IL SERVIZIO AL LAVORO: STRUMENTO DI TRANSIZIONE PER I NUOVI LAVORI - Meeting di Rimini
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IL SERVIZIO AL LAVORO: STRUMENTO DI TRANSIZIONE PER I NUOVI LAVORI

Il servizio al lavoro: strumento di transizione per nuovi lavori

In collaborazione con Farmindustria. Partecipano: Antonio Bonardo, Direttore Public Affairs di Gi Group; Maurizio Del Conte, Presidente di ANPAL (Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro); Antonio Messina, Membro del Comitato di Presidenza di Farmindustria; Paola Vacchina, Presidente di Forma (Associazione Enti Nazionali di Formazione Professionale). Introduce Dario Odifreddi, Presidente della Fondazione Piazza dei Mestieri.

 

DARIO ODIFREDDI:
Buongiorno a tutti, benvenuti a questo incontro in cui vogliamo affrontare un tema, che è quello dell’accompagnamento davanti al grande cambiamento che sta subendo e che subirà in modo rivelante nei prossimi anni il mondo del lavoro. Noi sappiamo che abbiamo una situazione del lavoro in Italia difficile, abbiamo dei tassi di occupazione bassi, abbiamo molta disoccupazione giovanile, quindi abbiamo tanti dati che ci dicono che la nostra situazione sia per la crisi, ma è una cosa che ha radici storiche, che era precedente alla grande crisi del 2008/2009, il nostro mercato del lavoro è un mercato in lavoro in difficoltà. Ma il tema più rilevante che noi dobbiamo affrontare è il cambiamento mondiale del mercato del lavoro. Tanti scrivono, anche in modo abbastanza catastrofico che nei prossimi anni, dieci, venti, venticinque anni si perderanno tantissimi posti di lavoro. Alcuni studi fatti dall’università di Harvard, di Cambridge, alcuni studi americani o di società multinazionali dicono che circa il 50% dei posti nei paesi occidentali attuali si perderanno, cioè tanti lavori scompariranno perché saranno sostituiti dalla cosiddetta robotizzazione, cioè il lavoro umano sarà sostituito dalle macchine. È un cambiamento reale, è un cambiamento evidente che porta una polarizzazione, già adesso noi lo stiamo vedendo. Abbiamo posti di lavoro molto interessanti, molto legati all’innovazione, ai settori innovativi, con grande capacità anche di realizzazione personale, ma anche di reddito e abbiamo una crescita dei cosiddetti lavori a redditività bassa, a bassi salari, che sono sostanzialmente quelli che un po’ genericamente potremmo definire i lavori legati ai servizi alla persona. Le persone, tutti noi diventiamo più anziani, l’aspettativa di vita si è allungata, ci sono tutta una serie di servizi alla persona che sono in crescita. In mezzo a questi due, all’interno di queste due fasce, noi troviamo la grande fascia che storicamente conosciamo, come il lavoro operaio, il lavoro impiegatizio eccetera che è davanti a questa grande sfida. Alcuni dicono che questa è una sfida che non si può che perdere e i catastrofisti tentano di documentare questo. Alcuni dicono che questa è una sfida importante, che dobbiamo affrontare, ma che si può vincere. Ricordo una dichiarazione, parlerà nei prossimi giorni al meeting, di Ignazio Visco, a un incontro con Prometeia dove dice “Ogni grande rivoluzione tecnologica ha dei vinti e dei vincitori ma alla lunga produce più possibilità per tutti”. Non è detto che sia così, certamente negli anni ’30 Keynes diceva che la rivoluzione tecnologica avrebbe distrutto posti di lavoro e avrebbe creato la situazione che oggi si prefigura, non è stato vero, sono cresciuti i posti di lavoro, è cresciuto il reddito, è diminuita la disuguaglianza, è diminuita la povertà. Ma certamente non si può far a meno di prendere atto che la sfida esiste. Se non facciamo nulla, se continuiamo a fare quello che abbiamo fatto fino a adesso, questo spiazzamento ci sarà e quindi ci sarà un enorme problema, soprattutto prevalentemente dei paesi occidentali e industrializzati. Cosa vogliamo fare oggi con i nostri ospiti? Provare a affrontare questo tema, cioè che cosa serve? Che cosa ci serve per affrontare questo cambiamento? Quali sono gli strumenti di cui noi abbiamo bisogno? E i diversi interventi sottolineeranno in modo specifico uno di questi strumenti. Io quindi passerei subito la parola a Paola Vacchina, Presidente di Forma che è l’associazione che riunisce tutti gli enti della Formazione Professionale italiana che operano a livello nazionale. Paola Vacchina è Presidente di Forma, è nel consiglio di presidenza delle Acli, ha una lunga storia in questo settore della formazione professionale, è nel settore dell’associazionismo, è nel terzo settore. Il primo punto che noi dobbiamo capire è che non si può affrontare il cambiamento senza un sistema educativo e quindi anche senza un sistema di istruzione e formazione professionale che investa su questo cambiamento, perché quello di cui noi avremo bisogno sono certamente nuove competenze per le nuove professionalità, ma soprattutto avremo bisogno di persone che sono capaci di stare davanti al cambiamento e che sanno accettare positivamente la sfida che la realtà gli impone. Quindi a Paola Vacchina il primo intervento.

