GIOBBE - Meeting di Rimini

GIOBBE

Giobbe

Julián Carrón spiega la figura di Giobbe

Partecipano: Julián Carrón, Presidente Fraternità di Comunione e Liberazione; Mario Melazzini, Direttore di Aifa; Salvatore Natoli, Filosofo, già Professore Ordinario di Filosofia Teoretica all’Università degli Studi di Milano. Introduce Monica Maggioni, Giornalista.

 

Ore: 17.00 Auditorium Intesa Sanpaolo A3
GIOBBE

Partecipano: Julián Carrón, Presidente Fraternità di Comunione e Liberazione; Mario Melazzini, Direttore di Aifa; Salvatore Natoli, Filosofo, già Professore Ordinario di Filosofia Teoretica all’Università degli Studi di Milano. Introduce Monica Maggioni, Giornalista.

VIDEO

MONICA MAGGIONI
Per parlare di Giobbe, oggi pomeriggio qui insieme, buonasera, potevamo solo partire dal più grande recente dolore collettivo, che però è un dolore individuale per tante persone, per tante famiglie, per tanti che si chiedono ancora perché. Ed è questo in fondo il perché che ci accompagnerà questo pomeriggio, in questo nostro percorso, in questo nostro viaggio attraverso il Libro di Giobbe, con Julián Carrón, con Salvatore Natoli, con Mario Melazzini, con tanti altri. È un viaggio per il quale, però, abbiamo bisogno di ripartire da lì, dal testo, dal libro.

LETTORE
«C’era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe: uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male. Gli erano nati sette figli e tre figlie; possedeva settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinquecento asine, e molto numerosa era la sua servitù. Quest’uomo era il più grande fra tutti i figli d’Oriente».

MONICA MAGGIONI
Giobbe è l’emblema dell’uomo felice, dell’uomo che ha tutto, dell’uomo su cui si abbattono ogni genere di sciagure. Però lui sa che non ha fatto niente, che Dio non è in fondo responsabile del male che gli sta accadendo, eppure lo permette. E quindi Giobbe, davanti al primo incontro con il male che gli sta capitando, decide di avere l’atteggiamento di colui che accetta.

LETTORE
«Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?».

MONICA MAGGIONI
Quando il male però diventa così grande, quando il male diventa troppo, a quel punto prevale il senso dell’ingiustizia subita.

LETTORE
«Perché i malvagi continuano a vivere e invecchiando diventano più forti e più ricchi? La loro prole prospera insieme con loro, i loro rampolli crescono sotto i lori occhi, le loro case sono tranquille e senza timori, il bastone di Dio non pesa su di loro. Cantano al ritmo di tamburelli e di cetre, si divertono al suono dei flauti. Finiscono nel benessere i loro giorni e scendono tranquilli nel regno dei morti. Eppure dicevano a Dio: Allontanati da noi, non vogliamo conoscer le tue vie. Chi è l’Onnipotente perché dobbiamo servirlo? E che giova pregarlo?».

MONICA MAGGIONI
È la grande serie dei perché che caratterizza questo libro. Julián Carrón, il perché è la domanda eppure è una domanda che non è sempre presente.

JULIÁN CARRÓN
Non sempre davanti al problema del dolore si è dato un perché, il problema del dolore è una questione che ha sfidato la vita degli uomini ma si risolveva semplicemente attribuendo il male ad un principio cattivo che, insieme ad un principio buono, era all’origine di tutto. È un fatto veramente sorprendente che un popolo così piccolo, come il popolo di Israele, circondato dai imperi e culture così vaste, non abbia ceduto a questa impostazione che era così diffusa nell’Oriente. Uno si domanda perché non hanno ceduto a questa spiegazione di due principi, e l’unica spiegazione che si può trovare è che il popolo di Israele aveva una tale esperienza di un Dio buono che si era manifestato lungo la storia, che davanti al problema del male non poteva far fuori tutta l’esperienza di bene di quel Dio che lo aveva fatto uscire dall’Egitto, lo aveva accompagnato lungo il cammino, lo aveva praticamente salvato. E perciò, anche quando questo Dio non ha nessun problema di lasciarli andare in esilio, in quel momento, quando guardano indietro pensando quale fosse l’origine ultima di quello che c’è, di tutto il reale, della creazione, non possono non dire che l’origine di tutto è un Dio buono, e che quindi tutto quello che Lui ha creato è buono. La prima pagina della Genesi è tutta un canto a questa positività del reale. Tutto è buono e quindi l’origine del male non è Dio, ma questo rende possibile che l’uomo possa rivolgersi a Dio con un perché. Ho raccontato tante volte un episodio che per me è stato rivelatore di questo atteggiamento quando, facendo il professore in una scuola, uno dei miei studenti è venuto, dopo avere saputo che un amico aveva avuto un incidente, domandando: «Ma perché Dio permette queste cose?». Io gli rispondevo che tante volte, noi, in quel momento della prova, mostriamo che cosa è quello che definisce la nostra vita, come arriviamo al momento della prova. «Se tu, quando ritorni a casa questo pomeriggio, ti trovi uno sconosciuto che ti dà una sberla, come rispondi?». «Gliene darei due in risposta». «E se, quando arrivi a casa questa sera, la sberla te la dà la tua mamma?».
Restò un po’ impacciato davanti a questa domanda. «Le domanderei: perché?». Il perché, che non era nato davanti allo sconosciuto, era nato davanti a una presenza che non poteva fare fuori: aveva una tale familiarità con lei, con la mamma, che non poteva evitarlo. Possiamo capire che anche il fatto di porsi la domanda era nato da un rapporto talmente pieno di questi fatti buoni che quando entravano in contrapposizione con quel Dio avevano un interlocutore. Per questo, mi ha colpito molto quello che dice Lewis: «In un certo senso, il giudeo cristianesimo suscita piuttosto che risolvere il problema della sofferenza, perché essa non sarebbe un problema se insieme alla nostra esperienza giornaliera di questo mondo di sofferenza, non avessimo acquistato quella che crediamo una ragionevole fiducia che la realtà in ultima analisi sia giusta e buona».

MONICA MAGGIONI
Salvatore Natoli, la domanda che è al centro di questo Libro di Giobbe.

