“IL DESTINO TROVERÀ LA STRADA” (Virgilio). Centro e periferia del mondo e della storia nell’età di Augusto - Meeting di Rimini

“IL DESTINO TROVERÀ LA STRADA” (Virgilio). Centro e periferia del mondo e della storia nell’età di Augusto

“Il destino troverà la strada” (Virgilio). Centro e periferia del mondo e della storia nell’età di Augusto

Reading a cura di Zetesis. Consulenza musicale di Silvia Balsamo. Partecipano: Alessandro Guerra, Studente; Davide Longaretti, Studente; Moreno Morani, Docente di Glottologia all’Università degli Studi di Genova; Giulia Regoliosi, Preside del Liceo Classico “Alexis Carrel” di Milano.

 

MORENO MORANI:
Innanzitutto un saluto alle persone che sono presenti a questo Meeting. La squadra, diciamo così, che ha realizzato questo incontro è la stessa squadra che l’anno scorso, ha dato origine a questo tipo di iniziativa. E direi che possiamo cominciare.

GIULIA REGOLIOSI:
Grazie. Ma si sente? Sì! Cominci tu?

MORENO MORANI:
L’anno 767 dalla fondazione di Roma, quarto della 198a olimpiade, 14 dell’era cristiana. Muore nella città campana di Nola il 19 agosto Ottaviano Augusto, primo imperatore di Roma. Nel corso del suo lungo principato, durato 44 anni – nessun altro imperatore romano governerà per un periodo così lungo -, aveva realizzato grandi e radicali trasformazioni in tutti gli ambiti della vita pubblica e sociale. Del suo impero e del suo operato gli storici antichi danno in modo sostanzialmente unanime un giudizio positivo. Sono passati duemila anni e pochi giorni da quella data. Vorremmo riportarci a quell’epoca, per ripercorrere assieme alcuni aspetti di una fase importante della storia, non solo di Roma. Non vogliamo proporre un’interpretazione storica degli avvenimenti. Ci interessa osservare, attraverso alcune testimonianze di poeti e documenti contemporanei, sullo sfondo di un’epoca particolarmente rilevante e significativa per l’Europa e per tutta l’umanità, un brulicare di uomini che, nel vivere e nel seguire le profonde trasformazioni avviate da Augusto, si interrogano sul significato degli avvenimenti che si stanno svolgendo, sulla ricaduta che tali avvenimenti hanno sulla vita quotidiana e sulla loro felicità personale, e quindi, in ultima analisi, sul significato della propria vita e di se stessi. I libri di storia mettono in primo piano gli avvenimenti che riguardano i principi, i regni e le battaglie: qui vorremmo portare in primo piano l’umanità comune, filtrata attraverso la voce di quei testimoni privilegiati di un’epoca, che sono i poeti, e lasciare sullo sfondo i grandi avvenimenti della storia.

GIULIA REGOLIOSI:
Ottaviano ebbe l’abilità di concentrare progressivamente su di sé tutti i poteri in modo graduale, così da evitare salti bruschi e soprattutto facendo in modo che sembrasse indolore o addirittura naturale il passaggio dalla res publica all’impero. Cioè, da una situazione di democrazia parziale, com’è normalmente negli stati antichi, ma accompagnata da una grande libertà di parola e da una continua vivacità di dibattito, a un sistema in cui il potere è concentrato nelle mani di una sola persona. Le ultime generazioni avevano visto della democrazia solamente gli aspetti negativi: lotte di fazioni, esacerbarsi dei problemi sociali, con un sempre più accentuato divario tra ricchezza e povertà, deteriorarsi dell’ordine pubblico e venir meno della sensazione di sicurezza; infine, un susseguirsi di guerre civili sanguinose. L’uomo della strada avrebbe accettato volentieri una rinuncia ai propri diritti di espressione democratica in cambio di una maggiore stabilità. Una situazione che viene ben descritta nelle parole dello storico latino Tacito che, lasciando serpeggiare in modo abbastanza chiaro la sua nostalgia per quelle libertà che le istituzioni dell’impero avevano fatto scemare o addirittura dissolto, riassume in poche righe la stanchezza dei romani e la loro disponibilità a rinunciare alla democrazia e alla libertà, in cambio di serenità e di miglioramento delle condizioni economiche.

ALESSANDRO GUERRA:
“Augusto attrasse a sé i soldati con regalìe, il popolo con distribuzioni di grano, tutti quanti con la dolcezza di una vita serena. Nessuno si oppose. Quanto più uno era disponibile ad assoggettarsi, vedeva crescere averi e onore e, acquisito potere dalla nuova situazione, preferivano lo stato attuale sicuro e certo rispetto alla situazione precedente e instabile”.

GIULIA REGOLIOSI:
È un baratto tra stabilità economica-sociale, che però sembra accontentare tutti. La sicurezza del presente è meglio della rischiosa incertezza del passato. Perché quest’operazione riuscisse, era necessaria molta cautela: occorreva che il trapasso verso la nuova situazione non si manifestasse come una rottura violenta col passato, con un’eliminazione subitanea delle istituzioni repubblicane che, pur con tutti i loro difetti, avevano comunque permesso a Roma di espandersi fino a diventare la più importante potenza dell’area mediterranea. Mentre attuava un passaggio e una concentrazione di poteri, che sempre più lo rendeva Signore assoluto della situazione e dava alla sua signoria una connotazione nettamente dinastica, Augusto capiva che per rendere accettabile il passaggio occorrevano due condizioni: fare in modo che le istituzioni del periodo precedente venissero mantenute, o almeno ne rimanesse la facciata, e dare l’impressione che il suo primato fosse visto come un primato di autorevolezza, non di effettivo potere. Augusto stesso percepiva l’importanza di tutto questo, tanto che lo mette in luce in un documento chiaro che fa redigere in un periodo di poco precedente la morte, il cosiddetto “Monumentum Ancyranum”, nel quale, chiamandosi “princeps” – cioè guida, più che capo, signore – riassume in prima persona gli aspetti salienti della sua politica interna ed estera: “Fui superiore a tutti per autorevolezza, ma non ebbi più potere degli altri”.

DAVIDE LONGARETTI:
“Ottenuto l’intero potere per consenso di tutti, dopo che avevo posto termine alle guerre civili, trasferii il governo dello stato dalla mia autorità all’arbitrio del senato e del popolo romano. Per questo merito sono stato chiamato Augusto su delibera del Senato e gli stipiti della mia casa sono stati rivestiti di alloro. Sulla mia porta è stata infissa una corona d’oro e nella “curia Iulia” è stato posto uno scuro d’oro, la cui iscrizione attesta che il Senato e il popolo romano me lo concedevano per la virtù, la clemenza, la giustizia e la devozione. Dopo di allora, fui superiore a tutti per autorevolezza, ma non ebbi più potere degli altri che mi furono colleghi nelle magistrature. Durante il tredicesimo consolato, il Senato, l’ordine equestre e il popolo romano tutto mi chiamarono padre della patria”.