PAOLA VACCHINA:
Bene, grazie Dario, grazie al Meeting per questo invito e anche per aver voluto fare del tema giovani e lavoro, sistemi educativi, mondo del lavoro e delle imprese non soltanto un dibattito occasionale, ma davvero uno dei fili rossi, uno degli assi portanti della riflessione del Meeting. Perché lo dico? Perché credo che davvero questa sia una questione epocale insieme ad alcune altre che vengono trattate questi giorni, penso la questione delle migrazioni e dell’inserimento, dell’integrazione delle persone di diverse culture, diverse fedi. Anche questo è un tema fondamentale, in particolare per il nostro paese. La tesi che vorrei raccontare, il contributo principale che darò è molto semplice, l’ha già anticipato in qualche modo Dario, ma vorrei partire da una premessa. Credo che in questa legislatura che si sta concludendo sono stati fatti alcuni passi avanti, almeno su due versanti: da una parte il riavvicinamento, almeno in parte, tra la scuola e il lavoro, con delle difficoltà, almeno nell’attuazione, ma sicuramente sono due mondi meno separati e questo è interessante, è importante per noi tutti. Dall’altra per un rilanci delle politiche attive del lavoro, delle quali nel nostro paese si parlava poco e si faceva ancora meno. Ecco, questo è un altro fronte sul quale si è aperta una nuova sensibilità, ci sono delle attenzioni, anche delle azioni concrete. È un tema complesso, perché intrecciato con l’esito del referendum costituzionale, ma è stata costituita l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro, qui abbiamo il Presidente, quindi ce ne parlerà lui, ma è un altro punto di forza. Quale contributo, quindi, quale tesi principale vorrei portare? Ecco, non esistono politiche attive per il lavoro senza un solido sistema di formazione professionale. Oppure possiamo dirlo dal versante del sistema educativo: un sistema educativo di un paese sarà sempre zoppo, se accanto alla gamba della scuola e dell’università, non affianca, non rafforza anche la filiera dell’istruzione e formazione professionale fino all’istruzione tecnica superiore. Provo a, come dire, tradurre, queste sigle che sono poche conosciute, purtroppo, ancora nel nostro paese, parliamo di quel sistema di enti accreditati dalle regioni che, tre anni dopo la scuola media permettono ai giovani di raggiungere una qualifica professionale, col quarto anno un diploma professionale e poi su su fino all’istruzione tecnica superiore che purtroppo nel nostro paese oggi accoglie meno di diecimila fortunatissimi giovani, i quali però negli ITIS poi riescono a fare un percorso che permette loro di accedere in una percentuale altissima di casi, oltre il 90%, al mondo del lavoro. Un sistema educativo zoppo, un sistema di politiche attive del lavoro che mancherebbe della sua base sicura se non si fondasse su una infrastruttura importante di formazione professionale. Che cosa intendo in questo senso? Intendo dire che quella realtà che già esiste, quella preziosa risorsa che il nostro paese già ha, quella appunto della istruzione e formazione professionale e degli ambiti, diciamo successivi nella filiera che porta fino ai livelli più alti dell’istruzione, va prima di tutto riconosciuto e poi va rafforzato. Non si parte da zero. Certo va assolutamente ripreso in mano e va consolidato. Questo sistema esiste a macchie di leopardo, in alcune regioni del Nord è molto forte e porta dei risultati sia in termini di lotta all’abbandono scolastico, sia in termini di occupazione giovanile, ma quasi tutto il Centro e il Sud Italia è quasi uno sconosciuto. Si sono fatti dei passi avanti in questi ultimi anni, perché l’introduzione del cosiddetto sistema duale, cioè l’apprendimento in parte nel centro di formazione, in parte presso le aziende, ha permesso a alcune regioni del Centro Sud in parte di riattivarsi e di ripartire. Ecco noi su questo facciamo molto affidamento, riteniamo che debba essere la volta buona per investire su questa infrastruttura e regalarla veramente al paese. Noi non crediamo che si debba parlare in questo senso di fondi che non ci sono, risorse che non ci sono, pensiamo quante risorse vengono sprecate per costringere a forza a restare a scuola dei ragazzi che proprio con quel modello di apprendimento, di insegnamento non riescono ad averci a che fare. Oppure a quanto si spreca quando non si favorisce una buona scelta e quindi quando all’università tanti giovani purtroppo si iscrivono in ambiti che poi non fanno per loro e quindi poi abbondano oppure non trovano lavoro alla fine del loro percorso di studi. Noi pensiamo che si debba lavorare in questo senso per molte ragioni. La formazione professionale degli enti accreditati, che è una via complementare alla scuola, quindi che deve sempre rimanere in un rapporto di grande, come dire, osmosi con la filiera scuola-università è quell’altro modo di apprendere, quell’altro modo di insegnare, che permette a tutti i giovani di trovare la propria strada, o meglio, a ciascun giovane di trovare il proprio modo per raggiungere i livelli più elevati dell’istruzione. Perché il nostro paese ha anche questo di problema: proprio di fronte alle sfide di cui parlava Dario Odifreddi e cioè a questi grandi cambiamenti del mondo del lavoro, è necessario che tutta la popolazione sia portata verso livelli più alti di istruzione. Noi siamo ancora indietro, troppi pochi italiani hanno un titolo di studio di livello terziario, ma ci si può arrivare se c’è questa alleanza tra il mondo dell’istruzione e il mondo della formazione professionale; la possibilità di avere dei passaggi e attraverso questi passaggi anche di arrivare ai livelli più alti di educazione. Ma il suggerimento del nostro coordinatore era quello anche di immaginare alcune proposte concrete perché tutto ciò diventi realtà. Io provo a farne tre e le provo a rilanciare così con forza perché sono le proposte, le riflessioni a cui Forma sta lavorando e rispetto alle quali stiamo cercando di dare un contributo anche in termini molto concreti. La prima proposta, immaginerete bene, è sicuramente quella di diffondere e consolidare in tutto il paese il sistema della formazione professionale e via via su fino al sistema degli ITIS che devono essere almeno raddoppiati nel nostro paese nei prossimi anni. Questo è fondamentale, vuol dire nelle regioni in cui il sistema esiste, Lombardia, Veneto, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, un po’ il Nord Italia, rendere più stabili i finanziamenti, più certi, non esporli ogni anno all’incertezza della possibilità di sviluppare e portare avanti i corsi. E nelle altre regioni certamente ripartire, rilanciare, investire, come in parte, cito per esempio le Marche o la Campania, in alcune regioni si sta veramente facendo. Mi sembra che sia fondamentale perché questo permette un investimento che sia contemporaneamente sul rafforzamento del tessuto territoriale nel quale si incontrano e collaborano insieme i centri di formazione, appunto, degli enti accreditati e le imprese e contemporaneamente anche le persone. La formazione professionale ha il pregio di saper influire positivamente su entrambe queste dimensioni: l’impresa e la sua esigenza di sviluppo, ma anche le persone e la loro importante necessità di accrescere il proprio bagaglio di conoscenze e di competenze. Una seconda proposta, per andare per flash, poi potremmo approfondire tantissimo, è certamente quella di rendere stabile quella che è stata definita “la via italiana al sistema duale”, anche qui formule un po’ per addetti ai lavori, ma mi spiego subito. Si tratta di quel modo di apprendere che appunto avviene in parte sui banchi di scuola o del centro di formazione professionale, in parte direttamente in azienda. In particolare attraverso lo strumento dell’apprendistato formativo, credo ce ne potrebbe parlare anche qui proprio Maurizio Del Conte, perché ANPAL sta facendo un monitoraggio di questa sperimentazione che sta dando dei risultati molto importanti. Quindi l’apprendistato formativo recentissimamente riformato appunto nel nostro paese, attraverso l’accompagnamento del giovane operato dal proprio ente di formazione nel quale, diciamo, sviluppa le sue conoscenze, le sue competenze, ecco, sta diventando una realtà, dopo tanti anni in cui si era tentato, ma mai si era riusciti a partire su questo versante. Allora anche qui i finanziamenti che sono stati destinati dal ministero del Lavoro a questa sperimentazione vanno certamente consolidati, rafforzati, resi stabili. Tra l’altro, gli enti di formazione particolarmente impegnati in questa sfida stanno anche mettendo del loro, stanno facendo e autofinanziando proprio una sorta di ricercazione per verificare quali sono le migliori prassi, e quindi quali esperienze possono essere sviluppate e messe adisposizione di tutti, proprio perché questa bella storia possa continuare. Sempre in modo molto sintetico passo all’ultima delle proposte che mi sento di fare, anche qui come Forma, come ente di formazione professionale stiamo investendo veramente tanto. Si tratta della richiesta, della proposta di rivedere e aggiornare il repertorio delle qualifiche dei diplomi professionali. Forse qualcuno di voi più addentro nelle questioni dell’istruzione sa che sono stati recentemente riformati gli istituti professionali di Stato, che sono un’altra realtà interessante, importante del nostro Paese. Ecco noi riteniamo che coerentemente anche i diplomi, le qualifiche che vengono raggiunte attraverso i nostri percorsi degli enti di formazione professionale debbano essere visti per aggiornare le competenze nell’ambito dei profili professionali che già esistono, ma anche per individuarne di nuovi: proprio quelli rispetto ai quali abbiano delle esigenze dei mercati del lavoro che non vengono coperte perché mancano i giovani che hanno le relative competenze. Quindi c’è questo problema che fa si che paradossalmente, con una disoccupazione giovanile così alta come quella che abbiamo in Italia oggi, alcuni posti di lavoro non vengano coperti proprio perché mancano le relative qualifiche, diplomi, titoli di studio, quindi le competenze necessarie in quei settori. Potremmo fare tanti esempi, penso all’ambito della meccatronica, che non è più l’ambito della meccanica che conoscevamo solo fino a qualche anno fa, oppure l’ambito della modellizzazione e prototipazione industriale. Ma possiamo andare anche nell’ambito dei servizi di welfare multidirezionali, che riguardano le persone e la famiglia, etc… oppure l’agricoltura anche qui multifunzionale, con le sue specifiche caratteristiche, che si vedono oggi nei nuovi mestieri, nel ritorno anche di tanti giovani, di tanti lavoratori a questo settore. Non mi dilungo, ma credo che si tratti d’un’esigenza fondamentale. È un po’ articolato, un po’ complesso il processo per la revisione del repertorio delle qualifiche dei diplomi perché coinvolge sia le regioni sia i due Ministeri competenti: il Ministeri dell’Istruzione e il Ministero del Lavoro. Ma noi lavorando con le regioni e coi ministeri stiamo pensando a delle proposte concrete, per facilitare l’avvio di questo processo e perché sia veloce. Già siamo in ritardo di oltre tre anni rispetto a quella che doveva essere la data di un primo aggiornamento del repertorio –avrebbe dovuto cadere già nel 2014, ma non è stato fatto-, quindi, credo, sfondando forse una porta aperta –ma noi vorremmo che questo servisse perché quest’azione venisse compiuta nell’arco di qualche mese non di anni-, ecco noi vorremmo arrivare a questo risultato. E chiudo riprendendo una frase che ha detto Monsignor Santoro questa mattina in un bellissimo incontro in cui si parlava di Cattolici, di Cristiani impegnati nel mondo del lavoro, e delle loro proposte. A noi Vescovi arrivano tante richieste di lavoro, tante di giovani, ma non solo: ecco anche per i non-giovani questa infrastruttura di formazione professionale può servire, deve servire, eh? Penso ai tanti neet anche più grandi, penso alle persone adulte disoccupate da reinserire nel mercato del lavoro. Ma Mons. Santoro diceva: “noi, a queste persone che ci danno il curriculum non vogliamo e non possiamo dare una raccomandazione, noi vorremmo dare loro dei percorsi”. Ecco ,questi sono i percorsi di cui i giovani, le imprese, il Paese hanno bisogno. Quindi l’appello è veramente forte e accalorato. Forse le condizioni dal punto di vista culturale e politico ci sono, ma cerchiamo di fare questo passo e di farlo con decisione. Grazie!

