INVITO ALLA LETTURA

SOGGETTI SMARRITI. Come siamo diventati troppo intelligenti per ricercare Dio e il nostro stesso bene
Presentazione del libro di John Waters, Editorialista de The Irish Times (Ed. Lindau). Partecipa l’Autore.
A seguire:
TORNIAMO A CASA. L’Imprevisto: storia di un pericolante e dei suoi ragazzi
Presentazione del libro di Silvio Cattarina, Presidente della Cooperativa Sociale L’Imprevisto (Ed. Itaca). Partecipano: l’Autore; Paolo Cevoli, Comico; Gianfranco Sabbatini, Presidente Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro; i pericolanti Enrico, Katia e Giulia.
Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Il Meeting ci propone alcune letture; ne avremo due; la terza per un piccolo disturbo di salute non si sarà. Per cui abbiamo tempo per due proposte, per due incontri di un certo interesse e spessore. Il primo è un libro appena uscito, edito dalla Lindau: Soggetti smarriti. Come siamo diventati troppo intelligenti per ricercare Dio e il nostro stesso bene. L’Autore è John Waters, che abbiamo qui con noi e salutiamo con grande calore. John Waters è un giornalista de The Irish Times, ed è uno dei più acuti osservatori della società in cui vive, con un grande interesse, con una grande sete di comprendere, di capire, con un tipo di curiosità che è sempre legata a guardare il legame che lui stesso ha con le cose che incontra. Dunque non una conoscenza esterna, un racconto o una cronaca di un giornalismo lontano, che compie un dovere e tiene il mondo distante, ma un’immedesimazione e anche una sofferenza con esso. Questo suo libro è il secondo che scrive, così corposo, con la traduzione italiana molto bella, ed è una sorta di cammino per capitoli su interrogativi che lui sente importanti per la sua vita. Il sottotitolo, Come siamo diventati troppo intelligenti per ricercare Dio e il nostro stesso bene, indica un cammino in cui lui si accorge di come siamo circondati, siamo immersi in un tempo che non ci fa vedere le cose. Ma è più profonda la questione; nasciamo sempre in qualche modo così, c’è sempre qualcosa che prende il sopravvento rispetto a un inizio gratuito – lui spesso parla della giovinezza, un po’ perché siamo quasi forse entrambi intorno alla metà degli anni cento – ma perché c’è qualcosa in cui subito l’io viene collocato che lui chiama, a metà del libro, la cultura: un mostro che ci tormenta senza sosta e che schernisce la nostra stessa natura solo perché glielo permettiamo. Oppure: “Io pago una decima alla cultura in ogni mio istante di vita, alimentandola con quanto desidero che sappia di me, con quanto voglio che di me riferisca”. Ecco, questa percezione da cui vorrei partire per un primo accenno a lui, a cui lui poi risponderà con il suo intervento, è quella che dice che da un certo punto di vista nasciamo liberi, ma siamo subito immersi in un contesto della storia in cui il tema del potere è decisivo; il potere anche di un padre sul figlio, di una madre sul figlio, di un contesto, di un dover pensare, di un dover essere. La ricerca della vera libertà è qualcosa di decisivo; tanto è vero che lui dice: “perché glielo permettiamo” cosa che già indica questa battaglia, questa lotta. Secondo aspetto, poi chiudo. Il libro passa attraverso incontri con persone, fatti della società, il dramma anche della Chiesa irlandese; cito in relazione anche ai fatti che abbiamo vissuto insieme, di cui abbiamo cercato anche di dare un giudizio in questo anno, così pieno di grazia e così pieno di dolore, per il nostro venir meno, per il venir meno delle grandi cose attraverso le persone a cui è affidato questo tesoro di Grazia che è la Chiesa di fede. Lui ad esempio acutamente annota: “L’abuso più grande commesso dalla Chiesa Irlandese, e fu la Chiesa nel suo insieme a commetterlo e non solo una minoranza dei suoi rappresentanti, fu quello di promulgare l’idea che la religione venga da fuori, che fondamentalmente sia un sistema di controllo imposto per tenere a bada gli istinti degli esseri umani”. Ecco, la cosa più grave è questa. Pensate che diversità di giudizio: tutti noi siamo tesi a indicare dove già si vede il male, il peccato e non riusciamo neanche a vedere qual è la vera cosa che manca, in questo ridurre questa grande cosa a qualcosa che viene da fuori. Dunque la libertà dalla cultura, la libertà dal contesto, pur essendo necessaria la cultura, il contesto, la storia, non può che venire da dentro. Ed ecco che ci ricolleghiamo con il grande tema del Meeting; da dentro, da un criterio che è dentro che, smarriti, cerchiamo. Ma ecco l’ultimo punto: il nocciolo del problema, lui dice nel capitoletto Il gulag della non-speranza, il nocciolo del problema è la negazione del desiderio umano, l’intuizione che il desiderio sia qualcosa di pericoloso. Dopo questo capitolo accenna ai primi incontri, ai rapporti con persone che sono qui oggi, gente di Comunione e Liberazione, nella quale Waters intravede – noi diciamo – una risposta, ma è più interessante, è più in cammino quello che lui dice: “Ho l’impressione che questa gente che ho conosciuto all’interno di Comunione e Liberazione si siano integrati nella realtà, e della realtà c’è bisogno: o ci si integra morendo, o ci si integra distorcendola con la violenza, oppure – sono queste le domande che percorrono il libro – in un modo diverso, allungandosi dalle stelle al centro della terra, nuotando in un tempo infinito”. Mi ricordo che don Giussani diceva in un convegno, indicando la grande battaglia culturale degli anni ’60: “Noi non siamo gente che vuole portare la terra nel cielo, ma il cielo sulla terra”. Ecco, questa è la gratitudine con cui abbiamo incontrato Waters e con cui vogliamo capire un po’ di più questa offerta che ci fa di conoscenza di lui, della sua terra, del nostro tempo e di questa lotta tra desiderio e potere.

