IN DIFESA DELLA RAGIONE: JOHN HENRY NEWMAN - Meeting di Rimini

IN DIFESA DELLA RAGIONE: JOHN HENRY NEWMAN

In difesa della ragione: Johm Henry Newman

Partecipa S. Ecc. Mons. Diarmuid Martin, Arcivescovo di Dublino e Primate d’Irlanda. Introduce Onorato Grassi, Docente di Storia della Filosofia Medievale all’Università Lumsa di Roma.

 

ONORATO GRASSI:
Buongiorno a tutti. Oggi ci troviamo a ricordare, per alcuni forse a incontrare per la prima volta una grande figura che fece dell’amore alla ragione uno degli scopi fondamentali della sua vita: John Henry Newman. Il relatore principale di questo incontro è Mons. Diarmuid Martin, Arcivescovo di Dublino e Primate d’Irlanda, al quale va il ringraziamento degli organizzatori del Meeting, e mi sia concesso esprimere anche la mia personale solidarietà e credo anche quella di molti qui presenti per l’impegno e la responsabilità con cui sta vivendo e operando nelle difficoltà odierne della Chiesa Irlandese. La scelta del tema di oggi è coraggiosa e impegnativa: “In difesa della ragione”. Se per un verso l’epoca in cui viviamo sta velocemente scivolando verso condizioni e situazioni che taluni definiscono di barbarie, e che altri preferiscono considerare conseguenze fuori controllo, per altro verso risulta difficile trovare un’inversione di rotta, trovare gente che al di là delle varie retoriche sul rinnovamento sia disposta a pagare di persona perché le cose cambino radicalmente. L’imbarbarimento del linguaggio, la violenza nei modi di vivere e nei costumi, le visioni ristrette degli interessi propri e del bene collettivo, la perenne difficoltà a pensare a un domani che non sia la fotocopia del passato, sono segni preoccupanti di una deriva che se è sociale e politica, è prima ancora culturale e intellettuale. Porsi a difesa della ragione significa allora compiere una scelta che può richiedere un alto prezzo, e può anche andare incontro a incomprensioni e insuccessi, ma è una scelta obbligata: è obbligata per chi avverte e vuole vivere la sua dignità di essere umano, per chi non accetta di soccombere al potere e ai benefici che esso dispensa, per chi riconosce in sé una natura che nessuna convenienza sociale, politica ed economica può mettere a tacere, un’irriducibile esigenza che cova, come brace mai spenta, e che solo il mentire a se stessi può temporaneamente far sì che non divampi; una natura che è il cuore, come dice questo Meeting. Ora, in difesa della ragione vuol dire essere in difesa dell’uomo, difendere la ragione, difendere una delle grandi cose per cui la natura umana è fatta. L’uomo non è un prodotto sociale, non è una funzione anonima, come un pezzo di un ingranaggio, e nemmeno una canna al vento, oscillante a seconda degli umori e delle mode, ma è un’esigenza di felicità, e dunque di ragione, perché si ama ciò che si conosce. In difesa della ragione vuol dunque dire rifiutare la forza come criterio dell’azione, il sopruso, la violenza come determinante la storia, ma ricercare il determinante della storia nella ragione, nelle ragioni, nei motivi che possono ragionevolmente muovere l’uomo nella sua vita. Significa scegliere per il ragionamento e non per l’emozione, scegliere per l’impegno razionale e non per la sudditanza psicologica.
Difendere la ragione è una scelta di campo. Ma qui è un altro problema: quale ragione difendere? E qui la questione diventerebbe più interessante ancora, perché sarebbe meglio allora parlare di razionalità: quale razionalità difendere nel nostro tempo? Perché la razionalità è la ragione che prende una sua configurazione storica. Per dirla con Habermas, “oggi noi viviamo di una razionalità strategica, che fa funzionare i meccanismi all’interno di sottosistemi, ma non è più una razionalità che è in grado di cogliere il senso totale delle cose”. Se queste sono le domande che animano gli spiriti più acuti del nostro tempo, la domanda che ci si può porre oggi è: “Newman può offrire qualche valido aiuto per intendere e accettare questa sfida? Può un personaggio vissuto nell’Ottocento, dal 1801 al 1890, può avere qualcosa da dire all’uomo del secolo XXI?” Un personaggio di un secolo e qualche lustro distante, ma che sembra anni luce distante da noi, per gli sconvolgimenti avvenuti nel Novecento e per i sorprendenti progressi della tecnica e della scienza. Bene, io credo che, sebbene la risposta possa essere cercata e vada cercata, si possa dire che è una risposta positiva da dare a questa domanda, e per due motivi: perché Newman, come egli ebbe a scrivere, volle aprire una strada e indicare una prateria, sono parole sue, “apro davanti a me una prateria che altri debbono e possono scoprire”; e perché tale prospettiva, da lui individuata, si inarca su pilastri solidi e originali. Su questa strada si sono posti, dopo di lui, filosofi, teologi, uomini di cultura, anche politici, che non solo hanno accolto favorevolmente le sue idee, ma hanno condiviso l’indole del suo pensiero e la sensibilità intellettuale e morale del grande convertito inglese, che nel prossimo settembre sarà beatificato da Papa Benedetto XVI nella sua visita in Inghilterra. Fra i tanti che si sono posti sulla scia di Newman, ricordo don Giuseppe De Luca in Italia, Chesterton, Benson, Jean Guitton, e studiosi come Jan Ker, Luca Obertello, Giuseppe Cristaldi, e non posso non ricordare in questa sede Francesco Cossiga, da pochi giorni scomparso, un uomo che fece di Newman un riferimento costante, un uomo che ha finito i suoi giorni facendo diventare preghiera per sé una delle più belle poesie di Newman, e recitandola quotidianamente. Ricordo ancora quando, in una delle tante crisi di governo, quando era Presidente della Repubblica, mi ricevette per il progetto delle opere di Newman in Italia, ed era nella tormenta politica, e mi accolse dicendo “beh, adesso parliamo delle cose serie”, e voleva parlare di Newman, e incoraggiò quell’opera che sta avendo un proseguio molto importante anche in Italia. Anche con la compagnia di tali insigni personaggi Newman è una figura da scoprire, e il suo pensiero è un pensiero da conoscere e da valorizzare; e ciò vale anche per l’Italia, dove forse per pregiudizi e incomprensioni maturati nella prima metà del secolo scorso, e direi anche per il massiccio influsso di pensatori cattolici francesi, cui molto spesso il mondo cattolico si è rifatto, la diffusione del pensiero di Newman ha alquanto sofferto. Almeno fino a qualche anno fa, giacché ora la situazione sembra mutata, e sembra avviata verso una più favorevole stima e verso una più ampia diffusione delle sue opere, e questo momento di oggi al Meeting credo sia un momento molto importante per la conoscenza di Newman in Italia.