DARIO ODIFREDDI:
Grazie a Paola: certamente questo tema -che ha nella formazione professionale un aspetto, ma evidentemente non l’unico aspetto- ha più in generale in tutto il sistema educativo il suo fulcro, questo tema della relazione tra il lavoro e i sistemi educativi è un tema di cui secondo me non dobbiamo illuderci di averlo smarcato anche dal punto di vista culturale. La difficoltà che ancora oggi permane nell’immaginare dei percorsi in cui la parte educativa e la parte lavorativa sono due cose che non sono una consecutiva all’altra, ma che crescono in parallelo con l’educazione di un giovane, è un tema che ha –è vero che tante persone, anche tanti soggetti istituzionali hanno iniziato a muoversi in una certa direzione- ancora delle resistenze culturali molto forti, perché ci sono molte persone che continuano a considerare il lavoro non come uno degli elementi e dei fattori della proposta complessiva educativa di un giovane. Adesso chiederei a Antonio Bonardo, Direttore di Gi Group Agenzia per il lavoro, di dirci –loro hanno un osservatorio come Gi Group, ma tutte le agenzie per il lavoro ovviamente… noi qui al Meeting abbiamo Randstat e ce ne sono tante altre… hanno un osservatorio particolare e anche un po’ anticipatorio: vedono cosa succede e cosa sta succedendo nel mercato del lavoro. Faccio un esempio: quando c’è una crisi normalmente questo è un soggetto che se ne accorge prima degli altri, così come quando c’è una ripresa. Così è anche, immagino, anche davanti ai cambiamenti che noi stiamo vivendo-, di raccontarci questo aspetto.

