INVITO ALLA LETTURA

Le catechesi di Benedetto XVI
Presentazione della Collana edita dalla Libreria Editrice Vaticana
Partecipano: Sandro Chierici, Curatore delle Immagini dell’Opera; Giuseppe Costa, Direttore Libreria Editrice Vaticana.
A seguire:
Da Galileo alle stelle
Presentazione del libro di Francesco Bertola. (Ed. Biblos). Partecipano: l’Autore, Docente di Astrofisica all’Università degli Studi di Padova; Elio Sindoni, Associazione EURESIS
A seguire:
Filosofia
Presentazione del libro di Costantino Esposito, Docente di Storia della Filosofia all’Università degli Studi di Bari e Pasquale Porro, Docente di Storia della Filosofia Medievale all’Università degli Studi di Bari. (Ed. Laterza). Partecipano: gli Autori; Eugenio Mazzarella, Docente di Filosofia Teoretica all’Università degli Studi di Napoli.
Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Abbiamo tre proposte, per cui procediamo con una certa celerità. Il primo invito alla lettura riguarda una nuova impresa editoriale della Libreria Editrice Vaticana, la catechesi di Benedetto XVI. Abbiamo qui tra noi don Giuseppe Costa che è il direttore della Libreria Vaticana, che salutiamo e Sandro Chierici che è il curatore dell’Opera. Do subito la parola a loro, solo un brevissimo accenno al tema. La catechesi di Benedetto XVI è quella dei discorsi del mercoledì, questo importante appuntamento nato con Paolo VI. La parola a Sandro Chierici.

SANDRO CHIERICI:
Grazie, c’è una premessa che mi è doveroso fare a questo incontro, perché esso giunge a compimento di un cammino di amicizia umana e di collaborazione professionale, iniziato per me in maniera totalmente misteriosa sedici anni fa, praticamente in coincidenza con l’inizio di Ultreya, lo studio editoriale che insieme ai miei amici Laura, Giovanni e Daria ho aperto appunto nel 1993. Don Costa all’epoca era in America, stava per trasferirsi in Italia per assumere la direzione della Sei, la casa Editrice dei Salesiani, e dopo aver visto un libro di fotografie di Giovanni gli telefonò per dirgli che voleva conoscerlo e lavorare insieme. Da lì è nato un rapporto ben al di la della collaborazione professionale. Posso dire che è cominciata la costruzione di un’opera culturale comune che ha dato dei frutti di straordinaria importanza nel periodo in cui Don Costa ha diretto la Sei, e basterebbe qui citare l’idea di ricavare dal percorso di don Giussani un testo di religione per le scuole medie, che è stato un evento editoriale davvero importante. La sua attività è proseguita quando è stato chiamato a dirigere la Libreria Editrice Vaticana, la casa Editrice che pubblica in particolare i testi del Papa ma non solo. La presenza di don Costa al Meeting è l’esito naturale di questa amicizia operativa ed è una occasione preziosa per esprimergli tutta la gratitudine che abbiamo per lui. Tra le iniziative editoriali che don Costa ci ha affidato gli ultimi anni, c’è la collana che presentiamo questa sera, una edizione illustrata del ciclo delle catechesi del mercoledì, mediante le quali Benedetto XVI ha iniziato a raccontare la storia della Chiesa attraverso i suoi testimoni, a partire dagli apostoli, i primi discepoli, San Paolo per proseguire con i Padri della Chiesa e ora accingendosi ad accostare i grandi maestri del Medioevo. Considero l’opportunità di occuparmi di questa collana prima di tutto una grazia particolare per me, personalmente. Infatti ciò mi ha permesso di seguire con una attenzione e una profondità particolare questo percorso, che si rivela ad ogni tappa sempre più affascinante. Mi limiterò qui proporre poche osservazioni, nate dall’esperienza di questo lavoro, nel contesto del quale mi piace anche collocare l’edizione illustrata del Gesù di Nazareth, l’altro testo fondamentale di papa Benedetto, che pure siamo stati chiamati a curare da un altro editore lo scorso anno. Innanzitutto una domanda: che ragione c’è di illustrare i testi del Papa? Sono già disponibili in una versione più semplice e anche più economica, e quindi uno potrebbe pensare che questa edizione illustrata non aggiunga nulla, in realtà sin dall’ottavo secolo quando combatté la più strenua delle battaglie in difesa delle immagini contro l’iconoclastia, la Chiesa ha avuto chiara la necessità dell’immagine per diffondere il suo annuncio. Scrive San Giovanni Damasceno: “un tempo non si poteva fare immagine alcuna di un Dio incorporeo e senza contorno fisico, ma ora – ora vuol dire adesso anche per noi – Dio è stato visto nella carne e si è mescolato alla vita degli uomini, così che è lecito fare un’immagine di quanto è stato visto di Dio”. Visto non immaginato. L’arte cristiana nasce sempre da una esperienza. E venendo ai giorni nostri, il tempo che abbiamo è poco e quindi ci impone questo salto, Giovanni Paolo II nella sua lettera agli artisti del 1999, dieci anni fa, afferma che “per trasmettere il messaggio affidato da Cristo la Chiesa ha bisogno dell’arte. Essa deve infatti render percettibile, affascinante il mondo dello spirito, dell’invisibile, di Dio”. Così le immagini che accompagnano i testi di Benedetto XVI non sono una decorazione giustapposta, ma esaltano la parola scritta, attraverso il linguaggio immediatamente percepibile della bellezza. Leggendo le catechesi del Santo Padre mi ha colpito prima di tutto un fatto: esse non sono soltanto un aiuto perché abbiamo una maggiore conoscenza dei personaggi dei quali trattano, ma sono un invito a lasciarci guardare da queste persone vive, a lasciarci guidare, a osservare la realtà con gli occhi di Cristo, dei discepoli, dei Padri, di San Paolo. Il Papa ci chiede di vivere sempre di più consapevoli di essere oggetto dello sguardo di Dio, sguardo amoroso che si rivela nello sguardo che la sua Chiesa ha su ognuno dio noi. Questo non è stato privo di conoscenze rispetto alla scelta delle opere d’arte da accostare ai testi, se infatti da un lato essa è stata guidata dal desiderio di dare un volto ai soggetti descritti, di rendere visibili delle vicende concrete, realmente accadute, dall’altro essa ha inteso dare espressione al cuore di uomini chiamati dal Signore nuove creature, capaci di un giudizio, di uno sguardo nuovo sulla realtà. L’arte si rivela in questo uno strumento davvero privilegiato là dove l’artista non parte dal proprio sguardo su ciò che va fissando, sulla tela, su una parete o nelle tessere di un mosaico, ma parte da uno sguardo che sente su di sé. Anche noi siamo chiamati a lasciarci guardare dall’opera, in questo modo l’opera rende possibile il riconoscimento immediato della corrispondenza tra l’artista e lo spettatore, cioè l’arte diventa eternamente contemporanea, capace di parlare all’uomo di ogni tempo e di proporsi a lui come strumento di conoscenza. Mi ha molto colpito, nel messaggio che sua Santità ci ha rivolto domenica, come ha descritto la dinamica della conoscenza, perché le sue parole trovano nell’esempio dell’uomo davanti all’opera d’arte un riscontro straordinariamente immediato. Ha parlato di conoscenza che accade come un vero e proprio incontro fra un soggetto e un oggetto e più oltre di quella somma arte di ospitare l’oggetto, di accoglienza, di disponibilità all’ascolto che caratterizza il soggetto conoscente. Pensate a queste parole come descrivono esattamente l’esperienza dell’ascolto di un brano musicale, la contemplazione di un quadro o di una scultura. La vetta di questo processo di conoscenza è data dall’icona, finestra aperta verso l’infinito che lascia entrare lo sguardo di Dio su di me e insieme conduce il mio sguardo verso l’infinito di Dio. Questa contemporaneità dell’opera d’arte ci mette in grado di cogliere con più immediatezza un altro punto per me decisivo di papa Benedetto. La storia della Chiesa è di per sé storia contemporanea, Paolo è un nostro contemporaneo, i Padri sono nostri contemporanei perché la loro esperienza non è diversa da quella che è proposta ad ogni cristiano oggi. E le opere scelte per questi libri vogliono proporci con particolare evidenza questo messaggio, basti pensare all’abbraccio fra Pietro e Paolo nei mosaici di Monreale con lo straordinario intrecciarsi delle due aureole a formare un unico cuore, o alla presenza dello stesso Paolo in una miniatura medievale nella scena della Pentecoste, che non ha paura di sfidare la logica del tempo, il falso storico, tanto è evidente all’artista che la verità della vicenda umana abbraccia e supera la dimensione del tempo. Quando sono stato a Cuneo a presentare questo volume su San Paolo, un sacerdote mi ha mostrato un affresco in una chiesa di campagna che raffigura Paolo addirittura presente all’ultima cena, e ci dicevamo che non è poi così fuori posto, perché se è vero che il sacrifico di Cristo si rinnova eternamente nella eucaristia, all’ultima cena siamo presenti tutti noi e quindi perché non Paolo? Uno stupore ha percorso tutto il mio lavoro, né è stato il filo conduttore, stupore e gratitudine nello scoprire ad ogni passo che ciò che prendeva forma era per me la possibilità di percorrere e di vivere la stessa esperienza di Paolo, di Sant’Agostino, di san Gregorio, di tutta la Chiesa trionfante, che vive nella pienezza dell’eternità il compimento della propria esperienza terrena e spero che quanti leggeranno questi testi e guarderanno queste immagini possano sperimentare questa stessa opportunità e questa stessa grazia. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie Chierici, molto bella e intensa la tua testimonianza di partecipazione a questo lavoro. Don Costa.

