ITALIA, EUROPA, SVILUPPO - Meeting di Rimini

ITALIA, EUROPA, SVILUPPO

Italia, Europa, sviluppo

Ripartire dall'Europa

Introducono: Luís Miguel Poiares Maduro, Global Governance Programme Director e Professor of Law all’Istituto Universitario Europeo (EUI) e Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la Sussidiarietà. Partecipa Enzo Moavero Milanesi, Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Interviene Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo.

 

Ore: 17.00 Auditorium Intesa Sanpaolo A3
ITALIA, EUROPA, SVILUPPO

Introducono: Luís Miguel Poiares Maduro, Global Governance Programme Director e Professor of Law all’Istituto Universitario Europeo (EUI) e Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la Sussidiarietà. Partecipa Enzo Moavero Milanesi, Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Interviene Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo.

GIORGIO VITTADINI:
Buongiorno, benvenuti all’incontro “Italia, Europa, sviluppo” che introduco brevemente prima di presentare i nostri ospiti. I due punti di visuale con cui introduciamo questo incontro sono il primo la parola sviluppo, il secondo la rinascita del nazionalismo e del populismo. Come abbiamo detto più volte in questo Meeting, trent’anni fa, l’anno prossimo saranno trenta anni dalla caduta del muro, è capitato qualcosa anche in termini economici. I Paesi non europei, che erano allora terzo mondo, la Cina, il Vietnam, la Corea, l’India, il Sud Africa, il Brasile, oggi sono paesi in cui il PIL cambia con due cifre in positivo, quindi vuol dire che se l’Europa e l’Italia non si muovono, l’Europa e l’Italia diventeranno sempre più povere. Noi non crediamo nell’idea della decrescita felice, perché la decrescita non è felice, con la decrescita non si pagano i ponti, non si pagano le pensioni, non si pagano gli aiuti ai poveri, non si paga niente perché i soldi, prima di distribuirli, bisogna crearli se no si creano le inflazioni del mille per cento. Quindi il primo tema dell’Italia e dell’Europa è un tema esogeno, non è colpa di nessuno ma se non ci si muove si perde e il tema dello sviluppo è drammaticamente presente in Italia e in Europa. Il secondo tema è la rinascita del nazionalismo, del populismo. Siamo usciti dalla seconda guerra mondiale e l’abbiamo presentato anche in mostre qui al Meeting, con i leader, Mitterrand e Kohl, prima Adenauer e De Gasperi, Jean Monnet, che hanno ricostruito un’Europa superando i nazionalismi con l’idea che l’unico modo di uscirne era costruire qualcosa insieme, prima con la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, mettendo insieme gli interessi e poi costruendo pian piano un organismo sovranazionale e adesso, dopo tanti anni, dopo l’illusione se vogliamo anche dell’allargamento dell’Europa, illusione nel senso che non è stato un allargamento che ha potenziato l’Europa, siamo ancora a guerre, non militari, ma guerre fatte di economia sui migranti, sulle istituzioni europee, con i Paesi dell’est che rivendicano un nazionalismo, i Paesi dell’ovest in cui si affermano partiti che avevano detto fino al momento prima di andare al Governo di non credere nell’integrazione europea. A fronte di questo non è, come si dice di solito, che non c’è niente: c’è molto. L’abbiamo detto negli anni scorsi, l’Europa dei giovani, la gente si muove, l’Erasmus, i movimenti turistici, culturali, i movimenti degli studiosi, dei ricercatori, i movimenti delle imprese. Non è più l’Europa di quando ero giovane io, prima di Schengen, di quando per andare a Londra ci voleva un’infinità di tempo. Una volta sono andato con i miei quando ero giovane e ci si mettevano venti ore, si passava la Manica sotto e si aveva sempre il passaporto in mano, sembrava di andare in Cina. Adesso con Ryanair si va a Londra un fine settimana spendendo meno di 100€, si parlano naturalmente le lingue straniere, è quasi strano spiegare ai giovani che prima si era divisi. Nella ricerca pensiamo, l’abbiamo detto anche se non è proprio una istituzione europea, al Cern, piuttosto che, ne abbiamo parlato in questi giorni, ai progetti spaziali europei, ai tanti altri progetti, all’energia. C’è tanto di comune e allora qui si apre il tema, il tema di quale Europa costruire e di quale Italia costruire. Per questo abbiamo qui il massimo possibile, perché abbiamo Antonio Tajani, presidente del Parlamento Europeo e nostro ospite da tanti anni, Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Esteri, anche lui ospite del Meeting gradito da tempo e Luís Miguel Poiares Maduro, oggi Global Governance Programme Director e professore di Legge all’Istituto Universitario Europeo ma già ministro portoghese e presente nelle istituzioni europee, anche lui un gradito ospite da tempo del Meeting.
Lascio quindi la parola a Maduro che condurrà come dialogo questo incontro.

LUĺS MIGUEL POIARES MADURO:
Primo voglio ringraziare l’invito della Fondazione del Meeting, è la mia quarta partecipazione al Meeting ed è sempre un enorme piacere essere qui con voi. In questa occasione ho il piacere anche particolare di introdurre e promuovere il dibattito e la conversazione tra due personaggi che ammiro e rispetto e che ho avuto l’occasione di conoscere anche prima. Dicevo al presidente Tajani che ho avuto la opportunità di incontrarlo quando lui era vicepresidente della commissione Barroso e io ho fatto la mia esperienza nella politica e nel Governo. E con il ministro Moavero abbiamo avuto l’occasione di essere colleghi e amici in Lussemburgo, perché entrambi abbiamo fatto parte della Corte di giustizia dell’Unione Europea. Abbiamo questa coincidenza entrambi, non essendo politici professionali, di essere in prestito alla politica e al Governo per un periodo e in momenti non facili e voglio approfittare anche per augurare al ministro Moavero una enorme successo e felicità nell’esercizio delle sue funzioni. Io presenterò alcune domande, presentando un po’ alcuni dei soggetti. Il primo soggetto è la governance dell’Europa, il rapporto fra l’euro e gli Stati membri. Questa settimana abbiamo avuto l’uscita del programma della parte della Grecia. È stato l’ultimo programma d’assistenza economico finanziario, si è chiuso con l’uscita della Grecia dopo otto anni molto duri anche per il popolo greco, ma anche otto anni nei quali la Grecia ha beneficiato di più di trecento miliardi di aiuti finanziari dagli altri Stati membri dell’Unione Europea. Una prima domanda su cui vorrei che sia il presidente che il ministro possano riflettere è che conclusioni trarre su questi programmi di assistenza economico finanziari. Da un lato hanno avuto un successo con risultati sociali ed economici importanti in questi Stati ma in tutti gli Stati è stato possibile aiutare gli Stati membri a uscire da una grave situazione finanziaria con costi politici anche grandi. Uno dei problemi dei programmi di assistenza economico finanziari è che è fondamentale per uno Stato uscire da uno situazione economico finanziaria difficile, riuscire a avere credibilità nei mercati, credibilità presso i suoi partner europei. Nel mondo interdipendente nel quale abitiamo, in particolare nell’Unione Europea, la credibilità è fondamentale per uno Stato membro. Ma questo crea una sfida politica perché è molto difficile nel programma di assistenza economico e finanziaria ma anche in altri momenti di implementazione delle politiche dell’euro per i governi nazionali, per i politici nazionali, assumere la proprietà di questi programmi e delle misure di austerità. Come gestire questo politicamente senza fare sì che ci sia soltanto un trasferimento per l’Unione Europea delle responsabilità politiche nazionali, rendendo possibile agli Stati membri di assumere questa proprietà dei programmi e gestire politicamente questa difficoltà delle politiche di austerità. In secondo luogo, la seconda domanda riguarda il rapporto fra questa questione del programma di assistenza economico finanziaria e la riforma più profonda dell’euro. Questa crisi dalla quale l’Unione è comunque riuscita ad uscire e ha fatto passi avanti importanti, ha comunque molto ridotto la fiducia mutua fra gli Stati europei. Uno dei grandi problemi oggi nell’Europa è riuscire a riconciliare le differenze, le preferenze democratiche dei differenti popoli europei. Non è che Bruxelles a volte non vuole fare qualcosa, é che le preferenze fra le popolazioni di uno Stato e dell’altro Stato sono molto diverse, e nell’euro questo è particolarmente visibile. Da un lato ci sono quelli che sostengono che per avere un euro che funzioni bisogna avere più mutualizzazione del rischio, sia nella forma di una unione bancaria sia di eurobond, ma anche flessibilità della politica nazionale e dall’altro ci sono gli altri che dicono che al contrario bisogna avere più disciplina e meno mutualizzazione di rischio, con più responsabilità di ciascuno degli Stati membri per non creare un problema di rischio morale fra gli Stati membri. Come riuscire a riconciliare queste due anime politiche che sono presenti nei diversi stati membri su la riforma e l’avvenire dell’euro fra mutualizzazione del rischio fra Stati membri e la solidarietà che questo comporta e dall’altro lato le flessibilità delle politiche economiche nazionali? Devi avere una opzione tra queste due strategie, è possibile un compromesso fra le due? Queste sono le domande iniziali.

