INVITO ALLA LETTURA

Enciclopedia dell’apologetica cattolica
Presentazione dei libri di Vittorio Messori. (Ed. Sugarco). Partecipano: l’Autore, Giornalista e Scrittore; S. Ecc. Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro.
A seguire:
Italia, oh cara!
Presentazione del libro di Gianni Baget Bozzo (Ed. Boroli e Tempi) a cura di Luigi Amicone. Partecipa Luigi Amicone, Direttore di Tempi.
Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Benvenuti, cominciamo questo appuntamento di incontri e presentazioni di libri con due proposte. Abbiamo qui i protagonisti della prima proposta, non abbiamo sul tavolo i libri perché sono quattro volumi corposi quelli che andiamo a raccontare in questo incontro. Stando ad una inchiesta recente fra i lettori italiani, tra i primi cinque titoli conosciuti di saggistica religiosa ben tre sono di Vittorio Messori, che siamo lieti di avere qui al Meeting di Rimini, al quale sovente ha partecipato. Un autore che non ha bisogno di grandi presentazioni, tutti siamo stati suo lettori e tutti siamo suoi lettori. Messori è stato quello che ha scritto un libro con un Papa, Giovanni Paolo II, e il titolo era Varcare la soglia della speranza e poi con un futuro Papa, Joseph Ratzinger, con il libro Rapporto sulla fede, senza dimenticare quell’ Ipotesi su Gesù che ha segnato proprio un’epoca. Oggi, insieme a Monsignor Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro, presentiamo la riedizione per la Sugarco Editore dei quattro volumi della collana Vivaio. Vi dico i titoli: Pensare la storia; La sfida della fede; Le cose della vita ed Emporio cattolico. È il materiale scritto da Messori nella celebre rubrica Vivaio, che suscitò tantissimi spunti, dibattiti, battaglie, ma soprattutto una possibilità settimanale di andare al fondo di molti fatti del presente e del passato, raccontati sempre con la passione per quel fenomeno strano, sui generis, che è il popolo cristiano. Ricorda, nell’ introduzione di uno dei quattro volumi, che la Chiesa è l’unico fatto nella storia che permane da sempre in modo identico; il suo messaggio coincide con se stessa e non è cambiato e dunque ha vissuto tutte le traversie della storia, tutte le diverse mentalità, ha attraversato le diverse culture e attualmente, questo grande gesto che è il Meeting, rappresenta questo nucleo semplice e vivo che vuole abbracciare, dialogare, interrogare tutto e capire tutto. Per introdurre l’intervento di Monsignor Negri, vorrei precisare una parola che l’editore usa per avvolgere questi quattro volumi in una sorta di punto unificatore, cioè enciclopedia di apologetica. Non si tratta di annunciare anzitutto il Vangelo, ma di rendere ragione della Fede, ogni qual volta questo è richiesto. Dice il Card. Biffi: “è indispensabile a noi l’attitudine a vagliare tutto con tranquilla spregiudicatezza. Diversamente da quanto comunemente si pensa nella scettica cultura contemporanea, non scarseggiano le fole, scarseggia lo spirito critico, perciò il Vangelo si trova così spesso a mal partito”. E prosegue: “il guaio più radicale, nella scristianizzazione, non è la perdita della Fede, ma la perdita della Ragione; riprendere a ragionare senza pregiudizi è già un bel passo verso la riscoperta di Cristo e del disegno del Padre”. Ecco, Messori è il testimone di questo dentro i mezzi di comunicazione, dentro la scrittura, dentro ciò che può permanere e in qualche modo educare e informare. E questi quattro volumi sono l’esempio e anche ciò che ci può rimanere, ciò che ci rimane come aiuto intenso a vivere la Fede e a conoscerla. Ma chiedo appunto a Sua Eccellenza di introdurci all’ampiezza di questo senso.