GIUSEPPE COSTA:
Buonasera a tutti. Ringrazio il dott. Fornasieri per le parole di cordialità e di amicizia che ha avuto nei miei confronti. In realtà sono io a dover ringraziare voi perché mi date l’occasione non soltanto di incontrare gli amici ma di vivere un’esperienza di incontro e di testimonianza che arricchisce a primo impatto. Sandro ha voluto ricordare i miei contatti con Ultreya e con Comunione e Liberazione, io vorrei aggiungere un particolare che mi serbo nella memoria quando, dopo aver pubblicato il testo di religione con la SEI e dopo aver pubblicato l’edizione de Il rischio educativo, Savorana e il presidente dell’opera di allora mi fecero incontrare don Giussani con il quale, tra l’altro, abbiamo presentato un volume a Milano, alla presenza di 2000-3000 giovani. Don Giussani mi invitò a pranzo in una trattoria vicino a San Bernardino. Io come editore presentai l’esigenza di una presenza dell’editoria cattolica nell’ambito universitario ed ebbi modo di esporre a lui il programma, si trattava di fare un catalogo da divulgare in tutte le università attraverso le vostre cooperative; don Giussani disse soltanto: “Questa idea mi sembra ottima e le idee ottime vanno realizzate immediatamente”. E così io sperai che si potesse partire ma non fu certamente per Comunione e Liberazione o per gli amici dell’Ultreya, ma ci fu una scelta diversa da parte dei responsabili salesiani per l’editrice e allora quel programma non si poté realizzare. Io però serbo in cuore questa battuta di don Giussani e ve la trasmetto per dire l’incisività del suo messaggio. Il bene va eseguito. Io mi sono trovato chiamato, così di punto in bianco, a dirigere l’editrice del Papa. Il problema è questo: la Libreria editrice vaticana ha il compito di tutelare il copyright di tutti gli scritti e i discorsi del Santo Padre e delle varie congregazioni vaticane. Io firmo per nome e per conto di Joseph Ratzinger nei contratti che vengono fatti con i vari editori; cioè chiunque vuol pubblicare uno scritto del Santo Padre deve chiedere l’autorizzazione a pubblicarlo e allora se il progetto è di tipo commerciale si chiede una royalties, se è un progetto puramente di promozione, di evangelizzazione si dà anche gratuitamente, però è sempre necessario l’intervento del responsabile dei diritti d’autore, che indegnamente è il sottoscritto. Questo per dirvi il tipo di attività che io svolgo. Oltre a stare attento a che tutti gli editori, quando pubblicano, siano attrezzati di copyright, abbiano pagato le varie royalties, che sono poi contributi che vanno alla Santa Sede, cerco di promuovere il Magistero stesso. Una parte ricchissima del Magistero del Santo Padre sono i discorsi del mercoledì, le cosiddette “catechesi del mercoledì”, che vedono il Santo Padre impegnato in una serie di interventi tra loro collegati che si concludono per capitoli, per blocchi, in modo che al termine di una serie si ha un piano piuttosto ampio, piuttosto ricco, di magistero. Solitamente la sala Paolo VI è strapiena di gente, non ci sono posti liberi e la gente va lì per ascoltare ed è soddisfatta. Se venite a Roma fate pure questa esperienza, vi renderete conto che la gente ascolta e capisce, comprende, perché il linguaggio del Santo Padre pur denso di significato, pur denso di concetti, è di una chiarezza eccezionale. Abbiamo cominciato a pubblicare queste catechesi limitandoci soltanto al testo, quindi quando il Santo Padre finisce una serie viene pubblicato il testo; prossimamente uscirà il VII volume, “I maestri padri e scrittori del I millennio”, che raccoglie le catechesi dopo l’anno dedicato a San Paolo. Oltre alla pubblicazione dei testi, noi curiamo una pubblicazione con illustrazioni, una pubblicazione artistica. Perché è nata questa volontà di fare un libro artistico? Per più motivi; la ricchezza del contenuto delle catechesi del Papa; già Luis de Granada nel 1600 scriveva che “concorre alla custodia e alla purezza del cuore la lettura dei libri spirituali”, perché, come dice San Bernardo, “il nostro cuore è come un mulino che non si ferma mai e sempre macina quello che vi si mette dentro, se è grano, grano, e se è orzo, orzo”. La ricchezza del contenuto di un discorso, di uno scritto è tale e tanta che i nostri giovani, soprattutto, devono abituarsi a macerare, a masticare, a irrobustire il loro palato culturale. Tante volte si sente dire “il Papa è difficile”, non è affatto difficile; il Papa è denso e certamente non racconta barzellette, dà un messaggio di Assoluto, un messaggio di metafisica, un messaggio di storia spirituale, un messaggio di fondazione spirituale, un messaggio di verità e di ricerca di Dio. Questo è il contenuto sostanziale delle catechesi. C’è poi un altro aspetto che è tipico di questo Pontefice, la sua attenzione all’arte. Egli stesso ha voluto che venissero inserite delle immagini, delle illustrazioni d’arte nel catechismo delle Chiesa universale, quando era ancora cardinale alla Dottrina della Fede. Noi abbiamo voluto percorrere questa strada, questa via di educazione alla bellezza, via alla “pulchritudo”, che voi avete certamente imparato più di me conoscendo Von Balthasar e tutto il suo influsso sulla bellezza e il rapporto con la teologia, il rapporto con la gloria; quindi fare del libro un oggetto artistico, fare del libro un percorso artistico è un modo per avvicinare i nostri giovani al bello e all’arte. Incoraggiati da questo principio, da questa motivazione di fondo, abbiamo finora pubblicato 6 volumi e uscirà presto il VII volume e così, di volta in volta, proseguiamo. I volumi vengono graditi molto in ambiente editoriale; questi volumi artistici, per esempio, sono stati stampati negli Stati Uniti, in Germania, in Francia e in Polonia e per stamparli pagano, non è che li diamo gratuitamente, però ci dicono che è un successo per loro; cioè educare i giovani al bello, educare i giovani a un libro più robusto, a ripensare dei concetti, dei principi, è