IL LAVORO: UN PATTO PER I GIOVANI - Meeting di Rimini

IL LAVORO: UN PATTO PER I GIOVANI

IL LAVORO: UN PATTO PER I GIOVANI

Interviene Stefano Bonaccini, Presidente della Regione Emilia-Romagna. Introduce Massimo Ferlini, Presidente di Formaper.

 

Ore: 19.00 MeshAREA TALK Intesa Sanpaolo B1
IL LAVORO: UN PATTO PER I GIOVANI

Interviene Stefano Bonaccini, Presidente della Regione Emilia-Romagna. Introduce Massimo Ferlini, Presidente di Formaper.

MASSIMO FERLINI:
Buonasera a tutti, soprattutto benvenuto a Stefano Bonaccini, il presidente dell’Emilia Romagna, che ha accolto il nostro invito a dialogare su “Giovani e lavoro”. Io partirei in questo incontro da un dato: abbiamo perso tanti lavori, c’è una ripresa lenta, talvolta non vale per l’Emilia Romagna, ma sul sistema nazionale non cresce la produttività. Inoltre, talvolta, pur di creare lavoro abbiamo creato lavoro vecchio stile. Io partirei da un tuo parere su il mercato del lavoro dell’Emilia Romagna. È uscito dalla crisi? Ha superato i numeri del 2008 e come lo vedi?

STEFANO BONACCINI:
Intanto buonasera, grazie per l’invito, io penso che dalla crisi ancora oggettivamente, onestamente non siamo del tutto usciti, seppure si può dire che ci siamo incamminati per uscirne definitivamente. Ci sono pezzi, comparti che dalla crisi non solo sono usciti ma stanno andando addirittura meglio di prima. Se vuoi dopo facciamo un accenno alla zona del terremoto che è emblematico, perché quando orgogliosamente raccontiamo o ci viene riconosciuto che da tre anni, e questo probabilmente sarà il quarto anno, l’Emilia Romagna è la prima regione per crescita nel Paese e non ci era mai accaduto nel dopoguerra di essere per così tanti anni consecutivamente davanti a tutti, compresi la Lombardia e il Veneto, non viene mai menzionato che qui abbiamo avuto un terremoto sei anni fa, che è stato, per quantità di danni, il secondo più pesante, dopo quello dell’Irpinia del 1980. Sono stati oltre 13 miliardi di euro di danni, e pensa che l’anno scorso nella zona colpita, dove c’è il secondo distretto del biomedicale più importante al mondo, il Pil è stato del 2,1%, contro l’1,8% dell’Emilia Romagna che era la prima del Paese. E oggi in quella zona ci sono 4000 posti di lavoro in più di quelli che c’erano nel 2012. Allora. da un punto di vista quantitativo. le cose vanno bene, decisamente meglio persino delle nostre previsioni. Io vengo eletto alla fine del 2014, nel marzo 2015 l’Istat e anche altri studi economici fatti da Confindustria, Prometeia ecc., certificano un 9% di disoccupazione che era tripla circa rispetto a quella tradizionale degli ultimi decenni. Oggi, dopo tre anni, siamo scesi attorno al 6%. E la previsione di rimanere anche nei prossimi anni la locomotiva, una delle locomotive del Paese, ci da la forza e la ragionevole speranza di arrivare a quello che, quando firmammo il “patto per il lavoro” tre anni fa, indicammo come obiettivo reale. Io dissi, nel 2020, quindi appena traguardata la legislatura che terminerà la fine dell’anno prossimo, noi vorremmo avere una disoccupazione dimezzata rispetto a quella che trovai, portarla attorno al 4, 4,5, 5%. Poi non sono Telma, non so come andrà, ma se arriveremo lì e la curva di decrescita ci porterebbe lì, a meno che qualcosa nel Paese o in Europa non succeda, beh, devo dire che a quel punto se arriviamo a 4, 4,5, 5%, gli economisti dicono che nella globalizzazione, sono di quei numeri per cui, se hai voglia di lavorare, il lavoro lo trovi. Chiedevi del tema della qualità, questo invece è un altro ragionamento che giustamente non va banalizzato, perché è evidente che il Paese viene, non dagli ultimi governi, Renzi e Gentiloni soltanto, come qualcuno legittimamente ma a mio parere erroneamente dice, viene da una situazione in cui la precarietà è diventata di sistema, soprattutto per i giovani. In realtà questo Paese da una decina d’anni aveva introdotto elementi di precarietà, quando il mito del posto fisso non poteva più essere reso possibile, ma in Europa si parlò e si introdussero elementi di flessibilità, che è una cosa molto diversa dagli elementi di precarietà. Su questo noi, come Regione, stiamo lavorando molto. Siamo una regione che è sempre stata molto esportatrice, siamo diventati addirittura per la prima volta primi per export pro capite, 58 miliardi di euro lo scorso anno usciti da questa regione, perché abbiamo comparti manifatturieri tra i primi al mondo, dalla meccanica ai motori, al biomedicale, dall’agroalimentare alla ceramica. Siamo sempre stati nei primi posti con Lombardia e Veneto, pur non essendo una regione attrattiva. Adesso siamo diventati una delle regioni più attrattive a livello europeo per investimenti che dall’estero o da altre parti d’Italia vengono in Emilia Romagna. Noi abbiamo una legge per esempio che per dare una risposta al tema della stabilizzazione del posto di lavoro consegna parecchie risorse, diversi milioni di euro. È stato così per la Philip Morris, per la Lamborghini Volkswagen. Pensa che io poche settimane fa ho firmato con la più grande multinazionale di studi sull’intelligenza artificiale, ho firmato un accordo per 6,5 milioni concessi dalla Regione a fronte di un investimento di poco meno di 30 milioni che loro faranno. Per la prima volta verranno in Italia, apriranno a Bologna un centro per lo studio dell’estensione dell’intelligenza artificiale: 160 posti di lavoro. Per dare le risorse noi pretendiamo che una parte di quei posti siano a tempo indeterminato, oppure, per farti un esempio, nella sanità pubblica dell’Emilia Romagna, visto che abbiamo risparmiato parecchio, perché non devi solo chiedere soldi a Roma ma anche essere efficiente, noi ci siamo permessi in questi due anni di assumere 5000 nuovi medici, infermieri, operatori sanitari e tutti quei 5000 avranno un contratto di lavoro a tempo indeterminato, perché la precarietà non la combatti con gli slogan, mi verrebbe persino da dirti nemmeno col “decreto-dignità”. Io sto continuando a incontrare imprenditori che mi dicono che saranno costretti nelle prossime settimane a lasciare a casa persone, perché noi discutiamo sempre di mercato del lavoro e di regole che ogni anno cambiano; dovremmo fermarci, dovremmo cominciare a ragionare di costo del lavoro e di come incentivare il fatto, attraverso un costo più basso per l’impresa e per il lavoratore, di renderlo più stabile. Quindi, e ho concluso, abbiamo un elemento positivo sulla quantità, abbiamo un elemento ancora da migliorare e da correggere sulla qualità del lavoro, sapendo però che in questo caso anche la miglior Regione – mai lo fossimo – da sola non può fare certe cose, c’è bisogno di legislazione nazionale, c’è bisogno di investimenti. Insomma io sono fiducioso che su questo si possa fare bene e si possa fare di più.

