IL SUDAN NON È UNA CRISI LONTANA

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Organizzato da Intersos

Valerie Guarnieri, assistant executive director, Programme Operations, WFP; Michele Morana, titolare della sede AICS di Addis Abeba competente per l’Etiopia, l’Eritrea, il Sudan, il Sud Sudan e il Gibuti; Irene Panozzo, analista politica e consulente; Marco Rusconi, direttore Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo. Modera Alda Cappelletti, Senior Humanitarian Advisor INTERSOS

Sono trascorsi due anni da quando, il 15 aprile 2023, il Sudan è precipitato in una guerra civile devastante che ha generato la peggiore crisi umanitaria al mondo. Dodici milioni di persone sono fuggite dalle proprie case dall’inizio della guerra e oltre la metà della popolazione affronta livelli di insicurezza alimentare allarmanti, con intere regioni in condizioni di carestia. Le infrastrutture sono distrutte, gli ospedali non funzionano e le condizioni igienico sanitarie della popolazione sono drammatiche. INTERSOS è presente sia nell’est del Paese che nel Darfur per sostenere la popolazione allo stremo. Le conseguenze della crisi sudanese, così come di altri conflitti prolungati e dimenticati, non si limitano ai confini nazionali. I loro effetti si riflettono su scala regionale e globale, contribuendo a instabilità politica, flussi migratori irregolari, pressioni sui sistemi umanitari e impatti indiretti sulle dinamiche geopolitiche. Comprendere queste connessioni è essenziale per elaborare risposte più efficaci, basate su analisi integrate e una visione di lungo periodo, che superi l’approccio emergenziale e settoriale.

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ALDA CAPPELLETTI

Buongiorno, mi sentite bene? Buongiorno, benvenuti a tutte e a tutti. Io sono Alda Cappelletti, lavoro come humanitarian advisor per Intersos. Intersos è l’organizzazione che ha voluto approfondire in particolare questa crisi, riportare l’attenzione su una crisi umanitaria devastante ma troppo spesso invisibile, anche se, come dice il titolo stesso della nostra discussione, non troppo lontana da noi: la crisi del Sudan. Innanzitutto, voglio ringraziare il Meeting di Rimini per l’ospitalità e la DGCS per aver organizzato questa conferenza.

Per aiutarci a capire meglio la crisi, abbiamo con noi un parterre d’eccezione, quattro stimati esperti che ci aiuteranno a sviscerare l’origine, l’evoluzione, il contesto attuale e anche i possibili scenari futuri di questo terribile conflitto. Adesso ve li presento. Successivamente, avremo una serie di domande che porrò ai nostri esperti e, al termine della nostra discussione, se il pubblico vorrà intervenire con qualche riflessione, commento o domanda, sarà ben accetto.

Abbiamo Irene Panozzo. Irene Panozzo si occupa delle vicende storiche e politiche dei due Sudan e del Corno d’Africa da più di 25 anni, prima come ricercatrice, giornalista, socia dell’associazione Lettera 22 e poi anche come consigliera politica di diversi rappresentanti speciali nell’area per l’Unione Europea. In questo momento, dopo tanti anni vissuti nella regione, tra Sud Sudan, Etiopia e Kenya, fa base in Italia, continuando a lavorare sugli stessi temi.

Abbiamo Valerìe Guarnieri, che è la direttrice esecutiva aggiunta per lo sviluppo dei programmi e delle policy del Programma Alimentare Mondiale. In questo ruolo, Valerìe dirige le attività dell’agenzia rispetto al nesso tra umanitario, sviluppo e pace. Prima della sua nomina in quest’ultima posizione nel 2018, Valerie è stata la direttrice regionale del Programma Alimentare Mondiale per l’Africa centrale e orientale, gestendo le più grandi operazioni del programma nell’area. Ha inoltre ricoperto la carica di direttrice dei programmi del PAM a Roma.

Abbiamo Marco Rusconi, che a partire dal dicembre 2023 ha assunto l’incarico di direttore dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS). Precedentemente è entrato in carriera diplomatica e ha assunto vari incarichi all’ambasciata italiana a Madrid, al Cairo, è stato console generale a Montreal e consigliere diplomatico dei ministri per l’ambiente e poi della transizione energetica.

Da ultimo, ma non ultimo, Michele Morana, che è il titolare della sede AICS di Addis Abeba, con competenze sull’Etiopia, l’Eritrea, il Sudan, il Sud Sudan e Gibuti. Precedentemente, Morana ha ricoperto la sede di Amman, sempre per l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, e successivamente quella di Khartoum, con competenze sul Sudan, l’Eritrea, il Camerun, il Ciad e la Repubblica Centrafricana. È quindi un grande esperto di Africa centrale e orientale.