una sfida che ci vede tutti impegnati. Il successo delle catechesi è enorme; abbiamo contratti con 85 editori di 27 paesi; quando esce un volume con gli scritti del Papa viene richiesto da questi editori e viene stampato in circa 27, 30 paesi. Pensate che per ogni volume viene versata una percentuale che va dal 5% al 7%, più una quota per l’anticipo, la prenotazione dei diritti. Questo vi dice come il Magistero di Benedetto XVI non è un Magistero che non è ascoltato, meditato, ha tanto successo in mezzo alla gente, successo che persiste nonostante la crisi dell’editoria. L’editoria ha un andamento up-down, legata a dei momenti particolari, però nei messaggi del Santo Padre questo non lo avvertiamo, perché c’è un crescendo continuo. Pensate, per esempio, dell’ultima enciclica, della quale abbiamo stampato 600.000 copie, sono state già vendute 400.000 copie, da ieri, in tutti i punti vendita delle Poste Italiane, sono stati creati 1500 punti vendita. Se confrontiamo quest’ultima enciclica con le altre abbiamo già venduto 100.000 copie in più rispetto alle precedenti. Quindi quando vengono date cifre sulla diminuzione della gente in Piazza San Pietro ecc, non sono cifre attendibili, perché i conti vanno fatti in maniera diversa. Grazie a Dio questo Pontefice ha molta attenzione, molto ascolto, sia perché siamo di fronte ad un grande teologo, uno degli uomini più ricchi di pensiero e di stimoli che ci sia in questo momento non in Italia ma nel mondo e sia perché c’è questa sete di ascolto. Questi volumi vogliono essere un contributo alla diffusione di questo magistero, che poi troverà nella pubblicazione dell’opera omnia che è prossima e in altre pubblicazioni un ulteriore spazio, materia e dibattito per la riflessione, soprattutto per quel nutrimento spirituale tanto necessario per i giovani. Oggi si legge poco; il problema che l’Italia attraversa, la mancanza di lettura, gli indici bassi di lettura, sono indicatori di flessione di civiltà, non sono indicazioni tecnologiche per cui automaticamente i ragazzi che non leggono riparano vedendo, osservando, ricercando in internet; è un impoverimento progressivo, quindi occorre iniziare un impegno educativo partendo da questo, ridare nutrimento ai cuori degli uomini, ai cuori dei giovani soprattutto, e il Magistero di questo Pontefice è un Magistero ricchissimo, non è assolutamente un Magistero conservatore o un Magistero che sa di proibizione. Quindi certi schemi mentali tipici di certo cattolicesimo italiano vanno fatti cadere. Ecco io ho finito.

CAMILLO FORNASIERI:
L’ironico don Costa pensava che fosse un messaggio preordinato sul timer degli interventi, invece è puramente casuale. Grazie davvero anche a lui per il racconto del suo lavoro e anche per questi dati numerici importanti che ci ha consegnato, per l’intensità che vuole dare al suo lavoro, per questa apertura di rapporto con le case editrici che è importantissimo. Grazie davvero per il loro lavoro, la loro amicizia e collaborazione.
Da Roma ci spostiamo a Padova, per così dire, che 400 anni fa è stato il teatro, insieme a Venezia, della ricerca che ha portato a dei risultati che poi hanno determinato tutta la storia dell’astronomia e della scienza astrofisica successiva. Il prof. Bertola, che ringraziamo di essere qui insieme al prof. Sindoni, gli facciamo un applauso, è l’autore del volume che presentiamo, che è questo che vi faccio vedere; è un volume molto grande, molto bello visivamente e anche questo è un libro con moltissime immagini, riproduzioni di manoscritti, dei luoghi, degli strumenti che Galileo ha utilizzato nella sua attività di ricerca. Abbiamo qui Elio Sindoni che insieme all’associazione Euresis ha realizzato insieme al prof. Bertola e tanti altri docenti la mostra bellissima che possiamo visitare se non lo abbiamo ancora fatto, dedicata al travaglio della conoscenza in Galileo Galilei e dunque do a lui la parola per introdurci a questo lavoro e poi vedremo alcune di queste immagini commentate dal prof. Bertola.

ELIO SINDONI:
Grazie Camillo. Come ha detto il dott. Fornasieri, quest’anno è stato istituito l’Anno Mondiale della Fisica, perché appunto 400 anni fa, puntando il cannocchiale verso il cielo, Galileo scoprì i satelliti di Giove e dette inizio ad una nuova era per l’astrofisica. Quando Galileo è stato nominato professore di matematica all’università di Padova, scrisse più avanti che quelli furono i 18 anni più belli della sua vita. Da Padova abbiamo oggi per parlare appunto di questi 18 anni, il prof. Francesco Bertola, che è professore ordinario di Astrofisica all’Università di Padova. Il prof. Bertola è socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei, di molti altri istituti (non sto a leggervi tutte le sue cariche per non perdere tempo) e le sue attività di ricerca per le quali ha utilizzato le più avanzate strutture per l’osservazione del cielo. dal telescopio di Monte Palomar al Hubble Space Telescope, si sono svolte in diversi settori dell’astrofisica, con particolare riguardo alla struttura e l’evoluzione delle galassie. Però il prof. Bertola è anche molto interessato al rapporto tra la scienza e l’illustrazione artistica della scienza e ha raccolto delle immagini bellissime. Per esempio ha fatto un libro stupendo Imago Mundi, che abbiamo presentato qua con una mostra, e due o tre anni fa ha pubblicato un altro volume bellissimo, Via Lactea e anche quello ha dato origine a una mostra. Un’altra cosa importante è che è stato dato il suo nome a un piccolo pianeta che orbita nella fascia degli asteroidi tra Marte e Giove. Si chiama pianeta Bertola, qualcuno ha le vie, il professore ha un pianeta. Vorrei fare due domande al prof. Bertola, una riguardante che cosa ha fatto Galileo in questi 18 anni bellissimi di Padova in cui è nata la sua prima grande opera, il Sidereus Nuncius. La seconda domanda che vorrei fargli riguarda il rapporto tra l’astronomia, l’astrofisica e il mondo dell’arte. Grazie.