GIULIA REGOLIOSI:
Come già accennato, il principato di Augusto si inserisce in un’età turbolenta, di crisi profonda, individuale e collettiva. Un brano del poeta Orazio presenta con tratti di acuto pessimismo questo momento, in cui sembra che Roma sia prossima all’annientamento per colpa dei romani stessi, empia generazione di sangue maledetto.

ALESSANDRO GUERRA:
“Un’altra generazione si logora per le guerre civili. Roma precipita per le sue stesse forze. Lei, che non riuscirono a distruggere i vicini Marsi, o l’esercito etrusco del minaccioso Porsenna, né il valore rivale di Capua, né l’accanito Spartaco o l’allobrogo sleale nelle situazioni mutate. E non hanno domato i feroci Germani coi loro giovani dagli occhi azzurri, e Annibale esecrato dai familiari delle vittime, la distruggeremo noi, empia generazione di sangue maledetto, e il suolo sarà di nuovo occupato dalle belve”.

GIULIA REGOLIOSI:
Vi è un clima di stanchezza e si desidera fortemente un cambio e un rinnovamento. Augusto si presenta fin dall’inizio, al termine della guerra civile con Antonio e la sua alleata Cleopatra, come il personaggio che potrà permettere al popolo romano di uscire da questa situazione. E poiché ciò che contrassegna la nuova epoca sarà la stabilità e il miglioramento della situazione economica, Augusto può presentarsi come il protagonista di questo rinnovamento in senso migliorativo. Nell’immaginario collettivo, di cui alcuni testi poetici si fanno interpreti privilegiati, non si percepiscono solo toni di fiduciosa attesa. L’epoca di Augusto segna l’inizio di qualche cosa di grande: Augusto è più che un uomo, un dio. È colui che riporterà sulla terra l’età dell’oro. Si apre un’epoca di pace e di prosperità, il cui artefice necessariamente deve essere al di sopra dell’umanità comune, un uomo di stirpe divina, destinato ad essere accolto, dopo la morte, nel consesso degli dèi. La res publica romana aveva sempre visto con una certa diffidenza l’eccessivo ampliarsi del prestigio personale o l’accumularsi di troppe cariche su una persona. Ma ora i tempi sono cambiati. Tra i molti passaggi che si potrebbero citare basteranno questi due brani virgiliani.

DAVIDE LONGARETTI:
“Questo è l’uomo, questo che spesso ti sei sentito promettere, Cesare Augusto, stirpe divina, che di nuovo fonderà i tempi dell’oro nelle terre del Lazio, dove un tempo regnò Saturno. E porterà l’impero sopra i Garamanti e gli Indi. Fuori dallo Zodiaco giace una terra, fuori dalle strade dell’anno e del sole, dove Atlante, che regge l’universo, porta sulle spalle l’asse del cielo tra punte di stelle splendenti. Già da ora, per le divine profezie, temono la venuta di quest’uomo i regni del Mar Caspio e la terra Meozia, e si turbano, trepide, le porte del Nilo dalle sette foci”.

ALESSANDRO GUERRA:
“E tu che presto sarai accolto da un consesso divino, sia che tu voglia provvedere alle città e alla cura delle terre, e la sfera massima dell’universo ti accolga, per far crescere le messi e dominare il clima, il capo cinto del mirto alla madre, sia che tu venga come Dio dall’immenso mare e solo il tuo nume venerino i marinai, ti sia schiava l’ultima Thule e ti voglia come genero Teti, dandoti in cambio tutte le onde. Sia che tu aggiunga una nuova stella e lenti mesi, dove si apre uno spazio fra la Vergine e le chele dello Scorpione che la segue. Lo stesso Scorpione ardente ritrae le braccia e ti lascia una parte del cielo maggiore. Qualunque cosa sarai – infatti non ti spera il Tartaro come suo re, e non ti venga un desiderio così tremendo di regnare, benché la Grecia ammiri i Campi Elisi, e Proserpina non si curi di seguire la madre che la rivuole – concedimi un facile percorso e sii propizio all’audace impresa. E commiserando insieme a me i contadini ignari del cammino, inizia ad abituarti fin d’ora ad essere invocato con le preghiere”.

GIULIA REGOLIOSI:
Augusto è il dio presente, “praesens divus”. “Quando tuona nel cielo, noi crediamo che Giove regni. Divinità presente sarà considerato Augusto, per aver aggiunto all’impero i Britanni e gravosi Persiani”, scrive Orazio. Augusto è un dio presente anche per l’aiuto personale. Il giovane pastore Titiro, in cui Virgilio si identifica, è andato a Roma per rivendicare il possesso dei suoi campi, che stavano per essergli espropriati, e ha ottenuto ciò che desiderava. Dall’incontro con Roma e con Augusto ha riportato un’impressione straordinaria, qualcosa che il pastore, sempre vissuto nella quiete della campagna, e abituato alle modeste case del villaggio, non poteva immaginare neppure nei suoi pensieri più reconditi. Tornato al suo lavoro pastorale, così racconta all’amico Melibeo, meno fortunato di lui – perché dovrà lasciare i suoi pascoli -, le impressioni di quell’incontro e i risultati che ne ha conseguito.

ALESSANDRO GUERRA:
“O Melibeo, un dio ci ha dato questa pace, infatti sarà sempre per me un dio – il suo altare sarà sempre bagnato dal sangue di un tenero agnello del mio ovile -. Lui ha permesso che le mie mucche pascolassero liberamente, come vedi, e che io suonassi a mio piacere sulla zampogna agreste”.

GIULIA REGOLIOSI:
Così i poeti, ma anche il tono ufficiale non è diverso. Un’iscrizione recuperata nella città anatolica di Priene e datata al 9 a.C., riporta una delibera approvata dalle autorità locali, nella quale Augusto è presentato come il salvatore inviato dalla Provvidenza, che porterà pace e benessere. Il testo è incompleto nella parte finale che comprendeva, evidentemente, la decisione di celebrare il compleanno dell’imperatore.

