INTERGRUPPO PARLAMENTARE E IL MONDO NON PROFIT. La riforma del titolo I del Codice Civile.

Intergruppo interparlamentare e il mondo non profit

Interviene Angelino Alfano, Ministro della Giustizia. Partecipano: Luigi Bobba, Deputato al Parlamento Italiano, PD; Maurizio Lupi, Vice Presidente della Camera dei Deputati; Monica Poletto, Presidente CdO–Opere Sociali; Ermete Realacci, Deputato al Parlamento Italiano, PD; Ugo Sposetti, Deputato al Parlamento Italiano, PD; Gabriele Toccafondi, Deputato al Parlamento Italiano, PdL. Introduce Emmanuele Forlani, Coordinatore Segreteria Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà.

 

MAURIZIO LUPI:
Grazie per essere intervenuti anche stasera al tradizionale appuntamento che ormai ogni anno, da diversi anni, si svolge qui al Meeting di Rimini. Ancora una volta dobbiamo ringraziarvi, perché anche quest’anno siete così numerosi ad ascoltare. Permettetemi di salutare non solo gli amici che sono qui con noi questa sera, ma innanzitutto gli altri colleghi che sono con noi e che hanno colto l’occasione per visitare il Meeting di Rimini, per stare qualche giorno, addirittura, qualcuno, la settimana, insieme con noi, in occasione del tradizionale intervento dell’Intergruppo. Dico solo un concetto e poi lascio a Emmanuele Forlani il compito di tenere l’incontro e sviluppare l’argomento che quest’anno ci siamo posti. Emmanuele Forlani è il Coordinatore, il Segretario del nostro Intergruppo Parlamentare, ormai da diversi anni.
Venendo qui dicevo: perché ogni anno ci ritroviamo?. Qual è la ragione? Non è scontato il fatto che ogni anno siamo qui con gli stessi amici, anzi, che ogni anno gli amici aumentino, sia dal punto di vista dei Parlamentari che lavorano con noi, sia da coloro che guardano con attenzione al lavoro dell’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà. Ogni anno, nonostante tutto quello che accade nella politica e nel Parlamento italiano. Noi abbiamo sempre creduto – lo dico a nome di tutti gli amici dell’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà – che comunque vada, qualunque cosa accada, in Parlamento e nella politica ci sia bisogno di segni e testimonianze positive. Perché si può parlare solo a un positivo, per guardare al futuro e alla speranza di un Paese, ma anche alla propria vita. E quello che vogliamo senza nessuna presunzione, partendo da quello che siamo e anche dalle nostre diversità, è proprio testimoniare che la politica, nella passione, nelle differenze, nelle discussioni, a volte anche accese, è comunque un positivo per la nostra società.
Una cosa buona, una cosa utile, quella grande cosa che ci aiuta tutti a ricordare una parola che si chiama bene comune e lo scopo della politica, che è servire il bene comune: questa è la ragione per cui continuiamo a stare insieme e continuiamo a farlo, ovviamente non in astratto, ma su punti concreti. Perché, facendo i Parlamentari, ovviamente siamo chiamati a fare Leggi, ad approvarle, a segnare e a dettare il cambiamento della nostra società attraverso le leggi che facciamo. Quest’anno, una legge che avevamo presentato lo scorso anno è stata approvata da un ramo del Parlamento, e adesso è al Senato: abbiamo un lungo lavoro, una lunga discussione in essere, lo dico agli amici parlamentari, non con il Parlamento, ma con il nostro amico Giulio Tremonti, nel senso che al Senato c’è il Disegno di Legge, addirittura in legislativa, sulla stabilizzazione del 5×1000. Tutti i Gruppi parlamentari concordano, abbiamo la necessità di avere la copertura finanziaria per il 5×1000, che è stata un po’ la battaglia dell’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà. Ci sono tanti amici Parlamentari, qui, permettetemi solo di salutare comunque, non un amico Parlamentare ma un Presidente di Regione, l’amico Chiodi, il Presidente della Regione Abruzzo, a nome di tutti. Ha una responsabilità grande e noi gli siamo tutti vicini, doveva essere presente all’incontro anche Enrico Letta, leggo un messaggio che mi ha mandato.
“Caro Maurizio, bloccato a casa da qualche giorno da una fastidiosa bronchite, voglio scusarmi con te e con i partecipanti al tradizionale dibattito dell’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà, all’interno del Meeting. Sai quanto credo a questo fondamentale luogo di dibattito e di elaborazione libera, che in anni difficili ci ha aiutato ad una corretta dialettica politica, ha consentito insperate convergenze e risultati legislativi fondamentali, a partire dalla vicenda del 5×1000 e del Disegno di Legge Controesodo. Oggi siamo impegnati come Intergruppo su molti fronti: uno di questi, la riforma del Codice Civile per la parte che riguarda l’associazionismo e il terzo settore, può trovare rapidamente, dopo tanti tentativi, l’ultimo dei quali nella Legislatura 2006-2008, attraverso la Commissione Pinza, una soluzione definitiva. La volontà del ministro Alfano – permettetemi di fargli un caloroso applauso e un ringraziamento, è qui da questa mattina, ha fatto un incontro, ovviamente importante, sulla giustizia, si è fermato con noi, ha visitato il Meeting e adesso è qui per l’incontro di stasera con gli altri amici dell’Intergruppo – spinge in questa direzione e darebbe un passo storico, atteso da centinaia di migliaia di italiani che operano nel campo della Sussidiarietà, parola che definisce meglio del non profit questo vasto campo di impegno sociale e politico. È uno dei tanti motivi che, a mio avviso, sconsigliano rotture istituzionali e interruzione della legislatura in questo momento. E sono convinto che l’impegno dell’Intergruppo sarà determinante per il raggiungimento anche di questo fondamentale obiettivo nel nome della Sussidiarietà. Grazie e buon lavoro. Enrico Letta”.
L’altro amico – e poi concludo – che doveva essere qui è Maurizio Gasparri: anche lui mi ha chiesto di salutarvi. Il Capogruppo del Pdl al Senato prosegue il suo impegno attivo nel lavoro con l’Intergruppo: ma avete visto che cosa è accaduto in queste settimane, per quanto riguarda in particolare i Capigruppo di Camera e Senato, riguardo alla situazione politica di cui abbiamo parlato in altre sedi e non parliamo qui. Anche lui non c’è. Concludo lasciando a Emmanuele Forlani il compito di dirigere e coordinare questo incontro. Permettetemi solo di salutare un amico carissimo, sua Eccellenza Mons. Pennisi, un Vescovo siciliano, quindi della terra di Angelino Alfano, anche lui amico dell’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà. Ci siamo trovati a Palermo a parlare, ti vogliono vedere, Eccellenza: facciamogli un grande applauso. Ecco, Emmanuele, a te la parola.

EMMANUELE FORLANI:
Grazie, come diceva il Presidente Lupi, abbiamo scelto quest’anno di affrontare un tema non improvvisato per i lavori dell’Intergruppo, che è il tema, appunto, della Riforma del Codice Civile. L’Intergruppo, come sapete, esiste sin dal 2003, il Ministro Alfano ne fa parte fin dalla costituzione, quindi non è la prima volta che discute, all’interno dell’Intergruppo, sul tema del non profit: in questi anni, le riflessioni e le proposte sono state molteplici. Ma in questi due anni di legislatura, si è potuti arrivare anche a presentare alcune proposte di legge, attorno al non profit, oltre al 5×1000 già citato dal Presidente Lupi. Vi è una proposta di legge, nata in una occasione molto interessante all’interno del Meeting di Rimini che ha permesso di scoprire l’esperienza del lavoro nelle carceri, e una proposta invece per favorire il lavoro disabile nelle cooperative.
Accanto a queste iniziative, nel corso di questi anni, anche con le Fondazioni – che saluto e ringrazio – che hanno portato avanti il lavoro, è nata una riflessione approfondita sul tema fiscale del non profit, sulla definizione di ente non commerciale. Insomma, sono stati messi in cantiere numerosi approfondimenti che hanno portato ad affrontare il tema del Codice Civile, come la matrice di tutta la riflessione sul non profit. Il Libro Primo del Codice Civile, che affronta il tema associazioni e fondazioni, è fondamentale come punto di discussione, proprio perché dal 1942 è il Codice che forse, oggi, varrebbe la pena di aggiornare, alla luce della realtà delle associazioni e delle fondazioni. Ed è anche per questo che abbiamo chiesto a Monica Poletto, Presidente della Compagnia delle Opere Sociali, che in questi anni già tanto ha lavorato, anche con l’Intergruppo, portando spunti ed esperienze, di introdurre subito dopo l’intervento del Ministro Alfano, anche i punti salienti del lavoro portato avanti in questi anni. Procederemo, anche per l’ora, in un unico giro di tavolo, lasciando poi, se vorrà, l’ultima parola al Ministro Alfano per le conclusioni. Do a lui la parola, ringraziando ancora tutti gli intervenuti a questa serata.

