INVITO ALLA LETTURA

Paolo VI
Presentazione del libro di Andrea Tornielli (Ed. Mondadori). Partecipa l’Autore, Giornalista e Scrittore.
A seguire:
Abbiamo vinto. Insieme
Presentazione del libro di Antonio Ascione, Medico e Giovanni Ruggiero, Giornalista (Ed. Messaggero Padova). Partecipano: gli Autori; Giorgio Paolucci, Giornalista.
A seguire:
IOTA UNUM. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX
Presentazione del libro di Romano Amerio (Ed. Fede & Cultura). Partecipano: S. Ecc. Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro; Giovanni Zenone, Direttore di Fede & Cultura.
Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Benvenuti a tutti, cominciamo questo appuntamento pomeridiano di incontri di presentazioni di libri. Incontri con autori: tre proposte collegate tra di loro, la seconda, in un senso un pochino più estrinseco. Andiamo a cercare una consapevolezza nuova e una conoscenza più precisa, storicamente, di molti avvenimenti del secolo passato che comunque guidano tante riflessioni e situazioni che oggi viviamo. Il primo libro che presentiamo è edito da Mondadori, di Andrea Tornelli, che abbiamo qui con noi e che salutiamo. Grazie. Il libro è intitolato e dedicato a Paolo VI, all’audacia di un Papa. Tornielli è conosciuto dal pubblico del Meeting, dal pubblico italiano. Nonostante sia giovane, del ’64, è una delle figure più affermate tra quelle che giornalisticamente si chiamano “vaticanista”. Ha scritto molti libri, molti documenti, celebre quello sulla figura di Pio XII, il Papa degli ebrei, Quando la Madonna piange, e il libro scritto con Messori, Perché credo, di Piemme. Ecco, il libro che ci offre è appena stato pubblicato, recentissimo, maggio, credo. E’ la più importante, anche corposa, come vedete, biografia, un racconto della figura di Paolo VI, scritto in un linguaggio molto apprezzabile e nello stesso tempo nutrito di tantissimi documenti, sia pubblici – degli archivi dei vari luoghi della formazione di Paolo VI, della sua presenza come arcivescovo a Milano, della sua elezione al soglio pontificio, e di tutto il periodo del suo pontificato – e privati. Un lavoro, che non so quanto tempo e quanta fatica sia costato a Tornielli, che offre un elemento preziosissimo per aiutarci ad entrare in questa figura, in questo tema, in questo arco di storia, su un Papa che oggi è un po’ collocato in una zona che non interessa più immediatamente il chiacchiericcio corrente, un periodo tra Pio XII, la grande figura famigliare e pure anche, come dice il libro, profetica e immaginativa di Giovanni XXIII, il grande pontificato di Giovanni Paolo II precorso da quello di Papa Lucani. Ecco, una figura che è collocata in quel periodo, tra l’altro di grandissimi cambiamenti culturali nell’Italia e nel mondo e segnato da questa figura che è stata di grande innovazione. Il Papa che ha favorito un Concilio Vaticano II che, secondo un interpretazione, cambiava la tradizione della Chiesa, mostra qui il suo grande equilibrio, la sua grande capacità di cogliere le istanze di novità, intese come rinnovamento della fede, non come rinnovamento sociologico di pensieri o di tradizione. Vorrei chiederti da cosa nasce questa passione per la figura di Paolo VI, una figura difficile che invece qui brilla, come dice il sottotitolo, per la sua grande audacia, per una consapevolezza grande e anche profetica.

ANDREA TORNIELLI:
Ma certamente, essendo io nato nel ’64, Paolo VI è stato il Papa della mia giovinezza, il Papa che ho sentito spesso contrapporre al suo grande e amatissimo predecessore, il Papa che poi ho visto attaccato e criticato moltissimo, il Papa – sostengo – oggi dimenticato, che rischia di essere appunto schiacciato fra le grandi figure del suo predecessore e della straordinaria figura di Giovanni Paolo II che, con il suo lungo pontificato, ha in qualche modo segnato diverse generazioni. Secondo me, va riscoperto per un motivo molto semplice: non ci si rende conto oggi, anche quando si sente dire che il Papa è attaccato, criticato, di quanto drammatico sia stato il pontificato di Paolo VI in quei 15 anni. Lui si è trovato a diventare Papa e ad avere sulle spalle una eredità che non era la sua, quella del Concilio, che non aveva iniziato lui, di cui aveva concluso soltanto una prima sessione, in un clima abbastanza confuso, con molti schemi. Si è trovato come eredità di dover portare a compimento il Concilio, in una situazione di dibattito anche molto acceso, con la presenza di una minoranza e di una maggioranza micidiale, e con la necessità di portarlo a termine, in qualche modo, all’unanimità. Questo è il primo vero miracolo di Papa Montini, di avere concluso il Concilio Vaticano II, avendo tutti i documenti votati praticamente all’unanimità. Poi, è iniziata la fase straordinariamente difficile dell’applicazione del Concilio. Lui stesso dirà anni dopo: ci saremo aspettati, dopo la conclusione del Concilio, l’inizio di una primavera, invece c’è stata la tempesta. C’è stata la temperie della sperimentazione, della contestazione a tutti i livelli, che è iniziata prima nella chiesa, e poi è scoppiato nel mondo il ’68. Per cui, sono anni terribili per la vita della chiesa e per il mondo in generale. Pensiamo all’Italia degli anni di piombo, la fine del pontificato, anche quelli sono anni terribili, con il sequestro Moro… La cosa che mi colpiva era innanzitutto come lui avesse portato avanti, in questi 15 anni, il ruolo di Papa e fosse riuscito, durante il Concilio e nella fase post-Concilio, a tenere unita la chiesa. E’ sorprendente, in qualche modo emblematico, il fatto che oggi Paolo VI sia ancora criticato da destra e da sinistra. Da destra, è criticato dagli ambienti tradizionalisti che gli imputano le smagliature della riforma liturgica, di aver svenduto la tradizione. Se leggete, Paolo VI è considerato proprio la bestia nera dall’ambiente tradizionalista. Da sinistra, perché è considerato il Papa che ha spento le grandi speranze di apertura conciliare iniziate all’epoca di Giovanni XXIII, quando invece la sua caratteristica è stata quella di tenere la barra dritta, applicare fino in fondo le riforme del Concilio, senza dare spago alle nostalgie di chi restava ancorato al passato. Al tempo stesso, la sua grandezza, oggi da nessuno ricordata, è stata quella di essere intervenuto ogni qualvolta lui ha visto messo in pericolo, in dubbio, l’essenziale della fede, con documenti straordinari di cui oggi non ricordiamo neanche il nome. Al massimo si ricorda Humanae Vitae, l’enciclica dell’agosto ’68, che riguarda il tema della dignità della vita e gli anticoncezionali. Non si ricorda che questo Papa ha dovuto fare un’enciclica, Mysterium Fidei, riaffermando la presenza reale del corpo e sangue di Cristo nell’eucarestia, in un momento in cui anche la teologia la metteva in discussione. E’ stato un Papa che nel ’68 ha sentito il dovere di ripresentare il Credo, scrivendo che “il Credo del popolo di Dio è ciò in cui noi crediamo”. Si stava vivendo un momento dove venivano messi in discussione e criticati anche gli articoli del Credo. I suoi interventi sul Concilio sono eccezionali, emblematici. Ogni volta in cui ha visto delle smagliature nei testi, è sempre intervenuto d’autorità per correggerli, per cui non è vero che è un Papa che ha affossato lo spirito del Concilio: è stato un Papa fedele al suo mandato, e tutte le volte in cui ha visto in dubbio l’essenziale della fede è sempre intervenuto. Questa è una grandezza oggi in qualche modo dimenticata. Dice una frase dello storico Andrea Riccardi, che presenterà questo libro a Roma il 15 settembre presso l’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede – e ringrazio l’ambasciatore che è qui per questa occasione, anche perché Paolo VI è importante come figura per l’Italia, è un grande Papa italiano -, “che Giovanni Paolo II ha suonato lo spartito che era stato scritto da Paolo VI, e Paolo VI ha preparato il pontificato di Giovanni Paolo II”.