DAVIDE LONGARETTI:
“La Provvidenza che ordinò ogni cosa nella nostra vita, dimostrando sollecitudine e premura, attuò ciò che è la perfezione della vita, in quanto ci ha portato Augusto, che essa ricolmò di virtù a beneficio degli uomini, quasi avendo mandato per noi e per i nostri posteri il Salvatore, che farà cessare ogni guerra e che tutto ordinerà. E Cesare, con la sua epifania, soddisfece le speranze di quanti con la mente anticipano le buone novelle, avendo egli non solo superato i benefattori che furono prima di lui, ma non avendo neppure lasciato ai futuri la speranza di superarlo. E il giorno natale del dio, costituì per il mondo la prima delle buone novelle annunciate per lui”.

GIULIA REGOLIOSI:
Due parole di questo testo devono essere sottolineate: il salvatore e buona novella, cioè evangelo, euangelion, il giorno della nascita di Augusto costituisce la prima delle buone novelle annunciate per lui. La parola euangelion non è sconosciuta alla lingua greca, è usata fin dall’epoca di Omero e da qualche secolo risulta sempre più usata nella lingua ufficiale ed elevata della grecità linguistica. Ma la sua collocazione in questo contesto e soprattutto la coincidenza che si viene a creare tra la nascita di Augusto e la buona novella sono un documento significativo della temperie spirituale in cui il documento si colloca. L’importanza della prima parola, salvatore, è sottolineata e studiata da Benedetto XVI in un passo del libro L’infanzia di Gesù di cui proponiamo direttamente la lettura.

DAVIDE LONGARETTI:
“Nell’iscrizione di Priene Augusto è chiamato salvatore, soter. Questo titolo che nella letteratura veniva attribuito a Zeus ma anche a Epicuro ed Esculapio, nella traduzione greca dell’Antico Testamento è riservato esclusivamente a Dio. Anche per Augusto esso possiede una nota divina. L’imperatore ha suscitato una svolta nel mondo, ha introdotto un nuovo tempo. Due aspetti rilevanti della percezione di sé propria di Augusto e dei suoi contemporanei vorrei ancora sottolineare in modo particolare. Il salvatore ha portato al mondo soprattutto la pace. Egli stesso ha fatto rappresentare questa sua missione di portatore di pace in forma monumentale e per tutti i tempi nell’Ara Pacis augustea i cui resti conservati rendono evidente ancora oggi in modo impressionante come la pace universale da lui assicurata per un certo tempo permettesse alla gente di trarre un profondo respiro di sollievo e sperare. Traspare il secondo aspetto dell’autocoscienza augustea. L’universalità che Augusto stesso in una sorta di resoconto della sua vita e della sua opera, il cosiddetto Monumentum Anciranum documentato con dati concreti è messo fortemente in rilievo”.

GIULIA REGOLIOSI:
Se Augusto rappresenta la salvezza e il suo avvento è la buona novella che ci si attendeva, contrapporsi ad Augusto significa opporsi allo svolgimento della storia che gli dei e il destino hanno preparato e disposto. Non è più solamente una questione politica e militare ma diventa un’opposizione al corso naturale degli avvenimenti predisposto da forze che trascendono l’uomo e il suo volere. In sostanza l’opposizione ad Augusto non si giudica sotto il profilo dell’avventura politica o militare ma sotto il profilo della ragionevolezza e del realismo. Nell’ode di Orazio che ora leggeremo così viene rappresentata l’azione di Cleopatra che ha osato combattere contro Cesare e Ottaviano. Cleopatra è una folle che domina su un gregge insano. Nella seconda parte dell’ode, Orazio presenterà con una non celata ammirazione il modo in cui la regina ha affrontato coraggiosamente la sventura e la morte. La donna in quanto tale meriterebbe simpatia per le sue doti di coraggio e per aver orgogliosamente rifiutato di sottomettersi al vincitore. Ma la regina che ha cercato di fermare l’orologio della storia ha nella sua pazzia il ruolo straordinario di rendere visibile la volontà del destino, fatale monstrum.

ALESSANDRO GUERRA:
“Ora bisogna bere, ora col libero ritmo battere il terreno, ora è finalmente il tempo di ornare il letto degli dei di cibi degni dei Salii, amici”.

DAVIDE LONGARETTI:
“Prima era sacrilegio trarre fuori il cecubo dalle cantine paterne, finché contro il Campidoglio la regina preparava pazze rovine e morte contro l’impero. Col suo gregge ha appestato gli uomini turchi. Sfrenata nel desiderare qualunque cosa e ubriaca di fortuna dolce”.

ALESSANDRO GUERRA:
“Ma diminuì la sua follia, a stento una nave salvata dall’incendio e la mente vaneggiante per il vino mareotico riportò alla realtà del timore Cesare, incalzandola coi remi nel suo volo dall’Italia, come lo sparviero incalza le tenere colombe o il veloce cacciatore una lepre nelle pianure nevose della Tessaglia per mettere in catene il prodigio voluto dal destino”.

GIULIA REGOLIOSI:
Se l’aspetto più originale della politica augustea fu quello di far apparire come corrispondente al desiderio e all’aspettativa comune il suo programma di cambiamenti, il continuo richiamo la mos maiorum può essere considerato senz’altro una parte fondamentale di quella linea programmatica e si rivela alla fine una mossa vincente. L’uomo romano accettava volentieri i cambiamenti introdotti da Augusto perché questi mettevano in atto, anzi rimettevano in atto quei valori che avevano contribuito a rendere Roma grande e immortale e si erano offuscati o erano stati dimenticati negli avvenimenti succedutesi negli anni bui e tragici delle guerre civili, di conseguenza accoglie volentieri l’emergere di una personalità che si prodighi per restaurare finalmente i valori della tradizione romana che rischiavano di essere dimenticati.
Poiché è il principe il protagonista primo di questa rinascita di Roma, l’accento collocato sulla figura del principe e l’insistenza sugli aspetti positivi della sua opera e della sua figura sono un passaggio obbligato per il successo di questo disegno, ma sarebbe eccessivo parlare di culto della personalità nel senso moderno del termine, perché Augusto, nel perseguire il suo disegno politico, fa appello al suo indiscusso carisma e non usa, o cerca di usare il meno possibile, mezzi repressivi e coercitivi e anzi, mira piuttosto a dare al suo operato una connotazione di benevolenza nei confronti dei cittadini che vengono gratificati periodicamente di donazioni di grano e altri generi di prima necessità e di indulgenza dell’amministrazione della giustizia che spesso cura personalmente recandosi nei tribunali e ascoltando gli accusati. In che cosa consistono fondamentalmente i mos maiorum e i valori che Augusto pone a base della sua opera? Innanzitutto un accento su quella visione universalistica che prosegue ideali di cosmopolitismo nati in età ellenistica e che è stata da sempre caratteristica della politica romana. Roma non ha esitato a stringere alleanze, trattati tra potenze lontane, anche quando era ancora una piccola città del Lazio, o una potenza locale. Lo sguardo di Roma ha come orizzonte il mondo e in questo ampio quadro Roma ha il compito di portare quell’ideale di civiltà che essa stessa ha forgiato e che consiste nella coscienza di alcuni valori morali, la virtus, ma anche nell’accoglimento di quanto di positivo hanno elaborato altre culture. I nostri antenati difettarono mai né di prudenza, né di audacia, ma la coscienza della loro superiorità mai impedì loro di imitare le istituzioni straniere, se in questi vi erano degli elementi positivi. Afferma Cesare in un discorso pronunziato in Senato nei giorni plumbei e pericolosi del complotto di Catilina:

DAVIDE LONGARETTI:
“Secoli prima Pericle nel discorso pronunziato durante la commemorazione dei caduti del primo anno di guerra contro Sparta, aveva detto degli ateniesi che essi amano il bello, ma senza fanatismi. Il romano dell’età di Augusto inscrive questo amore per la bellezza in un quadro di valori che pone comunque al primo posto l’ideale della giustizia, in sostanza subordina bellezza e sapere a questo ideale. I greci si possono vantare della loro superiorità di tradizione di arte e di pensiero, ma i romani si sono adoperati a far prevalere l’ideale di una pace che garantisse la giustizia e la protezione del più debole. Così Virgilio riassume questo compito e questa missione che gli dei hanno assegnato a Roma: “Altri forniranno bronzi ispiranti più delicatamente, io credo, e trarranno dal marmo molti vivi, sosterranno meglio le cause, le strade del cielo misureranno col sestante e diranno il sorger degli astri. “Tu ricorda romano, di dirigere col governo i popoli, queste saranno le tue arti, dare l’usanza della pace, risparmiare chi cede e sgominare i superbi”.

GIULIA REGOLIOSI:
Nella civiltà romana sembra incarnarsi definitivamente il destino della storia e Roma stessa è al culmine di questo disegno e diviene il centro ideale del mondo, per il poeta Orazio convinto del carattere imperituro della propria opera poetica. L’unico modo per esprimere il concetto dell’eternità senza limiti di durata, è quello di affiancargli la prospettiva della durata di Roma: il bronzo e le piramidi potranno essere scalfite o distrutte dalla furia degli elementi, ma Roma è una realtà che non verrà mai meno, anche solo pensarlo sarebbe follia.

ALESSANDRO GUERRA:
“Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo e più alto delle piramidi, sede di re che non potrebbe distruggere la pioggia divoratrice, né il vento impetuoso o l’innumerevole serie di anni, o la fuga del tempo. Non morirò tutto, io crescerò sempre, rinnovato nella fama dei posteri, finché sul Campidoglio salirò al pontefice con la silenziosa vestale”.

GIULIA REGOLIOSI:
Abbiamo richiamato prima un brano di Orazio, Epodo XVI, che descrive con acuto pessimismo il momento della guerra di Roma in cui sembra che la fine di Roma sia prossima. Quel brano, però, si conclude con una nota di speranza, il destino dell’uomo non è confinato alla situazione drammatica in cui si dibatte Roma. Il canto di Orazio è come un invito profetico a uscire dalle difficoltà del presente e avviarsi verso una terra promessa che Giove stesso ha riservato alle persone pie. È la fuga dal presente, da una situazione che non sembra lasciare spazio a un futuro, verso una terra promessa la cui collocazione è misteriosa e deve essere cercata dall’iniziativa dell’uomo.

ALESSANDRO GUERRA:
“Voi che avete coraggio smettete il lamento femmineo e volate fuori dalle rive etrusche, ci attende l’oceano che cinge la terra, dirigiamoci ai campi, i campi beati, le isole felici, Giove separò quei luoghi per la gente pia, quando inquinò col bronzo l’età dell’oro e in seguito indurì le generazioni col ferro, ma a chi di esse è pio, è concessa la fuga col mio profetico canto”.

GIULIA REGOLIOSI:
In questo Epodo, la parola chiave è “fuga”, vi è una chiarezza che però ha contorni vaghi. Con Augusto questa possibilità di salvezza sembra attuarsi direttamente sulla terra e Roma è al centro di questo incamminarsi della storia verso il momento decisivo. Ma se Roma e l’età di Augusto sembrano rappresentare il compimento del destino forgiato dagli dei, si apre comunque il problema di capire come il destino individuale si inserisca in questa dimensione teologica. Le realizzazioni positive della politica augustea non eliminano il limite dell’uomo, le malattie e la morte continuano ad esistere e il problema del significato del vivere si pone come sempre. La contrapposizione in certi casi è drammatica. Gli dei hanno voluto che Enea venisse in Italia, il suo viaggio, compiuto tra mille insidie, pericoli, tradimenti dei compagni, è l’inizio di una serie di avvenimenti che nel giro di molti secoli porteranno alla felicità presente. Nell’abbandonare Troia, la sua patria conquistata e distrutta dai greci, Enea deve rinunciare all’affetto della moglie Creusa. Spinto in Africa da una tempesta, si innamora ricambiato dell’affascinante regina Didone che sta costruendo la città di Cartagine. È un momento di debolezza che lo distrae dal compito che gli dei gli hanno assegnato. Il sentimento lo porterebbe verso Didone, il dovere lo richiama in Italia. Enea deve rinunciare ai propri affetti immediati in vista di un valore più grande. Non gli è permesso di vivere secondo i suoi desideri e la sua volontà.

DAVIDE LONGARETTI:
Se il destino mi permettesse di vivere secondo i miei desideri e la mia volontà di eliminare il dolore, abiterei la città di Troia e le dolci reliquie dei miei. Si ergerebbe ancora l’alta reggia di Priamo e avrei ricostruito per i vinti la rocca distrutta due volte. Ma ora Apollo Grineo mi ordina di raggiungere la grande Italia. L’Italia mi impongono le sorti di Licia. Questo è l’amore, questa è la patria.

GIULIA REGOLIOSI:
Quello del pio Enea è un caso speciale, l’intervento diretto degli dei lo ha aggravato di consapevolezza e di responsabilità. Gli dei intervengono continuamente per ricordargli il suo compito. Ma vi sono momenti nel corso del viaggio in cui la situazione non è chiara come si desidererebbe e sembra che persino gli dei si siano dimenticati di lui e dei suoi compagni. Nel corso del viaggio Enea ha incontrato il cugino Eleno, sacerdote di Apollo e dotato di virtù profetiche, anche lui fuggitivo da Troia. Sembra che il viaggio abbia allontanato Enea dalla sua meta anziché avvicinarlo ed è urgente una parola profetica che lo guidi. Nel momento del sacrificio dell’ingresso al tempio, la presenza del dio è quasi palpabile, la percezione del numinoso, direbbero gli storici delle religioni. Ma le decisioni da prendere sono difficili, non rimane che affidarsi alla volontà degli dei, invocandoli e rimettendosi più a loro che alla propria capacità di decisione e di giudizio, poi il destino troverà la strada.