ANTONIO BONARDO:
Grazie per l’invito. Io, pensando al mio intervento di oggi e al titolo di questa tavola rotonda, e immaginando anche la presenza di giovani e comunque di non addetti al lavoro, mi sono dato due obiettivi nel mio intervento: il primo è riuscire a trasferire su larga scala che cosa sono i servizi al lavoro e perché sono importanti, e il secondo obiettivo è quello di renderci conto, uscire da qua tutti più consapevoli dell’urgenza che tutti questi hanno per la nostra vita lavorativa, proprio per reagire ai cambiamenti strutturali del dopo-crisi e ai cambiamenti che l’evoluzione tecnologica e digitale sta portando nel mercato del lavoro. Per trasferire il primo concetto, cioè che cosa sono i servizi al lavoro, ho pensato questa immagine: voi riuscireste a immaginare oggi di poter vivere in una società dove non esistesse il servizio sanitario nazionale? Cioè dove non ci fossero i medici di base, non ci fosse il pronto soccorso, non ci fosse gli ospedali? Ecco, i servizi al lavoro rappresentano l’infrastruttura di supporto alla vita lavorativa, così come il servizio sanitario nazionale rappresenta il supporto al benessere e alla vita in salute di ciascuno di noi, e alla possibilità di vivere bene e con qualità il più a lungo possibile. Così come il servizio sanitario ha una fase molto importante di prevenzione e una fase invece di cura nel momento della patologia, analogicamente il servizio al lavoro ha la sua parte di prevenzione, che a mio avviso è esattamente quello che ci ha raccontato Paola Vacchina, che è una buona formazione di base, una buona formazione superiore, una buona formazione anche terziaria che guardi sia le competenze hard ma anche le competenze definite non-cognitive skills –cioè quelle consentono di agire in maniera positiva in un ambiente di lavoro: l’orientamento al risultato, il lavoro in team, la comunicazione, la capacità di leadership etc…-, e questo rappresenta la parte di prevenzione. Dopodiché uno entra nel mercato del lavoro e ci può essere il momento della patologia, cioè il momento in cui subentra un problema. A mio avviso il problema può essere o il fatto che uno se ne accorge da solo di non stare molto bene, per cui si rende conto che là dove lavora le cose non girano molto bene o oggettivamente, perché l’azienda dove lavora comincia a avere qualche criticità, o soggettivamente, perché lui nel lavoro che svolge non riesce più ad esprimersi con soddisfazione. Allora questo è il momento in cui uno può mettersi in moto da solo e può rivolgersi agli operatori professionali del mercato del lavoro come le agenzie per il lavoro sono ormai da vent’anni un’infrastruttura di riferimento che sono state capaci di partire dal tema, diciamo così, di base, che fa parte del nostro core business che è la somministrazione, creando poi attorno a questo servizi di ricerca e selezione per i diversi livelli a cui uno aspira per poter trovarsi attraverso la gestione degli annunci, la risposta alle opportunità, nuove opportunità di lavoro. Ma poi invece ci può essere il problema, diciamo così, patologico vero e proprio, in cui il problema si presenta perché il posto di lavoro che uno aveva prima non ce l’ha più: o perché l’azienda deve ristrutturare o perché viene acquisita o perché trasferisce all’estero o perché c’è un problema di performance individuale per cui viene richiesto di cambiare il posto di lavoro. Allora da questo punto di vista ci può essere il fatto che uno lavora in un’azienda che ha una certa cultura del personale e allora, anche nel momento in cui si trova a dover lasciare a casa delle persone, attiva un servizio per aiutarle a ricollocarsi e questo tecnicamente si chiama servizio di outplacement, e ci sono delle società specializzate, la maggior parte delle quali fanno parte sempre dei network, delle agenzie per il lavoro, che su incarico dell’azienda e su remunerazione dell’azienda prendono in carico le persone che devono essere ricollocate e le aiutano a trovare un’occupazione, oppure la stragrande maggioranza non lavora in aziende che hanno questo tipo di assicurazione integrativa, diciamo, come potrebbe essere una polizza sanitaria, questa è una polizza integrativa di servizio al lavoro e in questo caso è chiamato a rispondere, sarebbe chiamato a rispondere lo Stato, secondo la nostra costituzione che, sapete, è una Repubblica fondata sul lavoro e poi nel 2001 attraverso un percorso di cosiddetto devoluzione ha passato questi poteri alle varie regioni. Allora cosa succede? Succede che la persona che si trova senza lavoro avrebbe il diritto, oggi anche sancito da una legge dello stato, che è il famoso Job’s Act del 2015, avrebbe il diritto di poter essere preso in carico da qualcuno di esperto che lo ascolta, lo aiuta a fare un bilancio di competenze per vedere quali sono tutte le competenze che lui ha maturato sia in termini professionali che in termini informali, lo aiuta a redigere un piano di azione individuale, che può aiutarlo a mettere in piedi qualcosa di autonomo, quindi un’iniziativa di autoimprenditorialità oppure aiutarlo a redigere un piano di marketing per andare a cercare un’altra opportunità di lavoro, secondo la vocazione, secondo la competenza che lui ha sviluppato, è molto importante quanto più questo operatore è collegato con la domanda di lavoro normalmente espressa della imprese, tanto più gli da anche poi un aiuto operativo a cercare questa nuova opportunità di lavoro dandogli anche delle vere e proprie chance di poter andare a fare colloqui, a poter entrare nel colloquio del lavoro. Ecco, in maniera molto sintetica spero di avervi descritto che cosa si intende quando si parla di servizi per il lavoro e cosa si intende quando si parla di politiche attive per il lavoro, cioè dei servizi pubblici in quanto finanziati dallo Stato e dalle regioni che aiutino le persone nel momento in cui sono in difficoltà a poter avere un supporto, una tutorcy, un’expertise a cui rivolgersi che lo aiutano a reinserirsi nel mercato del lavoro. E questa è l’attuazione pratica di una strategia che nasce dall’Unione europea che si chiama la strategia della flex security, cioè aumentare la possibilità di flessibilità da parte delle imprese, nell’assunzione e nel licenziamento della mano d’opera per adeguarsi al cambiamento della dinamica competitiva globale, ma dall’altro lato non lasciare la persona da sola nel suo problema nel momento in cui questo gli si provocasse, dandogli un sussidio passivo temporaneo, che è la NASPI, per massimo 24 mesi, ma contemporaneo, mettendolo da subito in pista per rientrare operativamente nel mercato del lavoro. Questo è il tema e io credo che tutti voi vi rendiate conto di quanto questi servizi siano straordinariamente importanti. L’abbiamo capito con la crisi che ci ha colpito nel 2008, con tutta la disoccupazione aggiuntiva che ha creato, ma lo stiamo capendo sempre di più, guardando i cambiamenti che dobbiamo affrontare, che abbiamo di fronte. Solo per citarvi un esempio di cambiamento, ieri sera mentre in macchina stavo arrivando a Rimini sentivo su Radio24 Focus Economia. La notizia del giorno di ieri era che il principale operatore di auto motive cinese sta facendo delle avance perché vuole acquisire, non ho ben capito se tutta Fiat Chrysler o semplicemente Jeep, che è una delle aziende di Fiat Chrysler. Però capite che una notizia di questo tipo, legata al fatto che ieri è uscita la notizia che Tesla ha progettato la nuova auto elettrica a guida autonoma e ha avuto 450mila prenotazioni per cui non riesce a star dietro alla produzione e deve mettere in pista i cambiamenti. E la terza notizia è che Fiat Chrysler da sola, così come molti altri operatori non hanno le risorse finanziare per poter gestire questo cambiamento verso la domanda che c’è da parte del pubblico di auto a minori emissioni, per andare verso l’auto elettrica, oppure verso un cambiamento strutturale nel processo di rapporto con l’automobile del consumatore, che non è più un processo di proprietà, ma va verso un processo di pay-for-use, cioè di utilizzo del prodotto e non più della proprietà. Allora, vedete tutti questi cambiamenti che tipo di impatto e, tenete conto che il PIL italiano, benché sia un PIL che abbia ripreso fortunatamente a crescere, ancorché a livelli non allineati al mercato europeo, ma è sostenuto in maniera prevalente dall’auto motive, perché l’Italia con la strategia premium che Marchionne ha attutato nel 2010 portando in Italia la produzione della Jeep, la produzione della 500 L, la produzione di Maserati è uno dei paesi che oggi sta producendo per esportare, quindi sta creando posti di lavoro. Ora immaginate che impatto questo potrà avere se effettivamente l’azienda cinese si compra la Fiat Chrysler e poi magari in una sua piattaforma internazionale non ha più quei legami sentimentali che può avere un’azienda che comunque ha radici italiane di mantenere la produzione in Italia. Che impatto può avere questo sull’occupazione di posti di lavoro? Quindi noi dobbiamo capire che cosa porta il futuro, che tipo di competenze serviranno per fare in modo che anche i cinesi se ci acquistano decidano di stare qua, così come acquistando il Milan e l’Inter comunque rimangono a Milano, perché sono due squadre che giocano a San Siro, che hanno un’agenda italiana e non vanno certamente a portare il Milan e l’Inter a giocare a Nanchino o a Shanghai. Quindi analogicamente dobbiamo fare in modo che ci sia lo stesso tipo di visione e lo stesso di competenze. Fortunatamente da questo punto di vista non partiamo da zero sulle politiche attive, perché ci sono tre fatti, a mio avviso positivi da cui si può guardare, da cui si può partire per implementare questi servizi in tutta Italia. Il primo è l’esperienza lombarda di Dote Unica Lavoro, che è l’esperienza in cui tutto quello che vi ho detto prima è stato disegnato, implementato e reso operativo fin dal 2008, perché oggi se un cittadino lombardo è senza lavoro può rivolgersi a operatori pubblici o privati attraverso un assegno che gli viene rilasciato dalla amministrazione pubblica e con questo avere pagati i servizi di ricollocazione di cui vi ho raccontato prima. Il secondo è l’esperimento Garanzia Giovani che per la prima volta ha tentato di creare un’attività di politica attiva integrata su tutto il territorio nazionale, che ha dato i suoi migliori risultati ovviamente in Lombardia perché aveva già attivo il sistema di Dote Unica Lavoro, e terzo è la creazione dell’ANPAL. Da questo punto di vista ci auguriamo che l’intervento e l’attività di Maurizio Del Conte riesca poi a portare in tutta Italia questa tipologia di servizi e questa attività in modo che siamo una nazione veramente fondata sul lavoro e non di cittadini di serie A o di serie B a seconda della regione in cui hanno la fortuna di nascere o di risiedere. Grazie.