JOHN WATERS:
Grazie. È una cosa strana essere a più della metà della propria vita e rendersi conto di non conoscere quasi nulla, o che tutto quello che credi di conoscere è falso, o per lo meno che gli elementi della conoscenza sono al posto sbagliato e orientati lungo la direzione sbagliata. Questo è il motivo che mi ha spinto a scrivere questo e il libro precedente: Lapsed Agnostic. Ma mentre Lapsed Agnostic era particolarmente incentrato sul mio viaggio personale, questo ultimo è più permeato dalla cultura da cui provengo.
Ci sono modi diversi per descrivere il libro: è un tentativo di rispondere alla domanda di Dostoevskij: “È possibile per un europeo colto del nostro tempo credere nella divinità di Gesù Cristo?” Questa è una delle domande che pongo nel libro. Anche il titolo Soggetti smarriti ha almeno una doppia chiave di lettura: fa riferimento a una mia collega che rilasciò un’intervista prima di morire; le era stato diagnosticato un cancro in fase terminale, aveva pochi anni più di me, fondamentalmente proveniva dalla stessa mia generazione e credeva in molte delle cose in cui sono cresciuto fino a diventare un uomo.
Molte delle cose che sono emerse proprio nel momento in cui ho condiviso questa esperienza, derivano proprio dal mio incontro con don Giussani e con Comunione e Liberazione; ma a quel punto mi sono reso conto che ero al di là della consolazione. Tutte le sicurezze che credevo di avere, che la mia collega credeva di avere, ormai erano perse. Si trovava ormai smarrita nel nulla, ed è per questo che ho deciso di utilizzare questo titolo. L’altro titolo invece fa riferimento in modo più diretto all’Irlanda e alla maniera in cui il Cattolicesimo ha preso l’idea cattolica moralizzandola, facendone un messaggio moralistico e cioè: Cristo è senz’altro una bellissima figura, una bellissima persona, una bellissima divinità, che consola. Come se ci trovassimo a dire: “Non c’è più speranza, e tuttavia Cristo è una persona buona”. È questa l’idea che abbiamo assunto, imparato fin da bambini. Quando ho incontrato don Giussani, beh sono ancora più turbato da questo incontro, anche oggi, è stato un incontro vero e proprio, nel senso che ancora mi turba; quindi mi devo a volte dare addirittura un pizzicotto e devo dirmi: questa non è una consolazione. Questo è il significato che è sotteso a tutto e quindi non occorre cercare la consolazione. Questa è la descrizione che do normalmente di me stesso: qualcuno che ha viaggiato in una determinata cultura, e lo fa già da un bel po’ di anni, e molto spesso porta la ripetizione della realtà. Tuttavia questa noia che sperimentiamo nella nostra vita può essere l’indicazione, la chiave per qualcosa; il fatto che ho già qualche decennio di vita alle mie spalle, che ho acquisito conoscenze, esperienze, ho rafforzato al mia personalità, e comincio a sentire che, per quello che mi resta ancora da vivere, molto probabilmente non avrei imparato niente di nuovo. Quindi a metà del cammino mi sono trovato a conoscere queste persone e questi ideali e mi è stato detto che tutto quello che conoscevo era sbagliato. Quindi questo libro, oltre la consolazione, è quello che ho compreso finora di questo viaggio e mi chiedo: “Come mai è successo? È possibile che sia arrivato a credere a cose che in realtà non sono vere? È possibile che non abbia capito un bel niente? Come si può vivere in una società, una cultura in cui non si fa altro che parlare senza capire il significato di niente?”. Quindi analizzo la cultura, utilizzo l’intervista con la mia collega come punto di partenza e cerco di approfondire, di vedere se c’è qualche cosa al di là di quello che lei dice, e molto spesso in quello che lei mi dice c’è una profezia di quello che io stesso avrei potuto dire trovandomi nella stessa situazione, se non avessi incontrato queste persone. Tutto quello che lei dice corrisponde esattamente a quello in cui credevo anch’io. L’altro giorno ho visto una mostra, quella su Flannery O’Connor, in cui ci sono scritti che risalgono a molti anni fa, da cui emerge una visione artistica estremamente affascinante. Si tratta di una mostra che è una sorta di riassunto della vita dell’autrice. Mi sono reso conto che aveva una visione estremamente chiara delle cose; adesso faccio una parafrasi di quello che dice, ma il personaggio dice: “O Gesù Cristo è sceso fra di noi per redimerci e per salvarci tutti… Beh questo è vero o non è vero. Se è vero non dobbiamo far altro che abbandonare tutto e seguirlo; se invece non è vero, allora non ha nemmeno senso prenderlo in considerazione, tanto vale ammazzarci gli uni gli altri finché non resterà più nessuno”. È impossibile farvi capire per quanto è stato lungo il periodo della mia vita in cui ho ascoltato questi concetti, in cui li ho sentiti dire non in maniera concreta, ma astratta, sentimentale; il viaggio che ho compiuto è un viaggio che considera la possibilità che questa ipotesi sia quella che corrisponde a tutto. Non riesco a dirvi quanto è traumatico per me, anche se è qualcosa che ho imparato già da alcuni anni; è qualcosa che ci richiede di ascoltare, di vedere le cose in maniera diversa, perché tutti noi viviamo in una cultura: in Italia, in Inghilterra, in America, in Irlanda. È stato interessante ascoltare giornalisti canadesi, statunitensi, anche italiani e irlandesi, che sembrano vivere tutti nello stesso tipo di cultura. Quindi devo vivere, partecipare a questo contesto, devo conoscerne il linguaggio e la logica, e devo anche avere un senso del mio ego, del mio ego assoluto, che viene negato completamente dalla nostra cultura, che dice semplicemente che sono un animale che per caso nasce e che prima o poi morirà: c’est la vie, e non occorre conoscere niente altro. Il mio libro è un libro alquanto schizofrenico, cerca infatti di mettere assieme queste due realtà e cerca di capire il perché ci sono delle difficoltà nella nostra cultura; perché in Irlanda, nel mio Paese, se sono intervistato con un altro irlandese e ci viene chiesto: “Credete in Dio?”, il collega dice “Si” e io invece rispondo “Beh, bah”, immediatamente vengo considerato più furbo, più intelligente del mio collega e non ho bisogno di aggiungere niente altro; non ho bisogno di argomentazioni, di ragioni o di prove; mi basta di essere derisorio, pessimista, deluso, mostrarmi disperato, e questo mi rende intelligente. Come è potuto accadere proprio in quello che è il tessuto della nostra cultura, e qual è l’effetto che ha questo fenomeno? Un giorno quando vedremo che c’è qualcos’altro, che richiama il desiderio che abbiamo nel cuore, come possiamo riuscire ad annaffiare questo fiore per farlo crescere? Come possiamo avere entrambe queste percezioni della realtà in un unico abbraccio? Ci sono molte cose, molte possibilità per farlo. Beh, molte cose nel libro non le ho scritte, perché come sempre quando il libro va in stampa vengono in mente le idee migliori. Ieri ho parlato dei mass media e di quello che è il cuore delle informazioni con diversi colleghi di diverse provenienze; quando ci sono questi avvenimenti preferisco non prepararmi troppo, perché poi si perde la spontaneità. Il mattino però ho preso un libro di Giussani e ho letto un capitolo in cui parla di cinismo; quindi parla di quella che è l’etimologia della parola “cinismo”: cane; si tratta dell’essere umano che ascolta e reagisce alla cultura ascoltando con l’orecchio del cane tutto quello che avviene nella conversazione pubblica. Quindi l’uomo ha bisogno di stare con gli amici per capire veramente quello che viene detto e ascoltarlo con un orecchio diverso e, quando deve parlare, si rende conto di avere due orecchie, ma soltanto una bocca. Quindi in realtà dice le cose che ha sentito dire ascoltando con l’orecchio da cane. Si tratta di una maniera molto succinta ma anche fantasiosa di descrivere la realtà e i dettagli della nostra cultura.
C’è un altro capitolo in cui c’è un’intervista, in Irlanda, in cui un importante poeta, Séamus Heaney, molto noto, che addirittura è stato premio Nobel, alla domanda: “A che cosa crede?”, risponde: “Io non credo in nulla”. “Cosa succede dopo?” – gli viene chiesto – “L’estinzione” – risponde. Ma la cosa più interessante e terrificante è che dopo questa domanda non ne sono state fatte altre; come se quello che aveva detto fosse stato ovvio, intelligente e ragionevole, e questo per me è l’aspetto più preoccupante, cioè il fatto che abbiamo creato una situazione in cui questi concetti non vengono neanche messi in dubbio, vengono considerati assolutamente ovvi. Avere incontrato Giussani e capire la modalità con cui aveva riportato il messaggio cristiano alla sua origine, la meraviglia di fronte al messaggio di Gesù, è una cosa eccezionale, come anche la sua quasi visione profetica, grazie alla quale aveva visto il pericolo di quello che stava succedendo alla cultura, quello che succedeva alla nostra conversazione, alla nostra capacità di ascoltare, cosa succedeva alle nostre menti. Ci ha dato gli strumenti per comprendere questo processo, in modo che possiamo trattenere la nostra umanità, mantenerla nonostante tutto. Questa è la grande bellezza di Giussani per quanto mi riguarda e anche il fatto che le persone che erano state invitate da Giussani, o comunque avevano reagito alla sua provocazione, al suo invito, queste persone hanno queste qualità che non avevo mai visto prima, che sono la prova più convincente per me dell’ipotesi che Giussani ci chiama a prendere in considerazione. Queste persone, beh è impossibile descrivere quello che ho percepito da queste persone; quando cerco di farlo, in realtà, mi mancano le parole. Mi devo limitare quindi a dirvi come ci si sente se non si posseggono queste qualità; posso descrivere altre persone e la loro capacità di distanziarsi dalla realtà e di vivere in un luogo angusto, un luogo che appunto è piccolissimo, soffocante. È questo che vi posso descrivere: quando ho incontrato queste persone sono rimasto sopraffatto, perché queste persone sembravano conoscermi meglio di quanto non conoscessi me stesso; quindi hanno cominciato a guardarmi come se fosse chiarissimo; ma per me invece è ancora una novità, perché io provengo da una Chiesa, quella irlandese, e da un Paese in cui l’idea del Mistero e della meraviglia sono andati perduti, in cui la figura di Cristo resta una figura bellissima, suggestiva, in cui ci viene detto: “Gesù ci guarda, guarda come ci comportiamo, ci vuole bene, si occupa di noi”, ma nessuno ci aveva detto che Gesù era fra di noi, che era intimamente collegato alla realtà in cui io stesso mi muovo e che in realtà non c’è nessun conflitto tra la cultura, tra i diversi elementi della nostra vita e della nostra società. Anche se ci sembra che ci sia, dobbiamo utilizzare tutte e due le orecchie; anche questa realtà fa parte del viaggio, il viaggio che ci porta a correre verso le braccia aperte con cui ci accoglie Gesù. Questo è il tema del mio libro essenzialmente: riguarda il mio tentativo di riconciliare tutti gli aspetti, le idee religiose con cui sono stato allevato, il contesto culturale nel quale mi sono trovato in seguito, pensando che fosse un luogo diverso e una libertà di natura diversa. Adesso incomincio a capire che c’è soltanto una libertà che, come la definisce Giussani, è la libertà di viaggiare verso la propria destinazione. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie a Waters, sarebbe bello fare qualche domanda, ma gliela faccio dopo. Avevo una domanda da farti, ma forse hai già risposto: volevo chiederti che cosa fare dopo che ci si è accorti, si è in mezzo, così come Cristo è in mezzo alla nostra umanità, ci troviamo in mezzo noi al vero della vita, che cosa fare dopo questo? Mentre lo scrivevo mi è venuto in mente che è un po’ come quella situazione che ho vissuto i quando si accoglie o si riceve il si di una persona che si ama, e si capisce che il tempo prima è una cosa e il tempo dopo sarà un’altra. E non si ha in mente che cosa fare, per cui forse la domanda è un po’ inutile, però te la volevo fare lo stesso; cioè che cosa fai tu, come vivi tu adesso il tuo lavoro, il tuo cammino, come guardi gli altri, le cose, mentre ti sei accorto di questa grande novità che cambia la vita? Oltre aver scritto un libro!