ENZO MOAVERO MILANESI:
Parlare dell’euro, parlare del dopo crisi economico finanziaria significa parlare di due elementi della costruzione europea, non sono gli unici ma sono comunque molto importanti fra gli elementi della costruzione europea che, quando furono varati, si pensava che avrebbero potuto funzionare meglio e produrre frutti positivi maggiori di quelli che si sono poi realizzati. Questo tra l’altro è probabilmente il motivo per cui molte persone che all’inizio avevano guardato con interesse, speranza e anche con sguardo molto positivo il varo della moneta unica europea, si sono poi notevolmente disamorate fino al punto da assumere un atteggiamento decisamente contrario. Ora, che cosa è che poteva funzionare meglio, cosa non funziona, cosa si può riformare? Direi che l’euro nasce con una sorta di peccato originale, se vogliamo usare questa terminologia, perché l’elemento di condivisione del rischio è vuoi assente vuoi estremamente sfumato. Condividere una stessa moneta che rappresenta un valore senza condividerne appieno i rischi inerenti fra Stati diversi che mantengano una sovranità economica, oggettivamente rappresenta un azzardo nella costruzione di una nuova realtà e questo è probabilmente il motivo per cui si continua, dall’indomani della firma del trattato di Maastricht che crea il sistema dell’unione economica monetaria, quindi il sistema dell’euro, si continua a parlare della sua riforma. Finché le cose sono andate bene o piuttosto bene questi problemi sono rimasti in secondo piano. Molti Paesi grazie alla stabilità, alla nuova forza della moneta unica europea hanno migliorato la loro situazione, hanno goduto di un periodo molto positivo con tassi di interesse molto bassi, per cui chiunque di noi pagava molto meno i tassi dei mutui se voleva chiedere un finanziamento per comprare una casa o quant’altro, lo stesso accadeva alle imprese, il che è ancora più importante, e quindi c’è stato un effetto indubbiamente di tipo positivo. Però l’esistenza di una moneta solida per molti sistemi produttivi che erano abituati ad avere una moneta debole, guardiamoci in casa per avere un esempio lampante, ha significato anche una grossa sfida competitiva. Quel vantaggio che poteva derivare dalla progressiva inflazione e svalutazione della moneta veniva a scomparire e la sfida commerciale diventava più ardua, perché non aveva più questo tipo di leva ma doveva svolgersi essenzialmente sulla qualità del prodotto. Quelle industrie, per esempio, del nostro sistema Paese che hanno saputo cogliere questo, si sono rafforzate sui mercati internazionali e in senso assoluto, quelle che non lo hanno saputo cogliere si sono indebolite. È stato già un primo elemento che ha spiazzato la nostra realtà, mentre è andato a vantaggio di altre realtà. Noi possiamo pensare tutto quello che vogliamo rispetto alla Germania, ma è il primo Paese manifatturiero d’Europa, noi siamo il secondo. Indubbiamente la qualità del prodotto tedesco, in senso lato, ha acquisito una reputazione a volte superiore a quella dei nostri prodotti, magari a volte assolutamente ingiustamente superiore, sfida di qualità. Il secondo elemento, che ha accentuato questo aspetto, è stato la globalizzazione. La globalizzazione ha reso molto più competitivo il mondo. Diceva Giorgio Vittadini che le realtà e gli equilibri mondiali stanno cambiando, a me colpisce sempre una banalissima cifra statistica. Secondo le stime che sono state fatte nel 2030, 2035, che poi non è così lontano, nessuno Stato europeo sarà fra le prime sette economie del mondo. Già questo ci fa capire che la dimensione nazionale non è adeguata, ma la dimensione comune presenta ancora dei problemi. Questi problemi si sono accentuati con la crisi economica e finanziaria, uno shock inatteso, è impattato su meccanismi istituzionali ancora molto guidati dai governi e indubbiamente l’Unione Europea nel suo insieme, e qui non parlo delle istituzioni unicamente, parlo soprattutto dei governi nazionali, ci ha messo del tempo prima di trovare una strada per superare la crisi che, nel frattempo, grazie al cielo, si stava superando a livello mondiale. Il dopo crisi ha lasciato però una eredità pesante. Le asimmetrie sono aumentate tra i vari Paesi, le diseguaglianze sono aumentate fra i Paesi e all’interno dei Paesi e purtroppo si sono affievoliti i legami di solidarietà. Oggi stiamo parlando di riforma del sistema dell’euro, cosiddetta riforma dell’eurozona, per entrare nel gergo che spesso è utilizzato anche mediaticamente. Questa riforma passa attraverso una serie di idee che fanno parte del dibattito ma soprattutto attraverso delle proposte concrete che la Commissione europea ha messo sul tavolo nel mese di dicembre dello scorso anno, quindi che sono attualmente sotto discussione. Queste proposte però, a mio parere, lasciano abbastanza sconcertati, perché da una parte c’è una proposta di direttiva che dovrebbe recepire e umanizzare il trattato di stabilità, più noto con la terminologia fiscal compact, che stabilisce tutta una serie di vincoli ribadendo, peraltro, vincoli già esistenti; ma quando andiamo a vedere la proposta della Commissione notiamo che si affievoliscono le possibilità di deroga, che pure sono presenti nell’attuale sistema, quindi diventerebbero meno quelle che hanno permesso la cosiddetta flessibilità e si sposta l’attenzione dall’indebitamento annuale, il cosiddetto deficit, al debito pubblico, il che per un Paese, come ad esempio il nostro, non è una buona notizia. Ma non è una buona notizia per l’Europa in generale, che durante la crisi ha visto aumentare la media dei debiti pubblici dei Paesi. E non vediamo neanche una parola nelle proposte della Commissione su dei meccanismi procedurali che servano per esempio a sanzionare l’eccesso di vantaggio commerciale negli scambi all’interno dell’Unione Europea che un Paese acquista sugli altri. Questi sono indicati come degli elementi di squilibrio ma al contrario di ciò che accade per i conti pubblici, non ci sono delle norme che permettono di sanzionarli nella stessa maniera, eppure sono analogamente squilibranti. La Commissione propone di trasformare il sistema che attualmente esiste come salvaguardia per gli Stati, da una parte nella rete di sicurezza per le banche in dissesto, dall’altra in una sorta di fondo monetario europeo. Può essere una buona idea, ci si poteva anche chiedere se questi denari, che sono molti, sono oltre settecento miliari di euro, tenuti e versati a livello europeo per soccorrere gli Stati in difficoltà durante la crisi, non potessero essere, invece che diventare un fondo monetario sempre in un ottica di future crisi, non potessero diventare un volano per dei fondi di sviluppo. Poteva essere una alternativa, ma non viene assolutamente immaginata. Questo per dire che quando noi parliamo di riforma dell’eurozona, finiamo con il ripercorrere di solito a livello europeo quelle stesse piste di fissazione di regole che guardano soprattutto al controllo delle politiche degli Stati, mentre secondo me si dovrebbe accentuare molto di più la forza propulsiva di politiche economiche europee vere, che possano consentire a livello europeo di finanziare sviluppo, proprio per sollevare gli Stati dal doverlo fare ma nello stesso tempo comunitarizzare la politica economica di sviluppo e non lasciarla a livello nazionale, per poi doverla controllare. Se noi la comunitarizziamo, nel momento stesso in cui la concepiamo e la mettiamo in opera, la stiamo già controllando; se noi la lasciamo agli Stati, dobbiamo poi controllare che non spendano troppo, che spendano bene e questo crea secondo me una evidente complicazione. L’ultima osservazione a questo riguardo, ci porta sul bilancio dell’Unione Europea che dovrebbe essere la leva dello sviluppo, anche qui due-tre flash velocissimi: il bilancio dell’Unione Europea è minuscolo, il bilancio dell’Unione Europea rappresenta l’uno per cento del reddito lordo dell’Unione, che più o meno è l’ordine di grandezza che corrisponde al prodotto interno lordo dell’Unione Europea, l’uno per cento! gli Stati Uniti, che è vero sono una federazione, gli Stati Uniti d’America, ma hanno il ventiquattro per cento! ora tra l’uno per cento dell’Unione Europea e il ventiquattro per cento degli Stati Uniti d’America c’è una differenza mi pare, assolutamente evidente, anche tenendo conto che non siamo una federazione; ma è ancora più grave pensare che il bilancio dell’Unione Europea è quaranta volte più piccolo della somma dei bilanci degli Stati che ne fanno parte! Quaranta volte! cioè l’Unione Europea è in grado di spendere quaranta volte di meno della somma di ciò che spendono i loro Stati. Ora capirete bene che con un bilancio di queste proporzioni, chiedere efficaci, forti, vigorose azioni europee per fare sviluppo economico, per occuparci dei migranti, per fare politica della difesa, per mandare avanti la politica agricola comune, per fare un’azione di politica e cooperazione sviluppo, a livello internazionale, è veramente un’impresa ardua. Allora lì bisognerà avere il coraggio di dotare l’Unione Europea, come avvenne nella storia proprio degli Stati Uniti d’America, via via che si creavano un insieme più coeso a livello federale, per esempio delle tasse europee. È una brutta parola le tasse, però se noi pensiamo che oggi ci sono soggetti che facendo slalom tra le differenze dei sistemi tributari nei vari Stati europei, pagano molte meno tasse di quelle che pagano i normali cittadini, o i normali imprenditori, noi vediamo che avere delle tasse europee che facciano pagare a chi opera a livello continentale, lo stesso ammontare ovunque vadano perché no, a beneficio, o parzialmente a beneficio del bilancio dell’Unione, potrebbe essere una soluzione. E infine, ultimissima osservazione un po’ provocatoria, forse non qui oggi fra noi, ma in altre sedi sicuramente, io penso che non sia un peccato mortale parlare di emissioni di titoli di debito europeo: consideriamo che un limitatissimo debito europeo del quattro per cento darebbe circa cinque volte le attuali risorse di cui dispone l’Unione. Bisogna quindi avere il coraggio, se crediamo realmente nell’Europa, nella riforma dell’eurozona, nel futuro di questo sistema, di fare questo salto di qualità, se no stiamo facendo un giochino di sponda che poi presta il fianco a scivolare sulla sponda dell’affievolimento di quello che io chiamo lo sfarinamento dell’Unione Europea stessa. Grazie.

