ITALIA: UN PAESE CHE DEVE CRESCERE CON L’EUROPA - Meeting di Rimini

ITALIA: UN PAESE CHE DEVE CRESCERE CON L’EUROPA

Italia: un paese che deve crescere con l'Europa

22/08/2011 ore 19.00_x000D_ In collaborazione con Unioncamere. Partecipano: Giorgio Guerrini, Presidente Nazionale Confartigianato; Antonio Mastrapasqua, Presidente dell’INPS; Mauro Moretti, Amministratore Delegato di Ferrovie dello Stato; Antonio Tajani, Vicepresidente Commissione Europea, Commissario Responsabile per l’Industria e l’Imprenditoria; Sarah Varetto, Direttore Sky Tg24. Introduce Bernhard Scholz, Presidente della Compagnia delle Opere.

In collaborazione con Unioncamere. Partecipano: Giorgio Guerrini, Presidente Nazionale Confartigianato; Antonio Mastrapasqua, Presidente dell’INPS; Mauro Moretti, Amministratore Delegato di Ferrovie dello Stato; Antonio Tajani, Vicepresidente Commissione Europea, Commissario Responsabile per l’Industria e l’Imprenditoria; Sarah Varetto, Direttore Sky Tg24. Introduce Bernhard Scholz, Presidente della Compagnia delle Opere.

 

BERNHARD SCHOLZ:
Buona sera, benvenuti a questo incontro dal titolo “Italia: un Paese che deve crescere con l’Europa”. Non c’è dubbio che l’Italia debba crescere, perché se l’Italia non cresce tutte le discussioni che facciamo in questi giorni anche sulle diverse manovre non avranno nessun esito, perché anche il rientro del debito pubblico, il pareggio di bilancio dello Stato, l’equità e quant’altro non si realizzerà mai senza una crescita adeguata. Le migliori previsioni parlano dell’1% del PIL, anche se sappiamo tutti che sarebbe necessario almeno un punto in più. Questo titolo quindi ha una chiave di lettura molto precisa, l’Italia deve crescere, però c’è una seconda parte, con l’Europa, perché le discussioni degli ultimi tempi hanno avuto due accezioni: una che dice che l’Europa è una opportunità per la crescita dell’Italia e l’altra ha messo in dubbio anche questo, dicendo che se non ci fosse l’Unione europea e l’Italia potesse andare per conto suo, sarebbe anche meglio. Addirittura c’era una discussione sulla possibilità di uscire dall’Euro per rafforzare il sistema economico italiano. Normalmente però esiste nella media della popolazione la convinzione che l’Europa oramai è diventata connaturale all’Italia stessa, quindi bisogna lavorare insieme anche se questa collaborazione non è sempre facile. Il Presidente della Repubblica stesso ha trovato anche delle parole critiche rispetto ad alcuni ultimi eventi che riguardano la modalità con la quale si lavora insieme in Europa. Quindi parleremo di un tema molto attuale, molto importante, molto decisivo per il futuro dell’Italia. E ne parleremo con Sarah Varetto, Direttrice di Sky Tg24, con Giorgio Guerrini, Presidente di Confartigianato, Antonio Mastrapasqua, Presidente dell’INPS, Mauro Moretti, Amministratore Delegato di Ferrovie Italiane e Antonio Tafani, Vicepresidente della Commissione Europea.
Ringrazio tutti di avere accettato questo invito e vedremo che le diversità di responsabilità che le persone qua presenti coprono, daranno veramente la possibilità di vedere questo futuro Italo-europeo da angolature diverse e quindi sarà un grande arricchimento per comprendere meglio quali possono essere le strade da percorrere.
Cominciamo con il sistema delle piccole – medie imprese. Noi sappiamo che l’Unione europea ha pubblicato il Small Business Act, che è stato un riconoscimento importante del contributo che danno le piccole-medie imprese alla crescita dell’Italia ma anche dell’Europa in quanto tale, perché sappiamo che più del 90% delle imprese italiane sono di piccole-medie dimensioni ma se guardiamo l’Europa dei 27 questo non cambia di molto. Quindi in che modo, la domanda a Giorgio Guerrini, in che modo l’Europa è un’opportunità per le piccole-medie imprese in generale e, nello specifico, per le piccole-medie imprese italiane?

GIORGIO GUERRINI:
Bene, grazie. Innanzitutto, gli imprenditori italiani e la caratteristica dell’impresa italiana diffusa, che è una caratteristica di piccola e media dimensione, hanno da sempre vissuto l’Europa come un ulteriore aggravio di democrazia. In un Paese come il nostro, i livelli di rappresentanza politico-istituzionale sono i più numerosi d’Europa: noi abbiamo dalle circoscrizioni a i comuni, le comunità montane, i piani d’ambito, le province, le regioni, lo stato nazionale e quindi l’Europa, una serie di stratificazioni e a volte anche sovrapposizioni normative e burocratiche che rendono la vita delle imprese di piccole dimensioni molto complicata. Inoltre il livello europeo, fino a qualche anno fa, fino all’emanazione dello Small Business Act, di circa due anni fa, che secondo noi è lo spartiacque per una cambio di cultura, di mentalità che attendevamo da tempo, il livello europeo aveva visto sino allora una serie di normative e di adempimenti che erano fatti spesso sulla misura della dimensione di impresa grande, addirittura multinazionale, e che poi venivano calate in maniera quasi a fotocopia nel sistema diffuso di imprese di cui l’Italia è campione in Europa. E quindi, da parte dei molti milioni di imprenditori italiani, l’Europa veniva vista spesso non come un’opportunità, ma come un ulteriore aggravio di burocrazia. Una precisazione che va fatta, lo aveva detto nella presentazione il presidente Scholz, è che un mito che va sfatato è che il sistema delle micro, piccole e medie imprese non è così diffuso solo in Italia. Se noi prendiamo a parametro l’Europa a 27, i dati confrontati sulla presenza di micro, piccole e medie imprese in Italia sono leggermente più alti rispetto alla media europea. Voglio dare i dati precisi per non sbagliare: ad esempio, in Europa il sistema della micro-impresa, quindi imprese con meno di dieci occupati, vale il 91,8% di tutte le imprese, mentre in Italia sale al 94,6%. Quindi vi è un piccolo delta del 2,8%. Allora non è vero che micro-impresa vuole dire solo impresa italiana: vi è una presenza di micro, piccole e piccolissime imprese in tutta Europa, in Spagna, in Francia, in Germania, nell’Europa dell’est e anche nell’Europa del nord. Nella dinamica invece di rappresentanza di imprese cosiddette piccole, quindi con meno di cinquanta occupati e meno di dieci milioni di fatturato, in Europa vi è un’incidenza del 6,9%, mentre in Italia solo del 4,8%. Quindi anche qui vi è un piccolo scarto. Allora noi crediamo, e lo abbiamo ripetuto per tanti anni, purtroppo senza trovare da parte della rappresentanza politica europea un’attenzione che invece per fortuna adesso c’è, che le normative, i provvedimenti debbano essere fatti a misura e sulla taglia di questo sistema di imprese, e non al contrario. Con lo Small Business Act si cambia paradigma: lo Small Business Act non è altro che un’iniziativa, una raccomandazione che l’Europa fa agli stati membri, per pensare soprattutto nella fase legislativa alle imprese di piccole dimensioni. Io ripeto sempre una frase famosa che infiammò l’assemblea di Confartigianato nel giugno del 2008, inizio legislatura, quando il Presidente del Consiglio venne a dirci il contrario del paradigma che aveva caratterizzato i decenni passati (“se una legge va bene alla Fiat va bene al Paese”), ci disse: “Se una legge va bene alle piccole-medie imprese va bene al Paese. Ecco, io credo che la rivoluzione culturale, in piccolo, che è stata fatta in questi anni, è stata questa. Ora, il passaggio fondamentale, però, è un altro: noi vorremmo che dalle buone pratiche che l’Europa invita ad attuare, si passasse a provvedimenti concreti, perché fino ad adesso questo è mancato. Lo Small Business Act è un atto di indirizzo che l’Italia ha, anche credo per convenienza, recepito per prima, però se noi andiamo a chiedere ad esempio – e io lo faccio costantemente ogni volta che partecipo a un’assemblea dei miei associati – se in questi ultimi anni hanno avuto la sensazione concreta che il livello di burocrazia sia diminuito nelle loro imprese, ahimè, la risposta purtroppo è sempre no. E ci sono delle testimonianze concrete – faccio riferimento all’ultima iniziativa del Ministero dell’Ambiente che era il famigerato Sistri e che per fortuna si è bloccato. In teoria si dovrebbe avere l’attenzione di legiferare su una dimensione di impresa, che abbiamo visto non è solo italiana ma anche europea, di piccole dimensioni, mentre molto spesso si generano dei mostri. Fatta questa premessa, devo dire che per fortuna le cose in questi ultimi tempi, da parte di questa nuova legislatura europea, sono cambiate. Noi abbiamo avuto dei contatti molto positivi con il Vicepresidente italiano sullo Small Business Act, li abbiamo avuti anche su argomenti specifici, quali sono ad esempio i tempi di pagamento della pubblica amministrazione, delle imprese di più grandi dimensioni nei confronti della filiale e delle imprese più piccole, anche se poi la difficoltà è tradurre atti di indirizzo in pratiche concrete, perché, voi capite benissimo, in un momento come questo di difficoltà di accesso al credito da parte delle imprese di piccole dimensioni, perché poi è una catena quella del credito, dai grandi istituti, da quelli medi a quelli piccoli, all’impresa, il credito manca, questa è la verità, e quindi poi l’anello più debole, che è quello che sta in fondo, purtroppo sconta tempi lunghi, rigidità, burocrazia. Allora l’accorciamento dei tempi di pagamento della pubblica amministrazione, e l’Europa invita i Paesi come il nostro che ha, sul fronte della pubblica amministrazione in senso generale tempi che sono tre volte superiori alla media europea – in Europa si paga, per fare un esempio, a sessanta giorni, in Italia si paga a 180 di media – ma anche nel sistema privato, sarebbe un’iniezione di liquidità importantissima in un momento ancora difficile come questo. Un altro argomento, lo accenno soltanto, ma è molto importante, poi vorrei avere l’opportunità di poterlo sviluppare, perché giustamente il moderatore ci ha invitato a fare interventi molto brevi, è tutta la vicenda legata alla conclusione del percorso di Basilea 3, con delle normative legate alla finanza. Ecco, anche qui abbiamo preso delle iniziative molto importanti, vi è un percorso positivo, questo dimostra una volta di più che quando vi è un rapporto stretto e diretto tra la rappresentanza degli interessi veri delle imprese della società civile e dei cittadini e la rappresentanza politica, poi si arriva al risultato. Poi anche qui, e non è per piaggeria, devo dire che l’attenzione e la disponibilità mostrata dal Vicepresidente italiano, anche per le deleghe che ha, è stata molto importante. Noi ci auguriamo che anche questo percorso che è partito non bene, ma è stato poi recuperato, abbia una conclusione positiva, perché sarebbe un ulteriore difficoltà per il sistema delle imprese se aumentasse la burocrazia e la rigidità, farebbe avere meno ossigeno, che vuol dire risorse e finanza, alle imprese.