Benvenuti e grazie della disponibilità per aiutarci a capire meglio il contesto di questa crisi molto difficile. Una piccola introduzione per dare un’idea delle dinamiche che hanno portato a questa crisi. Il Sudan è precipitato due anni e mezzo fa, per la precisione il 15 aprile del 2023, in una guerra civile che continua ancora oggi senza tregua e che vede affrontarsi le forze armate sudanesi, guidate dal generale al-Burhan, e le Forze di Supporto Rapido, una milizia paramilitare guidata da un altro generale conosciuto come Hemetti.

I numeri della crisi sono catastrofici e parlano da soli, pur restando al di fuori del dibattito pubblico. Abbiamo 14 milioni di persone costrette a lasciare le proprie case, un numero che supera addirittura quelli di Ucraina e Gaza insieme. Di questi, circa 4 milioni hanno cercato riparo come rifugiati nei paesi limitrofi come il Ciad, il Sud Sudan e l’Etiopia, che sono paesi fragili e che già faticano a garantire le risorse alle proprie popolazioni. Almeno 150.000 persone hanno perso la vita, ma questo è sicuramente un dato sottostimato, e magari i nostri esperti ci aiuteranno a capire perché non abbiamo cifre reali delle vittime. Metà della popolazione, cioè 25 milioni di persone, vive in condizioni di grave e gravissima insicurezza alimentare. La carestia è stata dichiarata in molte zone del paese e centinaia di migliaia di persone sono direttamente minacciate dalla fame.

È un conflitto che ha distrutto tutte le istituzioni e le infrastrutture del paese. I bambini non vanno più a scuola da due anni, il sistema sanitario è al collasso, abbiamo una terribile epidemia di colera in corso e la malaria è endemica. Tutti elementi che rendono la crisi veramente devastante. Però, ridurre la crisi sudanese al solo livello umanitario è decisamente forviante, perché è una crisi multistrato con diversi livelli che si sovrappongono e si alimentano a vicenda. Abbiamo la lotta di potere tra queste fazioni e, da qualche mese, la costituzione di un secondo governo del Sudan da parte delle Forze di Supporto Rapido, che hanno creato un governo parallelo nelle zone da loro controllate, dividendo di fatto il Paese in due. Ci sono radici etniche, economiche e sociali che scavano fratture profonde. C’è l’effetto domino regionale, con milioni di profughi che destabilizzano equilibri già molto precari. C’è il ruolo delle cosiddette potenze medie, come la Turchia, l’Arabia Saudita e gli Emirati, che cercano di tirare i fili dietro le quinte. E poi c’è il riflesso globale, che pesa sui sistemi umanitari già sotto pressione, alimentando nuove tensioni geopolitiche.

Quando parliamo di Sudan, parliamo dell’emblema della crisi complessa. Non è un’emergenza lontana, ma una realtà che interroga la nostra responsabilità collettiva. È importante riuscire a capire e ad approfondire cosa ha provocato questa grossa crisi e come sia possibile uscirne. Per cominciare, parlerei della genesi di questa crisi con Irene. Abbiamo detto che questo conflitto è spesso descritto come uno scontro tra due generali, ma le radici sono molto più profonde. Quali sono, secondo te, le cause strutturali e storiche che hanno portato a questo punto e quanto contano le tensioni economiche ed etniche nella configurazione attuale del conflitto?

IRENE PANOZZO

Buongiorno a tutti e a tutte. Grazie innanzitutto per l’invito, Alda, e per aver portato la crisi del Sudan anche qui. È una crisi, come avete già sentito, la peggiore crisi umanitaria in questo momento al mondo, ma se ne parla molto poco. Parlare delle origini storiche, politiche, etniche e sociali in pochissimi minuti non è cosa facile, quindi cercherò di sintetizzare ed evidenziare alcuni elementi strutturali legati alla struttura del settore della sicurezza sudanese, quelli economici e quelli regionali, intesi come interni al Sudan. Se ci fossero poi cose che non capite per mia colpa, magari ne discutiamo nelle domande alla fine.

Innanzitutto, gli elementi strutturali legati a quella che è stata l’architettura di sicurezza del Paese per più di 30 anni. Parto da qui perché, come abbiamo già sentito, si parla sempre dello scontro tra due generali e tra due eserciti. Quello che spesso sfugge in questa definizione, che è giusta ma molto semplificativa, è che in realtà questi due eserciti, o meglio un esercito e una formazione paramilitare, sono stati per decenni parte della stessa architettura di sicurezza del regime di Omar al-Bashir, venuto al potere nell’89 e deposto con una rivoluzione di piazza pacifica nel 2019. Già prima che Bashir arrivasse al potere, l’esercito sudanese, chiamato con l’acronimo inglese SAF (Sudan Armed Forces), aveva iniziato sotto i governi precedenti a creare, alimentare e armare una serie di milizie costituite soprattutto su base tribale e utilizzate per combattere quella che allora era la guerra civile con il Sudan meridionale, ovvero con l’attuale Sud Sudan, diventato indipendente nel 2011.

