EUROPA: PROBLEMA O OPPORTUNITÀ PER L’ITALIA?

Paolo Savona, Presidente CONSOB; Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la Sussidiarietà. Introduce Francesco Sisci, Giornalista.

 

GIORGIO VITTADINI:

Buongiorno, benvenuti a questo incontro dal titolo: “Europa: problemi e opportunità per l’Italia”. L’ospite d’onore che sarà intervistato da Francesco Sisci, giornalista, è Paolo Savona, attuale presidente della Consob, che ringraziamo per la sua presenza. Ho detto attuale presidente della Consob perché la carriera di Paolo Savona è sterminata: laureatosi in economia e commercio nel 1961, comincia la sua carriera alla banca d’Italia, si specializza al MIT, dove collabora con il premio Nobel Franco Modigliani, lavora e ricerca alla Federal Reserve di Washington e poi, vinto il concorso a cattedra, lavora in Università. Diventa in seguito direttore generale della Confindustria e poi, tra le moltissime altre responsabilità, ricopre i ruoli di ministro dell’Industria, del Commercio e artigianato, per gli Affari europei. Autore di numerosissimi articoli sulle riviste più importanti, di libri sui problemi di economia reale, monetaria e finanziaria, in particolare sul tasso d’interesse e sugli effetti macroeconomici dei contratti e derivati, è stato protagonista dei patti di Maastricht, collaborando alla loro costituzione. Qual è il tema che con lui vogliamo discutere? Qualcosa che nella politica italiana negli ultimi anni è diventato cruciale: l’Europa come problema o opportunità per l’Italia? C’è chi molto chiaramente ha parlato dell’Europa come dell’origine dei problemi italiani, della adesione all’euro come l’origine della debolezza e della fragilità del nostro Paese, ancora molti commentatori e molti politici lo ripetono, qualcuno è arrivato a ipotizzare la necessità di un’uscita dall’Unione Europea; dall’altra parte altri hanno invece difeso a priori questa appartenenza. L’interesse con cui vogliamo sentire il presidente Paolo Savona è quello per una persona che critica, nel senso positivo di crisi, di discussione, di capacità di mettere in luce su questo tema il valore dell’adesione all’Europa e i limiti di questa Europa, i tentativi di cambiamento. Quindi nello stile del Meeting, che non è uno stile da tifosi, ma uno stile dettato dal desiderio di conoscere, ascoltiamo qual è la sua posizione rispetto all’Europa. Do la parola a Francesco Sisci, che oltretutto per chi non lo conoscesse è il più importante giornalista occidentale in Cina negli ultimi anni, quindi ringrazio anche lui per la presenza con un applauso. Do la parola a Francesco perché introduca questa discussione e le domande.

 

FRANCESCO SISCI:

Grazie, grazie a Giorgio Vittadini e al Meeting di Rimini per questa occasione e quest’opportunità di dialogare insieme a voi e soprattutto insieme al professor Savona. È una scelta bislacca quella di avermi qui a parlare di Europa mentre, come diceva il professor Vittadini, io sarei fra virgolette un esperto di Cina dove sono stato quasi trent’ anni. Visto da lontanissimo, il problema dell’Europa non è solo un problema di rapporto bilaterale tra Roma e Bruxelles, ma un rapporto di destino sia dell’Italia sia dell’Europa in questo mondo che è molto diverso da quello che aveva sancito la Costituzione scritta settant’anni fa ormai. Allora c’era la guerra fredda, si usciva dal fascismo, c’era un altro tipo di preoccupazione, oggi le preoccupazioni sono molto diverse, quindi il contratto sociale che è alla base della Costituzione oggi o dovrebbe essere alla base della Costituzione oggi, è molto diverso da quella di settant’anni fa e forse questi sono i temi alti, importanti entro cui vedere la situazione attuale, perché altrimenti ci perdiamo nel dettaglio. È proprio su questo che io vorrei cominciare a porre una domanda di base al professor Savona: come vede la situazione, visto che poi il professor Savona, oltre a essere un grande saggio in generale, in specifico è stato il guru di questo Governo?

PAOLO SAVONA:

Tutto bene salvo l’ultima frase. Io ho partecipato a questo Governo, ho aderito per due motivi: uno che rispecchia il mio ruolo di cittadino cosciente e l’altro per il mio ruolo di tecnico che mi sono ritagliato fin dall’inizio della mia carriera. Occasioni di entrare in politica ne ho avute tante, ma ero convinto che potessi essere più utile alla società come tecnico piuttosto che politico.

Come cittadino io, nato in Sardegna, quindi meridionalista fondamentalmente, avevo visto con simpatia che Lega e Cinque stelle tentassero per l’ennesima volta in Italia un esperimento di convivenza fra la parte della società che chiede assistenza, perché non riesce a stare al ritmo della storia e delle vicende e la parte produttiva, che invece si fa carico di provvedere al benessere materiale di tutti; ho in modo specifico sottolineato questo aspetto durante un mio intervento alla Camera. Io ho cercato sempre di spiegare alla pubblica opinione quali fossero le mie intenzioni in modo tale che ci fosse trasparenza e addirittura mi avventura a porre una similitudine con l’esperimento che Roosevelt fece negli Stati Uniti col Partito Democratico, di mettere insieme la imprenditoria del nord fortemente già industrializzata e l’agricoltura del sud che aveva ancora gli schiavi. Mise insieme gli schiavisti col mondo produttivo e ci riuscì e non è che fosse facile e tutt’ora negli Stati Uniti esistono delle frange che si oppongono e mi è sembrato che questo fosse un ripetersi di un’occasione molto importante, dopo oltre 150 anni di storia unitaria – voi sapete che l’unità d’Italia è avvenuta con le armi, non con le votazioni, le votazioni sono arrivate dopo e la democrazia è arrivata molto molto dopo. Questo è direi il mio ruolo di cittadino.