BERNHARD SCHOLZ:
Grazie, Angelo Guerini. Andiamo sulle grandi imprese, Ferrovie italiane sono una grande impresa. È stata sempre la filosofia dell’Europa garantire una grande e vera competitività interna per rafforza il sistema imprenditoriale ed economico dell’Europa in quanto tale, rendendo quindi l’Europa anche competitiva a livello internazionale. Questa competitività all’interno dell’Europa, funziona, è un aiuto per la crescita anche delle grandi imprese?

MAURO MORETTI:
Sì, e la risposta potrebbe essere finita qua. Aiuta assumendo naturalmente qualche punto di riferimento. Intanto, quando si fa questo tipo di assunzione, di domanda, si presuppone che ci sia un mercato non più solo nazionale, ma un mercato europeo. Questa non è una cosa semplice, perché un mercato europeo dovrebbe avere regole uniche al disopra di ogni stato nazionale, affinché ognuno abbia pari condizioni per competere sia nel proprio mercato di origine, ex domestico, sia nei possibili mercati di espansione. Però così non è, quindi quello che teoricamente, astrattamente è assolutamente positivo e da perseguire, nella pratica non avviene. Qui abbiamo il Vicepresidente italiano, che è stato anche commissario trasporti e infrastrutture e tutto il resto, lui sa bene che a fronte delle stesse direttive di liberalizzazione, come ad esempio del mercato ferroviario, vi sono poi ventisette leggi nazionali di attuazione tutt’affatto diverse l’una dall’altra, che rifratturano il mercato non dando possibilità a tutti di avere pari opportunità nel poter andare a far competizione sull’unico mercato europeo. Guardate che questo è un punto molto importante, perché rappresenta una delle questioni fondamentali per cui valga la pena o meno lavorare per l’Unione europea. Cosa voglio dire: che se tutti non hanno pari opportunità, perché nella traduzione di legge nazionale si mettono cento barriere in più – è il caso italiano – di quello che succede in Germania o in Francia o in altri Paesi, vuol dire che gli operatori che nascono sul nostro mercato hanno meno opportunità degli altri, e rischia alla fine di fare quello che è successo in molti settori, che le imprese di riferimento, i campioni nazionali dei due Paesi più forti, diventino le uniche imprese per l’intera Europa. A me ha colpito quello che ha detto tempo fa al Parlamento europeo il mio collega tedesco, che – e questo è un fatto positivo per noi, ma mi ha colpito perché in quello c’era un implicito ragionamento -ha ammesso che nell’Europa futura fra dieci, vent’anni saremo in tre. Loro sono abituati a lavorare in termini di medio o lungo termine (qualifichiamolo, se no facciamo confusione anche tra di noi: medio termine vuol dire 2020/2030, lungo termine vuol dire 2030-2050, dico cifre di cui in Italia non si parla nemmeno, tanto meno si pianifica né si programma. Quindi come si potrà far sì che si avveri quello che ci diceva Napolitano, essere all’altezza dei problemi, avendo chiaro quello che abbiamo fatto e con lo sguardo al futuro dello scenario del medio e del lungo, senza aver nemmeno cognizione di cosa vuol dir medio e lungo, è tutto da dire). Con questo il mio collega tedesco ha detto due cose: che l’unione dei mercati conduce a una semplificazione drastica dei campioni, e dall’altro, che tra questi tre ci saremo anche noi. Questo è una fortuna, mentre tre anni fa non comparivamo tra quelli che erano i possibili competitori, il nostro amico tedesco ci mette tra i tre che possono competere sul mercato europeo. Siamo Deutsche Bahn, SNCF e Ferrovie dello Stato, che pochi anni fa era esclusa, perché era esclusa? È qualcosa da studiare, perché in piccolo è un po’ il paradigma di quello che sta succedendo per l’Italia. Noi cinque anni fa eravamo in una posizione di fallimento: debiti folli, perdite annue, quindi l’equivalente di un deficit di uno Stato, due miliardi su sei e mezzo di fatturato, e naturalmente non c’era nessuna possibilità, nessun progetto di crescita, nessuna possibilità di potere vivere. Dovevamo solamente dire che si chiudeva, così come nei settori dei trasporti ricordo che hanno chiuso la vecchia Alitalia e la Tirrenia, sarebbe stata una catastrofe. Ora no, ora siamo riusciti a fare un’operazione che in qualche modo è quella che si dice di dover fare oggi nel nostro Paese. Contemporaneamente agire su due leve ma avendo prima definito degli obiettivi chiari di medio termine se non di lungo, almeno per una parte degli investimenti infrastrutturali, ma anche per la parte dei servizi. Le due leve sono state da un lato una forte operazione di razionalizzazione su tutte le spese, non su tutte le spese, su tutte le spese inutili a produrre ricchezze, e dall’altro l’utilizzazione di tutto ciò che si poteva risparmiare per potere reinvestire in prospettiva di espansione e di sviluppo, espansione e sviluppo non solo nazionale ma anche internazionale. Se volete qui si racchiude il nostro problema: dobbiamo – ritorno all’origine- evitare di fare gli italiani. Noi infatti dalle direttive europee facciamo solo leggi nazionali che sono inutilizzabili e sempre in contrapposizione agli interessi nazionali. Io propongo semplicemente che si prendano queste direttive e si traducano in legge come fanno in tutti i Paesi – quasi tutti – senza quasi modificarle, in modo che evitiamo di avere delle differenze rispetto agli altri. Anche perché quando si concepisce una direttiva la si concepisce in termini sistemici; se la si viene a frantumare, a parcellizzare e a particolarizzare, si perde la sistematicità, e le imprese perdono qualsiasi possibilità di competere in maniera reale. Secondo: avere il coraggio di fare azioni che sono impopolari. In questi giorni Galli della Loggia ci ha detto per due volte nei suoi corsivi che bisogna sostituire la “democrazia della spesa” con la “democrazia della scelta”. Scelta difficile vuol dire che si fa questo con i soldi che ci sono e non si fa quest’altro, rischiando che il non si fa quest’altro produca dei voti anche di consenso. Ma questo occorre fare quando si è arrivati a dei percorsi tali in cui il rischio che corriamo è quello di perdere la sovranità nazionale. Badate che la lettera della BCE per acquistare i bond, non è altro che dovere accettare delle limitazioni alla sovranità nazionale, e lo stesso paradigma se lo si rapporta al problema degli euro-bonds, in maniera non preparata, rischia di diventare semplicemente un tentativo di assumere nuovi garanti, nuovi sovrani, che con la loro reputazione possano garantire anche per noi. Ora, il problema di dover ricreare credibilità, reputazione, vale per un’impresa, vale per uno Stato. In un momento di trasformazione enorme degli elementi competitivi tra Stati, tra imprese, ma con dei metodi che sono assolutamente uguali, se tu non riesci ad essere più competitivo, fallisci come impresa, se tu non riesci ad essere più competitivo come Stato, perdi la tua sovranità. E chi la assume? Colui che può dare le garanzie sui tuoi debiti, e le da per te, e nel darle per te vuole, come si facevano le cambiali cinquant’anni fa in Italia nell’epoca del boom, poter decidere su un pezzo della tua potestà. Ora questo problema noi lo dobbiamo affrontare in maniera chiara, perché dobbiamo entrare in Europa sfruttando questa occasione di crisi, attraverso un manovra che riesca a riprendere in mano i due corni del problema: razionalizzazione e austerità da un lato, e dall’altro grande selezione per poter investire nei motori della trazione verso uno sviluppo del nostro Paese, per recuperare quella credibilità che non è fatta semplicemente di stock di debiti o cifre di deficit. Dicevo prima agli amici qui presenti che abbiamo dei paradossi: il Paese più indebitato al mondo, prima ancora degli Stati Uniti d’America, è il Giappone, 7.400 miliardi di euro di debiti. Ebbene, quello, incredibilmente, ha il tasso di interesse sul suo debito più basso del mondo, l’1%. Come fa ad avere questa cosa? Perché è in grado, attraverso l’insieme delle azioni con il quale si presenta il Paese, il suo debito, la sua storia, anche i suoi errori, di poterli in qualche modo compensare con una strategia futura che riesca a far sì che i creditori siano, o per forza o per volontà, in grado di poter contribuire. E qui, e chiudo, viene fuori il problema della dimensione: io sono d’accordo che quello che andava bene per la Fiat era una follia, e infatti ne paghiamo i prezzi, ma anche sono d’accordo, sono altresì convinto, che se si prendono delle misure solo per le piccole medie imprese, questa è un’altra follia. Qui ci vuole misura. L’altro giorno, mi pare mercoledì scorso, sul Financial Times, c’era un bell’articolo, che tra l’altro diceva che si possono fare gli euro-bonds anche senza la Germania, diceva una cosa semplice: nella dimensione globale, per poter competere o si hanno le dimensioni giuste per potere essere di ingombro per tutti nel fallimento, too big to fail, e ciò vale anche per gli Stati, non solamente per le banche, oppure si è residuali. Perché la speculazione finanziaria non attacca gli Stati Uniti, che dopo aver avuto la diminuzione ricordata da Napolitano ieri, le due “A”, hanno avuto dei tassi inferiori a prima sui i loro debiti? Perché nessuno si sogna di far l’attacco a chi ha uno stock di debito di 7.000 miliardi di dollari equivalenti. Come nessuno si sogna di farlo per il Giappone, perché ne ha tanti, perché ci rimette lui. Allora, il dovere dare dimensione nel passare dai singoli Stati europei alla dimensione dell’Europa, attraverso una politica che riproduce la sovranità a quel livello e quindi le garanzie di sviluppo o di pagamento dei propri debiti a quel livello, produce delle dimensioni che ci permettono di poter pensare in maniera completamente diversa. E in questo, se l’Italia non ha le dimensioni dei suoi attori fondamentali, le imprese sufficientemente grandi, rischia di essere tagliata fuori dalla parte sovrana, si dovrà accontentare di far la filiale della sua fornitura. Io credo che noi non possiamo arrenderci, lo dico alle giovani generazioni, che devono scalpitare per prendere il posto nostro. Già abbiamo avuto un buco generazionale negli anni ’90, a differenza degli altri Paesi, ma se non ragioniamo così, e non ragioniamo per quella unificazione politica, ricontrattando sulla base di un programma serio che dia reputazione e credibilità a noi nel potere contrattare con gli altri, noi rischiamo grosso. Noi delle Ferrovie, nel nostro piccolo, abbiamo fatto questo e oggi siamo abbastanza rispettati, ripeto, dai tedeschi e dai francesi, che non ci vedono più come un’inutile vicenda che può essere solo annullata.