ANTONIO TAJANI:
Dobbiamo fare di tutto perché l’Unione Europea si sfarini; certamente l’Europa così com’è non va! È troppo distante dai cittadini, c’è un’assenza della politica, e quando c’è l’assenza della politica, manca la visione strategica: a che serve l’Europa, dove dobbiamo andare con quest’Europa e come possiamo farla essere una delle grandi protagoniste sul palcoscenico mondiale nell’era della globalizzazione? Ha ragione Enzo Moavero quando dice cosa saremmo solo l’Italia o solo la Francia, o solo la Germania, nel confronto globale? Saremmo un vaso di coccio tra giganti di acciaio, la Russia, gli Stati Uniti, la Cina, l’India; però serve una visione dell’Europa, un’Europa che deve tornare ad essere protagonista. La prima grande riforma da fare è quella del ritorno alla politica, perché quando la politica è assente e allora lì, è lì che si allontana l’istituzione europea dai cittadini, la burocrazia gestisce la macchina che magari è anche una bella macchina, una bella Ferrari, ma senza il pilota, la Ferrari gira intorno a se stessa o va a sbattere contro un muro perché non c’è nessuno che la guida, e la guida non può che essere politica e legata a determinati valori, perché prima ci sono i valori e poi c’è la politica. L’Europa non è che nasce nel dopoguerra, l’Europa è la nostra civiltà, la nostra identità, la nostra storia, la nostra cultura, noi siamo tutti europei, siamo europei perché siamo italiani, sono millenni di storia, di storia comune, e voglio sottolineare anche di storia cristiana, perché quello che ci lega quando andiamo a Vilnius o quando andiamo a La Valletta o quando andiamo a Lisbona, o quando andiamo a Praga è sempre il crocefisso, che troviamo da tutte le parti, non c’è soltanto a casa nostra! E allora sono radici che non dobbiamo dimenticare. Uno degli aspetti della politica, è la politica macroeconomica, la politica legata all’euro, che è strumento per fare delle scelte e anche qui ripartiamo dai valori: qual è il nostro modello? Il nostro modello è quello dell’economia sociale di mercato, il mercato deve essere sostenuto perché produce ricchezza e questa ricchezza deve essere distribuita, insomma l’imprenditore, l’industriale è strumento per produrre benessere per tutti gli altri, e allora serve certamente una moneta unica per un’Europa che deve tutelare ognuno dei suoi cinquecento milioni di cittadini. L’euro non è né un dogma, né un obiettivo, è soltanto uno strumento per fare una buona politica economica al servizio dei cittadini. Questo risultato è stato raggiunto? Io credo di no! Questo però non vuol dire che noi dobbiamo distruggere l’euro o uscire dall’euro, perché sarebbe molto peggio che restarci nelle condizioni attuali, sarebbe un danno enorme. Quando sento sciocchezze sesquipedali da parte di qualcuno che dice «torniamo alla lira o torniamo al fiorino», penso a quello che sarebbe per ogni piccolo imprenditore, anche del nordest, tornare all’euro, dover pagare magari i propri debiti non con la nuova moneta che non conterà, ma sempre in euro, così come lo Stato che dovrà continuare a pagare i suoi debiti in euro. Certamente va fatta una riforma della zona euro, proprio perché l’euro debba essere di più al servizio del cittadino, e siccome la politica macroeconomica deve essere al servizio della politica microeconomica, cioè di chi intraprende, e quindi produce benessere per il resto della popolazione, serve anche un governo della moneta unica. Io credo che una delle riforme sarà difficile da farsi, ma bisogna sempre aprirlo un dibattito, perché se no non c’è visione, tocca alla politica averla una visione! Noi dovremmo avere una banca centrale europea, che possa governare la moneta, che possa svalutare se serve, nel momento in cui c’è un confronto, in cui c’è una guerra commerciale, possa tutelare al meglio gli interessi delle economie e quindi gli interessi di mezzo miliardo di europei. Serve arrivare al compimento dell’unione bancaria, perché oggi siamo a metà del guado e senza arrivare al compimento dell’unione bancaria, la riforma rischia di essere dannosa, bisognerà forse anche fare una valutazione sul six pack, bisognerà fare una valutazione sul bail in; tutti quanti dicono, grande errore, bisogna uscirne, forse è vero, ma ricordo che quando venne introdotto il bail in, tutti erano contro il bail out e si diceva «oddio il Governo ci fa pagare le tasse sulla casa per sanare i debiti di una grande banca e allora perché il cittadino deve pagare? Non vogliamo più il bail out e vogliamo cambiare». Dobbiamo anche capire che cosa vogliamo, ma dobbiamo fare una riflessione attenta. All’epoca nessuno sapeva che cosa voleva dire bail in e nessuno sapeva cosa voleva dire bail out, se non quelli che se ne occupavano e si andò un po’ alla leggera, invece bisogna fare una valutazione su questo, una valutazione sulla zona euro, che benefici ha portato, quali correttivi vi devono essere apportati. L’armonizzazione fiscale per esempio è uno dei correttivi che deve essere apportato perché non possiamo pensare che il denaro in un Paese costi X e in un altro costi X più cento, perché poi non diventa competitivo quel Paese, insomma si lede il principio della concorrenza quando in Germania per comprare il denaro un impresa paga x e in Italia paga molto di più, quando il costo dell’energia in Italia è il più caro d’Europa, e lì non si può essere competitivi. Dicevo una banca centrale che faccia la banca. Purtroppo abbiamo assistito in questi ultimi anni ad un istituto della vigilanza della banca centrale europea che ha cercato di sostituirsi alla politica, e stava per fare un danno enorme alle banche italiane, quando cercò di imporre la pulizia totale dei crediti deteriorati a partire dal primo gennaio di quest’anno, abusando del proprio potere di vigilanza. Io ho impedito che questo accadesse, allora sì, perché quando sento parlare tanti: la burocrazia di Bruxelles, il parlamento europeo ha bloccato i tecnocrati della vigilanza della banca centrale europea per difendere le banche che devono erogare prestiti, sento molte chiacchiere, ma poi i fatti concreti mancano. Li abbiamo bloccati perché spetta al legislatore scrivere le regole anche nel mondo macroeconomico. Sono d’accordo anche io con Moavero quando parla di euro bond, si può studiare una formula, perché il sistema economico finanziario che