ANGELINO ALFANO:
Grazie, Emmanuele, io vorrei preliminarmente fare una considerazione di natura personale. Accanto a Maurizio Lupi, che dell’intergruppo per la Sussidiarietà fu il promotore e il protagonista, fui tra i fondatori, nel 2001, da giovane Parlamentare di maggioranza: c’erano Ermete Realacci, Enrico Letta. Nel 2006 abbiamo continuato a lavorare tutti insieme, e io ero come Maurizio Parlamentare di opposizione. Oggi, trovarmi qui da Ministro della Giustizia, a proporre una Legge di riforma sulla Sussidiarietà, mi riempie di orgoglio ma soprattutto dà senso a ciò che si fa. E l’idea che ci sia una strada che tu compi e che poi, per i percorsi imperscrutabili della vita – che chi ci crede assegna alla Provvidenza – ti trovi anche ad avere una responsabilità più grande di quella che avevi pensato, proprio nel campo in cui ti eri prefisso di essere utile, nella fattispecie, quello della Sussidiarietà. E sono convinto che l’incontro di oggi, a differenza di altri anni che hanno avuto carattere di approfondimento, abbia un valore costitutivo, perché probabilmente questa sera possiamo siglare un patto tra esponenti di Governo e forze politiche di maggioranza e opposizione, per riformare il settore del non profit e dare per la prima volta al nostro Paese una legge sulla Sussidiarietà.
Lo stimolo a proporre una legge di riordino del settore, nasce dentro di me, in primo luogo, da una accezione semantica, da un emendamento semantico, convinto come sono che le parole abbiano un senso e che questo senso vada compreso fino in fondo, se si vuole contribuire a far sì che le cose cambino, anche attraverso le parole. La lunga premessa per dire che non mi piacciono le espressioni terzo settore e non profit, e che non ci sono altre definizioni. L’espressione terzo settore – tenete conto che la dottrina scientifica e la pubblicistica anche moderna così chiamano l’oggetto di cui ci stiamo occupando – non mi piace perché è ultimo in classifica, ed è terzo, dopo il pubblico, che è il primo, e il privato che è il secondo. Non capisco perché ciò che non è né pubblico né privato, ma che nasce dall’amore, dal volontariato, dalla voglia di darsi, debba essere terzo ed ultimo rispetto al pubblico e al privato.
E l’altro argomento, per cui non mi piace il non profit, è che non mi piacciono le definizione negative, cioè che si nutrono dell’alternatività non positiva rispetto a qualcos’altro. Quindi, positivo è il profit, l’esistente è il profit, ciò che si determina in termini di riconoscibilità è l’attività fatta per profitto a fini di lucro, lecito, ovviamente. Tutto ciò che non è fatto per profitto, non ha un nome che esprima la sua radice, non ha una denominazione, una definizione che ne esprima la sostanza, ma è qualificato in negativo, per parametro negativo, appunto, rispetto all’alternativa che è il profitto. No, io sono convinto che tutto ciò che nel nostro Paese è espresso da quelle decine e centinaia di associazioni di volontariato, tutto ciò che manda avanti il nostro Paese, che probabilmente, in tante circostanze, non è il pubblico e neanche chi lo fa per profitto, neanche il privato, sia esattamente quella grande famiglia – la chiamo così, scusatemi l’espressione un po’ impropria – composta da milioni di italiani che credono si possa servire l’altro e gratificare se stessi, che credono che si possa dare il meglio di sé e inverare quel desiderio di bene che ciascuno ha dentro, senza guadagnarci ma solo per amore.
Ecco, questo è ciò che manda avanti l’Italia, e che ha avuto finora una capacità di andare più in là rispetto alle definizioni giuridiche che sorreggono il fenomeno. Per essere molto concreti, nel 1942 il legislatore che produsse il Codice Civile scrisse una trentina di articoli tesi a definire il fenomeno delle associazioni, delle Fondazioni, dei comitati: ed era uno sforzo che, in una qualche misura, fu antesignano e quindi ammirevole, pregevole, perché il 1942 è data precedente all’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana, che riconobbe il valore delle formazioni sociali, delle associazioni, come espressione della personalità umana, che va riconosciuta e valorizzata. Però ebbe un imprinting: era il tempo, assolutamente noto, del Ventennio, sebbene declinante, tutto tendeva ad una centralità dell’Ente Pubblico che, in una qualche misura, dava la possibilità alle associazioni di nascere, ai fermenti sociali di essere riconosciuti dall’Ente Pubblico, ecco il ruolo preponderante delle Prefetture. Non vi era una logica di libertà ma di riconoscimento: io Stato, io Governo, riconosco a te, nella singola fattispecie, il diritto a costituire l’associazione. Non c’era quell’alito di libertà che poi ha sorretto in buona parte la nostra Costituzione negli articoli che si occupano delle libertà associative e delle formazioni sociali. Alla fine di quegli anni, difficili e delicati, si produsse un Codice Civile che riconobbe queste associazioni.
Che cosa ci troviamo a constatare oggi, a 68 anni dall’entrata in vigore di quel Codice Civile? Ci troviamo a constatare che il fermento sociale, la voglia di aggregazione, la capacità di intrapresa di tutti coloro che realizzano se stessi, non per profitto e neanche perché un Ente Pubblico li assume, ma prendendo la forma di associazioni di volontariato, di meccanismi cooperativi, di organizzazioni nate sotto forma di comitati o di Fondazioni, tutto ciò è molto più avanti della strumentazione giuridica che lo regola. Cioè, la realtà, la società è andata molto più in là rispetto a ciò che le norme giuridiche prevedono. E allora, quale deve essere il nostro sforzo? Non più di riconoscere, ma di agevolare attraverso una strumentazione giuridica moderna, attraverso un intervento del Legislatore che non è fatto per dare regole, ma per togliere lacci e lacciuoli, di esaltare, attraverso una nuova strumentazione giuridica, ciò che dalla società si esprime. E cosa esprime la società? Il bisogno di un qualcosa che vada oltre lo Stato e oltre il mercato, e che questo oltre non sia qualificato come terzo, soprattutto nella logica di una sussidiarietà orizzontale, che non è il rapporto gerarchico tra Europa, Italia, Regioni, Province, Comuni, ma quella sussidiarietà orizzontale che informa di sé tutte le organizzazioni sociali, laddove chi si mette insieme crea un’associazione o un’organizzazione di volontariato per fare un servizio a minor costo e con miglior pregio rispetto a ciò che può fare l’Ente Pubblico.
Tutto ciò non merita di essere lasciato con una strumentazione giuridica frenante, ma va adeguata una strumentazione giuridica che deve essere accelerante, un’istanza sociale che nasce a prescindere dallo Stato: perché non c’è nessuno che impone a questi ragazzi qua fuori, quelli con la maglietta rossa del Meeting, di mettersi insieme per fare un’associazione e dare il loro contributo. E’ tutta passione, è tutta volontà di servire, è tutto amore per l’altro, che non ha un precetto dietro ma un’istanza interiore. Ecco, non sto a dilungarmi nelle tecnicalità, dico solo, in conclusione, che la bussola è dare maggiore libertà, togliere i freni, eliminare lacci e lacciuoli, dare respiro e liberare le energie vive della società. E siccome la proposta viene dal Ministro della Giustizia, sarei lieto che si abbinasse un po’ alla parola giustizia, nel senso che si abbinasse ad un’idea per cui, anche nel nostro Paese, una scelta di questo genere si possa fare insieme, nella logica e nell’idea più bella dell’insieme, senza qualcuno che appunti una spilla sul proprio petto per menarne vanto. Ma tutti insieme a questo tavolo, in linee orizzontali, esattamente come la Sussidiarietà, a portare avanti un qualche cosa che serve al Paese e dà la misura che si possa fare politica senza servirsi della gente, senza servirsi degli italiani, ma servendo gli italiani. Grazie.