DARIO ODIFREDDI:
Grazie, Claudio Antonio Bonardo, mi ha colpito la metafora del servizio al lavoro come il sistema dei medici di base, sperando che sia il vecchio sistema dei medici di base perché quello attuale non funziona tantissimo. E poi un’osservazione, certamente i servizi al lavoro, cioè le cose che aiutano le persone a ritrovare un lavoro quando lo perdono e che aiutano le persone a entrare nel mondo del lavoro quando ancora non ci sono, sono certamente legati alle politiche pubbliche, certamente questo è un diritto anche sancito costituzionalmente, ma in questo c’è un ruolo, che è anche un ruolo specifico del mercato, che è un ruolo specifico anche dell’impresa e anche delle agenzie per il lavoro, che non è quindi semplicemente un problema di politiche pubbliche. Il lavoro è un problema per la persona, perché una persona attraverso il lavoro si realizza, ma il tema del lavoro, evidentemente del lavoro futuro è decisivo per l’impresa, è deciso per lo sviluppo di un’impresa, è decisivo per lo sviluppo di un paese. Cioè l’impresa è oggi davanti alla stessa sfida, vista da un altro punto di vista, perché la persona ce l’ha come fattore di autorealizzazione di sé, l’impresa ce l’ha come fattore necessario per continuare a competere in quello che questo mercato e anche questi nuovi mercati che si vengono a creare. Allora io vorrei chiedere ad Antonio Messina che è Membro del Comitato di Presidenza di Farmindustria, nonché ha tante esperienze in aziende internazionali, come dal suo punto di vista, dal punto di vista dell’impresa, vive questa sfida.