Il secondo punto invece, puramente tecnico e poi per le vicende della vita finì proprio a dovermi interessare, come ministro degli Affari europei, di questo problema, io che l’Europa offra molte opportunità, ma crei molti problemi. Le molte opportunità sono che è stato rafforzato il mercato unico europeo e, senza ripetere frasi note, se si muovono le merci non si muovono le armi e questa era l’idea fondamentale dopo la fine della seconda guerra mondiale: commerciamo, integriamoci economicamente e ridurremmo fortemente, cosa che si è realizzata, il rischio delle guerre. Solo che le guerre si ripetono in altre forme e quindi la guerra, che poi alla fine è emersa, è la guerra economica, non più la guerra guerreggiata. Comunque quel tipo di sistema ha funzionato, è nato nel ’57 con il trattato di Messina o di Roma, – chiamatelo come volete – perché si realizzò in due posti diversi e si creò la Comunità Economica Europea, il mercato unico; poi la Comunità Economica Europea perse il termine economico e diventò Comunità Europea e questo aveva già un significato, che non era solo economia e poi nel 1992 divenne Unione e l’idea fu di fare l’unione politica; naturalmente in quel momento i tempi non erano maturi e furono decisi dei compromessi. Quindi il sistema dal punto di vista economico funzionò molto bene e funziona tutt’ora, perché del 32% sul Pil delle esportazioni italiane, la metà sono nel resto della Comunità europea, quindi noi per una buona percentuale di ciò che ci serve per vivere, dipendiamo dall’Europa. Nelle mie speranze di cittadino, la parte produttiva doveva convivere con la parte che doveva essere assistita, invece le due parti hanno ripreso a dividersi: i produttori stanno difendendo se stessi e i consumatori assistiti, coloro che han bisogno di assistenza, lottano per avere l’assistenza. Il sistema si è spaccato su questi elementi che sono elementi puramente politici, elementi di socialità che eccedono l’economista. Per quanto riguarda invece il funzionamento e il mercato comune, il mercato comune sta funzionando abbastanza bene e ci dà benessere, ci consente di esportare, mantiene la nostra società aperta, perché mantenere i mercati aperti significa mantenere la società aperta, cioè riceve impulsi culturali ma anche di innovazione tecnologica. Dove non ha funzionato è la incompletezza, e qua nasce il mio conflitto con i gruppi dirigenti, che ovviamente credo artatamente confondano le mie idee. Il discorso di fare una Banca Centrale, la quale ad un certo punto non ha il potere di intervenire contro la speculazione nei limiti che la speculazione impone, è la parte che non ha funzionato. Gli interventi della Banca Centrale calmierano, quindi sono utili, ma non risolvono. Quando siamo entrati nel 1992, il mio grande maestro Guido Carli ha firmato il trattato di Maastricht, con lui io ho avuto delle discussioni, nelle quali gli dicevo: «Attento, mancano questi elementi». In quel momento l’Italia firma un accordo che imponeva che il rapporto debito pubblico Pil dovesse essere del 60%, lui negoziò abilmente e sostituì il termine “rispetto dei 60% puntuali” in “in convergenza verso il 60%”. Perché? Perché l’Italia aveva già il 105% e da quel momento in poi, dal ’92 fino al 2008, prima che scoppiasse la crisi, l’Italia si comportò correttamente, con enorme fatica, e introducendo elementi deflazionistici nel sistema italiano, riuscì a scendere al 98%. Scoppia la crisi finanziaria internazionale, l’Europa era impreparata, la Bce era impreparata, Draghi fece il quantitative-easing solamente nel 2012, quattro anni dopo lo scoppio della crisi, quando già centinaia di imprese italiane erano saltate. L’Europa era impreparata. Questa è la mia critica, non significa essere contro l’Europa, riconoscere l’importanza anche della moneta comune, della capacità, dei vantaggi che porta, non comporta che non la devi dotare di tutti gli strumenti e questi non sono stati approntati. Quando stavo al ministero, prima di essere nominato presidente della Consob, ho prodotto un documento che ho chiamato con un termine greco, politeia, che significa Governo del bene comune. Io dico all’ Europa: volete governare i beni nazionali o volete governare il bene comune? Se volete governare il bene comune, dovete ricorrere alla politeia e risolvere i problemi che abbiamo nel dollaro. Conclusione: opportunità esistono, problemi esistono, abbiamo un debito pubblico che per via della crisi internazionale è passato da 98 a 134, la spinta non c’è ed è perché non si mettono d’accordo le due componenti tra il mondo produttivo e il mondo che è rimasto arretrato e che va assistito, perché questa è democrazia, questo significa una società che funziona ed essere venuto qua oggi a Rimini significa che io sono convinto che questo è il problema di fondo riguardante la visione generale di dove va la società. La società italiana deve restare in Europa, deve andare in Europa, ma con la forza della ragione deve riuscire a cambiare, ad alleggerire quanto meno questi difetti di costruzione, nati dal fatto che nel ’92, quando abbiamo firmato, i Paesi non si fidavano l’uno dell’altro, quindi volevano porre dei limiti ai comportamenti, soprattutto di indebitamento.