EMMANUELE FORLANI:
Grazie al Ministro Alfano, al quale poi alla fine daremo la parola per una conclusione, anche rispetto alle osservazioni e agli interventi che seguiranno. Il primo di questi è, come accennavo prima, di Monica Poletto, Presidente della Compagnia delle Opere Sociali, alla quale abbiamo chiesto di aiutarci ad entrare ancora più in profondità in questo tema, anche alla luce degli spunti finali del Ministro Alfano: dare maggiore libertà, togliere i freni. Una prospettiva ben chiara, rispetto a dove vuole andare la Riforma del Codice Civile. Monica Poletto.

MONICA POLETTO:
Grazie, potrei dire solo che sono d’accorto su tutto, ma sembra brutto. Allora cerco di approfondire un po’. Innanzi tutto mi permetto una premessa anche io. Ringrazio veramente tanto l’Intergruppo per la Sussidiarietà, perché io rappresento una parte sociale, un’associazione che al suo interno ha tantissime realtà, in qualche modo interessate alla riforma. E mi ha sempre colpito il fatto che ci sia la possibilità di un rapporto non ideologico con loro. Tutte le volte che abbiamo provato a lavorare insieme, le cose sono nate da un’osservazione appassionata di fatti: e veramente i fatti mettono insieme e diversi punti di vista sono in realtà una tensione a fare emergere più fattori possibili. Perché, se una cosa è grande e bella e una legge non la fa esistere, non è una legge di destra o di sinistra, è una legge sbagliata: e il fatto di poter fare con loro questo tipo di lavoro, anche di approfondimento, perché le situazioni sono difficili, complesse, é difficilissimo fare una legge che tenga conto di tutto, è importante. Penso che la nostra funzione, il ruolo della società civile, sia il più possibile fare emergere fatti e farli arrivare alla loro vista. Così come la loro funzione deve essere, il più possibile, volerli guardare. Devo dire che con loro questo lavoro è stato possibile, in molti casi appassionante, per cui innanzi tutto li ringrazio.
Stavo dicendo che intervengo come Presidente di CdO Opere Sociali, cioè una realtà che ha al suo interno tantissimi enti estremamente variegati. Dico questo, perché il primo dato di cui bisogna tenere conto per riformare, è che ci sia uno sguardo appassionato, attento e desideroso di cogliere tutti i fattori, perché di fattori ce ne sono veramente tantissimi. Mi sono accorta, nella mia associazione, che è significativa ma tutto sommato non enorme, che ho di tutto: l’associazione piccolissima che nasce nel quartiere, la Fondazione importantissima che possiede tanti immobili, la cooperativa sociale che fa lavorare i ragazzi con problemi psichici, quelli che fanno lavorare ex-tossicodipendenti, enti assistenziali. C’è un mondo ricchissimo, perché nasce dalla libertà. Questo mondo è importante: che legge grande deve essere una legge che non lo mortifica in alcun modo!
La prima cosa che mi sento di dire, allora – davanti a una platea di politici, essendo l’unica che fa altro – sono i fatti e cosa serva. A mio avviso, servono conoscenza e stima del fenomeno: è una prima caratteristica che mi sembra importantissima, perché il mondo del non profit ha molte sfaccettature, moltissime forme giuridiche. E all’interno delle forme giuridiche, da Codice Civile – associazioni, Fondazioni e comitati, in un certo senso, la cooperativa, almeno per quanto attiene la cooperazione sociale – esistono tantissime leggi speciali. Abbiamo, tante di quelle sigle: le onlus, le associazioni di promozione sociale, di volontariato, di cooperazione sociale, le ong, le associazioni sportive dilettantistiche, ne abbiamo tantissime che descrivono tipi, attività o modalità con cui l’attività è svolta. Poi ci sono le dimensioni, dalla piccolissima alla grandissima, attività di tutti i tipi: ditemi quali attività non vengono svolte. Forse non facciamo bulloni, ma non è vero perché poi, alla fine, ci sono le cooperative sociali che fanno anche i bulloni, per cui c’è di tutto, dentro.
E anche se evidentemente parlo di cooperative, per dire qualcosa che afferisce al nostro mondo – ma la riforma della cooperazione l’abbiamo fatta, e tutto sommato bene, perciò quella è andata -, svolgono attività senza rapporti con l’Ente Pubblico o addirittura intervenendo ed essendo parte integrante della rete dei servizi pubblici territoriali. Un fenomeno che ha tutta questa complessità, in tutta questa complessità ha dimostrato una cosa che tutto hanno dovuto riconoscere: in un momento di crisi, il tessuto sociale italiano ha tenuto. C’è chi ha dato da mangiare ai poveri, c’è chi ha fatto delle reti sociali per cercare di trovare loro lavoro: il tessuto sociale ha tenuto, e in un momento di estrema difficoltà, perché a furia di essere considerati dei sub-fornitori a basso costo dell’Ente Pubblico, abbiamo pagato più di chiunque altro i ritardi di pagamento, abbiamo pagato più di chiunque altro il non rinnovo delle convenzioni, e una certa arbitrarietà di molti funzionari pubblici nel trattare con noi. Altra cosa, che dico senza polemica ma per passione, giustamente sottolineata anche dal Ministro: la legislazione è vecchia, ma è vecchia anche perché è un mondo creativo. Un mondo così creativo ha anche un ruolo di vedetta, si è sempre un po’ più avanti, per cui ogni tanto dobbiamo fare degli artifici pazzeschi per riuscire a far rientrare, in leggi che esistono, cose che sono bellissime ma che non sono definite compiutamente nell’impianto normativo.
Posso fare tanti esempi, perché non abbiamo solo il Codice Civile, abbiamo anche tutte le leggi speciali, poi abbiamo i regolamenti per l’aggiudicazione dei sevizi, i sottoregolamenti degli enti finanziatori: chiunque parla di enti non profit in qualche modo si lega sempre alla attività svolta. Abbiamo casi di realtà estremamente complesse, che hanno una Fondazione per comprare l’immobile, perché certi enti erogatori, se non hai la Fondazione, non te lo finanziano; la cooperativa di lavoro che fa lavorare i ragazzi seguiti dall’ente; l’organizzazione di volontariato, perché se hai volontari, devi avere l’organizzazione di volontariato, per assicurarli, se fai attività sportiva, devi avere l’associazione sportiva perché se no non te li assicurano, non ti fanno partecipare ai tornei. Poi devi avere la cooperativa sociale di tipo A per andare a scuola, e normalmente sono gli stessi ragazzi, gli stessi operatori, che sono seguiti, proprio perché c’è una disfunzione all’origine. Sembra che l’unico che possa prendersi in carico completamente la persona sia l’Ente Pubblico e che io possa intervenire solo su un settore.
E’ una cosa che, quando le realtà crescono, mette molto in difficoltà, per cui sono entusiasta che si faccia una riforma, e sono preoccupata. E’ importantissimo che prevalga questo tipo di osservazione, perché ci sono tantissime teorie sul fenomeno del non profit, anche il Ministro è uno studioso: dobbiamo stare attenti a non mutuare cose che non appartengono alla nostra storia. Per esempio, una prima bozza di Codice Civile di una passata legislatura aveva il primo articolo – lo dico senza volontà di polemica – che distingueva gli enti cosiddetti mutual e gli enti cosiddetti public, una cosa corretta. E diceva le associazioni che operano per fini interni non avevano controlli, mentre le associazioni che in qualche modo operano per la collettività avevano tutti i controlli del mondo, indipendentemente dalle dimensioni. Eri un’associazione che rivestiva un ruolo di pubblica utilità se nel tuo Statuto prevedevi di ricevere contributi pubblici – voglio vedere chi è quel cretino che non lo prevede -, avevi attività di volontari o in qualche modo ricevevi denaro da terzi. Il fatto stesso di rendersi conto che uno era un insieme pieno e uno era un insieme vuoto ha reso necessaria una certa quantità di discussioni.
Allora, è evidente che chi ha scritto questo testo, mutuato da una tradizione giuridica che non è la nostra, non ha mai incontrato le nostre realtà, che normalmente si avvalgono di volontariato, prendono il contributo della Circoscrizione, vendono fette di torta nelle Parrocchie, fino ad arrivare a cose molto più grandi. Ultima cosa che dico: c’è la leggenda metropolitana che gli enti non profit siano quelli che non hanno controlli. Una volta ci siamo messi a fare i conti di tutti quelli che ci controllano, e ci è preso male. Questa è una leggenda metropolitana, perché non è vero, li si vede slegati da ciò che effettivamente fanno, al di là dei controlli che ci sono nel momento in cui si ricevono finanziamenti pubblici: è corretto che io renda conto, ma a chi? A chi mi dà i soldi, innanzitutto. Se ricevo un contributi dalla Regione per fare una certa cosa, la Regione deve controllare che io l’abbia fatta.
Però noi siamo soggetti a tantissimi controlli, soprattutto di carattere formale, e soprattutto controlli ex ante. Il controllo ex ante è supremamente deresponsabilizzante, soprattutto da parte di chi controlla: hai compilato giusta la scheda e vai. E soprattutto, è un controllo che non funziona: sempre di più noi sentiamo la necessità di controlli ex post, cioè controlli sulla reale efficacia dell’azione svolta. Mi ha colpito il Ministro Sacconi, che è stato qui lunedì e ha fatto una sottolineatura che non avevo mai pensato. Mi ha colpito perché l’ho trovata vera: una percezione di antropologia positiva, cioè il fatto che io mi fido di te, chiama il controllo ex post, fai, poi io vengo a vedere se hai fatto bene. Peraltro, saremmo entusiasti di essere controllati, ma fateci controlli di qualità, per favore, facciamoli anche agli enti pubblici e vediamo chi vince! Cosa si chiede al Codice Civile? Che faccia il suo mestiere, cioè faccia il Codice Civile, che non può fare tutto. Io sono affezionata al Codice Civile del 1942, perché ha avuto un enorme pregio: la semplicità. Evidentemente, è tempo di ritoccarlo un po’, perché in alcuni punti non è adeguato a descrivere gli enti senza scopo di lucro.
Però, resti Codice Civile e disciplini il soggetto, non le attività. Ad esempio, evidentemente ci si deve aggiornare sulla previsione dell’attività d’impresa, ormai le realtà più strutturate svolgono attività d’impresa secondo la definizione di imprenditore, cioè attività economica finalizzata alla produzione e allo scambio di beni e servizi: scuole, ospedali, enti assistenziali. Il non profit strutturato svolge attività d’impresa, seppure ribadendo e brandendo la non lucratività di tale attività. È altresì molto importante uniformare e semplificare il procedimento di ottenimento della personalità giuridica che, dopo la Riforma del 2000, ha ancora tanto un carattere concessorio. Comunque, si deve un po’ sempre andare a pregare in Prefettura o in Regione, senza capire bene che cosa sia questo patrimonio adeguato allo scopo. E’ estremamente importante oggettivare questo punto – perché il patrimonio -, chiarendo anche quale sia lo scopo di questo patrimonio, che a questo punto sarà una garanzia nei confronti di terzi, esattamente come nelle società. Saranno poi le nuove norme agevolative o di settore, giustamente, a introdurre tutte le agevolazioni e i conseguenti obblighi o controlli legati alle attività svolte. Aggiungo solo che la legislazione sul non profit sembra un po’ i quartieri spagnoli napoletani, ognuno ne aggiunge un pezzo. E senza ombra di dubbio, il Codice Civile è il fondamento, per cui se partiamo da lì per riformarlo, siamo tutti molto contenti. Buon lavoro!