JOHN WATERS:
È un viaggio e, in un contesto come quello di oggi, esito sempre a presentarmi come una persona che è giunta a destinazione; bisogna stare attenti a non cadere nella trappola del Cattolicesimo da cui provengo io: l’essere tornato alla fede e aver capito tutto di nuovo; adesso non cerca più niente, non ha più bisogno di cercare. Non posso dire che per me sia così e sono contento che non sia così. Quindi non c’è alcun autocompiacimento rispetto alle cose che ho capito e non ho nemmeno una risposta chiara per le altre persone; senz’altro c’è stato un cambiamento in me, ma si tratta di un cammino molto lento, per come sono fatto devo verificare tutto e confermare tutto; non sono disposto a tagliar in maniera netta col passato; non fa parte della mia natura. Anche se Cristo adesso comparisse qui, in fondo alla sala, non correrei ad abbracciarlo, esiterei, per diversi motivi; alcuni sono positivi, altri non tanto. È un viaggio che porta all’integrazione tra cervello e cuore. Parlavo con alcuni amici a pranzo che mi hanno chiesto di parlare di un articolo che ho scritto recentemente. Ho descritto come ho scritto questo articolo, e inizialmente non sapevo cosa scrivere dell’argomento che mi era stato assegnato per il Meeting; dovevo parlare di cardiochirurgia, del giorno di San Valentino o di quant’altro. Beh, queste sono state le idee banali che ho avuto inizialmente. Poi ho cominciato a metter giù qualche idea e ho seguito la mia razionalità che mi ha portato a un luogo che non conoscevo; poi sono andato indietro, ho riletto l’articolo, l’ho riletto, l’ho riletto e, io stesso, mi sono sorpreso delle cose che avevo scritto e dei legami che c’erano. Poi l’ho finito, l’ho spedito e pensavo che non sarebbe stato pubblicato su Tracce; invece è stato pubblicato. Ma quando l’ho riletto non ho capito quello che avevo scritto; non mi ricordavo nemmeno di averlo scritto. Mi sono dovuto mettere in un luogo silenzioso e rileggerlo attentamente per vedere quello che avevo scritto e non mi sembrava mio. Quindi c’è questo io di cui parla Giussani, che è un io nuovo, che compie un nuovo viaggio e ogni cosa che imparo cambia tutto, ogni volta che vedo qualcosa di nuovo tutte le mie teorie precedenti vengono sfatate e, purtroppo temo, anche il mio libro. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
È bellissimo quello che abbiamo ascoltato: che un incontro porti verso un’avventura, che adesso ci sia da verificare tutto e confermare tutto e il respiro si senta respirare. Non correre il rischio di rinchiudere tutto in una dottrina, cristallizzare in dottrina, come inevitabilmente la cultura tende a fare; la cultura è definire qualcosa, in senso anche buono, come un nobile sforzo, ma per questo il Cristianesimo non è una cultura, ma un fatto nuovo che fa cultura. Volevo lasciarvi con due immagini che ho sentito mentre ascoltavo questo bellissimo incontro che sta sotto le mosse di tutto il libro. Una è quella di Nicodemo, potremmo girare la frase: “Può un uomo rinascere quando è giovane?”, perché non è detto che i giovani non siano vecchi. Secondo me, come Waters assiste al vedere, è come uno che osserva che cosa accade alla sua vita mentre la sta vivendo; questa si chiama autocoscienza; è importante, perché sennò non ci si accorge e non si conosce ciò che sta accadendo ora nella mia vita, cosa mi sta circondando. L’altra immagine, è verissimo quello che lui ha detto, lo trovo vero, umano, verificare tutto e confermare tutto. Se comparisse adesso Nostro Signore, lui non mi ricordo cosa ha detto, ma c’è un santo che era S. Luigi dei Francesi che diceva: se entrasse adesso Nostro Signore qui, continuerei a giocare. Questa è l’apertura che ci suggerisce uno così. Leggiamo il libro! Grazie ancora.
Il libro che proponiamo ora è un’esperienza, una storia e una indicazione anche.
Bene il libro che presentiamo è edito da Itaca che è editrice, distributore, grande casa che collabora con tante case editrici e che sa distillare storie e proposte che vanno a rendere noto alla gente, al nostro Paese storie come questa che ribaltano completamente l’immagine, lo stereotipo che noi abbiamo della nostra società. Scusate è iniziato l’incontro. Veniamo dall’incontro precedente in una continua distrazione, per cui la realtà ci sembra definita dal limite, definita dall’impossibile, dall’impossibilità e dunque dalla rassegnazione. Invece il libro di cui parliamo oggi indica una realtà definita dall’imprevisto. L’autore è Silvio Cattarina che salutiamo e che è qui con noi. Il libro si chiama: TORNIAMO A CASA. L’imprevisto: storia di un “pericolante” e dei suoi ragazzi. C’è l’introduzione di Gianfranco Sabbatini, che è qui con noi e salutiamo e la post-fazione è di Giorgio Vittadini che tutti conosciamo. Ecco, è una storia che nasce probabilmente negli incontri, nella vita normale di una persona in quel di Pesaro, mossa, scossa da un incontro che molti di chi è qui ha fatto, in qualche modo, se è tornato al Meeting, o se anche non conoscesse nulla della storia del Meeting o di Comunione e Liberazione, ha intravisto. Ecco da questo qualcosa intravisto e dai successivi incontri, dalla laurea in Sociologia a Urbino e dalla nascita della famiglia e dall’incontro con don Gianfranco Gaudiano, inizia il lavoro di Cattarina, di Silvio, presso quella comunità terapeutica di Gradara, tra Rimini e Pesaro, dedicata all’attenzione di ragazzi in tossicodipendenza, di ragazzi in disagio, in disagio sociale, e poi nel novanta dà vita a una comunità nuova, terapeutica, educativa per minori. Nasce così L’imprevisto. Questo libro della collana Persone e imprese è di pugno di Silvio, di scrittura di Silvio, non è un taccuino, raccoglie i suoi pensieri che sono come qui distillati, fissati come qualcosa da cui indietro non si torna. Ma non sono pensieri e una scrittura teorica di idee, Silvio ci comunica degli avvenimenti, dei fatti, non solo nell’aspetto descrittivo, perché siamo abituati, ci stiamo abituando a ridurre l’esperienza a qualcosa di raccontato: alle due sono entrato, ho trovato questo, sono uscito… questa è l’esperienza. No l’esperienza è il giudizio su quello che è accaduto, è la valutazione, è il trattenere, come diceva ieri Sua Eminenza Scola, il concetto, e qui ogni pagina ha un titolo, ha un pensiero, che riguarda esattamente ciò che è stato trattenuto, ciò che è da trattenere della sua esperienza, soprattutto della libertà così stranamente ricca di possibilità di verità, di possibilità di cambiamento della vita degli adulti, degli adulti sani, degli adulti veri, degli adulti impegnati che hanno le persone toccate da una incapacità, da una sofferenza, da un allontanamento dalla vita. Io non rubo altro tempo, chiedo a Silvio di raccontarci, anche perché ha voluto lasciare per iscritto tutta questa storia e anche così, come vuole raccontare a tutti noi qui adesso questa esperienza, perché è una grande occasione per conoscerti.