MASSIMO FERLINI:
In un passaggio della tua risposta hai parlato del “patto per il lavoro”. Potresti chiarire questa questione?

STEFANO BONACCINI:
Sì, è questo libriccino, nel luglio del 2015 dopo sei mesi dalla mia elezione, con i sindacati, tutte le associazioni imprenditoriali, dai commercianti alla grande industria, passando per gli artigiani e la cooperazione, le camere di commercio, le quattro Università dell’Emilia Romagna, persino il Forum del terzo settore, quindi associazionismo e volontariato, e gli enti locali, abbiamo firmato un patto che decideva le azioni prioritarie per dimezzare la disoccupazione. Insieme abbiamo deciso dove 15 miliardi di euro, in cinque anni, tra fondi europei, fondi nazionali, fondi regionali, e fondi dei privati sulle infrastrutture, gli unici sui quali ho molta inquietudine per le dichiarazioni del ministro Toninelli, andavano indirizzati. Questo con un elemento inedito per il Paese, sia per il governo anche precedente, sia per le Regioni italiane, quello di immaginare che la concertazione in sé non è che sia un male né un bene, perché se deve diventare l’esplicitazione di una fotografia per darsi la mano tra il presidente della Regione e i leaders delle varie organizzazioni, serve solo ad avere una foto sul giornale il giorno dopo, se rallenta poi le decisioni non serve a nulla; però se tu le cose le fai insieme agli altri, e se condividi quella responsabilità, la puoi distribuire a qualcuno che ti applaude o ti difende quando rischi di rimanere da solo. Fare insieme secondo me è persino meglio, perché c’è qualcuno che ti può correggere se stai sbagliando. Noi ogni sei mesi ci troviamo e insieme andiamo a verificare le cose che funzionano, dove vanno modificate. Oggi solo un presuntuoso o uno sciocco potrebbe immaginare che scelte di natura economica non debbano essere verificate dopo tot mesi in un mondo che sta cambiando alla velocità della luce. Questo ci permette di fare cose importanti. L’asse di riferimento è molto semplice. Noi ci siamo detti: serve un nuovo modello di sviluppo, che non può essere quello che ha fatto grande l’Emilia Romagna; l’Emilia Romagna – lo sanno in pochi- nel ‘46 esce dalla guerra martoriata. Questa, dove siamo, era la città più bombardata d’Italia, l’80%, siccome vi passava la linea gotica, era stata rasa al suolo. Io abito a Modena, la provincia di Modena era tra le più povere d’Italia, era una delle tre aree l’Emilia Romagna, o definita tale, più povere del Paese; è diventata quella che è diventata, grazie a un modello di sviluppo che l’ha fatta diventare tale. Ma se immaginassimo di tornare alla piena occupazione, con quel modello di sviluppo, noi rischieremmo di non cogliere come la qualità passa anche dalla sostenibilità. Abbiamo detto “modello di sviluppo”, “crescita sostenibile”: tieni conto che sei mesi fa abbiamo approvato una legge, che è rivoluzionaria per l’urbanistica, che si chiama, per capirci, “Legge consumo a saldo zero di suolo”, che tenderà nei prossimi anni ad arrivare al consumo a saldo zero di suolo, garantendo i diritti acquisiti ma che solo avendola attivata e approvata, ha fatto sì che le scelte precedenti, che avrebbero consumato il 60% di suolo, sono state cancellate. E premiamo la rigenerazione urbana, perché io ritengo che in questa regione, così come, mi permetto di dire, nel Paese, abbiamo consumato troppo suolo vergine. Allora la sostenibilità deve accompagnare le politiche ma i tre pilastri sono: sostegno alle manifatture, perché il costo del lavoro anche nei prossimi decenni sarà molto più alto che in molte parti del mondo, ma la qualità di quello che si produce, grazie a straordinari imprenditori, fa sì che nel mondo quella cosa lì non la riescono a fare uguale, e oggi che il made in Italy è più cercato di prima, noi possiamo dare un contributo con quell’export così importante, straordinario che abbiamo. Quindi quando sento parlare di dazi mi inquieto, perché se la competizione viene fatta a quel livello, noi ne pagheremmo un danno, come Paese e come Regione, drammatico. Secondo: i saperi e la cultura. Lì soprattutto per le nuove generazioni c’è un’opportunità importante, perché è vero che la qualità, abbiamo detto, è competitiva per noi, ma se non ti rinnovi ogni due settimane, c’è qualcuno in qualche parte del mondo che se ti fermi ti ha superato. Quindi noi mettiamo molte risorse di fondi europei, ad esempio, molto più che nel passato, sul tema della formazione, della ricerca (non a caso i quattro rettori dell’Università hanno firmato il “patto del lavoro” perché c’è una novità importante lì), e soprattutto sulla formazione professionale. Terzo, il turismo. Dirlo a Rimini mi è facile: noi abbiamo deciso che il turismo doveva essere, ancora più che in passato, uno dei nostri giacimenti di petrolio nel futuro, ma come energia rinnovabile, non fossile. Perché avevamo l’8% circa che era il contributo al Pil regionale e oggi dal turismo arriva il 12%. Qui passano, son passati lo scorso anno 57 milioni di notti dormite, erano 45 tre anni fa. Quindi su questi tre pilastri abbiamo da costruire una società che metta in campo eccellenza e qualità, sapendo che c’è chi dice l’80%, chi un po’ più cauto dice il 50%, ma i nostri figli, tra il 50 e l’80% dei casi, faranno lavori che oggi non esistono, tra pochi anni. E quindi è bene darsi da fare. Noi su questo, come ci dicevamo prima, nella richiesta di autonomia al governo italiano, ad esempio, vogliamo giocare una partita. È inutile girarci intorno, il Paese è fatto di venti realtà molto diverse tra loro. Ad esempio, noi siamo manifatturieri, molte regioni no, noi lì vogliamo giocare una partita che è quella ad esempio che oggi molti imprenditori dicono: «Ci sarebbe bisogno di posti di lavoro di un certo tipo, qualificati, e noi tra i giovani non li troviamo». E noi lì dobbiamo colmare un problema, perché è una bella contraddizione: vogliamo ricreare occupazione e non ci sono figure professionali che escono dalle Università e dalle scuole tecnico-professionali, pronte a trovare lavoro. Questa però è la filosofia di fondo del “patto per il lavoro” e io credo che i risultati, mica solo per merito nostro, ci mancherebbe, ma anche grazie a quello strumento, stanno portando delle opportunità che non pensavamo di cogliere.

MASSIMO FERLINI:
Tornando allora alla centralità del tema lavoro, in questi anni abbiamo visto nascere in Italia strumenti nuovi per la ricollocazione di chi ha perso il lavoro. È stato anche oggetto di uno scontro politico, passare dalla prevalenza di politiche passive, per cui se perdi il lavoro ti mantengo ma non mi preoccupo del mio futuro, a cercare di spostare le risorse sulle politiche attive: «mi preoccupo del tuo futuro e ti mantengo fino a quando tu non trovi un altro lavoro ma vediamo di trovarlo in fretta assieme». Anche perché spesso la chiusura del tuo posto di lavoro è determinata dal fatto che quei lavori lì, quella professionalità lì non serve più, c’è bisogno di acquisire nuove capacità professionali, nuove skills e nuove formazioni. Per cui si è investito molto su questa innovazione. Allora, su questo passaggio, politiche passive e politiche attive: quanto hanno inciso e come la Regione ha affrontato il tema?