FRANCESCO BERTOLA:
Grazie. Siccome si è detto che il libro parla molto per immagini, anch’io vorrei risponderti per immagini. L’opera di Galileo che ha concluso il suo periodo Padovano, quel periodo che come tu hai detto e che lui stesso ha definito i 18 anni migliori della mia vita, si conclude con un’opera epocale non solo per la storia della scienza, ma per la storia dell’uomo,: il Sidereus Nuncius, l’opera in cui Galileo annuncia le scoperte fatte a Padova con il cannocchiale che lui aveva appena re-inventato. Vediamo rapidamente l’immagine successiva: il titolo è “Sidereus Nuncius”, già il titolo pone dei problemi di interpretazione, perché “nuncius” significa sia “annuncio” che “annunciatore”; per cui c’era chi accusava Galileo addirittura come l’annunciatore del mondo siderale. Questa opera è stata prodotta in gran fretta, perché Galileo comincia le sue osservazioni alla fine del 1609 e nel 1610, il 12 marzo, l’opera è già stampata. Galileo è proprio preso da un grande fervore, sia per mostrare i suoi risultati, sia per darne il dovuto rilievo. Il primo titolo che dà è “Astronomicus Nuncius” come vediamo qui; e ormai la prima pagine era stampata e non poteva più cambiarlo. Solo successivamente nella copertina cambia questo titolo in “Sidereus Nuncius”. Poi qui vediamo sottolineato che i pianeti che lui ha scoperto, i quattro satelliti di Giove, in un primo momento li chiama “Cosmica Sidera”, dove c’è un gioco di parole: erano stelle cosmiche, ma anche in onore di Cosimo de’ Medici; dopodiché gli si fa osservare che era molto meglio glorificare l’intera famiglia de’ Medici ed ecco allora che li chiama “Medicea Siderea”, per cui il titolo finale è: “Sidereus Nuncius – Medicea Sidera”. Qui si mostra proprio la frenesia che Galileo aveva nel pubblicare questo libro; allora ristampa la pagina 14 e poi stampa la pagina 17 e si riserva due pagine per inserire gli ultimi risultati, che sono la pagina 15 e 16; però gli avanza spazio e anche due pagine bianche. Galileo riceve l’imprimatur il primo di marzo; però riesce a infilare nel libro delle osservazioni fatte il 2 marzo. Ecco i famosi disegni della luna di Galileo. Questi sono messi in ordine e mostrano le varie fasi. Ecco una cosa a cui Galileo teneva moltissimo: oltre a osservare la parte illuminate, nella parte oscura si vedevano questi puntini bianchi, che erano le cime delle montagne che, ovviamente, ricevevano la luce per prime all’alba. Galileo usa questo fatto per determinare l’altezza delle montagne della luna e trova che l’altezza delle montagne della luna è molto più grande di quella delle montagne terrestri. Qui abbiamo questo quadro del Cigoli in S. Maria Maggiore 1612, appena due anni dopo la pubblicazione del Sidereus Nuncius. Vediamo questa Assunta che poggia su una luna che ha i crateri; per cui non più una luna sferica ideale, ma come l’aveva descritta Galileo. Questo è il quaderno delle osservazioni di Galileo. Qui c’è tutta la serie delle osservazioni dal 7 al 15 gennaio; ho segnato qui sulla destra le notti anche nuvolose. Galileo vede questi puntini, queste stelline intorno a Giove e poi si accorge rapidamente che queste non sono delle stelle che vanno per conto loro, ma sono degli oggetti che ruotano attorno al pianeta. Faccio notare che ognuna di queste scoperte di Galileo ha un doppio significato: c’è un significato del ritrovamento di un fenomeno nuovo, ma c’è anche un duro colpo contro l’aristotelismo che allora era imperante. Le montagne della luna erano per esempio inconcepibili nella visione aristotelica, dove la luna doveva essere un corpo etereo perfetto. Che ci fosse nell’universo un altro centro del moto oltre a quello della terra, anche questo è un punto che Galileo mostra e che va contro la teoria tolemaico-aristotelica. È molto interessante nelle sue osservazioni che quando si accorge, dopo pochi giorni che osserva Giove, dell’importanza delle sue osservazioni, comincia il testo prima in italiano e poi improvvisamente comincia a scrivere in latino. Sarebbe come se oggi cominciassimo a scrivere in inglese. Un’altra scoperta che di nuovo turba, è che Saturno è tri-corporeo; poi successivamente si vedrà che Saturno ha gli anelli, ma Galileo con la risoluzione del suo cannocchiale non riusciva a vederlo. Dice: “Altissimum planetam tergeminum observavi”; è l’anagramma che lui aveva posto che poi Keplero risolve, e questo è il disegno che appunto lui fa. Ecco che immediatamente il mondo dell’arte assorbe questa informazione scientifica e in questo quadro di Rubens viene mostrato Saturno che divora i suoi figli e poi con questo simbolo del tri-corporeo, cioè non con gli anelli perché ancora non si sapeva li avesse, ma come aveva detto Galileo. Addirittura queste osservazioni di Galileo si espandono; qui abbiamo un’opera di un padre gesuita pubblicata in Cina nel 1615, per cui appena cinque anni dopo, dove già appare l’immagine di Saturno tri-corporeo. Per cui anche questa tri-corporeità ovviamente va contro la concezione aristotelica. Scopre le fasi di Venere, ecco qui tutta una successione di immagini di Venere che sono un’indicazione che Venere gira intorno al sole; per cui di nuovo un punto a favore del sistema copernicano. Ecco un disegno della Via Lattea. Ecco questo bellissimo quadro di Elsheimer, che dipinge la Via Lattea, la prima rappresentazione naturalistica della Via Lattea. Ma vediamo l’ingrandimento; vedete, la Via Lattea è fatta di tante piccole stelle. Qui c’è anche discussione, perché il quadro è del 1609, il Sidereus Nuncius è pubblicato nel 1610, forse i due hanno comunicato, forse c’è stata dell’intuizione. Ecco le macchie solari; il sole, che doveva essere un corpo perfetto, invece mostra delle macchie; qui le vediamo in questa animazione: le macchie ruotano insieme al sole. L’interpretazione alternativa che veniva data era che questi fossero degli oggetti interposti tra noi e il sole; invece no, erano proprio legati al sole, per cui mostravano queste imperfezioni non previste d Aristotele. Qui vediamo il cannocchiale, mi sono divertito un po’ ad andare indietro nel tempo; questo è un bellissimo codice che abbiamo a Venezia che mostra un monaco che guarda attraverso un tubo; però il codice è del 1300, per cui a quell’epoca non c’era il cannocchiale e usavano invece dei tubi vuoti che servivano per isolare meglio il cielo e vedere. Questa ne è un’immagine, la successiva lo stesso; si chiamavano notturnali questi strumenti. Questo è estremamente interessante, anche perché poco noto, Leonardo fa un’interessante osservazione, allora io l’ho segnata in rosso; Leonardo scriveva in modo speculare, suggerisce di fare occhiali per vedere la luna grande. Per cui questo concetto di cannocchiale era già stato intuito da Leonardo un secolo prima e però non realizzato, anche se sarebbe stato facile realizzarlo tutto sommato. Ecco invece Giovan Battista Dalla Porta, contemporaneo di Galileo, che ci dà il primo disegno di un cannocchiale ma non capisce l’importanza del cannocchiale; chiamava questi oggetti “colionerie”, nel senso di giocattoli. Non capisce invece il merito di Galileo di aver puntato il cannocchiale verso il cielo e di aver realizzato anche uno strumento potente. Galileo in questo dipinto del ’800 mostra al doge di Venezia il cannocchiale; siccome questa storia del cannocchiale ha un punto focale a Venezia, soprattutto sul Campanile di S. Marco, mi sono fatto promotore di ricordare questo evento e, grazie alla sensibilità del Card. Scola, ho ottenuto che si possa mettere una lapide sul campanile. Mi è stato fatto osservare che per dieci secoli la Repubblica di Venezia aveva impedito qualsiasi statua, qualsiasi lapide in piazza S. Marco. Allora qui vediamo il Card. Scola (questo è successo il 7 di giugno) che dà il benvenuto al presidente della repubblica; nella successiva, il sottoscritto che illustra al Presidente l’evento; qui ci sono le autorità presenti… E questo è il testo della lapide. Quel giorno la lapide era posta nella loggetta del Sansovino, ai piedi del campanile, e il 21 di agosto, cioè venerdì scorso, è stata murata sulla cella campanaria di S. Marco, per cui abbiamo adesso questo ricordo. Ecco il cannocchiale di Galileo. Ecco come Galileo faceva l’osservazione, non guardava solamente gli oggetti, ma misurava; allora per misurare si era costruito un reticolo, che veniva illuminato da una candela; allora lui con un occhio