ALESSANDRO GUERRA:
“Qui Eleno, uccisi secondo il rito i giovenchi, chiede la pace degli dei e scioglie le bende dal sacro capo, e mi conduce per mano al tuo tempio, Apollo, sopraffatto dalla presenza divina che mi circonda. Poi il sacerdote canta per ispirazione del dio. Figlio di dea, è una manifesta certezza che tu navighi su mare profondo con auspici più grandi. Il re degli dei così trae il destino e scuote le sorti, questo piano si svolge, il destino troverà la strada e Apollo invocato sarà presente”.

GIULIA REGOLIOSI:
C’è una composizione di Virgilio che non solo sembra interpretare i sentimenti di attesa del momento storico che si sta vivendo, ma anche presenta elementi enigmatici. È una composizione di poche decine di versi inserite in una piccola raccolta di carmi, le egloghe, che descrivono l’ambiente pastorale. Sta per schiudersi una nuova età dell’Oro, una profezia della Sibilla Cumana annuncia il ritorno di quest’epoca favolosa e rimpianta. Questo nuovo inizio viene fatto coincidere con la nascita di un misterioso bambino la cui identità storica, gli interpreti antichi e moderni, hanno più volte cercato di identificare con diversi esiti e senza risultati definitivi, perché il contorno storico e ogni riferimento all’epoca del poeta sembra progressivamente offuscarsi. Nel procedere della composizione, l’aspetto profetico prevale sempre più, non per nulla nella cultura medievale spesso Virgilio non è considerato solo un poeta, ma anche un profeta addirittura dotato di arti magiche. Vi sono elementi e simboli sfuggenti o addirittura misteriosi – la vergine, il serpente, il richiamo all’antica colpa – che hanno fatto pensare a un possibile influsso di elementi giudaici raccolti dalla viva voce degli ebrei residenti a Roma, dal momento che la sua epoca è documentata dalla presenza di un’importante e numerosa colonia giudaica in città o dai testi dell’Antico Testamento ormai tradotti e diffusi.

ALESSANDRO GUERRA:
“È giunta l’ultima età della profezia Cumana, di nuovo nasce un grande ciclo di secoli. Ormai torna la Vergine, torna il regno di Saturno. Già una nuova generazione di uomini viene inviata dall’alto del cielo. Tu casta Lucina, sii propizia al bambino che nasce, col quale infine cesserà la generazione del Ferro e in tutto il mondo sorgerà quella dell’Oro. Eli riceverà la vita degli dei, vedrà gli eroi misti agli dei, ed egli stesso sarà visto da loro e governerà un mondo pacificato dalle virtù del padre”.

DAVIDE LONGARETTI:
“Per te bambino la terra senza nessuna coltivazione, produrrà i primi piccoli doni. Edere errabunde insieme al nardo, e la ninfea mista con il ridente acanto. Le caprette spontaneamente porteranno all’ovile le mammelle gonfie di latte e le greggi non avranno più paura dei grandi leoni. Da sé la tua culla farà spuntare per te piacevoli fiori. Perirà anche il serpente e l’erba ingannevole del veleno perirà. Dappertutto nascerà la pianta profumata d’Assiria. Guarda il mondo che sussulta nella sua mole convessa, le terre, la distesa del mare, il cielo profondo, guarda come tutto si rallegra per il tempo che sta per giungere”.

GIULIA REGOLIOSI:
Ma anche se una nuova età dell’Oro è destinata a venire tra breve rimangono pur sempre le angosce di un presente precario e imprevedibile. La prossima generazione sarà felice e godrà di beni che nemmeno possiamo immaginare. Ma per noi che ancora viviamo in quest’epoca che la precede, che fare quando sembra che la furia del mare e dei venti sia in procinto di spazzare via tutto? Che fare quando ti rendi conto che non puoi contare sul futuro nemmeno prossimo perché ogni momento della tua vita può essere l’ultimo? Il consiglio che dà Orazio è quello di valorizzare ogni momento che il dio ci offre godendo gioie della vita ma in modo misurato e consapevole. L’angoscia non viene completamente cancellata ma se non altro le gioie del vino e del canto hanno il potere di placarla.

ALESSANDRO GUERRA:
“Una tremenda tempesta ha chiuso il cielo, e le piogge, e le nevi traggono giù Giove. Ora il mare, ora le selve risuonano per il tracio aquilone. Strappiamo amici l’occasione dal giorno e finché sono verdi le ginocchia ed è conveniente, si dissolva la vecchiaia dalla fronte corrucciata”.

DAVIDE LONGARETTI:
“Tu porta il vino, spremuto sotto il console Torquato l’anno della mia nascita. Non parlare d’altro. Un dio forse risistemerà queste cose con alternanza benevola. Ora è bene cospargersi di nardo e sulla cetra cillenia liberare il cuore dalle crudeli preoccupazioni, come il nobile centauro cantò al grande allievo”.

ALESSANDRO GUERRA:
“Invitto ragazzo nato dalla mortale dea Tetide. Ti attende terra di Assaraco, che attraversano le fredde acque del piccolo Scamandro, il piccolo e tortuoso Simoenta. Di là a te il ritorno con un filo sicuro le Parche spezzarono e la madre marina non ti riporterà a casa. Là libera ogni dolore con il vino e il canto, dolci conforti dell’orribile angoscia”.

GIULIA REGOLIOSI:
Il brano sempre di Orazio che proponiamo adesso contiene quella breve formula che, isolata dal contesto, è stata assunta in modo distorto come riassuntiva del pensiero di Orazio e interpretata in modo scorretto e parziale, “Carpe diem”, Vivi il giorno che ti è dato. È spesso ripetuto come uno slogan, un mantra diremmo oggi, ad abbandonarsi ad un godimento effimero e fine a se stesso. Ma si tratta di un’interpretazione che, seppure nata in epoca antica e ripresa da una grande quantità di testi e di film, non rappresenta il pensiero di Orazio. Il cuore del componimento non sta nell’invito “carpe diem”, ma nel sapias che lo precede, “sii saggia”. Un invito a vivere con saggezza, come chi conosce e sa giudicare il valore delle cose e la difficoltà della vita. E quindi non si esalta eccessivamente nel momento felice, non si deprime al di là del giusto nel momento sfavorevole. È quel richiamo alla medietas, all’equilibrio di fronte alla vita, che troviamo in tanti esponenti e testimoni della cultura antica.