CAMILLO FORNASIERI:
All’inizio del libro, Tornielli cita alcuni paragrafi molto belli, molto intensi: “non debbo aver paura ma soffrire solo”, ecc. E pone all’inizio una frase di Paolo VI, del ’65, che dice: “Si può tenere una carica in alto grado per bravura, per autorità o per umiltà, facendo sommessamente meglio quello che può essere il proprio dovere senza far conto dei risultati, confidando in Dio. Io scelgo questa via”. Ecco, dicci due parole sulla fede di Paolo VI sacerdote, Paolo VI monsignore nella Roma di Pio XII, arcivescovo di Milano. E qualcosa anche sull’aspetto missionario: quando arriva a Milano, le periferie, come la sua vicenda si incrocia con quella di don Giussani, il primo intervento all’ONU, la visita a Gerusalemme, ecc.

ANDREA TORNIELLI:
Montini veniva da un ambiente che era quello del cattolicesimo bresciano. Il padre era giornalista, poi deputato del Partito Popolare. Che il padre fosse un giornalista e che avesse insegnato a scrivere al figlio, lo si vede perché Montini scriveva benissimo, preparava sempre da solo i suoi discorsi. Questo cattolicesimo bresciano non aveva nessuna nostalgia dello stato temporale, ma era un cattolicesimo di opere in atto, sotto tutti i punti di vista: le cooperative, le banche, le scuole. Veniva da un mondo in cui i cattolici erano impegnati fin nel midollo per rendere presente la loro fede come proposta. Un passaggio decisivo è il momento in cui Montini viene nominato a Milano. La Roma della metà degli anni ’50 era diversa dalla Milano dello stesso periodo. A Roma c’erano i grandi raduni della chiesa pacelliana, le grandi adunate di piazza, che ancora sembravano coprire il fenomeno, che invece già c’era, della secolarizzazione, della scristianizzazione. Montini a Milano si trova di fronte a molti che sono diventati impermeabili al messaggio cristiano: le grandi periferie che crescono attorno a Milano come quartieri operai, il mondo della moda, il mondo della finanza e dell’imprenditoria milanese, con il quale lui ha difficoltà a farsi ascoltare, il tentativo di far passare il suo progetto per la costruzione delle nuove chiese nei quartieri di periferia. E tutto Montini, dall’arcivescovile di Milano, poi da Papa, si gioca attorno a questa grande intuizione: la necessità per la Chiesa di tornare a parlare a quell’uomo che era ormai diventato impermeabile al messaggio cristiano. La grande enciclica di Papa Montini, Ecclesiam Suam, è ricordata come l’enciclica del dialogo. Ma per Montini il dialogo non è fine a se stesso, per Montini il dialogo è il modo di tornare ad annunciare la proposta cristiana all’uomo di oggi. Questo è l’arcivescovo Montini, per cui la missionarietà è ciò che caratterizza sia l’episcopato milanese, sia poi gli anni del pontificato. Tu hai ricordato quella frase che ho messo all’inizio del libro, che dice molto del modo con cui Montini si sentiva di fare il Papa. Ma c’è una frase che a me colpisce più di tutte, e che Montini pronuncia il 7 dicembre 1968. Non vi sfugga la data, siamo nel ’68, nel pieno della bufera della contestazione post conciliare. E’ appena iniziato il ’68, la contestazione generale: tutti chiedono al Papa interventi decisi. Pensate, c’è un po’ l’idea che il Papa sia comunque supergovernatore della Chiesa, che debba intervenire, bloccare, condannare, agire. E Montini, agli alunni del Seminario lombardo, dice il 7 dicembre 1968: “Tanti si aspettano dal Papa gesti clamorosi, interventi energici e decisivi. Il Papa non ritiene di dover seguire altra linea che non sia quella della confidenza in Gesù Cristo, a cui preme la sua Chiesa più che non a qualunque altro. Sarà Lui a sedare la tempesta. Quante volte il Maestro ha ripetuto: «Confidite in Deum. Creditis in Deum, et in me credite!». Il Papa sarà il primo ad eseguire questo comando del Signore e ad abbandonarsi, senza ambascia o inopportune ansie, al gioco misterioso della invisibile ma certissima assistenza di Gesù alla sua Chiesa.
Non si tratta di un’attesa sterile o inerte: bensì di attesa vigile nella preghiera. È questa la condizione, che Gesù stesso ha scelto per noi, affinché Egli possa operare in pienezza, Anche il Papa ha bisogno di essere aiutato con la preghiera”. Io trovo straordinario queste righe, perché fanno vedere come la coscienza del Papa sia comunque che Gesù Cristo guida la chiesa e il Papa deve seguire Lui. E in un momento difficile, in cui tutto sembra buio, dove la contestazione è al massimo, la grande confidenza del Papa è in Cristo, sarà Lui a sedare la tempesta. Questo periodo è passato, la tempesta è stata sedata e credo che in questo atteggiamento stia la grandezza di Paolo VI.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie. Questa attenzione al mondo che cambiava, tipica di un’intelligenza della fede, che si accorge del reale, è un episodio tra i tanti molto interessanti in cui troviamo un arcivescovo che addirittura tratta le regole con l’industria e arriva ad uno scontro piuttosto duro col presidente di allora, Martinetti. L’arcivescovo si trova a mediare e Martinetti esplode e dice: “Insomma, Eminenza” – era stato nominato cardinale – “due più due fa sempre quattro”. E Montini gli dice: “Anche tre più uno fa quattro”, per suggerire che, dentro la trattativa, c’erano diversi modi per raggiungere l’intesa. Oppure, quando nella cappellina di Via Baronno vede il mosaico in restauro: da una parte ci sono i lavoratori, dall’altra le autorità. E il mosaico risente di questa spartizione, questa gerarchia normale della società. Prima dell’inaugurazione, lui va verso gli operai che erano in un angolo e apre con loro un fiasco di vino. Vorrei soffermarmi, come ultimo spunto, su una domanda. Hai fatto un lavoro bellissimo, che permette di leggere la storia intera di un uomo di fede eccezionale, sei riuscito a rintracciare le parole chiave che hanno arginato la confusione di questo periodo buio, difficile, tempestoso? Perché la confusione delle parole è la confusione dell’esperienza, perché le parole definiscono sempre l’esperienza degli uomini, la parole non sono un gioco ma cose decisive, perché permettono di comunicarci l’uno all’altro, organizzano una convivenza in senso profondo. Pensate che dialogo vuol dire l’opposto di due storie che si parlano: significa trovare degli elementi in comune, a prescindere da ciò che siamo. Su quali parole cardine Paolo VI ha tentato di ricostruire?