SALVATORE NATOLI
Io riprendo da quanto è stato detto adesso, perché mi serve da filo, sia l’esperienza del ragazzino che chiede perché alla mamma ma non lo chiede agli altri, sia il pensiero di Lewis che Dio, lungi dal risolvere il problema del male, lo complica. Perché nella tradizione si pone sempre questo problema: come è possibile che Dio, che è buono e che nel caso di Giobbe, soprattutto, è giusto, infligga il dolore al giusto? Allora, delle due l’una, o è un mentitore e non è Dio, o altrimenti, e questo accade con Giobbe, nasce un’altra esperienza di Dio. Ecco, il Libro di Giobbe è importante per questa ragione: è eversivo dentro la tradizione della Bibbia, e in qualche modo è interlocutorio rispetto a chi non appartiene al mondo biblico. Perché qui faccio una notazione veloce: abbiamo parlato di amore di Dio, di tradimento da parte di Dio che punisce il giusto, quindi siamo dentro una relazione, per usare un termine biblico, di alleanza che in qualche modo è stata rotta. Ma non tutti gli uomini nella storia del mondo hanno vissuto il dolore nell’orizzonte dell’alleanza. Anzi, direi che la maggior parte dell’umanità ha vissuto l’esperienza del dolore come un fatto di natura. Quindi, evidentemente si vive il dolore in modo diverso a seconda dell’orizzonte di esperienza e del contesto culturale in cui questo dolore si vive. Un greco, proveniente dal mondo greco, non avrebbe mai pensato al dolore in termini di giustizia perché viene dalla natura, e la natura è di per sé innocente e crudele, basti pensare al ciclo della riproduzione materiale, al ciclo animale. Noi viviamo mangiando gli altri, la vita si riproduce attraverso una crudeltà costante e persistente: se non mangiassimo, moriremmo, qualcuno dobbiamo pur mangiare, qualcosa dobbiamo pur mangiare. L’orizzonte greco è un orizzonte tragico, dove l’elemento del dolore è costitutivo della stessa esistenza. E quindi, non si pone problema di giustizia. Caso mai, il problema è: in questo immenso mondo di dolore, da dove traiamo la forza per reggere? L’eroe greco è questo, colui che si erge in mezzo al dolore e cerca di tirarsi su in base alla forza della sua umanità, se così vogliamo dire. L’orizzonte di esperienza del dolore fuori dal giudaismo ha costituito l’esperienza di larga parte dell’umanità. Ad un certo momento, viene il giudaismo e il giudaismo è l’alleanza; e introduce due questioni importanti su cui io mi fermo, e poi le riprenderò. La prima questione è che il dolore è connesso alla colpa: nel Sinai, quando Dio dà la legge del Deuteronomio, si dice: chiunque sarà conforme alla legge, sarà benedetto dal Signore. E benedizione del Signore nella Bibbia dell’alto giudaismo voleva significare soltanto tre cose, perché il primo giudaismo non credeva all’immortalità dell’anima: una ricchezza di beni, una generazione ampia di figli e una vita lunga. Non una vita eterna, una vita lunga, la benedizione del Signore è questo. L’abbiamo letto: «Fai vivere a lungo i cattivi e togli la vita ai buoni». Quindi, l’alleanza è questa: se tu rispetti la legge, inevitabilmente sarai benedetto dal Signore; se non la rispetti, sarai maledetto. C’è un passo molto bello del Deuteronomio: «Il cielo si chiuderà su di te come bronzo», una maledizione potente. E Giobbe dice: «Ma io la legge l’ho rispettata, sono stato conforme, quindi tu, Dio, non sei fedele al patto, mi stai tradendo, non è possibile». E allora si pone questo problema: «O tu sei un traditore e non sei Dio, o altrimenti io, prima di rifiutarti, ti chiamo in causa e ti dico: «Dimmi, perché?». Perché io, nonostante tutto, non ti voglio perdere». La moglie dice a Giobbe che ormai è alle piaghe: «Maledici il Signore e muori». Giobbe non segue le parole della moglie, dice: «Voglio capire perché, prima di abbandonarlo voglio capire perché». Infatti, «senza il Dio della legge, il Dio che salva, io sarei perduto lo stesso». Questa è la scena madre in cui si colloca l’urlo di Giobbe.

MONICA MAGGIONI
Al perché, alla chiamata in causa, arriviamo, ma questo grido che si struttura come il grido massimo di dolore, questa sofferenza dell’uomo che chiede conto a Dio della sua sofferenza, attraversa tutta la storia dell’uomo in tutte le sue forme, in tutte le sue manifestazioni.

CANTO

LETTORE
«Io grido a te ma tu non mi rispondi, insisto ma tu non mi dai retta. Sei diventato crudele con me e con la forza delle tue mani mi perseguiti; mi sollevi e mi poni a cavallo del vento e mi fai sballottare dalla bufera».

MONICA MAGGIONI
La domanda più grande, la domanda del dolore collettivo forse più straziante, l’uomo contemporaneo l’ha vissuta attraverso la shoah. C’è un piccolo libro che si scoprirà essere stato scritto da Zvi Kolizt, si chiama Yossl Rakover si rivolge a Dio, è un piccolo libro collocato nel ghetto di Varsavia in fiamme. È il 1943: Yossl Rakover è lì, sa che la sua fine è prossima, sono già morti i suoi figli e sua moglie, li ha visti morire davanti ai suoi occhi. È lì che quest’uomo scrive, e qualcuno – Zvi Kolitz – scrive per lui pagine che passeranno alla storia come, nonostante tutto, una attestazione di fede altissima nei confronti del suo Dio.

LETTORE
«Io credo al Dio d’Israele, anche se Egli ha fatto di tutto per spezzare la mia fede in Lui. I miei rapporti con Lui non sono più quelli di un servo di fronte al padrone ma quelli di un discepolo di fronte al Maestro. Io credo alle sue leggi, io lo amo. E anche se mi fossi ingannato nei suoi confronti, continuerei ad adorare la sua legge… Tu dici che noi abbiamo peccato: certamente noi abbiamo peccato; e ammetto anche che noi veniamo puniti per questo; tuttavia, vorrei che Tu mi dicessi se c’è un peccato sulla terra che meriti un tale castigo. Il sole tramonta e io Ti ringrazio, Dio, perché non lo vedrò più sorgere. Dei raggi rossi piovono dalla finestra: il pezzetto di cielo che io posso vedere è fiammeggiante e fluido come un flusso di sangue. Tra un’ora, al massimo, sarò riunito a mia moglie, ai miei figli e ai migliori dei figli del mio popolo, in un mondo migliore, in cui i dubbi non domineranno più e Dio sarà l’unico sovrano. Muoio sereno ma non soddisfatto; da uomo abbattuto ma non disperato; credente ma non supplicante; amando Dio ma senza dire ciecamente: Amen. Ho seguito Dio anche quando mi ha respinto. Ho adempiuto il suo comando anche quando, per premiare la mia osservanza, Egli mi colpiva. Io l’ho amato, lo amavo e lo amo ancora, anche se mi ha abbassato fino a terra, mi ha torturato fino alla morte, mi ha ridotto alla vergogna e alla derisione. Tu puoi torturarmi fino alla morte, io crederò sempre in Te; Ti amerò sempre, anche se non vuoi. E queste sono le mie ultime parole, mio Dio di collera: Tu non riuscirai a far sì che io Ti rinneghi. Tu hai tentato di tutto per farmi cadere nel dubbio, ma io muoio come ho vissuto: in una fede incrollabile in Te. Lodato sia il Dio dei morti, il Dio della vendetta, il Dio della verità e della fede, che presto mostrerà nuovamente il suo volto al mondo e ne farà tremare le fondamenta con la sua voce onnipotente. Shema’ Jsrael, Adonaj Elohenu, Adonaj echad. Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno».