BERNHARD SCHOLZ:
Grazie. La questione della sovranità nazionale evidentemente è un problema che ha diverse facce, però c’è anche un altro problema: che una nazione che deve pagare per altre nazioni per il fatto che sono nell’Europa, si può sentir limitata nella propria sovranità nell’utilizzo del proprio gettito. Quindi ci sono diversi punti di vista che dovremo rispettare. E questo ci introduce al sistema pensionistico che c’entra molto con l’Europa, perché proprio questo problema si è posto quando il sistema pensionistico greco è andato in tilt, e quando, lo dico per introdurre un problema che vedremo più avanti, quando soprattutto la Germania e la Francia si sono chieste, ma anche l’Italia, mi ricordo bene, perché loro avrebbero dovuto dare un contributo a una nazione in cui si va in pensione a 58 anni col 90% del reddito, mentre nel proprio Paese si va in pensione a 67 anni con circa il 70%. Quindi ci sono dei problemi di diversità di strutture dei sistemi, quello pensionistico come del welfare in generale, ma adesso prendiamo l’esempio delle pensioni, che creano anche dei problemi notevoli. Andiamo sull’Italia: è certo che l’Italia ha un sistema pensionistico dopo una lunga riforma, che è fra i migliori se non il migliore tout court dell’Europa. E’ riconosciuto oggettivamente da tutti che il sistema INPS è, si può dire, il migliore europeo. E quindi la domanda, Antonio Mastrapasqua, avendo messo a posto un sistema interno, questo, rispetto all’Europa, cosa comporta, siete un modello che viene recepito? Questo crea dei contrasti a livello europeo e come la mettiamo con la diversità dei sistemi? Perché questo è un esempio, ma riguarda, ripeto, tutte le diversità del sistema del welfare, è un esempio molto importante, perché su questo avremo dei dibattiti molto forti.