ANDREA TORNIELLI:
Negli anni milanesi, per esempio, mi ha colpito molto l’insistenza su una parola che c’è nella lettera quaresimale dedicata al senso religioso. Montini scrive in Quaresima una lettera dedicata al senso religioso, e a dicembre don Luigi Giussani scrive Il senso religioso dedicandolo al suo arcivescovo. Era una cosa assolutamente nuova, da parte di Montini. Si viveva un periodo dove l’insegnamento della fede batteva moltissimo sulla morale, per certi versi anche oggi ci troviamo in un periodo analogo. Il mio amico Vittorio Messori, non so se ha ragione, dice sempre che quando la predicazione insiste molto sulla morale è perché si vive in periodi in cui c’è poca fede. Comunque, la nozione di esperienza, in quegli anni in cui la fede rischiava di essere qualcosa di abitudinario, qualcosa di ricevuto per tradizione, non più calato nella vita: ecco, ripartire dal senso religioso, per Montini significava rendere nuovamente la fede viva. Le parole dette ai giovani durante tutti gli anni, anche del post Concilio, impressionano perché sono parole che riguardano la certezza, la gioia, la bellezza, l’entusiasmo della fede. Se si va a leggere i discorsi di questo Papa, pur nella coscienza della drammaticità del periodo in cui viveva, troviamo l’opposto dell’idea, che gli è stata appiccicata sopra, del Papa del dubbio, del Papa amletico. Certo, era un Papa che mostrava di non avere paura del mondo, fin dai tempi della FUCI. Per Montini, il mondo è terra di missione, non è qualcosa da cui dobbiamo difenderci, non è qualcosa che possiamo lasciar fuori dalla finestra: è terra di missione. E’ una prospettiva interessantissima, alla cui luce leggere tutto il pontificato. Ci sono parole che contrastano in maniera eclatante con l’idea del Papa del dubbio, del Papa amletico. E’ stato il primo e unico Papa che abbia fatto una lettera apostolica addirittura dedicata alla gioia. Quando parlava ai giovani, le sue erano parole piene di entusiasmo, della certezza della fede. A questo non è mai venuto meno, anche in quegli anni difficilissimi. Mi colpisce moltissimo che alla fine, il 29 giugno 1978, lui dica di se stesso le parole di San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia e ho tenuta viva la fede”, facendo un bilancio del suo pontificato tutto giocato proprio su questa idea della difesa dell’essenziale della fede in anni difficilissimi. Penso che questa non sia una chiave di lettura ma siano fatti. Penso che approfondire così queste figure – perché lo studio della storia della chiesa è importantissimo -, ci aiuti a capire quali sono gli elementi di continuità, a capire che la storia della chiesa non procede per fratture, pur nella diversità delle caratteristiche, delle personalità dei Papi, della loro formazione. Ma ci aiuti anche a riscoprire gli elementi comuni che si susseguono. Bisogna dire che, grazie a Dio, nell’ultimo secolo la chiesa cattolica ha avuto Papi straordinari nelle loro caratteristiche vive. Da questo punto di vista, penso ci sia davvero da tirar fuori dal dimenticatoio questa figura, riscoprirla e studiarla.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie vorrei concludere brevissimamente con due spunti: il primo è dato da quel nome, Paolo. Si è chiuso l’anno paolino, e domani avremo la testimonianza importante di Padre Julián Carrón sul tema della conoscenza in san Paolo. La fedeltà a questa grande figura è stata poi ripresa dai papi successivi, perché è la figura del missionario, ma è la figura della conoscenza che accade attraverso una persona. L’altro tema è la storia. In un Meeting dedicato alla conoscenza che è sempre un avvenimento, dice che la storia bisogna conoscerla e raccontarla in modo esatto, perché è il modo per conoscere la verità: una cosa difficile, ardua, contestata, ma che vive dentro il tempo, le persone, i fatti, le circostanze. Siamo in un tempo in cui sulla storia si fanno tante parole ma non la si studia, non la si comunica nella sua interezza. E questa è una sfida che il libro di Tornielli, come tutto il suo itinerario di scrittore, di giornalista, mette davvero in evidenza. Grazie, Andrea. Chiamo Antonio Ascione e Giovanni Ruggero: prego di rimanere seduti, poi avremo un libro molto importante legato al Novecento, presentato da Sua Eccellenza Monsignor Luigi Negri. Antonio Ascione, Giovanni Ruggero. Eccoli qua.
La figura del laico è stata molto importante nella coscienza della Chiesa degli ultimi quarant’anni. Una vita comune, una vita normale, piena di avvenimenti e unica, é infatti in questo libro, edito dall’edizione Messaggeri di Padova, che da tempo pubblica tante storie di figure molto e meno conosciute che però fanno la storia, cioè danno un esempio ed una testimonianza. Oggi ne abbiamo qui una recentemente accaduta nella nostra città, nel nostro tempo, molto simile a quella di tanti. E’ un’esperienza di malattia e di dolore. Ma per essere tale, occorre che l’esperienza abbia un criterio, che ci sia un giudizio vissuto, una meta, un cammino. Ecco, questo libro vuole raccontare questo diventare cammino, questo diventare esperienza dei fatti che entrano, volente o nolente, nella vita di ciascuno di noi. Il libro è Abbiamo vinto insieme di Antonio Ascione e Giovanni Ruggiero, ve li presento. Giovanni Ruggiero è giornalista, napoletano di origine, un inviato di Avvenire, quindi una persona che va a vedere i fatti dal vivo, dal di dentro, cosa che in tempi di crisi, ma già prima, si va assottigliando. Antonio Ruggiero ha vissuto una vicenda di dolore e malattia personale che ha voluto raccontare per un motivo che subito gli chiederemo. E poi Antonio Ascione, che è medico e patologo, in pratica all’ospedale Fatebenefratelli di Napoli. Entrambi hanno famiglia, si sono conosciuti in quest’occasione. E poi abbiamo Giorgio Paolucci, che è un collega di Ruggiero, caporedattore di Avvenire sugli argomenti esteri: scrive molto spesso sugli argomenti relativi al dialogo fra mondi religioni e paesi diversi. La parola innanzitutto all’autore, anche perché è proprio un racconto, una testimonianza. E trovo straordinario il fatto di averla voluto raccontare, proprio perché potrebbe raccontarla ciascuno di noi. Ma c’è un perché, se nessuno la racconta, o la racconta a voce. Non solo perché lui usa la penna, ma perché qualcosa lo ha sorpreso nella sua esperienza. E quando questo accade, la necessità diventa scrittura, così la scrittura di un libro è qualcosa che supera il livello di una normale testimonianza.