EMMANUELE FORLANI:
Tutti i relatori di questa sera, oltre ad essere parte, promotori dell’Intergruppo, hanno anche la caratteristica di conoscere a fondo il tema di cui stiamo parlando. Il primo ad intervenire è l’Onorevole Ugo Sposetti, ospite già in diverse occasioni del Meeting, che ha una profonda conoscenza del settore e una profonda esperienza a riguardo. Le lascio la parola.

UGO SPOSETTI:
Io vi ringrazio naturalmente per l’invito. Sapete che ho sempre seguito il Meeting: da osservatore, venivo a studiare come riuscite a fare questa bellissima manifestazione. Poi ho avuto la fortuna di incontrare, ritornato in Parlamento, Maurizio ed altri amici e lavorare con loro. Noi abbiamo ascoltato questa sera il Ministro Alfano, e lo dobbiamo ringraziare perché i miei uffici hanno iniziato a lavorare dopo che una Commissione aveva lavorato nella passata legislatura. Anche questa, non so quanto durerà, quella durò soltanto due anni, e la Commissione produsse un canovaccio che non abbiamo finito. Oggi, all’Intergruppo per la Sussidiarietà, grazie alla sua amabilità, cortesia e, lasciatemelo dire, intelligenza, il Ministro Alfano è venuto a prospettarci con i suoi collaboratori un test. Questi articoli del Codice Civile sono stati scritti nel 1942. Dopo il ’42, nel ’47, c’è stata la Costituzione.
Io mi sono sempre domandato perché la Costituzione abbia citato in 5 articoli la materia che abbiamo di fronte. Sapete che io ho svolto e svolgo il lavoro di curare le risorse e i beni di un partito adesso in chiusura, ma i partiti non hanno riconoscimento giuridico perché l’articolo 49 non è mai stato attuato.
Allora, io dico al Ministro: noi siamo qui per aiutare il tuo lavoro, facciamo una cosa semplice, di quanti articoli? Un articolo che è solido è l’art. 2, ma non andiamo oltre perché in Parlamento ci infogniamo, perché in Parlamento ognuno ci vuole mettere il suo, perché ognuno di noi è portatore di un interesse. Facciamo una cosa semplice, applichiamo la Costituzione. Io non ho mai capito perché, se vado davanti al notaio e costituisco un’associazione o una Fondazione, una Fondazione non abbia carattere giuridico, finché il Prefetto, quindi il Governo, non si pronunci se sia o meno su carattere nazionale, la Presidenza della Regione se sia su carattere regionale. Rimango associazione ma ho lo Statuto, il Collegio Sindacale, ho tutte le prerogative: il giorno dopo il riconoscimento, una Fondazione entra nell’elenco, nel registro, e ha riconoscimento giuridico. Io ritengo – forse ingenuamente – che nel momento in cui noi, con 100 persone o le 500 che sono in questa sala, decidiamo di fare una certa attività, dovremmo essere riconosciuti e ci dovrebbe venire tolto il riconoscimento se andiamo contro la norma, e la norma sono le leggi vigenti e la Costituzione.
Io non oserei dire la prassi, come ha detto qui ieri il Presidente di Confindustria: “Ma ci sono le leggi e la prassi”. La prassi lasciamola a casa. Se opero all’interno delle leggi, Ministro, ho il riconoscimento giuridico. Mi è capitato un libricino che ho letto in questi ultimi giorni, Santi Romano, non conoscevo l’esistenza di questo illustre giurista. Nel 1918, scrivendo l’Ordinamento Giudiziario, Santi Romano ha spiegato che il principio fondamentale della democrazia sta proprio nell’esistenza di entità intermedie, cioè le associazioni fra cittadini. Questa è la democrazia, e questo hanno scritto i padri della Costituzione, quando hanno ragionato sugli articoli. Ministro, faccio un’altra proposta che ho preparato e che sottoporrò agli amici dell’Intergruppo per la Sussidiarietà, per l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione. Devo preparare solo le prime tre cartelle, la parte più politica, il resto è pronto.
Quello che spaventa del riconoscimento giuridico dei partiti, è la democrazia interna: ma può spaventare la democrazia all’interno di un’associazione di volontari? Quando mi sento fare quest’osservazione, mi vengono i capelli bianchi. Perché devo avere preoccupazione per la democrazia all’interno di questa cosa? Allora, Ministro, il sostegno è pieno, pochi articoli, pochi comma nei quali nessuno si possa inserire. E poi, Maurizio Lupi, tu che in quest’ultimo periodo sei stato dentro il disastro di questo Paese: qualche cosa ci è successo e tu sei stato bravissimo. Questa è una legge, Alfano, che non costa, ma se voi decidete che, per fare la modifica del Codice Civile, bisogna chiedere il concerto del Ministro dell’Economia, del Ministro dello Sviluppo, del Ministro del Lavoro e del Ministro della Semplificazione, 5 o 6 Ministri, non so cosa viene fuori. Ieri sera, io l’ho seguita in televisione, quindi so tutto delle cose e stimo il Ministro.
Io lo stimo. Ora lui tiene bloccata una legge che pure è frutto di queste assemblee, il 5 per mille: quella legge costa quattro baiocchi rispetto a tutto quello che è stato fatto in questi mesi. Insomma, caro Ministro, io non se stasera ci sia Maurizio Gasparri, ma non ha chiesto prima il permesso a Gasparri, per citare Berlinguer, perché Gasparri azzanna subito, quando si cita un avo del mio partito: sì, penso che gli abbia chiesto il permesso. Comunque, al di là delle battute, io dico al Ministro: dai i soldi che sono necessari per approvare il 5 per mille, altrimenti queste platee, tutti noi, possiamo venire a dirvi che abbiamo fatto, ma la norma non c’è. Ma questo è il popolo italiano! La solidarietà sta dentro il popolo italiano. Il popolo italiano è come Lupi: quando è in difficoltà, è forte. E allora diamo la possibilità, perché è così, la storia di questo Paese: nei momenti di difficoltà, questo Paese si ritrova. E noi vogliamo essere in sintonia con questo Paese, che non solo ha scritto la Costituzione, non solo fa queste cose egregie che tutti conosciamo, ma noi gli dobbiamo la serenità, perché se no, Ministro, siamo ancora al 1942, dove tutti devono controllare tutto e poi non si capisce perché, che cosa conoscono di questo mondo: o lo si conosce oppure non si può intervenire. Voglio finire perché, nel libro con cui mi avete omaggiato, c’è l’inizio di una frase che don Giussani ripeteva spesso a voi: “Tutto quello che ho detto l’ho imparato”. Ma questa è una cosa bellissima: noi dobbiamo fare in modo che, nel lavoro che facciamo in Parlamento, riusciamo a trasferire tutto quello che abbiamo imparato nella vita.