MONICA MAGGIONI
È una sfida estrema. Yossl Rakover sfida Dio e dice: «Nemmeno questo farà in modo che la mia fede in te sia minata». Invece la storia della shoah, quello che accade nei campi di concentramento, di fatto segna la domanda più grande e la rottura del rapporto con Dio per molti. Elie Wiesel, ne La notte, ripercorre i momenti in cui arriva ad Auschwitz, entra nel campo di concentramento e vede le file di persone dividersi: qualcuno andrà direttamente verso i forni crematori, qualcun altro verrà sottoposto a sofferenze indicibili e lavorerà nei campi. Questo passaggio ci riporta esattamente a quelle ore, a quei momenti, a quelle domande.

LETTORE
«Qualcuno si mise a recitare il Kaddìsh, la preghiera dei morti. Non so se è già successo nella lunga storia del popolo ebraico che uomini recitino la preghiera dei morti per se stessi. «Yitgaddàl veyitkaddàsh shemé rabbà… Che il Suo Nome sia ingrandito e santificato…» mormorava mio padre. Per la prima volta sentii la rivolta crescere in me. Perché dovevo santificare il Suo Nome? L’Eterno, il Signore dell’Universo, l’Eterno Onnipotente taceva: di cosa dovevo ringraziarLo? Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio, la mia anima e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai. Alcuni parlavano di Dio, delle Sue vie misteriose, dei peccati del popolo ebraico e della liberazione futura. Io avevo smesso di pregare. Come capivo Giobbe! Non avevo negato la Sua esistenza, ma dubitavo della Sua giustizia assoluta…I prigionieri ad Auschwitz devono assistere all’impiccagione di tre compagni che devono pagare in nome dei responsabili sconosciuti di un sabotaggio. Uno di loro è un bambino. «Dov’è il Buon Dio? Dov’è?» domandò qualcuno dietro di me. (…) Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente, il bambino viveva ancora… Più di una mezz’ora restò così, agonizzando sotto i nostri occhi. Dietro di me udii il solito uomo domandare: «Dov’è dunque Dio?». E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: «Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…».

MONICA MAGGIONI
Julián Carrón, Salvatore Natoli, è la domanda delle domande. Se Dio esiste, se Dio è giusto, perché ha permesso questo? Perché è stato silenzioso davanti a tutto questo? Lo chiederà anche Benedetto XVI nel corso della sua visita ad Auschwitz.

JULIÁN CARRÓN
La domanda che diventa sempre più urgente quanto più grande è il dolore non è cancellata dalla presenza buona di cui il popolo di Israele, come abbiamo visto, ha fatto esperienza. Ma questo non cancella per nulla il rapporto che vediamo in queste testimonianze, quello che hanno le persone davanti a questo dolore assolutamente misterioso, incomprensibile. C’è chi rimane attaccato a quell’esperienza che hanno fatto del bene ultimo del vivere, e c’è chi davanti a questa stessa esperienza mette in discussione l’esperienza di bontà di cui ha avuto documentazione. Davanti al dramma sempre più acuto del dolore, uno può lasciare che questa presenza determini il modo di affrontare il dolore, come è successo per secoli nella storia ebraica e cristiana. Pensiamo a quante situazioni ha attraversato la fede di Israele e la fede cristiana, dove tutte le sofferenze non mettevano in discussione Dio. Pensiamo ad esempio alla peste nel Medioevo. L’esperienza di Dio era talmente radicata nelle viscere della vita del popolo, delle persone che credevano, che niente di questo metteva in discussione. Anche se rimaneva misteriosa, prevaleva sempre l’imponenza di una presenza che non veniva meno. Invece, vediamo anche nello scorrere della storia come, soprattutto negli ultimi secoli – ci diamo una data, può essere il famoso terremoto di Lisbona del 1755 che introduce veramente uno spartiacque rispetto a questo atteggiamento -, il pensiero moderno ha ceduto al sospetto che quel dolore metteva alla prova l’esistenza buona del Mistero e l’esistenza di Dio. E qui, quando prevale il sospetto, allora Dio non diventa il compagno con cui vivere il dolore ma diventa il colpevole. Ma la questione è che, a un certo punto nella modernità, praticamente l’assenza di questa presenza cancella la domanda. Fare una domanda a Dio vuol dire che, nel dialogo con il Mistero presente nella storia, si è generato un io capace di rivolgersi a Lui con tutta la potenza della sua ragione a chiedere perché. Noi pensiamo che mettendo in discussione Dio potremmo campare meglio ma semplicemente si riduce la domanda. Un esempio molto significativo è il caso di un personaggio molto noto nella sua modernità come Kafka. Ne Il processo è cancellata la domanda, quindi l’assenza di Dio non fa risolvere il problema all’uomo che si è come accontentato, è ritornato a quel mondo di cui parlava prima il professore, dove è ridotto a un fatto di natura, che non suscita la domanda perché manca l’interlocutore. Lo vediamo non solo in questi personaggi della letteratura ma anche quando succedono degli eventi, per esempio disastri naturali o di altro tipo, dove praticamente tutto si riduce. Non più una domanda che la ragione pone con tutta la sua potenza ma la ragione stessa che si riduce, perché si svuota la domanda riducendola a un problema psicologico. Questo purtroppo non cancella la domanda, la rende ancora più acuta. E quindi si propone, si ripropone ancora di più, anche in questa riduzione, la domanda su che cosa rende possibile stare davanti al dolore con un senso.