ANTONIO MESSINA:
Sì, grazie, buonasera a tutti. Bè direi che è una sfida molto interessante quella che ci lanciate perché l’impresa del farmaco sta vivendo un momento molto particolare in Italia e a livello mondiale. Voi avrete visto qualche già qui all’interno del Meeting di Rimini parlare di migliaia e migliaia di molecole in arrivo, quindi la ricerca è in pieno sviluppo. Se voi partite dall’immagine di un farmaco e di una scatoletta con all’interno quello che può essere un farmaco o una fiala, bè immaginate che dietro a quella scatoletta ci sono vent’anni di lavoro, vent’anni di lavoro fatto da persone. Persone che hanno bisogno di una competenza elevatissima, di una qualità elevatissima, di una formazione elevatissima. E vi dirò di più, e questa è la bella notizia, questo tipo di competenze e di formazione deve aumentare. Perché i farmaci diventano più complicati, perché lo sviluppo diventa più complicato e quindi la necessità per l’industria farmaceutica di avere maggiori competenze è praticamente importantissima. Quindi che cosa è importante per noi? Sicuramente quello di avvicinare i giovani al mondo del lavoro e lo abbiamo fatto molto bene perché abbiamo dal 2014 assunto seimila persone all’anno, di cui più della metà under 30 e quindi abbiamo bisogno dei giovani e abbiamo bisogno delle loro competenze e abbiamo bisogno che le competenze crescano. E che cosa possiamo fare noi per rendere questa formazione e questo accesso dei giovani ancora più veloce e più facile? Come azienda che sta vivendo un momento così positivo all’interno del nostro paese e a livello mondiale. Una delle cose che abbiamo fatto è stata quella, insieme con il MIUR, accogliendo il loro invito, è stato quello di creare un progetto di alternanza scuola-lavoro, con la filiera. Perché la filiera raddoppia le possibilità di lavoro in quanto non si orienta solo al farmaceutico puro, ma a tutto quello che ruota intorno al farmaceutico. E di fatto con questo noi partiremo entro poche settimane con un progetto pilota in Emilia Romagna e nel Lazio con alcuni licei scientifici già selezionati e cominceremo questo progetto pilota, che non è un modo timido per prendere tempo, ma è un modo per dare anche a noi dell’industria la possibilità di imparare a farla l’alternanza scuola-lavoro. Perché non l’abbiamo mai fatta, è una cosa nuova anche per noi e questi ragazzi, che arrivano nelle nostre aziende, meritano tutta la nostra attenzione e non è facile dargliela perché le aziende sono molto concentrate su quello che devono fare, quindi il progetto pilota serve per capire cosa dobbiamo dare a questi ragazzi, come ci dobbiamo organizzare e come possiamo essere sicuri che loro traggano il massimo beneficio dalla loro permanenza in azienda. Questo è un progetto che anche a livello sociale noi ci sentiamo di dover fare in quanto non solo garantisce a noi un maggior ricambio, una maggior formazione di questi giovani, ma mette anche l’azienda stessa, le imprese stesse nella possibilità di avere delle persone più consapevoli di quello che è il loro progetto formativo, cosa fare, come farlo e avere una maggior consapevolezza di cos’è l’impresa al di fuori di quello che sono gli studi. E questo, per darvi un esempio corrente , ma ne volevo dare anche un altro che nasce invece da una necessità. Voi tutti avete saputo dell’industria 4.0: se ne è parlato tanto, anche con le attività che ha fatto il ministro Calenda per incentivarle. L’industria farmaceutica, specialmente per la parte produttiva, per il 70 % è allineata con i nuovi sistemi di automazione, 4.0. Ma dovete sapere anche che è una delle poche volte in cui io stesso mi sono trovato anche in difficoltà a trovare del personale che avesse le caratteristiche adeguate con queste nuove attività. E quindi sicuramente, l’impresa del farmaco fa tanta formazione interna, questo finchè eravamo ancora negli schemi. Sicuramente l’industria 4.0 per la velocità e per l’innovazione tecnologica ci ha un po’ portato fuori da quello a cui noi eravamo abituati e quindi l’idea qual è stata? L’idea è stata quella di , insieme a una università, l’università telematica San Raffaele di Roma, è stata quella di creare un corso di alta formazione per il digital manager dell’industria. L’idea qual è? L’idea è che gli studenti che escono dal liceo e che vengono selezionati in base a una competenza digitale superiore alla media , possano, aderire a un corso di alta formazione che dura solo 6 mesi . Fare un’industria insieme ad alcune delle aziende che vorranno aderire al progetto potranno pagare parte del costo di questo corso, ma soprattutto accogliere i neo laureandi di questo corso di alta formazione per 6 mesi all’interno della loro azienda. Qual è il loro obiettivo? L’obiettivo è quello di, in tempi molo brevi, perché su questo argomento è inutile stare 4 o 5 anni dentro l0università, alla fine del corso di laurea il rischio è che tutto è cambiato e che tutto quello che hai studiato non serve più e allora un corso molto breve, portati subito nelle aziende, dopo un anno se tutto ha funzionato bene questi giovani dovrebbero essere in grado di entrare nelle piccole e medie imprese e poter suggerire ai manager di queste aziende dal punto di vista digitale cosa deve fare questa piccola e media impresa per essere più competitive sul livello nazionale o sul livello internazionale. Ci sono dei mestieri che sono completamente nuovi, persone che debbono monitorare il web. Ora molte aziende fanno il marketing direttamente sui consumatori , attraverso i social, attraverso il web , ci sono persone che hanno bisogno degli skill per poter monitorare quello che accade nel web, come i consumatori rispondono a questo tipo di marketing. Questa è una delle tante, delle centinaia 4 delle nuove figure professionali che si renderanno necessarie nel futuro . Ecco, questa iniziativa che noi abbiamo con l’Università San Raffaele telematica di Roma, serve proprio a creare questo manager digitale in tempi brevi e quindi poter offrire al mercato qualche cosa che almeno nelle intenzioni, dovrebbe essere nuovo. Bi ho dato soltanto due esempi, ce ne sono 6tanrti altri, ma non vorrei poi rubare tempo ai relatori , però ecco, sono degli esempi di come l’impresa del farmaco interagisce con il mondo del lavoro, fermo rimanendo che tutto questo ovviamente lo facciamo con l’aiuto delle nostre organizzazioni sindacali , abbiamo un buon modello di relazioni industriali , sempre con loro al fianco, noi cerchiamo di portare degli strumenti nuovi, cerchiamo di fare della formazione, cerchiamo di dare una mano, visto che è un momento questo in cui l’industria farmaceutica sta vivendo , specialmente per l’export, un momento particolarmente positivo, riteniamo che sia importante fare la nostra parte anche per i nostri giovani e anche per il nostro paese.

DARIO ODIFREDDI:
Grazie ad Antonio Messina, vedete come per l’azienda, per l’0impresa diventa una necessità quella di investire a sua volta su sistemi educativi. Sottolineo solo semplicemente è rilevante questo aspetto di aziende strutturate che si rendono disponibili a delle sperimentazioni a dei progetti pilota sull’alternanza scuola lavoro. Perché l’alternanza scuola lavoro che stata culturalmente una grande conquista del nostro paese legislativamente sancita dalla cosiddetta legge sulla buona scuola, legge 107, purtroppo ha avuto in gran parte d’Italia una realizzazione non efficace, col rischio di perdere anche il valore. Perché poi se un ragazzo torna a casa, del liceo , e dice: “cosa hai fatto oggi? Ho fatto alternanza. E come è andata? Era una schifezza”, anche il valore culturale importante si perde e quindi c’è bisogno che le imprese siano coinvolte. Maurizio, sei stato più volte evocato dagli interventi precedenti , cin si aspettava molto dall’Anpal. Ci aspettiamo ancora molto dall’Anpal, sappiamo che i tempi sono difficili e quindi però ti chiederemmo di aiutarci a capire uno cosa si sta facendo, ma soprattutto quali, secondo te sono le prospettive perché veramente ci sai una governance pubblica capace anche di governare il privato che possa essere un sostegno al mercato del lavoro.