STEFANO BONACCINI:
Più in generale su politiche attive e politiche passive. Hai centrato uno dei punti, dei problemi di questo Paese. Il governo Renzi voleva fare l’Agenzia nazionale per il lavoro e noi ci opponemmo. In che senso? Ci opponemmo non all’idea dell’Agenzia nazionale. Noi dicemmo: «Scusate, da noi i Centri per l’impiego funzionano un po’ meglio che da altre parti. Noi vorremmo regionalizzare eventualmente l’Agenzia per il lavoro» ed è stato concesso che ci si potesse dotare di un’Agenzia regionale. Abbiamo avuto un incontro con Di Maio da parte della commissione della Conferenza delle Regioni, che come sai guido da tre anni, perfino positivo. Non è andato male, avvalorando l’idea di finanziare il trasferimento del personale dai vecchi Centri per l’impiego all’Agenzia regionale. Più in generale però è l’approccio che deve servire. Perché? Il Paese ha già un vantaggio dal punto di vista dell’aspettativa di vita. Qui, dove stiamo parlando, è il secondo posto al mondo dopo il Giappone per aspettativa di vita delle persone: 84 anni le donne, 81 gli uomini. Si vive più a lungo, è un fatto positivo. Ma se io ti dicessi il numero di ultrasettantacinquenni, non sessantacinquenni, settantacinquenni che avremo in questa regione nel 2030, se non si corregge la curva demografica, ci troveremmo di fronte ad un problema drammatico che è quello che rischia di avere più pensionati di coloro che lavorano. Chi pagherà la più grande conquista, per me, che è stato il welfare, come idea universale di sostegno alle famiglie e alle persone? Ecco perché l’approccio del reddito minimo garantito a me non convince per nulla. Perché? Perché se io devo dare ad uno più soldi di quelli che prenderebbe senza far niente, se è occupato a part-time, è un messaggio proprio sbagliato. Non so se lo sai, noi ci siamo dotati lo scorso anno, e questo anno è il primo che viene attivato, del reddito di solidarietà. Una legge regionale per la prima volta mette a disposizione dei sindaci 35 milioni che vengono destinati a chi non supera i seimila euro di reddito annui, (quindi la povertà assoluta). Ti do fino a 400 euro di reddito di assegno per un anno, rinnovabile per sei mesi, ma a fronte del fatto che se sei in età lavorativa tu devi accettare un percorso formativo per inserirti nel mercato del lavoro. La spiego con uno slogan: non è dignitoso, secondo me, per un papà o una mamma stare al pomeriggio sul divano a guardare la TV con i propri figli. Secondo me dignitoso è il prima possibile portarti fuori da quell’appartamento e farti alzare da quel divano per andare a lavorare. Questa è secondo me l’idea di una società che prova a dare dignità, riscatto e ad avere più persone che lavorando pagano per coloro che dovranno ricevere un servizio. Un altro problema è la dispersione scolastica, uno dei problemi più drammatici di questo Paese. Mentre l’Italia cresceva, aumentava la dispersione scolastica. È una contraddizione incredibile. Abbiamo fatto una serie di politiche, allora, che sono andate nella direzione delle politiche attive. Penso si possa aprire uno spazio interessante col “patto del lavoro”. Ci si è incentrati molto su questo. Perché? Perché è attraverso tutta quella idea di soggetto e di società che puoi garantirti la piena ma anche la buona occupazione. Poi certo c’è l’elemento un po’ più drammatico che è quello dei giovani. Mentre abbiamo circa un 6% di disoccupazione generale, sui giovani quella nazionale è al 27%, noi al 16%. Ma siamo al 16, non al 6. Quindi è lì che firmerò a settembre/ottobre, un patto specifico che è un “patto per i giovani”. Perché adesso la vera sfida è legata alle ragazze e ai ragazzi di questa Regione.