SILVIO CATTARINA:
Grazie, io farei debuttare i ragazzi dell’Imprevisto e quindi cedo la parola a Gianfranco Sabbatini. Con dei brevi interventi, Gianfranco Sabbatini, tre ragazzi dell’Imprevisto, anche Gianfranco è dell’Imprevisto, e poi concludo io che sono il capo.

GIANFRANCO SABBATINI:
Siamo tutti degli imprevisti in effetti. Quando, molti di voi credo lo abbiano già letto, ma quando avrete letto il libro, troverete che è molto giusto dire che siamo tutti degli imprevisti, perché siamo tutti immersi in un’esperienza che Silvio Cattarina ha descritto molto bene in questo libro, che ci fa conoscere quello che è il vero destino al quale dobbiamo andare incontro, superando tutte le difficoltà che nel corso della vita possiamo incontrare. Allora consentitemi, io ho avuto tre minuti e quattro minuti e non voglio approfittare di più, però mezzo minuto voglio usarlo per dire intanto il grande piacere e onore che ho questa sera a parlare qui all’interno del Meeting, in questa iniziativa così importante, in questo evento così importante, che già altre volte mi era capitato di visitare ovviamente, ma essere qui a parlare è un fatto che mi riempie di grande soddisfazione, perché lo sapete meglio di me voi che lo vivete certamente anche più di quanto possa farlo io, questo è uno dei grandi segni della speranza in questo nostro mondo. Il Meeting è ancora un segno di speranza in questa nostra società. Comunque lo si voglia giudicare, è un segno di speranza e finché ci sono questi segni di speranza possiamo anche guardare bene al futuro. Poi c’è un altro fatto importante mi sembra, che si collega bene al libro che viene presentato questa sera, ed è il titolo del Meeting così significativo: Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore. Bene il protagonista di questo libro è il cuore e, come devo dire, è l’amore, è il desiderio di essere al servizio degli altri attraverso l’incontro con Dio. Queste cose sono esplicitate in questo libro, nel modo che voi vedrete quando lo leggerete e poi vi dirà Silvio e ve lo diranno anche i giovani e i ragazzi della Comunità. Il cuore è il protagonista di questo libro. Silvio Cattarina fa cose grandi e insieme a lui la sua famiglia, e assieme a lui i suoi collaboratori, perché sono tutti intenzionati a portare avanti un disegno per il quale troviamo di nuovo tutti quanti l’approdo che dobbiamo trovare. Ecco perché il titolo, Silvio in un primo momento aveva messo un altro titolo: L’imprevisto, che storia! Ed ero bello. Io ho cercato di dirlo nella prima prefazione, una prefazione del tutto inadeguata al libro, come è ovvio che sia, perché è un libro così ricco, così importante, così pieno di storie, dove scrive Silvio e insieme a lui scrivono anche i ragazzi, perché protagonista del libro è Silvio innanzitutto, ma sono anche i ragazzi. E a me piaceva molto quel titolo L’imprevisto. Che storia!, perché avevo capito questo messaggio dell’imprevisto e ho cercato di dirlo anche in poche parole: l’imprevisto come evento, l’imprevisto imprevedibile, l’imprevisto imprevedibile è colui che ci sta di fronte, che ci capita, i ragazzi che capitano nella comunità di Silvio. Ma l’imprevisto imprevedibile più grosso è questo fatto grande che avviene quando Dio si fa uomo e scende in terra. Io ho citato qui un canto di cui appunto ormai quando vado a questi incontri, dicono cantiamo questo perché piace a Sabbatici, che è il canto dei pastori, perché a me sembra che sia una cosa bellissima questa di questi pastori che alla mattina vanno fuori di casa, fanno una giornata grama, triste, ecc. poi alla fine arriva qualcuno che gli dice: andate a vedere là cosa è successo. Che cosa è successo? Cavolo, è nato Dio. E’ l’imprevisto, l’imprevedibile che cambia la vita, che rende questa vita spesso tragica, drammatica, un fatto positivo, un fatto che guarda al futuro con un sorriso. Ecco allora, nel libro di Silvio troverete tanti casi drammatici, tragici, ma che si concludono sempre con un sorriso, con un più in là. Andremo più avanti. Più in là non è solo un verso di Montale, ma anche il titolo di una delle tante iniziative di Silvio Cattarina. Più in là. E io ho trovato che quando poi lui ha cambiato il titolo, aveva messo anziché L’imprevisto. Che storia!, aveva messo invece Torniamo a casa e io avevo detto nella mia modestissima prefazione che mi piaceva molto questo caso del tornare a casa. Leggetela. Lui ricorda che quando era piccolo col padre andavano a lavorare nei campi, poi se ha lavorato veramente o no, questo lo saprà lui, insomma, comunque nella storia questo è, il mito molte volte tiene il posto della storia. Comunque dice che lavorava e arrivata una certa ora diceva: Papà, andiamo a casa, è tardi, c’è la mamma che ci aspetta. E il padre diceva: No aspetta, lavoriamo anche stasera così domattina lavoriamo di meno. Poi dice quando sono diventato più grande andavo lo stesso nei campi, (anche questo tutto da verificare ovviamente, però ci piace pensare così) e mio babbo anche allora mi diceva: Silvio forse è tardi, andiamo a casa. E torniamo a casa, aggiunse una volta Silvio – e qui Silvio si scopre non solo il grande educatore che è, il grande operatore, si scopre anche lo scrittore, si scopre anche uno scrittore – e troveremo il sorriso della mamma. Sapete che la poesia è fatta di queste piccole cose, la poesia è il piccolo frammento e nel frammento il tutto, come diceva Balthasar, un grande filosofo e grande teologo amato dal nostro Giussani. Qui c’è tutto, Torniamo a casa, c’è il sorriso della mamma. Tornare a casa cosa vuol dire? Tornare alle vere radici nostre, alle cose che ci fanno essere uomini, ma uomini però dove? In un rapporto, che è un rapporto con qualcosa che sta sopra di noi e questo non manca mai anche quando lui parla dei suoi rapporti con don Gaviano. Ecco questo voglio dire e finisco, ma ce ne sarebbe tanto da dire, ma leggetelo questo libro, è veramente un libro bello, è bello anche come dire letterariamente, se posso dire. E’ un libro bello, pieno di interesse e dimostra soprattutto quello che c’è dietro, il lavoro di Silvio e dei suoi collaboratori. E c’è il lavoro dei ragazzi, quei ragazzi che adesso sentirete. Allora noi diciamo questa sera, io dico grazie a Silvio per questo libro, grazie soprattutto per quello che fa, ma lo dico a lui e credo anche a nome vostro, lo diciamo anche a coloro che collaborano con lui, alla famiglia, a cominciare da Miriam, a tutti i figli che gli sono vicini, lo diciamo alla famiglia, lo diciamo ai collaboratori, perché senza di loro non si farebbe niente, lo diciamo soprattutto ai ragazzi dell’Imprevisto. Leggete il libro e alla fine anche voi vi onorerete di dire: siamo i ragazzi dell’imprevisto. Grazie.