Newman fu teologo, storico, educatore, filosofo; quest’ultima caratteristica del suo pensiero è stata ampiamente accolta. Jan Ker, uno dei massimi studiosi di Newman, ha più volte sollecitato lo studio filosofico del suo pensiero, e la sua filosofia, sebbene egli non abbia lasciato opera specificamente filosofica ad accezione della Grammatica dell’assenso, è oggi fatto oggetto di studi e di ricerca. Come teologo ci ha lasciato indimenticabili riflessioni sui Padri della Chiesa, saggi sullo sviluppo della dottrina cristiana e sul dogma, scritti sull’ecumenismo, non a caso Newman è indicato come uno degli autori più importanti per il futuro dell’ecumenismo, nonché una mole ingente di sermoni e di discorsi, spesso rivolti ai giovani e al mondo universitario. Come scrive Padre Fidel Gonzales nella prefazione a una recente appena uscita biografia di Newman, curata da Lina Callegari, “egli è uno dei maggiori e più significativi teologi cristiani moderni dal tempo della riforma e del Concilio di Trento”, quindi un personaggio enorme che si staglia nell’orizzonte della teologia.
Come storico delle idee egli intraprese lo studio delle origini del Cristianesimo, e lo intraprese per dimostrare la fedeltà della Chiesa Anglicana a quell’inizio, diversamente da quella Cattolica, che ai suoi occhi allora appariva come la traditrice delle istanze della Chiesa primitiva. Ma si accorse, man mano che le ricerche avanzavano, che le cose stavano diversamente; si accorse cioè che la prosecuzione della comunità delle origini dei primi secoli, della comunità primitiva, andava cercata non nella Chiesa Anglicana, ma nella Chiesa Cattolica; e questo fu motivo per lui di conversione, la sua onestà intellettuale lo portò a cambiare confessione, perché sulla base dei suoi studi egli si rese conto che dove continuava il messaggio originale, era nella Chiesa di Roma, traditrice come allora veniva vista, ma in quella Chiesa continuava la comunità degli inizi. E così nel ’45 si convertì al Cattolicesimo, commentando poi questa sua conversione con quella famosa espressione, che “a studiar la storia si finisce di essere protestanti e si diventa cattolici”.
In quanto educatore Newman ha voluto disegnare un modello di università fondato sull’educazione dell’intelligenza e sull’unità del sapere, contro ogni forma di riduzionismo. La sua idea di università. Newman fu rettore a Dublino dal ’51 al ’57, con l’incarico di costruire un’università cattolica, purtroppo le cose non andarono molto bene e il progetto fallì, ma egli aveva una forte idea di università come il luogo dove si può frequentare l’unità del sapere, e per lui l’unità del sapere era una condizione importante per la conoscenza dei singoli settori del sapere. Egli ben vedeva come ai quei tempi nell’Inghilterra di Oxford, dell’università la biologia o le scienze sperimentali stessero prendendo il sopravvento, e ben capiva che se non si manteneva un insegnamento di tutte le altre discipline, facilmente si sarebbe caduti in una sorta di riduzionismo epistemologico, cioè tutte le scienze sarebbero state ricondotte a un’unica forma di conoscenza. Ebbene egli difese l’unità del sapere per questo motivo, volle l’introduzione dell’insegnamento della teologia nell’università per questo motivo, per evitare che il sapere fosse ridotto, fosse specializzato, e in questo egli recuperava a mio avviso fortemente l’idea originale dell’università, il luogo che una società si dà perché il sapere interamente sia condiviso, sia vissuto, sia conosciuto – forse molti dovrebbero ricordarsi di questo, forse anche qualche ministro – ed ebbe anche una forte idea di educazione, da lui definita liberale, liberale perché non schiava di nessun altro, non asservita da alcuna finalità che potesse trascurare la persona e lo sviluppo del suo intelletto. Egli scrive: “Lo scopo dell’educazione è aprire la mente, correggerla, rifinirla, renderla capace di conoscere, assimilare, governare, regolare, usare l’intelligenza, darle potere sulle sue facoltà, darle flessibilità, applicazione, metodo, esattezza critica, sagacia, risorse, indirizzo ed espressione eloquente”. Questo era il grande scopo dell’educazione liberale, un’educazione non funzionale al mestiere che uno deve compiere, ma funzionale a se stesso, cioè alla persona, alla crescita dell’io. Uno scopo nobile, come si può vedere, proclamato da un cattolico, nell’Ottocento, ed è questa una proclamazione che mal si adatta se vogliamo all’opinione diffusa in Italia, per esempio da un grande giornalista come Indro Montanelli, il quale nella sua Storia d’Italia scrive che “nell’Ottocento l’istruzione per la Chiesa era un pericoloso veicolo di infezione”, come se la Chiesa fosse stata avversa all’istruzione e all’educazione. Ebbene, Newman era su tutt’altra sponda, Newman voleva che l’istruzione fosse lo sviluppo integrale della persona, dell’intelligenza e della capacità critica dell’uomo.