MASSIMO FERLINI:
Ho tenuto fuori il tema dei giovani dalla ricollocazione delle politiche attive in generale, solo per una ragione: oltre alle politiche attive del lavoro specificatamente intese, il problema della disoccupazione giovanile ha caratterizzato anche la mia crescita. Il professore Ichino, o meglio l’onorevole Ichino, la prima legge che fa, è la 285 della metà degli anni Settanta, per favorire la cooperazione giovanile in risposta alla grave disoccupazione giovanile dell’epoca. Immediatamente dopo segue la legislazione per i contratti di inserimento lavorativo. Quindi le due cifre nella disoccupazione giovanile data agli inizi degli anni Ottanta, non alla crisi del 2008. Allora, questo segnala una problematica più generale delle politiche attive del lavoro, che richiede un meccanismo di incontro domanda/offerta più efficiente, ma anche un rapporto scuola-lavoro e di offerta di percorsi formativi più aderenti a quelle che sono le esigenze del mercato del lavoro su cui noi siamo in ritardo. Lo dico con una battura storica: se vado a spiegare a mia mamma che con la formazione professionale posso andare all’Università, mia madre non mi crede. L’ultima riforma che si ricorda è quella degli anni Trenta, quando fecero una bella operazione di classe, tanta formazione professionale ma preclusione dell’Università per chi andava lì, perché dovevamo lasciarla solo ai liceali, per cui lei continua a dire: «Tu comincia a fare il liceo e studia, così poi ti piazzi nella vita». Oggi invece è completamente diverso. Abbiamo introdotto solo negli ultimi anni ed è merito degli ultimi governi, quel sistema duale che dice: «Tu puoi fare tutto il percorso, metà sul banco e metà lavorando, con sistemi di apprendistato, che ti portano a livello del triennio universitario», cioè fai tutto anche in questo modo, con queste forme di apprendistato. Qui credo ci sia bisogno di un mix, perché il mix delle politiche giovanili richiede attenzione ai percorsi scuola-lavoro e a moltiplicare gli strumenti con cui intervenire. In Emilia, è una cosa che avevo seguito da accanito tabagista, la Philip Morris fece un investimento con il supporto della Regione che mi impressionò. Lo ha fatto qui perché qui trovava una quantità di ingegneri con una certa preparazione, che gli garantiva di fare prima le ricerche sulla nuova sigaretta senza fumo rispetto al resto del mondo. Per questo dico: avete delle eccellenze, però poi la percentuale di disoccupazione giovanile rimane il 16. Come rimixiamo questa cosa perché si scenda al tre, dato frizionale da letteratura economica? La cosa che hai detto è talmente vera che noi diciamo sempre sul capitale umano che qui si può fare la differenza. Hai citato la Philip Morris, bene. La Philip Morris decide quattro anni fa di scegliere l’Emilia Romagna e il territorio bolognese per l’investimento della prima fabbrica al mondo per questo prodotto che è la sigaretta che non brucia tabacco, su cui loro vogliono sfondare nel mercato. Dopo tre anni, lo scorso anno, decidono di raddoppiare l’investimento. Da mezzo miliardo a un miliardo di euro sono centinaia di posti di lavoro ogni volta. E le ragioni per le quali son venuti qui, sono quelle che hai descritto tu ma non solo. C’è, appena dopo, quell’investimento della Volkswagen Lamborghini, che aveva già l’accordo per andare a costruire i nuovi capannoni (chiamiamoli così alla emiliana romagnola vecchia maniera) dove costruire il nuovo suv Urus, che la Lamborghini lanciava sul mercato. E dovevano andare Bratislava, in Slovacchia, dove il costo del lavoro è più basso. Grazie alla sensibilità del governo Renzi firmammo a palazzo Chigi un accordo secondo il quale il governo mise 50 milioni di euro di investimento – non si possono dare giustamente aiuti di Stato -, 20 milioni la Regione Emilia e Romagna con fondi europei in cinque anni su formazione professionale, capitale umano, e ricerca dei materiali perché dopo il nuovo suv, uscito il 4 dicembre che sta andando alla grande, studino nuovi materiali per far uscire nuovi. Hanno raddoppiato gli stabilimenti assunto qualcosa come 600/700 persone, molti giovani, e perché son venuti qui? Certo per quegli aiuti ma non solo. Perché si sono resi conto che in termini di ingegneri, operai specializzati, ricercatori, la differenza era il capitale umano nella “motor valley“ mondiale. I governi precedenti hanno fatto secondo me cose molto buone sul mercato del lavoro che verranno rivalutate, tra qualche anno, poi han fatto alcuni errori di interpretazione e di lentezza. Tra le cose da difendere, seppure in molte parti del Paese non han funzionato, per noi c’è anche “Garanzia giovani”. Vi do un dato: “Garanzia giovani” in questa regione ha visto investire 25 milioni di euro; abbiamo preso in carico 85.000 giovani, tutti quanti profilati, il 60% di questi hanno firmato un contratto di lavoro. Poi certo c’è l’elemento del come, del quanto, del perché, ma intanto è un bell’andare rispetto a chi non aveva nulla. E adesso bisogna lavorare per fare in modo che il tema dell’offerta e della qualità del mercato del lavoro diventino qualcosa di altro. Livello di scolarizzazione: noi abbiamo lavorato molto in questi anni perché il tasso di dispersione scolastica (che è un problema gigantesco) da noi è sceso dal 13,3% di tre anni fa a 9,9%. Si tenga conto che in questo momento nel Paese il tasso di dispersione è del 16%, con la media europea invece al 10,7%, ma la media europea ha 27 Paesi. Allora vuol dire che se ce l’abbiamo fatta noi, che non siamo dei fenomeni, l’indirizzo delle risorse finalizzate ad un certo tipo di recupero di intervento possono essere utili e abbiamo investito molto nell’orientamento, così come sulla formazione. Ma può il pubblico da solo fare questo tipo di lavoro? Perdendo competenze che nel privato sono straordinarie? Allora hai alcuni elementi in cui il pubblico può controllare di più e gestire di meno. E abbiamo visto che il lavoro comune con alcuni centri di formazione sta funzionando davvero, se alla fine l’interesse primo è non l’ideologia ma il fatto che quella ragazza o quel ragazzo trovino un’occupazione. È per questo che nella richiesta di autonomia la Regione Emilia e Romagna mette tra le sue 15 competenze molto la formazione professionale e il lavoro. Quelli che dicono che l’autonomia è più soldi da Roma, son baggianate, la Costituzione non lo prevede; prevede che una competenza che oggi gestisce lo Stato possa gestirla tu. Lo Stato a quel punto risparmia, noi abbiamo la presunzione di pensare che se le risorse le gestiamo noi e non Roma, le spenderemo bene e probabilmente meglio. E vogliamo spostarne una parte sulla rete di politecnici ad esempio, perché qui dove c’è la manifattura che la fa da padrone, abbiamo bisogno di finalizzare gli investimenti, per garantire che una volta formati sia dalle scuole professionali, sia dall’Università, trovino lavoro subito, anzi prima. Questo Paese, negli ultimi trent’anni, secondo me, quindi responsabilità di tutti i governi che si sono succeduti, ha abbandonato troppo la formazione tecnico professionale, quasi che i nostri figli dovessero tutti fare i licei. Ora non è che la formazione umanistica non sia importante (io ho una figlia laureata in filosofia), però io credo che ad un certo punto anche la finalizzazione del tuo studio debba andare verso quello che è il luogo in cui abiti o il mondo reale in cui vivi.
Su questo noi vogliamo fare parecchio.