KATIA:
Ormai sono passati 13 anni dall’inizio del mio percorso in comunità, eppure mi ricordo quanto mi colpì il racconto di Silvio, parlava di una ragazza morta di overdose nella stazione di Terni che aveva lasciato scritto: “Nella vita ho avuto tutto, il superfluo ed il necessario, ma non l’indispensabile”. Io mi sentivo proprio così. Poi l’indispensabile l’ho trovato insieme a queste persone in un incontro che dura per sempre. Questo bene incondizionato che mi accompagna, mi fa sentire parte di una collettività insieme ad altri e dentro qualcosa di più grande, perché il vero tarlo di oggi sono la solitudine, l’individualismo che portano a dire, come dice Silvio: io mi faccio, mi faccio da solo. Eppure ora che ho dei figli, lo vedo che è nella nostra natura seguire, cercare chi ci accoglie e accettare il bene. Sono da invidiare i bambini per questa capacità, per questa facilità che hanno nel seguire, anche quando non capiscono, perché lo sanno sempre che è per un bene. Io ho fatto molta fatica a ritrovare questa dote innata e ad accettare il bene, ancora rido con gli operatori quando ricordiamo alcuni episodi, certo è che questo bene lo ho messo alla prova, spesso fino all’esasperazione, ma questo rapporto vero, che a volte è stato così conflittuale, mi ha salvata, dando finalmente risposta al mio bisogno di significato, perché è così, è sempre qualcun altro che ti salva. Penso che sia questo il vero imprevisto che cerchiamo nella vita. Grazie a tutti.