Newman come filosofo. Per l’aspetto filosofico, che ha maggior pertinenza col tema di oggi, se non esclusiva, Newman partì paradossalmente dalla difesa della ragione attaccando la ragione stessa, e qui si capisce: nei suoi sermoni universitari, scritti quando era ancora anglicano, Newman se la prese contro le usurpazioni della ragione. Sembra paradossale, un uomo che vuole difendere la ragione si scaglia contro la ragione; ma il paradosso svanisce appena si leggono le sue pagine. Contro quale ragione se la prendeva Newman? Se la prendeva contro la ragione che riduceva la realtà a degli schemi, riduceva la realtà ad un sistema che voleva ingabbiare la realtà stessa al suo interno. E allora la critica alla ragione era un critica alla razionalità del tempo, la critica ad una razionalità che non permetteva di vedere la realtà in tutta la sua dinamica. Ci fu un altro punto importante in questa difesa della ragione da parte di Newman, e fu la lotta ai pregiudizi: Newman scrive un libro sui pregiudizi che i protestanti hanno sui cattolici, e fa un’analisi dettagliata del tema del pregiudizio nella cultura, come si forma un pregiudizio. E’ un’analisi bellissima, che può essere adattata a molti casi, a molte altre situazioni, non solo alla polemica tra anglicani e cattolici. Ebbene a un certo momento Newman dice che “il pregiudizio non è altro che menzogna lampante a tutti, ma che diventa verità per la forza con cui viene costantemente ripetuta”, e una cultura si fa piena di pregiudizi per questo motivo. Da una parte allora l’opposizione alle usurpazioni della ragione, dall’altra la grande lotta contro il pregiudizio, il pregiudizio che è la minaccia mortale dell’intelligenza, perché l’intelligenza è ciò che supera il pregiudizio, perché tende appunto ad un giudizio.
Dopo di che Newman innesta la sua riflessione sulla ragione, sulla dinamica concreta del nostro ragionare, del ragionamento umano, e cerca, sempre tenendo fermo questo principio, di darne una spiegazione. Questo è il carattere specifico del modo di pensare di Newman. Newman entrerà in polemica con alcuni autori del suo tempo, ai quali rimprovera di aver voluto dire come deve essere la ragione dell’uomo e poi metterla in pratica. Egli invece cambia, capovolge il discorso, vuole partire da come noi normalmente ragioniamo, da come funziona la ragione umana, da come ragiona l’uomo, e cercare di trovare i motivi, la struttura di questo ragionamento. Egli si interessa dunque di come la nostra mente funziona, non di come dovrebbe funzionare, e ciò lo afferma in polemica con Locke, rifuggendo da una astratta visione della ragione, che invece veniva presentata. Egli così indaga i ragionamenti come concretamente avvengono, e cerca di trovare in essi la logica che li guida e li sorregge. La difesa della ragione per Newman non è dunque la difesa di una ragione astratta, ma della ragione come concretamente funziona, il ragionare concreto dell’uomo, e difatti per Newman la ragione è qualcosa di vivente, vivace, “è un’energia – egli la definisce – in noi sempre attiva, sempre in movimento, strettamente legata al soggetto umano, (si ragiona con tutto noi stessi) e strettamente legata alla realtà dei fatti”. Viviamo in un mondo di fatti e non possiamo separarcene, siamo immersi nella realtà, non dobbiamo entrarci, dobbiamo prendere consapevolezza e coscienza che siamo nella realtà. Ma proprio qui si poneva il problema, e questo è il punto, concludendo, che vorrei sottolineare, dell’apporto specifico che Newman ha dato alla difesa della ragione. Proprio qui sta il problema: nel clima ottocentesco le scienze, la biologia che imperava allora, la fisica e la matematica, si presentavano come metodi rigorosi di conoscenza, i cui risultati erano indiscutibili, e per tutti certi. Come poteva dirsi la stessa cosa delle conoscenze che noi abbiamo delle cose concrete della vita? Come avere conoscenza certa delle nostre scelte morali? Come potersi dire certi della nostra fede, e non relegarla, come volevano alcuni nel suo tempo, nella sfera delle emozioni e dei sentimenti (cosa che Newman aborriva)? A questi interrogativi che occuparono la mente di Newman per molti anni, egli risponderà con la sua dottrina dell’assenso, con la sua dottrina della certezza morale e con la sua dottrina del senso illativo, soluzioni e dottrine che lo collocano a pieno titolo nell’ambito della ricerca filosofica, e che evidentemente in questa sede non è il caso di prendere in esame. Voglio solo ricordare un punto centrale di questa riflessione: Newman ben sapeva che nell’ambito delle verità concrete e contingenti, quelle di cui si nutre la nostra vita quotidiana, è ben difficile superare la soglia della probabilità; il tema della probabilità era un tema che affascinava gli studiosi dal Seicento in poi, e Newman di questo era perfettamente consapevole e anche conscio. Nella conoscenza della storia, nelle decisioni giuridiche, nella formazione dei giudizi sui comportamenti e sulle scelte da compiere, abbiamo sempre a che fare con verità che non sono né possono essere prese come necessarie e universali. Le verità contingenti si presentano a noi sempre con un grado di probabilità, sono verità probabili; come diceva un autore caro a Newman, Joseph Butler, «la probabilità è la regola della vita». E un altro autore inglese, con il quale Newman instaurò un serrato confronto, appunto John Locke, empirista, osservava, cito da un suo testo, che “noi prendiamo le nostre decisioni non nel meriggio della certezza, bensì nel crepuscolo della probabilità”, quindi con una dose quasi di titubanza, di incertezza. Tuttavia, senza negare queste considerazioni, e profondamente immerso nella tradizione empirista in cui erano formulate, Newman non riusciva ad accettare l’equiparazione probabilità-incertezza, probabilità e dubbio; né ammetteva che l’uscita dall’incertezza delle probabilità fosse dovuto a un atto della volontà – ai suoi tempi egli instaurò una forte polemica con un altro suo collega, John Keeble, il quale diceva “bene, noi abbiamo delle probabilità, ma quando dobbiamo decidere