Questo elemento di debolezza strutturale dell’esercito, che manca di una fanteria forte e che per combattere ha utilizzato e strumentalizzato milizie tribali, esiste da almeno 40 anni. Una di queste milizie, creata all’inizio degli anni 2000 per la guerra in Darfur, sono stati i cosiddetti Janjaweed, una milizia di impronta etnica araba, utilizzata come le altre nel sud per attaccare i villaggi con la copertura dell’aviazione e combattere sul terreno. Questo è importante perché spiega due elementi. Prima di tutto, cosa sono le RSF, le Rapid Support Forces. Le Rapid Support Forces sono sostanzialmente gli eredi dei Janjaweed e, per volere di Bashir, sono state create come forza paramilitare all’interno dell’architettura militare dello Stato. Sono state trasformate da una milizia tribale operante esclusivamente in Darfur a una sorta di forza pretoriana per la difesa del suo stesso regime a Khartoum. Nel fare questo, è stato dato loro grande accesso a risorse economiche, traffici attraverso il Darfur, compreso lo sfruttamento dell’oro e il traffico di persone lungo il Sahara verso la Libia, ma anche di forza mercenaria. Le RSF, come anche le SAF, fino a due anni fa hanno sempre operato insieme e sono state impiegate, e pagate molto bene, nella guerra in Yemen voluta da Emirati e Sauditi.

Quando la rivoluzione di piazza ha portato alla deposizione di Bashir, i militari di entrambe le forze hanno fatto quello che avevano fatto gli egiziani nel 2011 con Mubarak: togliere il presidente per mantenere il potere. Solo che i civili sudanesi hanno continuato a manifestare per altri mesi, nonostante le repressioni e gli eccidi, e alla fine le forze militari sono state costrette a negoziare una sorta di coabitazione e l’inizio di una transizione democratica, iniziata tra l’agosto e il settembre del 2019 con un Primo Ministro e un governo tecnocratici. Con estrema difficoltà e anche con molte carenze, hanno governato fino all’ottobre del 2021. In quella data, per ragioni sia politiche che economiche, di nuovo i due generali insieme hanno fatto un colpo di Stato, interrompendo la transizione.

A quel punto, le tensioni tra loro due hanno iniziato ad emergere, sempre di più, man mano che la comunità internazionale cercava di negoziare per far ripartire la transizione democratica. Nel momento in cui sembrava che ci fossero dei passi avanti, si stavano discutendo elementi cruciali, come cosa fare delle strutture militari, perché un paese in transizione democratica non può avere due o più eserciti. La guerra è scoppiata.

C’è anche un fortissimo elemento economico, non solo il controllo del traffico per lo più illecito di oro, che entrambe le parti portano verso Dubai, ma anche quello che viene definito complesso industriale-militare, che le SAF in particolare controllano e che il Primo Ministro deposto voleva riportare all’interno del budget statale. Un ultimo punto: il Sudan ha sempre avuto un problema di rapporti tra il centro (Khartoum e l’est) e il resto del Paese. È stato al cuore delle guerre che dagli anni ’50 hanno caratterizzato il paese. Anche se queste due forze sono state insieme fino al 2023, nel momento in cui la guerra è iniziata, le RSF hanno iniziato a giocare di nuovo la carta regionale per cercare di avere maggiore legittimità e seguito. È così riemerso questo elemento, che è stato visibilissimo in questi due anni.

ALDA CAPPELLETTI

Grazie mille Irene per questa panoramica molto approfondita. Parlando della fuoriuscita regionale e delle dinamiche sulla regione dell’Africa centrale e orientale, ci trasferiamo proprio lì. Michele, AICS, l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, opera in Sudan da diversi anni. Quali sono le iniziative di AICS in Sudan? E dal momento che la sede AICS che si occupa di Sudan ha anche le deleghe per altri paesi come l’Etiopia e il Sud Sudan, che accolgono rifugiati, come incide la crisi sudanese sulle dinamiche di una regione con paesi altrettanto fragili?

MICHELE MORANA

Grazie mille. Innanzitutto, volevo ringraziarvi per questo invito, ringrazio Intersos e la DGCS per aver pensato a un panel sul Sudan. Se ne parla molto poco, non solo a livello italiano ma internazionale; è veramente una crisi fantasma. Volevo aggiungere ai dati che hai dato prima i 5 milioni di persone che sono a un livello di insicurezza alimentare altissimo. Di questo ringrazio anche il WFP, qui presente, che è un nostro partner in alcuni interventi in Sudan, soprattutto sulla sicurezza alimentare.