ANTONIO MASTRAPASQUA:
Indubbiamente nel momento in cui si parla di spesa, si parla di Europa, si parla di spesa pensionistica assistenziale – parlo di quella che passa attraverso l’INPS, che ammonta a circa 300 miliardi di euro l’anno e muove quasi il 20% del PIL -, è chiaro che l’Europa non può non avere attenzione a quello che il nostro Paese fa su questa voce di spesa e l’Italia non può certo oramai essere scevra dal sentirsi all’interno di un sistema più integrato. Noi abbiamo vissuto per tantissimi anni una sorta di vergogna previdenziale, perché eravamo tacciati come il Paese più generoso da una parte e meno attento, sicuramente una Cenerentola, nei sistemi previdenziali europei. E questo influiva non solo sul giudizio politico interno, ma soprattutto rispetto a un giudizio europeo, perché i Paesi vengono valutati rispetto al loro potenziale economico finanziario, alla loro capacità di determinare le spese e la spesa più importante del Paese – il bilancio dell’INPS è il secondo bilancio dopo quello dello Stato – indubbiamente pesava sul giudizio complessivo. In questi anni sono state fatte riforme importanti, lo diceva lei prima. E’ chiaro che è stato un cantiere durato moltissimo, perché non si può immaginare di fare un decreto legge per riformare le pensioni, perché si interessano milioni di cittadini, lavoratori attivi, pensionati. E quindi l’attenzione, la delicatezza nel toccare queste materie deve essere sempre alla base di ogni ragionamento. Il cantiere è durato circa 20 anni: da Amato, Dini, Prodi, Maroni, di nuovo Prodi-Damiano a Tremonti-Sacconi, e sicuramente continuerà nel futuro, perché non possiamo immaginare di avere un sistema chiuso in un mondo che si evolve, in un mondo che cambia. Però ci sono state alcune cose importanti fatte, che fino a poco tempo fa erano inimmaginabili. Ancora oggi sui giornali si legge che qualcuno le chiede, quindi significa che anche coloro che sono i decisori non si sono accorti di quello che loro stessi in Parlamento hanno o votato o votato contro. Però noi abbiamo un sistema che il commissario europeo ha definito come fra i migliori, insieme a quello della Svezia, ovvero l’età del pensionamento è collegata all’aspettativa di vita in modo automatico. Non ci saranno più trattative tra le parti sociali, il Governo, il Parlamento e quant’altro, ma l’Istat comunicherà quant’è l’aspettativa di vita nuova e l’Inps automaticamente dovrà adeguarla rispetto a quello che poi sarà l’età del pensionamento. Una piccola parentesi per far capire quanto poi queste materie sono delicate. Alcuni anni fa era stata deciso di fare degli adeguamenti automatici, ma per molti anni, e per tanti governi, queste cose non sono mai uscite, non c’è mai stato il decreto d’attuazione, perché è chiaro che tra una legge e l’applicazione della stessa c’era poi colui che si doveva intestare il decreto che dava una revisione sicuramente non migliorativa delle pensioni. Sulla aspettativa di vita, e questo è significativo, si rimanda ovviamente a un decreto ministeriale, per paura che però negli anni futuri qualcuno non abbia il coraggio di farlo, nella norma c’è scritto che colui che deve firmare il decreto, se non lo firma in quella data, ne risponde di danno erariale rispetto alla quantità di risparmio che lo stato avrebbe tratto da quella misura, e trattandosi di qualche miliardo l’anno, forse sicuramente, nel futuro, qualcuno firmerà quel decreto. Questo per dire che la materia è complicata e delicata. Oggi noi abbiamo un sistema sostenibile, abbiamo un sistema che è vissuto dall’esterno con consapevolezza di una sostenibilità e di una serietà, sicuramente all’interno il dibattito politico è sempre alla ricerca di miglioramenti che nessuno nega, ma che comunque vanno fatti con grande attenzione, perché comunque si parla di milioni di persone che hanno una aspettativa di chiarezza del loro futuro, perché si parla del proprio futuro, del proprio futuro previdenziale, il proprio futuro, di quando si diventa vecchi e cambiarlo ogni giorno sicuramente non fa il bene delle persone. Allora oggi di che cosa c’è bisogno? A mio avviso, e questo anche all’interno di un sistema integrato di crescita, sicuramente bisognerà lavorare di più, questo va detto a tutti, va detto ai giovani, perché si vive di più, si lavora di più, e lavorare di più in un sistema, ed è giusto e importante saperlo, che abbandona, lentamente ma abbandona, il sistema retributivo e va verso il sistema contributivo. Oggi il giovane è chiamato a una responsabilità maggiore rispetto a prima. Ovvero, con il sistema retributivo, si poteva anche essere disinteressati di quello che succedeva nella propria vita previdenziale, si arrivava al giorno della pensione, si faceva la media degli ultimi anni e a quel punto si sapeva la pensione. Con il sistema contributivo lo scenario è totalmente diverso, perché quello che uno mette nel salvadanaio è quello che alla fine lavorativa trova, ed è un cambio che noi ancora oggi, purtroppo, lamentiamo come assente dalla cultura generale. Quest’anno è coinciso con la relazione in Parlamento dell’Inps, “La giornata per il futuro”. Siamo andati nelle scuole a spiegarlo. Però, ricordate quando c’era la giornata del risparmio? Ognuno di noi tornava a casa con quella locandina, apriva il libretto postale, io avevo il mio libretto postale, mio padre lo ha aperto a tutti noi fratelli; ecco, oggi quanti di voi, o quanti di noi controllano mensilmente l’estratto conto previdenziale? Sul sito si può andare per capire se sono stati versati, che cosa significa, quanti contributi sono stati messi dal datore di lavoro e questo deve far nascere una nuova coscienza, perché crescita vuol dire, sicuramente, fatturare di più, vuol dire produrre di più, ma poi sono le persone che lo devono fare, e la persona deve avere la serenità di sapere che alla fine di un momento lavorativo avrà una pensione certa, credibile, sostenibile per il Paese, ma anche sostenibile socialmente per se stesso. Allora l’impegno, e credo che momenti come questi lo siano sempre di più, è quello di cambiare approccio verso il sistema previdenziale integrato con l’Europa. Oggi abbiamo giovani che viaggiano, lavorano un po’ in Spagna e poi tornano, quindi anche le relazioni con l’estero sono fondamentali e importanti. Noi abbiamo da circa sei mesi funzionari del Paese cinese, del Governo cinese che stanno studiando la previdenza italiana; l’unica che somma previdenza e assistenza insieme. Ecco, io credo che oggi noi possiamo andare orgogliosi che dall’estero vengano, ci studino perché abbiamo fatto quello che fino a qualche tempo fa qualcuno non poteva immaginare. Oggi però va vissuto, capito e studiato, altrimenti non abbiamo fatto un buon servizio, lo abbiamo fatto sulla Gazzetta ufficiale ma non nelle tasche degli italiani.

BERNHARD SCHOLZ:
Come abbiamo sentito, è già difficile spiegare il passaggio da un sistema retributivo a un sistema contributivo. Figuriamoci quanto è complicato a livello europeo far capire, dentro le diversità, una necessità di lavorare insieme. Io faccio un esempio: quando si trattava di discutere se la Banca centrale europea dovesse acquistare i 20 miliardi di titoli italiani e spagnoli, questo non fu una discussione sul compito della Banca, ma fu da tanti giornali ridotto a una discussione fra Francia e Germania da una parte e Spagna e Italia dall’altra. E quindi la mia domanda a Sarah Varetto è questa: lei è giornalista, ha una grande esperienza nel riportare i temi economici, finanziari ad un pubblico ampio, è possibile oggi comunicare ad un pubblico ampio questi problemi di cui abbiamo parlato questa sera, questi problemi di cui ho fatto due o tre esempi, in modo tale che non si ricada sempre in una logica di pregiudizi, semplificazioni, stereotipi, ma in un modo tale che possa crescere una comprensione reciproca delle problematiche che sono da affrontare insieme?