l guardava il reticolo, con l’altro guardava il cielo, sovrapponeva le due immagini e poteva misurare la distanza tra le stelle, la distanza Giove e i suoi satelliti; questo è fondamentale, non era solo guardare il cielo ma misurare. Ecco la cattedra di Galileo a Padova. Il Giardino da cui faceva le osservazioni. Ecco le applicazioni: il famoso celatone che Galileo suggerisce per poter osservare le stelle e soprattutto Giove con i suoi satelliti in mare. C’era questo elmo a cui era attaccato il cannocchiale; il problema era molto grande, perché Galileo suggerì che le varie posizioni dei satelliti di Giove potevano indicare l’ora, quello che noi diremmo oggi l’ora di Greenwich, per cui qualcosa di fondamentale per la navigazione. Ecco il trionfo del cannocchiale: qui vediamo Rubens; vediamo questi quadri che erano di moda all’epoca, siamo nel 1617, per cui il cannocchiale era stato appena usato e qui vediamo che ha delle forme estremamente raffinate. Ecco qui il mito di Endimione, il pastore che si innamora della luna e che di solito viene raffigurato con un bastone in mano; vediamo in questo quadro del Guercino come il pastore venga raffigurato con il cannocchiale al posto del bastone, per vedere meglio la sua amata: la luna. Qui abbiamo sempre Bruegel il Vecchio, siamo nel 1621 e di nuovo, vediamo l’ingrandimento, un angelo osserva il cielo con il cannocchiale. Questo per dare l’idea di come uno strumento scientifico subito ha un impatto enorme nel mondo culturale, in questo caso artistico; cosa che oggi ovviamente non succede, c’è più tecnologia e così via. Ecco di nuovo un altro Bruegel il Vecchio con il cannocchiale. Ecco sempre De Ribeira; il cannocchiale improvvisamente diventa una cosa estremamente popolare e alla portata di tutti. Guardate qui è interessante la data, 1608, per cui un anno prima di Galileo ecco che già vediamo un gentiluomo che osserva con un cannocchiale; si trattava ancora di uno di quei giocattoli (diciamo) che ancora non erano molto potenti, ma che si diffondevano molto rapidamente. Qui il frontespizio dell’opera di Galileo in cui egli mostra alle muse il cannocchiale e poi sopra ci sono le sue scoperte. Lo stesso, andiamo avanti, siamo nel ’700. Poi per concludere, chi visita i musei vaticani, all’uscita c’è questa splendida serie di quadri di Donato Preti, che illustrano il cannocchiale e le scoperte che si possono fare con il cannocchiale; abbiamo la luna, il sole, le comete…C’è di nuovo una grande esaltazione di questo strumento che veramente ha rivoluzionato la storia della scienza, dell’uomo. Questi cannocchiali avevano degli obiettivi di qualche centimetro; ora si sta progettando (e il progettista è uno scienziato italiano) un telescopio che ha il diametro di 42 metri, per dare un’idea del progresso che c’è stato. Vi ringrazio. Questa frase l’abbiamo vista ormai varie volte; è una cosa molto emblematica, ci mostra quanto Galileo fosse un uomo devoto ma, al tempo stesso, anche l’orgoglio di chi sapeva di aver fatto delle cose molto importanti. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie. Davvero affascinante ciò che abbiamo visto.
Argomento dell’ultimo incontro di presentazione dei libri è la filosofia. Abbiamo qui fra noi Costantino Esposito, ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Bari, e Pasquale Porro, anche lui docente di Storia della Filosofia all’Università di Bari. La casa editrice Laterza ha chiesto loro un lavoro molto impegnativo, la stesura di un manuale, di un libro di storia della filosofia per la scuola media superiore. Abbiamo fra noi Mazzarella Eugenio che salutiamo con calore e che sono molto contento che sia qui in questa occasione filosofica, ma anche per incontrare il Meeting. È professore ordinario di Filosofia teoretica dell’Università Federico II di cui è stato anche preside, è deputato del PD, ed è componente della Commissione cultura della camera dei deputati. Anche questi aspetti ne fatto un elemento, un incontro interessante per noi, perché la cultura è qualcosa che è dentro la società, la realtà e la politica. A lui lascio la parola per introdurre questo lavoro che non vuole essere un incontro di didattica, di specialisti della scuola, è un libro che a me interesserà leggere e utilizzare nel tempo, per rinnovare l’interesse per questa grande questione che è la filosofia.

EUGENIO MAZZARELLA:
Grazie a voi! Ringrazio Fornasieri, Esposito, Porro per avermi dato l’occasione anche d’incontrare il Meeting di Rimini, che per me sta diventando una esperienza più forte di quello che prevedevo. Dal vivo è più forte che narrata, raccontata dai giornali. E’ una occasione di interrogarsi sulla filosofia l’uscita di questo manuale. Comincerei da una domanda che può sembrare provocatoria: ha ancora senso scrivere un manuale di storia della filosofia oggi? Dicevo che può sembrare provocatoria, visto che sono stato invitato a presentare un nuovissimo manuale di storia della filosofia come ha ricordato Fornasieri, edito da una grande casa editrice che ha contribuito molto alla manualistica filosofica italiana. Persino un po’ maleducata come domanda, perché non sembra un bel modo di ringraziare dell’invito. Eppure penso che la domanda abbia un senso, perché racconta in qualche misura la sfida che secondo me hanno dovuto raccogliere, ed hanno vinto, vinto bene, Costantino Esposito e Pasquale Porro. D’altro canto io ripropongo con questa piccola provocazione una domanda che peraltro a Costantino e a Pasquale ha posto un altro autore, caro a me come a loro, Martin Heidegger, forse il maggior filosofo del ’900. E Heidegger l’avrà posta mentre intraprendevano questo lavoro tramite il titolo di una delle sue ultime conferenze, quasi un testamento filosofico dell’autore di Essere e il tempo. Perché il titolo di questa conferenza era “La fine della filosofia e il compito del pensiero”. Già il titolo della conferenza di Heidegger ci pone, con la sua ambiguità, in una felice perplessità: come sarebbe a dire che la filosofia finisce e intanto sopravanza un compito per il pensiero? Visto che siamo abituati a pensare di casa, siamo abituati a pensare il pensiero – scusate il gioco di parole- di casa nella filosofia e nella sua storia. Titolo importante perché, lo si ricordava un po’ prima con Fornasieri, non è la prima volta che la filosofia dichiara di essere finita e di essere morta, e generalmente, mentre dichiara d’essere morta continua a vivere morendo in modo pensoso. Per elaborare questa perplessità dobbiamo sciogliere un attimo l’assertività del titolo heideggeriano in due domande. In che senso la filosofia, nell’epoca presente, è giunta alla sua fine? E la seconda, quale compito resta riservato, alla fine della filosofia, al pensiero? Alla prima domanda la risposta di Heidegger è nota, quantomeno agli addetti ai lavori, qui la ripropongo molto in sintesi: la filosofia è finita perché, nell’epoca presente, è giunta alla sua fine, nel senso del suo dissolversi e andare a fondo nella scienza tecnica. Il tedesco del titolo è più intuitivo, comunica più immediatamente il senso di questa fine perché Das Ende der Philosophie sarebbe la sua Vollendung, il suo compimento nella scienza tecnica. Vollendung sarebbe compiere nel senso dell’andare a finire, andare a finire nel senso di andare a fondo, restando però come fondamento. Quindi in una qualche misura già notate che è una fine in positivo in una qualche misura, cioè si tramuta, diventa altro. Significa che la filosofia è andata a fondo nella scienza tecnica, nel senso che è andata a materiare sostanzialmente l’atteggiamento mentale della scienza tecnica nei confronti della realtà. Per Heidegger questo è l’esito storico, del tutto coerente, del dissolversi dell’atteggiamento metafisico dell’uomo di fronte alla realtà effettuale nei suoi termini classici e del suo risolversi – su questo Costantino ha scritto testi importanti per altro – in una metafisica della soggettività, che si esalta nell’operatività pragmatica della scienza tecnica, di questo grande accadimento storico della conoscenza che è diventato accadimento, avvenimento, un po’ il titolo di questo Meeting. In realtà il Nietzsche della Volontà di potenza è stato il profeta, come pure un altro grande autore otto-novecentesco, Weber è stato il teorico della peculiare forma di razionalità che prende il predominio, cioè la razionalità strumentale. Per cui alla fine l’unica