S. ECC. MONS. LUIGI NEGRI:
Uno dei pochi aspetti felici del mio temperamento, di cui molti dei presenti conoscono anche gli aspetti meno felici, è che non mi trovo mai a disagio. Così oggi, premuto fra Vittorio Messori, le vocazioni di un Papa quasi beato, di un Papa presente, vado avanti e faccio il mio umile lavoro di Vescovo di San Marino-Montefeltro, senza farmi condizionare più di tanto…! Vorrei raccontare… innanzitutto sembra un aneddoto, ma non è un aneddoto, è, come dire, un dato importante del mio vissuto che spiega quello che io, fin dalla prima volta che l’ho incontrato anni e anni fa – non lo so se il maestro, come io amo chiamarlo, si ricorda – gli ho detto: “io e te abbiamo lo stesso sangue”. Allora, io come molti sanno, ho cominciato un cammino cosciente di recupero della mia vocazione cristiana, ricevuta nella sua sostanziale identità e nella totalità della sua bellezza dai miei genitori, ho incominciato questo cammino con Monsignor Giussani, con cui ho vissuto per quasi cinquant’anni. Dentro questa compagnia, l’altro grande maestro, è stato forse il più grande filosofo del secolo scorso italiano, Gustavo Bontadini. Da tutti e due avevo imparato che la fede c’entra con la cultura, che la fede ha una rilevanza culturale, che la fede diviene necessariamente, se vuole essere fede umana, diventa necessariamente capacità di conoscere, diciamolo in modo difficile: l’unica reale ermeneutica della realtà, l’unica reale categoria che consente di conoscere adeguatamente la realtà. Quando don Giussani mi insegnava questo, che era in perfetta linea con la grande tradizione del Magistero, di duemila anni di Magistero, ma così significativamente espressa dalla grande tradizione scolastica del seminario di Venegono, quando insegnava questo e quando Bontadini riprendeva questo, il mondo cattolico su questo punto cominciava un’altra strada: la strada rovinosa di cui noi patiamo, ogni giorno, le conseguenze. Quella del dualismo: da una parte la fede, dall’altra la cultura. Dominavano (e oggi dominano ancora gli ultimi epigoni di questa generazione) gli uomini del “et et”: “e fede e cultura”. Ma la fede ristretta al campo delle grandi opzioni morali e delle grandi tensioni spirituali, la cultura invece ridotta a un problema di dialogo con il mondo, e per guida una sola regola: la competenza. Bisogna essere competenti, bisogna saper far bene il proprio mestiere di storico, di chimico, di quel che volete voi, perché la fede, di per sé, non ha un rilievo culturale. La fede sta nell’ambito dell’intimo e dello spirituale. Come questo sia diverso da una posizione rigorosamente protestante da tanti anni cerco di capire, ma non sono ancora riuscito a capire: perché gli uomini dell’ “et et” sono gli uomini di un tendenziale protestantesimo. Allora, dare espressione alla dimensione culturale della fede: questo è il problema. Dare espressione, usare la fede per leggere la realtà, usare la fede in modo che si accompagni alla ragione, come ci ha spiegato Giovanni Paolo II nella Fides et ratio e questo accompagnamento diventi potenziamento della ragione, perché allora la ragione è illuminata da una luce più grande, che non azzera il desiderio della ragione di conoscere, lo potenzia. Dall’altra parte è potenziata anche la fede, perché gli vengono dati strumenti per la comunicazione della propria intima ragionevolezza. Faccio solo una citazione, per poi dire l’idea fondamentale che ho ricavato dalla lettura gustosissima di questi volumi. L’8 dicembre 1978, il Santo Padre Giovanni Paolo II, eletto da poche settimane alla guida della Chiesa, ricevette in udienza l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Gesù, nel quale avevo cominciato a insegnare e ho finito essendo nella stessa posizione in cui avevo iniziato, non per mancanza di capacità intellettuali o di produzione, ma per una pesante cappa ideologica, che stava sulla Cattolica. Allora Giovanni Paolo II disse: “sono certo di interpretare il sentimento profondo di Padre Gemelli, dicendo a voi oggi: siate fieri della qualifica di cattolica, che connota la vostra Università. Se è vero che l’uomo supera infinitamente l’uomo, come ha intuito Pascal, allora bisogna dire che la persona umana non trova piena realizzazione di se stessa, ma in riferimento a Colui che costituisce la ragione fondante di tutti i nostri diritti sull’essere, sul bene e sulla verità e siccome l’infinita trascendenza di Dio si è avvicinata a noi facendosi carne per essere totalmente partecipe della nostra storia -ecco qui il punto- bisogna concludere che la fede cristiana abilita noi credenti – abilita noi credenti! – a interpretare meglio di qualsiasi altro le istanze più profonde dell’essere umano e a giudicare con serena e tranquilla sicurezza le vie e i mezzi di un pieno appagamento”. Questo compito se l’è assunto, attraverso questi volumi, Vittorio Messori. Volumi che spaziano sulla realtà, su tutta la realtà, ma letta dal punto di vista della fede, penetrata dal punto di vista della fede, compresa dal punto di vista della fede, quindi con l’inevitabile dialettica che un uomo di fede non può non avere verso le visioni che non partono dalla fede o che siano addirittura esplicitamente opposte ad essa. Messori ci insegna il dinamismo della fede che diventa cultura, cioè ci insegna a utilizzare la fede in modo che diventi criterio di interpretazione nel vivo: ecco perché realtà storica, realtà dell’attualità, le vicende letterarie o politiche, le grandi leggende nere della storia della Chiesa, il soffermarsi precisamente su come sono andate le cose. Leggete quel bellissimo trafiletto, poco più che un trafiletto, sulla condanna a morte di Luigi XVI: sulla maggioranza di un voto… Pensate se non hanno potuto frodare quel voto lì, frodano migliaia di voti a tutte le elezioni…, ma pensate, come lui poi ci racconta, come sono finiti quelli che hanno condannato il re, son finiti tutti male. Allora la realtà è la realtà, la realtà ha tutti i suoi aspetti, tutti i suoi contenuti, tutte le sue dimensioni… nel confronto con la realtà emergono le differenze culturali, l’ideologia, allora: rendere la fede in concreto, ecco. Questi volumi ci insegnano, come dicevano gli scolastici, in actu exercito, cioè in modo concreto, in modo sperimentato, che la fede non diventa una ideologia, una ideologia religiosa, che si mette accanto ad altre ideologie, dialoga con esse, si confronta con esse, si accorda con esse, si vende ad esse, si scioglie in esse a seconda delle varie posizioni. La fede diventa un criterio concreto di vita e questo criterio concreto di vita è possibile sperimentarlo e impararlo nel concreto della vita; è un grande esercizio attivo della fede come criterio di interpretazione del reale e quindi come approfondimento della nostra identità, perché quanto più la fede mi fa conoscere la realtà, tanto più diventa forte. La fede non diventa forte perché io sono moralmente meglio degli altri – me lo augurerei, lo chiederei – ma la fede è forte se diventa capace di leggere la realtà in modo convincente e persuasivo e quindi soprattutto più convincente e persuasivo delle altre posizioni che non sono di fede. Due ultime sottolineature brevissime. La prima è che questo discorso fa parte della missione: una Chiesa in missione ha questo problema, se non ha questo problema, se non ha il problema di giudicare la realtà, se non ha il problema di incontrare il mondo nei suoi problemi reali, se non ha il problema di capire come sono andate le cose nel passato veramente, se non ha il problema di recuperare dignitosamente la coscienza del suo essere Chiesa contro le troppe criminalizzazioni, vuol dire che la Chiesa è ferma, la Chiesa è ferma, ma se la Chiesa è ferma non è un particolare, se la Chiesa non va in missione rischia di non essere più Chiesa, perché la missione non è un particolare che si aggiunge quando tutto va bene. Ci ha insegnato Giovanni Paolo II che la missione è il dinamismo di autorealizzazione della Chiesa. Perciò, libri come questi sono fondamentali per comunità che vogliano vivere la missione, diventano facoltativi, o addirittura inutili, per una comunità che sta bene com’è, che ha il problema di sopravvivere liturgicamente e caritativamente, cioè ridotta al puro esercizio della liturgia vuota e di una carità senza verità, che è un buonismo del tutto inutile. La seconda e ultima cosa è che questi sono documenti di che cosa voglia dire la cultura del popolo: sono strumenti di cultura popolare, che servono a recuperare la grandezza di quella cultura del popolo italiano, che la Chiesa ha custodito nei secoli e speriamo non tradisca oggi. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Messori…