 

FRANCESCO SISCI:

Grazie Presidente. Cosa è andato storto in questo Governo? Contemporaneamente a questo incontro c’è il premier Conte che riferisce alla Camera. Noi sappiamo che questo incontro è molto più importante di quello di Conte, perché qui cerchiamo di capire le ragioni profonde, non quelle della cronaca, e proprio su queste ragioni profonde le chiederei di illustrarci.

 

PAOLO SAVONA:

Un altro mio grande maestro, ne avrò avuti quattro o cinque importanti, Francesco Cossiga, mi insegnò che bisogna avere paura dei vuoti politici, non dei pieni politici. Per semplicità, il pieno politico potrebbe essere qualcuno o un sistema che si organizza riducendo il tasso di democrazia, che è un’attrazione fatale per la cultura del nostro Paese come di altri Paesi. La sua tesi è che è il vuoto politico ad essere pericoloso, il pieno politico lo è meno, quindi lui temeva meno la dittatura, perché alla fine se tu riesci a mantenere condizioni di democrazia, cioè il popolo che comanda, allora riesci pur sempre ad annullare il pieno di potere: questo direi è uno dei punti fondamentali. Queste cose, sia il presidente che i due vicepresidenti con cui ho collaborato, le capiscono, ma il discorso è quello che ho già fatto. Come riesci in democrazia a conciliare gli interessi dei due gruppi contrastanti? Qual è la soluzione? Io ritengo che se noi, come fa l’Europa, passiamo e impegniamo le nostre energie per combattere gli aiuti di Stato – sacrosanti perché riducono la competizione di mercato – e ad un certo punto ti impegnano mesi e mesi a discutere se tu devi avere un deficit di pubblico del 2% o del 2,04%, tu non ne uscirai mai fuori, perché il problema è correggere gli accordi europei in modo tale da aiutare i Paesi da uscire dalle loro difficoltà e non accrescergliele queste difficoltà. Qual è questa soluzione? È una soluzione che richiede veramente l’emersione di leader con programmi nuovi, bisogna riprogrammare integralmente il bilancio dello Stato! Oggi voi non avete la minima idea in che cosa consiste: io che sono un tecnico, ho difficoltà a leggere il bilancio dello Stato. La mia idea è che oggi, attraverso gli strumenti dell’informatica e le capacità di elaborazione di questi strumenti, attraverso gli algoritmi dell’intelligenza artificiale, noi conosciamo quali sono i rischi che corrono i cittadini in tutti i campi, dalla tutela idrogeologica, alle eruzioni dei vulcani, alla vita quotidiana, agli incidenti automobilistici, ai bisogni della salute. Noi oggi conosciamo tutto, conosciamo com’è il rischio, allora, la riprogrammazione del bilancio deve decidere quanti rischi lo Stato copre e a chi li copre. Non possiamo dare la sanità gratis a persone che sono in grado, attraverso il reddito, di procurarsela. Lo Stato deve decidere qual è il limite al quale lo Stato garantisce ai cittadini che ne hanno necessità la copertura totale da tutti i rischi. Quando vedo che di fronte ai disastri, come quello ad esempio del ponte Morandi a Genova, la gente viene assistita, io dico «che bello, la democrazia funziona», ma quando vedo che queste persone si organizzano e dicono «tu mi stai pagando la mia casa a prezzi bassi», «tu non sei a tempo», «tu sei in ritardo» e cose del genere, no! Dovrebbero dire grazie, grazie alla collettività che ti aiuta, ci dovrebbe essere questa comprensione, perché non è che il cittadino debba essere coperto da tutti i possibili rischi. Solo poche interviste ho sentito di una persona che diceva: «Mi hanno ripagato, certo mi è dispiaciuto» (ci mancherebbe altro, ha scardinato la sua vita famigliare!), però ha detto «mi hanno ripagato bene». Ho detto: «Oh, finalmente una che ha capito esattamente come vanno le cose». Quindi la riprogrammazione del bilancio pubblico è un passaggio centrale. Ci riusciremo? Beh, io mi affido al Meeting di Rimini. Vittadini, le sto trasferendo una delle attività più gravi del nostro Paese. È chiaro il concetto, spero di essere riuscito ad esprimermi.

 

FRANCESCO SISCI:

Tra l’altro il professor Vittadini è professore di statistica, quindi sa bene come calcolare i rischi, la scienza attuaria ce l’ha sulla punta delle dita. Però è interessante, almeno per me, capire come la tecnica sia fondante poi di un discorso politico importante, cioè la riprogrammazione del bilancio dello Stato, per poi rintracciare il nuovo patto sociale, il nuovo consenso, il contratto sociale, che dovrebbe rilanciare il Paese e poi rilanciare l’Europa.