SALVATORE NATOLI
Le problematiche, mano a mano che si va avanti nella lettura del Libro di Giobbe diventano sempre più intense. E il nostro compito, ce lo dicevamo prima, è dare delle aperture, dei tagli, essendo questo un testo abissale. Voglio fare alcune notazioni, anche tenendo conto dei testi che si sono letti. Intanto, la richiesta dei due testi di Auschwitz è una richiesta che si domanda perché Dio non è intervenuto. Evidentemente questa domanda se la può porre solo chi è nella logica del patto, perché chi è nella logica dell’alleanza è chiaro che chiede alla controparte perché l’ha permesso, ma chi non è nella logica dell’alleanza non ha questa domanda; gliene vengono altre ma non questa. Un ebreo secolare come Primo Levi, questa domanda non se la pone e non interroga neanche Dio perché per lui, per quanto sia di stirpe ebraica, il riferimento al Tu eterno non c’è, quindi quella domanda a Dio può essere posta soltanto da chi con Dio ha già un’intimità, in senso tradizionale per chi ha fede, perché chi non ha fede non può formulare quella domanda perché non c’è il Tu. Ne formulerà altre, e probabilmente alla fine di questo mio intervento posso dare qualche indicazione: questo è il primo punto. Perché quelli di Auschwitz si domandano perché Dio non è intervenuto? Si domandano perché Dio non è intervenuto per il fatto che loro si sentono traditi. Secondo punto, poteva intervenire Dio? Do una breve indicazione di risposta, se così si può dire, in senso biblico. Ad Auschwitz, Dio non poteva intervenire: e qui bisogna distinguere sulla natura del dolore, una riflessione molto importante. Esiste un dolore patito che viene dalla natura, una malattia viene dalla natura. Chi è il responsabile? È la natura: ma nella storia dell’umanità c’è un dolore diffuso e ricorrente che è il dolore inflitto, cioè il dolore che gli uomini si danno gli uni contro gli altri. È questo il dolore di Auschwitz. Non è un’influenza, non è un tumore. Il dolore che viene dalla natura alla fine lo devi accettare, lo puoi rinviare ma lo devi accettare perché attiene alla nostra mortalità. Noi non moriamo perché abbiamo il dolore, abbiamo il dolore perché moriamo. Noi non soffriamo e la sofferenza produce la morte ma è la nostra mortalità che ci fa soffrire, e quindi è un dolore inevitabile, alla fine moriamo tutti. Ma il dolore inflitto dagli uomini ad altri uomini, questo è un dolore evitabile ed è un dolore cattivo: perché Dio non può intervenire? Perché per evitare questo tipo di dolore dovrebbe togliere agli uomini la libertà che ha dato loro. Può salvarti da un tumore con il miracolo, ti vuole bene, può intervenire ma non può toglierti la libertà. Il dolore può sospendere il male che viene dalla natura ma non può sospendere il male che viene dall’uomo perché contraddirebbe alla libertà che Dio gli ha dato, e quindi dobbiamo diventare responsabili del male che facciamo. E qui Giobbe c’entra meno, va sullo sfondo, e più interessante diventa centrare la figura cristologica, perché Cristo non è morto di malattia. Cristo non voleva morire, suda sangue, la morte gli è inflitta ed era una morte evitabile, solo che non la imputa agli assassini ma li perdona. E qui si apre un altro grande capitolo che mi permette di tornare a Giobbe, all’apertura del libro che viene dimenticata perché si fa la scommessa. Satan dice – e qui c’entra il patto – tu sostanzialmente hai dato a Giobbe tutto quello che voleva e per questo non lo punisci. C’è già un dilemma in questa formulazione, perché Satan è un tentatore: questa domanda è sbagliata. Perché se è vero, per il patto, che se quello ha rispetto per la legge tu non lo devi punire, il fatto che tu lo benedica è un tuo dovere perché lui la legge l’ha rispettata. Cosa vuole insinuare Satan quando gli dice: tu sostanzialmente hai la fedeltà di Giobbe perché non lo fai soffrire? Ma perché dovrebbe farlo soffrire, se non ha commesso il male? Il Dio del Sinai da questo punto di vista sta al patto. Cosa c’è dietro la domanda di Satan? Lui non ti ama certo per niente, ti ama perché gli dai qualcosa. Prendete questa formula: non ti ama certo per niente. Che cosa c’è nella formulazione di Satan, qual è l’elemento nascosto e importante? Non ti ama per niente. Giobbe alla fine mostra che Dio si deve amare per niente, per puro, assoluto amore: e qui cambia l’esperienza di Dio.

JULIÁN CARRÓN
È per questo che tante volte, a causa dello scandalo del male, dello scandalo della libertà, preferiremo un mondo dove non ci fosse la libertà. Ricordo sempre un episodio che mi è capitato, l’ho raccontato diverse volte. A Milano un tassista mi ha fatto queste obiezioni: perché Dio consentiva queste cose? E io l’ho lasciato parlare. Quando ebbe sfogato tutte le obiezioni contro Dio, io gli chiesi: «Ma lei, per evitare che sua moglie la possa tradire, preferirebbe che l’amasse meccanicamente? Che il suo sistema istintivo non le consentisse di sbagliare? O preferirebbe che l’amasse liberamente?». Non ha dubitato neanche un secondo: «Preferirei che mi amasse liberamente». Mi è bastato poi fargli la semplice domanda: «Ma lei pensa che Dio abbia meno gusto di lei? Anche Dio preferisce che uno non risponda meccanicamente: avrebbe potuto creare altri astri, altre stelle, altri passeri ma vuole un uomo con cui stabilire un rapporto di libertà e questo ci scandalizza».

MONICA MAGGIONI
Dalla libertà facciamo un passo indietro e arriviamo a porci nuovamente la questione del tenere insieme la domanda di chi, avendo fede, subisce e subisce dolore fuori misura nella sua esistenza.