VITTORIO MESSORI:
Si sente, va bene il microfono? Innanzitutto grazie a voi di essere così numerosi, in questa sede dove, tra l’altro, non è cacciato del tutto l’incubo che per me era legato al Meeting che, quando si faceva nella vecchia sede, i padiglioni di cemento senza aria condizionata avevano il tempo di arroventarsi durante tutta l’estate e quando erano ridotto a forni, cominciava il Meeting. Per cui per me il Meeting è sempre stato legato all’incubo della bolla di calore, che non è del tutto svanita oggi, ma grazie a Dio, oggi è stata ridimensionata. E questo lo dico anche per ringraziarvi di essere qui, nonostante le ore caldissime, nonostante la mancanza di sedie, grazie. Tutte le volte che vado in giro – mi capita ormai sempre più di rado -, mi sorprende da quanta simpatia sono circondato e questo non mi dà soltanto soddisfazione, mi dà la sensazione di una responsabilità non facile da portare. Grazie naturalmente a Monsignor Negri, per la passione anche inconsueta, con la quale ha voluto partire dalla mie povere pagine per fare un discorso generale, per ricordarci cose che dovrebbero essere scontate, ma che in realtà purtroppo non lo sono e lasciatemi semplicemente, da buon cronista, ricordare come sono nate, in che clima, con che prospettiva queste, forse, 2500 pagine, raccolte in questi quattro volumi che l’editore che voluto riunire sotto il titolo di collana Vivaio e che ora sono presentati nella loro totalità come una sorta di enciclopedia dell’apologetica cattolica. Vi dirò che l’avventura di Vivaio, nome che tra l’altro è significativo, l’ho dai diari di Papini. Papini negli ultimi anni, come sapete, fu molto malato e ci lasciò un diario. Un diario dove disse: oramai, vecchio e infermo come sono, non potrò portare a termine tanti progetti, non potrò sviluppare tante idee per tanti libri, per cui vorrei dedicarmi ad un libro che esponesse le trame, che esponesse i semi, che esponesse le intuizioni, che forse qualcun altro potrà poi sviluppare, cosa che io non posso fare. E questo libricino – scriveva Papini – lo chiamerò Vivaio. La malattia si aggravò, Papini morì e non poté portare a termine questo progetto. Sta di fatto che io quel frammento, quel pensiero non l’avevo dimenticato, pensai di riesumarlo quando correva l’anno, mi pare, 1987, quando alla direzione di Avvenire c’era un ciellino storico, un ciellino doc, Diego Folloni. Diego Folloni dirigeva fra molti contrasti, perché erano anni molto difficili per il Movimento, dirigeva allora Avvenire e molto spesso ci vedevamo a cena in un ristorante milanese, accanto alla direzione di Avvenire e Folloni insisteva da tempo perché accettassi di fare una rubrica su Avvenire. E io ero perplesso, anche perché le rubriche finiscono con l’essere sempre un vecchio giornalismo, quindi conoscendo un po’ tutte le – come dire – grandezze e le miserie di questo lavoro, sapevo come le rubriche possono trasformarsi in una sorta di capestro: hanno delle scadenze topografiche implacabili, per cui in qualche modo cooptano la libertà del povero titolare di questa rubrica. E quindi cincischiavo e cercavo di allontanare da me lo spettro di una rubrica. Folloni insisteva e riuscì a convincermi una sera, appunto, a cena in un ristorante accanto ad Avvenire. E io accettai di fare questa rubrica e lui mi chiese: ma come la chiamiamo? Beh, dissi: il nome ce l’ho da molto tempo, il nome viene direttamente Papini e la chiameremo Vivaio. E vidi Diego un po’ perplesso, poi alla fine l’accettò e devo dire che questo nome entrò talmente – come dire – nell’attenzione e nell’affetto anche di tanti lettori, che ancora adesso mi capita di trovare dei vedovi e degli orfani di Vivaio. Pensate che quando decisi di interrompere questa rubrica – e tra l’altro ne approfitto per dire che, nonostante tutte le dietrologie che si scatenarono, la rubrica non fu affatto soppressa per iniziativa di Avvenire, che nel frattempo non aveva più una direzione ciellina. Comunque il nuovo direttore non solo non mi.. – direttore che poi era un giovane Boffo, ancora adesso – quindi per giustizia va ricordato che non solo il giovane Boffo, nulla fece per sopprimere la rubrica, la quale tra l’altro significava anche, in qualche modo, un aumento di confusione nel suo giornale, ma arrivò fino al punto un po’ di alterarsi quando io gli dissi che intendevo chiuderla, intendevo non continuare. La rubrica fu… ne decisi la soppressione semplicemente perché ero un po’ stanco, perché dopo centinaia e centinaia di puntate, tra l’altro due volte alla settimana, come dire, questo impegno mi pesava. Poi soprattutto decisi di sopprimerla, per poi riprenderla tra l’altro (fu poi ripresa anni dopo, non su Avvenire, ma su un mensile, che forse alcuni di voi conoscono, nonostante sia solo in abbonamento, un mensile che si chiama Il Timone), decisi di sopprimerla, perché pensavo di avere in qualche modo esaurito il compito che mi ero prefisso. Qual era questo compito? Era il tentare di ridare al mondo cattolico, agli uomini e le donne che si riconoscono nella fede, di ridare una prospettiva, un pensiero, un modo loro di porsi di fronte a se stessi, alla vita, alla storia. In fondo non esiste più, o almeno, non esisteva più -non è che io abbia dato il contributo decisivo, ci mancherebbe, lo dico sorridendo, ma per fortuna i tempi sono anche un po’ cambiati dagli anni in cui questa rubrica iniziò – non esisteva e forse non esiste più quella che i tedeschi chiamavano con un nome un po’ terrorizzante, però, credo, estremamente significativo, chiamavano Katholische Weltanschauung. Pensate che addirittura c’erano nelle facoltà di teologia cattolica della Germania, c’erano delle cattedre dedicate a questa “Katholische Weltanschauung” cioè dedicate alla prospettiva cattolica sul