prendiamo una decisione dipendente dalla volontà”, e questo è un atto d’arbitrio, che a Newman non poteva soddisfare, e per questo che lui amerà di più la figura del genio, rispetto a quella del condottiero o del decisore politico, perché il condottiero è quello che a un certo momento prende la decisione, ma la prende come atto di volontà, di arbitrio. Newman invece voleva che dalle probabilità si arrivasse a un’evidenza intellettuale. E da questo egli elaborò l’idea della certezza basata sulle probabilità, intese come un accumulo di verità probabili; verità che presa ciascuna isolatamente non avrebbe alcun valore, ma prese nel loro insieme costituiscono una base solida di conoscenza; se allora nella vita concreta, rispetto alle verità contingenti noi possiamo avere solo un grado di probabilità, questo grado di probabilità diventa certezza quando noi superiamo la singola verità e vediamo nel complesso le verità. Egli fa due esempi a questo proposito, molto illuminanti: il filo di canapa è un filo facilmente fragile, che si rompe subito, ma messo insieme ad altri fili di canapa diventa una gomena capace di tenere ancorata una nave al porto; e poi prende un altro esempio, e questo lo prende dal calcolo infinitesimale, che allora in matematica era molto utilizzato, e che noi troviamo nella mostra sulla matematica qui al Meeting; è un esempio che prende avvio dal principio di Newton, dalla prima parte del principio di Newton: se voi prendete un poligono regolare, e moltiplicate infinitamente i lati di questo poligono, non diventerà mai una circonferenza, perché manterrà sempre dei segmenti, dice Newton. Eppure tendenzialmente sarà una circonferenza. La stessa cosa avviene per le verità probabili che diventano certezze: le verità probabili rimangono probabili, ma nell’accumulo di queste verità ci possono dare la certezza, certezza che non è un atto di volontà, ma un’intuizione del cuore, espressione tipica di Newman, un’intuizione dell’intelligenza, vale a dire quello che Newman chiama il senso illativo. Ora, questo risulta essere l’elemento fondamentale di tutta la riflessione newmaniana. Egli in una lettera del 1869 dice così tutto il suo impegno: “ho voluto definire la certezza come una convinzione di ciò che è vero, e questo è tutto il mio sforzo intellettuale”. Così egli riassumeva lo scopo di tutta la sua fatica: “giustificare razionalmente la possibilità della certezza, individuando il metodo proprio che consente di raggiungerla anche nella sfera empirica e pratica, e nella sfera morale”. Certezza che Newman concepì sempre come un atto oggettivo in stretta e fondamentale relazione con la realtà indefettibile che è il termine ultimo della mente e del cuore di ogni uomo. Così Newman toglieva la crepuscolarità alla conoscenza delle verità concrete, che sono le verità di cui noi usiamo fare uso tutti i giorni, e riscopriva un tipo di ragionamento molto vicino all’abduzione, di cui già Aristotele aveva parlato, e che di lì a qualche anno Charles S. Peirce avrebbe reintrodotto nell’ambito della logica. Ma anche offriva gli strumenti per riconoscere la ragionevolezza dell’atto di fede, sia in riferimento al suo contenuto veritativo, sia per quanto riguarda il metodo di conoscenza che lo sostiene: l’atto di fede non è un atto arbitrario, ma è un atto di certezza, di conoscenza certa, riscattandolo così da ogni accusa e denigrazione e riscattando da questa accusa anche la fede dell’umile e ignorante donna del popolo, esempio che Newman prende, la cui conoscenza e certezza della verità possono talvolta essere più valide e forti delle speculazioni dei più alti uomini di cultura. Ma proprio perché la verità non è mai sola ma è insieme ad altre verità, la mente umana non cessa mai di indagare. Chesterton nella sua Ortodossia definirà l’evidenza come “l’accumulo di tante verità probabili”, e proprio per questo la mente allora è infaticabile, non cerca mai di indagare, non smette mai di cercare, non smette mai di scrutare, di vedere, perché sono tante le verità da mettere insieme, perché non manchi ad esse la certezza, e anela ad avvicinarsi sempre più a quella che ancora Chesterton chiamava “la stranezza della verità”: la verità è qualcosa di strano, perché sfugge sempre alle nostre comprensioni. E’ questa inquietudine dello spirito, di cui spesso Newman parla, e che lo animò fino al termine della sua lunga vita, una delle caratteristiche della sua indole, non l’inquietudine che nasce dall’ansia e dalla nevrosi, bensì l’inquietudine che esprime la “letizia della domanda”. Questa è una bellissima espressione di don Luigi Giussani, che credo possa applicarsi perfettamente a Newman: “l’inquietudine è la letizia che domanda, il cuore lieto, certo, che domanda”, cogliendo fino in fondo, in questa espressione, l’indole del suo spirito e la caratteristica propria del suo pensiero. Leone XIII, il Papa della Rerum Novarum, amava chiamare Newman “il mio cardinale”; è probabile che questa preferenza fosse dovuta all’aver visto in lui un modo di ragionare e di trattare l’intelligenza, le idee, la filosofia, la scienza che poteva dare frutti nel superare lo iato che in qualche modo separava la Chiesa dalla cultura moderna. Oggi si parla di rapporto fra la Chiesa e la cultura post-moderna, ma credo che valga la stessa cosa, riprendendo così in modo forte il compito di difendere la ragione per il bene dell’uomo e dell’intera società. Se ciò come credo è vero, sarebbe questa un’ulteriore conferma non solo del valore dell’opera di Newman, ma anche dell’importanza che suo contributo filosofico, teologico, educativo sia conosciuto, discusso e diffuso nel nostro tempo, come possibilità di recuperare da parte della Chiesa il suo rapporto positivo col mondo della cultura, e questo ci farebbe amici e compagni di Newman, accogliendo così quello che fu il suo motto cardinalizio, cor ad cor loquitur, “il cuore parla al cuore”, e creando una comunione di intenti che in fondo è la vera trincea, la vera forza per difendere la ragione del nostro tempo. Grazie. La parola adesso a Mons. Martin. Grazie Monsignore.