EMMANUELE FORLANI:
L’Onorevole Luigi Bobba è stato anche Presidente delle ACLI. Presente in diverse occasioni al Meeting, oggi è tra più attivi all’interno dell’Intergruppo, ha un’esperienza molto profonda, è un estremo conoscitore di questo mondo. A lui la parola.

LUIGI BOBBA:
Grazie. Sono passati circa vent’anni da quando il professor Pietro Rescigno, un autorevole giurista che sicuramente il Ministro conosce, anche meglio di me, cominciò ad affrontare questa tematica sulla quale il Ministro oggi ha presentato questa proposta: la tematica della riforma del Codice Civile, per quanto riguarda quelle persone giuridiche non profit, per ora chiamiamole così, non avendo nel frattempo nessuna definizione più convincente. Eppure, in questi 20 anni sono successe molte cose. Prima di tutto, come ricordava Monica Poletto, c’è stata una proliferazione di legislazione settoriale, di volontariato: la cooperazione, lo sport, le ong, ecc., fino ad arrivare a una specie di mostruosità giuridica che non si è conclusa in Parlamento. Il tema era fare una legge che desse personalità, figura giuridica alle comunità giovanili: inseguendo questa linea, non so dove arriviamo. Secondo elemento successo in questi 20 anni: in assenza di una riforma civilistica, chi l’ha fatta da padrone è stata la legislazione fiscale, con tutto quello che ne consegue. Monica l’ha detto, ha denunciato con assoluta chiarezza l’assenza di una riforma, quindi di una modernità della legislazione civilistica. La parte fiscale ha funzionato un po’ come un buco nero, ha attratto tutto e alla fine si è arrivati perfino a definire una forma pseudogiuridica come le onlus, che sono una figura meramente fiscale.
Cioè, il fisco è diventato quasi il tutto del rapporto con il mondo non profit, fino ad arrivare alle assurdità per cui, magari, qualche Presidente di qualche vostra associazione, di qualche circolo, di qualche realtà, si trova in casa i finanzieri, i carabinieri e non sa bene cosa rispondere, perché in fondo la motivazione per cui fa quella attività non è che conosce tutte le leggi fiscali di questo Paese, ma perché ha un’intenzione positiva nel creare un’opera che ha un significato per la comunità. E quindi, il fisco ha teso ad assorbire quasi tutto, diventando il vero dominus del campo non profit. Il terzo aspetto è che, soprattutto in questo ultimo decennio, si è sviluppata una forma giuridica che in Italia non aveva conosciuto finora molto successo, quella delle Fondazioni. Era rimasta in gran parte marginale, e nell’ultimo decennio è cresciuta anche in termini di numeri. Ora, a fronte di questi tre fatti, abbiamo una situazione paradossale, come spesso capita nel nostro Paese: da un lato, abbiamo riformato la Legge Costituzionale. Voglio ricordarlo con simpatia, essendo stato insieme a voi, con molti della Compagnia delle Opere, costruttori di un articolo che poi ha trovato sede nell’Articolo 118 della nostra Carta Costituzionale, quando si raccolsero un milione di firme consegnate poi ai Presidenti della Camera e del Senato, proprio per introdurre il principio di sussidiarietà nella Costituzione.
Rileggiamolo un attimo, quel passaggio, perché è un cambiamento in un certo senso epocale dal punto di vista costituzionale. L’Art.118, almeno in quella parte che ci interessa, recita “che lo Stato, le Regioni le Città Metropolitane, Province e Comuni, cioè quindi tutta l’organizzazione statuale, favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini singoli e associati per lo svolgimento di attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà”. Certo, è un articolo che ci dà, in qualche modo, il via ad affrontare il tema della sussidiarietà sulla base di due principi essenziali: il principio di libertà e il principio di autonomia delle singole persone, dei singoli o delle realtà associate, nel produrre interesse generale, bene comune. È interessate notare come, un paio d’anni dopo, la Corte Costituzionale, nella Sentenza n. 300, si sia spinta perfino un po’ più in là. Dice la Corte, interpretando questo Art. 118, che “l’articolo stesso disegna un nuovo sistema di rapporti tra pubblico e privato, dando rilievo di principio costituzionale ad un modello organizzativo in cui lo sviluppo della società civile in cui si articola l’organizzazione delle libertà sociali, dà il diritto di interpretare i bisogni collettivi emergenti del sociale e di impegnarsi direttamente per la loro realizzazione”. Capite che, come dire, la stella polare l’abbiamo molto chiara. Il fatto che non si sia ancora giunti a ridefinire un sistema di legge civilistica, basato su un principio di controllo e su un regime di tipo concessorio, è in qualche modo un grosso limite, oggi, ad uno sviluppo chiaro, semplice e ordinato.
Anch’io sono con Sposetti, un po’ più a Nord, semplice e chiaro: spesso le organizzazioni sociali non profit invocano più che altro che lo Stato non metta i bastoni tra le ruote, non faccia norme troppo complicate, oscure, che alla fin fine, invece che favorire, come dice l’Articolo della Costituzione, ostacolano di fatto lo sviluppo di questo insieme di attività che sono una forma di espressione della libertà. Perché non dobbiamo mai dimenticare che alla fine, dietro a questo mondo, c’è quell’Articolo 2 che veniva richiamato da Sposetti, che dice che la personalità dei singoli, cioè lo sviluppo di ciascuno di noi, avviene nelle formazioni sociali. Le persone non sono atomi, le persone, in quella concezione alta della Costituzione, sono esseri in relazione, e le loro relazioni si concretizzano nelle formazioni sociali. Senza questo, manca un principio ordinativo della vita sociale.
E allora, se è vero questo, vorrei dire, con una battuta: spero che questa sia la volta buona, perché ci sono state diverse Commissioni, a volte collocate in un Ministero, a volte collocate in un altro, e spero anch’io che non ci sia la guerra tra Ministeri, per cui tutto si arena e non si va da nessuna parte. Un ordinamento che si basi su questi principi, cioè che traduca in norma civilistica quello che è l’Articolo Costituzionale, credo che oggi sia essenziale. E dico ancora due ultime cose, per arrivare ad una conclusione. È evidente che oggi si possano costituire società di capitale che muovono interessi enormi, semplicemente con un atto di carattere pubblico presso un notaio. Se invece si costituisce una realtà associativa per un attività che abbia finalità di interesse generale, non potendo avere una personalità giuridica, si può aspettare anche dieci anni. E intanto le persone non possono aspettare. Mentre una società può fare tutto questo nel giro di poche settimane, i membri di un’associazione si trovano ad essere caricati di responsabilità in proprio. E così di fatto è per le associazioni non riconosciute.
Dunque, che ci si inoltri su questa strada, credo che non sia solo necessario ma indispensabile. Perché il principio di sussidiarietà ha una duplice valenza: da un lato, è protettivo, nel senso che lo Stato, gli organi superiori non facciano ciò che la società civile o le famiglie possono fare. Ma ha anche un significato promozionale, nel senso che i poteri pubblici, come dice l’Art. 118, devono promuovere, favorire lo sviluppo di questa capacità dei singoli cittadini, dei cittadini associati, di generare interesse comune, interesse generale. Ecco allora che, se questa è la strada che dobbiamo prendere, io credo – e non sono d’accordo con Sposetti – che forse bisognerebbe cogliere l’occasione anche per inserire nella Legge alcune cose che a me sembrano essenziali perché il quadro poi tenga. La prima: mi sembrerebbe necessario oggi ridefinire sostanzialmente, non formalmente – come di fatto mi pare sia un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che sta per essere approvato – il sistema del controllo oggi affidato all’Agenzia per le onlus, un’Agenzia di fatto che ha poteri del tutto irrilevanti.
Nel momento in cui la dimensione economica ha fatto irruzione nel mondo del non profit, attraverso le donazioni del 5 per mille, credo che sarebbe necessario, come avviene in altri Paesi, avere una vera e propria Authority capace di sottrarre questo mondo alle grinfie dell’Agenzia delle Entrate, che è spesso ignorante – uso la parola in senso tecnico – di cosa accade in questo mondo, e applica norme in modo del tutto burocratico e incomprensibile. Così come credo che occorrerebbe sviluppare il principio di autonomia e di autocontrollo nel mondo delle cooperative. Il Ministro lo sa bene, le centrali cooperative riconosciute hanno anche la facoltà di sostituirsi all’organo pubblico nel controllare la veridicità dei bilanci delle cooperative che sono a loro associate, e fanno questo lavoro, sia con una funzione promozionale, sia con una funzione di controllo. Credo che un principio di questo genere potrebbe essere esportato anche nel mondo associato e non profit.
Concludo, dicendo che credo questo passaggio sia particolarmente rilevante oggi. Sono convinto che questa comunanza di intenti tra persone di schieramenti diversi possa essere la base del provvedimento se non si arena in qualche Commissione, in qualche cassetto. Perché, se vogliamo che effettivamente questa realtà e questo mondo possano essere una energia positiva, in un Paese che ha bisogno in qualche modo di una scossa, il mondo associativo e non profit è una delle grandi reti con cui questo Paese sta insieme, cresce e cambia. C’è la rete delle piccole e medie imprese, c’è la rete dei Municipi e c’è la rete del mondo associativo volontario non profit. In queste tre grandi reti, in fondo, c’è il carattere originale del nostro Paese, quello che è l’Italia quello che sentiamo come nostra, quello a cui ci apparteniamo. E chiudo: Sposetti ha citato Santi Romano, io vorrei citare un autore più antico ma che di libertà e democrazia qualcosa ne capiva. Parlo di Alexis de Toqueville che scriveva: “Affinché gli uomini restino civili o lo diventino, occorre che tra questi l’arte di associarsi si sviluppi e si perfezioni nella stessa misura in cui si accresce l’uguaglianza delle condizioni”. Come a dire: non basta una società di uguali, ci vuole una società di liberi, di cittadini responsabili, capaci di prendere tra le loro mani il bene comune di una società.