MASSIMO FERLINI:
Dimentica di essere solo il presidente dell’Emilia e Romagna: sei il rappresentante della nazione, nel senso di portavoce delle Regioni nei confronti del Paese. Noi qui abbiamo presenti l’Agenzia regionale del Veneto, dell’Emilia e Romagna, della Sardegna, dell’Abruzzo, esperienze di formazione professionale della regione Marche, il sistema pubblico/privato lombardo con l’agenzia della città metropolitana assieme a due enti del privato sociale che collaborano con loro. Intendo dire, abbiamo un puzzle di modelli che sono venuti qui a presentare le best practices. Occupandomi di questo settore professionalmente, quando invento per una grande azienda nazionale, l’Academy per la formazione, delle figure professionali che gli mancano e lei deve poi mandarle in stabilimenti messi in tre regioni diverse, abbiamo un apprendistato diverso, percorsi di riconoscimento delle competenze diversi. Uno dice: sono nello stesso Paese o i diritti e le tutele del giovane che sto inserendo invece cambiano cdi regione in regione? Non so se è giusto quello che Del Conte, come presidente di Anpal, domenica, in apertura dei dibattiti, ha detto: «Dobbiamo indire degli stati generali delle politiche del lavoro e della formazione a livello nazionale per arrivare a fare un minimo comune denominatore». Può darsi che gli strumenti siano quelli o altri, però un po’ di sforzo unitario ci vorrebbe.

STEFANO BONACCINI:
Ho sempre interpretato l’autonomia non come elemento di egoismo: io mi sento italiano prima che emiliano-romagnolo e se ricordi, un mio collega mentre faceva il referendum, la prima delibera che fece, dopo l’esito positivo del referendum, fu chiedere lo statuto speciale; ha dovuto fare marcia indietro, perché incostituzionale, ma io se permetti dico che non abbiamo bisogno di nuove Regioni a statuto speciale in questo Paese. Forse avremmo bisogno di andare a verificare come stanno le attuali Regioni a statuto speciale, visto che in ogni caso sono soldi pubblici. Perché io non vorrei togliere nulla a nessuno, ma pretendere che mi dimostri come spende quelle risorse. Da quel punto di vista l’autonomia può darti una mano per le peculiarità – come hai giustamente hai detto – del tuo territorio, perché noi siamo una regione manifatturiera, non lo sono tante altre regioni italiane che hanno altre caratteristiche diverse da quelle che ha l’Emilia e Romagna. Perché noi abbiamo chiesto l’Agenzia regionale del lavoro? Per un ragionamento che penalizzasse il centralismo burocratico romano, che ingessa e non produce e dall’altra ti permette di sviluppare politiche che, se sul campo dimostrano una loro forza, possono anche essere prese a riferimento e riprodotte in altri territori simili. Però serve una legislazione nazionale, perché noi continuiamo a cambiare le regole del mercato ma non ci occupiamo del vero problema, che è quello delle opportunità per chi fa impresa. Al Sud comprendo bene che laddove c’è disperazione anche il reddito minimo serve, ma io devo darmi l’obiettivo non di proseguire sul reddito minimo, devo darmi l’obiettivo di come creare una prospettiva di lavoro e occupazione in quella parte del Paese. Quindi dal punto di vista delle Regioni, con i loro difetti e i loro egoismi, non è che possiamo presentarci come quelli che hanno la ragione in tasca, perché anche le Regioni o una parte di esse bisogna che si mettano nell’ordine di idee di dover dimostrare che non si chiede solo ma si è anche in grado di fare con quello che si ha. Però un certo tipo di meccanismo nazionale rispetto ad alcune legislazioni servirebbe assolutamente. Sulle politiche attive del lavoro in particolare, credo che servirebbero gli stati generali delle politiche attive del lavoro, perché credo che servirebbe una resettatura del livello a cui siamo arrivati su come si può dare un investimento. La discussione diventa una discussione un po’ surreale perché, quando mi viene detto è meglio perdere alcune migliaia di posti di lavoro se precari, perché preferisco averli a tempo indeterminato, quello che succederà e sta succedendo è che se ne perdono alcune migliaia di posti di lavoro e non se ne recuperano. Vorrei dire al ministro Di Maio di andare a verificare la percentuale di contratti reali che sono toccati dal “decreto dignità”, perché scopriremmo che di alcuni di essi (da quelli a somministrazione a quelli a durata di un anno), l’85% o il 90% non vengono minimamente toccati. Quindi voglio dire che anche l’obiettivo in buona fede migliore del mondo, se non fai i conti con la realtà, rischia di essere uno slogan che prende dodici voti in più domattina, ma io vorrei uscire da una politica che per prendere voti domattina non pensa alla prospettiva e al futuro che darà alle nuove generazioni.