S. ECC. MONS. DIARMUID MARTIN:
Grazie alla presentazione, grazie anche di questo intervento molto utile che ci aiuta tutti a riflettere. L’imminente beatificazione del Cardinale Newman mi ha spinto a suggerire agli organizzatori del Meeting di passaggio a Dublino di tenere una sessione qui al Meeting proprio su Newman e sull’importanza di Newman per la Chiesa di oggi. Io non sono uno studioso di Newman, non sono un filosofo, sono semplicemente il vescovo della città in cui Newman ha cercato di creare e di realizzare uno dei suoi sogni, una università cattolica, una università diversa, un esperimento unico sulla conoscenza e sulla fede. Io sono un uomo pratico, e ho pensato di usare l’imminente beatificazione per riflettere con la comunità cattolica a Dublino non solamente sulla storia, sull’epoca e sulle imprese di Newman a Dublino, ma anche sulle lezioni che possiamo imparare concretamente dal pensiero di Newman per il cattolicesimo irlandese oggi, e ho voluto dare come sottotitolo del mio intervento semplicemente “L’Irlanda di Newman e l’Irlanda di oggi”, ma penso che quello che dico sull’Irlanda non sia senza riferimento alla situazione della Chiesa, della cultura in diverse parti del mondo, soprattutto nell’Europa occidentale. Newman fu invitato a Dublino, fu invitato ad essere Rettore dell’Università Cattolica d’Irlanda, un progetto non ben definito dal mio predecessore, il Cardinale Paul Cullen. Cullen era inizialmente co-rettore del Collegio Irlandese a Roma, e già lì divenne sostenitore entusiasta dell’idea di avere una Università Cattolica in Irlanda. All’epoca i cattolici non potevano frequentare l’università, inizialmente a causa delle leggi che li escludevano, e successivamente per la paura della comunità cattolica del sistema educativo presentato dal governo. Diventato poi Arcivescovo di Armagh e successivamente Arcivescovo di Dublino, Cullen era il vero leader del progetto per stabilire un’Università Cattolica in Irlanda, un po’ sul modello dell’Università di Lovanio. Non tutti i suoi fratelli Vescovi erano così entusiasti, molti di coloro che si dicevano sostenitori furono meno attivi quando si trattava di raccogliere fondi, le risorse finanziarie che erano necessarie per un progetto così grande. Forse l’Irlanda non era pronta per l’Uninversità di Newman. Il predecessore del Cardinale Cullen come Arcivescovo di Dublino, l’Arcivescovo Daniel Murray, è stato uno dei pochi vescovi decisamente contrari al progetto dell’Università Cattolica, perché riteneva che fosse irrealizzabile. Murray percepiva con meno difficoltà rispetto ai Vescovi fratelli, e anche meno rispetto a Roma, il progetto del governo britannico, che era di facilitare la presenza dei cattolici nei Queen’s Colleges, che erano università statali che Cullen considerava “Collegi senza Dio”.
L’Università di Newman non fu esattamente un successo. Il numero degli studenti era molto ridotto – in un anno si sono registrati solo in tre -, le lauree non erano riconosciute, il governo inglese non era disposto ad approvare titoli conferiti da strutture pubbliche. C’era anche una scarsità di intellettuali irlandesi, scarsità di irlandesi cattolici con formazione universitaria, in grado di diventare professori. Solo pochi studenti irlandesi e alcuni inglesi frequentavano l’Università, fino al momento in cui le lauree, almeno in Medicina, furono riconosciute, ma solo per un breve periodo.
Dopo l’istituzione dell’Università e dopo lunghe discussioni con l’insediamento di Newman, i Vescovi irlandesi diventavano ancora più divisi. E’ interessante osservare che l’episcopato irlandese ha una lunga storia di mancanza di unità, nonostante i tentativi continui di Roma di imporre unità. Sulla questione per esempio dell’Università Cattolica, l’Arcivescovo Murray di Dublino, che è riconosciuto da tutti veramente come un sant’uomo, un vescovo veramente zelante, non aveva nessuna difficoltà nel pubblicamente dissentire dalle decisioni di Roma o di interpretare le decisioni di Roma in una maniera che si deve dire molto personalizzata.
Poi nonostante fosse un forte sostenitore sia dell’Università che di Newman, Cullen era una figura complessa e spesso lasciava Newman in attesa di risposta alle questioni urgenti che questi gli sottoponeva. I rapporti personali tra Newman e Cullen erano difficili. Da parte sua, Newman era un intellettuale, non un amministratore, ed era continuamente assente da Dublino – spesso per affari dell’Oratorio di Birmingham – ed era assente persino in momenti cruciali per l’Università. Nel novembre 1857, Newman si dimise dalla carica di Rettore.
Va ricordato anche che il progetto dell’Università fu lanciato in un momento drammatico della storia dell’Irlanda. L’Irlanda aveva sofferto un periodo traumatico a causa della grande carestia della fine degli anni Quaranta dell’Ottocento, che però effettivamente era proseguita anche negli anni ’50 dell’Ottocento, il periodo in cui si pensava all’istituzione dell’Università. La grande carestia in Irlanda fu una delle maggiori catastrofi mondiali del secolo XIX e divenne un vero spartiacque nella storia dell’Irlanda. I suoi effetti mutarono per sempre il panorama demografico dell’Irlanda: al momento della carestia la popolazione in Irlanda era di quasi 7 milioni, e si è ridotto a 4,5 milioni, e ancora oggi non è stata superata la popolazione che aveva nella metà dell’Ottocento. Allora per la maggior parte dei cattolici irlandesi della metà dell’Ottocento il cibo e la sopravvivenza avevano priorità sulla questione dell’istruzione.
E’ difficile per noi immaginare l’immenso trauma che quasi tutte le famiglie in Irlanda hanno dovuto sopportare per generazioni dopo la grande carestia. Negli Anni ’50 dell’Ottocento la carestia non era qualcosa che apparteneva ai libri di storia, ma all’esperienza vissuta dalla maggior parte delle persone. La popolazione, come dicevo, era diminuita drasticamente. In un anno più di 250.000 persone emigravano dall’Irlanda. Molti giovani pieni di speranza morivano od erano costretti ad emigrare. Inevitabilmente, il senso di perdita nelle famiglie durò per generazioni, e la paura che ciò potesse accadere di nuovo deve aver perseguitato tutti coloro che erano passati attraverso tale devastante esperienza per il resto delle loro vite.