ragione che effettivamente interessa l’uomo moderno, l’uomo che si avvia alla contemporaneità, alla tecnica dispiegata, è la ragione efficace, l’unica ragione a cui valga la pena di applicarsi. In una qualche misura, qui ci torneremo, è poi il modello canonico della razionalità economica. Il mondo di questa fine della filosofia, e dicendo questo in realtà diamo anche un qualche tratto diagnostico del nichilismo moderno. Il mondo di questa fine della filosofia, sospende in qualche modo la domanda, ancora kantiana, sulla provenienza dell’esserci spirituale, domanda che ancora si muove programmaticamente nell’orizzonte del totalmente altro, quello che Heidegger, il nostro Heidegger chiamerebbe l’orizzonte della verità dell’essere, e si affida alla soluzione faustiana, messa in parole da Goethe, per questa soggettivizazione assoluta dell’effettività dello spirito. Lo spirito per l’uomo moderno, per l’uomo della scienza tecnica, già Faust lo aveva antiveduto, lo spirito è azione. Am Anfang war die Tat, recita l’inizio di uno dei passi più famosi del Faust. Faust si interroga sul principio, in principio era il Logos, scarta tutte le nostre tradizionali risposte e gli resta tra le mani l’azione. Ma riesce davvero a sostenersi lo spirito, lo spirito dell’uomo – perché di questo si tratta – nello spazio incessante della sua azione, nella sua pura operatività, nella mera operatività della produttività spirituale tramite la scienza e la tecnica? La domanda per altro, ci ha sollecitato oggi dalle diagnosi di un grande sociologo, Bauman (forse qualcuno di voi ha avuto modo di leggere i suoi titoli, è anche in libreria, mi diceva Costantino). Vita liquida, Modernità liquida sono due dei suoi titoli più importanti. Leggiamo un attimo la definizione della vita liquida, di società liquida di Bauman: “una società può essere definita liquida o moderna se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini o procedure. La vita liquida, come la società liquida, non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo”. È significativo l’esergo, la metafora che Bauman premette ad uno dei suoi libri, cioè: siamo in una situazione, nell’esperienza dell’uomo contemporaneo, come dei pattinatori sul ghiaccio sottile, l’unico modo per reggersi in piedi sul ghiaccio sottile è correre sempre più velocemente, di modo da lasciarsi alle proprie spalle la frattura che tu stesso crei con il tuo peso correndo su una realtà che è diventata troppo sottile. Ma che cosa è diventato troppo sottile? È diventato troppo sottile la nostra capacità di afferrare concettualmente l’esperienza. Questo è un problema della crisi della filosofia in una qualche misura, e si riporta alla domanda: ha senso ancora fare filosofia se siamo in questa situazione di crisi della concettualità nell’afferramento della realtà, non è meglio darsi alla ragione strumentale e fare in fretta, visto che abbiamo bisogno di fretta proprio per sopravvivere? Ma in realtà, proprio la diagnosi di Bauman della società liquida moderna ci porta alle ragioni della filosofia, cioè al bisogno di filosofia. Noi, da questo punto di vista, viviamo ancora una volta in un mondo scisso, che ha bisogno di ricucire rapporti più abitabili. Era la diagnosi di Hegel – è qui forse l’idea di filosofia e di storia della filosofia, che motiva me ma che credo abbia motivato Costantino Esposito e Pasquale Porro nella tessitura e nell’ideazione di questo manuale. L’espressione di Hegel è famosa e molto bella: “la scissione è la fonte della filosofia, che sorge quando la potenza dell’unificazione scompare dalla vita degli uomini e le opposizioni hanno perduto il loro rapporto vivente, la loro azione reciproca e guadagnano l’indipendenza”. In realtà la filosofia ha sempre saputo che deve ricucire, in una qualche misura, la lacerazione del rapporto dell’uomo con il mondo; con questo abbiamo in fondo risposto all’altra domanda di Heidegger da cui eravamo partiti: quale compito resta alla fine della filosofia al pensiero? Probabilmente il compito che resta al pensiero è fronteggiare il proprio tempo. Anche Heidegger aveva una idea del genere, questo è il compito del pensiero, l’oggi come compito della filosofia. In uno dei suoi primi corsi universitari il giovane Heidegger questo compito assegna alla filosofia, una idea che già era stata di Hegel, che aveva appunto scritto una frase famosa: “la filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero”. Però Esposito e Porro sanno bene, come dire, credo si siano mossi alla luce di questa considerazione nella costruzione di questo manuale, nella consapevolezza che l’apprensione del proprio tempo con il pensiero è davvero tale, cioè non si fa stregare dai miti dell’attualità, non si risolve in una mera ontologia dell’attualità, come il nostro collega direbbe, solo se si avvale di un sapere certo e meditato, ancorato ad una metodologia scientificamente attrezzata, come loro hanno fatto nel loro lavoro, su come altre epoche, in quel fenomeno storico e regionale che loro definiscono la filosofia, si sono apprese con il pensiero; su come cioè gli uomini si sono razionalizzati, si sono relazionati a se stessi, si sono interrogati su se stessi, hanno interrogato gli altri e hanno interrogato la realtà che li circonda. Insomma, all’attualità della filosofia, come capacità di mettere in pensieri il proprio tempo, non è indifferente la qualità della storia della filosofia di cui si discute. E devo dire che il manuale di Esposito e Porro risponde bene a questo: chi si avventura a leggerlo – sono tre volumi poderosi, giustamente Fornasieri ha preso il più leggero, quello degli inizi… cinque chili… il pensiero pesa cinque chili, l’anima qualche grammo, per rendervi conto… – in realtà l’ultima parte, l’ultimo capitolo sostanzialmente è un capitolo che si chiama uno sguardo sul presente. L’ho trovato molto equilibrato, perché in realtà con questo sguardo sul presente con cui si chiudono i tre volumi, sono titolati, in una qualche misura, i problemi oggi di un pensiero che voglia fronteggiare il proprio tempo. Vale la pena citare proprio l’indice, cioè il catalogo è il seguente: 1- bioetica, etica applicata o multiculturalismo; l’altro, filosofia, religioni e nichilismo; poi antologia metafisica e storia della metafisica. Forse il terzo asse concettuale è più per addetti ai lavori, che vanno a lavorare su quello che c’è dietro, ma nei primi due, bioetica, etica applicata o multiculturalismo, filosofia, religioni e nichilismo, oggettivamente chi legge le pagine politico-culturali anche dei quotidiani se li ritrova, e quindi se ci riflette un attimo, forse in fondo comprende che è un catalogo del contemporaneo, cui la filosofia può dare un suo contributo, sempre che abbia una buona volontà di apprendere, che è anche sempre la buona volontà della pazienza, una pazienza che ha bisogno dell’umiltà, che non presume di cominciare da sé. Cosa quest’ultima che è un po’ il limite dell’uomo dell’ontologia dell’attualità, della soggettivizazione nichilistica dello spirito. Questo ritengo più importante, mi avvio rapidamente a concludere, ponendovi anche un problema un po’ teorico rispetto al lavoro che avete fatto, questo ritengo più importante: essere in grado di gestire il nesso filosofia-storia della filosofia, perché proprio il bisogno di filosofia oggi forse non è più un fenomeno regionale. Perché vi lancio questa provocazione? Perché in realtà voi definite la filosofia, la storia della filosofia, con un ambito storico regionale, come un fenomeno storico regionale che non deve affatto inorgoglirsi, non deve servire ad un orgoglio occidentale rispetto alle altre civilizzazioni, alle altre articolazioni del sapere che l’umanità ha prodotto, sostanzialmente alle altre civiltà, che hanno altri modi di fare quello che noi, in una qualche misura, approcciamo nell’ambito della filosofia. Noi però abbiamo fatto qualcosa di più. I prodotti tipici regionali, diciamo così come se fossero… slow food, lo slow food dell’occidente ha prodotto due buone cose: filosofia e fisica teorica. Se uno deve fare una fattivizzazione delle forme delle civiltà e di culture va nell’occidente… siamo nel mediterraneo sostanzialmente la civiltà delle olive, della vite, del grana, se ricordo bene, però ci trovate anche filosofia e fisica teorica. Sono i due prodotti spirituali propri della civiltà, della civilizzazione occidentale. Ora però, uno