SARAH VARETTO:
Io sono una giornalista economica, quindi la risposta non può essere che si, ovviamente, altrimenti avrei passato gli ultimi 20 anni a fare qualche cosa che non ha possibilità di essere compresa. Invece la storia, più che delle istituzioni europee, dei cittadini europei, ci insegna che un buon lavoro lo abbiamo fatto. Chi mette in dubbio il valore di essere dentro l’area euro? Di solito non sono le opinioni pubbliche, ma sono legittimo dibattito politico, appunto alcune fazioni, ma non sto parlando soltanto dell’Italia, è qualche cosa che viene fatta in molti altri Paesi. E’ ovvio che in Grecia si accende la polemica sul fatto se davvero a loro convenga farsi mettere in una sorta di vero e proprio commissariamento, noi abbiamo usato questa parola per l’Italia nel momento in cui abbiamo ricevuto una lettera della Bce, dove è anche normale che chi si appresta a darci molti soldi in prestito voglia anche delle garanzie. E ci arriveremo, anche tra poco, perché ad un certo punto è stato necessario offrire delle garanzie supplementari. In altri Paesi, quell’esigenza di dibattito sulla convenienza o meno, è nata o da un clima di austerity molto forte, come è successo in Grecia con delle tensioni sociali enormi, ma anche nella stessa Germania, io non mi posso scordare alcuni siti tedeschi, prima che si definisse l’architettura del fondo salva stati, che facevano uscire delle notizie assolutamente incontrollate, che però trovavano anche spazi di ripresa, su presunte banche tedesche che stessero già preparando una sorta di riconversione dei bancomat. Era uscito questo anche in previsione di un disfacimento dell’area dell’euro e di un ritorno quindi alla loro valuta. Sicuramente l’informazione economica-finanziaria negli anni dell’ingresso nella moneta unica ha dovuto fare un lavoro maggiore in Germania che non in Italia. In Italia noi eravamo ben contenti, e questo non gioca certo a favore di un clima di sfiducia generale che l’opinione pubblica ha sempre avuto nei confronti della classe politica indipendentemente dal colore, perché ci ricordiamo tutti che, a metà degli anni ’90, non era un Paese, il nostro, dov’era acceso il dibattito nell’opinione pubblica sul fatto se con l’euro avremmo perso sovranità nazionale; sembrava quasi che per certe materie il fatto che perdessimo sovranità nazionale fosse anche poi fonte di una maggiore sicurezza, di una maggiore garanzia, anche perché venivamo da degli anni dove davvero l’austerity aveva riguardato noi. E qui vengo a quello che diceva prima Mauro Moretti, è un momento critico ma di grande opportunità, usiamolo allora finalmente, perché noi, i momenti critici che potevano essere grandi opportunità, li abbiamo già vissuti. Io faccio questo lavoro e ovviamente le riflessioni che vi offro sono quelle di un operatore dell’informazione da almeno due decenni, due decenni passati a dire che l’Italia non cresce abbastanza. Noi oggi affrontiamo il tema della crisi, una crisi deflagrata nel 2008, prima sul piano finanziario, poi con la diminuzione del credito alle imprese, un problema che continua e che sussiste, che ha contagiato ovviamente l’economia reale, i debiti sovrani di quei Paesi che hanno salvato il sistema finanziario, però in realtà i nostri problemi partono da lontano, come il nostro debito pubblico, e forse siamo stati un po’ troppo sicuri di noi tanto da dire che ci ha colto di sorpresa l’attacco dei mercati, e dico mercati e non speculatori. Il mercato che mestiere fa? Premia chi riesce a creare valori, gli da ancora un maggiore valore, punisce, invece, chi non riesce a trasmettere fiducia. E perché allora noi, improvvisamente, che eravamo bravi a gestire il nostro debito pubblico, lo abbiamo fatto per più di 20 anni, a un certo punto non abbiamo più trasmesso fiducia? Torniamo così al tema della crescita, il perché è che non offriamo sufficienti garanzie ai nostri creditori, sufficienti sicurezze, perché non riusciamo a crescere. E su questo apriamo un dibattito che nell’informazione economica, ma anche politica è veramente, come dire, affonda radici lontane, anche se non ha mai visto uno sviluppo concreto. Quando leggiamo, appunto, su autorevoli quotidiani che questo è il momento delle scelte impopolari, per cui dobbiamo fare dei tagli di spesa, non capiamo che ci sono cose che non costerebbero nulla, ma costerebbero solo consenso e non si sono mai fatte. E’ vero che il torpore italiano dura da tanto tempo. Non c’è una accezione politica nella riflessione che vi sto proponendo, è più generale, riguarda anche noi cittadini, e lo stesso mondo dell’informazione, che alle volte si concentra troppo sulla polemica quotidiana che appartiene alla politica e meno sui temi di fondo. Se i mercati ad un certo punto ci hanno attaccati è perché i nostri tassi di crescita sono bassi. E’ vero, l’ultimo trimestre è stato catastrofico anche per Germania che ha fatto peggio di noi, però non è che possiamo guardare gli ultimi tre mesi, guardiamo ai tre mesi precedenti, guardiamo all’anno precedente. E allora i problemi italiani quando li vogliamo affrontare? Quando siamo disposti a perdere consenso, quando ci sono momenti di crisi, perché più facilmente si riesce a toccare anche l’interesse del singolo. In fondo la prima grande riforma delle pensioni, prima ancora dell’introduzione del contributivo nel ’95 con la riforma Dini, il primo intervento lo fa Amato nel ’92, lo fa quando accettiamo tutti che siamo sull’orlo del fallimento e quindi o facciamo qualcosa, anche di traumatico, oppure ci fermiamo. Ecco, non siamo in quelle condizioni, però attenzione, siamo in una condizione più grave, perché, questa volta indebitata non è soltanto l’Italia ma ci sono anche gli altri Paesi. La Germania, comunque, ha un debito pubblico che arriva all’80% del Pil, lasciamo perdere la Grecia che, lo dobbiamo dire, tecnicamente è fallita, ma anche su questo il torpore italiano ha contagiato anche in parte l’Europa, perché che ci fossero quei problemi sui debiti sovrani che sarebbero cresciuti, erano qualche cosa di chiaro all’indomani dello scoppio della crisi del 2008. E allora ancora adesso stiamo discutendo sulla governance economica, sulla integrazione fiscale, perché è vero, è difficile spiegare ad un tedesco perché deve pagare per il debito accumulato e per i benefici di cui ha vissuto, al di sopra delle sue possibilità, il cittadino della Grecia, ma è anche vero che bisogna condividere il fatto che, per esempio, stando in un unico mercato europeo, il surplus commerciale della Grecia, che è molto banalmente la differenza fra quanto esporta e quanto importa, è dovuto al fatto che ci sono altri Paesi che hanno un deficit e che quindi è un sistema che si tiene su tutto insieme. Forse se si fosse intervenuti per tempo, non soltanto con grandi enunciati di integrazione fiscale e altro, forse oggi saremmo più robusti, forse saremmo anche più vicini agli euro-bond. Lo ricordava prima Moretti, se siamo in tanti e il debito cresce, chi ci presta i soldi ha molte più difficoltà ad attaccarci, a muovere davvero i tassi, se parliamo di ingente mole, che poi è quello che successo anche per altri Paesi. Gli Stati Uniti hanno perso, lo ricordavo poc’anzi, la tripla A, eppure i suoi tassi di interesse sui bond sono scesi sotto il 2%, non era successo neanche all’epoca della grande depressione. Questo è certamente anche un brutto segnale, perché significa che c’è una tale sfiducia sulla crescita globale, che si preferisce mettere i soldi, scappare da investimenti più rischiosi o comunque che dipendono di più dall’andamento dell’economia, e si preferisce andare verso qualche cosa che non offre un gran rendimento ma mette, se non altro, al riparo. E allora che l’Italia debba crescere è qualche cosa che sentiamo ripetere, anche noi che facciamo informazione, nei nostri giornali, per esempio, dedichiamo moltissimo spazio a Skytg24, a quella che è l’informazione economica, per cercare di stimolare il dibattito. Io credo infatti che chi fa informazione, abbia anche il compito, non di volersi arrogare il diritto di proporre una agenda, ma se non altro di stimolare delle campagne di sensibilizzazione. Adesso continuiamo a parlare della famosa lettera della Bce che ci impone determinate garanzie e l’uomo che andrà a sedersi sulla poltrona più alta della Bce, Mario Draghi, ha incentrato tutte la sue osservazioni su come tornare a crescere, che sono poi delle ricette anche queste condivisibili e condivise a parole dalla maggior parte delle forze politiche, che però poi stentano a trovare una reale applicazione. Sentiamo ripetere che per crescere dobbiamo fare la riforma dei sistemi previdenziali, ma sappiamo anche di avere uno dei sistemi più equilibrati non solo in Europa ma al mondo. Per esempio, in materia di mercato del lavoro, Draghi nelle sue considerazioni finali dice: “abbiamo aumentato la flessibilità in entrata”. Infatti, se guardiamo agli ultimi dati, vediamo che le imprese fanno un larghissimo uso dei contratti flessibili, dei contratti a collaborazione e alle volte si arriva in un terreno molto opaco per quanto riguarda poi l’applicazione di questi contratti, però poi, dall’altra parte, non si è dato un sistema minimo di tutele a chi perde questi contratti e così sentiamo anche su questo un dibattito che continua ma che non trova un reale sbocco. Di fatto esistono due categorie di lavoratori, quelli dei super garantiti e quelli invece che accedono al mercato del lavoro, e sono i più giovani, senza nessun tipo di garanzia, di tutele sociali se non quelle tradizionali, familistiche del nostro Paese, ma anche su queste il coefficiente di sostituzione futura delle pensioni ci insegna che non ci potremo contare ancora per tanto. Eppure in materia di mercato del lavoro si inizia di nuovo a riaprire un dibattito, lo abbiamo visto anche nella manovra, poi dall’altra parte da sempre si dice che se si vuole far crescere il nostro Paese si deve far scendere la pressione fiscale su chi paga le tasse, che siano le imprese o i lavoratori. E di nuovo non si sta andando in questa direzione. Io credo che questo sia un po’ il compito di chi fa informazione in questa fase delicatissima del nostro Paese, cercare di sottolineare sempre di più quelle che sono le incongruenze, aiutare anche chi ci legge, chi ci guarda ad acquisire una consapevolezza e unirsi anche al coro di quelli che già i campanelli di allarme stanno cercando di farli suonare, perché se è vero che può essere una grande opportunità quella in cui ci troviamo, potrebbe però essere anche davvero, senza voler usare troppa retorica, la famosa ultima chiamata.

BERNHARD SCHOLZ:
Avendo toccato tutta una serie di temi che riguardano l’Europa, evidentemente per un vicepresidente della Commissione europea si aprirebbe un file molto, molto ampio, quindi la domanda è: quali sono le priorità, perché non si può far sempre tutto anche dal punto di vista politico, legislativo, quali sono le priorità che si pone la Commissione nei prossimi mesi per sostenere la crescita dell’Europa, perché la crescita è un tema per tutti i Paesi, perché anche le locomotive stanno rallentando.