EMMANUELE FORLANI:
Grazie, immagino che nella replica finale il Ministro potrà tranquillizzarci, anche perché non ha lanciato l’idea di una nuova Commissione ma direttamente di un testo, quindi, un passo in avanti, anche rispetto a quello che mi ha detto, ci sarà. La parola all’Onorevole Toccafondi che, come negli altri casi, ha esperienza in questo settore, essendo membro della Commissione Bilancio del PDL.

GABRIELE TOCCAFONDI:
Grazie. Certo, con un cognome come il mio non potevo che essere inserito in Commissione Bilancio, come ben capite. Sarò telegrafico, vista l’ora e visto che qualcuno mi suggeriva addirittura di terminare il mio intervento in pochi secondi, dicendo che ero totalmente d’accordo con quanto suggerito dal Ministro Alfano. Lo potrei benissimo fare, perché è così. Però il punto è che sostanzialmente sono d’accordo con quanto ha detto l’amico Sposetti. E quindi, qualcosa in più lo vorrei aggiungere: però questa battuta rende anche l’idea di cosa sia l’Intergruppo per la Sussidiarietà. Partiamo da storie differenti, da culture, da aree geografiche, da esperienze, e soprattutto da esperienze politiche, molto differenti. Quel luogo è uno di quei pochissimi luoghi in cui si riesce a lavorare serenamente, dal Centrodestra al Centrosinistra, con l’appoggio del Governo, da esaltare soprattutto in questo momento in cui la politica sembra solo divisioni e, a volte, divisioni fini a se stesse. Ma a parte questo, mi ha colpito molto, in questi due anni e poco più, che con l’Intergruppo siamo andati a visitare il carcere di Padova e ad incontrare l’esperienza di Giotto, e abbiamo visto che cosa fa materialmente quell’esperienza. Poi abbiamo partecipato alla Colletta Alimentare, e abbiamo visto cosa produce, non solo materialmente.
Ieri, io come tanti di voi, abbiamo ascoltato le parole di Margherita Coletta, e abbiamo visto cosa nasce dall’odio che ha ucciso suo marito a Nassirya. Abbiamo anche potuto vedere cosa sia nato dall’associazione che in due anni ha raccolto fondi per costruire un orfanotrofio in Burkina Faso. Con alcuni, pochi fortunati, siamo riusciti a visitare anche il Paraguay e abbiamo visto con i nostri occhi cosa facciano padre Aldo e i suoi amici, cosa voglia dire rispondere ai bisogni delle persone, anche perché lì è nato tutto da una Parrocchia, che poi è diventata un quartiere. E il quartiere sono le opere che lui ha fatto crescere. E ci raccontava che diverse erano le esigenze, le particolarità ma anche i problemi incontrati. Problema urbanistico, burocratico, e altro. Abbiamo compreso come abbia fatto a risolvere i vari problemi, del genere che possiamo avere anche qua, e lo abbiamo capito quando siamo andati a visitare il Parlamento e ci hanno parlato della Legge denominata “Padre Aldo”. Proprio, perché tante erano le esigenze e loro volevano, giustamente, rispondere a chi dava il suo tempo e le opere per rispondere ai bisogni di tutti i cittadini della capitale del Paragay.
Ora, l’Intergruppo non vuole certo la Legge “Padre Aldo” in Italia, però vuole sicuramente un riconoscimento. Il Ministro Alfano ha parlato addirittura di esaltazione, più che di riconoscimento: e ha ragione. Con la modifica del Titolo I del Codice Civile, tecnicamente arriveremo al riconoscimento giuridico dei corpi intermedi. E questo riconoscimento giuridico non verrebbe più attribuito da un atto amministrativo: in pratica questo significa modificare una situazione attuale che nei fatti, con l’attuale norma, rischia solo di ostacolare all’infinito chi si occupa degli altri. Tanto che a Firenze, città da cui provengo, con le attuali normative – la estremizzo – forse nel 1244 non sarebbe nata quella che per molti è la prima associazione non profit, la Confraternita della Misericordia, nata per raccogliere i morti della peste dalle strade e dare loro sepoltura, cresciuta negli anni per rispondere ai vari bisogni. Se quell’opera, nata dal niente per rispondere a un bisogno, oggi dovesse far fronte alla burocrazia del 2010, forse qualche problema e dubbio lo avrebbe! Ricordate, è nata nel 1244, oltre 600 anni prima della nascita dell’attuale Stato, così come lo conosciamo. Quando società arriva prima dello Stato, è proprio un fatto storico!
Un ultimo aspetto, perché avevo promesso di essere telegrafico, è proprio che la modifica del Codice Civile è un’esigenza attuale, anche per un dato storico: l’ultima modifica è del 1942, non aggiungo altro, lo dice la realtà stessa dei numeri e delle date, che va aggiornato. Va aggiornato però le esigenze sono proseguite e le persone, in maniera ostinata, sottolineo ostinata, hanno continuato a rispondere alle esigenze e ai bisogni incontrati. La Riforma è necessaria – e concludo – per riconoscere, codificare, diceva bene il Ministro Alfano, esaltare e non immaginare quello che non c’è. E come ben capite, tra immaginare ciò che non c’è e riconoscere ciò che c’è, la differenza è molto grande. Grazie.

EMMANUELE FORLANI:
Ermete Realacci, l’Onorevole Realacci è anche lui ospite ormai non so da quanti anni del Meeting, è anche tra i fondatori del Meeting, oltre che dell’Intergruppo.