Questo allora fu il clima in cui Newman fu nominato Rettore nell’Università Cattolica nel 1851. Dopo la nomina dovettero trascorrere tre anni di indecisioni prima che le porte dell’Università fossero aperte. Tuttavia, nel frattempo Newman scriveva la sua opera sull’Idea di Università. Non si trattava solamente di un’opera sul concetto di Università, non era solamente un’opera sul valore dell’educazione liberale, era anche una riflessione sul rapporto tra ragione e fede.
Nel presentare la natura della sua Università, Newman cercò di sensibilizzare le autorità della Chiesa e dello Stato in Irlanda, così anche il pubblico in generale, sull’importanza che lo sviluppo della vita intellettuale, sulla ragione, aveva per il benessere degli individui, della società e della Chiesa Cattolica.
Questo dovette essere affermato in un clima culturale, a cui il professor Grassi ha accennato, in cui da un lato certe versioni del libero pensiero, delle nuove scienze, sfidavano i fondamenti stessi della rivelazione, e dall’altro, un clima religioso che era sospettoso del libero pensiero e della istruzione in generale. In un articolo tratto da un suo discorso pubblicato sul Catholic University Gazette nel 1855, Newman scrive: “Una delle più grandi calamità dell’epoca moderna è la separazione tra religione e scienza, mentre la perfezione della conoscenza è l’unione di entrambe”. Queste sono parole scritte nel 1855 ma valgono anche oggi, e poi aggiungeva che questa unione renderebbe “gli uomini non solo colti ma buoni cattolici”.
La questione del rapporto tra fede e ragione era un tema particolarmente delicato in quell’epoca – forse meno in Irlanda, a causa della mancanza di un fermento intellettuale, rispetto per esempio al resto del Regno Unito o all’Europa continentale -, era un tema particolarmente delicato con l’aumentare degli atteggiamenti scettici nei confronti della religione. Newman voleva dimostrare ai suoi contemporanei che fede e ragione non erano in conflitto, ma voleva anche dimostrare che la ragione non era il solo arbitro di ogni verità, e allora questa usurpazione della ragione di cui ha parlato il professor Grassi.
Si possono trovare facilmente numerosi paralleli tra le riflessioni di Newman di allora e quelle di Papa Benedetto XVI oggi, bisognerebbe elencare tra le persone che sono state ispirate da Newman anche la persona del Santo Padre, grande studioso di Newman e che va a Birmingham per la beatificazione – il Santo Padre in generale delega il Cardinale a presiedere le cerimonie di beatificazione, ma questa volta per eccezione va lui stesso a beatificare Newman, cosa che dice qualcosa di lui. Poi si possono trovare paralleli tra il contesto culturale in cui si trovò Newman in Irlanda nell’Ottocento e il contesto culturale in cui si trova l’Irlanda oggi.
L’Irlanda sta subendo una vera rivoluzione della cultura religiosa. Molti al di fuori dell’Irlanda credono ancora che l’Irlanda sia un baluardo del cattolicesimo tradizionale. Essi sono sorpresi nello scoprire, come io fui sorpreso al mio rientro a Dublino tanti anni fa, che sono molte parrocchie a Dublino dove la presenza domenicale alla Messa è del 5%, e in più di un caso anche al di sotto del 2%. Il problema è che molti in Irlanda e nella Chiesa in Irlanda non hanno ancora compreso appieno la vastità del cambiamento culturale in atto e continuano ad agire come se vivessimo ancora in una cultura semplicemente a maggioranza cattolica.
Sicuramente permangono molte vestigia della cultura cattolica di massa. Il Santuario mariano di Knock è il secondo luogo turistico più visitato in Irlanda (secondo solo alla Fabbrica della Guinnes!). Quest’anno nell’ultima domenica di luglio circa 20.000 persone, molti giovani, hanno scalato una montagna difficilissima, Croagh Patrick, in un pellegrinaggio penitenziale in onore di San Patrizio. La maggior parte degli irlandesi desidera che i propri figli vengano battezzati e desidera avere una sepoltura cristiana. Tuttavia, il numero di matrimoni non religiosi è visibilmente aumentato.
E parlando delle cose positive non si deve trascurare soprattutto l’impegno di sacerdoti, come i sacerdoti della mia diocesi, generosi, vicini al loro popolo e rispettati, sostenuti ed amati dai fedeli.
Essi esercitano il loro ministero in un clima in cui la discussione sul ruolo della fede nella società irlandese tende troppo spesso ad essere polemica o ideologizzata. I mass media più sensazionali si concentrano sullo scandaloso ma anche sul bizzarro. I mass media più in generale – con qualche notevole eccezione – si concentrano con insistenza sui peccati della Chiesa, sullo scandalo degli abusi sessuali sui bambini da parte di sacerdoti.
Tuttavia va sottolineato senza ambiguità che lo scandalo dell’abuso sessuale di bambini da parte di sacerdoti e religiosi in Irlanda è veramente uno scandalo e non un’invenzione dei mass media. Sono i fedeli, sono i fedeli di tutte le età che sono scandalizzati, scandalizzati dal fatto degli abusi, scandalizzati soprattutto dalla maniera in cui orribili abusi di bambini e di adolescenti furono trattati dalle autorità ecclesiastiche. Le vittime sono state derubate del Dio che cercavano, come diceva la Presidente McAleese l’altro giorno, ma i fedeli in generale si sentono spesso derubati della loro Chiesa e addirittura traditi dalla loro Chiesa.
L’Irlanda, dunque, diventa o è già diventata una società laicizzata. Per certi versi alcune espressioni del laicismo irlandese hanno caratteristiche ancora adolescenti. Si tratta di un laicismo conflittuale e di reazione. Questo si può osservare, ad esempio, nel dibattito pubblico sul tema dell’istruzione. Le scuole cattoliche in Irlanda hanno svolto un ruolo importante nell’integrazione sociale su vasta scala. Esse hanno svolto un ruolo vitale nell’integrazione delle classi sociali, così come nell’integrazione negli ultimi anni di un vastissimo numero di immigrati. Io ho nella mia diocesi praticamente 100.000 immigrati polacchi. E tuttavia vi sono persone che affermano che per il fatto stesso di essere religiose, le scuole cattoliche sono un fattore di divisione nella società e che dovrebbero essere abolite o private di fondi pubblici. C’è l’impressione che un’Irlanda pluralista debba essere per forza un’Irlanda laicista.