ANTONIO TAJANI:
La prima cosa da fare per rispondere anche a quello che sta succedendo sui mercati è fare politica. Noi abbiamo bisogno di un’Europa che faccia politica, perché ha ragione Moretti quando dice, parlando degli eurobond, ma il discorso vale per tutto, “o si gioca una partita contando per mezzo miliardo di persone sul palcoscenico mondiale o tutti noi europei, inglesi, tedeschi, francesi, spagnoli, lussemburghesi, britannici, siamo destinati a perdere”. E allora, o c’è una politica europea in grado di governare l’economia, in grado di fare politica estera – oggi è all’ordine del giorno -, in grado di fare domani politica della difesa o, sul serio, rischiamo di essere all’ultima chiamata. Perché, ogni qualvolta l’Europa è stata capace di dare una risposta politica, i risultati positivi si sono visti. I mercati chiedono all’Europa di fare politica. Non chiedono soltanto misure tecniche. Le misure tecniche sono figlie di una decisione che deve avere un obiettivo, che deve essere parte di una strategia. Se non c’è questa, l’Europa e gli europei rischiano di essere insieme battuti e di uscire sconfitti da una crisi, economicamente, finanziariamente ma soprattutto politicamente. Siamo capaci di dare questa risposta politica. Di necessità dobbiamo fare virtù: dobbiamo trovare, noi che abbiamo delle responsabilità politiche, dentro di noi la forza ad ogni livello. Io non credo nello scontro tra l’Europa intergovernativa, l’Europa comunitaria, io credo nell’Europa, che è un insieme dell’Europa governata dalla Commissione europea, che tutela l’interesse generale, del Parlamento europeo, che rappresenta gli elettori europei, degli Stati membri, che esistono: noi siamo una figura istituzionale assolutamente originale. Non siamo gli Stati Uniti d’Europa, ancora! Siamo l’Unione europea, che vive di questa trilogia, e dobbiamo avere a che fare… è un risultato che abbiamo già ottenuto, pensate come eravamo prima dell’euro, cosa sarebbe stata la crisi oggi senza l’euro, cosa sarebbe… Lo diamo tutti per scontato, diceva Sarah nel corso del suo intervento, ma cosa sarebbe stata anche l’Europa quando c’è stata, due anni fa, l’impennata dei prezzi del petrolio, se non ci fosse stato l’euro? Anche chi, quando votò a favore dell’euro come parlamentare europeo, si pose la domanda “è giusto o non è giusto votare? È giusto o non è giusto per i cittadini italiani che mi avevano eletto al Parlamento di Strasburgo votare a favore dell’euro?”, votai a favore anche con qualche dubbio. Oggi quei dubbi si sono dissipati. L’Europa, almeno per quanto riguarda la Commissione europea, certamente un’inversione di tendenza l’ha avuta. Siamo tornati a guardare con maggiore attenzione all’economia reale. L’economia reale è il mercato interno, che deve avere delle regole, l’industria e l’impresa, che, per creare economia sociale di mercato – dove il mercato è lo strumento e l’obiettivo è la politica sociale, cioè il benessere di mezzo miliardo di persone – deve essere competitiva nel mercato globale e quindi deve crescere. Aiutare la crescita di un sistema industriale e imprenditoriale, dove l’industria, diciamo così, è lo scheletro e l’impresa, le piccole, le medie e le micro – che sono tantissime, non ne parliamo mai abbastanza (credo che Guerrini, da questo punto di vista, sia d’accordo con me) – rappresentano la rete sanguigna. Noi dobbiamo aiutare questa realtà a difendersi, a respingere l’assalto di una finanza che… io la chiamo… credo nella speculazione, e sono un po’meno neutrale del direttore di SkyTG24, perché chi fa speculazione è alternativo a chi fa economia reale, perché chi fa speculazione punta soltanto al suo interesse, punta soltanto a fare soldi. Chi fa economia reale punta certamente a fare soldi, ma ci mette la faccia, rischia, dà da lavorare a 10, 100, 1000, 10000 persone. Costruisce una serie di impianti, siano essi… possono essere ferroviari, possono essere impianti, officine, possono essere capannoni. E dal lavoro di quelle persone, non spingendo un pulsante, con più… con certamente capacità intuitiva, capacità di conoscenza dei mercati. Ma crea soldi, però che hanno una base, che pesano. Hanno lo stesso lavoro di quelli creati spingendo un pulsante della tastiera del computer, ma quelli pesano di meno: valgono tanto ma pesano di meno. E allora, noi dobbiamo, se vogliamo aiutare la crescita, fare una serie… adottare una serie di iniziative, quelle che la Commissione europea ha adottato, con il documento sull’innovazione e sulla ricerca. Perché, se vogliamo essere competitivi e crescere, dobbiamo essere innovativi, quindi dobbiamo investire sull’innovazione. Ecco perché sulle prospettive finanziarie, cioè il bilancio comunitario 2014-2020, che abbiamo presentato al Parlamento europeo, come bene sa il mio amico Mario Mauro, e al Consiglio, abbiamo proposto di investire molto in innovazione, anche per le piccole e medie imprese, addirittura creando una scatola di investimenti, oltre che per l’innovazione anche per la competitività delle piccole e medie imprese, anche nel settore del turismo. Penso alla internazionalizzazione: è lì che stiamo anche lavorando. Abbiamo realizzato e attualizzato lo Small Businnes Act, che non è soltanto un insieme di buoni principi: sono anche norme cogenti. La direttiva sul ritardo dei pagamenti è una norma cogente, cioè, gli stati membri sono obbligati ad approvare, a recepire una direttiva che obbliga la pubblica amministrazione a pagare, entro 30 o 60 giorni per alcuni settori i propri debiti nei confronti delle imprese fornitrici. E lo stesso vale per le grandi imprese nei confronti delle piccole, salvo delega, purché non sia perniciosa per la piccola impresa. Il test di competitività – adesso pubblicheremo i risultati, che noi abbiamo annunciato nel documento di politica industriale, stato per stato, settore industriale per settore industriale – dove si indicano le carenze o lo stato dell’arte della competitività di un Paese europeo – quello che presenteremo a settembre, dovrò presentarlo prima al collegio, per poi renderlo pubblico – mostra che l’Italia non è nei Paesi all’avanguardia, è nel gruppone di centro: forse dovrebbe, come molti altri Paesi, e potrebbe fare di più. La parola “internazionalizzazione” è un altro strumento che dovremmo utilizzare. Poco fa parlavo con i giornali della Compagnia delle opere, e parlavamo delle reti di impresa, dei clusters. Se noi pensiamo che solo il 26 %, il 23% delle piccole e medie imprese europee opera aldilà dei propri confini, e soltanto il 13% opera aldilà dei confini dell’Unione europea, vuol dire che abbiamo dei mercati enormi da esplorare: la Russia, la Cina, l’America latina. Pensate: sono andato in America latina come Commissario europeo all’industria, all’impresa, allo spazio e al turismo, dopo 15 anni. Erano 15 anni che un Commissario all’industria, all’impresa non andava in America latina, dove ci sono dei mercati potenziali: sono stato accolto a braccia aperte nel Cile, che è un po’ la Svizzera – così è contento anche il nostro moderatore – un po’ la Svizzera del Sud America. Sono stato accolto a braccia aperte, perché volevano parlare con l’Europa, perché si trovano sempre presenti solo i cinesi. E allora anche lì dobbiamo in qualche modo fare politica industriale: se vogliamo crescere e essere competitivi dobbiamo avere una politica industriale, una politica per le imprese, che certamente non può essere una politica industriale degli anni ’80 e ’90, deve essere quella innovativa, che è protagonista della lotta contro il cambiamento climatico, che deve avere dei limiti: non credo che possiamo andare oltre il 20% delle riduzioni di emissione di CO2. E questo lo stiamo già facendo. Per la competitività e la crescita delle piccole e medie imprese abbiamo fatto e stiamo facendo tanto anche dal punto di vista normativo: il gemello dello Small Businnes Act è l’Internal Market Act, che abbiamo già tenuto a battesimo con il commissario Barnier. Le norme sulla standardizzazione agevoleranno la crescita del mercato interno, il mercato interno è la nostra forza: siamo mezzo miliardo di persone che possono comprare e vendere, questa è la nostra forza. È un mercato interno che dovremmo tentare di allargare anche all’area del Mediterraneo. Anche questo significa far crescere la nostra economia, renderla più competitiva: esplorare nuovi mercati, come l’Africa. Moretti lo sa bene: già quando ero Commissario ai trasporti dicevo che era indispensabile collegare le nostre infrastrutture alle infrastrutture del continente africano: le reti transeuropee e la rete transafricana. È così che rendi competitive le nostre imprese, che devono essere aiutate, accompagnate nella loro presenza nel resto del mondo: soltanto così potremo evitare la delocallizzazione. L’internazionalizzazione è l’antidoto alla delocalizzazione. E così dobbiamo lavorare per l’accesso al credito: le banche devono tornare a fare le banche, raccogliere risparmio e erogare prestiti alle famiglie e alle imprese. Non tutte le banche lo hanno fatto, ma neanche tutte le banche si sono comportate malissimo. Forse dovremmo diversificare tra la banca di investimenti e la banca d’affari, la banca che fa il suo mestiere e la banca che pensa soltanto a fare affari. Dovremmo far capire che c’è una netta differenza tra la banca che sostiene l’economia reale e la banca che opera soltanto in certi settori. Dovremmo anche far in modo che la finanza sia a sostegno dell’economia reale. Io ho avuto segnali positivi, per esempio, dalla London Stock Exchange, dalla Borsa di Londra. Quando Xavier Rolet, amministratore delegato della Borsa di Londra, ha accettato il mio invito a far parte del nostro Finance Forum a sostegno delle piccole e medie imprese, dicendo “bene, i soldi ci sono, vogliamo metterli a disposizione delle piccole e medie imprese per fare innovazione”, è stato certamente un segnale positivo. In Gran Bretagna qualche cosa sta cambiando: non c’è soltanto annidato nelle vie di Londra qualche grande signore del partito della speculazione, ci sono anche coloro che cominciano a credere nell’economia reale. Qualche segnale positivo a favore della crescita e della competitività viene anche dal mondo britannico, bisogna saperlo cogliere. E dobbiamo anche puntare su una terza rivoluzione industriale: non ne abbiamo mai parlato abbastanza. Quando parliamo di modello industriale competitivo, è certamente l’industria che deve passare attraverso la greener economy per poi puntare alla green economy. Tutto l’aspetto tecnologico, tutta l’industria legata allo spazio è importante non soltanto per il lancio dei satelliti ma anche per i servizi e per la crescita della competitività industriale. Pensiamo al settore dei trasporti, a quanto l’industria dei trasporti potrà beneficiare dei servizi che verranno dalla spazio. Quanto l’industria della pesca potrà beneficiarne, quanto l’industria agroalimentare potrà beneficiarne. Questa è la terza rivoluzione industriale, sulla quale bisogna cominciare a riflettere: noi stiamo agendo, investendo anche in questa politica. La lotta al cambiamento climatico e la politica dello spazio sono battaglie sulle quali la Commissione europea si sta concretamente impegnando. Sugli euro-bond e i project-bond: io credo che l’euro-bond sia l’unica cosa che spaventi gli speculatori, l’unico strumento che metta paura agli speculatori. Noi abbiamo cominciato ad avviare uno studio, il Commissario Olli Rehn, come è noto, ma già nelle prospettive finanziarie 2014-2020, quando parliamo di sostegno finanziario alla realizzazione delle infrastrutture, prevediamo investimenti per 50 miliardi di euro, di cui 40 di bilancio e 10 figli di project-bond. Project-bond che significa magari anche investimenti di fondi pensione, non soltanto del singolo cittadino. Certamente la Germania e la Francia sono scettici di fronte a questa ipotesi, però, già in Germania, dopo un costante no secco, qualche economista, qualche uomo di partito, di maggioranza, comincia a dire “beh, forse dobbiamo riflettere” e Angela Merkel, dopo aver detto no, ribadendo il suo parere negativo, oggi dice “beh, però, forse, in prospettiva” dovremmo cominciare a dover accettare gli euro-bond. Questa è la partita sulla quale, io credo, noi in futuro ci giochiamo molto. Il ritorno all’economia reale, il ritorno alla crescita, con una serie di iniziative normative, una serie di politiche, abbattere i costi della pubblica amministrazione, abbattere tutte le barriere burocratiche. Il mio obiettivo è quello di arrivare a tre giorni per far nascere una piccola impresa, al costo di massimo, massimo 100 euro, ma si può tagliare anche di più, perché oggi, in alcuni Paesi dar vita a un’impresa costa anche troppo, andiamo oltre le cifre a 3 zeri. Quindi, da questo punto di vista, la Commissione europea sta facendo molto, e continueremo a fare. Aver creato – e concludo – una rete… vedo qui Mister PMI della Repubblica italiana, il dottor Tripoli… aver creato una rete di ambasciatori delle piccole e medie imprese, che lavorano insieme, 27 ne abbiamo in tutti gli stati membri… Vedete che quando si fa politica, c’è una decisione politica, le cose si fanno: la Commissione europea ha nominato il suo ambasciatore, chiedendo, non obbligando, a tutti gli stati membri di fare altrettanto. Nel giro di tre o quattro settimane tutti i Paesi dell’Unione europea hanno nominato il loro ambasciatore per coordinare una politica europea a favore delle piccole e medie imprese. E non sono l’ultimo impiegato del Ministero: sono direttori, direttori generali, sottosegretari, qualche volta addirittura ministri, che insieme studiano la strategia a favore delle piccole e medie imprese. Queste sono iniziative concrete per la crescita della competitività. Potrei parlare per ore, ma poi direste “questo diventa noioso”. Lo stesso abbiamo fatto su Basilea 3, che è un tema cruciale. Io credo che l’accordo di Basilea 3 sia un accordo positivo, perché pone delle regole e ha come obiettivo quello di evitare sempre certe operazioni poco trasparenti. Ma Basilea 3 non deve trasformarsi da un qualche cosa di buono in qualche cosa di pernicioso per le piccole e medie imprese: ecco perché, presentando il testo, e concludo veramente, al Consiglio e al Parlamento, contemporaneamente, insieme al Commissario Barnier, ho scritto una lettera all’Agenzia di supervisione sulle banche, l’agenzia europea, invitandola a preparare uno studio, entro la metà del 2012, quindi mentre sarà ancora aperto il dibattito sull’approvazione dell’applicazione dell’accordo di Basilea 3 in Europa, per vedere se Basilea 2, le cifre di Basilea 2 sono pericolose per le piccole e medie imprese. Io sono convinto di sì, soprattutto per un dato: la riserva che le banche devono tenere per i prestiti che danno alle piccole e medie imprese. Oggi questa riserva è eccessiva, perché vuol dire che non c’è sufficiente fiducia nella crescita e nell’operatività delle piccole e medie imprese. Dobbiamo ridurre questa riserva, dando fiducia alle imprese, aumentando l’accesso al credito, alle piccole e medie imprese e permettendo alle banche di fare davvero il loro mestiere, non ingessarle. Se riusciremo ad ottenere questo risultato, credo che avremo fatto un bel passo in avanti a favore della crescita, che significa fare un bel passo in avanti a sostegno dell’economia reale.