 

PAOLO SAVONA:

Bravo! Da contratto di Governo a contratto sociale, questo potrebbe essere.

 

FRANCESCO SISCI:

Questo nuovo contratto sociale, per rientrare nella cronaca, un po’ forse nella cronaca prossima, visto che non sappiamo se questo Governo dura o non dura, se ci sarà un altro Governo, se si andrà presto alle elezioni, però questa urgenza della cronaca sbatte e combatte con l’esigenza poi di presentare una legge di bilancio presto, quest’autunno. Ora i tempi sono stretti, io non le chiedo di mostrarci una legge di bilancio ideale, ma almeno da tecnico e da politico che paventa i vuoti politici e quindi i vuoti di programmazione più dei pieni, secondo lei quale dovrebbe essere la legge di bilancio, o almeno, quali potrebbero essere le linee guida della prossima legge di bilancio che dovrebbe salvare l’Italia?

 

PAOLO SAVONA:

Allora, indicherò alcune linee tecniche però ritengo che se noi elaboriamo un programma rimanendo nell’alveo, pur rispettando meno i coefficienti di Maastricht riguardanti deficit pubblico e debito pubblico Pil, non ne usciremo fuori. Questo è il messaggio che ho detto, se il nostro impegno viene dedicato a questo, potremmo respirare per un certo numero di mesi, ma non avremo affrontato il problema di fondo, questo è tutto. Io ricorrerei ai preamboli di Donat-Cattin. Secondo me, intanto si deve mettere un preambolo che dice: l’Italia vuole riconsiderare l’intero suo bilancio, vuole conciliare le esigenze tra il mondo produttivo e il mondo che richiede assistenza – perché deve campare, questo è il punto fondamentale e quindi a un certo punto la società deve mostrare il suo fondamento che è la solidarietà. Se quindi intende far questo, deve cercare di avere un consenso da parte della nuova Commissione, la quale ovviamente dice: ok, finché stiamo alle parole, ma voi finora non avete mantenuto i patti, e hanno pure ragione per certi versi, però che la coalizione che si forma, di qualsiasi tipo essa sia, si prenda in carico questo obiettivo di lungo periodo, questa strategia – e già sarebbe credibile – ne facesse il patto attorno al quale costruire il Governo, questo le darebbe credibilità. Poi passerei a definire il Governo quest’anno. Voi sapete che alla fine della storia, il patto da offrire ai cittadini è: se io ti do oggi assistenza aggiuntiva e per dartela devo ridurre gli investimenti, io sto peggiorando le condizioni di crescita e di occupazione. Io ho fatto un lavoro subito dopo la crisi del 2008 (credo fosse il 2010, due anni dopo) e avevo messo in evidenza come Stati Uniti e Germania erano usciti immediatamente dalla crisi perché avevano fatto, secondo la più pura applicazione delle idee keynesiane, avevano fatto maggiori investimenti, soprattutto in infrastrutture. Praticamente erano usciti dalla crisi quasi subito, in due anni erano già fuori. L’Italia invece si è dedicata a aiutare, a dare assistenza, perché la gente era in difficoltà, le imprese erano in difficoltà e si sono tagliati gli investimenti. Tagli gli investimenti pubblici e spegni uno dei due motori della crescita italiana; prima ho insistito sulle esportazioni, ma le esportazioni sono un motore in aree estesissime, come nel Mezzogiorno e le costruzioni hanno funzionato da secondo motore. Questo motore, per una serie di conseguenze anche ideologiche, come quelle che si sono fronteggiate per la Tav, per il completamento della Tav, ad un certo punto hanno spento il motore e quindi un aereo con due motori può ancora volare con un solo motore, ma non va da nessuna parte. Quindi il discorso, l’altro patto, è spiegare ai cittadini: badate, che questa non è l’alternativa, non basta. Ho detto che l’Europa ha interesse che l’Italia rimanga in Europa e non entri in crisi; credo che tutto il mondo europeo, ma anche gli Stati Uniti e l’ex-mondo occidentale abbia interesse che l’Italia non entri in crisi e badate che gli accordi che ci sono stati in novembre e in maggio, sono accordi basati sul principio: cerchiamo di aiutare in un qualche modo l’Italia. E allora se non è il 2, sarà il 2,04 e riprende questa negoziazione che non risolve i problemi e che però dà fiato, ma a un certo punto non indica soluzioni. La soluzione l’Europa la può dare e su questo è stato il mio documento di saluto da ministro, a indicarla: bisogna creare uno strumento di debito europeo, che non è l’Eurobond, che la gente non vuole, cioè la socializzazione del rischio a livello europeo, che non solo i tedeschi, ma i francesi e un po’ tutti non vogliono, ma creare un safe asset, un’attività sicura che fermi in Europa il deflusso di fondi che si è realizzato nei confronti degli Stati Uniti, in particolare dei très jolie bond americani; quindi il risparmio europeo, compreso quello italiano, se ne è andato al servizio degli interessi esteri e non si è fermato al servizio dell’Europa. Se si crea questo titolo, che quindi fa parte di un programma completo, e il ricavato dalla sua emissione, che poi è il risparmio nazionale completamente italiano, viene dato a Paesi come l’Italia, i quali per uno-due anni non emettono nuove obbligazioni, a quel punto tu puoi dare il credito chiedendo il privilegio. Qua capisco che sto entrando in tecnicità difficili a capire, però in realtà esistono strumenti che, se attuati, possono far cessare le pressioni nei confronti dello spread italiano e quindi lo spread potrebbe ridursi, fino anche ad azzerarsi. Se la Banca Centrale Europea è aggressiva e l’Italia presenta un programma di rielaborazione del suo bilancio che sia convincente, tutto ciò potrebbe accadere. A questo punto, se si riduce dal 2% a zero, noi risparmiamo trenta miliardi che possiamo investire immediatamente in infrastrutture, quindi la contabilità ci starebbe. Un’altra cosa è farla questa manovra, però il fatto che esista la possibilità tecnica, nascente da un accordo serio fra l’Italia e l’Europa è rassicurante. Però la garanzia che noi non vogliamo uscire dall’Europa, non vogliamo uscire dall’euro, la dobbiamo dare in via irreversibile. Questo è uno dei punti fondamentali che io ho discusso con i miei colleghi, i quali fanno le affermazioni che fanno perché sono convinti che l’Europa non cambierà mai. Eh no! Allora io sono convinto che anche l’Italia non cambierà mai, allora la situazione entra nel disastro. Noi dobbiamo ancora credere nella forza della ragione, degli argomenti ben posti, che sono molto più importanti di quanto non sia la prova di forza, il pugno sul tavolo, che tanto amano alcune persone. «Vai a Bruxelles e batti il pugno sul tavolo», beh, insomma, sono anche andato a battere il pugno sul tavolo, non sentiva nessuno, non si sentiva neanche il rumore del pugno sul tavolo! – mentre un’idea ben posta…