MASSIMO FERLINI:
Io vorrei addirittura che si occupassero un po’ meno di politiche del lavoro o di formulazioni giuridiche e che tornasse il culto degli economisti. Perché in economia il concetto di precarietà per il mercato del lavoro non esiste. Esiste l’occupato, l’occupato parziale o il disoccupato. Poi c’è un problema che riguarda il welfare, che come ricordavi tu, essendo tutto legato alla vita lavorativa continuativa e con differenziali demografici sicuri, che erano a favore dei nati e non dei morti, davamo per scontato che fosse legato al lavoro e andasse bene. Questo non c’è più ma è un altro problema. Il concetto di precarietà è politico non è economico. Però questa è una polemica mia che lascio un attimo da parte, però mi serve per introdurre un’ultima parte su cui vorrei sentire il tuo parere, anche perché il ruolo che eserciti non è solo un ruolo amministrativo, è un ruolo politico. Noi abbiamo insistito sul fatto che serva e ci sia bisogno di una “proattivazione” delle forze, che i giovani devono impegnarsi, che devono fare. Il Censis, però, lo ricordava qui qualcuno nei dibattiti qualche giorno fa, fotografava già nel 2017 il rancore come sentimento più diffuso nella popolazione italiana, seguiva la paura, la rabbia, e il bisogna la domanda di sicurezza. Il mix di queste cose mi sembra disegnare più una domanda di posto comunque sia, che non invece quella volontà di dire mi impegno per costruirmi un lavoro. E allora su questo io credo che ci sia bisogno di quella rete di impegno sociale fatto da i corpi intermedi, dalle associazioni, da tutti quei luoghi che in qualche modo avevano un ruolo educativo e che non lo esercitano più o non sono più in grado di esercitarlo. Altrimenti noi parliamo in un modo e la realtà ci risponde con una gomitata. Su questo invece c’è bisogno di una nuova apertura sociale o di una nuova fase di umanesimo diverso, su cui volevo sentire il tuo parere di politico, non semplicemente di amministratore.

STEFANO BONACCINI:
Guarda, se non vogliamo fare i provinciali, in quasi tutta Europa stanno vincendo forze che richiamano alla chiusura più che all’apertura: nei mercati, negli scambi tra le persone, non solo tra le merci. È, credo, la risposta a un sentimento di paura o di paure in un luogo, l’Europa occidentale, in cui dal dopoguerra ad oggi ogni generazione è stata meglio di quella precedente. Crescendo così, intere generazioni, stando meglio di quelle di prima, avevano fiducia in quella società in cui vivevano, persino indipendentemente dall’ideologia. Poi incrociavano ideologie politiche, di forze che insieme avevano sconfitto il nazifascismo e avevano radici e valori comuni, anche se avevano una visione del mondo magari diversa. Dopo sessant’anni e negli ultimi dieci anni, per la prima volta ci sono stati milioni di posti di lavoro perduti e i nostri figli sanno che staranno probabilmente o quasi certamente peggio dei loro genitori. La prospettiva che incrociano è questa: migrazioni che hanno travolto comunità, crisi delle istituzione e della politica tradizionale. Non voglio spaventare nessuno, ma il mix è di quelli che negli anni Venti e negli anni Trenta del secolo scorso portò a quello che poi è successo con la richiesta dell’uomo forte. Quindi io credo che la miglior risposta sia quella di provare a trovare ricette che garantiscano alle persone di avere un reddito e di avere un lavoro, c’è poco da fare e da girarci intorno. È la migliore risposta possibile. Dentro un quadro nel quale l’Europa andrà pur cambiata, so che dirlo si lotta controvento, va ricordato che l’Europa unita ha aperto lo spazio nel quale la mia generazione e quelle successive per la prima volta nella storia dell’umanità non hanno conosciuto da questa parte del mondo l’orrore della guerra. Qui c’è un elemento di speranza. Mentre il sentimento antieuropeista cresce ovunque rispetto a pochi anni fa, ogni sondaggio fatto nei 28 Paesi europei, se vogliamo tener dentro anche la Gran Bretagna, dice che la stragrande maggioranza dei ragazzi e delle ragazze è per un sentimento europeista.

MASSIMO FERLINI:
Nella mostra sul ‘68, c’è un richiamo che è un verso di Gaber che dice «trasformiamo la rabbia in coraggio». Su che cosa spendiamo o dovremmo suggerire di spendere questo coraggio?