CANTO

MARIO MELAZZINI
Mi sono sempre considerato un uomo molto fortunato, fino a quando non mi venne diagnosticata una malattia neurodegenerativa, la Sclerosi Laterale Amiotrofica. In quel momento mi sono scontrato, poi dirò incontrato, con il limite, il limite della scienza medica ma anche il limite – almeno inizialmente pensavo così – di chi mi aveva dato la possibilità di fare un percorso bellissimo, sia dal punto di vista personale che professionale. E in quel momento io ho deciso, vista l’impotenza della scienza medica alla quale pensavo di aver dato molto, visto le tante persone che avevo seguito, curato, reso felici con la guarigione, visto che non c’era nulla da fare, che avrei scelto io quando morire per non lasciare che quel momento lo decidesse qualcun altro. E abbandonai tutto, allontanai tutti. Solo due miei carissimi amici mi rimasero vicini e non ebbi la forza di allontanarli. In particolare, un caro amico gesuita con il quale avevo condiviso molti passaggi della mia vita, sia personale che professionale, che mi disse: «Se vuoi rimanere solo e se vuoi seguire quella decisione – avevo contattato una clinica svizzera per interrompere la mia vita, perché una malattia che mi avrebbe tolto tutto e che mi avrebbe portato ad essere totalmente dipendente da tutti non poteva essere coniugabile con quel concetto di vita che avevo sempre ipotizzato nella mia realtà -, prenditi un attimo da solo». E mi regalò la sua Bibbia, con un segnalibro che (me ne accorsi dopo) era posto in mezzo ai 42 capitoli del Libro di Giobbe. Lo accettai solo per rispetto nei suoi confronti, ma la cosa più importante è che nella mia vita io mi sono sempre misurato in maniera razionale con degli indicatori di efficienza fisici e materiali, sia che si trattasse di scelte professionali, personali e anche sportive, e quindi sempre nella razionalità. Me ne andai via da solo, con una persona che iniziò ad accudirmi, perché le difficoltà legate alla malattia erano parecchie. Mi trasferii per confrontarmi con tutto ciò che per me era l’indicatore più importante: la montagna. Per quasi un mese, ripercorsi con la carrozzina i luoghi che conoscevo così bene, guardando tutto e misurandomi con quello sguardo legato al passato, a ciò che non avrei più potuto fare. E sempre razionalmente feci una sorta di elenco di punti di forza e punti di debolezza. Questo, a che cosa mi ha portato? A capire, a un certo punto, che avevo ragione, a esplicitare i miei “perché” contro quel Dio al quale io, nella mia semplice quotidianità, mi rivolgevo, sempre affidandomi e affidando tutti i miei affetti. In quel momento non rispondeva alle mie domande: «Perché proprio a me? Perché non avrei più potuto fare quello che facevo?». Dopo un mese e mezzo presi in mano questo libro. Leggevo ma, come qualcuno ha scritto e ha detto, più leggi Giobbe e più hai l’impressione di stringere fra le mani una serpe, un’anguilla, un pesce. Ti scivola via, non hai la capacità di identificare ciò che ti vuole dire. A un certo punto ho capito – e mi è servita molto anche una preghiera di Madre Teresa di Calcutta – che non si deve vivere di foto ingiallite. Io continuavo a guardare il passato, tutto ciò che il passato mi aveva portato a fare, non costruivo passi. E ho iniziato ad avere la consapevolezza del mio limite, a farlo diventare strumento di forza. A cosa mi ha portato questo? A quel passaggio del libro in cui Giobbe dice: io ho capito che Tu puoi tutto. E questo veramente è stato qualcosa che ha stravolto il mio pensiero. Ho capito che è tutta una questione di sguardi, di come guardavo la bellezza di quella montagna: prima ero abituato a vederla dall’alto verso il basso, adesso la guardavo dal basso verso l’alto: e mi riempiva il cuore e lo sguardo. Soprattutto, la consapevolezza del limite mi aveva portato a comprendere che ciò che vive Giobbe, con il suo percorso di sofferenza e di odio nei confronti del proprio corpo, era quello che era successo a me. E tutto ciò che lui descriveva era quello che io provavo nella quotidianità, anche con quegli amici saccenti che ti dicevano esattamente quello che dovevi o non dovevi fare. Ecco, questo è qualcosa che nella quotidianità ognuno di noi può vivere: la sofferenza, il dolore non è desiderabile, non è augurabile, però può fare parte del nostro percorso di vita. E questo è esattamente ciò che Giobbe ha voluto dire. E io, ormai credente, pensavo esattamente di credere e di vedere quel Dio misericordioso, dopo il lunghissimo percorso di un anno che avevo fatto. E ho potuto dire: «Prima Ti conoscevo per sentito dire, ma ora Ti ho incontrato», perché avevo incontrato esattamente quel Mistero, quella consapevolezza del Mistero che ti accompagna e ti permette di vivere la quotidianità, anche quando è estremamente difficile per la malattia, come valore aggiunto. Senza dare per scontato però che tutto può succedere, tutto è vero, tutto è concreto. La vita ti pone davanti a continue prove: se sapeste quanto il Libro di Giobbe, nella mia quotidianità, è sempre utile! Alcuni anni fa, purtroppo, venne diagnosticata una malattia rara molto importante al mio nipotino. Ancora lì la domanda sul perché, ma allo stesso tempo il silenzio della risposta e la consapevolezza che a Lui tutto è possibile, a lui che paradossalmente mi ha posto davanti ad altre prove estremamente faticose, come la diagnosi a mio figlio che è stato sottoposto a un grave trapianto: Dio toglie ma Dio dà. E il donatore di midollo è stata mia figlia, la mamma del piccolino cui è stata diagnosticata una malattia molto importante. Ecco, questo è il percorso, la traduzione di ciò che il Libro di Giobbe è nella realtà. Il dolore, la sofferenza non sono augurabili ma dobbiamo avere la consapevolezza che il significato c’è, anche quando non lo vogliamo comprendere. E la mia fortuna è stata comprendere, come accade nel Libro di Giobbe, l’essenza dell’esistere: essere ed esistere, è questo il passaggio fondamentale. E tutto ciò che faccio nella mia quotidianità, questa grande forza è legata semplicemente alla consapevolezza che la malattia, la sofferenza sono un valore aggiunto e fanno parte del nostro percorso di vita. Dico sempre che è una questione di sguardi. Dipende da ciò che vogliamo vedere, a cui vogliamo improntare la nostra quotidianità che è fatta anche di speranza, quel sentimento confortante che proviamo quando scorgiamo con l’occhio della mente ciò che ci può condurre ad una condizione migliore. In ognuno di noi c’è Giobbe, dobbiamo avere il coraggio di porci delle domande, di chiederci il perché ma allo stesso tempo di ascoltare quella risposta silenziosa, che è un rumore assordante, che ti dice: «Il Mistero c’è e può tutto, ti può aiutare in tutto».

MONICA MAGGIONI
Grazie.