 

FRANCESCO SISCI:

Grazie e proprio su questo tema vorrei riprendere il punto della sua relazione come presidente della Consob di qualche paio di mesi fa. Lei citava un paio di dati che ancora ricordo e mi hanno scioccato, lei diceva che ogni anno l’Italia esporta, unico tra i Paesi industrializzati, sviluppati, 50-60 miliardi di investimenti all’estero, cioè ci sono risparmi italiani che vanno all’estero ogni anno per 50-60 miliardi. Inoltre ci sono risparmi italiani per 4.600 miliardi, una cifra più che doppia rispetto al debito pubblico italiano. Un esempio che è più vicino a casa mia, il Giappone: noi abbiamo un debito pubblico giapponese che è il 200% del Pil, oltre il 200% del Pil, completamente o quasi completamente acquistato dagli stessi giapponesi. I giapponesi si sacrificano, comprano bond giapponesi che rendono meno del tasso di interesse e meno del tasso di inflazione e quindi pagano una specie di sovrattassa, perché i giapponesi hanno fiducia nel loro sistema e avendo fiducia loro per primi nel loro sistema, tutto il mondo ha fiducia nell’economia giapponese. Quindi se gli italiani, invece, non comprano debito pubblico italiano – mi sembra che il debito italiano sia in mano agli italiani solo per 33-34%, circa un terzo -, allora quello che vedo è un problema ancora prima che finanziario, di nuovo un problema politico, di fiducia degli italiani nella politica italiana, nell’Italia e nel Governo italiani. Gli italiani sono bravi, risparmiano tanto, però poi portano i soldi all’estero, non comprano debito pubblico italiano e anzi mandano i figli a lavorare all’estero – ci sono due milioni circa di ragazzi brillanti italiani che lavorano fuori. Cosa si può fare per risolvere questo debito politico, prima ancora che finanziario, in Italia e poi, sulle infrastrutture darei la parola a Vittadini, chiedendo cosa si può fare e dove andrebbero fatte queste infrastrutture? So che il professor Vittadini parlava qualche anno fa di Piano Federico II per il sud, di sviluppare il sud e io da persona che viene dalla Cina, vedo come lo sviluppo dell’Asia e lo sviluppo della Belt and Road della Cina ma anche dell’India e del Giappone che tendono sempre più a ritornare sul Mediterraneo, l’Africa che tende più sempre a tornare sul Mediterraneo, ridà una centralità politica e geografica all’Italia. Quindi, come si possono conciliare questi elementi, questa nuova centralità oggettiva dell’Italia e colmare però il debito politico del Paese.

 

PAOLO SAVONA:

Per mantenere semplice un discorso estremamente complesso, ma nell’esercizio delle mie responsabilità attuali da presidente della Consob, io ho fatto una dettagliata analisi del risparmio, di come si tutela il risparmio, che è direi uno dei compiti principali della Consob, insieme a quello di far funzionare bene il mercato finanziario e perseguire gli abusi che oggi attraverso l’informatica sono crescenti e quindi ho visto che il possesso di titoli pubblici delle famiglie italiane è oggi del 19% (neanche del 33%), tutto l’altro è fatto da intermediari, i quali dicono «io compro i titoli di Stato» e il giorno in cui lo Stato italiano si comporta male, «io non c’entro niente, fallisco». Prima della crisi del 2008, già si delineava il problema del debito pubblico italiano, ma come vi ho detto, l’Italia si stava impegnando per ridurre il rapporto debito pubblico Pil, quindi un minimo di fiducia era rimasta. Dopo il 2008, quando c’è stato l’attacco speculativo contro il debito pubblico italiano, le famiglie correttamente si sono disfatte dei titoli, anche perché gli intermediari consigliavano loro di non tenere i titoli pubblici perché sono a rischio e quindi è nato un serio problema di stabilità finanziaria. Perché? Perché si era persa la fiducia, perché non c’era il prestatore di ultima istanza europea, c’erano i difetti di funzionamento del meccanismo che io ho chiesto di correggere con pazienza, ma anche con insistenza, con la forza della ragione, centrando il discorso sulla fiducia. Le cose che ho detto finora delineano il modo attraverso il quale si ricostituisce la fiducia nel sistema: riprogrammazione del bilancio pubblico, creazione di un safe asset a livello europeo e quindi affrontare il problema del rapporto debito pubblico-Pil, risparmiare in termini di spread e avviare una serie di investimenti. Questa sequenza possiamo realizzarla attraverso un accordo di Governo forte, di gente che sa di dover chiedere sacrifici ai cittadini, ma sa anche che dopo i cittadini avranno un risultato, mentre oggi da vent’anni che gli chiediamo dei sacrifici e non c’è stato il risultato atteso. Si sono salvate solo le imprese che sono riuscite a stare sui mercati internazionali e che oggi con il 32% di esportazioni ci finanziano. Tenete presente che uno degli argomenti che comunque in Europa conta, ha contato – posso testimoniare in prima persona – è che l’Italia, ogni anno, praticamente cede parte del suo risparmio e abbiamo una situazione tale per cui gli italiani hanno soldi che hanno mandato all’estero, pari a oltre 2800 miliardi, che sono più del debito pubblico in Italia. Se tu ristabilisci la fiducia con un programma credibile, con quei fondi – ma perché tu devi andare a finanziare il resto del mondo, questo è il mio ragionamento – vai a ricomprarti i titoli italiani, abbattendo lo spread e liberando risorse del bilancio pubblico per effettuare investimenti. Questo è il primo ragionamento. Il secondo ragionamento è che tutto il mondo dice che il debito pubblico italiano è un problema per l’Europa ed è un problema, ma l’Italia non è un problema per il resto del mondo, ma una risorsa: stiamo comprando 2800 – e continua il ritmo – miliardi di titoli esteri, abbiamo una posizione sull’estero in pareggio, pur essendo l’unico Paese occidentale non produttore di materie prime, abbiamo l’equilibrio delle attività e delle passività sull’estero. Gli Stati Uniti hanno un forte debito, così tutti gli altri, compresa la Francia. Chi sta meglio dell’Italia è la Germania, ma la Germania ha l’8-9% di surplus, però, per vedere come reagiscono – e reagiscono razionalmente i tedeschi -, siccome è caduta la produzione, in questi giorni praticamente stanno già programmando una maggiore spesa pubblica, ma possono farlo perché non hanno i vincoli di bilancio europeo, quindi ritorniamo al discorso del rapporto con l’Europa.

 

GIORGIO VITTADINI:

Mi sono permesso, quando ho introdotto il presidente Casellati di ricordare il messaggio di don Carrón, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, dicendo che il tema che sta sotto questo titolo del Meeting è il tema del soggetto, della persona, della ricostruzione della persona, quindi della responsabilità, come diceva il presidente Savona. Ora la prima cosa che dico è che abbiamo avuto l’esempio oggi è di che cos’è una personalità, non solo quando parla della bellissima mostra di arte contemporanea, quando parla di filosofia, quando parla di arte, ma quando parla di argomenti che sembrano aridi. Io sono affascinato dalla persona di Paolo Savona che riesce a rendere interessanti cose che altri rendono noiosissime, anche se ci riguardano. Quindi la prima cosa che dico è che abbiamo visto l’esempio di questo. Perché che cos’è una personalità, che cos’è un soggetto? Un soggetto che non ti prende in giro? Noi in questi anni abbiamo avuto leader politici che ci illudono che tutto è semplice, o come ho imparato dal presidente Violante, che confondono la semplicità con la banalità: tutto è banale, tutto è semplice, arrivo io! E quello che i cattivoni di prima hanno fatto, io lo risolvo, venitemi dietro e visto che c’è Bennato a questo Meeting, sembra il gatto e la volpe: “di noi ti puoi fidar”. Ma i problemi sono complessi, il quadro che ci ha mostrato lui è complesso, non si arriva con la bacchetta magica e un intervento assistenziale e si mettono a posto le cose. La personalità, la responsabilità ha innanzitutto il dovere di dirti la verità: una cosa difficile? È difficile, implica lavoro, sacrificio, corresponsabilità. Essere un soggetto vuol dire non prendere in giro, vuol dire fare come Churchill quando divenne primo ministro durante la guerra: «Lacrime e sangue!», se è lacrime e sangue, raccontiamo che è lacrime e sangue, non diciamo tutto e semplice e in un anno «abbiamo risolto la povertà». Ma dove? Ma chi sei? Mandrake? Che cosa vuol dire questa roba? Io prendo la sua chiamata per dirci che il nostro compito importantissimo è di costruirci e di costruire personalità serie, che sappiano che solo lavoro, sacrificio, lacrime, sangue, difficoltà, stringere la cintura, passare anni difficili, porteranno risultati. Lo faccio riprendendo i punti che ci ha detto: prima questione fondamentale, il 32% delle imprese italiane sono di esportazione sul Pil. Vuol dire che, prima cosa, il mondo italiano non è tutto uguale, ci sono cose che vanno e cose che non vanno. Per dirla da statistico: parlare di medie è assurdo, c’è la varianza, allora bisogna capire da responsabili perché alcune cose vanno e altre non vanno, non fare un mondo di analisi in cui è tutto uguale. Se, come diciamo, guardare vuol dire vedere, come ho detto l’altro giorno, qui abbiamo una piccola ditta italiana che parlerà sabato, che fa la coppa del mondo e la Champions League, cioè sono quelli che producono nel mondo queste cose che sono un simbolo di tutti e riescono ad essere i migliori in questo. Allora perché sei il migliore in questo rispetto ad altri che fanno tutto quanto? Perché Maddaloni, che viene qua a parlare, padre dell’olimpionico a Melbourne di Judo, riesce a produrre campioni in una palestra grande come poco più di questo tavolo, senza tecnologie, senza esperti di alimentazione? Perché tu vai e un altro non va? Perché l’Italia ha prodotto Mennea, Felice Gimondi, cioè gente che è arrivata al vertice venendo dal popolo? Perché? Perché c’è Zanetti e un altro calciatore invece non è serio? Bisogna chiedersi questo e capire qual è la strada, ed è una strada di percorso per essere questo 32%. Questo ci riguarda tutti.