mondo e sulla storia. C’è stata certamente, io credo, in questi decenni, una caduta di questa prospettiva, forse anche oggi, ma certamente anche ieri, la “Katholische Weltanschauung” è ridotta, se volete, ad una sorta di adeguamento, di appiattimento sull’ideologia oggi egemone, che è l’ideologia del politicamente corretto, la “Political Correctness” americana, la quale è l’ideologia egemone. Così come negli anni trenta l’ideologia egemone fu il nazionalismo -nazionalismo fascistoide – così come fino agli anni settanta e all’inizio degli anni ottanta l’ideologia egemone fu quella del marxismo, oggi l’ideologia egemone è l’ideologia liberal, quella appunto che si esprime del politicamente corretto. Per cui oggi i cattolici pensano spesso di parlare da cattolici semplicemente scimmiottando il buonismo, l’ipocrisia, l’eufemismo, il.. come dire l’irrealismo, l’utopismo della correttezza politica, quella che ti impone di chiamare il disabile diversamente abile, quella che ti impone di chiamare il cieco non vedente, il sordo non udente e lo spazzino operatore ecologico. Cioè, voglio dire, è l’eufemismo ipocrita, è la correttezza politica, che contrassegna il pensiero oggi egemone e che purtroppo è diventato anche per noi il presunto pensiero cattolico. Non c’era soltanto questo problema quando iniziavo a fare il Vivaio, non c’era soltanto appunto, questa tragica e, fra l’altro, irrilevata mancanza di una prospettiva cattolica di pensiero. C’era anche… cominciava allora l’autoflagellazione cattolica, una sorta di masochismo clericale secondo il quale i cattolici erano colpevoli di tutti i mali del mondo e sempre e comunque dovevano chiedere scusa a tutti; io, vedete, venivo da studi storici, in epoca ormai remota, mi sono laureato in scienze politiche però con una tesi, con un orientamento in storia, per cui la storia, se volete, è sempre stata un po’ il mio mestiere, fin dal primo libro, Ipotesi su Gesù, che è un tentativo di riflettere, più che sul Cristo della fede, che viene dopo, di riflettere sul Gesù della storia. Per cui nella storia mi sono sempre mosso con un certa libertà, se volete. Ed ero proprio, praticando appunto con lo studio la riflessione sulla vicenda umana, ero sbalordito di fronte all’ignoranza dello svolgimento effettivo delle cose, laddove i cattolici chiedevano perdono quando molto probabilmente erano altri che dovevano chiedere perdono a loro. In ogni caso, non erano colpevoli e se colpevoli erano, lo erano in modo diverso e certamente minore, rispetto a quanto una certa leggenda nera voleva dire. Insomma, c’erano vari motivi per i quali pensai, accettai finalmente l’invito di Folloni di iniziare questa rubrica. Rubrica che ebbe un successo esagerato e che mi sorprese e in qualche modo mi preoccupò. E, vedete, mi preoccupò in questo senso: quando ero un giovane cronista della Stampa, a Torino, e quando pubblicai con esitazione un libricino, in una brutta brochure, stampato dai Salesiani, con imprimatur, in 2800 copie, un libricino che si chiamava Ipotesi su Gesù, ebbene, pensavo che quelle poche copie che i Salesiani avevano stampate, avrebbero potuto semmai interessare soltanto chi era come me, prima di aver scoperto il Vangelo, cioè cercavo di dare delle informazioni sul Vangelo, su Gesù di Nazareth, a coloro che ne fossero lontani. Mi rivolgevo, quindi, non ai credenti, perché pensavo che queste cose per i credenti fossero scontate ed ovvie; pensavo di fare – come dire – un’opera di informazione verso coloro che credenti non erano. Invece mano a mano, da quelle 2800 copie altre se ne aggiunsero, fino a superare, come sapete – e lo dico con disagio e in qualche modo con vergogna -, fino a superare presto il milione di copie e ancora adesso seppure in modo sotterraneo, quel libro continua ad andare… ebbene, quando mi resi conto di questa domanda di massa, mi resi conto anche, attraverso le migliaia di lettere che cominciarono ad arrivarmi, con sgomento e anche con amarezza, che altro che non credenti, altro che agnostici, altro che atei, laici e laicisti ai quali pensavo di rivolgermi… erano i parroci, erano i monsignori, qualche Vescovo stesso che mi scriveva commosso, dicendo: grazie, lei ci ha insegnato delle cose che non sapevamo, che magari non avevamo neanche mai pensato.. Beh, potete immaginare, questo per me non è stato motivo di entusiasmo, ma, come dire, in qualche modo di umiliazione, di preoccupazione, proprio perché questa Ipotesi su Gesù voleva essere una sorta di ABC elementare di cose appunto che pensavo, almeno, per il Parroco medio, per non parlare appunto di qualche Monsignor Vescovo, dovessero essere delle cose scontate. Qualche cosa del genere avvenne anche con Avvenire con la rubrica Vivaio appunto pubblicata da Avvenire. Vedete, c’è questo solito “rosario”, che viene continuamente ripetuto ad ogni generazione, una noia incredibile per chi tra l’altro ha la mia età: le crociate, l’Inquisizione, il caso Galileo, gli omosessuali, il Papa Borgia e chi più ne ha più ne metta. È una sorta di rosario, di leggende nere che ad ogni generazione vengono lanciate sulla Chiesa. Ebbene, quando, con un lavoro in qualche modo faticoso, perché si trattava per me, innanzi tutto, di informarmi prima e poi di cercare di divulgare in modo comprensibile, quando cominciai, una dopo l’altra, ad esaminare queste leggende nere, ancora una volta pensavo di rivolgermi non ai cattolici militanti ma a coloro che erano a mezza strada o che erano addirittura al di fuori. E anche qui ebbi la sorpresa di ricevere un sacco di testimonianze di gratitudine da parte di coloro che avrebbero dovuto, secondo me, sapere già come davvero erano andate le cose nelle crociate o nel caso Galileo o durante i fatti e i misfatti dell’inquisizione. Insomma, se volete, questi