GIOVANNI RUGGIERO:
Quando dal Meeting mi hanno detto che avrebbero presentato il mio libro, mi hanno chiesto di indicare il mio curriculum. Invece di citare quei pochi titoli di cui posso vantarmi, ho chiesto di mettere nella mia biografia che ho raccontato, come inviato, sedici edizioni del Meeting, sedici anni qui, insieme a voi. E vi confesso una cosa: il mio direttore sapeva che venivo qui per raccontare il Meeting, per seguire i dibattiti, i discorsi. Invece no, io venivo qui per invidiare la vostra fede, la vostra fede bella, e mi fa piacere essere qui adesso insieme a voi. Io mi ero preparato un discorso, anche perché scrivo e non sono preparato a parlare in pubblico. Però stamattina ho dovuto cambiare tutto, perché ho letto il vostro giornale, dove avete rubato a noi napoletani un’espressione, che è all’intrasatta: significa all’improvviso, significa entrare in mezzo alle cose. C’è un filosofo che è citato, e che cito anch’io, che dice “E’ l’irruzione del nuovo che rompe gli ingranaggi, che mette in moto un processo”, a questa mostra su Napoli. Un altro filosofo dice: “Paion traversìe eppur sono opportunità”. E’ Gianbattista Vico, filosofo del nostro illuminismo napoletano. All’improvviso, all’intrasatta, entra nella vostra vita: se è un tumore, si pone tra il vostro passato e il vostro futuro e cerca di impedirlo. E un tumore può essere “non una traversìa”, come diceva Gianbattista Vico, “ma un’opportunità”. Un’opportunità, perché vi pone davanti ad una scelta. Senti di essere una barca ferma nel porto, perché il mare è in tempesta. Devi decidere: che faccio, piglio il mare, sfido la tempesta con la speranza, poi certezza, di trovare il cielo sereno? Oppure resti in barca, resti in porto, oppure non arrivo più? Questa è stata la prima scelta che mi ha portato il tumore: certamente è un fatto che sconvolge la vita, come diceva quel filosofo, chiede di rimettere a posto tutto, di ricalcolare tutto, di equilibrare le cose, di misurare gli amici, gli affetti, di dare un altro indirizzo, un’altra indicazione. In questo momento, allora, anche un tumore diventa un’occasione di conoscenza: conoscenza innanzi tutto di te stesso. Un altro filosofo, molti, molti anni fa, poneva l’interrogativo – “Conosci te stesso” -che, secondo me, va posto di volta in volta. Se qualcuno mi avesse detto prima: “Tu che faresti, se ti venisse diagnosticato un tumore?”, avrei risposto: boh! Adesso vi posso dire cosa ho fatto quando mi fu diagnosticato, conosco me stesso in queste occasioni. Ho fatto in modo che tutto non girasse intorno al tumore, che il tumore non fosse il perno attorno al quale far girare i miei affetti, la mia vita, il mio lavoro, il mio vissuto quotidiano. In che modo poi, nel libro lo leggerete, è stato difficile dirlo perché si può correre il rischio di apparire come l’eroe. Conoscenza di te stesso e conoscenza degli altri, perché un evento del genere permette di misurare gli altri, anche di rivalutare gli amici, di capire chi veramente ti sta vicino e chi invece ha paura del tumore e se ne va. Io agli amici non ho chiesto chissà cosa, forse gli amici non possono fare nulla. Ma gli amici ci devono stare perché – l’ho scritto nel libro -, il tumore è una cordata, questa barca che parte imbarcando il tumore è un viaggio che non si può fare da soli, bisogna imbarcare quanta più gente possibile. E un amico che ti dice: “Giovanni, io ho pregato per te”. E tu sai che veramente ha pregato con te, e dice: “C’è mio figlio Riccardo, che è un bambino. Gli ho detto: prega per un amico di papà, stasera”. E’ un segreto che non avevo mai detto a nessuno, io l’ho chiamato semplicemente Giorgio, questo amico. Invece ha un nome e un cognome, è Giorgio Paolucci, il mio collega di lavoro, il mio amico. Grazie, guardate, un autore può dire cosa ha scritto nel libro, come l’ha fatto, come non l’ha fatto. Io vi posso dire perché ho scritto questo libro. Ho sentito il bisogno di dire ad un’altra persona: “Non ti preoccupare se hai la mia stessa situazione, non temere, devi avere fiducia perché puoi vincere”. Ho voluto dire tutto questo nel libro, e concludo. Ecco, un autore che si presenta con il proprio libro, viene a dire a voi, voi pubblico: “Comprate il mio libro”. A me non basta, io vi chiedo di più: comprate il mio libro e se avete qualche amico, un parente intorno a voi, che sta nella mia stessa situazione, vi prego, fateglielo leggere, fotocopiateglielo. E se avete un figlio, dite anche a lui così: “Stasera di’ una preghiera anche per un amico di papà”. Diteglielo ai vostri figli, grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
La parola ad Antonio Ascione, che è intervenuto per un altro verso nella vicenda di Giovanni. Ci spiega cosa vuole dire per una persona avere una cura, qualcuno che lo cura: negli ambienti ospedalieri non sempre è facile trovare questa compagnia, questa comunità, questo insieme.

ANTONIO ASCIONE:
Intanto bisogna che io dica una cosa, non ho il titolo di Giovanni, io sono al Meeting uno, è il mio primo Meeting e sono rimasto veramente impressionato da due aspetti. Primo, ieri sera ho visto un certo movimento: sono abituato ai grandi congressi internazionali e qui c’è tanta gente. Stamattina abbiamo preso l’autobus per venire qui e abbiamo incontrato i volontari. A uno, in particolare, ho detto: “Ma tu cosa fai qua? Fai il volontario, ma cosa fai?”. “Ieri sera ho tagliato mille fette di piadina, vengo qui da anni, credo che sia una missione importante, che bisogna compiere”. La mia prima impressione, vedendo tanti ragazzi, perché non c’è nessuno tra i volontari, tranne pochi, che ha i capelli grigi, è che questo è un fenomeno veramente importante, del quale non conoscevo nulla, se non attraverso le cronache dei giornali. Però voi sapete che questo Meeting si fa sempre a fine agosto. E in genere io, a fine agosto, sono sempre fuori dall’Italia perché ho un congresso all’estero. E poi, il titolo del Meeting: La conoscenza. Mi sono detto: ma allora questa è casa nostra. Perché in fondo è la motivazione cha ha avuto Giovanni nello scrivere le sue emozioni, mentre dal mio punto di vista è importante un altro aspetto, far conoscere le problematiche legate alla malattia. Noi abbiamo in fondo descritto come si previene la malattia, abbiamo parlato dell’epatite B. Tenete presente che almeno due miliardi di uomini nel mondo sono stati contagiati dall’epatite B, e almeno 600 milioni ne sono affetti in maniera attiva. Vuol dire che è un problema cosmico, enorme. E noi abbiamo pensato di descrivere la prevenzione e la cura, ma poi di descrivere anche come, pur nelle condizioni peggiori – quella che ha vissuto Giovanni è una storia veramente terribile -, ci sia sempre la porta aperta ad una speranza, una speranza nella quale tu devi credere, perché se non ci credi non riuscirai poi alla fine a vincere. Poi la storia, lo sapete, è a lieto fine. Se Giovanni è qui, è perché le cose sono andate bene. Ma non è sempre così: molto spesso, il problema principale è che il medico deve dare forza al paziente. Prima c’è la cura, ma il problema è che il medico deve fare un’operazione mentale importante, mettersi dall’altra parte. E’ una cosa che io dico spessissimo ai miei collaboratori: provate a stare dall’altra parte, cercate di capire perché quest’uomo ora delira, urla, è arrabbiato, perché i servizi magari non sono adeguati a quello che lui desidera e vorrebbe. In questo, la medicina è carente, molto carente, soprattutto perché spesso, all’aspetto umano e alla comunicazione con il paziente, si dedica poco tempo. Immaginate se qualcuno vi dicesse: beh, domani farai una biopsia, e sì, è rischiosa, qualche rischio c’è, certo, ma sa, da noi non è mai morto nessuno. Invece, mettersi vicino spiegando che cosa è il sistema, perché si deve fare, perché un esame invasivo deve essere fatto, è molto importante, e secondo me non lo si insegna nelle facoltà mediche. E questo è il nocciolo della questione. La comunicazione è una tecnica, va insegnata. Ci sono alcuni che spontaneamente hanno una grande disponibilità a questo strumento, ma non tutti sono così. Quindi, le facoltà mediche dovrebbero dedicare più spazio alla comunicazione con il paziente, perché è dalla sintonia fra il paziente e il medico che nasce ovviamente la possibilità di avere un successo. Un’altra cosa, debbo dire. Questo libro non è stato rivisto, nel senso che siccome Giovanni è un giornalista attivo, io sono un giornalista ex, abbiamo deciso di scrivere i vari capitoli come un pezzo che in genere si manda all’ultimo momento e non hai il tempo di rivedere, perché il giornale deve chiudere. Quindi non abbiamo fatto una revisione. Forse questo è poco soddisfacente per un purista della lingua, però, a detta di coloro che l’hanno letto, il risultato è immediato e molto più semplice. Ho ricevuto una lettera di commento di una lettrice che mi ha scritto: “Finalmente ho capito cosa sia l’epatite B: ho un nipote che ne è affetto ma mai nessuno mi aveva spiegato in maniera chiara quale era il problema”. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie. Paolucci.