La seconda cosa riguarda tutto quello che ha detto sul debito, perché? Perché quando io ero alle elementari, c’era la giornata del risparmio, in cui la gente era educata – i ragazzini – col salvadanaio: «le tue cinquanta lire o dieci lire sono importanti per l’oceano del risparmio italiano». Ma provate adesso andare in una scuola a dire che c’è la giornata del risparmio; i ragazzini vi diranno «what? cioè un’app?». Noi eravamo educati a questa roba. Allora educandosi così una famiglia può anche dire: «Io compro il debito italiano». Così per fare un esempio che ci riguarda, Giussani voleva sempre comprare macchine italiane per sostenere l’Italia, comprava le Fiat, perché era italiano, perché uno si educa nel piccolo ad essere responsabile. Vi sembra strano? Ricordatevi che nella prima Repubblica, abbiamo fatto un referendum in cui c’era da votare l’idea di levarci soldi di tasca, perché era l’idea dell’inflazione automatica o no; allora il presidente del consiglio Craxi disse «italiani, referendum: volete tenere l’inflazione che cresce automaticamente o volete smettere?». Vantaggio: individualmente uno ci guadagnava, ma così si faceva saltare il Paese e allora più del 50% degli italiani si levò il soldo di tasca. Allora vuol dire che è possibile un’educazione di tutto un popolo ad essere responsabili addirittura del debito. Se uno si percepisce parte di questo orizzonte nazionale, non parte di una parte, parte di un tutto.