abbiamo visto, non può essere a vantaggio di uno Stato membro, perché se c’è una comunità deve essere a vantaggio di tutta la comunità, una volta va a vantaggio di uno Stato, una volta va a vantaggio dell’altro, l’importante è che la somma dei vantaggi alla fine dei giochi, sia uguale per tutti. C’è stato un vantaggio obiettivo per la Germania, ma attenzione, la Germania ha avuto un vantaggio obiettivo e ha tanti vantaggi obiettivi perché spesso l’Italia non è stata in grado di svolgere il ruolo che doveva svolgere nei consessi europei: troppe assenze, troppi rinvii, troppe interviste alla televisione, troppa poca presenza! E devo lodare Enzo Moavero perché, quando era ministro delle politiche comunitarie, e lo posso testimoniare, non ha mai lasciato abbandonata la postazione italiana, magari avessero fatto tutti come lui! Magari! Purtroppo Enzo Moavero è stato un’eccezione, non è una questione di destra, di centro, di sinistra, è un andazzo nazionale, perché a casa nostra è molto più importante fare l’intervista al telegiornale e poi andare a portare il risultato concreto a casa. E non credo che si possano portare a casa risultati concreti anche sulla questione immigrazione dicendo: io non pago più, non do più i soldi, perché diventa soltanto una manifestazione di finta forza, che ti porta al risultato esattamente contrario, a far pagare i cittadini italiani un prezzo che non meritano di pagare. Anche per quanto riguarda il bilancio europeo, io credo che si debba fare una battaglia per incrementarlo. Si possono fare più cose e ci possono essere più ritorni anche per il nostro Paese, penso a quello che si può fare per esempio per l’innovazione, per la ricerca, ma anche per la politica agricola comune, anche per l’immigrazione. Bisogna andare a combattere per tutelare l’interesse nazionale nel contesto del bilancio comunitario 2021-2027, stando lì, difendendo lo 0, non rilasciando interviste ai telegiornali, ma andando seduti lì a discutere, a convincere gli altri, a ottenere risultati, perché quello che conta non è un punto in più in un sondaggio, è il risultato concreto che si porta a casa, e il risultato concreto lo si porta a casa soltanto se lavori, che è molto più difficile che fare un’intervista in televisione o fare un tweet, o scrivere venti righe su facebook. È molto più difficile. Però chi è eletto e rappresenta il popolo, ha il dovere non di combattere per la sua immagine, ma combattere per il diritto del popolo che lo ha scelto come suo rappresentante. Soltanto così, soltanto così si possono cambiare le cose. A questo proposito, io credo, per rispondere alla prima domanda che ci hai posto, che per fortuna è finita la stagione della troika. A me la presenza di rappresentanti che ti vengono a dire quello che devi fare, magari con toni arroganti, non piace affatto e come non mi piaceva affatto a scuola, quando magari perché ero indisciplinato, mi cacciavano fuori dall’aula, però la colpa di chi era? Del maestro o mia? La colpa era mia e io non vorrei mai che la troika venisse qui a casa nostra, perché noi non siamo stati in grado di gestire i nostri conti. Ma senza una politica economica, senza una visione noi perdiamo credibilità, senza una politica economica che riduca il debito pubblico e punti sulla crescita, che punti sulla realizzazione di infrastrutture, che permetta di pagare i debiti pregressi della pubblica amministrazione – sono sessanta, settanta miliardi ancora – senza una riforma della giustizia civile, senza una riduzione del fardello burocratico, altro che settanta miliardi che se ne vanno da casa nostra, se ne andranno molti di più. E allora sì che rischiamo. Se non diciamo che cosa vogliamo, che disegno abbiamo noi italiani, rischiamo sul serio che i conti non tornino più. A me la troika non piace, che venga qualcuno a dirmi che cosa devo fare, veramente lo considero qualcosa di inaccettabile. Per questo devo dimostrare di essere credibile e autorevole quando presento a una comunità che comunque, se io sbaglio, paga per le mie responsabilità. Io non voglio pagare per le responsabilità degli altri, ma sono anche costretto a non far pagare gli altri per le responsabilità mie. Quindi bisogna essere seri e credibili. Non credo all’austerità ed al rigore, alla politica economica che tartassa i cittadini, o che stringe la cinghia o che fa fare i sacrifici a tutti. Credo in una politica economica della crescita, del buon senso, della riduzione della pressione fiscale, non mi riconosco in una visione, diciamo così anglo-sassone o germanofona, mi riconosco in una politica dell’impresa, credo nell’homo faber, in una visione cristiana dell’uomo che costruisce, non una visione punitiva, però se il nostro obiettivo primo è quello di creare lavoro, dobbiamo avere una politica economica degna di questo nome. Conclusione sul bilancio. Non ho detto una cosa che secondo me è di grande importanza: non possiamo permettere più che in Europa ci siano delle grandi aziende che facciano tutto e il contrario di tutto, che diffondano messaggi veri e messaggi falsi, che diffondano film di ogni tipo, che danneggino i diritti d’autore e lo facciano senza pagare le tasse e lo facciano senza rispettare le regole. Io credo fermamente che debba esserci una tassa per i giganti del web, che non possono scorrazzare in Europa e fare tutto ciò che vogliono, guadagnando un sacco di soldi, per portarli poi negli Stati Uniti o portarli in Cina e poi diventare magari strumento di siti che puntano soltanto alla distruzione della nostra civiltà europea, perché c’è qualche interesse, magari, da una parte e dall’altra del mondo, ad indebolire l’Europa. Le fake news hanno una regia e anche in Italia bisognerebbe guardare con grande attenzione a finti siti, a finti profili, perché ce ne sono tanti e troppi. Coloro che non vogliono regole per il web sono coloro che utilizzano il web per condizionare l’opinione pubblica con fake news, con aggressività, cercando di manipolare la democrazie e l’opinione pubblica. Questo non è accettabile. Una web tax arricchirebbe l’Unione Europea, renderebbe più florido il bilancio dell’Unione Europea e si potrebbero fare più cose nell’interesse dei cittadini e meno di chi ha interesse invece a manipolare il cervello dei cittadini. Grazie a Dio siamo donne e uomini liberi e faremo di tutto perché questo non accada.