CANTO

MIRNA KASSIS
Questo brano che avete ascoltato parla della sofferenza dell’amore. Però, purtroppo, nella vita ci sono altri tipi di sofferenza. Nell’ultimo periodo abbiamo visto quello che è accaduto sia qui in Italia che in altri Paesi. Io vi parlo della sofferenza del popolo siriano, il mio popolo. Una sofferenza che, purtroppo, hanno subita in tanti. C’è chi ha dovuto lasciarsi tutto dietro le spalle e partire, magari senza nemmeno una valigia, trovare un altro posto in un altro Paese più sicuro, dove non cadono razzi, non succedono bombardamenti. C’è chi invece ha preferito rimanere nella propria casa, mandare i propri bambini a scuola, sapendo che questi bambini magari non sarebbero tornati a casa perché i mortai, i razzi cadevano anche lì. Io per fortuna l’ho vissuta in un modo più lieve: la mia sofferenza è stata non poter vedere i genitori per quattro anni, perché nel frattempo sono andati a vivere dall’altra parte del mondo, dove non mi è possibile avere un visto per andare a trovarli. Però sono fortunata perché almeno so che loro stanno bene e io sono riuscita ad andare avanti e a fare quello che volevo. Di sicuro, mi sono anche sentita in colpa perché volevo aiutare in qualche modo il mio popolo. Dall’anno scorso, faccio parte di un’associazione che aiuta i bambini che stanno al confine con la Siria in un progetto che si chiama “Plaster School”. Invito tutti voi ad apprezzare, come io ho apprezzato, quello che abbiamo, perché siamo vivi e stiamo bene. Vi invito ad aiutare chi è in difficoltà perché tutti, in qualche modo, lo possiamo fare. Grazie.

LETTORE
«Tutti gli esseri umani presenti nella storia, e specialmente Giobbe, hanno posto a Dio delle domande. Un poeta più triviale avrebbe fatto entrare Dio nella storia per farlo, in un senso o nell’altro, rispondere a tutte le domande. Ma grazie ad un tocco che occorre sicuramente definire come ispirato, quando Dio entra in scena, lo fa per porre una serie ulteriore di domande per Suo conto. In questo dramma dello scetticismo, Dio stesso assume il ruolo dello scettico. (…) Sembra affermare che se si tratta di porre domande, Egli può porre alcune domande in grado di gettare a terra ed abbattere tutti i concepibili interrogatori umani. Il poeta, grazie ad una squisita intuizione, fa sì che Dio accetti ironicamente una sorta di polemica uguaglianza con i Suoi accusatori. Ha il desiderio di considerarlo come un equo duello intellettuale: «Cingiti i fianchi come un prode: io t’interrogherò e tu mi istruirai!». L’eterno adotta un’enorme e sardonica umiltà. Egli desidera essere processato. Chiede solamente il diritto che ogni persona sotto processo possiede; Egli chiede di poter controinterrogare i testimoni del processo (da Introduzione al Libro di Giobbe di G. K. Chesterton)».

LETTORE
«Ha forse un padre, la pioggia? O chi mette al mondo le gocce della rugiada? Dal seno di chi è uscito il ghiaccio e la brina del cielo, chi l’ha generata?».

MONICA MAGGIONI
Ma queste domande, Julián Carrón, queste domande che Dio gira a Giobbe?

JULIÁN CARRÓN
È il grido di Giobbe: «Perché?». Fa emergere l’io di Dio e allora Dio, che accetta la sfida di Giobbe, gli mostra che è Dio adesso, come dice Chesterton, che vuole fare Lui le domande all’uomo che L’ha sfidato; e si vede come Dio abbia bisogno di un interlocutore e non cancelli le domande perché possa fare emergere davanti ai suoi occhi chi è Dio. L’abbiamo visto nella testimonianza del dott. Melazzini, come il suo dolore è stato l’occasione di un cammino in cui si è svelato ancora di più Dio. La storia del popolo d’Israele è sempre questa: un Dio che davanti a tutte le domande, come quelle di Giobbe, pone l’Essere. Tutto questo che tu hai detto non può cancellare l’Essere, l’imponenza dell’Essere. Impressionante come Dio, per rispondere alla domanda di Giobbe, gli mette davanti tutto quello che ha creato. Il versetto che abbiamo sentito, «chi mette al mondo le gocce della rugiada?», sembra niente. Ma in una situazione culturale cosa prevale, l’Essere o il niente? Dio mette Giobbe davanti all’Essere. E qui si vede tutta la portata della questione: ma questo è sufficiente per stare davanti al dolore? Uno potrebbe dire: va bene, in un dialogo così, noi stiamo comodi davanti a tutta la tragedia che abbiamo sentito. Può essere una chiacchiera confortevole ma non so se risponderebbe. È interessante, sconvolgente leggere un testimone come Etty Hillesum che, a differenza di Wiesel, che sta nella sua stessa identica situazione, dice: «Sono accanto agli affamati,
ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno – ma sono anche vicina al gelsomino
e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra». Questa imponenza dell’Essere, quest’imponenza di Dio che genera quel gelsomino, quel pezzo di cielo, è ciò che la rende veramente consapevole di che cosa è la totalità della realtà che noi tante volte riduciamo perché la nostra ragione, ferita dal dolore, non è in grado di vedere tutto. Invece, quando uno riconosce tutta l’esigenza della ragione, dice: «La mia vita è diventata un dialogo ininterrotto con te, mio Dio, un unico grande dialogo. A volte, quando me ne sto in un angolino del campo, i miei piedi piantati sulla tua terra, i miei occhi rivolti verso il tuo cielo, il mio volto si inonda di lacrime, lacrime che sgorgano da una profonda emozione, e gratitudine». Sembrerebbe impossibile che questo sia stato scritto nella stesso luogo dove è nata la rivolta di Wiesel. Vuole dire che il dolore è una sfida alla ragione e alla libertà in un modo strepitoso, e che qui si gioca tutta la capacità che ha l’uomo di stare davanti alla totalità della realtà che, senza censurare un aspetto o un altro, lo apre a questa positività ultima che nessun dolore può cancellare. E questo è già l’inizio di una risposta che sta ancora per svelarsi nella sua pienezza.

MONICA MAGGIONI
Infatti l’inizio della risposta è come se fosse un «percorso di avvicinamento verso», che si sta facendo.