Ho un’affezione particolare al Sudan, in quanto sono stato titolare dell’ufficio a Khartoum per tre anni e continuo a seguirlo dall’Etiopia. La sede dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo di Khartoum, e adesso anche quella dell’Etiopia, è una delle sedi che gestisce i progetti anche direttamente, con partner quali le OSC, gli organismi internazionali e le istituzioni pubbliche italiane. Questo ci ha permesso, in una situazione così complicata, di poter essere attivi sul territorio malgrado la guerra in corso. Avendo creato una rete molto stretta e rapporti seri con le varie istituzioni e con gli agenti locali, abbiamo avuto la possibilità di operare anche durante il conflitto, e tuttora operiamo.

Il Sudan è stato un paese su cui il triplo nesso (umanitario, sviluppo, pace) è sempre stato alla base dell’intervento italiano. Abbiamo lavorato in settori di sviluppo che coprono anche l’ambito umanitario, come il supporto al settore sanitario e la creazione di piccole imprese familiari per la sopravvivenza della popolazione. Dal 15 aprile del 2023 abbiamo trasformato i nostri interventi di sviluppo e resilienza per renderli più vicini alla popolazione piuttosto che al governo. Come dicevi prima, adesso ci sono due governi in Sudan e sarebbe complicato lavorare con entrambi. La nostra fortuna è stata quella di poter interloquire con i direttori generali all’interno dei ministeri, che sono rimasti i nostri referenti e con cui continuiamo a supportare la popolazione.

Con un occhio anche al post-bellico, speriamo che questa guerra finisca. Ieri ho avuto la notizia che stanno lavorando sulla riabilitazione del nuovo aeroporto di Khartoum, e questo dà fiducia al nostro impegno. Stiamo lavorando, per esempio con l’UNESCO, a creare due centri di formazione professionale nell’area libera, che è la parte est del Sudan. Il paese è suddiviso in due: una parte di pace a est e la parte in conflitto, che era Khartoum e il Darfur. Khartoum adesso è stata liberata, il Darfur è ancora sotto conflitto.

Come agenzia, avevamo sei uffici in Sudan: quello centrale a Khartoum e due in Darfur, che sono stati ovviamente chiusi, ma continuano a esistere i tre uffici nell’est. Anche se gli uffici sono chiusi per motivi di sicurezza, abbiamo lo staff locale che ci dà un’enorme mano, conosce le nostre procedure e le controparti. Tramite loro, dall’inizio della guerra, siamo riusciti a implementare 16 progetti, per un valore di 61 milioni di euro, non solo con gestione diretta ma anche con il supporto di organismi internazionali, OSC e istituzioni italiane.

Operiamo in Sudan e, avendo la responsabilità anche della sede di Addis Abeba, per quanto riguarda il nostro supporto umanitario attraverso le OSC italiane, abbiamo dato un punteggio aggiuntivo al supporto dei rifugiati sudanesi che si trovano in Etiopia, e sono parecchi. Purtroppo, si trovano in un’area non semplice, al confine con il Tigrai, e cerchiamo di supportarli anche in questo modo. La crisi sudanese è una crisi regionale, non solo sudanese, perché produce flussi massicci di rifugiati verso paesi confinanti che hanno già situazioni particolari, come l’Etiopia e il Sud Sudan. Il Sudan stesso aveva un’alta percentuale di rifugiati sud-sudanesi, che a causa del conflitto sono dovuti rientrare in Sud Sudan in condizioni peggiori di quelle che vivevano già come rifugiati.

ALDA CAPPELLETTI

Possiamo poi approfondire le dinamiche regionali. Vorrei tornare alle conseguenze umanitarie del conflitto sulla popolazione. Metà della popolazione sudanese soffre di insicurezza alimentare e la comunità internazionale ha dichiarato sacche di carestia in molte zone, in particolare nel Darfur. È molto difficile per le organizzazioni umanitarie operare, perché l’accesso è ostacolato dai combattimenti, dalla violenza, dalle questioni logistiche e dalle restrizioni burocratiche imposte dalle parti in conflitto. Quali sono ad oggi le priorità operative e politiche per evitare una carestia ancora maggiore e garantire che il cibo e l’assistenza arrivino nelle zone più remote? Grazie.

VALERIE GUARNIERI

(Interpretazione dall’inglese)

Grazie mille. Per prima cosa, mi scuso per parlare in inglese. Voglio ringraziare Intersos per questo dibattito e il governo italiano per essere un partner e per averci selezionato qui a Rimini. Credo sia straordinario essere qui in Italia, in pieno agosto, a parlare di Sudan con un pubblico così folto. È giusto definire questa crisi come dimenticata, forse la maggiore crisi umanitaria attualmente nel mondo. Metà della popolazione, 24 milioni di persone, è colpita da un’insicurezza alimentare gravissima. La carestia è stata confermata già un anno fa e si sta estendendo ad altre 10 aree del Paese. È una situazione catastrofica.