BERNHARD SCHOLZ:
Allora, grazie, grazie Antonio. Adesso, vista l’ora, chiedo a tutti i partecipanti di fare un esercizio di sintesi, come quando il giornalista del TGSky24 ci chiede di rispondere a una domanda mondiale in 30 secondi. La domanda è: l’Europa è utile alla crescita dell’Italia? Perché?

GIORGIO GUERRINI:
Comincio io. Credo che sia molto utile se riuscirà, come del resto dovrà fare il nostro Paese, a garantire in futuro una crescita superiore a quella che abbiamo visto in questi ultimi decenni, altrimenti senza crescita, lo sappiamo tutti, non c’è sviluppo, e soprattutto non ci sono opportunità per le nuove generazioni. Allora, io credo che, al contrario di quello che abbiamo pensato in questi ultimi tempi, soprattutto in questi ultimi anni, in cui innanzitutto si doveva pensare a tenere i conti dello stato in equilibrio, in cui si doveva – anche giustamente, in quella fase – controllare il debito pubblico, se non si riesce a dare sviluppo e crescita, io credo che questo esercizio poi difficilmente potrà dare dei risultati positivi. È importante crescere, crescere molto di più di quello che abbiamo fatto fino ad oggi, mantenendo però il rigore, e rigore vuol dire avere anche il coraggio, in un Paese molto conservatore come il nostro, di rompere certi diritti acquisiti, di rompere certe rendite di posizione, sia dal punto di vista previdenziale che dal punto di vista delle liberalizzazioni mancate, una per tutte quelle dei servizi pubblici locali. Allora, io credo che se riusciremo ad avere coraggio… in questi giorni si è ventilata, ad esempio, la riduzione dei piccoli comuni, e già i sindaci sono scesi a protestare: io capisco un sindaco di un piccolo, di un piccolo Comune, però mi chiedo se è mai possibile che all’Elba, nell’isola d’Elba, ci siano 8 comuni. O come in una vallata della Provincia aretina, che si chiama Casentino, ci siano 10 comuni. A un certo punto credo che sia necessario per il bene del Paese ridurre questi costi. Noi sappiamo quanto l’incidenza della pubblica amministrazione, della rappresentanza politica e istituzionale pesa e grava in questo Paese: io credo che non ce lo possiamo permettere più. Coniugare rigore con equità: altrimenti, io credo, in prospettiva, alle giovani generazioni, quando si accorgeranno, tra virgolette, le fregature che gli abbiamo dato, saranno dolori. Allora io credo, e faccio una piccola domanda anche al presidente Mastrapasqua, che non sia così impossibile andare a vedere certi benefici che alcune generazioni hanno avuto: chi ha lavorato 15 anni e ha già riscosso la pensione per 25 e dall’aspettativa di vita può pensare di riscuoterne per altri 20, io credo che qualche piccolo sacrificio lo possa fare, perché a quelli che hanno 20 o 30 anni ora noi gli prospettiamo un futuro, se non parte adeguatamente la previdenza integrativa, di andare in pensione con il 40% del salario. E non mi sembra una cosa molto positiva.

BERNHARD SCHOLZ:
Bene, grazie. Maurizio Moretti.

MAURIZIO MORETTI:
Mantengo la domanda. Senza Europa, Italia senza Europa non ha possibilità di crescere, però deve farlo da grande Paese fondatore dell’Europa, riprendendo quell’orgoglio e quella capacità di rifare scelte difficili e ricostruendo il consenso del popolo italiano sulla capacità di fare scelte difficili, non su quello di fare la democrazia della spesa, dell’assistenza e così via. Quindi, sì, ma dobbiamo sapere fare anche da protagonisti. Siamo uno dei grandi Paesi fondatori: dobbiamo essere al livello di Francia e Germania, non di meno.

BERNHARD SCHOLZ:
Grazie.