GIORGIO PAOLUCCI:
Io guardo dall’esterno il libro, ma dall’esterno, come avete sentito prima, fino ad un certo punto, perché sono stato coinvolto molto emotivamente e molto da vicino nella vicenda di Giovanni. Ma non è di questo che voglio parlare, ne ha già parlato lui. Del libro, mi hanno colpito tre parole. La prima parola è carezza, perché si parla molto di malasanità, di umanizzazione degli ospedali, si fanno formule ecc. A un certo punto, lui descrive un episodio in cui aveva una paura boia di fare un certo esame che la prima volta era andato male. Stava entrando in sala operatoria o nel laboratorio dove gli dovevano fare questo esame piuttosto invasivo. Un infermiere, neppure un medico, gli mette una mano tra i capelli, lo accarezza e gli dice: “Guarda che qua non sbagliamo mai, andrà tutto bene!”. E questa carezza dell’infermiere lo introduce all’esame con una dimensione più di speranza, meno di angoscia, di quella che aveva avuto nell’esame precedente. Mi è venuta in mente quella frase di Enzo Jannacci, diventata celebre ai tempi della vicenda di Eluana Englaro, poi ripresa in un volantino che commentava questa vicenda. Dice, appunto: “Per tutti ci vorrebbe una carezza del Nazareno”. Ecco, credo che anche lui, in quel momento, abbia fatto l’esperienza di che cosa vuol dire sentirsi oggetto di un amore gratuito, perché in fondo quell’infermiere mai più lo rivedrà. Però è come se in quel momento gli avesse cambiato la prospettiva con cui guardava angosciosamente l’esame cui si doveva sottoporre, è come se il Nazareno lo avesse raggiunto, attraverso quella mano sconosciuta che per pochi secondi gli è entrata nei capelli per dargli coraggio. La seconda parola è la parola conoscenza. E’ già stato ampiamente detto, mi pare, che il libro, senza volerlo, svolge una parte del tema del Meeting: “La conoscenza è sempre un avvenimento”, perché dice del grande desiderio che Giovanni aveva di sapere tutto della bestia che gli era entrata nel corpo, e quindi Internet, libri, consulti, sua moglie medico, amici medici. Me lo immagino, conoscendolo: ore intere passate a scartabellare libri o a guardare su internet come si poteva curare quello che lui aveva, cosa voleva dire un trapianto di fegato, ecc. Ma ad un certo punto è come se si fosse arreso ad un’evidenza superiore, che tutto ciò che la scienza gli poteva dare non gli bastava, era come se fosse arrivato ad un punto in cui c’era un limite oltre il quale la scienza non poteva andare. Ed era il punto in cui lui doveva decidere di affidarsi al professor Ascione e alle persone nelle cui mani aveva deciso di mettere la sua vita. E ha capito che la conoscenza è qualcosa di più di tutto ciò che lui aveva potuto imparare sulla teoria dei trapianti e delle malattie del fegato. In questo senso, mi pare che svolga una parte importante del tema che in questi giorni ci siamo dati come Meeting. La terza e ultima parola è comunicazione. Anche qui, è stato detto molto anche dal professor Ascione prima di me. Molto poco e molto male si scrive sui giornali attorno alla medicina, a come si possa aiutare la gente a capire che cosa è la medicina. Molto poco, diceva il professor Ascione, si fa nella preparazione dei medici per questo aspetto che, secondo me, è un po’ poco definire psicologico: come stare di fronte al male, qual è il senso del male, che significato ha il male. Ecco, su questo credo che i medici dovrebbero aiutare di più i pazienti, tutti noi, a capire che anche il male ha un significato, anche la malattia ha un significato. Ma la comunicazione è anche il desiderio di dire di sé: credo che Giovanni con questo libro abbia cercato di dire di sé ciò che gli è capitato, ed essere utile alle persone che hanno l’avventura di andare sul suo sentiero, per esempio, di trovarsi di fronte alla decisione di accettare o meno di trapiantare un organo importante come il fegato. Il libro inizia proprio, nella prefazione, con questa scena in una sala di attesa in cui lui, un mese dopo il trapianto, siede in attesa di essere ricevuto. Di fianco a lui c’è una signora che dà fuori di testa, disperata, si mette a urlare perché ha appena saputo che l’unico modo per salvarsi è affrontare un trapianto di fegato. Lui, che è reduce da questa esperienza, comunica, cioè le dice: “Signora, io sono stato trapiantato un mese fa. Ci crederebbe se io non glielo dicessi?”. E questo è di consolazione alla signora, le fa capire che c’è una speranza di cui lui è la testimonianza vivente. E’ un libro di grande comunicazione, che comunica un avvenimento, comunica una speranza. Credo che ci sia forse una cosa che Giovanni non è riuscito a comunicare: ogni trapiantato deve in qualche modo la sua vita alla morte di un’altra persona. E’ molto più che mors tua, vita mea, una banalità a cui spesso si ricorre in questi casi. Non è mai una scelta, morire, ma è comunque un dono misterioso, una comunicazione misteriosa che avviene tra chi muore e dona una parte di sé e chi, attraverso questa donazione, ritrova una speranza di vita. Ecco, io credo che forse l’unica comunicazione che a Giovanni manca è la possibilità di dire grazie non so in quale lingua, non so in quale modo. Ma certo lui vorrà dirlo quando incontrerà, in un’altra vita, la persona che gli ha permesso di vivere. Credo che questa sarà l’ultima esperienza di comunicazione che Giovanni farà.

CAMILLO FORNASIERI:
Bello, quindi compriamolo e leggiamolo e diffondiamolo. Noi ringraziamo tantissimo tutti loro, Paolucci, il professor Ascione, Giovanni, soprattutto, e gli facciamo i migliori auguri per la sua attività. Grazie.
Chiamo Giovanni Zenone e monsignor Luigi Negri, per il terzo e ultimo incontro di presentazione dei libri. Prego di accomodarsi, anche quelli che sono in fondo…
Bene, presentiamo un libro edito da pochi mesi dalla casa editrice Fede & Cultura, di cui abbiamo qui il direttore. Il libro è di Romano Amerio e si intitola Iota Unum. Studio delle variazione della Chiesa Cattolica nel XX secolo. Ha la presentazione di Sua Eccellenza Monsignor Luigi Negri, che abbiamo qui tra noi. Salutiamo Sua Eccellenza e poi anche il nostro direttore. È un autore che forse per la maggioranza di voi non ha eco, non ha sentore, Romano Amerio, morto nel 1997 e nato nel 1905. Un filosofo e filologo di Lugano, il più rinomato filosofo e teologo svizzero, che ha insegnato nell’università Cattolica in un’epoca molto ricca e intensa di maestri (Sofia Vanni Rovighi, Bontadini). Questo libro è una meticolosa raccolta di documenti e osservazioni riguardo a tutte le parole chiave, a tutte le riflessioni ecclesiali che la chiesa ha fatto su di sé in rapporto al suo messaggio, alla sua tradizione, al suo portato e al suo rapporto con il mondo, con l’uomo, con la società. Ritornano i temi che abbiamo trattato alla presentazione del libro di Tornielli dedicato a Paolo VI: un tempo di grande riforma, in cui cioè ridare forma al contenuto della fede, perché diventasse esperienza per gli uomini. E in questa riflessione, in questo tentativo, la presenza di molte spinte, e anche di molte derive. Romano Amerio, spinto da una passione che un brevissimo scritto di don Dino Barsotti mette in luce, aveva il carisma, il dono di custodire l’interezza del fatto cristiano e li pone nelle pagine di questo libro corposo, imponente nel suo spettro di indagine, ma anche molto leggibile, molto fruibile per capire quale consapevolezza ha portato la Chiesa e come sia stato un lavoro continuo, dove tutti gli elementi di rischio hanno potuto trovare una sintesi, una possibilità di valorizzazione, nell’alveo di una comunione e di una conoscenza che mette insieme, non a partire dal proprio spunto intellettuale o teologico. Io non voglio protrarmi oltre. Chiedo al direttore della casa editrice di presentarci un po’ la figura di Amerio, collocarla meglio di come ho fatto io, più precisamente, e soprattutto di inserire quest’opera, Iota Unum, a partire dal senso del titolo.