In passato, ci sono state solo altre 5 carestie confermate ufficialmente negli ultimi 20 anni. Qui abbiamo una situazione drammatica. Ieri è stata dichiarata la carestia anche a Gaza, un’altra crisi complessa. Ci sono tantissimi bisogni, l’attenzione è insufficiente e ci sono sfide di accesso poste dal conflitto, ma anche una mancanza di fondi. Queste sono le due sfide principali.

Vorrei parlarvi di cosa significa tutto questo. La scorsa settimana, un nostro convoglio di aiuti diretto in Darfur è stato attaccato da droni e quattro camion sono stati distrutti. Per fortuna, gli autisti si sono salvati. Questa è la situazione sul campo. A giugno, un convoglio UNICEF-World Food Programme è stato attaccato e sei autisti hanno perso la vita. È una situazione estremamente pericolosa. Nessuno è più a rischio del popolo sudanese.

Osserviamo la situazione ad Al Fasher. Per anni non siamo stati in grado di portare nessun aiuto. La città è essenzialmente sotto assedio, circondata, inaccessibile. Abbiamo cercato di fornire valuta digitale per aiutare 250.000 persone a comprare cibo nei mercati locali, ma anche lì c’è poco cibo disponibile. Le persone stanno morendo di fame, mangiano qualsiasi cosa, anche rifiuti e animali domestici, per sopravvivere. È una situazione drammatica. Dovremmo gridare ai quattro venti quello che sta succedendo.

Le risorse sono un altro grande problema. Non sono sufficienti per le aree che non possiamo raggiungere, ma nemmeno per quelle che cerchiamo di raggiungere, né per i milioni di rifugiati nei paesi circostanti come il Sud Sudan e il Ciad. Lì non abbiamo problemi di accessibilità, ma di risorse. Con tutti questi ostacoli, non siamo riusciti a raggiungere tutte le persone che avremmo voluto e coloro che raggiungiamo non ricevono aiuti sufficienti.

Detto questo, riusciamo comunque a raggiungere 4 milioni di persone al mese grazie al World Food Programme, e abbiamo aumentato questo numero di un milione dall’inizio dell’anno. 1,7 milioni di queste persone si trovano nell’area più colpita. Forniamo cibo, sostegno nutrizionale, pasti caldi e, dove c’è cibo disponibile, denaro affinché le persone possano comprarlo sui mercati locali. Tra due settimane andrò lì personalmente per una visita sul campo, per capire meglio la situazione e vedere se ci sono opportunità per migliorare ulteriormente quello che stiamo facendo. Sono molto grata all’Italia per aiutarci a farci sentire, a trovare soluzioni politiche a questo conflitto e a raccogliere risorse. Lo scopo ultimo per porre fine a questa sofferenza è trovare una soluzione politica e risorse aggiuntive per raggiungere il maggior numero possibile di persone. Grazie.

ALDA CAPPELLETTI

Come è stato sottolineato, la crisi ha avuto pochissima attenzione e finanziamenti. Volevo chiedere a Marco Rusconi: la risposta globale, inclusa quella europea, rimane piuttosto contenuta. Qual è la posizione della cooperazione italiana e quali strumenti possiamo attivare perché la crisi riceva maggiore attenzione, maggiori finanziamenti e si riesca a rispondere meglio ai terribili bisogni umanitari?

MARCO RUSCONI

Buon pomeriggio a tutti. Siamo in un contesto emblematico: nessuna crisi è lontana. Parlare di Sudan oggi, una crisi dimenticata perché non è narrata, forse perché non ci sono abbastanza europei o occidentali rimasti nel Paese, è importante. Ma la crisi c’è, e nessuna crisi deve rimanere lontana. Mi fa piacere vedere un pubblico importante, c’è consapevolezza.

Grazie a Intersos, che mi dà la possibilità di mostrare plasticamente la cooperazione italiana: un sistema di diversi attori. Ci sono gli attori istituzionali, come il Ministero degli Esteri e l’Agenzia, ma anche le organizzazioni non governative italiane, radicate in paesi di crisi, che ci sono volute andare prima della crisi e si sono rafforzate dopo. Costituiscono un network importante che ha aiutato la cooperazione italiana a rimanere nel Paese quando altri facevano scelte diverse, lo diciamo pensando anche ai comboniani, ad esempio nel Sudan che è la terra anche di Comboni, i comboniani sono una componente importante nel loro ruolo di missione, ma che noi vogliamo vedere sempre più come tutte parti di un unico che agisce assieme in una maniera e uno stile “italiano”.