ERMETE REALACCI:
No, fondatore no, ospite da più di un decennio, sì! Ma molti fra noi hanno anche un’esperienza che viene dal mondo dell’associazionismo, il terzo settore: Sulla toponomastica, se ci mettiamo assieme è facile trovare un accordo. Credo che qui il richiamo per tutti, indipendentemente da chi governa, sia quello di fare seguire alle parole i fatti. Ha ragione Sposetti, io l’ho detto fin dalla prima riunione dell’Intergruppo nella nuova legislatura. Noi, per esempio, non saremo credibili se non portiamo a casa una Legge certa sul 5 per mille. Perché, se non ci sono fondi certi assegnati al 5 per mille ogni anno, bisogna andare a fare una specie di penosa richiesta di elemosina sul bilancio, a chiunque governi: non c’è credibilità. Però volevo partire da due suggestioni poste dal Ministro Alfano all’inizio: alla prima, non può che esserci una risposta affermativa, positiva. Lavoriamo assieme, lo stiamo già facendo, c’è accordo, lo si è visto anche dagli accenti dentro gli stessi schieramenti, diversi ma sulla stessa lunghezza d’onda. Il Ministro Alfano ha detto: “lavoriamo insieme”. Io amo molto il proverbio africano che dice: “se vuoi andare veloce, vai da solo, se vuoi andare lontano, vai insieme agli altri”. Quindi, la riposta è sì. Ma c’è un’altra suggestione che mi permette di provare a collegare il ragionamento che facciamo con quello che voi rappresentate, con quello che ho visto anche in questo Meeting. Ho visitato le due mostre sulla crisi economica e sulla vicenda del Buon Governo, vorrei partire dalla suggestione del Ministro che diceva: “Perché terzo settore?”. Vorrei dire una cosa facile in una platea del terzo settore. Perché poi finisce che queste cose ce le diciamo tra di noi, ma quando arriva la Marcegaglia, non credo che nessuno le dica: “Guarda, tu non sei primo o secondo settore, ma sei il terzo”, non so se Lupi era al dibattito.
Bisogna provare a capire, e io sono convinto che la crisi in questo ci possa aiutare, se le cose che noi rappresentiamo in senso lato, siano un pezzo della risposta alla crisi e non soltanto una cosa che viene dopo. Perché, parliamoci chiaro, di queste cose spesso la politica si occupa, a partire dall’idea che prima ci sono cose più importanti. “Alla fine, avrò anche un po’ di soldi, un po’ di spazio, un po’ di tempo, per occuparmi di quelle cose lì”: prima hai i grandi comparti economici, le rottamazioni, le crisi, il Sud precario, ecc.; poi arriva questa cosa qui. Ma questa cosa può essere contrastata se proviamo a leggere in modo diverso la realtà. E parto appunto dal materiale delle mostre che ho visto, sulla crisi e sulla vicenda del Buon Governo. Diceva qualcuno che un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre ma avere nuovi occhi. Ecco la convinzione profonda che credo ci accomuni, perché io condivido totalmente il materiale che ho visto sulla vicenda della crisi e la mostra sulla crisi: peraltro, ci sono quei due brani iniziali di Einstein e di don Giussani che sono entrambi coerenti con questa impostazione.
La crisi presenta enormi problemi, ma può anche aiutarci a leggere in maniera diversa la realtà per cambiarla. Io penso che dobbiamo fare entrambe le cose: difenderci dalla crisi, e quindi difendere innanzitutto la questione sociale, non lasciare indietro nessuno, i lavoratori che perdono il posto di lavoro, il credito delle piccole e medie imprese, affrontare i mali storici del Paese, dalla finanza pubblica al ritardo del Sud all’evasione fiscale alla disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, che rende difficile la crescita del prodotto interno lordo in Italia. Ma anche capire quali siano i punti di forza del Paese. Se non capiamo quali sono i punti di forza dell’Italia, non riusciamo neanche a cambiarla. È che io ho questa impressione: vedevo prima Maurizio Lupi molto appassionato alla vicenda di Ibrahimovic, quindi adopero una metafora calcistica. Ho sempre avuto questa suggestione, che l’Italia, anche per colpa nostra, assomigli un po’ a un grandissimo giocatore brasiliano del passato, Garrincha, che se uno lo andava a vedere nei fondamentali, non avrebbe potuto neanche mettere gli scarpini per giocare a pallone, perché era un ragazzo mingherlino, di un quartiere povero di una città brasiliana, che aveva avuto una poliomielite, aveva subito varie operazioni e gli erano rimaste le gambe storte, una più corta dell’altra. Secondo tutti i canoni classici, non doveva neanche provarci, a giocare a pallone. E invece Garrincha divenne un’ala destra straordinaria – poi si è perso, ma quella è un’altra storia – che faceva sognare gli stadi e impazzire gli avversari. Perché aveva delle cose che gli altri non avevano.
L’Italia ha un po’ questa caratteristica, e queste caratteristiche hanno molto a che vedere con le cose di cui noi ci occupiamo fuori dalla politica, con quelle tre reti di cui parlava prima Gigi Bobba, che innervano il nostro Paese e sono anche il retroterra della forza della nostra economia. Nella mostra che voi avete fatto, ricordate il fallimento di Lehman Brothers. Io ricordo ancora quanto mi arrabbiai quando, nel gennaio 2006, a Davos, si disse che l’Italia era morta e che le rimanevano soltanto il calcio e il cibo. Buona parte del mondo politico, tutto il mondo economico che conta, a cominciare dal Sole 24 ore erano d’accordo sul fatto che l’Italia era finita. Peccato che, in quegli anni, il nostro Paese avesse quegli enormi problemi interni che dicevamo, che rendevano più bassa la nostra crescita, ma nell’export aveva risultati incredibili: sono stati anni in cui il nostro export aumentava più di quello di Francia, Inghilterra e Spagna messe assieme. Solo la Germania faceva meglio di noi, un altro Paese che ha caratteristiche particolari.
Perché accade questo? Accade perché in Italia, come Garrincha, ci sono dei fondamentali che, se li vedi con gli occhi dell’economia internazionale, fai fatica a leggerli. Perché, con tutto il dibattito che c’è stato, anche nella forza politica a cui appartengo, contro quelli che avevano l’orgasmo ogni volta che si parlava di crescita dimensionale delle imprese, che difendevano Basilea 2 come se fosse il futuro radioso, io continuavo a dire sì, un pezzo della verità è questa. Ma l’altro pezzo è che, o noi leggiamo questo Paese per quello che è, oppure non riusciamo neanche a guidarlo, a cambiarlo, ad assecondarne i punti di forza. Potrei raccontare tante storie con Raffaello Vignali, con Vittadini, con Maurizio Lupi, con Forlani: c’è un lavoro di anni, per cui queste storie le incrociamo guardando l’Italia. Ma vorrei raccontare una storia piccola che riguarda l’Abruzzo. Questa volta, non è una storia di sventura ma una storia di un successo improbabile del passato, come quella di Garrincha.
C’è un piccolo paese abruzzese, si chiama Civitella Casanova, penso abbia 1200 abitanti, dove esiste un’azienda che fa componentistica dei satelliti. Com’è nata questa azienda? È nata in questa maniera: un signore di Civitella Casanova emigra in Svizzera con 13.000 lire in tasca nel 1960. Va a lavorare in una fabbrica di orologi in Svizzera, allora erano a molla, quelli tradizionali, vanno in crisi, lui viene licenziato. Ha voglia di tornare in Italia, di inventarsi delle cose da fare in Italia. E come liquidazione si fa dare due macchine per fare orologi. Torna a Civitella Casanova e ha l’intuizione di utilizzare le macchine per trattare gli acciai speciali. Il risultato di questa intuizione è che lì, adesso, in questa piccolo capannone che sta al fianco della sua casa, assieme ai due figli che non so neanche se abbiano la licenza di media superiore, e assieme a pochi lavoratori, fanno gli acciai per le multinazionali che fanno i satelliti. Trattano alcuni pezzi particolari, che richiedono un livello di precisione, di attenzione, di accuratezza che è difficile raggiungere in un’altra maniera.
Queste cose qui, fai fatica a leggerle se le leggi coi fondamentali di Lehman Brothers, che per altro ha chiuso. Vorrei ricordare che, dopo quel gennaio a Davos, Lehman Brothers ha chiuso, hanno cambiato mestiere, e noi no! Ma dietro queste cose, c’è un tessuto del Paese che ci sta a cuore e di cui ci occupiamo. Perché queste cose non sono comprensibili se non si pensa al fatto che c’è un sapere antico, la capacità di produrre all’ombra dei campanili cose che piacciono al mondo, comunità che tengono e sono tenute assieme da un sistema di valori condivisi ma anche da un sistema di associazionismo condiviso. Un volontariato che attraversa tutti i settori, dalla capacità di avere una infrastruttura materiale non facilmente leggibile con i canoni dell’economia internazionale, che si chiama comunità, che si chiama società, che si chiama saper fare, che si chiama senso della bellezza. La mostra sull’affresco del Buon Governo, da questo punto di vista, è straordinaria. Io volevo dire solo una cosa, lo dico anche ad Alfano e agli altri: senza le regole, non c’era l’affresco del Buon Governo, non c’era Siena, c’era l’abusivismo di alcune zone del nostro Paese. Le regole sono una cosa importante, non devono soffocare la spinta a fare della società, l’ha detto benissimo Monica.
Allora, e termino, penso che la sfida nostra sia questa: fare capire che le cose di cui noi ci occupiamo non sono qualcosa che viene dopo, e nella crisi, non sono qualcosa che può essere lasciata a margine: perché noi in realtà stiamo favorendo e mantenendo uno dei punti di forza del Paese, che questo Sistema Italia è fatto di piccole imprese, che è fatto di capacità di innovare e di produrre bellezza anche nei settori tradizionali. E che si innerva nel tessuto dell’associazionismo, del volontariato, del terzo settore, delle comunità, della famiglia, delle persone, cioè in un sistema di valori comuni che è la base anche dell’economia. Quando a Shangai il padiglione italiano è il più visitato dopo quello cinese, uno si deve chiedere il perché. Perché è il più visitato? È il più visitato perché lì c’è una rappresentazione abbastanza corretta di quello che è l’Italia, perché il padiglione che è a Shangai c’è, è fatto bene, c’è l’hightech ma anche il Made in Italy tradizionale. Hai la meccatronica, la Ferrari ma anche la parte in cui ogni settimana si alternano équipe di artigiani che in una teca fanno vedere come si lavora a mano: sono i restauratori toscani, i calzaturieri marchigiani o della Riva del Brenta, sono insomma questa capacità dell’Italia di affrontare la sfida assieme. E io penso che questo sia ciò che dobbiamo far capire quando parliamo di queste cose, perché altrimenti ci parliamo un po’ tra noi, e non facciamo capire il senso della sfida.
Voi terminate questo bellissimo lavoro che condivido, con una bella poesia di Eliot, che dà anche un po’ il titolo alla mostra. Io sono andato a ripescare una poesia di Emily Dickinson che mi sembra ben si adatti allo spirito con cui dobbiamo affrontare la crisi. Scriveva Emily Dickinson: “Non conosciamo mai la nostra altezza finché non ci chiamano ad alzarci. E se siamo fedeli alla missione tocca il cielo la nostra statura. L’eroismo che allora recitiamo sarebbe di ogni giorno, se noi stessi la schiena non curvassimo, per la paura di essere dei re”. Ecco, l’Italia non deve aver paura di essere re, non deve aver paura di affrontare le sfide: ma per affrontare le sfide, deve tenere in piedi innanzitutto il suo capitale umano, il suo capitale sociale, il mondo che noi rappresentiamo.