ANTONIO MASTRAPASQUA:
Io ritengo che, così come Guerrini prima faceva l’esempio del sindaco, che c’è chi richiama gli emigranti, chi si compra gli abitanti del Comune vicino per raggiungere la soglia, perché ognuno cerca di salvaguardare il proprio status quo e cercare di modificare il meno possibile. Così succede a livello comunale, provinciale, regionale, ma anche a livello statale. Fare scelte impopolari è sempre difficile, soprattutto quando poi c’è bisogno del consenso. Allora, c’è bisogno dell’Europa per crescere? Io credo che forse per alcuni aspetti – non voglio dire cose che possono sembrare provocatorie… prima Sarah Varetto ha detto giustamente “non è stato un commissariamento, nel momento in cui ti presto i soldi, nel momento in cui condivido delle scelte di politica economica e finanziaria, voglio capire quello che succede dentro casa tua”. Beh, oggi – e rispondo anche indirettamente alla provocazione di Guerrini – forse l’Europa dovrebbe dirci tante altre cose che non ha ancora il coraggio e la forza di dire, perché ha paura del risentimento degli stati nazionali, ma che gli stati nazionali, se non lo dice l’Europa, non faranno mai.

BERNHARD SCHOLZ:
Grazie.

SARAH VARETTO:
Molto brevemente, io credo che l’Europa sia fondamentale, e che perché l’Italia possa davvero riprendere a crescere siano necessari tutta una serie di passi. Alcune cose le abbiamo dette prima, alcune le ha citate, molto importante, Guerrini. In quelle scelte l’Europa può essere fondamentale, perché può aiutarci, può spronarci, può indicarci la strada, può mettercele come condizioni. Ma in quella maniera saremo obbligati davvero a far sì che si liberalizzino i mercati: non a caso, le liberalizzazioni che hanno funzionato meglio, che hanno avuto poi un riflesso diretto sulla vita di noi consumatori, sono quelle che sono state imposte dal mercato europeo. Pensate che cos’erano, ma qui dobbiamo mandare un po’ indietro la memoria, le tariffe aeree prima che ci fosse la liberalizzazione del trasporto aereo, voluto e imposto dall’Europa. E pensiamo invece che cammino lungo e difficile hanno invece le liberalizzazioni nel nostro Paese. Prima fra tutte quella che riguarda un po’ tutti coloro che hanno un’automobile, quindi la maggior parte, la stragrande maggior parte degli italiani. Pensate la liberalizzazione della rete per la distribuzione dei carburanti: sappiamo che quando ci sono da reperire risorse (è successo anche con le ultime manovre), si vanno a mettere nuove imposte sui carburanti, e allora fateceli pagare un po’ meno, magari liberalizzando davvero la rete della vendita. Andiamo ad abolire le tariffe minime; aboliamo anche molti ordini professionali, e ci mettiamo dentro anche la categoria a cui io appartengo. Diamo davvero la possibilità ai giovani di accedere alle professioni. Insomma, facciamo davvero in modo che l’Italia sia una Repubblica fondata sul lavoro, e per usare l’espressione di un celebre economista, non fondata – com’è oggi – sulle rendite di posizione.

ANTONIO TAJANI:
La risposta ovviamente è sì. Senza l’Europa, l’Italia non va da nessuna parte, come non va da nessuna parte qualsiasi Regione italiana senza l’Italia, voglio dire in maniera molto chiara, né del nord, né del centro, né del sud. Noi siamo parte integrante dell’Europa, siamo Paese fondatore, diceva Moretti, siamo protagonisti, abbiamo il dovere di dire la nostra, il dovere di dire la nostra al tavolo dove si prendono delle decisioni politiche che tutti devono rispettare. La scelta del mercato interno, che poi è un po’ la sintesi delle cose che ha detto Sarah Varetto in conclusione, è una scelta che è stata un po’ imposta a tutti quanti, che però ha aiutato l’economia reale. A volte delle scelte politiche che fa l’Europa all’inizio, possono sembrare scomode o difficili o negative. In realtà alla fine sono risultate sempre positive, le scelte politiche. Questo io credo, che noi dobbiamo volere, come italiani e come europei un’Europa politica. Né l’Europa della burocrazia, né l’Europa delle troppe regole, né l’Europa dei troppi orpelli, né l’Europa che vessa il cittadino, che interviene in ogni aspetto della sua vita, ma un’Europa che sia capace di dare risposta alle domande dei cittadini laddove le altre istituzioni non sono in grado di farlo. Ma risposte politiche deve dare. Se saremo capaci di fare questo, allora sì, l’Italia ne trarrà grande beneficio, perché sarà parte protagonista, e gli italiani… ecco, se c’è una critica da fare: gli italiani sono poco parte protagonista a Bruxelles. Gli italiani non sono abbastanza a Bruxelles. Gli italiani evidentemente non vogliono contare abbastanza a Bruxelles, perché il tavolo della decisione non è un tavolo astratto, è un tavolo della sintesi. L’Italia dovrebbe fare di più. Non posso dirlo a SkyTG24, perché è una delle poche testate che segue costantemente la politica europea. Ma c’è un disinteresse da parte della stampa italiana per quello che accade a Bruxelles, se non se c’è qualche lite tra i politici italiani. Ma sulle decisioni che poi servono a far cambiare… io sono contento se la Banca centrale europea… da europeista, ma anche da italiano, interviene sulle cose italiane, perché l’Italia fa parte dell’Europa. Se la commissione europea dice una cosa, se viene approvata una direttiva, non è un’imposizione. Noi abbiamo scelto di far parte dell’Unione europea, c’è stato un referendum. Come se i cittadini del Lazio non volessero rispettare le leggi nazionali: parlo della mia Regione. Ci sono delle leggi nazionali che vanno rispettate. Non c’è nessuna opposizione. Facciamo parte dell’Unione europea, abbiamo scelto, i cittadini hanno scelto, votiamo per il Parlamento europeo, votiamo… ci sarà un italiano alla guida della Banca centrale europea, quindi partecipiamo alla spartizione degli incarichi in quanto europei, e allora, però, se non vogliamo lamentarci, allora dobbiamo anche incidere sulle decisioni, partecipando. La Gran Bretagna, che è il Paese più apparentemente euroscettico, vi assicuro che è il Paese più presente, a tutti i livelli, nelle istituzioni comunitarie, compresa la Commissione europea. Sono sempre più attivi. Spesso siamo europeisti a chiacchiere, per poi lamentarci se interviene l’Europa, senza essere presenti, senza essere attivi, cambiando continuamente la classe dirigente… Mario Mauro lo sa: quante volte cambiamo i deputati europei: non c’è una legislatura dove ci siano gli stessi parlamentari presenti. Ma come si fa a conoscere le porte e i meandri di una realtà complicata senza frequentare, senza essere continuamente presenti. E allora l’Italia ne trarrà beneficio, dall’Europa, se sarà capace anche di essere più presente nelle istituzioni, a Bruxelles. Insomma, dobbiamo capire che Bruxelles è la nostra seconda capitale. Tutti, imprese, politiche, giornali, devono capire che, come vanno a Montecitorio, come vanno nei ministeri, come frequentano le sedi degli industriali o dei commercianti o degli artigiani a Roma, devono farlo anche a Bruxelles. Soltanto così l’Italia potrà trarre beneficio perché parteciperà, perché parteciperà da protagonista alla costruzione dell’Europa della politica. Altrimenti dobbiamo sempre accettare quello che altri decidono, soltanto perché noi abbiamo deciso di aderire al progetto dell’Unione europea. Ma un conto è aderire, un conto è diventarne protagonisti. Ne trarremo più beneficio se saremo protagonisti, comprese le decisioni che vorremo prendere a livello europeo. Quando noi diciamo: riduciamo le tasse sul lavoro, rispondendo al piano nazionale presentato in occasione del semestre europeo, non abbiamo detto come, quanto e in quali settori. Trasferire la tassazione dal lavoro per far crescere l’export e per far crescere l’impresa e anche l’occupazione, passare a una tassazione sui consumi è una proposta che abbiamo fatto. Poi il dibattito è aperto anche in Italia, però l’Europa ha avuto il coraggio, la Commissione europea, di fare delle osservazioni su questo piano nazionale. Se ne è discusso a sufficienza? Forse no. Non è un’imposizione ma è certamente un suggerimento che l’Europa ha dato per la crescita dell’economia italiana.

BERNHARD SCHOLZ:
Grazie. Vorrei, non essendo, non essendo italiano di nascita ma di adozione, vorrei chiudere con una brevissima osservazione: è vero che l’Italia ha bisogno dell’Europa, ma d’altronde l’Europa è impensabile senza l’Italia, dal punto di vista culturale lo gridano tutte le mura che vediamo in Italia. Da punto di vista anche economico, dobbiamo essere molto coscienti che gran parte dell’alta tecnologia che vediamo in macchine costruite in altri Paesi o in altri prodotti che poi vengono esportati in altri Paesi, esistono solo e semplicemente perché c’è la genialità delle officine italiane che ha creato tutti i presupposti tecnologici. Grazie e buona sera.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

22 Agosto 2011

Ora

19:00

Edizione

2011

Luogo

Sala C1
Categoria