LUÍS MIGUEL POIARES MADURO:
Prima di passare ai prossimi interventi, non resisto, alla luce di quello che ha detto il ministro Moavero sui bilanci e la necessità di nuove risorse ma anche di quello che è stato detto dal presidente Tajani, di raccontare i risultati di un’inchiesta che abbiamo fatto nei diversi Stati membri, nell’università europea, a Firenze, insieme a Eu-Gov. La grande difficoltà, il ministro Moavero lo diceva, è che da un lato noi chiediamo sempre di più all’Unione Europea, vogliamo con lo stesso bilancio di prima, o anche con contribuzioni sempre più ridotte dei diversi Stati membri, senza la contribuzione britannica nel futuro, fare ancora di più in materia di difesa, in materia di integrazione. Questa è la difficoltà, che a volte mi ricorda anche un film di Woody Allen, sulla forma con cui noi cittadini vediamo l’Unione Europea. C’è questo “Io e Annie”, questo film di Woody Allen, in cui i due protagonisti dicono di essere andati in un ristorante a New York e di aver mangiato malissimo. E poi alla fine concludono che il problema erano le porzioni molto piccole. E spesso, quando parliamo dell’Unione Europea, sembra di ascoltare lo stesso. Chiediamo delle cose contraddittorie: non vogliamo più Unione e nello stesso tempo chiediamo di più all’Unione Europea. E questo rende poi più difficile dare risposta a questa necessità di un bilancio più grande, che permetta all’Unione, anche come ha detto il ministro Moavero, di avere un bilancio, di bilanciare, di equilibrare il rapporto fra disciplina di bilancio e capacità di promozione economica dell’Unione Europea. In questa inchiesta che abbiamo fatto nei diversi Stati membri, alla domanda se l’Unione Europea o gli Stati membri dovevano vedere aumentate le loro risorse, gli Stati del sud Europa, di poco ma comunque la maggioranza, era favorevole a più risorse per l’Unione Europea e meno per gli Stati. In tutti gli altri Stati la risposta era contraria, ossia, in tutti gli Stati dell’Unione Europea, del centro e del nord Europa, la risposta maggioritaria, ampiamente maggioritaria era: meno risorse all’Unione Europea per dare più risorse ai nostri Stati, ai nostri bilanci nazionali. Con una eccezione interessante: la Germania. In Germania una piccola maggioranza era favorevole ad avere meno risorse nel bilancio tedesco, con più risorse nel bilancio dell’Unione Europea. Ma se poi alla domanda se erano favorevoli ad una tassa europea sulle transizioni finanziarie per il bilancio europeo, per aumentare il bilancio europeo, o se erano favorevoli ad una tassa sulle grandi imprese digitali, come ha suggerito il presidente Tajani, la stragrande maggioranza, in tutti gli Stati membri, era favorevole. Se la domanda non è posta ai cittadini come: volete più denaro o meno denaro per l’Unione Europea ma è invece: siete favorevoli ad una tassa europea, per il bilancio europeo, per le grandi imprese del digitale, più del settanta per cento in tutti gli Stati membri è favorevole. Allora, sarà molto rilevante anche la forma con la quale i politici dell’Unione Europea riusciranno a presentare questa questione ai cittadini europei. Ma entrando nel secondo problema, e cercando di essere breve nelle mie domande, perché tutti quanti vogliamo ascoltare il presidente Tajani e il ministro Moavero, il secondo problema è quello della crisi migratoria e dei rifugiati in Europa. Io vorrei porre tre domande molto concrete. La prima è: come regolare il rapporto fra migrazione e rifugiati? Spesso, nel dibattito politico, si confondono le due questioni. Sia perché si confonde l’obbligo che esiste in rapporto ai rifugiati, con l’obbligo di tutti i migranti economici, sia perché spesso, resistendo e sollevando i problemi della migrazione, si cerca di mettere ostacoli alla questione dei rifugiati, che è un obbligo internazionale, per non dire un obbligo morale che abbiamo tutti. Allora, la prima domanda è come meglio l’Unione Europea può riuscire a regolare e a distinguere questi due fenomeni che hanno bisogno di un trattamento diverso, quello della migrazione economica e quello dei rifugiati. La seconda è per sapere se oggi questo è un problema ancora reale o un problema di percezione. Noi sappiamo che nell’ultimo semestre in Europa, abbiamo avuto 70mila persone che sono arrivate nelle coste dei diversi Stati membri dell’Unione Europea. Non sembra un numero, in questo momento, che possa significare una vera crisi, che richieda un grande sforzo degli Stati membri dell’Unione Europea. Se per esempio facciamo la comparazione con quello che sta succedendo in Venezuela – nessun rapporto famigliare fra me e l’altro Maduro in Venezuela, questo sia chiaro -, negli ultimi mesi in Venezuela abbiamo avuto due milioni di persone che sono partite da quel Paese. Soltanto la Colombia ha ricevuto un milione di rifugiati o migranti, anche lì la classificazione è difficile. Allora, la seconda domanda che ho è: è ancora un problema reale o è un problema in questo momento soprattutto di percezione? E se il problema è reale in questo momento, non sarà soprattutto un problema di politiche di integrazione di alcuni di questi rifugiati o migranti? Non è più un problema del numero di persone che arriva nell’Unione Europea ma quello di come integrare queste persone che ci sono già nel’Unione Europea, nelle nostre società. Ultima domanda: la mancanza di solidarietà in Europa su questa materia è chiara, è un altro esempio delle conseguenze della perdita di mutua fiducia fra i diversi Stati membri, fra diverse popolazioni. Ma la responsabilità di questa mancanza di solidarietà, deve essere una responsabilità dell’istituzione europea o la responsabilità di alcuni Stati membri? Perché io devo dire che anche qui in Italia vedo alcuni che incolpano Bruxelles, su qualcosa che spesso è più responsabilità di alcuni Stati, di alcuni governi di alcuni Stati che sono anche più vicini politicamente. Uno dei paradossi è che spesso gli Stati che più criticano le conseguenze della migrazione, della crisi dei rifugiati in Europa, sono anche quelli che sono meno disponibili ad essere solidali. E la questione è come risolvere questo. Possono le istituzioni europee risolvere questo o è piuttosto un problema di rapporto fra le diverse democrazie nazionali, fra governi di diversi Stati membri? Cosa si può fare in Europa, rispetto a questo?