EMMANUELE FORLANI:
Al Ministro la parola, per una replica conclusiva.

ANGELINO ALFANO:
Non devo fare delle conclusioni, perché credo che il clima e il senso di un dibattito come questo rappresenti più di ogni conclusione quello che è opportuno fare: e cioè, dopo averne parlato, fare la Riforma della sussidiarietà. Senza schedulare ancora delle priorità: non è importante affermare che il terzo settore diventi primo e il mercato secondo, no, è affermare un modello di società in cui ci sia un po’ più di società, un po’ più di libertà e un po’ meno di Stato da lacci e lacciuoli, controlli e controllori. È un modello che va affermato, condivido quello che diceva Ugo Sposetti: “Non fermiamoci all’articolo 25 o 30, ma fermiamoci all’articolo 2, facciamo un testo snello che azzecchi il contenuto di specie”. E condivido anche quello che diceva Bobba, perché è assolutamente vero che quando si è giocato tutto sulla leva fiscale, si è fatto sì che le organizzazioni cosiddette non profit diventassero attrattive dal punto di vista del loro contenuto fiscale. E quindi che vi fosse una torsione del modello, non apprezzandosi pienamente la radice di sostanza del modello stesso del non profit, quindi la scelta di una organizzazione che non fosse tesa al profitto, quanto la tendenza a beneficiare della leva fiscale. E quindi, questo nostro tentativo di riforma è un riposizionamento che lancia rispetto alla leva fiscale, proprio intervenendo solo sulle regole e sul Codice Civile.
Poi vorrei raccontare un aneddoto per dire delle Commissioni. Sposetti diceva poco fa: “Ci hanno lavorato delle Commissioni”. Enrico Letta nella lettera diceva che ci ha lavorato la commissione Pinza e altre Commissioni. Allora, vorrei raccontare qui un aneddoto che ho raccontato proprio al Meeting nel mio primo intervento da Ministro, quando ho riferito il mio approccio al Ministero della Giustizia. Vi erano una serie di necessità, ce ne sono molte tutt’oggi, di riformare la giustizia civile, di riformare la giustizia penale, di intervenire in vari ambiti, tra cui questo. E ho avuto immediatamente la richiesta di una serie di professionisti del diritto di varie categorie in Italia, di fare parte di alcune Commissioni Ministeriali che non stavo formando. Allora, ho capito una cosa: che il ciclo delle Commissioni presso il Ministero, poi non so gli altri, è il seguente: il Ministro della Giustizia, appena entrato, costituisce delle Commissioni, una per la Riforma del processo civile, una per la Riforma del processo penale, e altre. Queste Commissioni lavorano per due o tre anni, voi sapete quale sia la durata media di un Governo in Italia, e comunque quale sia la durata costituzionale della Legislatura, che è 5 anni. Allora, dopo due o tre anni finiscono il lavoro e consegnano il loro pregevole – non lo dico ironicamente – testo al Ministro in carica. Il quale, nel frattempo, è entrato in crisi con tutto il Governo e sta per cambiare.
A quel punto, il Ministro subentrante prende atto che, in materia di Riforma del processo civile, per esempio, materia della quale intende occuparsi, esiste un testo della cui nobiltà e pregio dà atto al suo predecessore, ma per il miglioramento del quale istituisce una nuova Commissione che darà atto del lavoro pregevole della Commissione precedente con lo scopo di migliorarne il contenuto. Così, io sono arrivato al Ministero e ho detto: “Prendete tutti questi”, perché, essendo poi tutti prodotti da scienziati del diritto, che possono avere una sensibilità in una direzione o in un’altra, poi fai la media in un qualche modo, per il buonsenso di tutti. Ad oggi, sono passati due anni e tre mesi dal mio insediamento: ho solo presentato Disegni di Legge, ma non ho istituito alcuna Commissione, essendo dotato di un ufficio legislativo che è fatto apposta per questo! Vi ringrazio.

MAURIZIO LUPI:
Io ringrazio tutti gli amici che hanno partecipato, concludo richiamando una frase che Ugo Sposetti ha detto, avendo sfogliato il libro che gli abbiamo regalato, cioè quello di don Luigi Giussani: “Tutto quello che vi ho detto l’ho imparato”. Noi non abbiamo Commissioni di scienziati del diritto, e non abbiamo commissioni di esperti. Vogliamo mettere in pratica nella politica esattamente l’insegnamento che don Luigi Giussani ha sintetizzato in quella frase. Renato Farina, che è qui e che ringrazio per tutto il lavoro che sta svolgendo in Parlamento – gli farei un grande applauso -, partendo dall’esempio, perché così si fa l’azione legislativa, partendo da un bisogno e da un interesse, che è l’attenzione e la passione per le persone che stanno in carcere, ha attivato altri colleghi e altri amici e da lì è nata un’altra Proposta di Legge che adesso discuteremo e che condivide anche il Ministro Alfano. Ecco, questo è il modo piccolo e semplice con cui noi vorremmo non cambiare il modo di fare politica in Parlamento con gli scienziati del diritto, ma fare il nostro semplice dovere. Grazie.

(Trascrizione non rivista dai relatori)