ENRICO:
Ci tengo subito a precisare che nella mia lunghissima carriera di lettore accanito questo libro è il numero uno che io leggo dall’inizio alla fine. Non è che io non ci abbia mai provato, ma chissà com’è, quando arrivavo alla pagina seguente già non ricordavo più la precedente. Beh, sto esagerando, ma sta di fatto che l’unico che è riuscito a farmi compiere questa epica impresa è stato Silvio con il suo libro. Forse perché le sue non sono solo parole ma davvero il racconto di un imprevisto che a me è accaduto veramente. Certe cose che dirò, alcuni tra voi le hanno già sentite, ma siccome sono l’oratore ufficiale dell’Imprevisto, permettetemi di ripetermi. Mi chiamo Enrico, ho 48 anni, di cui la maggioranza vissuti tra istituti e hotel statali. Mia madre non mi ha mai accettato come figlio, non avevo neanche un anno quando lei se ne è andata lasciandomi in un collegio, dove sono rimasto fino all’età di 15 anni. Avete presente la canzone di Celentano Azzurro, la frase in cui dice “All’oratorio con tanto sole, tanti anni fa, quelle domeniche da solo in un cortile a passeggiar, neanche un prete per chiacchierar?”. Ecco i miei fine settimana erano così: da solo, in un immenso istituto, da solo mangiavo, da solo giocavo, da solo parlavo. Ma soprattutto da solo andavo a dormire la sera. Forse a voi sembra una considerazione da poco, ma provate a immaginare cosa possa voler dire per un bambino di 10 anni vivere solo. L’unico modo di vivere che io conoscevo era quello di non poter avere accanto nessuno, poi mio padre è tornato a prendermi e credevo finita la mia solitudine, ma lui invece morì dopo pochi mesi e da quel momento la mia vita fu solo in discesa, non mi restava altro che la strada con tutti i suoi contorni, ma un vuoto così grande con qualcosa va riempito. Non c’era la speranza dei miei genitori, non c’era nessuno, la cosa più semplice era quella di riempirlo con le sostanze. Messa così ce n’è davanzo per tutta la vita per avere un buon alibi per non venirne mai fuori. Come dice Silvio nel libro, è come se fossimo destinati all’infelicità, senza una possibilità di riscatto, ma la verità è che fa molto comodo restare così. Ho conosciuto Silvio nella mia prima esperienza di comunità a Gradara e da lì ho capito che questa persona era tutta un programma. La mattina veniva a far colazione in bretelle, canottiera, ciabatte e toscano acceso, seguito da dei bei colpi della sua indimenticabile tosse. Una volta ci ha portato al cinema a vedere L’attimo fuggente, quando siamo tornati in comunità abbiamo fatto l’assemblea sul film, e poi alla fine ci ha fatti salire sulle sedie, lui sul tavolo e ci ha fatto intonare: Capitano, o mio capitano…Purtroppo questa comunità non è stata un’esperienza positiva, la corteccia che avevo attorno al cuore era ancora troppo dura per essere scalfita. Io non volevo l’aiuto di nessuno. Quando uno è dentro il vuoto più totale, non sa neanche di cosa ha bisogno, sono tornato nella strada da dove venivo, naturalmente riprendendo i miei loschi traffici e inoltre un’esperienza di comunità andata male è di sicuro un affondare ancora di più nella brutta vita che facevi prima di entrare. L’unica cosa che mi era rimasta, era quella esperienza di comunità, era che ogni anno, non so come, Silvio mi rintracciava e mi faceva ogni 19 settembre gli auguri di compleanno. Io ci rimanevo sempre di stucco.
Poi con regolarità finivo sempre in carcere, dove avevo quotidianamente incontri con le assistenti sociali che mi chiedevano di intraprendere un percorso di comunità che io sistematicamente rifiutavo. Durante l’ultima detenzione io non stavo più bene fisicamente, lasciavo che tutte le cose mi scivolassero addosso, continuavo a rifiutare, contro ogni logica, qualunque aiuto, ma ecco che arriva un ennesimo segno del Destino, una lettera di Silvio che mi faceva presente che sarebbe stato contento di accogliermi nella sua comunità. A quel punto mi sono arreso e ho comunicato alle assistenti sociali che se proprio dovevo finire in una comunità sarei andato solo all’Imprevisto. Ma anche stare fisicamente in un posto non serve se uno non capisce quale occasione di cambiamento rappresenti quella possibilità. Sono stato quasi un anno da Silvio non scegliendo di starci seriamente e continuando a fare pasticci tanto per non smentirmi, ma tutta la mia rabbia non poteva comunque impedirmi di vedere che lì c’era qualcosa di diverso, qualcuno di diverso, più esattamente c’era finalmente qualcuno. L’imprevisto era permettere a qualcuno di accompagnarmi nella vita. Ho deciso di accettare la possibilità che forse potevo cambiare per davvero anch’io. Ho iniziato a stare in questo luogo mettendomi in discussione, affidandomi a Grazia e Valerio, pur continuando a commettere errori, ma cercando di diventare una persona migliore, quella che Silvio intravedeva in me. Poi anche il fatto di avere una casa, la casa che non ho mai avuto, mi rendeva ogni giorno più fiducioso nella possibilità di una vita buona. Io che ho sempre lottato, anche contro i mulini a vento, non mi pareva vero che stessi cambiando, che anche io potessi meritare di stare bene. Sono stati tre lunghissimi anni dove ho imparato a fidarmi degli altri e a valorizzare le qualità che avevo, poche o tante che fossero, ma soprattutto ho imparato a stare in pace con me stesso, a non accanirmi a lottare contro le circostanze, ma a starci dentro finalmente io. Alla fine sono arrivato alle dimissioni dove io per mia chiusura e timidezza, dato che l’arte oratoria non rientra tra le mie qualità, non sono neanche salito sul palco, sono rimasto in platea. Recupero oggi dopo quindici anni. Poi sono andato a stare nella casa di accoglienza di Barbara e Billi dove, accompagnato da loro, ho continuato il mio cammino perché di crescere non si finisce mai. E poi dati gli arretrati che avevo, io mi sono inserito nell’ambito lavorativo e ho incontrato quello che oggi è diventata mia moglie. Ho mirato alla prevenzione e l’ho scelta che lavorava nel settore, di origine sarda perché così mentre voi pagate fior di quattrini per andarci in vacanza io ci vado gratis. L’unico problema è che non sta mai zitta, mi parla anche mentre dormo, immaginatevi che colloqui vengono fuori. Certo è che tutto quello che ho combinato in qualcosa dovevo pur scontarlo. Abbiamo avuto due figli, l’ultimo nato due mesi fa e naturalmente sprizza gioia da tutti i pori. Oggi sono certo che non esistono sostanze che aiutano a vivere con più facilità tutte le prove che uno deve affrontare nella vita. L’unica possibilità è quella di amare ed essere amato. Se mi avessero detto tempo addietro che avrei avuto una famiglia mia e degli amici così splendidi, non ci avrei mai creduto neanche io. Una cosa fondamentale nella mia storia è che il rapporto con Silvio non è mai venuto meno, continua costantemente a chiamarmi, per il mio compleanno, per la mia cucina e dopo questo discorso, che di sicuro è il più lungo che io abbia mai fatto in vita mia, mi auguro mi chiami anche per le mie grandi capacità dialettiche. Vorrei dire solo un’ultima cosa, se ripenso a tutta la mia vita, mi stupisco nel vedere come pur dentro tutta la bruttura di essermi lasciato andare alla deriva, io non sono mai stato lasciato andare, mai lasciato andare e i volti e i nomi delle persone che mi hanno teso una mano sono stati una presenza costante. Da Luciana Spighi, che è stata l’unica all’inizio, al di fuori della comunità, a credere in me, a Silvio e agli operatori, a Barbara e Billi, il mitico don Peppe, mia moglie e tutti gli amici che tutt’oggi mi accompagnano. Questa è la sintesi di tutto e posso dire che questa che sto vivendo è la miglior vita a cui uno possa aspirare, non è la più facile, vi assicuro che non mancano gli imprevisti, ma è certamente la migliore.

GIULIA:
Ciao a tutti, io sono Giulia di Verona, ho ventun’anni. Ho incontrato la comunità terapeutica l’Imprevisto un anno fa circa, quando proprio in modo imprevisto ho conosciuto colui che adesso è il mio fidanzato, Massimiliano, un ragazzo splendido, con un grande cuore, con degli occhi pieni di luce, vivi. Un anno fa lui stava finendo il suo percorso in comunità e iniziava quello in casa di reinserimento. Al Meeting l’hanno scorso abbiamo avuto modo di parlare parecchio, mi ha colpito tantissimo una sua domanda, cioè lui ad un certo punto mi ha chiesto a cosa stavo pensando. Io ho iniziato a fargli la lista, università, lavoro, amici, poi quando io gli ho chiesto a cosa stava pensando lui, la sua risposta è stata: “Niente, non ho pensieri, sto attento a quello che succede adesso, oggi, in ogni momento. Voglio vedere, attendere quello che di grande, di miracoloso mi porterà la vita oggi”. Subito di impatto ho detto è una cosa bellissima che voglio imparare a fare anche io, voglio imparare a vivere così. E’ da un po’ di mesi che ogni tanto vado a Pesaro a trovarlo. Fin dalla prima volta che sono andata mi sono sentita a casa, accolta, voluta bene da tutti e in particolare da Silvio, Dicio e Valeria. Ricordo ancora la prima volta che ho incontrato Silvio e Dicio, il loro abbraccio. Era come quello di un padre verso la propria figlia. Tutti loro per me sono diventati una famiglia ed è così anche per tanti ragazzi. Quello che colpisce subito quando si arriva nella comunità è la bellezza del posto. La comunità è tra il mare e la montagna, come dice Silvio nel libro. Se guardiamo avanti abbiamo il mare, se ci giriamo dietro si staglia la montagna con la sua roccia, stabilità e certezza incrollabili. L’infinito davanti e alle spalle la roccia che ci scende fin sotto i piedi. E’ una bellezza enorme, ricca di stupore. Silvio, gli operatori, la gente che lavora lì ha a cuore di educare i ragazzi alla bellezza della vita, a partire dalla quotidianità, i lavori in giardino, le pulizie, il cucinare, il teatro. Faccio riferimento a quello che Massimiliano aveva detto in una sua testimonianza sulla bellezza: “La bellezza più profonda e più vera è quella di riuscire a guardare l’altro con uno stupore, perché la cosa più bella siamo noi uomini”. Infatti un punto fondamentale importante delle comunità è proprio la cura della persona, valorizzarla per quello che è, incontrare l’altro non perché è un poveretto che è stato sfortunato nella sua vita, ma aiutare la persona a guardare il proprio cuore, come dice nel libro: “Il bisogno è un uomo che ha bisogno di un altro uomo che lo sappia guardare ed abbracciare”, questo è un bisogno che tutti gli uomini hanno e anche io ce l’ho. Silvio dice che nella vita bisogna saper fare una cosa sola, essere uomini grandi di cuore, pieni di speranza e di certezza. Questo è proprio quello che ho visto e sto vedendo in Massimiliano, Enrico, Emilio, Andrea e Michele. Questo incontro che ho fatto con Massimiliano, con la comunità e con tutte le persone che ho conosciuto è stato un imprevisto nella mia vita, l’imprevisto più bello.