MAURIZIO DEL CONTE:
Grazie. Io penso che innanzitutto Dario Oddifreddi ha messo insieme un bel tavolo perché ha riprodotto un po’ la filiera dei soggetti della rete delle cosiddette politiche attive del lavoro che sta alla base della riforma del jobs act e in particolare del decreto legislativo 150, cioè una serie di soggetti che già ci sono e non sono da inventare, che già operano, la cui azione adesso ha bisogno di essere portata a sistema . Mi è piaciuta molto la similitudine di Antonio Bonardo col sistema sanitario nazionale, e quindi la riprendo per segnalare come in effetti in Italia, fino a questa riforma , l’idea fosse che sostanzialmente che tutto ciò che ruotava intorno alle iniziative per accompagnare il disoccupato al lavoro fossero iniziative sporadiche localizzate, magati anche buone , ma fini a se stesse se non inserite in un sistema nazionale, come è appunto il sistema sanitario nazionale. E soprattutto che mancasse di quello che è la forza di un sistema sanitario nazionale, cioè dei protocolli nazionali, dei protocollo standard. La medicina non può essere diversa a seconda che il malato si trovi a Reggio Calabria o a Bolzano. E’ chiaro che ci vogliono dei medici che interpretino, che facciano una giusta diagnosi della malattia e che quindi diano una terapia adeguata, però poi una volta che è stata individuata la diagnosi, e quindi la malattia, la terapia deve essere quella. Non possono essere mille fiori, mille diversi farmaci sperimentati secondo quella che è l’opinione personale dell’operatore di quel luogo. Quindi la creazione di una rete. Di un sistema, di un modello, di un protocollo, è la sfida che abbiamo davanti. Credo che sia anche la sfida che ci lascia la crisi che ha colpito quasi per 10anni questo paese e che ci lascia come opportunità nel momento in cui si è distrutto un sistema, diciamoci la verità. Noi usciamo da un sistema verso il quale non ritorneremo più, Un sistema produttivo, economico, di intendere le competenze, di intendere la formazione, che non è più quello che ci attende oggi e che ci attenderà nel futuro e quindi dobbiamo ricostruire e ricostruire su basi nuove. Prima Dario mi ha chiesto che cosa è stato fatto e che cosa pensiamo di fare. Io credo che alcune cose fatte siano importanti e che vanno esattamente nel senso di quanto detto fino ad adesso . Innanzitutto ricostruire la filiera della transizione tra la scuola e il lavoro. E qui, prima ho incontrato la Ministra Fedeli che mi è sembrata ribadire la volontà di andare avanti nella nostra idea che è quella di aiutare la transizione, in particolare aiutare l’alternanza scuola lavoro. Ce lo diceva prima Dario: un’idea molto bella, ma una realizzazione concreta claudicante. Nel liceo di mia figlia hanno somministrato un questionario tra gli studenti : al 93% hanno detto che non lo rifarebbero mai più e non va bene. E non va bene perché poi questo giornaletto arriva alle famiglie e c’è quell’effetto di sfiducia verso l’idea che invece è buona. Quindi mettere a disposizione delle scuole degli operatori specializzati, che non sono professori , che non sono il professore che magari l’ora prima ti ha dato 4 in scienze e che l’ora dopo si mette il cappellino di esperto di intermediatore tra la scuola e l’impresa e ti dice dove devi andare. I ragazzi sono più svegli di noi sicuramente e queste cose le capiscono al volo. Quindi c’è bisogno di dedicarsi, di dedicarsi, con un’azione di sistema in tutta Italia, in tutte le scuole. C’è bisogno di ricostruire il sistema della formazione professionale, ma nell’ambito, ancora una volta, di un complesso ordinato. Non ha senso che la IFP esista solo al nord. Cioè è paradossale: perché vero che al nord c’è più impresa , ma c’è più impresa anche perché più IFP, per cui sono circoli virtuosi e se si lascia un pezzo del territorio fuori da questo circolo virtuoso, evidentemente poi anche il territorio sano poi risentirà del peso che deriva da un territorio che non riesce a crescere. Quindi espandere il sistema della formazione su tutto il territorio. Certamente c’è bisogno di servizi per il lavoro, con quelle metodologie standardizzate, quei protocolli che hanno dimostrato di funzionare meglio ma che siano attivabili in tutto il territorio nazionale. E anche qui richiamo la similitudine di Antonio Bonardo sul sistema sanitario nazionale che noi sappiamo benissimo non essere fondato esclusivamente su ospedali pubblici , ma essere fondato in realtà anche sulla convenzione tra strutture pubbliche e private. Perché bisogna prendere quello che c’è e quello che c’è di buono sul territorio e valorizzarlo e determinare le condizioni ambientali perché quello che c’è di buono possa attecchire anche laddove in realtà c’è maggior carenza. Ancora una volta purtroppo sappiamo come al sud sia gli operatori pubblici, ma anche gli operatori privati sono meno presenti. Ma ovviamente sono meno presenti perché c’è meno mercato perché per quel circolo che è virtuoso al nord ma che rischia di diventare vizioso al sud e che bisogna interrompere . Quindi è fondamentale per noi mettere a regime anche questo sistema e noi abbiamo rilanciato l’assegno di ricollocazione . Abbiamo lanciato su base sperimentale. E’ stata una sperimentazione che ci ha dato dei segnali, delle risposte, una di queste risposte è che bisogna partire a regime, perché se non si fa massa critica su questo tipo di servizi non c’è la sufficiente capacità di muovere anche culturalmente i lavoratori disoccupati. C’è il cosiddetto effetto learning fra i disoccupati che possono vedere che un collega ha trovato un’opportunità di lavoro attraverso questo strumento e allora probabilmente anche lui sarà indotto a scegliere quello strumento, altrimenti continueremo con la logica del mah, tutto sommato, se ho un sussidio di disoccupazione, mi tengo questo , sto schiscio, non mi faccio beccare da nessuno e magari mi cerco in proprio un lavoretto in nero. E questo non funziona! Non funziona perché fa regredire il nostro paese in un momento in cui, se gli altri crescono di più, noi non possiamo fermarci a un tasso di crescita che non sia equivalente, altrimenti restiamo indietro e quindi noi dobbiamo agganciare la nostra crescita alla crescita degli altri paesi . L’assegno di ricollocazione è certamente una misura che dovrà essere messa a regime al più presto, a ottobre, direi, sarebbe già, con la verifica di settembre con le regioni e le parti sociali, sarebbe il momento giusto per partire. Ci dobbiamo dedicare però anche alle trasformazioni delle imprese. Perché vedete in questi 10 anni, 8 o 9 anni di crisi abbiamo gestito soprattutto la riduzione del numero di imprese , la riduzione della componente di lavoro. Al netto di tutti i discorsi futuristi e futuribili sulla trasformazione e dì sulla consumazione di lavoro da parte delle tecnologie, non ci troviamo da parte delle tecnologie, noi ci troviamo di fronte a una crescita oggi. Una crescita che è di produzione ma che è anche una crescita di occupazione. Allora, in nostro problema è quello di non perdere la crescita, non quello di seguire i fantasmi di una decrescita inevitabile. Occupiamoci della crescita. Occupiamoci della crescita, ma per occuparci della crescita dobbiamo immaginare che ci siano degli strumenti di accompagnamento a nuove professioni nella trasformazione delle imprese, Noi avremo imprese che crescono ma che nello stesso tempo si liberano di una quota di lavoratori. Avremo ristrutturazioni aziendali di imprese che non sono in crisi. Quindi quote di lavoratori che vengono espulsi da imprese che crescono. E’ un paradosso? No, non lo è. Sarà la fisiologia del nuovo mercato del lavoro. Però è evidente che di queste quote di lavoratori non possono più stare in quella impresa ma possono benissimo stare in un altro contesto lavorativo e quindi qui la fondamentale azione con la formazione e la riqualificazione. Una formazione e riqualificazione che deve essere costruita attorno alla persona, attorno alla domanda di lavoro, attorno alle specifiche competenze che il mercato in quel momento richiede. Il mercato come visione complessiva, non il mercato dell’impresa , il mercato in cui quella specifica impresa opera, ma il mercato del lavoro nel suo complesso. Dobbiamo smetterla di pensare che chi ha fatto l’operaio metalmeccanico, non possa che fare l’operaio metalmeccanico per tutta l la vita. Si può cambiare settore, si può andare nel turismo, si può andare nei servizi, si può radicalmente cambiare la proprio professione anche a 50 anni . Questo è possibile però a condizione che ci sia un sistema che però ti prende, ti accompagna, valuta le tue competenze, ti fa un bilancio della tua capacità professionale, sia la cosiddetta hard, che soft, ti dice che cosa chiede il mercato in quel momento, ti dice che cosa ti manca per poter essere occupabile, ti cerca il datore di lavoro, chiede al datore di lavoro che vorrebbe assumerti, chiede che cosa manca nella tua competenza personale per essere appetibile e poi ti dà quella formazione e quindi su questo noi ci stiamo specializzando con delle taskforce specifiche per la riconversione professionale. Chiudo: io credo che questo autunno segnerà un passaggio fondamentale. Noi avremo una legge di bilancio, l’ultima di questa legislatura che per la prima volta, per quello che mi pare di cogliere anche da segnali che vengono dal legislatore, dal governo, non punterà tutti sugli ammortizzatori sociali , ma punterà tutto sulle politiche attive. Molto poi naturalmente dipende dalle risorse disponibili, ma , date certe risorse, una quota consistente di queste risorse saranno sulle politiche attive. Questo a mio modo di vedere è un cambiamento importante: io sono convinto che indietro non si possa tornare , sono anche convinto che ci saranno delle forti resistenze alla conservazione che è facile comprare consenso erogando ammortizzatori sociali, ma sono convinto che la storia non ritorni mai indietro e che la storia in questo momento è la storia che vede la ricollocazione dei lavoratori all’interno del mercato del lavoro come l’unica possibilità di mantenere e di cogliere quella sfida della trasformazione cui facevano riferimento prima sia Dario che tutti, in realtà, di cui si parla tanto e che non può essere l’accompagnamento morbido alla pensione perché di questo rischieremmo di morire.