In questo stile c’è un superamento della visione a silos tra emergenza e sviluppo. Nel periodo di Hamdok, con la vitalità della società civile sudanese, abbiamo rilanciato la dinamica di sviluppo, appoggiandoci alla realtà locale. Quell’entusiasmo aveva portato a una società civile dinamica, per noi un partner essenziale. Questo è stato poi scolpito nel Piano Mattei, ma era già una cifra della cooperazione italiana: lavorare con le organizzazioni locali. Quelle organizzazioni sono state i partner che ci hanno consentito di non chiudere le attività quando abbiamo dovuto chiudere la sede principale.

La nostra presenza con sei uffici rispondeva alla logica di essere dappertutto nel Paese, non solo nella capitale, soprattutto in nazioni attraversate da faglie etniche. La cooperazione italiana arriva in tutti i territori per dare una risposta secondo le esigenze delle diverse comunità. Questo approccio capillare guarda all’integrità del paese.

Le risorse sono importanti. Il Sudan rimane un paese prioritario per la cooperazione italiana. Il governo ha approvato un nuovo programma indicativo triennale e il Sudan è stato riconfermato pienamente. Non ci ritiriamo perché c’è una crisi. L’approccio è stato flessibilizzato: la nostra attività umanitaria guarda anche alla prospettiva di sviluppo. I nostri interventi sanitari hanno una logica di risposta immediata, ma anche di rafforzamento in prospettiva delle cure sanitarie messe fuori gioco dal conflitto, che si è accanito molto sulle strutture sanitarie.

Menziono anche l’imparzialità e la neutralità dell’agire italiano. Emergency ha un ospedale importante, il Salam, supportato anche dalla cooperazione italiana, che è rimasto intatto a differenza di altre strutture distrutte. Questo perché c’è un’impostazione di neutralità, imparzialità e continuità di presenza. Sono importanti le risorse, ma anche le modalità con cui si fa cooperazione. C’è un approccio italiano, un atteggiamento che si ritrova nei funzionari, nei cooperanti, nei missionari, nella grande galassia del mondo della cooperazione italiana.

ALDA CAPPELLETTI

Grazie. Visto che dobbiamo rimanere nei tempi, prima di procedere con il secondo giro di domande, volevo verificare se ci fosse qualche domanda da parte del pubblico.

BENEDETTA PETULICCHIO – Radio Meeting

Salve, sono Benedetta Petulicchio con Radio Meeting. State parlando del fatto che non si parla abbastanza di questa crisi. Mi chiedevo se in questo conflitto ci sono delle caratteristiche interne che rendono difficile l’approccio da parte dei media, oppure se secondo voi è un problema di atteggiamento esterno, di una mancanza di uno sguardo che va reindirizzato e, se sì, come farlo.

ALDA CAPPELLETTI

La domanda è per qualcuno in specifico o per chi vuole rispondere? Prego.

MADI SACANDE

Salve, mi chiamo Madi Sacande. Volevo sapere dalla signora Irene Panozzo, che conosce bene la regione: quando si parla di crisi e di guerre, si parla di armi. C’è qualche fabbrica di produzione di armi in quelle aree?

ALDA CAPPELLETTI

Grazie, raccogliamo un’altra domanda.

Paolo Guiducci – Avvenire

Volevo chiedere alla signora Guarnieri: prima parlava di 4 milioni di persone in difficoltà con il cibo che vengono raggiunte. Aveva fatto delle specifiche su questi 4 milioni, se poteva ripeterle? E come si interviene nei confronti dei numerosissimi profughi che sono in almeno tre paesi confinanti?

ALDA CAPPELLETTI

Chi vuole dare una risposta a Radio Meeting?

IRENE PANOZZO

In generale, purtroppo, in Italia e non solo, c’è una grande disattenzione per l’Africa. Più le crisi si allontanano geograficamente, meno ce ne occupiamo. È ovvio che la crisi in Ucraina ci riguarda più da vicino, ai confini dell’Unione Europea. Però il Sudan non è lontano, neanche in termini geografici: si affaccia sul Mar Rosso, una via di comunicazione marittima estremamente importante, e confina con la Libia e con l’Egitto, che sono appena al di là del mare dalle nostre coste.

L’altro aspetto è che è una crisi difficile da raccontare, per almeno due motivi. Uno, non ci sono buoni e cattivi, la semplificazione che si usa spesso per le guerre. O meglio, ci sarebbero i buoni, che sono i civili. Ma chi si combatte, francamente, sono state entrambe parti del regime precedente, hanno cercato di far fallire la transizione democratica, hanno ripreso il potere con un colpo di stato e adesso si stanno ammazzando. Non c’è uno più buono dell’altro. Stanno commettendo entrambi gravi crimini, una parte più dell’altra obiettivamente, però anche l’esercito nazionale bombarda i mercati, per cui ci sono stragi di civili da entrambe le parti. È quindi molto difficile da raccontare.