SILVIO CATTARINA:
L’imprevisto, questa cosa che ci è successa, incontrare, aiutare, mettere su comunità terapeutiche e cooperative per aiutare i ragazzi devianti e tossicodipendenti, ma non li chiamiamo più così e non si chiamano più così, ci chiamiamo i “pericolanti”. Ho scritto apposta un libro per lanciare questo nuovo termine. Ringrazio di cuore il mio, i miei due angeli custodi del libro e fuori dal libro, Gianfranco Sabbatini e Giorgio Vittadini, ringrazio Giovanni Giardina che l’ha corretto con me e Laura Borselli che ha lanciato l’idea, il mio editore Eugenio Dal Pane, Itaca, ringrazio tutti voi che siete presenti, i ragazzi, gli operatori, le famiglie, voi tutti. Parlo io un po’, però avete visto dell’imprevisto possono parlare tutti, no? insomma è una cosa che è di tutti. Il libro l’ho scritto per dare gloria ai ragazzi, ai genitori e per dare gloria a Dio, per raccontare dei pericolanti, com’è il loro cuore. Per capire il cuore dei pericolanti è bastato che guardassi il mio, che raccontassi del mio, per dire che se la vita viene invocata, la vita viene, succede, ti viene incontro. Una delle grandi cose che abbiamo scoperto in questi lunghi anni insieme a questi ragazzi è appunto questa: la vita non va innanzitutto fatta e costruita, va invocata, va chiesta e viene, le più belle cose vengono in un certo senso da sole. Una delle grandi questioni della droga, della tossicodipendenza è che i ragazzi pensano di dovere fare tutto loro e tutto da soli. Ho voluto raccontare della mia ferita e di quanto anche io sono ferito e commosso dal male e dal dolore, ma molto di più dal desiderio di felicità e di bene. La ferita più grande non è il male e il dolore del mondo, la ferita più grande è l’amore che si incontra ogni giorno, che tutti incontrano ogni giorno, anche se si dice che non è così. La ferita più grande è Cristo, perché il diverso più diverso più diverso che noi incontriamo sempre è Cristo. Noi veramente, propriamente non accettiamo l’amore di Cristo. Ho scritto il libro per dire che è possibile essere se stessi, essere molto semplici con questi ragazzi. Quello che serve a me è quello che serve anche a questi nostri giovani amici. Non sono l’oggetto del nostro servizio, non elargiamo una prestazione, non sono dall’altra parte. Anche se restasse solo questa cosa, l’esperienza che noi abbiamo fatto, posso dirlo, mi sembrerebbe già tanto: non avere paura dei giovani, mentre oggi tante persone, tanti adulti hanno paura dei giovani. Un’altra grande cosa che abbiamo scoperto è che Dio non ti lascia mai solo, ti manda sempre numerosissimi aiuti. Nella realtà c’è già tutto, occorre avere dei maestri: i genitori, i nonni, i preti, le suore della nostra infanzia, la mia persona, la mia storia, i miei monti. Nel libro ho messo dentro tutto. Io un po’ mi vergognavo anche, insomma non mi sembrava neanche giusto dire tutte queste cose, però invece mi sembrava molto bello per i ragazzi, perché quando noi siamo così semplici e così immediati con i ragazzi, con i nostri ragazzi che abbiamo in comunità, io vedo che tutte queste storie raccontate della nostra vita, della nostra infanzia sono bellissime, servono veramente, cioè da qui viene un grande aiuto. Certo non è sufficiente raccontare solo gli episodi, no? Come diceva prima il nostro presidente Camillo Fornasieri, insomma bisogna avere anche un giudizio, bisogna conoscere il meccanismo della sveglia, no? Però tutto serve, ti passa la paura, i tuoi veri amici ed alleati sono i ragazzi stessi, i ragazzi che hai lì davanti, anche questa è un’altra grande scoperta. Noi pensiamo di andare a cercare le soluzioni delle cose, dei guai e dei problemi sempre lontano, sempre altrove, invece sono vicinissime sempre. La pace, la forza del nostro lavoro sono gli sguardi dei ragazzi, il volto dei nostri ragazzi. Abbiamo incontrato molto più di quello che abbiamo dato. L’imprevisto un’eccedenza della realtà, una sovrabbondanza di grazia che ci viene incontro avvolgendoci di meraviglia. Un’altra grande cosa che abbiamo scoperto insieme ai ragazzi, lo accennava prima Giulia nell’intervento, è che non è vero, quella che è la mentalità che c’è oggi, che bisogna essere bravi, fighi in tutto. I nostri giovani ce l’hanno spietatamente questo bisogno, questa credenza insomma, che pensano di dovere esser bravi e capaci in tutto, no. Bisogna essere capaci di una sola cosa, di essere degli uomini veri, degli uomini forti insomma. Tutte le cose poi le si impara da sole, vengono da sole, ti vengono in sovrabbondanza. Deve essere la vita a venirci incontro con ogni sovrabbondanza, non lo sforzo delle nostre mani, altro che sfigato o che sfortunato. I nostri ragazzi postulano molto questo automatismo, insomma non sono stato sfigato, sono stato sfortunato, sarò infelice ma anche noi possiamo fare lo stesso errore all’opposto, insomma, quello di crederci autosufficienti, di crederci noi gli inventori e gli ideatori ad esempio dell’imprevisto. Ecco non è così. Il bullismo, ad esempio, i veri bulli sono gli adulti, perché sono gli adulti che credono che la vita dipenda dall’esito delle loro mani, dal lavoro delle loro mani, non è così. Noi possiamo inorgoglirci molto e possiamo essere supponenti, anche noi operatori. Invece ho voluto scrivere e testimoniare un libro pieno di amore, di un amore dato e ricevuto incontrando. Noi vediamo che nell’imprevisto abbiamo un grande tesoro, per questo vogliamo che sia di tutti. Per questo anche ci teniamo tanto che i nostri ragazzi parlino in giro, anche superando tante cose insomma, no? Perché non per un potere insomma, no? Non per una vanagloria, che tutti ci vogliano bene e che tutti ci conoscano, ma più che tutti incontrino questo grande tesoro che noi stessi incontriamo con loro, che vive nelle nostre comunità e che ognuno possa arricchire questo grande tesoro. Incontrarsi, aiutarsi, giudicare tutto, scontrandosi anche duramente, fino al proprio destino di uomini, per capire e scoprire che storia di carità compirà il Mistero su di me, per me, con noi. Incontrarsi, aiutarsi per desiderare tutto, l’impossibile, ogni bene che c’è in cielo e sulla terra, tutta la felicità. Con chi credeva di essere degno di niente, anche meno di niente, scoprire che è la cosa più importante di questo mondo. Come diceva una volta Michael: “Fuori avevo tutto, ero ricco, soldi, donne, droga. Qui dentro sono povero in canna, non ho niente, ma ho chi mi guarda con uno sguardo che mi lancia nella vita, che mi dà un’importanza e un coraggio che non ho mai provato prima”. Un accento, un temperamento pieno di fascino, ciò che il nostro cuore ama e ciò che il nostro cuore attende. Come Antonio una volta, gli avevano ritirato la patente, aveva finito la comunità e dopo sei mesi che gliel’avevano trattenuta in prefettura per questioni di gabole amministrative, burocratiche non gliela volevano ridare, ma lui era rimasto così sconsolato, che è andato dal soldato lì di picchetto e ha detto: “Voglio parlare con il prefetto”. Gli hanno un po’ riso in faccia e lui ha insistito e ha detto: “No andate a dire al prefetto che io gli voglio parlare. Dite che sono un ragazzo di Silvio”, no? Oh è andato veramente… soltanto diciamo il prefetto lo ha ricevuto, gli ha ridato la patente lui. Lui gli aveva detto: “Io insomma se non la meritavo non venivo a chiederla, ma perché mi si tratta così? Io sono un ragazzo di Silvio”. Io mi vergogno a raccontare questo, però mi sembra giusto, mi sembra bello, no? L’imprevisto, ragazzi, persone che si vogliono bene per davvero, che hanno un punto fermo nella vita, che non vacillano di fronte alla difficoltà, non hanno paura, cioè non si ha paura quando si scopre che la promessa del cuore, quella per cui si è nati dal grembo di nostra madre, è mantenuta. La paura va via quando la promessa della vita che ci si porta dietro fin da piccoli è mantenuta, trova una realizzazione. Ragazzi che sono fonte di speranza, di gioia, di ricchezza per tutti, per tutto il mondo. Fin dal primo giorno che io ho fatto questo lavoro la cosa mi si è chiarita con il passare degli anni ma io ce l’avevo chiaro fin dal primo giorno, lo dico anche questo con vergogna, con timore, però ho sempre detto tra me e me, l’ho sempre detto ai ragazzi: “Quello che fate qui, fatelo per tutto il mondo,” quel po’ di bene che conquistiamo qui deve essere conquistato per tutto il mondo. Siamo i ragazzi dell’imprevisto, come quando i ragazzi dicono a me ma adesso lo dicono anche a tutti: “Sei uno di noi”. Sarete sempre e per sempre i ragazzi dell’imprevisto, e anche quando dicono: “Sono un ragazzo di Silvio”, no? Anche se per me un po’ mi dispiace, però noi a questi ragazzi non dobbiamo risparmiare nulla, dobbiamo veramente dare tutto, tutto quello che è il bene della mia vita deve essere anche per loro. Non c’è differenza. Io devo offrire tutto di me. I ragazzi di questa amicizia, i pericolanti, mai più soli, cioè che sia possibile fare e gridare tre grandi domande: chi sei Tu che fai questo per me? Chi sei Tu, Dio, che ti chini su di me ? Chi sono io per Te Dio che sono tutto? Ecco io penso che Dio sceglie i più indifesi, i piccoli, i fragili, i disprezzati e li rende capaci, forti, belli, audaci e coraggiosi e teneri, come ha fatto con me. Dall’immondizia rialza il povero per farlo sedere fra i principi, tra i principi del suo popolo, così possiamo dire “Torniamo a casa”.

