quell’origine che non è la ripetizione di sé, ma il continuo confronto con ciò che è altro e questo mi sembra sia l’idea..

 

STEFANO BOERI:

E’ un equilibrio difficilissimo, tra il fatto che una comunità per restare tale deve riconoscersi con una identità forte e che questa identità però nasce nel dialogo con la varietà, con la differenza. Questo equilibrio è un po’ il miracolo della buona politica.

 

LUCA DONINELLI:

Io volevo chiedere a Erion e a tutti: cosa vuol dire per te rendere bella la tua città e quand’è che una città è bella?

 

ERION VELIAJ:

Io credo che il futuro del mondo siano le città. Io ho lavorato nel Governo centrale come ministro degli Affari sociali e del lavoro ed ora sono sindaco. Nella mia esperienza ho capito che se per esempio vuoi fare qualcosa a Milano, chiami Beppe Sala e lo fai. Quando vuoi fare qualcosa in Italia, chi chiami, con chi fai business? Così credo che le città siano il futuro, perché hanno questa stabilità, sono più sveglie e hanno una flessibilità e una voglia di fare innovazione. Così credo che la bellezza che si può toccare e che si può fare è nelle mani dei sindaci, però ci vuole coraggio. Noi abbiamo avuto il coraggio. Il problema per un piccolo Paese come l’Albania che ha quattrocento comuni per tre milioni di abitanti, è che esistono ancora varie tribù con i loro capi e quando devi costruire un ponte, per esempio, quella tribù costruisce il ponte, ai due lati del fiume. Allora avere il coraggio di fare degli atti amministrativi dove i sindaci possano governare il territorio e la popolazione, dove la bellezza si amplifica, è importantissimo e vi aspetto in Albania, a Tirana.

 

 

 

 

LUCA DONINELLI:

Grazie. Beppe, tu prima mi ricordavi una frase di Guido Vergani: Milano non è bella, ma è un tipo. Adesso invece si dice che Milano è bella. Gli stranieri dicono che Milano è bella. Allora, cos’è successo?

 

GIUSEPPE SALA:

Io nel 2001-2002-2003 ho vissuto a Roma e io sono di quei milanesi che abitano a Roma, A Roma però io continuavo a fare il milanese, per esempio intorno a mercoledì cominciavo a dire ai miei amici: «Eh, che cosa facciamo il weekend?», magari accentuavo anche un po’ l’accento milanese. E quelli mi dicevano: «Cosa facciamo, stiamo a Roma, dove vuoi andare?». Perché Roma era ed è comunque una bella città. Ora, secondo me, la dimostrazione che Milano piace ai milanesi è che il weekend non si svuota, non c’è più l’obbligo di scappare fuori. E’ chiaro che stanno a Milano, vanno a vedere il bosco verticale, il parco, la biblioteca degli alberi che sta sotto, hanno le mostre … Sono i cittadini che giudicano se la città è bella o meno, non sei tu. Però indubbiamente in questo momento io lo vedo molto sul weekend: i milanesi non sentono l’ossessione di dover scappare, ma vivono un po’ più la città. Quindi è stato fatto un percorso, un percorso lungo. Devo dire che una cosa positiva di Milano è che Milano ha cambiato l’amministrazione destra-sinistra, ma non ha mai sbandato. Ricordo un sindaco saggio che aveva detto: «Io incomincio a portare a casa quello che hanno fatto gli altri, non lo nego e poi ci aggiungo il mio».

 

LUCA DONINELLI:

Però è una rarità, questa!

 

GIUSEPPE SALA:

E’ una rarità, però è così. Pensa agli ultimi quattro sindaci: Albertini è stato un po’ il padre dei cambiamenti urbanistici, del pensiero della nuova Milano. La Moratti ha portato a casa il resto e ha fatto delle altre cose, ha incominciato a impostare un’apertura internazionale. Il sindaco Pisapia ha avuto il grande merito di aprire a tutte le varie comunità della città, a rendere partecipi tutti, tant’è vero che io quando ho deciso di candidarmi, mi sono detto: «Ma perché, cosa vuoi fare? Qual è la tua idea, il tuo disegno?». E ho pensato che forse veramente è il momento di una grande apertura internazionale. Milano è italiana, ma è città del mondo. Oggi la reputazione internazionale di Milano è molto cresciuta, per cui io spero che un po’ il mio marchio sia quello. Le città devono cambiare, devono cambiare in continuazione. Se non cambiano le città, cosa può cambiare? Non buttando via quanto di buono è stato fatto, ma capitalizzando, avendo il coraggio di accettare le sfide. Ripeto, le città del Far East, dell’estremo Oriente cambiano crescendo, (queste megalopoli da 20-30 milioni di abitanti); noi cambiamo umanizzandole, cioè rendendo le città sempre più dei nostri cittadini.