Tuttavia, all’interno della Chiesa ci sono quelli che desiderano mantenere il controllo della Chiesa sull’educazione a un livello che non riflette più la realtà. L’Irlanda cambia, l’Irlanda ha bisogno di pluralismo nel sistema scolastico. E qualche volta in queste battaglie idealistiche si dimentica che molti genitori, il loro interesse nei confronti dell’istruzione riguarda più i risultati degli esami e l’opportunità lavorativa che l’ethos di una tipologia o l’altra.
Man mano che la Chiesa in Irlanda diventa laicizzata, una cultura, che ancora è impregnata a livello formale di valori religiosi, inevitabilmente scivola in una forma di religione civile e in una religione civile ci sarà sempre una difficoltà a sviluppare una discussione vera sul rapporto tra fede e ragione. Con la religione civile si sviluppa un rapporto di amore/odio. La chiesa fornisce uno spazio unico in cui le persone, anche secolarizzate, condividono gli eventi della propria vita e trovano un rituale per esprimere le esperienze umane più profonde di gioia, di dolore, di paura. Ma se la Chiesa diventa solo un luogo dove le persone laicizzate si ritrovano per celebrare delle esperienze umane senza un profondo riferimento a Dio, allora tale religione civile finisce per essere vuota e non risponde alla ricerca di quel Dio che manca nella vita di molti.
Quando le persone si rivolgono ad una Chiesa dalla quale sono in realtà alienati, tenderanno a desiderare che la Chiesa diventi la “loro” Chiesa, piuttosto che il luogo in cui Cristo si rivolge a loro e li invita ad incontrarlo e a farsi sfidare dal suo amore.
Io ho l’impressione che molte persone quando dicono “noi siamo la Chiesa”, dicono in realtà “io sono la Chiesa”, “io creo una Chiesa in base ai miei bisogni e al mio stile di vita”. C’è anche il pericolo oggi, quando alcuni dicono che la Chiesa è il popolo di Dio, che essi vogliano veramente dire che è il popolo a determinare chi sia Dio e come Dio sia utile. Chi però incontra solo il proprio Dio, non incontra il Dio rivelato in Gesù Cristo.
Newman vedeva la fede come fondata su basi razionali ma non un’impresa interamente razionalista. La fede è più di un assenso intellettuale a delle proposizioni dottrinali o la sottomissione a delle regole morali. La fede contiene sempre un elemento di rischio e la certezza della fede non rimuove questo elemento di rischio.
Per Newman l’atto di fede è qualcosa che coinvolge l’intera persona, cuore e mente. E’ un impeto a rendere la fede un evento che cambia veramente la vita, un evento che è costitutivo delle proprie azioni. L’agire, allora, in modo veramente cristiano, è qualcosa di molto diverso dall’atteggiamento vagamente religioso, che molto spesso oggi si chiama spiritualità, in senso non determinato. Questo atteggiamento vagamente religioso può produrre delle virtù civiche, Newman non negava che da un tale atteggiamento possono risultare molte cose buone, ma tuttavia chi agisce solamente così non merita a pieno il titolo di cristiano.
Dopo il fallimento del progetto dell’Università Cattolica d’Irlanda, il cattolicesimo in Irlanda non ha più trovato, secondo me, il suo proprio spazio nella vita culturale irlandese. Questo può sembrare una cosa strana da dire di un paese di grande cultura cattolica. Ciò si deve ad una vena non intellettuale della cultura religiosa irlandese, spesso situata all’interno di una stretta cornice clericale. Negli anni successivi all’indipendenza dell’Irlanda, a metà del ventesimo secolo, si sviluppò una collaborazione fiorente e fruttuosa tra Chiesa e Stato nel campo sociale e dell’istruzione che tuttavia, a causa del clericalismo, spesso ha finito per creare una confusione sui confini dei ruoli di Chiesa e di Stato. Occorre oggi una trasformazione di tale cultura, una trasformazione che, per il bene del pluralismo, metta in rilievo il vero senso della carità cristiana, che non desidera potere, influsso o di dominare, ma di servire. Dove non si comprende giustamente il rapporto fra Chiesa e Stato, Chiesa-Società, fede-politica, sarà sempre difficile comprendere in chiave giusta, il rapporto tra fede e ragione e anche viceversa. Quando si capisce il rapporto tra fede e ragione, i rapporti fra Chiesa-Stato, Chiesa-Società e fede-politica diventano diversi e maturano. In questo contesto occorre per tutti rileggere soprattutto la seconda parte dell’Enciclica del Papa Deus Caritas est, sul ruolo della politica.
L’Irlanda ha bisogno di laici e di atei maturi; generalmente i vescovi non dicono questo, però l’Irlanda ha anche bisogno di cristiani maturi, con una solida formazione intellettuale. Stranamente la cultura laica spesso richiede in Irlanda, a voce alta, una Chiesa rinnovata, una nuova Chiesa, ma cercano una Chiesa della propria misura e sperano che in qualche modo la Chiesa, per loro ufficiale, rientri nel loro schema. Esponenti della Chiesa cattolica hanno difficoltà nel riconoscere che la cultura cattolica in Irlanda non ha lo stesso rilievo che aveva nel passato e che si deve diventare sale della terra in maniera nuova e diversa.
Recentemente uno dei leader delle Chiese protestanti a Dublino mi ha detto che tutte le nostre Chiese indossano abiti che erano tagliati per noi quando eravamo più grassi. E la risposta alle sfide di oggi non sta nel cercare abiti più alla moda o per farci apparire migliori o nel seguire le tendenze del momento; abbiamo bisogno di abiti funzionali, a giusta misura per le realtà attuali che dobbiamo affrontare.