ANTONIO TAJANI:
Prima risposta. Migranti e rifugiati, è chiaro che sono cose completamente diverse e condizioni completamente diverse, anche se il migrante economico ha a casa sua dei problemi. Noi abbiamo avuto due tipi di rifugiati, soprattutto, in questi ultimi anni: quelli provocati dal disastro siriano, con la fuga in massa dalla Siria e in parte dall’Iraq; per la guerra civile, per l’attacco dell’Isis, abbiamo avuto milioni di persone che si sono spostate e hanno cercato rifugio in Europa. Poi abbiamo quelli che fuggono da alcune parti dell’Africa, a causa del terrorismo di Boko Haram, a causa della guerra fra Etiopia ed Eritrea che, per fortuna, sembra arrivata alla conclusione, anche grazie all’arrivo di un nuovo leader. Queste persone non possiamo non accoglierle. Io non penso al finto rifugiato, io penso al rifugiato vero. Ho visitato qualche settimana fa il centro dell’Onu a Niamey, in Niger, dove c’erano più di mille persone e la stragrande maggioranza di queste persone portavano la croce al collo. Erano ragazze etiopi, ragazze eritree, che avevano già lo status di rifugiato e dovevano essere distribuite in varie parti del mondo. Non credo che per dei Paesi che dicono orgogliosamente di voler difendere le radici cristiane dell’Europa, che queste persone rappresentino un pericolo per la nostra civiltà; anzi, sono le persone che meglio di chiunque altro si possono integrare. Io il Vangelo cerco di non esporlo, cerco di leggerlo e leggendo il Vangelo certamente vediamo che Gesù caccia i ladroni dal tempio, anche con la forza ma Gesù non è soltanto quello. In fondo al rosario, che tanti espongono, c’è anche un signore che sta sulla croce, c’è il volto che soffre. E se noi crediamo nel Vangelo e vogliamo anche essere dei politici cristiani che credono nelle radici cristiane dell’Europa, non possiamo vedere soltanto Gesù che caccia i ladroni dal tempio, dobbiamo vedere anche Gesù che soffre. E in ognuna di quelle ragazze che mi hanno raccontato storie enormi di violenze di fronte al padre, ai fratelli che se si ribellavano venivano uccisi, nel volto di quelle ragazze c’è il volto di Cristo e se noi crediamo alle radici cristiane dell’Europa, quelle ragazze e quei ragazzi, come quelli che scappano da Mosul, non possiamo non accoglierli, è nostro dovere. E mi stupisce che Paesi come la Polonia o l’Ungheria, che insistono sulla loro identità cristiana, non abbiano il coraggio di accogliere cristiani che scappano perché sono cristiani e non vogliono rinunciare alla loro identità. Sarebbe stato molto più facile per loro convertirsi all’Islam jihadista che scappare. La solidarietà, certo che manca la solidarietà! Ma quanti uomini e quante donne dei Paesi dell’Est, quando c’era la dittatura comunista, quando il cardinal Mindszenty veniva tenuto in carcere, venivano aiutati dagli italiani, dai francesi, dai tedeschi. E allora li aiutavamo perché credevamo nella solidarietà. E allora la solidarietà non può essere a senso unico. Quando noi chiediamo, insistiamo che venga applicata e accettata da tutti gli Stati membri dell’Unione Europea la riforma di Dublino, che impone la ricollocazione dei rifugiati in tutti gli stati dell’Unione Europea appena mettono piede sul territorio europeo, chiediamo soltanto una scelta di solidarietà. I cristiani eritrei, i cristiani etiopi, o i cristiani iracheni o i cristiani siriani, non vanno certamente ad inquinare l’identità cristiana né dell’Ungheria, né della Polonia. Questo non significa essere rammolliti o essere dei fautori del permissivismo. Altra cosa è l’immigrato clandestino, l’immigrato che delinque, l’immigrato che non si vuole integrare, l’immigrato che viene a fare propaganda jihadista, l’immigrato che viene a fare il trafficante di droga. Io sono per la linea dura: coloro che vengono da fuori devono essere costretti, se si vogliono integrare in Italia o in Europa, a studiare la lingua, a rispettare le nostre regole, come qualsiasi altro cittadino, ma nello stesso tempo devono avere tutti i diritti sindacali che hanno tutti gli altri lavoratori, basta con i caporali, se vogliamo veramente fare una politica d’integrazione seria. Ci possono essere dei corridoi che portino in Europa delle persone qualificate che possono essere inserite nel mondo del lavoro. Certamente non possiamo spalancare le porte a tutti! Il problema a volte è che la percezione sociale è più grave e più esplosiva della realtà. L’omicidio di Macerata ha creato un allarme sociale enorme: i quattro nigeriani che hanno violentato, ucciso e tagliato a pezzi quella ragazza hanno creato, attraverso il clamore della notizia e l’efferatezza dell’omicidio, un clima certamente di grande preoccupazione. Perché si è enfatizzato. Allora bisogna vedere: integrazione, flussi migratori. Io credo molto che si debba risolvere il problema in Africa. Sono stato, citavo prima la visita al centro dell’Onu a Niamey, sono stato in Niger grazie all’azione dell’Unione Europea. In quel Paese è stato investito un miliardo di euro e siamo passati da 300mila passaggi attraverso il Niger per andare in Libia per poi venire in Europa, nel 2016, a 10mila del 2018. Un taglio di oltre il 90 per cento. Perché si è lavorato, bisogna lavorare in Africa. Teniamo conto della crescita demografica, del cambiamento climatico, delle guerre, di Boko Haram, della povertà. Nel 2050 ci saranno due miliardi e mezzo di africani, nel 2100 ci saranno cinque miliardi di africani. E allora ci saranno movimenti biblici, se non risolviamo i problemi. Certamente, un anno può calare, un anno può aumentare, ma quando ci saranno degli spostamenti tali, se non ci sarà un cambiamento della situazione, allora non serviranno né navi, né guardia costiera, né guardia di finanza, né Unione Europea, né operazioni Sophia, niente. Il più grande esercito della storia, che è l’esercito Romano, non ha fermato gli spostamenti da est verso occidente. E lì l’Africa, la politica per l’Africa. E la stabilità del Mediterraneo, certo, come del Medio Oriente. E lì veniamo anche al discorso della perdita della presenza cristiana in Medio Oriente. Perché tutti dicono che si professano cristiani ma nessuno si preoccupa della Chiesa che soffre in quella parte del mondo. Sono le comunità cristiane più antiche, più antiche delle nostre, che rischiano di scomparire. E il danno non sarà soltanto per loro, sarà per la stabilità di quell’area, perché i cristiani, com’erano in Palestina, com’erano in Siria, sono sempre stati elemento di equilibrio, elemento di dialogo, anche con il mondo islamico. Se scompaiono quelle comunità, se sono costrette ad abbandonare le loro terre d’origine, allora sì che saranno guai. Svolgono un ruolo non soltanto religioso, ma anche un ruolo di stabilità e di pace quelle comunità. E noi abbiamo il dovere di non dimenticare la chiesa che soffre, non dobbiamo dimenticarla in Egitto, non dobbiamo dimenticarla in Turchia, non dobbiamo dimenticarla in Siria, non dobbiamo dimenticarla in Iraq. E non è una questione soltanto religiosa, è anche e soprattutto una questione politica, collegata anche al fenomeno migratorio. L’Europa deve avere una strategia dell’immigrazione. Servono strumenti finanziarie enormi, serve una visione: la politica sull’immigrazione non è soltanto il respingimento di cento, duecento, trecento clandestini, anche se è giusto fare la voce grossa e far capire agli Stati europei che le istituzioni europee, la commissione europea, il parlamento europeo non c’entrano nulla. Sono gli Stati europei che devono capire, soprattutto quelli dell’Est, che la solidarietà non è soltanto quando loro hanno bisogno dell’Occidente e dell’Europa ma anche quando l’Occidente dell’Europa ha bisogno dell’Oriente dell’Europa devono mobilitarsi. Accogliere duemila rifugiati non cambia la situazione geo politica o identitaria dell’Ungheria o della Polonia. Ecco, certo, la responsabilità è degli Stati membri e concludo. Enzo Moavero era presente all’ultimo Consiglio Europeo. Ci siamo incontrati con il primo ministro Conte prima della riunione, abbiamo concordato un’azione congiunta per fare in modo che gli Stati membri approvassero la riforma di Dublino, c’è stato un dibattito anche intenso con molti Paesi favorevoli. Si è deciso, alla fine del Consiglio, di approvare la riforma entro la fine dell’anno: io mi auguro che i Paesi dell’Est, visto che hanno fatto mettere il consenso generale nel testo e visto che si può votare a maggioranza, non blocchino tutto. Perché se ci fosse stata la riforma di Dublino, oggi non staremmo a discutere della vicenda della nave attraccata a Catania, se far scendere o non far scendere i 150 immigrati, se far scendere i bambini, le donne, sarebbe stato risolto a monte il problema. Sarebbero stati tutti ridistribuiti all’interno dell’Unione Europea. Questa era la posizione per la quale si è battuto il parlamento europeo che l’Italia, credo sostenga, come sostengono anche altri Paesi, la Germania, la Francia. L’Ungheria e la Polonia facciano la loro parte: dall’Europa hanno avuto tanto e proprio perché loro difendono questa identità europea, credo che debbano fare di più di quanto stiano facendo in questi anni, in questi mesi, per contribuire alla soluzione di un problema politico che, insieme a quello del lavoro, rischia di modificare gli assetti politici in Europa.