GIOVANNI ZENONE:
Il titolo di questo libro è tratto da un brano del Vangelo di Matteo, laddove Gesù dice: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge e i profeti: non sono venuto ad abolire ma a dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure uno iota (Iota Unum) o un segno della legge senza che tutto sia compiuto”. E Romano Amelio, in quest’opera veramente monumentale ma godibilissima, scritta in un italiano splendido – era un filologo straordinario e credo sia uno degli ultimi scrittori in italiano della storia d’Italia -, mostra come forse un po’ più che uno iota sia stato trasgredito. Ci sono state variazioni, non tanto al comportamento morale dei cristiani o degli uomini di chiesa, ma quanto alla dottrina. Una cosa molto importante che fa notare -sto rubando il mestiere a monsignore, facendo la parte teologica -, è che la chiesa è venuta a portarci la verità, non a darci un esempio di come la verità si possa eseguire perfettamente, perché solamente Gesù Cristo e la Madonna l’hanno vissuta compiutamente. Ma la chiesa ha il grande compito di annunciare la verità nella sua integrità. Poi, viverla fino in fondo è affidato alla nostra risposta a questa chiamata. Allora, Romano Amerio: cosa posso dire di lui? Che fu un grande filosofo, un grande filologo e che gran parte della sua vita, oltre che a studi di letteratura, la dedicò a raccogliere questi documenti e commenti in cui, citando con una acribia filologica straordinaria documenti, dichiarazioni e via di seguito, fa vedere come delle deviazioni, a volte consistenti, ci siano state. Ma la cosa che mi ha entusiasmato, e mi entusiasma ogni volta che prendo in mano Iota Unum – che ho conosciuto un po’ di anni fa, nella terza edizione che era della gloriosa casa editrice Ricciardi di Napoli, ormai fallita -, è il grande amore alla chiesa. Perché io ho desiderato che questo libro fosse pubblicato con grande rigore, con la prefazione di monsignor Negri? Perché vedere la chiesa, vederne anche le rughe, è qualcosa che è lecito se si ama la chiesa: altrimenti, si usano questi difetti, queste rughe (che in realtà sono proprie a tutti noi) per dare un colpo alla Chiesa, e questo non mi va! Leggendo questo libro, ogni volta mi emoziono nel vedere questo amore alla chiesa, questa bellezza: essere cristiani e vedere la grandiosità della dottrina, la grandiosità di ciò a cui siamo chiamati e anche le debolezze, suscita entusiasmo, suscita amore, suscita gioia. E chi vede questo si entusiasma e desidera essere cristiano. Se proponiamo invece un cristianesimo annacquato, a misura del mondo, a misura della debolezza umana, basta essere semplicemente del mondo, non suscita nessun fascino. Però io adesso devo interrompermi perché una hostess del Meeting mi ha portato a vedere la bellissima mostra Masaccio, Beato Angelico e Piero della Francesca, che vi invito a vedere. Ad un certo punto, ho incontrato una frase dell’Imitazione di Cristo, il libriccino che Paolo VI teneva sul comodino prima di andare a letto, per leggerlo e riflettere. E ho trovato quello che fa al caso nostro, vi leggo poche righe: “Lascia le novità ai vanesi, ai vanitosi, tu invece attendi a quelle cose che ti comanda Dio. Chiudi la tua porta dietro di te e chiama il tuo diletto Gesù, rimani in cella con lui, perché non troverai altrove tanta pace. Se non ne fossi uscito e non avessi udito nulla dei rumori del mondo, ti saresti mantenuto meglio in buona pace”. Si potrebbe dire che il succo di Iota Unum è questo: lasciamo da parte le cose nuove, i novatores, coloro che si vogliono inventare una nuova chiesa, che dal post Concilio in avanti – ma in realtà i semi malvagi c’erano anche prima – hanno voluto inventarsi una nuova chiesa. Ma la Chiesa non c’è bisogno di inventarla, l’ha inventata Gesù Cristo! L’unica cosa che noi possiamo fare è dire sempre le solite cose, cioè l’unica dottrina salvifica, in modo nuovo. Ho ancora qualche minuto per dire mezza parola? Sì? Purtroppo, però, in questo libro, Romano Amerio ci fa vedere come la categoria delle nova, le cose nuove, il progresso, sia entrata non solamente nel mondo ma anche dentro la chiesa, da cui questa mania di cancellare in un colpo di spugna il passato, come se il passato fosse qualche cosa di cui vergognarsi. Ma avere questa nozione, dice Romano Amerio, capire che la categoria di progresso, che per il mondo è una cosa buona, una cosa bellissima, per noi invece è una catastrofe – usa questo termine, come lo usa Del Noce – è già una affermazione che discende dalla fede perché le cose nuove, le ultime che ci possono essere nella chiesa, sono la fine del mondo, il giudizio, l’inferno e il paradiso. Questo libro ci aggancia in maniera veramente straordinaria al titolo del Meeting di quest’anno: “La conoscenza è un avvenimento”, perché conoscere è incontrare qualche cosa che è dato come dono, non una nostra creazione, come una parte della filosofia ha voluto proporre al mondo moderno. Ebbene, incontrare la verità – e la verità è una persona, Gesù Cristo – è il più grande avvenimento della storia, è il centro della storia. Intorno a questo centro gira non solamente la vita dell’universo intero, ma anche la mia vita, il mio lavoro di insegnante e di direttore di una casa editrice. Io desidero che sia anche il centro per ciascuno di noi che siamo qui e per quelli che sono fuori. Voglio concludere con una brevissima citazione di Romano Amerio: “La chiesa è santa non perché possa esibire nel corso della sua storia una irreprensibile sequela di azioni conformi alla legge evangelica…, ma perché può allegare una ininterrotta predicazione della verità. La Santità della Chiesa è da ricercare in questa, non in quella”. La chiesa è la nostra mamma ed è la sposa di Gesù Cristo: io vi propongo di riscoprire questa nostra mamma, questa sposa di Cristo, nella sua bellezza sfolgorante, non intaccata da alcuna macchia morale, che è la presentazione di quella meraviglia che è la verità, che è nostro Signore Gesù Cristo. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Se abbiamo intuito lo sfondo del carisma di Amerio e del contenuto di questo libro, si potrebbe tentare di entrare più dentro alla preoccupazione che lo muoveva e che trova anche, in molte pagine del libro, alcuni atteggiamenti post conciliari, alcuni accenni dei documenti che hanno preparato il Concilio, un’attenzione precisa e puntuale che si sofferma sulle parole che indicano un’esperienza. Credo che questo libro sia di grande attualità: forse monsignor Negri lo accennerà, in quanto anche Benedetto XVI dice, riguardo a quel periodo della vita della chiesa, come le diverse tensioni all’interno della chiesa debbano trovare nel giudizio della fede e nell’amore a Cristo un punto di unità e di sintesi.