libri, questi quattro volumi, in fondo sono in qualche modo il segno, il successo che ha circondato questi libri, sono il segno di una sconfitta cattolica, se vogliamo, la sconfitta cioè di una Chiesa che in questi decenni non è riuscita a fare catechesi o almeno non è riuscita con la sua catechesi a raggiungere un numero sufficiente di persone, le quali non avrebbero dovuto riconoscersi con tale emozione e con tale riconoscenza nel primo libro, poi negli altri a seguire. Almeno i tre quarti di queste centinaia di pagine, io pensavo, mi dicevo, che avrebbero dovuto essere scontate per chi partecipava della vita ecclesiale, della vita religiosa. Sono il segno di una sconfitta, se volete, ma io credo sono anche in qualche modo il segno di una speranza che la verità trovi nonostante tutto, malgrado tutto, ancora e sempre degli ascoltatori. Vedete, c’è una verità nella storia, al di là di tutte le interpretazioni, ed è una verità che, una volta ricostruita, fa sì che il nostro bilancio del negativo della storia della Chiesa, che pure esiste, sia molto, ma molto inferiore al positivo che possiamo riconoscere. C’è, come diceva il Papa, quando si trattò di aprire al pubblico degli studiosi di tutto il mondo il cosiddetto archivio segreto vaticano (fra l’altro, non fatevi ingannare dai nomi: si chiamava e si chiama “secretus”, non perché sia segreto, si chiamava così perché in latino in realtà “secretus” vuol dire privato e quindi si chiamava così e si chiama tuttora così perché è innanzitutto l’archivio privato del Pontefice e l’archivio privato della Santa Sede). Comunque quando questo archivio, alla fine del Novecento fu finalmente aperto, il Papa che lo aperse disse: facciamo volentieri, compiamo volentieri quest’atto di apertura di questi archivi, perché la Chiesa non teme la verità. Quanto più, con lo studio oggettivo, si cerca di avvicinarsi alla verità, tanto più la Chiesa non avrà da temere, ma anzi avrà tutto da guadagnare. Ebbene, se mi è lecita una piccola testimonianza, devo dire che anche per me questa… come dire, anche io nella mia esperienza ho sperimentato questa verità. Cioè, quanto più si va in profondo, quanto più si cerca di esaminare come davvero sono andate le cose, tanto più, quasi sempre, appare che l’atteggiamento della Chiesa, l’atteggiamento dei credenti, l’atteggiamento di coloro che vivono della fede, non solo non è censurabile, ma molto spesso apparve scandaloso semplicemente perché precedeva i tempi, semplicemente perché erano in anticipo su una storia che ha dato loro ragione. C’è il caso famoso, per esempio, del Sillabus di Pio IX. Questo Sillabus, questo elenco di condanna delle nascenti ideologie moderne, questo Sillabus, che è stato circondato da una esecrazione universale che dura da oltre un secolo, come manifesto dell’oscurantismo clericale e come esempio massimo del tentativo della chiesa di soffocare il libero sviluppo della civiltà umana, certamente così poteva apparire quando apparve, nella seconda metà dell’Ottocento, ma se oggi leggessimo il Sillabo, cosa che nessuno fa (tutti lo condannano e continuano a tramandare la condanna, uno dopo l’altro…semplicemente sulla testimonianza che hanno ricevuto da coloro che li hanno preceduti… nessuno più oggi ha davvero riletto il Sillabo, anche fra i cosiddetti specialisti), se noi davvero lo rileggessimo, rimarremmo sbalorditi da una preveggenza, dalla prudenza e dalla saggezza di questo deprecato e irriso Pio IX, ci renderemmo conto che la Chiesa fu aggredita e fu marchiata come oscurantista, proprio perché era in grande anticipo sui tempi. Pensate che addirittura in questo testo, apparso pochi anni dopo l’apparizione del celebre Manifesto del partito comunista di Marx e Engels, pensate che già pochi anni dopo Pio IX, con davvero vista profetica, aveva intuito dove quell’ideologia avrebbe portato l’umanità, aveva intuito anche quali sarebbero state le ideologie devastanti che aspettavano gli uomini, cioè il nazionalismo, il liberalismo e così via. Insomma l’opera che ho cercato di fare, nel mio piccolo naturalmente, da quel cronista che sono – sebbene cronista, però, che è sempre un praticante e ho cercato di praticare un mestiere, quello di scrivere, di giornalista, ho sempre cercato di studiare prima come un professore, cioè voglio dire, dietro l’apparente semplicità e facilità di queste pagine sta, credo, una preparazione abbastanza salda da impedire, a coloro ai quali ovviamente Vivaio non stava simpatico, di stroncarmi, dandomi del dilettante o addirittura rilevando errori od altro. Pensate che in centinaia e centinaia di puntate di questa rubrica – puntate che molto spesso suscitavano, come dire, tempeste mediatiche, provocavano polemiche, aggressioni e così via – sono stato infinite volte attaccato sulle interpretazioni, sul modo di presentare i fatti, ma mai nessuno mi ha potuto prendere in castagna, come si dice, rilevando degli errori di fatti, rilevando, che so, manipolazioni, sbagli di date, confusione di personaggi e così via. Questo però è ovvio: sapendo che ogni puntata era guardata con la lente, alla ricerca, appunto, di possibili appigli per togliermi ogni credibilità, chiaramente dovevo tutelarmi e quindi passavo mezza giornata in biblioteca per appurare come davvero fossero andati certi episodi degli scenari che cercavo di delineare. Insomma, vi dicevo, è stata una avventura, accompagnata da molti dissensi, anche da qualche amarezza, perché come sapete, come dire, questa autoflagellazione cattolica, questo masochismo clericale, soprattutto negli anni in cui la rubrica appariva, infieriva in modo particolare, per cui da parte di un certo schieramento pretesco non si ammetteva che qualcuno cercasse di recuperare la verità e di dissolvere quelle leggende nere, che invece