ENZO MOAVERO MILANESI:
Parlare di migranti è diventato molto difficile. L’ultima volta che mi è capitato personalmente di parlare pubblicamente di migranti è stato qualche settimana fa in Belgio, Marcinelle, luogo di una tragedia di 62 anni fa, una tragedia in una miniera in cui morirono 136 nostri connazionali, accanto a un altro centinaio di morti di altre nazionalità ed erano in grande maggioranza questi morti dei migranti. Noi abbiamo dimenticato la storia lontana delle migrazioni. L’abbiamo dimenticata e credo che abbiamo fatto male, perché bisogna partire dalla conoscenza della realtà per poter guardare anche alla realtà di oggi. La realtà di oggi vede dei flussi migratori epocali, inusuali, per numero, per provenienza, per impatto. Sono dei grandi movimenti che, in linea di massima, dalle regioni del Sud del mondo si spostano verso il Nord, ma non unicamente. Per esempio nel Sud Est asiatico ci si muove anche verso il continente australiano: non è la prima volta che accade nella storia, ma sembra che ci troviamo di fronte a qualche cosa di inedito e soprattutto a livello europeo non riusciamo ad affrontarlo insieme. È indubbio che dobbiamo confessare con sincerità una latitanza europea nel suo insieme, dell’Unione Europea, nel suo quadro istituzionale e dei governi degli Stati membri dell’Unione Europea rispetto alla capacità di governo del grande fenomeno dell’evento epocale dei flussi migratori. È una latitanza che colpisce quando poi pensiamo, riferendoci all’argomento di cui parlavamo prima dell’euro, dell’economia ecc., quanto la realtà dell’Unione Europea nelle sue istituzioni, nelle sue regole e quant’altro sia presente nel nostro quotidiano. Qua invece c’è una grande latitanza. L’Unione Europea ha quasi risposto alla prima delle domande: ha fatto una distinzione tra i rifugiati, rispetto ai quali ha emanato delle norme di disciplina per la concessione del diritto di asilo, sarebbe meglio dire per il riconoscimento del diritto di asilo a chi cerca rifugio sfuggendo a situazioni di guerra, a regimi liberticidi e quant’atro e gli altri migranti che poi di volta in volta vengono qualificati come economici o con altre terminologie. Sulla concessione del diritto di asilo, l’Unione Europea si è data delle regole: pensate in un’epoca in cui si lavorava su piccoli numeri e di conseguenza con una certa logica si diceva: il Paese dove arrivano per la prima volta le persone provenienti da fuori Unione Europea, fa tutte le pratiche per verificare se ci sia o non ci sia diritto all’asilo e poi per fornire i necessari documenti. Ma quando il flusso aumenta di numero, quest’onere per il Paese di primo arrivo, diventa un onere estremamente pesante. Ed è lì dove dovrebbe subentrare la solidarietà europea, è lì dove dovrebbe subentrare la condivisione dell’onere, ed è lì dove invece ci siamo trovati di fronte, ci troviamo di fronte ad una serie di steccati, ad una serie di, chiamiamoli pure con un termine ruvido, ad una serie di egoismi nazionali, che non accettano l’idea di condividere l’arrivo di persone da fuori Europa, che cercano nel nostro continente, vuoi un rifugio, se sono persone da considerarsi aventi diritto d’asilo, vuoi un futuro migliore e di conseguenza non si arriva a gestire una politica europea delle migrazioni. E questo è un grosso problema perché questo ci porta proprio alla seconda risposta: problema reale o problema percepito? È una questione reale, amplificata da una percezione dovuta alla chiara sensazione di un non governo di una questione così grande. E il non governo avviene a livello europeo e porta poi ciascun sistema nazionale a dover rispondere per conto proprio. Ma se ciascun sistema nazionale risponde per conto proprio all’interno dell’Unione Europea, questa è la negazione del concetto stesso di Unione Europea, per non parlare della negazione morale del concetto preesistente all’Unione Europea che era quello di Comunità europea. Una comunità che non condivide, non è una comunità. E allora di fronte a una situazione di questo tipo spesso si sente dire: ma l’Europa non ha gli strumenti. Attenzione! E non prendetelo come un discorso tecnico: prendetelo come un discorso che vi trasferisce delle informazioni, qualora non le abbiate. Non è vero. I Trattati europei prevedono norme che chiedono alle istituzioni dell’Unione Europea, quindi anche agli Stati dell’Unione Europea, che poi sono protagonisti in molte delle istituzioni dell’Unione, Consiglio, Consiglio Europeo e quant’altro, di adottare normative, quindi è una scelta europea di essersi dotata di normative unicamente col riguardo al diritto di asilo e di cercare per carità di riformarle anche in senso più condiviso. Ma questo riguarda unicamente gli aventi diritto d’asilo, e gli altri? Perché non abbiamo realizzato quelle norme che riguardano la valutazione della possibilità per persone provenienti da fuori Europa di entrare in Europa di prestare attività lavorative, perché non abbiamo lavorato sui controlli comuni esterni della frontiera, perché continuiamo a considerare le frontiere esterne degli Stati e non frontiere comuni dell’Unione Europea? Qui c’è un problema concettuale, che investe una stridente contraddizione con quegli stessi valori fondanti di cui spesso ci riempiamo le nostre parole quando parliamo di Unione Europea, di grandi valori, di solidarietà, di comunione, di condivisione, e quant’altro. Una contraddizione stridente. Si sarebbe potuto in tutti questi anni legiferare molto di più e dotare l’Unione Europea di strumenti d’azione estremamente più efficaci. Non lo si è fatto. Negli ultimi quattro anni, due volte il Consiglio Europeo, cioè i capi di Stato, di Governo, hanno dedicato le loro sedute a parlare di migrazioni. La prima volta fu nel giugno del 2014: fu un quasi nulla di fatto, ma furono date delle indicazioni, non seguite da nessuna azione. Furono date delle indicazioni nel giugno del 2014, non è una data casuale, eravamo a pochi mesi dalla grande tragedia dei morti di fronte alla nostra isola di Lampedusa, quindi l’Europa aveva visto la tragedia della migrazione di fronte alle sue coste: non si fece quasi nulla, se non delle dichiarazioni. Ne abbiamo riparlato al Consiglio Europeo del giugno 2018, adesso, poco tempo fa e si è concluso con delle dichiarazioni importanti, che costituiscono le decisioni dei leader europei che parlano di condivisione, di sforzo condiviso, di approccio comune e quant’altro e quanto si è cercato di applicare nei mesi successivi. Ci sono state una serie di situazioni, più o meno, ma insomma, abbastanza virtuose, in cui l’arrivo di migranti sulle coste europee ha portato poi alla condivisione e alla ripartizione di queste persone, prima di valutare se fossero rifugiati o quant’altro fra i vari Paesi, per poi effettuare i controlli. Ma abbiamo poi visto che questo non diventa una prassi consolidata ed è enormemente più difficile trasferirlo in disposizioni più precise. E allora questo dove ci porta? Questo ci porta a dover comprendere che i numeri per esempio degli arrivi sulle coste italiane sono stati, se guardiamo agli ultimi cinque, sei, sette, anni, estremamente numerosi. E nei flussi migratori che hanno preso la rotta del cosiddetto Mediterraneo centrale, all’incirca, chi dice il sette, chi dice il dieci per cento degli arrivi, sono persone che hanno diritto d’asilo, rifugiati. Il novanta per cento almeno non sono persone che hanno diritto d’asilo e allora che cosa dobbiamo fare? Dicono gli accordi europei, se non ci sono offerte di lavoro, rimpatrio. Eh, parola che sembra facile, ma per effettuare i rimpatri ci vuole l’accordo con il Paese da cui noi riteniamo che queste persone vengano. Bisogna vedere se il Paese è d’accordo, sono persone che viaggiano senza documenti, è estremamente complesso: ci sono dei costi, ci sono dei costi di accoglienza, non si può continuare con la geografia. Poiché i flussi arrivano dal Mediterraneo centrale, nel Mediterraneo centrale, c’è una penisola a forma di stivale che occupa la rotta principale, bene, arrivano lì, il problema principale è vostro, gestitelo. E no. Queste persone arrivano in Europa. Non arrivano su un’isola italiana, non arrivavano su un’isola greca, non arrivano di tanto in tanto sulle coste spagnole. Arrivano in Europa ed è quindi l’Europa che deve affrontare questa questione e quando dico Europa intendo in primis i governi degli Stati europei e le stesse istituzioni. Vorremmo vedere la Commissione europea fare delle proposte legislative, è nel suo potere, è nel suo potere-dovere. Vorremmo vedere discutere intorno a proposte legislative, non discutere ogni volta sul singolo caso, perché sul singolo caso potremmo trovare a volte delle soluzioni, a volte no, ma poiché stiamo parlando di una situazione di persone, è chiaro che non trovare delle soluzioni significa affrontare delle situazioni estremamente drammatiche e le considerazione complementari. Noi non dobbiamo agire solo guardando la foce dei flussi migratori, noi dobbiamo guardare la sorgente molto di più e guardare lungo il corso. Guardare la sorgente significa agire nei Paesi di origine dei migranti: se sono Paesi in guerra, l’Europa deve essere protagonista dei processi di pace. Qual è l’azione europea per la pace nel Medio Oriente? Interessante considerazione. Il presidente Tajani parlava di cristiani del Medio Oriente. Ma abbiamo un protagonismo europeo nei processi di pace? Ci sono regimi autoritari, regimi dittatoriali da cui fuggono molte persone, sempre rifugiati, esiste una grande azione europea a tal fine? Poi ci sono migranti economici: lasciano Paesi con situazioni socio- economiche difficilissime. L’azione europea per gli investimenti in questi Paesi è sufficientemente efficace? E attenzione: non basta spostare denari, è molto di più quello che ci vuole di quanto forse si è fatto finora per far crescere questi Paesi che hanno anche delle popolazioni molto importanti, perché, grazie al cielo, i problemi sanitari si sono ridotti, occorre anche coltivare delle dirigenze in questi Paesi che siano in grado di utilizzare bene questi fondi. La metafora che tu Antonio spesso usi del piano Marshall, è una metafora efficace che io condivido, ma non dimentichiamoci che il piano Marshall funzionò perché nei Paesi che uscivano dalle dittature di prima della seconda guerra mondiale, c’erano classi dirigenti capaci che seppero usare in maniera onesta ed efficace questi fondi. Noi dobbiamo anche fare questo. Allora vedete che l’azione europea per le migrazioni non è solo la discussione sul cosa fare di queste o quelle persone che sono arrivate fino a noi. È qualcosa che deve essere molto di più articolato, partendo dai Paesi d’origine, continuando lungo i Paesi di transito, dove tutte queste persone vanno assistite, se possibile anche aiutate ad entrare, perché spesso è quello che vogliono fare. Bisogna combattere i trafficanti di essere umani, combattere queste organizzazioni neo schiaviste che capillarmente si sviluppano dai Paesi d’origine fino nei nostri Paesi. Perché di questo si tratta. Si tratta di sfruttamento di persone. Far arrivare in maniera completamente disarticolata, clandestina, spesso illegale, le persone da noi, significa esporli allo sfruttamento; agire in maniera efficace, non, scusate il termine, non neo colonialista, nei Paesi d’origine, significa aiutare questi Paesi a crescere e a risolvere il problema. Io credo che se noi vogliamo come Europa essere coerenti coi valori che sono ripetuti più volti nei testi fondanti dell’Unione Europea e già della Comunità Europea, noi dobbiamo realmente pensare insieme su come risolvere questo problema, non lasciare da soli i Paesi, non lasciare da sola l’Italia, non lasciare da sola la Spagna. Ma un domani che le migrazioni dovessero arrivare dall’Est, non lasciare da soli i Paesi dell’Est, dovessero arrivare dal Nord, non lasciare da soli i Paesi del Nord. Se noi agiamo con gli steccati egoistici che sono prima di tutto nei nostri animi, noi non andremo da nessuna parte e continueremo ad avere questa latitanza, continueremo ad avere questa opera incompiuta e a trasmettere questa sensazione di incapacità dell’Europa nel suo insieme di affrontare e risolvere positivamente uno dei problemi e delle questioni più importanti della nostra epoca.