SALVATORE NATOLI
Sì, un percorso di avvicinamento ma anche di progressiva differenziazione dell’ampiezza dell’esperienza. Perché già dicevo, alla fine del mio precedente intervento, che cambia l’esperienza di Dio. E anche quello che diceva Melazzini ci porta in questa determinazione, perché Dio non risponde a Giobbe, non risponde secondo la logica del principio della ridistribuzione, che è una logica di calcolo. Se mi permettete un riferimento anche personale del mio percorso filosofico, il libro sul dolore che ho scritto è nato dinnanzi a questa considerazione (poi lì incontrai Giobbe, anche se lo lessi sin da giovane ma non aveva ancora risuonato nel modo giusto), nel mio percorso filosofico la questione sul dolore emerge così: il compito della filosofia, sin dall’antichità, è di dare le ragioni, lògous didònai, di spiegare le cose, scire per causas. Ebbene, nell’esperienza umana c’è un evento di cui la ragione non può dare ragione ed è in quel punto che io incontro Giobbe. E allora, non ho più ragionato nei termini astratti del dare ragione, il problema mio non è stato più quello di dare risposta al dolore ma capire il dolore nel modo in cui gli uomini lo vivono, nel modo in cui lo racconta alla loro esperienza. In fondo, Giobbe racconta la propria esperienza e Dio non gli dà ragione. E quel finale del Libro di Giobbe, il senso è proprio questo. In che senso cambia l’esperienza di Dio? Cambia l’esperienza di Dio perché non è più il Dio del patto. Cioè, chi risponde a Giobbe non è il Dio del Sinai che dà la legge, chi risponde a Giobbe è il Dio della creazione che si manifesta nella sua più grande potenza, tanto da annichilirlo. Ora, questa potenza con cui Dio si presenta fino al punto di annichilire Giobbe non lo schiaccia ma lo libera, perché è una potenza a cui ti puoi abbandonare, non una potenza a cui devi rendere conto. E questo c’è nel testo che abbiamo letto, il testo in cui Yossi Rakover dice: «Io continuo a credere in te». Ma il finale di quel testo bisogna meditarlo, perché il finale di quel testo è una ripresa testuale del Libro di Giobbe. Come finisce il testo? «Tu hai tentato di farmi cadere nel dubbio, ma io muoio come ho vissuto, in una fede incrollabile in te». Perché? «Laudato sia il Dio dei morti, il Dio della vendetta, il Dio della verità, il Dio della fede che presto mostrerà nuovamente il suo volto al mondo e ne farà tremare le fondamenta con la sua voce onnipotente». Cioè, è la potenza di Dio che ha questa domanda sua: «Credo in Te, ma perché credo? Perché sei potente». Però, qual è la differenza tra la potenza degli uomini e la potenza di Dio, tra la potenza umana e la potenza di Dio, l’onnipotenza di Dio? La potenza degli uomini è scalare: «Io sono più potente di te». Ma c’è sempre un io più potente e la potenza scalare tende a schiacciare perché il più potente vuole avere ragione sul più piccolo. La potenza di Dio non è una potenza scalare, cioè non è potente perché è l’Onnipotente ma è potente perché non lo puoi afferrare, perché è sfuggente, perché non è nella tua dimensione, non è nell’ordine della tua forza. Ed è questo il salto della fede: non chiedere aiuto ad una forza nella forma umana della forza che protegge, ma nella forma paradossale della forza misteriosa che tu ignori. Ecco, questa è la dimensione dentro la fede. Allora l’esperienza di Dio diventa l’esperienza del Mistero e ci può essere una risposta dell’uomo nella forma del salto, come qui: «Non ti voglio perdere». Leggevo un bellissimo testo, un distico di un poeta contemporaneo, un distico che in una parola, in una frase brevissima sintetizza tutta la tematica di Giobbe. Il poeta è Caproni: «Mio Dio, anche se non esisti, perché non mi assisti?». Qui c’è questa dimensione. La risposta può essere il salto ma, dicevo all’inizio, ci sono altri modi di sperimentare il dolore. Non il Tu eterno, anzi il tempo che crea. C’è un altro modo di sperimentare il dolore ed è l’altro con la lettera minuscola, cioè la relazione con gli altri. Non il Tu eterno ma il tu dell’altro che si fa carico del tuo dolore: e questa può essere un’esperienza laica non alternativa a quella religiosa, ma forse anche complementare.

MONICA MAGGIONI
Ed è il percorso che tentiamo di fare andando verso il nostro punto di conclusione che non è conclusione, perché è un libro che non conclude.

LETTORE
«Vedi, in questi silenzi in cui le cose / s’abbandonano e sembrano vicine /
a tradire il loro ultimo segreto, / talora ci si aspetta /
di scoprire uno sbaglio di Natura, / il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, /
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità. /
Lo sguardo fruga d’intorno, / la mente indaga accorda disunisce /
nel profumo che dilaga / quando il giorno più languisce. /
Sono i silenzi in cui si vede / in ogni ombra umana che si allontana /
qualche disturbata Divinità. / Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo /
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra / soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase. /
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta / il tedio dell’inverno sulle case, /
la luce si fa avara – amara l’anima. / Quando un giorno da un malchiuso portone /
tra gli alberi di una corte / ci si mostrano i gialli dei limoni; /
e il gelo del cuore si sfa, / e in petto ci scrosciano /
le loro canzoni / le trombe d’oro della solarità». (Da I limoni in Ossi di seppia di E. Montale).

MONICA MAGGIONI
Perché questo Montale che, tentando di non vedere, di non credere, di non riconoscere, poi si accorge che c’è un anello che non tiene nella natura, c’è una spaccatura, c’è questo giallo dei limoni che rivela qualcosa che c’è oltre, un altro e un oltre? «C’è una crepa in ogni cosa e da lì passa la luce» dice un altro grande poeta contemporaneo, Leonard Cohen. Ma proprio perché i poeti sembrano ad un certo punto intuire il nesso fra le cose meglio di chiunque altro, è Mario Luzi che vorrei regalarvi come passaggio. Mario Luzi considera il Libro di Giobbe un libro sconvolgente. Dice: «Lo considero sconvolgente perché succedono molte cose all’interno, non tutte chiare. Io l’ho interpretato – dice Luzi – come un avviamento del cristianesimo alla cultura ebraica. Giobbe non vuole né cessa mai di credere e di essere devoto a Jahvè, nonostante le prove e le persecuzioni. Resiste a tutto questo perché vuole un Dio con cui si possa parlare. Non è più l’onnipotente, ma l’onni-fraterno e l’onni-intelligente. Ci sono delle interferenze nel testo, ma la linea è questa: la ricerca del colloquio con Dio e la richiesta che Dio non si pavoneggi della sua grandezza».

LETTORE
«Ti conoscevo per sentito dire. Ora i miei occhi ti hanno veduto».

MONICA MAGGIONI
Natoli, un rapporto, l’idea di un rapporto che era quello che iniziavamo ad accennare un passo fa.