 

LUCA DONINELLI:

C’era una domanda sotto traccia che evidentemente è stata svolta dai racconti che sono stati fatti, cioè che città abbiamo in mente? Non si può vivere la città del presente senza continuamente immaginare la città futura. Perché? Ieri un giovane architetto mi ha fatto vedere cosa sarebbe stata Piazza dei Miracoli a Pisa se ci fosse stato l’Unesco: non esisterebbe la Torre di Pisa e nemmeno il Battistero. Se ci fosse stato l’Unesco alla fine del quattrocento, non avremmo la Basilica di San Pietro e il Colosseo, il colonnato del Bernini. Nel senso che c’è anche una certa cultura che blocca. Io vorrei chiedere a te, Stefano, proprio un editoriale, un commento finale a questo incontro sulla città del futuro, come possiamo immaginarla, come possiamo aiutare le megalopoli a non collassare. Che contributo può dare l’esperienza nostra, l’esperienza europea, per immaginare insieme la città del futuro?

 

STEFANO BOERI:

Innanzitutto io ho parlato di grandi problemi che riguardano e toccano tutti gli abitanti urbani del pianeta, però io non parlerei mai del futuro della città, perché in realtà abbiamo capito che ogni città avrà un suo futuro. E questa è una cosa che sembra banale, ma è molto importante. I futuri delle città sono molto simili all’attuale presente. Non dobbiamo immaginare salti fantascientifici, ma guardare con attenzione quello che già sta succedendo, perché quello che succede a Tirana e quello che succede a Milano oggi determinerà largamente quello che succederà tra trent’anni, quarant’anni e già a Tirana e Milano vediamo degli scenari di futuro, che sono molto importanti per capire qual è la direzione da prendere. Le città sono straordinarie perché sono diverse, anche se hanno alcuni fattori comuni. Tu parlavi del Mediterraneo e dell’Europa. Pensate solamente che le nostre città sono città che sono cresciute aggiungendo, costruendo in ogni epoca storia, monumenti, spazi pubblici, edifici, senza mai però dover fare tabula rasa, distruggere quello che c’era prima. Questo palinsesto è il carattere fondamentale delle nostre città ed è quello che le rende così ricche ed è quello che noi dobbiamo conservare per il futuro. L’altra grande questione è davvero la questione ambientale. Tutti e tre avete parlato del tema del verde e io vorrei che fosse molto chiaro questo. Il tema del verde non è solamente un tema di bellezza estetica o di varietà dei paesaggi. È una questione fondamentale. I boschi assorbono il 35 per cento di quel CO2 che le città producono per il settanta per cento; gli alberi si nutrono di CO2 e la trasformano in ossigeno; gli alberi assorbono le polveri sottili del traffico, puliscono l’area urbana, aumentano le biodiversità, riducono fortemente la temperatura media delle città che è di due o tre gradi più alta della temperatura delle campagne. Allora, piantare un albero è un gesto straordinario, un gesto rigenerativo, perché crea vita (Erion ha raccontato molto bene questa idea, ma credo che anche il lavoro che Beppe Sala sta facendo vada in quella direzione), è un gesto che ha un costo molto ridotto, che coinvolge tutti nel senso che il futuro della città non è dedicato a qualcosa di astratto, come si diceva oggi. Ci sono le smart city, io devo dire che spesso l’idea di smart city mi infastidisce, mi innervosisce, perché si pensa a un grande sistema tecnologico, meccanico, innovativo e quindi all’intelligenza artificiale; smart city sono invece reti di intelligenza collettiva, in cui i cittadini costruiscono tutti insieme un futuro e l’idea di piantare un albero è, nella sua semplicità, il modo più efficiente, efficace per raccontare cosa può diventare una città nel futuro.

 

LUCA DONINELLI:

Ovviamente su un tema così abbiamo appena cominciato a parlare. Noi ci salutiamo e potremmo continuare ancora. Gli scrittori hanno parlato tanto di città. Per esempio l’idea di smart city la dice già Gogol’, quando parla della Prospettiva Nevskij dice: “Non è una strada che unisce un punto a un altro della città, ma è quel luogo dove tutti vanno”. Cioè “si va lì” e questo dà l’idea del genio di Gogol’, si va lì perché ci si “riavvicina”. Grazie di cuore. Torneremo a parlare di questo, molto!

Trascrizione non rivista dai relatori

 

 

Data

22 Agosto 2019

Ora

17:00

Edizione

2019

Luogo

Sala Neri UnipolSai
Categoria
Incontri