Venendo alla seconda domanda, non ci sono industrie di produzione di armi nucleari in Sudan. C’è stata un’accusa, un po’ vecchia, di armi chimiche. Khartoum era stata bombardata nel 1998 durante l’amministrazione Clinton perché un’industria farmaceutica era stata accusata di produrre anche armi chimiche. Gli Stati Uniti negli ultimi mesi hanno accusato l’esercito di aver usato armi chimiche, ma si tratta di accuse, non credo ci siano verifiche indipendenti. Il nucleare non c’è.

ALDA CAPPELLETTI

Valerie, rispetto ai dati sull’insicurezza alimentare? E poi magari Michele, su cosa si fa nei campi profughi dei Paesi limitrofi.

VALERIE GUARNIERI

(Interpretazione dall’inglese)

Come organizzazione di aiuti, la cosa migliore che possiamo fare è fare bene il nostro lavoro. Questo significa sostenere le persone sulla base dei loro bisogni, fornendo un’assistenza professionale e significativa, mobilitando tutte le risorse necessarie e usandole nel modo più efficiente. Ma dobbiamo riconoscere due cose. La prima è che gli aiuti da soli non risolveranno la situazione. Dobbiamo attivarci per soluzioni politiche al conflitto, che è ciò che impedisce alle persone di sopravvivere e prendersi cura delle loro famiglie.

La seconda cosa è che nessuno vuole dipendere dagli aiuti per sempre. Le persone vogliono potersi prendere cura autonomamente delle proprie famiglie. Nessuno vuole scappare o lasciare la propria casa. L’idea è, una volta risolto il conflitto, di continuare a sostenere il paese favorendo investimenti e sviluppo, finché non possa pienamente riprendersi. Gli aiuti sono una soluzione solo temporanea. Dobbiamo guardare al lungo termine per creare opportunità, ripristinare le attività produttive, rafforzare la resilienza e aiutare le persone a riprendere in mano le loro vite.

MICHELE MORANA

Per quanto riguarda l’azione della cooperazione italiana per i rifugiati in altri paesi, ci sono due modalità. In Sudan abbiamo molti più sfollati che rifugiati, che godono di un trattamento come cittadini sudanesi. Per i rifugiati in altri paesi, questi sono censiti dall’UNHCR e la cooperazione italiana supporta i campi profughi attraverso finanziamenti diretti all’UNHCR, con cui abbiamo rapporti di lunga durata.

Esiste un’altra parte di rifugiati che non sono dentro i campi, persone scappate dal conflitto che si trovano in situazioni peggiori. Queste persone non hanno un’identità nel paese dove si trovano, non hanno un’abitazione né supporto sanitario o nutrizionale. Sono queste le persone di cui parlavo prima: quando facciamo interventi umanitari attraverso le nostre OSC, indirizziamo parte dei fondi soprattutto a questi rifugiati, che si trovano in una situazione maggiormente svantaggiata rispetto a quelli registrati.

ALDA CAPPELLETTI

Il nostro tempo sta per scadere. Un’ultima riflessione per tutti, che torna al titolo della nostra conversazione sulla necessità di riportare l’attenzione sul Sudan. Come possiamo rafforzare l’advocacy? Come possiamo continuare a riportare l’attenzione su questa crisi, sia verso chi prende le decisioni politiche sia verso l’opinione pubblica? Cosa possiamo fare concretamente perché la crisi del Sudan non venga dimenticata? Cominciamo da Marco.

MARCO RUSCONI

Individuo alcuni punti d’azione che richiedono la collaborazione di tutti. Mi fa piacere che ci siano state domande dal mondo della comunicazione. Intanto, parliamone sui media, valorizziamo quello che si sta facendo. Non ci deve essere la sensazione che gli interventi non servano a nulla. Un ritorno c’è: ci sono aree dove non si è mai combattuto o si è smesso di combattere, dove la ricostruzione è in corso e i benefici si vedono. Non condanniamo un intero Paese a una situazione irrimediabile. Serve uno sforzo di positività nella narrazione.

Secondo punto, il coordinamento. Muoviamoci tutti nella stessa direzione. La cooperazione italiana non si muove da sola, siamo un Paese che crede nel multilaterale. Per questo ci fa piacere che ci sia il WFP, e per questo lavoriamo con molte altre organizzazioni come l’UNDP, l’OMS, l’UNOPS e la famiglia delle Nazioni Unite. E poi con l’Unione Europea. La cooperazione italiana gestisce risorse dell’Unione Europea. La Commissione ha ritenuto che l’Italia, e l’Agenzia, sia in alcuni casi il miglior attuatore possibile delle politiche UE. Mettendo assieme i vari pezzi e facendo sinergie a livello politico e operativo, si deve dare un’immagine di risultato.