di questi due prodotti, proprio la fisica teorica, come scienza tecnica, quella dove è andata a finire la filosofia, in realtà ha dimostrato, è riuscita ad impregnare tutto il mondo, il mondo globale. La civilizzazione tecnica, in una qualche misura, ha assorbito uno dei due prodotti caratteristici della nostra regione, del nostro spazio spirituale. Allora forse, proprio per gestire questa universalizzazione della spiritualizzazione della tecnica, per così dire, che stringe le maglie intorno al mondo con tutti i suoi problemi che ci troviamo, se pensiamo un attimo a quel catalogo, con cui loro chiudono il loro sguardo sul presente, in realtà, paradossalmente, come dire, la fine della filosofia, la scienza tecnica nella sua capacità d’essere fenomeno globale si tiene appresso il bisogno globale di filosofia, in una qualche misura ne fa un fenomeno regionale e all’altezza del mondo globale. Questo perché? Perché in realtà gli strumenti per temperare l’orgoglio della ragione strumentale, quindi per mettere un freno alla tecnica, non si trovano solo all’esterno della tradizione della razionalità, ma si possono trovare proprio nell’ambito dove questa razionalità si è costruita, ricostruendo percorsi più larghi della ragione, che sono anche i limiti della razionalità strumentale, ma probabilmente anche di ogni ragione in generale che si possa pensare. Vi faccio un esempio, intuitivamente, di che cosa questo possa significare oggi: nella sua ultima enciclica, Caritas in Veritate, Benedetto XVI in realtà affronta due nodi centrali, mercato e tecnica, i problemi del mercato, i problemi della tecnica. Si potrebbe fare su questo una mossa abbastanza semplice, cioè, visti i limiti del mercato e della tecnica, lo mettiamo da parte, ma questo significherebbe non essere in grado di abitare il proprio tempo, non avere neanche la capacità di capire il dono che sono le cose che ci sono date nel nostro tempo, che deve saper gestire la nostra libertà; ma come sa gestire la nostra libertà? Se aumenta la sua capacità di sapere le cose che gestisce. E allora, in realtà, il mercato come luogo dell’inabitabilità del mondo, per certi aspetti, la crisi economica che abbiamo vissuto, i ritorno dell’etica nell’economia – ne ha parlato Draghi ieri, finalmente anche i banchieri e gli economisti si sono accorti che un qualche bisogno di etica c’è – in realtà ci fanno capire che non è detto che il mercato debba solo essere retto da una razionalità economica-strumentale, dove c’è solo la logica della massimizzazione del profitto. Se si va a vedere storicamente le idee di mercato che ci sono state nel Medioevo e nell’antichità – in realtà ci sono i riferimenti specifici nell’enciclica di Benedetto XVI – voi troverete che il mercato è anche il luogo del lavoro, e quindi il mercato è un sistema inclusivo, non è un sistema esclusivo. Allora, insomma il rapporto con il passato ci aiuta a riformulare uno spazio di abitabilità, così come la tecnica. La tecnica in realtà – Ratzinger, oltre che un grande teologo, è un grande filosofo, e sono certamente temi che padroneggia e conosce – in realtà non è possibile voltare le spalle alla ragione tecnologica, però è possibile guadagnare uno spazio di libertà rispetto alla ragione. Questo è un lavoro che si può fare con una buona competenza filosofica o storica, persino il rapporto tra fede e ragione ha bisogno di rimettere in circolo una buona competenza filosofica, che è anche sempre una buona competenza della sua storia. Sempre il dialogo tra Habermas e Ratzinger, sull’invito a un apprendimento complementare tra ragione e fede, dove è proprio la razionalità occidentale a essere convocata, a essere messa in gioco, può aiutarci a gestire la nostra autodefinizione nel mondo oggi. Allora, per concludere, io penso che con questo lavoro Esposito e Porro hanno dimostrato che la filosofia serve, serve anche ad averne una competenza solida, tramite un approccio storico-filosofico attrezzato, aggiornato e, se non me lo avessero regalato – chiudo con una battuta – il loro è un libro che avrei comprato.

CAMILLO FORNASIERI:
Bene, grazie a Porro la parola. Dobbiamo stare purtroppo un pochino brevi, 8 minuti testa.

PASQUALE PORRO:
Grazie per questa presentazione e anche per questa opportunità che ha consentito anche a me di fare l’esperienza di questo impatto estremamente positivo con il Meeting, devo dire con una grande incisività ed efficacia. Io racconto molto brevemente soltanto alcune delle provocazioni estremamente raffinate e intelligenti che Eugenio Mazzarella ha posto. Dati i limiti di tempo non lo farò in maniera accademica, lo farò in maniera molto informale. Credo che alla domanda di fondo, se ha ancora un senso fare filosofia, abbia alla fine dato una sua risposta, secondo me estremamente sensata, lo stesso Mozzarella, probabilmente ne darà anche una in parallelo l’amico Costantino. Mi soffermo sulla seconda domanda, cioè ha senso ancora, per esempio, avvicinarsi alla filosofia attraverso la storia della filosofia? Questa è una cosa che mi tocca un po’ più da vicino, perché io mi occupo prevalentemente di pensiero antico e medievale, quindi di qualcosa che sembra essere molto distante, per così dire, dai problemi dell’oggi, e, tra l’altro, la definizione per così dire incriminata della filosofia come sapere regionale e storico, in qualche maniera è colpa mia, insomma, appunto per questa mia competenza. Chiarisco prima il senso di cosa intendo per regionale. Se c’è una preoccupazione della filosofia, è proprio quella di averne voluto fare una sorta di dimensione in qualche maniera universale, perché in questo modo perde assolutamente in concretezza, diventa qualcosa di astratto, diventa una sorta di termine generico che ha a che fare non con la realtà che ci si trova sempre di fronte, ma con problemi presuntamente temporali. Invece, quello che conta nel mondo filosofico, è esattamente la capacità, di volta in volta, di sapere leggere il reale, quindi di rispondere, come veniva detto, al proprio tempo. Confrontarsi con la storia di questo pensiero, con questa sua storia regionale, vuol dire una dimensione del fatto che i discorsi umani sono rari, sono preziosi, non è una merce che svaluta o valuta, devono essere rispettati nel loro essere, appunto, preziosi o rari. L’affrontare storicamente questo insieme di discorsi ha ancora un senso? Beh, ne ha banalmente uno, ed è quello che in qualsiasi evento di conoscenza o in qualsiasi percorso di conoscenza non si comincia mai da zero, questo sarebbe, diciamo, il livello più banale, il fatto di dover conoscere gli altri. Secondo me – per lo meno quello che è stata la mia esperienza personale, quello a cui ho cercato di attenermi nel lavoro su questo manuale – ha un senso soprattutto perché il passato ci aiuta spesso non tanto a dare un senso semplicemente di continuità con il presente, quindi a poter riproporre delle risposte che sono state già date, ma perché, se mi passate l’espressione, è l’alterità a noi più familiare, è quella facilmente abitabile, è quella che ci permette di vedere come le cose possono essere viste in maniera anche diversa da come le consideriamo in maniera scontata, ovvio, e se la filosofia ha come compito generale quello di forzare la presunta ovvietà delle cose, quindi il fatto che le cose si presentano meccanicamente, il passato è spesso il miglior modo per forzare questa ovvietà. L’esempio del mercato di Benedetto XVI, di Ratzinger, cioè capire, per esempio, che un mercato nell’antichità o nel Medioevo ha un significato diverso rispetto a quello attuale, è un esempio concreto di questo atteggiamento, cioè abitando il passato, dislocandosi nel passato, si è in un’alterità che ci permette di vedere il presente e di problematizzarlo da un punto di vista diverso. La stessa cosa vale per il termine stesso filosofia: filosofia nel mondo greco indicava qualcosa di profondamente diverso, era una scelta di vita, un’opzione esistenziale, ci sono stati secoli in cui la filosofia era philosophia Christi cioè seguiva anche qui un modello di vita, poi è diventato tutto un altro insieme di cose. Allora, credo che l’opportunità per riproporre come un evento reale, vivente di conoscenza la filosofia, sia anche quello in qualche modo di dislocarsi in un passato, che ripeto, per noi rimane un’alterità familiare e abitabile.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie.