GIORGIO VITTADINI:
Allora, concludo telegraficamente questo incontro con una considerazione che viene dal titolo. I problemi veri sono complessi, come abbiamo sentito stasera, non è che si risolvono con i tweet o con delle battute, perché per essere felice il nostro cuore, le nostre esigenze, che poi diventano le questioni che abbiamo detto, bilanci, sviluppo, popolazioni che migrano, sono complesse e chiedono una dote che ha a che fare con la felicità: l’equilibrio. La capacità di dialogo, la parsimonia di battute, tutto il contrario di quello che si sente dire di solito e quello che abbiamo sentito stasera. C’è bisogno di gente che dialoghi, che ragioni, che tenga conto delle cose, che non prometta soluzioni facili. Quando Churchill divenne primo ministro quando c’era la seconda guerra mondiale promise lacrime e sangue. Non possiamo promettere continuamente soluzioni taumaturgiche semplicemente dicendo che chi è venuto prima era un cretino ed è arrivato il salvatore, perché siccome l’anno prossimo siamo all’anniversario della Rivoluzione francese, 1789-2019, quando si fa così, e si taglia la testa di quello che è venuto prima, prima o poi vola anche la nostra testa. Buon lavoro. Adesso ci sarà l’incontro con il capo, il presidente della Lega Islamica, per cui vi invito a rimanere qui.

(trascrizione non rivista dai relatori)

Data

24 Agosto 2018

Ora

17:00

Edizione

2018

Luogo

Auditorium Intesa Sanpaolo A3
Categoria