STEFANO BONACCINI:
Noi rischiamo di essere portati a ragionare con la testa rivolta al Novecento, a quelle divisioni tra destra e sinistra, a quella storia della sinistra europea che ha la testa rivolta ancora oggi al Novecento. E invece la sfida dei prossimi anni, non è tra destra e sinistra ma tra chi vuole una società aperta e chi vuole una società chiusa. Oggi chi prende i voti immaginando i muri col filo spinato, tra poco tempo si ritroverà a non riuscire a dare risposte per le tante illusioni e promesse legittime che ha evocato. L’idea che chiudendosi nei propri confini, nel proprio piccolo si combatte meglio la globalizzazione o il mondo che c’è e ci sarà, è un’idea che può far scaldare la pancia, può farti prendere voti domani mattina e oggi alle elezioni, ma non è la ricetta per uscire dalle crisi in cui le società occidentali sono entrate. Tant’è che mi verrebbe da dire che è la prima volta che c’è una crisi delle democrazie liberali. Dal mio punto di vista non è solo un problema europeo, perché se guardo dall’altra parte dell’Atlantico, non era mai successo che un presidente degli Stati Uniti avesse la Nato come “potenziale nemico” e non come interlocutore per politiche comuni di difesa, sociali. Quindi io penso che l’unica risposta possibile sia quella oggi controvento, ma la sfida delle classi dirigenti è quella di provare ad immaginare il futuro, è quella di una società che pazientemente provi a dimostrare che solo nell’incontro con gli altri, nel dialogo, nel ragionamento, nell’investimento sul capitale umano, sulle nuove tecnologie, ci possa essere una risposta al futuro. Noi abbiamo riflettuto troppo poco sui cambiamenti che nelle nostre società hanno causato le nuove tecnologie e la digitalizzazione. La politica tradizionale non ha saputo interpretare un elemento di inquietudine che veniva dai cittadini, e anche questa idea di continuare a raccontare «quanto siamo stati bravi quando c’eravamo noi» non mi convince, perché se l’avessero percepito e pensato, ci avrebbero dato il consenso alle ultime elezioni. E io invece siccome sono convinto che cose buone le abbiamo fatte, penso che non le valorizzi solo se le racconti come giuste, ma se le fai percepire come giuste rispetto a quello che nella realtà ancora non è stato possibile valorizzare e verificare.

MASSIMO FERLINI:
Ci vuole il coraggio di riprendere, di mantenere il passo, perché per fare controvento oggi una battaglia a favore dell’apertura, un’apertura che prima ancora che fisica, a favore della globalizzazione dell’Europa, è mentale, perché se ti fai vincere dalla paura, ti rinchiudi in te stesso e temi chiunque ti si avvicini. Bisogna mantenere questa apertura mentale. Questa è la sfida per uscire dagli schemi del secolo scorso.

STEFANO BONACCINI:
Posso raccontare una questione personale. Io ho le figlie battezzate, mia moglie va a messa. Se la fede è un dono, io non l’ho ricevuto. Sul tema della sostenibilità, se devo dire che cosa mi ha fatto scattare la molla, la scintilla non di fare politica, ma di andare in quella direzione, è stata l’enciclica di papa Francesco. Che in un enciclica un Papa affronti il tema dell’ecologia, della sostenibilità come l’ha posto lui, a me ha colpito tantissimo, perché ci ha chiesto non tanto di diventare ecologisti per salvare il pianeta, ma di «avere cura dell’altro a fianco a te o lontano da te». Io penso che davvero qui stia una delle sfide di un nuovo umanesimo, che può fare incontrare chi, nel vecchio Novecento, pensava di essere un po’ distante. Io credo davvero che la sfida di una società aperta sia la vera sfida. Per altro che se io avessi vent’anni, la vivrei come la sfida della mia generazione, della nuova generazione. Io che voglio difendere l’Europa, ma che ne vedo i difetti, non posso immaginarla unita solo da una moneta, perché è un modo troppo freddo, troppo econonomicista. L’Europa deve essere unita e non lo è stata in questi anni, da politiche comuni fiscali, da politiche comuni economiche, da politiche comuni di affronto delle migrazioni, da politiche comuni sociali, altrimenti l’Europa non è quello che dovrebbe essere. Solo qui è la nostra possibile potenziale opportunità per un futuro che sia un futuro di pace e non un futuro di guerre. E devo dire che il Meeting va in questa direzione, perché qui c’è sempre stato quel messaggio di amicizia tra i popoli che è alla base bel mondo che vogliamo costruire. Puoi fare i muri con il filo spinato e puoi anche avere un beneficio, un vantaggio per un po’ di tempo. Ma vorrei ricordare che la storia del Novecento insegna che quei muri sono diventate macerie su chi li ha costruiti. Solo che nel frattempo si è consumata la più grande tragedia dell’umanità.

MASSIMO FERLINI:
Grazie a Stefano Bonaccini, grazie per il contributo. Lo lascio con un ricordo mio, invece, di una generazione che era felice di comperare il bleu jeans con su scritto Made in Europe, perché era la prima volta che appariva dopo tutti i nostri Made in USA. Spero che tornino di moda.

STEFANO BONACCINI:
Siccome leggo di nazionalizzazioni a go go, non vorrei essere io che vengo da una certa storia a dover spiegare che in Unione Sovietica, quelle cose lì, non è che abbiano funzionato benissimo nel mondo.

(trascrizione non rivista dai relatori)

Data

23 Agosto 2018

Ora

19:00

Edizione

2018

Luogo

MeshAREA TALK Intesa Sanpaolo B1
Categoria