DAVIDE LONGARETTI:
“Tu non chiedere, non è lecito saperlo, quale fine a me, quale a te, abbiano dato gli dei, Leuconoe. Non provare gli oroscopi babilonesi. Come meglio qualunque cosa sarà, accettala. Sia che Giove abbia assegnato più inverni o come ultimo questo, che ora stanca il Tirreno contro le opposte scogliere, sii saggia, versa il vino, e poiché il tempo è breve taglia la lunga speranza, mentre parliamo già sarà fuggito il tempo ostile. Cogli il giorno, il meno possibile fidando nel domani”.

GIULIA REGOLIOSI:
In un altro componimento di Orazio, lo stesso tema viene ripreso in modo ancora più maturo. Ogni momento della vita è un dono degli dei, e compito dell’uomo è di valorizzarlo con gratitudine, lungi da ogni tentazione nichilista. Orazio richiama all’uso intelligente della ragione e della prudenza nel valutare ogni attimo della vita, così da poter dare alla fine un giudizio positivo sulla propria esistenza. In ogni momento devi dire di aver vissuto volentieri.

ALESSANDRO GUERRA:
“Tu, qualunque ora dio ti abbia donato, prendila con mano grata e non differire di anno in anno le gioie, in modo che in qualunque luogo tu sia possa dire di aver vissuto volentieri. Infatti, se la ragione e la prudenza, non il luogo che domina ampiamente la distesa del mare, liberano dagli affanni, cambiano cielo non animo quelli che corrono aldilà del mare”.

GIULIA REGOLLOSI:
Un motivo che troviamo ribadito con insistenza nella letteratura di quest’epoca è la nostalgia per la campagna. Roma è il centro del mondo ma la vita in quella megalopoli confusa e disordinata che è la capitale è faticosa e logorante. Non si tratta solamente del disagio per il rumore, per il traffico, per tanti altri piccoli incidenti quotidiani che si possono verificare nelle strade, come racconterà in modo vivace qualche decina di anni dopo una altro poeta della letteratura latina, Giovenale. Ma si tratta proprio del carattere defatigante a cui la vita urbana ti sottopone. Un’agenda ricca di appuntamenti, impegni in tribunale, nel Foro, nella vita politica, doveri ai quali non è consentito sottrarsi, anche se mantenerli significa affrontare disagi non da poco. La nevrosi urbana è contrapposta alla quiete della campagna, quando ci si può riposare con la lettura e ritrovarsi a cena con i familiari, senza dover parlare degli argomenti di una quotidianità futile o ascoltare i pettegolezzi della gente che conta, oggi diremmo i gossip, e dedicarsi con amici e familiari a una conversazione che educa, che aiuta a crescere, perché permette di mettere in gioco se stessi e la propria umanità. Infine, l’accenno ai racconti della nonna, frutto di una saggezza trasmessa nei secoli.

DAVIDE LONGARETTI:
“Padre del mattino, o Gianos, se preferisci questo nome. Tu da cui gli uomini organizzano le prime fatiche del lavoro e della vita, così vollero gli dei, sii l’inizio del mio canto. A Roma mi trascini come garante, su, spicciati che nessuno risponda prima all’appello e bisogna andare, sia che la tramontana spazzi la Terra o l’inverno accorci il giorno nevoso in un giro più stretto. Poi, dopo aver detto in modo chiaro e preciso qualcosa che mi rovinerà, devo lottare fra la folla e insultare chi va troppo lento. Tra queste cose perdo infelicemente la giornata, mentre prego, o campagna, quando ti vedrò, quando potrò avere il gioioso oblio di una vita affannosa: ora fra i libri degli antichi, ora nel sonno e nelle ore oziose”.

ALESSANDRO GUERRA:
“O notti, o cene degli dei in cui mangio con i miei davanti al mio focolare e nutro con i cibi rimasti gli schiavi scherzosi. Così nasce la conversazione, non sulle ville e le case altrui, né se Lepore è o no un bravo ballerino, ma discutiamo di ciò che ci riguarda di più e che è male ignorare, se gli uomini siano felici per le ricchezze o la virtù, che cosa ci spinga all’amicizia, se l’utile o il giusto, quale sia la natura del bene e il suo culmine. Intanto il vicino Cervio ci racconta sul tema le favole della nonna”.

GIULIA REGOLIOSI:
In un altro poeta dell’epoca, Tibullo, la nostalgia per la semplicità della vita agreste si coniuga con un accorato sentimento di pacifismo. Il poeta fa parte del circolo di Messalla e qualche volta è stato costretto controvoglia a seguire il suo benefattore nei suoi viaggi e nelle sue campagne. Ma la guerra è follia, porta lutto e desolazione, affretta la morte, favorisce l’insorgere nell’animo umano di sentimenti negativi quali l’invidia, il desiderio di potere, la sopraffazione, affanni. Mentre sarebbe auspicabile una tranquilla vita nella quiete dei campi insieme ai propri familiari che aiutano e rendono la vita più gradevole”.

DAVIDE LONGARETTI:
“Che follia è affrettare la nera morte con le guerre. Ci sovrasta e viene di nascosto con tacito piede, non vi sono messi sotterra, non vigne coltivate, ma l’audace Cerbero e il turbe nocchiero della palude stigia. Là, con le guance lacere e i capelli bruciati, va errando fino ai laghi oscuri una pallida folla”.

ALESSANDRO GUERRA:
“Come è più degno di lode chi è raggiunto dalla pigra vecchiaia nella sua piccola casa ricca di figli. Lui segue le sue pecore, un figlio segue gli agnelli e quando è stanco la moglie gli prepara l’acqua del bagno. Così possa essere io, possa vedere la mia testa bianca per la canizie e raccontare da vecchio i fatti del tempo antico. Intanto la pace protegga i campi”.

GIULIA REGOLIOSI:
Per Virgilio, che alla coltivazione e ai campi ha dedicato l’intero poema in quattro libri Le georgiche, la contrapposizione tra vita di città e vita di campagna è tratteggiata in una descrizione di elevato valore poetico. Nel brano del poema che proponiamo, alcuni elementi descrittivi della vita di città fanno parte di una già sperimentata tradizione letteraria: le case sontuose, la folla, i vestiti ricamati. Ma la descrizione positiva della vita agreste è sincera ed efficace, con la sua visione di una pace serena a contatto della natura, la parte di persone temprate alla fatica e buone nell’animo. Nella città si vedono tante vesti di diversi colori ma si tratta di un inganno, perché la varietà di colori è ottenuta tingendo la lana e quindi adulterandola. In latino, la parola tingere ha anche risonanze negative, si usa, tanto per fare un esempio, per indicare la falsificazione delle monete, mentre in campagna le vesti sono bianche perché qui la lana mantiene il suo colore originario. Infine, tra i vantaggi della campagna vi è la disponibilità immediata dei mezzi di vita: un fatto che rende il contadino più vicino agli uomini antichi ai quali la terra offriva spontaneamente, senza necessità di lavoro, i mezzi di vita.