S. ECC. MONS. LUIGI NEGRI:
Quando mi hanno proposto di fare la presentazione di questo libro, che avevo cercato per decenni e non ero mai riuscito a trovare, perché forse la casa editrice Ricciardi è fallita perché prendevano il libro e lo distruggevano notte tempo per impedirne la distribuzione, ho chiesto che titolo aveva l’introduzione? L’avevo conosciuto, era un grande amico, ma mi sembra che l’unica ragione sia quella che accomuna me a molto altri che sono qui, innanzi tutto a monsignor Filippo Santoro. Noi siamo stati sistematicamente attaccati da destra e da sinistra, non c’è mai stato un periodo della nostra vita in cui la sinistra politica e la destra politica, la sinistra ecclesiale e la destra ecclesiale non abbiano fatto di noi un punto di riferimento polemico, fisicamente e anche moralmente. Ci sono dei silenzi, delle insinuazioni e degli attacchi intellettuali e morali che sono peggio di quando ci dovevamo difendere andando davanti all’università e alle scuole, mettendo un’anima di ferro sotto la coppola perché si rischiava di prendere qualche sprangata. Ho evocato queste cose non per modo di dire ma per capire, per entrare nel vivo di questo testo, che è certamente l’espressione di uno dei più grandi uomini di cultura del XX secolo. Nella prefazione ho citato Giovanni Paolo II, che ha definito Von Balthasar il più grande colto del nostro tempo. Secondo me, per quanto riguarda il contesto Italiano, certamente Amerio è indicato ad assumere questa posizione. Prima osservazione delle tre che farò velocemente. Il problema è che, non soltanto dal Concilio in poi, ma certamente dal Concilio in poi, la destra e la sinistra valgono più della fede. Quindi, l’essere di destra o l’essere di sinistra, a livello intellettuale, a livello pastorale, a livello di posizioni della chiesa, di funzioni e di responsabilità, a livello di idee e di amici, conta più della fede. E questa è la rovina della destra e della sinistra, perché fanno diventare secondario il valore che tutte le destre e tutte le sinistre devono servire, se per destra o per sinistra si intendesse un certo modo di reagire, un certo modo di percepire la fede, un certo modo di giocarla dentro il mondo, un certo modo di percepire la missione! Ci devono essere sante destre e sante sinistre perché, ci ha insegnato sant’Agostino, la chiesa è una circumdata varietate, in cui esiste una varietà pressoché infinita di formulazioni. Ma le proprie opzioni prevalgono sulla fede, quando la propria posizione, la propria concezione, magari il proprio ruolo, il proprio interesse o le proprie consorterie sono più importanti della fede. Credo che questo sia stato l’errore, o se volete l’orrore, del post Concilio. Perché ci si è avventati su questo evento e quindi sulla realtà in cui questo evento si comunicava – un Concilio si comunica attraverso le definizioni, gli interventi, le decisioni -; ci si è avventati su questi documenti, ciascuno cercando di scorporare dalla vastità dello stesso documento quello che interessava, tacendo alcune cose, sottovalutandone altre, esasperando alcuni aspetti, addirittura modificando le citazioni bibliche in funzione della propria ideologia. Romano Amerio ha fatto uno straordinario lavoro, per cogliere, punto dopo punto, situazione dopo situazione, quelle che ha chiamato le variazioni. Non ha implicato un giudizio tassativo su queste variazioni. Alla fine di questo volume, si potrebbe dire: è una grande fenomenologia di ciò che è mutato, di ciò che sta mutando, di quanto si è lavorato perché mutasse. Ma diciamolo chiaro, alla seconda edizione di questo volume: Giovanni Paolo II e Benedetto XVI concordano in qualche modo con Amerio nel dire che il problema del Vaticano II è davanti a noi. È davanti a noi come un fatto obiettivo, che deve essere compreso oggi, che deve essere interpretato autenticamente oggi, sul quale ci si deve misurare, non per le opzioni di destra o di sinistra, ma per ciò a cui ogni evento ecclesiale deve tendere: il rinnovarsi della fede, della speranza e della carità, e quindi della missione. Ho visto e vedo questo documento come uno strumento importante per il nostro problema oggi di comunità ecclesiale. Secondo. Che cosa è stato il Concilio? Perché ciascuno ha detto del Concilio quello che ha voluto, tutto e il contrario di tutto. Io voglio ricordare quell’espressione straordinaria che ha usato Giovanni Paolo II intervenendo a quel convegno fatto per il ventennale del Concilio Vaticano, quando disse: “Abbiamo raccolto quella sfida”. La sfida consisteva nell’impegno di comprendere più intimamente, in un periodo di rapidi cambiamenti, la natura della chiesa e del suo rapporto col mondo. Il problema del Concilio non è conoscere il mondo, era maturare l’identità ecclesiale e rinnovare, a partire da questa coscienza nuova dell’identità ecclesiale, una nuova missione. E si prese anche il gusto, Giovanni Paolo II, di aggiungere: “Abbiamo raccolto quella sfida (c’ero anche io fra i padri conciliari!)”, perché qualcuno non pensasse che parlava del Concilio senza averlo patito e sofferto. “E vi abbiamo dato risposta cercando una intelligenza più coerente della fede. Ciò che abbiamo compiuto nel Concilio è stato di rendere manifesto che anche l’uomo contemporaneo, se vuol comprendere se stesso fino in fondo, ha bisogno di Gesù Cristo e della sua chiesa, la quale permane nel mondo come segno ci unità e di comunione”. Il progressismo non ha mai voluto questo, ha voluto un dialogo col mondo che ipostatizzava il mondo nelle sue tendenze, nelle sue tensioni, nelle sue lacerazioni, che qualche volta sono state addirittura riconosciute come valori ecclesiastici. Ci sono pagine straordinarie sulla variazione che c’è stata della considerazione, per esempio, dei giovani: la chiesa e i giovani, la chiesa e la vita ecclesiale, la chiesa e i seminari, la chiesa e la formazione del clero. Il progressismo voleva il mondo, non la chiesa, e la chiesa in quanto accettava di sciogliersi nel mondo. Ma per altro, il tradizionalismo non voleva Cristo, voleva una certa forma in cui la tradizione ecclesiale si era espressa in un certo momento: e quello era più importante della fede. Salvare le forme, salvare certi contenuti, salvare certi modi di rapporto fra le chiese al mondo, era più che il fatto che la Chiesa riprendesse il suo cammino verso l’uomo. Non era né da una parte né dall’altra. Era chiaro che se l’uomo di oggi vuol comprendere se stesso fino in fondo, deve riferirsi a Cristo e alla chiesa nella quale Egli rimane, che permane nel mondo come segno di unità e di comunione. Dunque, vivere e interpretare il Vaticano II oggi, riprendendo questa intuizione fondamentale, e quindi andare fino in fondo in quella logica, in quella ermeneutica di continuità secondo la grandissima intuizione della tradizione della Chiesa. Credo che, fra tutti, il più significativo in questo senso sia il beato cardinale Newman: non esiste niente di nuovo che non sia l’approfondimento e la ripresa di ciò che è dato. Giovanni Paolo II, arcivescovo di Cracovia, alla fine del Concilio promuove un sinodo sulla conoscenza ed attuazione del Concilio e lo intitola Istrumentum Laboris, scritto da lui dalla prima all’ultima parola, “riforma nella tradizione”. Questo è il compito che abbiamo. Amerio ci dà materiale per questo, ci dà una grandissima suggestione: e siccome non è un uomo di chiesa in senso stretto, siccome non è un teologo in senso stretto – come ho notato nella prefazione, in questo enorme volume ci saranno due, tre, cinque espressioni non sbagliate ma un po’ troppo vivaci – ci fa capire cosa è accaduto, quali sono i pericoli che abbiamo corso, quali sono i pericoli che corriamo adesso, qual è il modo di uscirne e di uscirne recuperando quel rapporto fra Cristo e il cuore dell’uomo in cui consiste l’evento della redenzione. Soprattutto ci fa riscoprire che la chiesa, come ci ha insegnato Giovanni Paolo II, vive nel mondo per rendere possibile ogni giorno questo incontro fra Cristo e il cuore dell’uomo. Quindi, uno strumento che può servire egregiamente a