DARIO ODIFREDDI:
Ringrazio Maurizio del Conte e chiudo dicendo che sostanzialmente noi abbiamo cercato per brevi flash di descrivere una sfida . allora in modo altrettanto sintetico voglio solo dire 4 punti che io ritengo fondamentali: per affrontare questa sfida bisogna porsi la domanda sul valore che ha il lavoro; il valore che il lavoro ha per la realizzazione della persona, il valore storico che il lavoro ha avuto come anche capacità di generare mobilità sociale nei paesi dell’Occidente. Per questo credo che le misure come il reddito di cittadinanza, come la tassa sulla ricchezza di Picheti, come la tassa sui robot di Bill Gates sono misure di cui si può discutere. Il reddito di cittadinanza è un reddito minimo , è una misura di welfare, di cui si può discutere, ma quando parliamo di questo non parliamo di lavoro, stiamo parlando di una misura di welfare, di sostegno a una difficoltà economica. Secondo elemento: gli interventi, è necessario, che siano strutturali, servono cose che nel tempo. Sapere che non funziona l’apprendistato in Italia: perchè un’impresa non può ogni mese sapere che è cambiata che è cambiata la legge sull’apprendistato e non sapere come si applica l’apprendistato ; così come la decontribuzione è una misura che può essere interessante per inserire i giovani nel mondo del lavoro, ma è meglio che sia minore il valore della decontribuzione ma che sia stabile. Di nuovo: gli 80 % euro non servono a creare lavoro, magari hanno aumentato i consumi , magari sì, magari no, ognuno ha le sue opinioni Ma servono misure strutturali e non misure temporanea: questa sarà la sfida di una legge di stabilità difficile come quella che il governo si appresta a fare . Il terzo punto si chiama sussidiarietà : non entro tanto su questo argomento. Lo dico con le parole di Maurizio: prendere quello che c’è di buono. In questo paese dobbiamo ricominciare a valorizzare le cose che funzionano e partire da quello che c’è di buono e intorno a questo non stare all’esempio ma farlo diventare un metodo e farlo diventare per tutti. E l’ultima cosa che voglio dire che, nonostante una certa età in sala, quindi la maggior parte di noi rischia di perdere il lavoro che ha, ci sono anche dei giovani: ma questo io credo che valga per i giovani e valga anche per noi : comunque c’è una sfida e la sfida è personale e davanti alle sfide bisogna avere il coraggio di affrontare le sfide e non la paura di affrontare le sfide . A 50 anni , diceva Maurizio, si può cambiare mestiere. A 16 anni, a 18 anni, a 25 anni, qualunque sia la condizione del mercato del lavoro si può immaginare il proprio futuro. Racconto sempre un episodio che mi ha colpito. Una sera, tra tanti intellettuali di una importante forza politica, uno di questi signori ha portato con sé il figlio. Il figlio aveva 16 anni. Allora mi faceva tenerezza perché tutti parlavano dei massimi sistemi e allora mi sono messo a chiacchierare con lui . E ad un certo punto gli ho detto: ma senti, ma qual è la cosa che senti più importante della tua vita, il problema … e lui mi ha risposto: la precarietà. Questa è la fine , a 16 anni non si può avere paura della precarietà . A 16 anni si conquista il mondo. Se si impara a farlo da giovani, lo impareremo e sapremo anche a 50 anni cambiare mestiere e avere il coraggio di cambiarlo. Io ringrazio tutti, ringrazio i relatori, ringrazio tutti voi a nome del meeting. Ricordo, a nome del Meeting, che è sempre possibile contribuire attraverso donazioni nei punti diversi del Meeting che sono i punti Dona ora. Grazie e buon lavoro a tutti.

Data

22 Agosto 2017

Ora

15:00

Edizione

2017

Luogo

Sala Poste Italiane A4
Categoria
Incontri