PAOLO CEVOLI:
No allora innanzitutto grazie Silvio, saluto i ragazzi. Devo dire… posso solo fare della reclame per il libro, l’ho letto è un libro stupendo, non c’ha né capo né coda, non si capisce un cazzo, come quando parla lui, però! Non è vero, uno arriva alla fine e dice, cazzo è finito? No c’è ancora, perché lui fa tutta una confusione, quindi andiamo d’accordo. Allora io devo dire, quando ho conosciuto la comunità dell’Imprevisto tre anni fa, io sono rimasto colpitissimo. Lui mi aveva già contattato per andare a fare… a me mi scrivono un mucchio di gente, vieni a parlare a fare delle opere di bene, di cose di beneficenza, siamo sfigati… ne ricevo un mucchio, quindi non è che posso… boia vigliacca quando li ho visti han detto cazzo perché non sei venuto? Gli ho detto hai ragione, sono stato un patacca, dovevo venire. Infatti sono andato e devo dire sono rimasto colpitissimo. Sono rimasto colpito poi ho capito perché, perché… volevo leggere un pezzo che dice la Camilla, una dei ragazzi. Lei dice di sé: “Si dice che si cade nella droga e che si fanno brutte cose per colpa della famiglia o della gente che si ha intorno. No, sono scuse” dice la Camilla “Io penso che caschiamo perché siamo chiamati a capire tante cose misteriose e profondissime, come se lo facessimo per tutti, per assolvere un compito”. Ecco lì ho capito, cazzo è vero, perché quello che stanno vivendo loro è una roba che è anche per me, io sono talmente tanto legato a loro perché capisco che quello che loro vivono è vero anche per me. Tutte le volte che io vado, no? Si fanno tipo delle adunanze in cui Silvio fa parlare della gente, tutte le volte deve devi mettere veramente il tuo cuore, ti devi chiedere quando parli, già io a parlare non è che sono così, scusate faccio un po’ di confusione, però loro ti guardano con delle palle degli occhi, con degli occhi e che mi dicono: beh che cazzo vuoi veramente dalla tua vita? Ecco questa cosa qui devo dire che è una domanda vera, perché io che sono forse più pericolante di loro, perché io di mestiere faccio il comico o lo sparacazzate quindi non è che… devo dire che quando vado lì all’Imprevisto per me è tutte le volte andare al fondo di me stesso. E’ veramente vi devo dire con sincerità, quello che loro stanno vivendo non è solo per loro ma è un compito ed è una cosa grande per tutti. Quindi il mio è solo un invito umile a comprare il libro, a leggere il libro, che sono tutti soldi buttati via. No io poi devo dire no scherzo, fate le fotocopie. Io poi sono onorato, privilegiato, ci ho le firme di tutti i ragazzi e anche di Silvio, me lo tengo qui proprio caro, se volete lo vendo eeeeh grazie! È un vero piacere, ringraziamo anche, lui non ho capito chi è, cos’è che fai te, tipografo? Grazie, continuate, ci vediamo a Pesaro, arrivederci.

CAMILLO FORNASIERI:
Bene, abbiamo assistito a uno dei più begli incontri del Meeting secondo me e anche all’intervento più lungo di Cevoli, più lungo anche di quello di Enrico.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

26 Agosto 2010

Ora

15:00

Edizione

2010

Luogo

eni Caffè Letterario D5