erano acriticamente ripetute da tanti religiosi. Sono stati anni di battaglia e nello stesso tempo di soddisfazione: tante aggressioni, ma anche tante attestazioni di solidarietà. Tra l’altro poi, una volta interrotta la collaborazione con Avvenire, per mia iniziativa – ripeto -, mi sono preso una lunga pausa e vi segnalo però che, se Vivaio vi ha interessato un tempo, potete trovarlo ancora in Timone, in questo mensile, che è possibile però procurarsi soltanto per abbonamento. E il nuovo Vivaio, quello non più di Avvenire, ma ospitato da altri giornali, è quello che sta nel quarto e per ora ultimo volume di questa enciclopedia di apologetica, nel volume che si chiama Emporio cattolico. Sono contento che l’editore abbia deciso di ristamparli, di metterli a deposizione e sono contento soprattutto che questi libri continuino a dare una mano nella prospettiva che sola in fondo mi interessa. Venendo da lontano, non essendo nato cattolico, avendo scoperto la fede ormai da adulto, devo dire che ciò che più mi impressiona, nella Chiesa, nel mondo cattolico, è il fatto che, come ha detto, come ha rilevato il Papa anche nella sua ultima Enciclica, quello che drammaticamente oggi sembra contrassegnarci, non è tanto un aspetto o l’altro, ma il fatto che a monte, come una volta si diceva, la fede si va dissolvendo. Per cui quello che mi ha sempre guidato e sorretto, come dire, e che non è stato sempre molto facile, neppure spesso neppure del tutto gradevole, è il tentativo apologetico, cioè il l’atteggiamento di mostrare che tra fede e ragione non c’è contrasto e che è possibile anche oggi per l’uomo postmoderno scommettere sul Vangelo e prendere sul serio Gesù di Nazareth. In questa prospettiva, Vivaio, cioè questi volumi appunto, in questa prospettiva anche questi volumi si muovono, si muovono perché, come dice il Cardinal Biffi nella prefazione al primo di questi volumi, cioè Pensare la Storia, in fondo molte perdite della fede iniziano con la perdita della fiducia nella Chiesa. Difendere la Chiesa e la sua storia non è affatto irrilevante nella difesa della fede, le due realtà sono unite in modo inestricabile. Cercare di dissipare le leggende nere di questi venti secoli di avventura umana del Vangelo, cercare di dissipare queste leggende significa, in qualche modo, dare una mano ai nostri fratelli contemporanei a continuare con la loro scommessa sulla vita del Vangelo. E d’altro canto, vedete, ogni generazione deve ricominciare.. Alla mia età, lo dicevo recentemente nell’ultimo articolo che ho fatto per il Corriere, ciò che contrassegna la vecchiaia – e io ormai sono entrato in quel cerchio per ragioni anagrafiche quindi non starò qui a fare il grottesco giovanilista, l’anagrafe mi dice che sono entrato nell’ultima fase della mia vita – ebbene, ciò che contrassegna la vecchiaia, me ne sto accorgendo per esperienza personale, è in qualche modo la noia, da vecchi ci si annoia. Ma ci si annoia perché? Perché non si vuole accettare ciò che è naturale: è naturale che ogni generazione ricominci da capo. Come dicono a Napoli, nessuno nasce imparato, per cui ogni generazione deve ricominciare, quindi ad ogni generazione bisogna rispiegare come è andata con Galileo, ad ogni generazione bisogna rispiegare come funzionava l’Inquisizione, ad ogni generazione bisogna rispiegare, quindi ricominciare a raccontare di nuovo. Questo è naturale, è indispensabile, ma come dire, il povero anziano non ne può più. A me francamente, di parlare di Crociate non mi va più, perché hanno appassionato anche me naturalmente, quando uno non le sapeva, ma trent’anni fa, quarant’anni fa… però, appunto, bisogna vincere questa noia che assedia noi anziani, bisogna riconoscere che ogni generazione, nessuna generazione nasce imparata. Per cui sono molto contento, vedete, che siano stati ristampati questi volumi e siano presentati sotto questo titolo, così impegnativo, di Enciclopedia dell’apologetica cattolica, perché, ve lo confesso, io se dovessi rileggerli, mi annoierei, ma ho l’impressione che chi si affaccia oggi alla vita, chi si fa oggi domande sul credere o sulla sua possibilità, non solo non si annoi, ma rischi addirittura di appassionarsi, e quindi, grazie a coloro i quali continueranno ad avere questi libri fra le mani e sappiano che sono stati scritti da chi, facendo questi libri, sperava di aiutarli a conservare o a trovare ciò che ancora oggi, anzi forse soprattutto oggi, è il dono più grande, quello cioè di scommettere sulla verità del Vangelo con consapevolezza e con gioia. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie, grazie di cuore, passiamo adesso al prossimo libro.
Il secondo libro che proponiamo è edito da Boroli Editore, editrice giovane ma prolifica di saggi e spunti sul tempo contemporaneo, sul pensiero e sulla società, e da Tempi. L’autore è Luigi Amicone e il libro è dedicato a don Gianni Baget Bozzo, o meglio a Gianni Baget Bozzo e il titolo è Italia, oh cara!. Luigi Amicone, che ringraziamo di essere qui e salutiamo, beniamino dei lettori del Settimanale Tempi, di cui è fondatore e direttore, ha voluto scrivere con molta repentinità un profilo e raccogliere il pensiero recente di Gianni Baget Bozzo che ci ha lasciato pochi mesi fa. Questo libro vede la luce proprio di recente: venti giorni fa è stato editato e l’abbiamo qui al Meeting in primissima veste e in assoluta anteprima. Trattandosi di una introduzione alla figura di questo sacerdote, pensatore, teologo, così appassionato della cosa pubblica, vorrei che Amicone, in un primo intervento, e cercherò poi con qualche domanda di sollecitare altri aspetti, ci chiarisse nella scelta di pubblicare questo libro, tre fattori che caratterizzano la vita della società in Italia: Berlusconi, la Chiesa, i comunisti. Amicone!