DAVIDE LONGARETTI:
“Troppo fortunati, se conoscessero i loro vantaggi, i contadini. Ad essi lontano dalle armi discordi, la terra stessa, giustissima, produce dal suolo un facile cibo”.

ALESSANDRO GUERRA:
“L’alto palazzo dalle porte superbe non rovescia ogni mattino un’ondata di salutatori da tutte le stanze né ammirano sbalorditi gli stipiti intarsiati di bella tartaruga e le vesti ricamate d’oro e i bronzi di Corinto, né la lana bianca è adulterata dalla porpora assira, né il limpido prodotto dell’olivo è corrotto dalla cannella. Invece non mancano la pace tranquilla e una vita incapace di inganni, ricca di beni diversi: il riposo in vasti poderi, grotte e laghi vivi e valli fresche, il muggito dei buoi e i molli sonni sotto un albero”.

DAVIDE LONGARETTI:
“La balze dimore di bestie selvatiche e i giovani resistenti alla fatica e abituati al poco, culto degli dei e rispetto dei padri. Fra loro, posò le sue estreme impronte la giustizia quando lasciò la Terra”.

GIULIA REGOLIOSI:
Pochi versi dopo, la contrapposizione tra i due modi di vita fornisce a Virgilio l’occasione per considerazioni di natura ideale. L’abitante dei campi non ha la preparazione culturale del cittadino ma questo gli ha risparmiato anche certi intellettualismi che condizionano il modo di pensare del cittadino colto, corroso da ansie e problemi e insieme presuntuoso. Il contadino è rimasto fedele ai culti di vita degli dei agresti, non indaga la natura ma ne fa esperienza e ne percepisce l’origine divina, mentre l’intellettuale cittadino pretende di conoscere le cause delle cose e la sua presunzione lo porta ad affermare che non vi sia vita dopo la morte e che il regno degli inferi non esista. In grazia di queste conclusioni, frutto della sua intelligenza, si ritiene felice. Ricordiamo che gli intellettuale presi di mira in questo passaggio sono i seguaci di Epicuro, esponenti di una dottrina che Virgilio conosce bene perché in gioventù ne frequentò le scuole.

ALESSANDRO GUERRA:
“Felice chi poté conoscere le cause delle cose e pose sotto i piedi tutte le paure e il fato inesorabile e lo strepito dell’avido Acheronte, ma fortunato anche colui che conosce gli dei agresti, Pan e Silvano, e le ninfe sorelle”.

DAVIDE LONGARETTI:
“Lui non piegarono i poteri dati dal popolo nella porpora dei re, la discordia che agita i fratelli sleali o i Daci che calano dal Danubio complice, le vicende di Roma e i regni destinati a finire”.

ALESSANDRO GUERRA:
“Non ha sofferto per pietà del povero o invidiato il ricco, ha colto i frutti che i rami stessi e i campi stessi volentieri produssero spontaneamente e non ha visto le ferree leggi e il foro insano e i pubblici uffici”.

GIULIA REGOLIOSI:
In parte in questa esaltazione della campagna c’è sicuramente molta idealizzazione e ci sono vagheggiamenti che esprimono soprattutto la stanchezza esistenziale del cittadino romano e hanno in sé anche qualche aspetto intellettuale. Sarà anche vero che la vita di Roma con la sua nevrosi urbana è faticosa e la vita agreste è più riposante, ma abbandonare Roma significa ritrovarsi in una situazione di emarginazione, di solitudine. Ce ne dà prova il poeta Ovidio costretto all’esilio in una remota regione del Ponto sulle rive del Mar Nero. Il poeta si è macchiato di una colpa che non conosciamo, perché il poeta stesso è molto reticente al riguardo. Sta di fatto che Ovidio viene condannato all’esilio in un paese remoto e questa condanna non sarà mai revocata nonostante le richieste insistenti e talora anche querule che il poeta rivolge all’imperatore. Non è solo la scarsa mitezza del clima a deprimerlo, ma è soprattutto la percezione di una estraneità reciproca con la gente del posto, l’impossibilità per un romano di integrarsi con questi barbari dai quali – sommo scandalo! – è considerato barbaro proprio lui, cittadino romano che ha passato anni a contatto con i personaggi di maggiore prestigio e potere nella corte augustea e nella Roma che conta. La possibilità di avviare una comunicazione almeno minimale con la gente del posto, eliminando o almeno diminuendo lo schermo linguistico, non può nemmeno essere presa in considerazione. Come potrebbe un parlante latino pensare di imparare anche solo qualche frase di una lingua barbara come il getico?

ALESSANDRO GUERRA:
“Tre volte si è ghiacciato l’onda del mar Nero, ma a me sembra ormai che la barca sia lontana da tanti anni quanti la dardana Troia ha passato sotto l’assedio greco. Il tempo procede così lentamente che lo diresti fermo e l’anno compie il suo viaggio con passi lenti. Il solstizio non mi porta via nulla della notte, né l’inverno mi rende più brevi i giorni. Forse la natura si è mutata per me e insieme ai miei dolori allunga tutte le cose? Oppure il tempo comune continua i soliti moti e dura di più il tempo pesante della mia vita? Qui sono barbaro io che non sono capito da nessuno e i geti deridono sciocchi le parole latine, spesso sparlano di me in mia presenza, al sicuro. Forse mi rinfacciano il mio esilio”.