E allora, terzo passaggio, è possibile anche un accordo tra forze politiche con posizioni ideali: io son sono rimasto colpitissimo oggi di questo suo accenno alla possibilità che le classi produttive si accordino con quelle assistenziali. Ricordatevi che quando ci fu l’omicidio Moro, stava per nascere un Governo di unità nazionale tra il Pci e la Dc, dovuto a questo pensiero, che la DC non sentiva più di controllare l’apparato di Governo del Paese e il Pci non si sentiva più di controllare le forze popolari – erano gli anni del terrorismo -, allora Moro concepì questo momento con i capi comunisti come un momento per rifondare il Paese, fu ammazzato in quel momento. Ci sono momenti della politica in cui invece di essere la parte che vince sull’altra, si possono avere visioni di lungo periodo in cui l’accordo tra partiti è fatto su questo. Poi la gente dice: «Viene da ridere, parla di Governo costituzionale», ma o noi abbiamo queste visioni o andremo avanti al rimpiattino che c’è da 25 anni, dell’uomo solo al Governo, che dice che quelli di prima sono colpevoli, demoni, ma con il Paese con un problema di questo tipo, che è come avere una guerra, o si torna al ’46 o non si va da nessuna parte. O si ha una visione di accordo politico o non pensiamo che arrivi il nuovo Governo e tutto cambi, ci vuole una visione, ci vuole una posizione ideale, ci vuole una responsabilità. Per fare gli investimenti, bisogna avere il coraggio, se sei al Governo, di non lucrare lo dirò alla fine parlando del Sud – fra un po’ di anni, l’intervento assistenziale lo vedi subito, che siano ottanta euro, reddito di cittadinanza, l’imu, lo vedi subito. Se tu decidi di essere uno che costruisce, metti i soldi per fare una ferrovia per portare le merci dal sud al nord, e sai che la inaugurerà il Governo che verrà dopo; come a Milano, il grande cambiamento urbanistico l’hanno fatto i sindaci di vent’ anni fa e poi l’hanno inaugurato quelli successivi. Tu devi avere una visione politica. Pensate che Churchill, avendo vinto la guerra, fu mandato a casa alle prime elezioni dopo la guerra mondiale. Voi capite che se non c’è un uomo qua dentro a cui interessa più il Paese di se stesso, andremo avanti con interventi assistenziali fatti passare come il cambiamento del Paese. Non va! È come l’Europa, la visione di Europa, che è il tema di oggi. Ci vuole il dialogo, il piccolo compromesso, l’attività politica come compromesso. È evidente che se tu sei debole, se tu sei alto 1.50 e c’è uno 1.80, per metterti d’accordo con quell’altro ragioni, perché se tu dici «io ti picchio», quello ti fa volare su Marte. Noi facciamo così, noi siamo «ueh, vieni qua, ti aspetto fuori». Capite che ci vuole gente che va sul millimetro, che è credibile, perché l’ Europa non va né bene né male, va bene e male, è un accordo inevitabile, ma evidentemente, come ci ha detto bene Paolo Savona, è un accordo che non è pensato sullo sviluppo, con una Banca Centrale che non è pensata fino in fondo, che ha bisogno di riforme; ma questo lo fai stando in Europa, ragionando, essendo credibile, facendo piccoli cambiamenti. E allora arriviamo all’ultimo punto provocante del Sud: provate a pensare cosa vuol dire avere una visione. Diceva Adriano Giannola, presidente della Svimez, che era qua domenica, quindi il più importante punto di studio storico, diceva che il 20% dei traffici marittimi sono oggi per il Mediterraneo, perché avendo allargato Suez è successo qualcosa di storico: dal 1492, dove il Mediterraneo è diventato molto marginale, l’allargamento di Suez con la nascita della grande impresa del Far East, vuol dire che molte navi possono passare da qua invece di fare il periplo dell’Africa ed andare a Rotterdam. Infatti i cinesi hanno insistito per anni per comprare Taranto e adesso hanno comprato il Pireo e adesso abbiamo dato Taranto ai Turchi. Voi capite che queste sono grandi opportunità per il Mezzogiorno. Ma se non arrivi a Gioia Tauro e non puoi portare i container perché non ci sono le ferrovie, non c’è la ferrovia da Taranto, da Gioia Tauro, non attrezzi i porti, perdi un’occasione storica, non per avere il Mezzogiorno come periferia di Roma o di Bruxelles, ma centro! Anche il nord Africa ha il 50% di persone sotto i trent’ anni, un po’ differente da noi, questa gente vuole diventare classe dirigente, ma io – un po’ controcorrente – darei la borsa di studio a tutti i nordafricani che vogliono venire a studiare a Palermo, Napoli, Lecce, Bari, Catania, grandi Università con grande storia, perché se questi vengono a studiare qua invece che a Parigi e a Londra, oltre a riqualificare l’Università del sud, la cui gente viene a studiare al nord, questi rimarranno legati all’Italia dal punto di vista produttivo. Altra grande visione. Questi Paesi hanno bisogno di sviluppo e noi non siamo stati – tolto che in Libia e in Etiopia – colonialisti, quindi possiamo essere favorevoli. Ma è una visione, altro che «ho paura di».

Terzo: l’energia. Pensate al sole, energie alternative, al vento, pensate al fatto che gli oleodotti passano di lì, pensate al fatto di poter convogliare, appunto, le petroliere. Il Sud è un grandissimo potenziale produttore di energie. Turismo: ma scusate, perché uno deve andare alle Maldive quando il sole, il mare del Sud si abbina all’interno bellissimo, all’arte, ad una storia di 3000 anni, alla cucina,… certo che devi avere un cameriere che parla l’inglese, certo che devi avere uno che ti dà un servizio di un certo tipo. Oggi la Cassa depositi e prestiti sta investendo su questo, capite che opportunità? E si può andare avanti. Questo può essere il centro del Mediterraneo, non la periferia da dare con l’assistenza; ma qui ci vuole gente che si prepari, ci vuole gente che è lì a lavorare come Paolo Savona. Infatti, si costruisce con gli anni, come molti nostri giovani che quando vanno all’estero sono come i vecchi emigrati, vogliono costruirsi un futuro, quindi possono essere un’opportunità anche per l’Italia. Prendo – e concludo – questo assist di Paolo Savona, per dire che noi abbiamo una grande responsabilità nel nostro piccolo, di vivere questo lavoro, questa responsabilità non individuale, ma come fattore di un Paese che non accetta di andare sotto, in serie B, che non si piange addosso, che non analizza tutti i giorni quello che non c’è, ma capisce che è la potenzialità di cuore e di sguardo – perché l’Italia ha questa capacità di sguardo, non è solo analisi, è intuizione- che può spingerla avanti. Noi abbiamo questa responsabilità, di rispondere a un appello come quello di Paolo Savona e di costruire, di non smettere di costruire, di essere un punto per questo sviluppo.

Trascrizione non rivista dai relatori

 

190820 EUROPA PROBLEMA O OPPORTUNITÀ PER L'ITALIA

Europa: problema o opportunità per l'Italia?

Data

20 Agosto 2019

Ora

11:30

Edizione

2019

Luogo

Salone Intesa Sanpaolo B3
Categoria