LUIGI AMICONE:
Allora, innanzitutto grazie. Grazie, Camillo. Non è un mio libro, ovviamente. Il libro è di Baget Bozzo e io sono un semplice compilatore. Mi sono limitato ad annotare questi articoli, scelti, sono ottantanove, rispetto agli oltre quattrocento articoli che don Gianni ha scritto per il nostro settimanale, e a fare una prefazione di carattere personale rispetto al nostro incontro molto strano, anche perché le sensibilità e le storie sono molto diverse. C’è, di veramente pregevole, la introduzione di Alessandro Gianmoena che è stato, negli ultimi dieci anni, la persona che ha seguito da vicino don Gianni e che con lui ha creato poi questo quotidiano telematico regionpolitica.it. E’ una introduzione veramente pregevole, questo, credo, sia dovuto anche alla fortuna di Alessandro di aver partecipato, condiviso, non soltanto la vita intellettuale di don Gianni; Alessandro è un convertito di don Gianni, un socialista che attraverso l’incontro con don Gianni è entrato in una nuova vita, come sappiamo, ed ha quindi una capacità di cogliere gli aspetti del pensiero, della figura di don Gianni, che nessuno fino ad oggi ha colto con tanta sintesi. Dicevo, che innanzitutto questo libro nasce come necessità di gratitudine, appunto, a don Gianni, che ci ha onorato quasi dall’inizio della sua firma. Questo settimanale è nato nel 1995, ed oggi è tuttora ben vivo e vegeto e si prepara a sbarcare in edicola il 1° ottobre, da solo, e don Gianni, quasi dal 1995, non ha fatto mai mancare la sua collaborazione, per molti anni addirittura gratuita, puntuale, settimanale, non ha mai mancato di dare un contributo perché, come mi diceva lui ogni tanto, considerava questa vicenda giornalistica particolare un assoluto miracolo nel panorama del cattolicesimo italiano. E qui voglio aprire una parentesi, perché mi ha molto colpito l’intervento di Vittorio Messori, quando prima parlava, riconosceva giustamente una certa sconfitta, che è anche la sconfitta dell’apologetica. Diceva: Quante volte, per quanti anni, da quanti decenni, dobbiamo ripetere sempre le stesse cose, e non solo perché, necessariamente, come diceva alla fine, ogni generazione deve riapprendere, ma perché sembra che la verità storica non scalfisca minimamente la verità della vita, non interessi più la verità della vita. E allora, io pensavo questo, che il problema dell’apologetica è che, con l’apologetica, non si arriva di per sé alla scoperta della nuova vita, e neanche alla verità, perché l’apologetica o è una conoscenza, che è sempre un avvenimento presente, oppure, pensavo prima, il progressismo e il tradizionalismo hanno come una sorta di matrice comune che li fa, come dire, essere non efficaci, non incisivi, se non branditi da un potere, che impone o il progressismo o il tradizionalismo, non efficaci e incisivi sulla vita, perché sono come, hanno come lo sguardo rivolto al passato e pensano (come nell’angelo di Paul Klee) che lo spirito del passato che si leva dalle macerie o da delle cattedrali, possa dare vigore di per sé alla vita presente. Ma la vita presente non può prendere vigore da uno spirito, da un vento che viene dal passato, ma da una presenza presente. Questa cosa straordinaria – dico straordinaria perché è l’intuizione di Paul Klee – è la scoperta che ho fatto dopo, rispetto alla nostra rivista. Perché don Gianni arriva a una cosa minuscola come Tempi? Sì, certo, condividiamo, condividevamo, condividiamo le simpatie berlusconiane, nel senso alto e serio del termine che la gente del popolo può capire, cioè le simpatie per un uomo che ha dato la possibilità ad un paese, che sembrava condannato all’imbuto di un regime, ha riaperto il gioco, ha riaperto il gioco delle libertà italiane e ha garantito le libertà politiche per tutti. Ma non c’è solo questo. Rivedendo don Gianni e tutta la differenza di tradizione culturale, lui che detestava, come dire, per DNA era infastidito da tutte le forme comunitarie dell’espressione, lui che era un mistico, che viveva e seguiva le voci, la voce, quindi l’ispirazione, che scriveva su ispirazione, lui che aveva una profonda conoscenza teologica, e noi, che in fondo… io, i miei amici, che siamo figli dell’epoca dell’ignoranza di massa, delle battaglie sulle strade, del “perditempismo”, della distrazione… cosa ci ha unito? Ci ha unito esattamente questo, perché don Gianni, che pure era etichettato come un tradizionalista, che pure era etichettato come un apologeta di certa politica e di certa Chiesa, in realtà, come dice perfettamente Alessandro Gianmoena, era semplicemente un cristiano che voleva pensare, che pensava; era uno spirito libero in comunione con Dio. Era uno che aveva dentro il morbo quotidianamente – come dice Gianmoena, perché questa è una rivelazione ulteriore, ed è la disciplina della sua giornata – di un uomo che si alza, fa il ritiro spirituale, celebra l’eucarestia, legge i giornali dal Financial Times a Le Monde, passando dal Corriere della Sera, legge i Padri della Chiesa, cerca gli amici, dialoga con gli amici e la sera continua la conversatioin coeli” o “in Berlusconi” con l’amico Alessandro, con Giorgia, la sua segretaria, o con chi lo va a trovare, cioè un uomo che vive profondamente il presente, che ha l’ossessione del dare le ragioni della sua fede e della sua comunione con Dio, nel mistero della sua libertà, quotidianamente. Questo è il morbo che ci accomuna, che ci ha accomunati, insieme a questa pattuglia di Tempi – in alcune occasione ci siamo definiti giocosamente e in modo sfacciato “anarco-resurrezionalisti”, per dire che non ci sentiamo né tradizionalisti, né progressisti. Potremmo dire “movimentisti”, con certo termine un po’ passatista, un po’ stereotipato, ma insomma, sentiamo, avvertiamo, abbiamo avvertito, e abbiamo quindi colto – don Gianni ha colto – questa necessità di essere presenti al presente, perché il cristianesimo è una cosa che non si dimostra dal passato, che è indispensabile ricordare e riconoscere, come è indispensabile imparare la matematica, la ragioneria, per stare al mondo, ma per essere un buon matematico, un buon ragioniere, non basta aver imparato, ripassato; bisogna vivere di una speranza presente, di una tensione presente, di un dramma, di una sfida, di una lotta, di una rabbia, di qualche cosa che c’entri con la vita. Pensavo anche, e questo grazie a Messori mi è venuto in mente adesso: ma la Chiesa, nel momento del suo più grande splendore, che fu il Medioevo, e nel momento della sua più grande efficacia pubblica e sociale, era forse meno credibile di oggi? I suoi uomini erano meno peccatori di quelli di oggi? Erano forse meno corrotti di quelli di oggi? Se guardiamo indietro, il grande Boccaccio, in quella novella definitiva, dal punto di vista apologetico, quando racconta dell’ebreo, incuriosito dal cristianesimo che va dal fraticello, e il fraticello incomincia a spiegargli la teologia, la tomistica, eccetera, eccetera, e fa: “Sì, sì, interessante, interessante, però io voglio andare a vedere a Roma, come siete organizzati” e il fraticello dice: “Oddio, se questo qui va a Roma e vede tutto il disastro, la corruzione, i preti, le donne, chissà cosa succede e allora… ho perso uno che potevamo convertire”. E invece, l’ebreo torna da Roma e dice: “Ho avuto la prova definitiva che qui ci deve essere qualcosa di grande, perché, se dentro tutto questo sfacelo di peccatori, continua ad andare avanti, vuol dire che c’è qualcosa dell’altro mondo!”. E, invece, oggi sembra, tranne un po’ di casi di pedofilia, un po’ di queste cose qui, sembra che la Chiesa sia più credibile se è fatta – come tante volte è fatta – di uomini umanitaristi, che non sfidano la mentalità corrente, che sono per i poveri, gli ultimi. Per quanto corrano dietro all’onestà, diciamo, ai miti della modernità, di trasparenza, onestà, eccetera, non c’è niente da fare, non è che scoppiano delle conversioni. Le conversioni che scoppiano… stiamo parlando dei casi degli ultimi giorni, anche se non vorremmo farli rinchiudere in una gabbia, come il Corriere oggi li rinchiude in una gabbia, per dire: “Eh! quando sono lì lì per tirare le cuoia, si convertono tutti”, oppure: “Fa trend adesso diventare religiosi…” No! Questa è una gabbia, è un’altra gabbia. Non è questo! E nessuno dei vari Vecchioni e Jannacci… Ed è per questo che ci stanno lontani, tante volte, perché le gabbie, anche quelle clericali, alleate di quelle laicali-clericali, tendono a fermare la vita in stereotipi. Allora, a don Gianni Baget Bozzo dovevamo, dovevamo, questo omaggio, non “in morte”, perché è semplicemente un buon sacerdote, un buon lottatore, un fine politologo, un grande, come dire?, ideologo di Forza Italia, ma perché era un uomo che aveva questo spirito libero, che tutti i suoi articoli documentano in un modo impressionante, anche con la profezia di dover dire: “Eh sì, aveva ragione lui, gli dovevamo questo omaggio” e il povero compilatore, volentieri, si è dato a questa compilazione.