GIULIA REGOLIOSI:
È in un’altra zona periferica dell’impero che altri avvenimenti decisivi per la storia del mondo si stanno svolgendo. L’anno in cui muore Augusto, in una remota città di nome Nazareth sta crescendo un ragazzo sotto l’occhio vigile di una mamma tutta speciale e di un uomo che, pur non essendo suo padre, ha accettato di essere riconosciuto come tale. Poco tempo prima i due genitori hanno momentaneamente perso di vista il ragazzo e l’hanno ritrovato un paio di giorni dopo circondato dai dotti dell’epoca che lo guardavano e lo ascoltavano stupiti, ammirati per la sua competenza. Il tutto si svolge in una periferia che sembra dimenticata. Il genere, i fatti e gli avvenimenti di questa periferia sono raccontati dagli storici romani solo in quanto hanno attinenza con gli avvenimenti e la storia di Roma, altrimenti avrebbero poco interesse. La nascita di questo ragazzo era stata annunciata da una fantasmagoria di angeli celesti quale non era stata mai vista e non si ripeterà mai più. Ma questo spettacolo non è rivolto all’imperatore o ai potenti di Roma, bensì a un gruppo di pastori che, colti all’improvviso dalla bellezza di quello spettacolo di luce, di colori e di canti – a quel tempo gli effetti speciali dei registi hollywoodiani ancora non si erano visti – decidono di andare a vedere di cosa si tratta. Ne rimangono stupiti e raccontano l’evento sensazionale ai loro amici e ai loro famigliari. Ma questo non è sufficiente perché la notizia di questo avvenimento si diffonda fino alle corti regali o fino al centro dell’impero. La principale e unica fonte storica di questi avvenimenti è il Vangelo di Luca nella pagina che qui proponiamo.

DAVIDE LONGARETTI:
“In quei giorni, un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo è per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama»”.

GIULIA REGOLIOSI:
Con questo avvenimento, è quella zona periferica dell’impero a diventare un nodo cruciale della storia, a diventare essa stessa centro. Perché il centro, vero fine della storia umana, non è né Roma né Augusto. “Il Redentore dell’uomo Gesù Cristo è centro del cosmo e della storia”, scrive Giovanni Paolo II all’inizio della sua enciclica Redempor Hominis, e aggiungiamo: è Cristo il Salvatore, l’atteso, la cui nascita costituisce la prima della buone novelle che erano annunziate per lui. Integriamo la lettura della pagina di Luca con il commento di Benedetto XVI nel libro sull’infanzia di Gesù.

DAVIDE LONGARETTI:
“Per Luca, il contesto storico universale è importante. Per la prima volta viene registrata tutta la terra, l’ecumene nel suo insieme. Per la prima volta esiste un governo e un regno che abbraccia l’orbe, per la prima volta esiste una grande area pacificata in cui i beni di tutti possono essere registrati e messi al servizio della comunità. Solo in questo momento in cui esiste una comunione di diritti e di beni su larga scala e una lingua universale permette a una comunità culturale l’intesa del pensiero e dell’agire, un messaggio universale di salvezza, un universale portatore di salvezza può entrare nel mondo: è di fatto la pienezza dei tempi”.

GIULIA REGOLIOSI:
Tra centro e periferia non c’è qui una contrapposizione conflittuale come emerge dalla lettura di questa pagina del Papa Emerito. La nascita di Gesù avviene in un’umile e sconosciuta periferia dell’impero. Ma periferia e impero fanno entrambi parte di un disegno provvidenziale, perché l’esistenza di un impero pacificato è un tramite importante per la diffusione della parola di Dio. La politica di pacificazione di Augusto, pur con tutti i suoi limiti e le contraddizioni che sono state messe in risalto da alcuni studiosi moderni, è in modo misterioso un tassello importante dell’economia di un disegno divino che gli autori del Vangelo ci fanno conoscere. Per la prima volta, viene registrata tutta la terra, l’ecumene nel suo insieme. Per la prima volta esiste un governo e un regno che abbraccia l’orbe, scrive Benedetto XVI. La parola ecumene si legge nel testo originale di Luca: questo ecumene è l’orizzonte della predicazione cristiana che fa suoi e ripropone gli ideali universalistici della politica romana. Questo vangelo del regno sarà annunziato per tutto l’ecumene, dice Gesù agli apostoli. Dante, in un passo del Convivio che leggiamo a conclusione di questa nostra rassegna, aveva sottolineato questo stesso concetto, che l’opera aggregatrice dell’impero romano fosse stata un veicolo potente per la diffusione dell’annuncio cristiano e che la nascita di Gesù avvenne in un’epoca e in momento in cui il mondo mai non fu ne sarà così perfettamente disposto come allora. L’incomprensibile e ineffabile sapienza di Dio ha ordinato gli avvenimenti in modo tale da collocare la nascita del redentore in un momento della storia e in un quadro temporale favorevole. Viene da ripensare alla frase di Virgilio che Dante così tanto ammirava: “il destino troverà la strada”.

ALESSANDRO GUERRA:
“E tutto questo fu in uno temporale, che David nacque e nacque Roma, cioè che Enea venne di Troia in Italia, che fu origine della cittade romana, sì come testimoniano le scritture. Per che assai è manifesto la divina elezione del romano imperio, per lo nascimento della santa cittade, che fu contemporaneo alla radice della progenie di Maria.
E incidentemente è da toccare che, poi che esso cielo cominciò a girare, in migliore disposizione non fu che allora quando di là su discese Colui che l’ha fatto e che ‘l governa: sì come ancora per virtù di loro arti li matematici possono ritrovare.

Né ‘l mondo mai non fu né sarà sì perfettamente disposto come allora che alla voce d’un solo, principe del roman populo e comandatore, sì come testimonia Luca evangelista. E però pace universale era per tutto, che mai, più non fu né fia, la nave dell’umana compagnia dirittamente per dolce cammino a debito porto correa.
Oh ineffabile e incomprensibile sapienza di Dio, che a una ora, per la tua venuta, in Siria suso e qua in Italia tanto dinanzi ti preparasti! E oh stoltissime e vilissime bestiuole che a guisa d’uomo voi pascete, che presumete contra nostra fede parlare e volete sapere, filando e zappando, ciò che Iddio con tanta prudenza ha ordinato!”.

GIULIA REGOLIOSI:
Grazie.

MORENO MORANI:
Grazie. Mi permetto di associare all’applauso anche la dottoressa Silvia Balsamo che ha provveduto alla scelta delle musiche, che per la verità non sono state valorizzate dato l’ambiente un po’ rumoroso in cui ci siamo ritrovati. Ve le faremo trovare sul sito di Zetesis quanto prima, diciamo tra una decina di giorni, così potrete ascoltarle nelle vostre case e gustarle con più calma. Grazie.

GIULIA REGOLIOSI:
Va bene. Dovreste aver trovato sulle sedie un quartino. Nella parte interna, sulla sinistra, sono riportati tutti i testi che abbiamo letto. Naturalmente sono riportati in senso generico, non sono indicati i versi. I versi ve li andate a cercare voi e nella parte di destra invece le musiche, alcune, per la verità, molto particolari e molto originali. Ci permettiamo di chiedervi di leggere anche la quarta pagina che contiene il “chi siamo” noi di Zetesis, è un po’ una pubblicità per noi, per la nostra rivista, per tutto il nostro lavoro. Grazie.

Data

27 Agosto 2014

Ora

21:45

Edizione

2014

Luogo

eni Caffè Letterario A3