Per esser un paese di tradizione cattolica, l’Irlanda non ha mai avuto un proporzionato livello, diciamo, di ricerca teologica. La catechesi scolastica, nonostante la buona volontà degli insegnanti, non produce giovani cattolici preparati ad inserirsi nelle comunità cristiane. A volte dopo 15 anni di catechesi i giovani rimangono teologicamente analfabeti. Non vi sono fori per la riflessione sul rapporto tra fede e vita in Irlanda, simili ad esempio alle Accademie cattoliche in molte diocesi tedesche. Non vi è una stampa cattolica seria, a livello dei giornali cattolici di Francia e d’Italia. Sono ben pochi quelli che si presenterebbero come scrittori cattolici, mentre abbiamo tante persone pronte a commentare gli eventi della Chiesa, non di rado in maniera sensazionalista con poca conoscenza della natura della Chiesa. Che tipo di cattolicesimo rimane in Irlanda? Io non nego il diritto di criticare la Chiesa, di criticare il comportamento della Chiesa e degli ecclesiastici; però io non parlo adesso solamente di persone critiche della Chiesa. Vi è una tendenza da parte anche di commentatori cattolici al sensazionalismo e a sottovalutare la profondità della crisi di fede e a pensare che si potrà risolvere tutto con semplici strategie mediatiche. Se la crisi della Chiesa in Irlanda fosse solamente una crisi di strategie mediatiche, allora basterebbe rivolgersi a un guru. E se la soluzione alla crisi nella Chiesa in Irlanda fosse solamente una riforma strutturale, allora basterebbe rivolgersi a un gruppo di consulenti manageriali. Però se la crisi della Chiesa in Irlanda è una crisi di fede, occorre rivolgersi alla parola di Dio e a persone di vera e matura fede.
L’idea di Newman era quella di formare, in una Università Cattolica, cattolici capaci di vivere e di testimoniare la loro fede nella vita, anche in un mondo non sempre favorevole al concetto stesso di fede. Anche oggi abbiamo bisogno di cristiani così.
Fallito il tentativo di Newman, la Chiesa in Irlanda si è riversata in un progetto cui mancava il senso di urgenza di un incontro rigoroso tra fede e ragione e che sperava soprattutto sulla forza di una cultura cattolica ereditata. Ormai le presunzioni fondamentali di tale progetto sono fragili. Occorre ritornare di nuovo alle idee di Newman e creare nei giovani un nuovo senso della fede cattolica.
Io vedo qui un ruolo per i movimenti cattolici, soprattutto per quelli che formano giovani nelle varie dimensioni di una fede personale ed ecclesiale, con l’integrazione della preghiera, della conoscenza personale di Gesù attraverso le Sacre Scritture e della riflessione razionale, critica sulla vita personale e professionale. La sfida è grande ma è anche urgente. Quest’anno io ho fatto distribuire alle famiglie della mia diocesi 250mila copie del Vangelo di San Luca. E’ un tentativo di rinnovare la pastorale biblica nella diocesi. L’iniziativa è stata ben accolta, ma non ha ancora avuto il successo desiderato, perché si è perso tra clero e laicato la capacità di fare una lettura meditativa sul Vangelo e mancano maestri di questa forma di spiritualità.
Non vorrei essere troppo negativo nella mia valutazione della situazione in Irlanda. Ho accennato già ai buoni sacerdoti; vi sono religiosi e religiose che danno testimonianza di fede e di carità notevole. Tra i laici c’è una sete di formazione nella fede. Ma spesso anche la visione di riforma della Chiesa è una visione vista attraverso una lente secolarizzata.
Newman sperava che la sua Università generasse dei cattolici con una passione per la scienza, ma anche con una passione per la verità; persone colte ma anche buoni cristiani. Newman sognava una generazione di cattolici irlandesi che potessero occupare il proprio posto nella sfera pubblica senza vergognarsi della propria convinzione del valore del contributo della fede alla società. L’Irlanda oggi e non solo l’Irlanda, ha bisogno di gente così ispirata dalla visione di Newman sui rapporti tra fede e ragione. Che cosa rimane di quell’esperimento di Newman dell’Università Cattolica? Concretamente, in senso fisico, rimane una cosa: rimane ancora la Chiesa dell’Università; una Chiesa che era seguita in ogni particolare da Newman stesso e mi dicono che è frequentata recentemente, molto spesso, da gente di un movimento chiamato Comunione e Liberazione. Però quella è una Chiesa molto interessante, è una Chiesa al centro di Dublino, quasi nascosta, con una sola piccola porta all’ingresso; uno potrebbe facilmente passare senza fermarsi. Poi si aprono queste porte, si guarda dentro e cosa si vede? Si vede un lungo corridoio grigio, senza nessun segno, senza niente; però se uno ha il coraggio di andare in fondo a questo corridoio, si trova in un mondo del tutto inatteso: una chiesa bellissima, diversa dallo stile freddo neogotico delle chiese irlandesi; un po’ caotica e difficile anche da classificare. Questo per me è un simbolo della fede, che noi camminiamo per le nostre strade, qualche volta vediamo qualche segnale della presenza della fede, una porta dove si entra attraverso un periodo di dubbio, di incertezza; se uno ha il coraggio di incuriosirsi, si arriva finalmente a questa fede bellissima, diversa da quello che possiamo aspettare. Io spero che quella chiesa di Newman a Dublino diventi un luogo in cui una nuova visione del cattolicesimo irlandese, una nuova visione della società irlandese possa crescere e sviluppare negli anni prossimi. Grazie.

ONORATO GRASSI:
Come ha detto Sua Eccellenza Benedetto XVI, andrà lui stesso per la beatificazione. E’ una scelta importante, che potrà avere – e noi speriamo -, conseguenze sulla crisi su cui prima si è parlato, che sarà un elemento fondamentale in quella continuazione della prospettiva inaugurata col discorso di Regensburg e che noi osiamo sperare possa essere anche un punto o un passo decisivo per l’unità dei cristiani in Europa. Grazie Eccellenza, grazie a tutti voi, buona continuazione.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

24 Agosto 2010

Ora

11:15

Edizione

2010

Luogo

Sala A1
Categoria