Infine, puntare sulle persone. Siamo al Meeting dell’amicizia, in un mondo dove la persona deve continuare a essere centrale. Al centro della cooperazione italiana e dell’intervento umanitario sta la persona. Non c’è nessuna persona o comunità che si trovi nell’impossibilità di essere attore. Ci muoviamo sempre con una logica di supporto e mai di negazione delle capacità che, anche nelle situazioni peggiori, continuano a esistere come spunti di resilienza su cui ricostruire una logica di sviluppo di medio e lungo periodo.

IRENE PANOZZO

Faccio seguito alle sue ultime parole. Ci sono storie che non emergono, anche perché è difficile farle uscire a causa del blackout comunicativo e dell’assenza di internet in larga parte del paese. Ma ci sono storie estremamente positive. Valerie prima faceva riferimento alle “community kitchens”, cucine di comunità create da stanze d’emergenza organizzate dalla società civile. Quella stessa società civile che ha fatto la rivoluzione e che nel periodo della transizione è stata così animata. Quando il conflitto è iniziato, è rimasta in larga parte l’attore umanitario, anche al di fuori dell’aiuto formale che spesso non riusciva ad arrivare. Sono storie strabilianti.

Serve un’attenzione maggiore da parte dei media e di tutti. Quando si parla di Sudan, bisogna parlarne di più, ma anche parlarne bene, non solo di questi due generali che non hanno la minima intenzione di fare la pace. È importante capire come sta andando il conflitto e quali sono gli equilibri in campo, ma poi c’è una popolazione sudanese che è estremamente resiliente, stupenda, e che va veramente incoraggiata.

VALERIE GUARNIERI

(Interpretazione dall’inglese)

Sono d’accordo con gli altri oratori. Le informazioni sono molto importanti. Conversazioni come queste sono fondamentali. Rizzate le antenne, guardatevi intorno, imparate cosa succede in Sudan. Più saprete, più vi renderete conto che si tratta di un paese meraviglioso, di un popolo meraviglioso, e questo vi farà venire voglia di partecipare. Lasciatevi coinvolgere.

Noi lavoriamo con tanti altri enti e cerchiamo di capire cosa fanno le organizzazioni locali, come queste stanze di emergenza. Non ho parlato dei finanziamenti, ma come singoli c’è moltissimo che potete fare per contribuire. Il programma che rappresento ha un’app che si chiama “ShareTheMeal” e potete sostenere l’emergenza che più vi interessa. Per Gaza, ogni 48 ore stiamo mobilitando un milione di dollari. Per il Sudan non c’è mai stato questo tipo di impegno. Cerchiamo di mobilitare le forze anche per il Sudan. Se un milione di persone dona un dollaro, sono un milione di dollari, e questo può aiutare moltissimo.

MICHELE MORANA

Mi sono posto il problema sull’advocacy da quando è scoppiata la guerra. Credo che una responsabilità maggiore la abbia chi è sul campo. Siamo noi che dobbiamo agire, perché l’advocacy si fa con storie, con dati, con la valorizzazione di quello che fa l’Italia in Sudan. Quello che abbiamo fatto come sede, prima di Khartoum e adesso di Addis, è informare attraverso i social, ma anche ufficialmente il nostro direttore generale, su quello che succede. Credo che più informazioni si forniscono, più c’è la possibilità di colpire la sensibilità delle persone, in modo che si faccia una riflessione.

Questa di oggi è una riflessione voluta dal Ministero degli Affari Esteri, da Intersos, che da poco si è ri-registrata in Sudan e sta ricominciando a lavorare, voluta da tutti. E poi, ovviamente, la stampa, come diceva il direttore, è quella che dovrebbe dare voce a queste piccole pillole informative che noi siamo tenuti a dare, affinché se ne parli.

ALDA CAPPELLETTI

Grazie mille. Credo che siamo giunti al termine. Sarebbe interessante continuare, ci sono ancora molte cose che non abbiamo nemmeno toccato. Spero che gli esperti oggi abbiano dato spunti di riflessione importanti per capire, comprendere e riportare l’attenzione su questa crisi, facendola sentire più vicina a noi. Grazie a tutti per la disponibilità, grazie ancora al Meeting di Rimini. Mi permetto di ricordare che lungo tutta la fiera ci sono postazioni dove possiamo donare per supportare il Meeting.

Data

23 Agosto 2025

Ora

13:00

Edizione

2025

Luogo

Arena Internazionale C3
Categoria
Incontri