COSTANTINO ESPOSITO:
Io vorrei dire che quello che io ho guadagnato facendo questo manuale e c’entra con le cose che sia Pasquale e Eugenio dicevano,…

CAMILLO FORNASIERI:
Ma da quanto lo hai pubblicato? Hai già guadagnato i diritti…

COSTANTINO ESPOSITO:
Vi prego di seguire quello che avrebbe fatto Eugenio, se non lo avesse avuto in dono. Dico sinceramente, ed è una cosa un po’ strana, cioè che anche rispetto ad autori che credevo di conoscere molto bene, rispetto al compito banale, didattico che bisogna spiegarlo a dei ragazzi di scuola superiore, e quindi bisogna fare lo sforzo, per noi che siamo abituati a parlare ai colleghi e quindi alla comunità degli esperti, di far passare in maniera semplice, essenziale la cosa, dico sinceramente che questo non è affatto una tecnica espositiva, perché da subito per me è stata una sfida, perché dovevo ricapire io quello che credevo già di sapere, cercando di capire quale fosse il motore che di volta in volta muoveva quell’esperienza di pensiero che andavo tentativamente a spiegare, cioè qual era la domanda da cui nasceva quella esperienza di pensiero. Allora nel lavoro con Pasquale – perché la cosa bella è che è stato un lavoro comune, in cui anche sensibilità diverse dovevano confrontarsi, dovevano intrecciarsi, dovevano riequilibrarsi ogni volta, a volte fino agli avverbi da usare, o agli aggettivi. Ma la cosa interessante di questo lavoro è che è stato una testimonianza per noi stessi che la filosofia è un’attività vivente, non è semplicemente…e anche la storia della filosofia è vivente, perché nella distanza temporale lo sguardo di chiunque che in qualche modo la ridice e la fa rivivere, la fa rivivere nella sua alterità, però inevitabilmente è una cosa nuova. Nel momento stesso in cui tu dici, appunto, che la dislocazione temporale, cioè pensare come nel Medioevo e nell’antichità vedevano il mercato e che questo è quasi un controcanto rispetto alla nostra scontata mentalità mercantile, in qualche modo rimette vita in quel passato e lo rinnesta nel presente. Quindi il primo guadagno è questo, è come riaprire l’avventura della conoscenza del passato e scoprire – ecco, la tematica che voi avete detto, io la ridirei così – che l’universale o è concreto o non è, cioè che l’universale è qualcosa di concreto. Sono d’accordo con il mio amico fraterno Pasquale – perché ne discutiamo ogni giorno in università – che l’universale se è una cosa astratta non serve, e forse è già una riduzione dell’universale. È interessante fare storia della filosofia per me, perché si ritrova, tra virgolette, Pasquale, l’universale nella concretezza del particolare, ed è come riaccorgersi che allora l’universale non è il fatto che tutti pensano la stessa cosa – banalizzando un po’ la grande formula di Heidegger o che ci sia una philosophia perennis che alimenta se stessa, alla fine non se ne può più, è come se fosse già stato tutto quanto detto, no? – ma un universale che riaccade, è come rendersi di nuovo conto delle domande viventi che hanno generato l’esperienza di pensiero, è rendersi conto che il modo per capire fino in fondo come è nata quella domanda, che non è la mia domanda, è la domanda di Descartes o di Plotino, cioè la problematica, il suo tempo, la sua esigenza è come una sfida ad educarmi a porre io, a capire io quali sono le mie domande, e secondo me questo, in fondo, è il vero motivo per cui vale la pena studiare filosofia e, perché no?, comprare il nostro manuale. A questo punto vorrei anche dire, proprio in un minuto, che questo manuale è pensato in maniera anche un po’ diversa da come normalmente sono pensati i manuali scolastici. È sempre a livello storico, cioè non si dà degli autori la sintesi da Bignami, dicendo, appunto, ha detto “a, b, c”, ma si tenta di immedesimare il lettore su come è nata la problematica del singolo autore, quindi seguendolo storicamente, però questo permette anche, nella diacronia, di fare degli affondi per capire anche, di volta in volta, come hanno risposto in maniera diversa a certe domande della tradizione, e il tentativo è anche di dimostrare, come diciamo nella famosa quarta di copertina, che la storia della filosofia non è un’autostrada il cui primo casello è Talete, l’ultimo è Derrida, ma è un insieme di percorsi, che a volte si annodano, a volte si staccano, a volte si interrompono, e quindi segnalare queste continuità, e insieme queste discontinuità, queste cesure, questi nuovi inizi, questi ritorni della tradizione è cosa più affascinante, che non fare, appunto, una fila ininterrotta che potrebbe darti un’idea di unità che in realtà non c’è mai stata. Al tempo stesso sono però anche trattate delle cose che hanno meno spazio in altri manuali. Per dirne una: nel primo volume, la filosofia medievale è stata trattata quasi sinotticamente nelle sue tre grandi tradizioni, quella latino-cristiana, quella greco-bizantina, greco-araba, e quella ebraica, araba islamica, quindi un’attenzione ai singoli autori importanti, ma anche alle grandi tradizioni. Per dire, nel terzo volume abbiamo raggruppato, per quanto sia difficile canonizzare, le tradizioni del ’900, però per esempio c’è, ontologia e fenomenologia – si parte da Husserl e si finisce a Derrida – e contemporaneamente c’è la filosofia analitica che parte dalla crisi dei fondamenti della matematica di fine ’800 e arriva fino a Searle. Quindi ho cercato anche di salvare sia le individualità sia le grosse tradizioni. Alla fine di ogni volume, inoltre, ci sono dei percorsi tematici – 6 per ogni volume – su grandi temi: l’essere, Dio, Dio e il divino, il tempo, l’esistenza, la storia, il politico, la soggettività, la ragione, e, per ognuno di questi grandi topoi, vengono riportate delle scelte antologiche introdotte e commentate, quindi è un’antologia ragionata. Inoltre, ma non da ultimo, vorrei dire che questa fatica abbastanza impegnativa, ha visto dei grandi compagni di cammino, in particolare per il secondo tomo, il nostro compagno di cammino è stato Paolo Ponzio – che è qui presente – e per il terzo tomo è stata, come compagna di cammino, la Giusi Strumiello. Anche questo lo dico, non solamente perché è d’obbligo citare tutti gli autori, ma perché questi due Hauptmitarbeiten, direbbero i tedeschi, collaboratori principali, insieme con altri giovani collaboratori – alcuni dei quali sono anche qui – hanno fatto sì che questo manuale sia stato anche l’espressione, diciamo così, di una amicizia al lavoro, e questo è un gusto in più.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie del vostro lavoro. Speriamo che abbia successo nelle scuole. Adottatelo. Arrivederci.

(Trascrizione non rivista dai relatori)