SALVATORE NATOLI
Certo. Avevo detto: l’esperienza di Dio cambia perché dinanzi all’abissale si apre l’interrogativo. Noi siamo posti nell’oltre. L’uomo è posto nell’oltre. Per usare l’espressione di un testo biblico che sostanzialmente è sulle stesse corde, anche se con una soluzione diversa rispetto a Giobbe, che è quello di Qoelet, l’uomo non può mai congiungere l’inizio con la fine. Noi non possiamo dire mai l’ultima parola sul mondo. Quindi siamo nella ulteriorità. Sarebbe presunzione volere dire l’ultima parola sul mondo. Noi non abbiamo sul mondo mai parole definitive, sempre parole parziali. E allora siamo nell’orizzonte dell’oltre e dell’aspettativa. Però può accadere che il salto non si fa. Mi rifaccio a un passo del vangelo di Giovanni che dice: «Nessuno viene a me se io non lo chiamo». Può accadere che nessuno senta la chiamata. Però qui voglio rifarmi a Wiesel e concludere in questo senso. Dove si vede Dio nel ragazzo che sta morendo? E che Dio non sia la pietà umana? E l’uomo qualcosa di altro e di oltre? Se il divino in noi non sia questo sentimento di pietà dinanzi al dolore proprio e degli altri? Faccio una lettura laica di un testo biblico, evangelico, per dire dal mio punto di vista, come lo leggo io, che cosa si può intendere per resurrezione. Ed è Emmaus. Incontrano il Risorto e non lo riconoscono. Giunti a casa è già sera. Testuale: «Entra con noi perché si fa sera». Per ogni uomo cala la sera, la notte cala per tutti. Entrano e «lo riconobbero nel momento in cui spezzò il pane». E forse in quella condivisione, per un laico come me, c’è Dio. Non ci sono altri modi per me di esperirlo.

JULIÁN CARRÓN
Dio non risponde a Giobbe con una spiegazione ma con l’imponenza di una presenza. Ma questo era ancora qualcosa che avrebbe dovuto evolvere fino a che questa presenza, che Giobbe aveva visto nella natura, nella creazione, diventasse carne. Per questo Claudel ha identificato bene che cosa ha introdotto Dio come risposta al problema della sofferenza e del dolore. Solo Dio, davanti alla domanda «perché a me?» di un malato, «perché devo soffrire?», solo Dio, direttamente interpellato e chiamato in causa, era in grado di rispondere. E la questione era talmente enorme che solo il Verbo – con la maiuscola – poteva affrontarla, fornendo non una spiegazione ma una presenza. Il Verbo, la spiegazione è diventata carne. E il Figlio di Dio non è venuto per distruggere la sofferenza ma per soffrire con noi, per accompagnarci, come abbiamo sentito, in questo percorso, per scoprire di più chi è Lui. E questo non ce l’ha rivelato soltanto inviando suo Figlio, ma non risparmiando neanche a suo Figlio la sofferenza. E in Lui vediamo che cosa può diventare un rapporto perché il rapporto è talmente potente che il male non riesce a vincere. Il male sempre fa male. E quindi, come abbiamo visto nella storia moderna, sempre introduce un sospetto. Appena uno non ti risponde secondo le tue aspettative, senti una distanza o una separazione. E tante volte, subito – «ma che cosa ho fatto, Dio, perché mi tratti così?» – sorge di nuovo il sospetto. Ma noi abbiamo avuto davanti ai nostri occhi nella storia uno a cui non è stato risparmiato nulla della sofferenza umana, essendo innocente, dove il male non è riuscito a staccarlo dal rapporto che lo legava a suo Padre. Anche nel dialogo che ha nell’orto degli ulivi, il vero protagonista, il vero interlocutore (perché gli amici non gli danno molto sollievo, si addormentano), è il Padre, il dialogo è con Lui. Tutti gli altri che sono intervenuti e dovranno intervenire nella storia della sofferenza non sono decisivi: né Pilato, né Erode, il Sinedrio, il Sommo sacerdote. Per Lui, il dramma si svolge tra Gesù e Suo Padre. Padre. Rimane Padre anche quando «se possibile, passi da me questo calice, ma non si faccia la mia volontà ma la Tua». E comincia tutto il percorso fino all’abbandono totale, perché nel momento ultimo della vita Gesù non può non sperimentare tutto il legame, fino al punto che «nelle tue mani io rimetto il mio spirito». Tutti sappiamo che in quel momento il male è stato vinto come possibilità di rompere il sospetto. E da lì ci ha aperto una possibilità di vivere il dolore con una compagnia. Lui, cui non è stato risparmiato nulla, ha potuto vedere che quel legame, quella vittoria dell’amore, lo ha portato alla vita per sempre. E da allora, uno come san Paolo, appunto, al quale nemmeno sono state risparmiate tutte le sofferenze che racconta nelle Lettere, ha potuto dire: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? In tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a Colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né potenza, né altezza, né profondità, né alcuna creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù». Questo è quello che ci testimoniano tante persone nel presente, come padre Kolbe o Etty Hillesum o Mario, persone che rendono presente il Mistero di Dio e ci dicono come è possibile affrontare il male con la speranza che tutto questo diventi occasione per un approfondimento del nostro rapporto con Dio, perché invece di vincere il sospetto vince la familiarità.

LETTORE
«Prova, prova umana / che talora eccedi /
ed offendi l’umanità dell’uomo / dilaniato dal suo male /
e per poco non la uccidi / – e per questo /
appari iniqua / e non ti comprendiamo /
gli umani… se qualche paradiso / di sapienza è in te /
che accecati dal supplizio / non vediamo o vediamo/
come orrore, /non guardarci, ti prego, /
con lo sguardo perduto e impenetrabile / della tua necessità, ma parlaci, /
parlaci ancora e sempre / come già /
dalla bocca dei tuoi santi / e dal gemito /
della crocifissa incarnazione» (da Frasi e incisi di un canto salutare di Mario Luzi).

MONICA MAGGIONI
Era la fine del nostro percorso. Noi abbiamo una serie di grazie da dire a tutti voi, innanzitutto. A Massimo, Paolo, Mirna, Yazan che ieri sono stati protagonisti del grande spettacolo. Alla straordinaria mostra su Giobbe che trovate al Meeting e che dovete vedere assolutamente, frutto dell’enorme lavoro di Ignacio Carbajosa e dei suoi. E quindi grazie a Ignacio, grazie a Salvatore Natoli, grazie a Julián Carrón e grazie a Mario per essere qui con noi. Grazie a tutti voi.

Trascrizione non rivista dai relatori

Data

20 Agosto 2018

Ora

17:00

Edizione

2018

Luogo

Auditorium Intesa Sanpaolo A3
Categoria