vivere il compito di oggi, avviare finalmente, dopo più di quarant’anni, una ermeneutica oggettiva, positiva, realistica dentro l’amore alla Chiesa che per noi, almeno per noi, è più forte delle nostre idee, delle nostre opzioni e anche delle nostre amicizie ecclesiastiche o sociopolitiche. È per uomini così che Iota Unum vale, è per gente che ama la chiesa più di se stessa e che perciò, se in qualche modo deve individuarne qualche limite, non lo fa perché questi limiti vanno contro le mie opinioni, ma perché questi limiti tendono a ridurre la sua capacità, la capacità della chiesa di essere realmente presente al mondo e attiva nella sua missione. Fra i molti temi che emergono con assoluta chiarezza e con una grande profeticità, c’è l’inizio della raccolta di questa documentazione immensa: non c’era Internet e non c’erano i mezzi della tecnologia moderna. Amerio si è raccolto queste frasi, questi spunti, cominciando dal 1930, quando l’unica tecnologia erano le schedine delle biblioteche e occorreva ricopiarsi a mano le citazioni interessanti. Io ho visto il suo studio qualche anno prima che morisse: un cantiere per la costruzione del Duomo di Milano era nulla in confronto a quello che si vedeva di carta, di scartoffie e quant’altro. Ci sono due temi: il primo è quello che è tornato prepotentemente di attualità, il tema di oggi: il nesso verità e carità. Amerio ha visto con chiarezza che si affermava una tendenza a sostenere la verità senza la carità: e una verità senza la carità è una ideologia, una ideologia religiosa che serve a tutte le destre ecclesiali e politiche. Perché l’ideologia religiosa, affermando di essere ideologia, entra in competizione con le ideologie del mondo e tutto sommato fa la fine che fanno tutte le ideologie di questo mondo, viene sconfitta dall’ideologia più forte. Ma ha anche capito con estrema chiarezza che una carità senza la verità diventava un buonismo, un moralismo, la consegna a noi di certi spazi che la società, soprattutto la direzione laicista ed anticattolica, non vuole più assumersi e che così noi riempiamo al suo posto, un’autentica e vera “croce rossa” della società. Prendo questa espressione dal cardinal Carlo Maria Martini, che perciò dimostra un’ampiezza e una capacità di valorizzazione ignota ai più. Il cardinal Martini, ad una assemblea della Caritas italiana a cui ero presente, dice: state attenti, perché se non informate la vostra azione alla verità diventate la Croce Rossa della società. Quando uno è in strada e succede un incidente, se sente che arriva la Croce Rossa va via tranquillo, perché qualcuno ci pensa. Verità e carità, in questo nesso inscindibile, sono il problema della nostra identità e della missione oggi. Perciò, rileggere queste pagine insieme al magistero attuale, che certamente ha una precisione, una forza, una capacità di determinazione più grande, è assumersi un compito culturale di primissimo piano. Se la nostra comunità ecclesiale perde la sinergia, la circolarità attiva fra carità e verità, umanamente parlando è finita: l’ideologia religiosa può illudersi di incidere perché ha qualche polemica. La carità senza verità può illudersi di risolvere un problema, un altro e un altro, continuamente ricattata dai problemi e continuamente giudicata dagli esiti, perché una carità di tipo mondano deve misurarsi sui problemi e deve risolverli secondo quello che vuole la mentalità dominante. Una presenza cristiana così è destinata ad essere inincidente. L’altro tema è il tema dialogo e missione. Mi dispiace per la maggior parte dei critici di Iota Unum, ma Romano Amerio, immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, denunziò che il pericolo verso il quale si camminava nel mondo ecclesiastico era la contrapposizione astratta di missione e dialogo. Cominciò allora, in certe interpretazioni postconciliari, quel dialogo che divide quasi come una lama la chiesa in capite et in membris, una divisione e contrapposizione astratta. Il problema non è missione o dialogo, è missione e dialogo, perché l’impegno effettivo della missione, come testimonianza di fronte al mondo della novità cristiana, diventa capacità di dialogo, capacità di incontro, capacità di confronto e anche capacità di giudizio, perché di fronte alla verità che è Cristo si può attenderla, si può seguirla e si può negarla. Nella misura in cui la si nega, il nostro dialogo non può non mettere in evidenza che quell’errore deve essere obiettivamente condannato. Basterebbe avere indicato con chiarezza quarant’anni fa, insieme a molte altre cose che forse non hanno tutte lo stesso valore, che forse sono un po’ diseguali, che su questi due punti la comunità cristiana, o lavora oggi in profondità, recuperando l’autentico insegnamento conciliare, oppure vive una fase che, umanamente parlando, è così grave che si fa fatica a pensare che se ne possa uscire se non a prezzo di gravissime prove. La prima e la più importante di queste prove è quella che attraversa la vita della chiesa in questi ultimi decenni, in queste ultime settimane, in queste ultime ore: si chiama, mi spiace dovervelo ricordare, martirio. Perciò siamo grati a Romano Amerio di aver indicato questi due temi, perché ci dà in mano, attraverso questa riedizione, uno strumento non da appoggiare incondizionatamente – ogni libro è datato, l’età di questo libro indica che alcune parti sarebbero completamente da riformulare -, ma uno strumento propositivo, uno strumento stimolante per la nostra responsabilità di oggi e per il domani. Vivere la nostra chiesa come un evento entro il quale l’uomo, anche di questo tempo, può incontrare il Signore Gesù Cristo, e quindi il senso profondo della sua vita. L’ultima vicenda è un breve aneddoto, ma anche questo interessante in questo mondo di populismo, di pauperismo, di difesa degli umili, eccetera, che ormai, siccome uno ha detto: parliamo dei poveri, siamo a posto. Parliamo dei poveri, così possiamo non occuparcene più, come diceva un mio quasi nonagenario parroco qualche anno fa. Parliamo dei poveri, ne parliamo così tanto che possiamo non fare più niente per loro. Romano Amerio è stato per decenni e decenni professore di storia e filosofia nell’allora prestigioso, adesso, credo, un po’ meno, liceo cantonale di Lugano, che era qualcosa di analogo all’università Cattolica, un luogo di formazione. Viveva in una villa splendida sul lago. Ormai era quasi alla fine della vita, aveva perso quasi completamente la vista: quindi, parlammo del nostro comune amico Campanella, Tommaso Campanella, che avevo imparato a leggere dai suoi scritti. A un certo punto mi disse: “Vede, professore, arrivato alla fine della mia vita, ho fatto una cosa che nessuno capirà e nessuno ricorderà, ma è il cuore profondo del modo con cui ho concepito la mia vocazione di insegnante”. Aveva aperto la sua sterminata biblioteca al servizio della comunità civile di Lugano. Da allora, tutti i laici, cattolici e non, di Lugano, ebbero a disposizione, oltre alle biblioteche cantonali civili, anche la biblioteca di Romano Amerio. Aveva fatto costruire un accesso alla villa, alla casa, che potesse essere utilizzato senza entrare nell’ambito di quella che adesso si chiama la privacy. Io non so se questo non sia uno dei più consistenti aiuti ai poveri di oggi, perché tra le più povertà più dolorose della nostra società c’è la povertà intellettuale; e lavorare perché questa povertà intellettuale finisca, è certamente di enorme importanza, anche dal puro punto di vista caritativo. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie a monsignor Negri. Si capisce che le parole che ha detto, che bene esprimono tutta l’ampiezza e importanza di questo libro, nascono da un’esperienza che ha attraversato le vicende di cui il libro tratta, e che parla qui al Meeting con una maturità, grande capacità di valorizzazione e di certezza. Grazie ancora a tutti voi. Monsignor Negri forse accetta di firmare qualche copia del libro.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

24 Agosto 2009

Ora

15:00

Edizione

2009

Luogo

eni Caffè Letterario D5