CAMILLO FORNASIERI:
Hai detto molto bene di questo spirito profondo di Don Gianni Baget Bozzo. Ti vorrei fare tre domande…

LUIGI AMICONE:
La battuta di Pansa: “Ma che cavolo andiamo fare avanti con le domande?”

CAMILLO FORNASIERI:
No, che cosa ha cercato di far capire a Forza Italia e poi il Popolo della Libertà? Lui non aveva una posizione, diciamo, “di tappeto”, ma voleva spronare a capire qualcosa, che cosa?

LUIGI AMICONE:
Prima di tutto, poiché Baget Bozzo era legato alla vita e non legato agli stereotipi, ha avuto l’umiltà di riconoscere che quel tipo di movimento non è stato un prodotto ideologico; è nato come un avvenimento, assolutamente imprevisto. Era previsto che la caduta della Prima Repubblica, caduta con la falsa rivoluzione giudiziaria, avrebbe prodotto, ovviamente, alle elezioni successive il confronto, se andava bene, fra l’ex PCI e quello che rimaneva della DC, cioè la DC filo-PCI, perché, fatto fuori il Partito Socialista e la Democrazia Cristiana, non c’erano altri giocatori sul terreno elettorale. Quindi tutti i fattori avrebbero portato alle elezioni del ’94, che sarebbero state, poniamo, se fosse andato bene, tra Franceschini e Pier Luigi Bersani. Mentre oggi sono dentro lo stesso partito e fanno una competizione elettorale all’interno dello stesso partito. Questo sarebbe avvenuto se non ci fosse stato quel fenomeno pazzesco, pazzesco!, e imprevedibile, che è stata la decisione della discesa in campo di Berlusconi, qualunque siano le ragioni, perché è ovvio che ci siano delle ragioni. Ma qualunque sia la ragione per cui ha deciso, è un fatto storico, oggettivo – un avvenimento – che ha cambiato una storia che sembrava inesorabile, perché uno più uno fa sempre due. La grandezza di don Gianni è stata riconoscere questo. Soltanto un uomo che vive della vita, e ascolta la vita, ed è nel popolo poteva farlo. Perché il popolo ha riconosciuto questo. Don Gianni sentiva che il popolo sarebbe andato dietro a questa cosa, pur essendo incapace di esprimersi, perché i giornali lo avevano schiacciato: il circuito mediatico è stato servo, codino, infame, rispetto a quello che aveva vissuto. Tutti, fino al ’93 erano vissuti sulla Luna e su Marte; improvvisamente tutti sono passati dall’altra parte. Ma il popolo, però, pur non sapendo esprimersi, non era vissuto da un’altra parte. Allora, don Gianni sentiva questo, e ha avuto la grandezza di assecondare questo, anche se ha avuto le sue perplessità, perché non è stato così radicale all’inizio, come sul problema centrale che era la magistratura, come lo siamo stati noi in piccolo, Giuliano Ferrara in grande e don Giussani, quando nell’intervista a La Stampa nel ’93 disse: “Attenzione, perché qui si può distruggere il bene del popolo e si può manomettere la giustizia in funzione di un progetto di potere”. Siamo ancora lì, perché tutto l’incartarsi della vita italiana, ad oggi, dipende da questo. Il grande filosofo Giovanni Colzago, detto anche “Giò Fuoco”, ieri diceva – è un amico, Giò – ha detto una frase perfetta: “Che differenza c’è tra Lupi e Di Pietro? Lupi si vede che cura il bene del popolo, Di Pietro si capisce che cura il bene della propria immagine”. Questa è ancora la questione oggi. Oggi è qui la lotta. Che cosa ha fatto poi per questo Movimento che ha riconosciuto non come suo? Lo ha assecondato, cercando dentro questo magma, che rimane magma, un po’ meno bollente o bollente su altri fronti purtroppo, introducendo la questione delle ragioni, dei contenuti. E quindi, quando introduci la ragione, i contenuti, vai al cristianesimo, perché il cristianesimo è ragione, contenuti, storia, filosofia, cultura, è tutto quello che è la tradizione e la presenza del nostro popolo. C’è riuscito, non c’è riuscito? Comunque c’è da dire e non bisogna certamente che lo sottolinei io, che un uomo come Berlusconi non è stupido, dimostra che non è stupido. Se si è preso fin dall’inizio questo prete di cui, in fondo, non aveva bisogno, come consigliere ascoltato – e so – più ascoltato di tutti gli altri consiglieri, le ragioni sono due: primo, perché Berlusconi aveva capito che questo era un uomo che aveva spessore, intelligenza e profondità, che non aveva lui; secondo, perché Berlusconi è un cattolico popolare senza saperlo, come gli dicevamo proprio qui al Meeting nel 2000. E’ certo che oggi, la sua mancanza, da questo punto di vista, si rivela…

CAMILLO FORNASIERI:
Sul comunismo, e il post concilio.

LUIGI AMICONE:
E’ interessante perché la radice è il suo spirito libero, infatti è interessante anche nella sua storia, perché lui parte da Dossetti, lui si aggrega a Dossetti, si aggrega quindi alla forza che poi diventerà la forza che apre i comunisti, nel senso che li sostiene ancora oggi nei loro cascami, che senza i comunisti non si può garantire la costituzione. Quindi l’origine della democrazia italiana, la sua radice è anche legata all’ideologia comunista. E lui rompe con questo e rimarrà sempre un antidemocristiano, cosa che sfrutterà addirittura Repubblica, perché lui inizia a scrivere su Repubblica di Scalfari in questa alleanza antidemocristiana. Lui aveva intuito che l’alleanza che prima era soltanto tattica, sarebbe diventata ideologica, perché l’egemonia e la forza dei comunisti si sarebbe imposta sulla DC e quindi lui è andato contro la DC, orientata verso un compromesso storico di fatto se non teorico. E questo avrebbe ucciso il principio, che non era né della DC né del PC, che prima viene la persona e poi viene lo stato.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie Amicone, arrivederci a tutti.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

27 Agosto 2009

Ora

15:00

Edizione

2009

Luogo

eni Caffè Letterario D5