“DI CHE È MANCANZA QUESTA MANCANZA, CUORE” - Meeting di Rimini

“DI CHE È MANCANZA QUESTA MANCANZA, CUORE”

"Di che è mancanza questa mancanza, cuore"

Di che è mancanza questa mancanza

Letture da Mario Luzi con Davide Rondoni, Poeta. Al violino Michele Torresetti.

 

Musica (violino)

DAVIDE RONDONI:
Buonasera e ben trovati! Come vedete qui siamo una voce e un violino e questa sera per circa un’oretta renderemo omaggio a un poeta cui sono molto legato personalmente, perché è stato uno dei miei maestri principali, un poeta importante per tutti. Lo facciamo in quest’occasione del Meeting perché è nato cent’anni fa. Mario Luzi nacque nel 1914, quindi è una ricorrenza e in varie parti d’Italia si sta ricordando il suo nome e la sua opera e abbiamo deciso di farlo anche qui al Meeting in questa serata. Abbiamo deciso di non farlo parlando ma soprattutto ascoltando la sua voce. Tra l’altro per chi è interessato c’è qui con noi anche Giorgio Tabanelli che ha fatto un bel libro, Il lungo viaggio nel ’900, che è un libro molto ricco di poesia, di storia, di società che potete trovare anche nella libreria del Meeting dove ci sono anche le opere di Mario Luzi.
Faremo un piccolo momento di ascolto accompagnati dal violino di Michele Torresetti. Michele, non sto a leggere tutto il curriculum, ma è un bravissimo violinista, sentirete! Svolge la sua attività in tutti i campi della musica, è stato il primo violino in varie parti e ha suonato con l’orchestra di Santa Cecilia, l’orchestra Mozart, insomma è un curriculum musicale di tutto rispetto. Lui contrappunterà alcuni momenti di questa lettura con degli interventi che vengono da un altro grande genio che è Johann Sebastian Bach.
Per iniziare questo piccolo viaggio di letture permettetemi di appoggiarmi a due citazioni iniziali. La prima la voglio fare ricordando un grande amico e maestro scomparso da poco, che è Ezio Raimondi, che è stato mio professore e amico del Meeting. Presente in alcune edizioni del Meeting, con i suoi interventi ha insegnato ad amare la letteratura a tanti di noi. Raimondi in un intervento che fece a Cervia un giorno che ci trovammo lì con Mario, disse una cosa che vi leggo perché può introdurre questo momento di ascolto. Ascoltare la poesia significa sempre ascoltare una voce altra e diversa da tutte le altre voci, non migliore o peggiore, ma altra e quindi richiede un ascolto diverso da qualsiasi altro tipo di ascolto, un ascolto che è più rischioso, perché seguendo la parola della poesia non si sa dove si va a finire, non si sa già prima più o meno dove si stia andando, si comincia un viaggio e non si sa dove si va. E, infatti, Raimondi dice che nella poesia di Luzi ci sono le cose, c’è la vita, c’è il pulsare, c’è un ritmo che non è più la musica che conosciamo, c’è un’altra musica, di cui bisogna sentire qualche cosa, una sorta di ombra, una sorta di la assoluto che diventa il nostro fascino e nello stesso tempo la nostra mortificazione. È una poesia che mira all’assoluto ma è di qua, e in questo modo fonda la sua umanità. Mario Luzi introducendo con poche pagine un libro che si chiama Autoritratto, dove fa una specie di autoantologia della sua opera, scrive queste cose sulla poesia: “La poesia come dice la parola stessa è fare, è il fare qualcosa, ma cosa? Questa necessità intrinseca del fare che è appunto un’attitudine o uno stigma che distingue il poeta, un poeta se deve scrivere deve scrivere, fa la sua opera. Il poiein è appunto la sua condizione vitale, il che non significa fare per fare, ma – e qui è la cosa importante – produrre qualcosa che prima non c’era, accrescere l’esistente”. Ecco io vorrei che ascoltassimo le poesie di questa sera con questa ipotesi: cosa vuol dire che la voce di un altro uomo accresce l’esistente nella mia esperienza?

Musica (violino)

DAVIDE RONDONI:
Grazie Michele, anche perché non è facile suonare qui. Vi leggo le prime due poesie. La prima ha a che fare con un grande problema che tutti ci troviamo addosso, il fatto che le parole sembrano non riuscire a inseguire adeguatamente la vita, soprattutto in un’epoca come la nostra che sembra, come qualche sociologo l’ha chiamata, un’ “epoca del gremito”, cioè in cui sembra che troppe cose addirittura esistono per essere dette, come anche qualcosa che non immaginiamo e non riusciamo a seguire. Mario in una delle sue ultime opere che si chiama Per il battesimo dei nostri frammenti ha riflettuto anche su questo. E per tutta la sua vita, la lunga vita, perché Mario è morto a 91 anni, alzandosi una mattina per partire per l’ennesimo sperduto paese dove l’avevano chiamato a leggere le sue poesie, ha sempre riflettuto sul rapporto tra la parola e le cose, perché la poesia è il rapporto che l’uomo ha con il mondo e che cerca parole adeguate. La poesia dice così:

Ed eccolo avvenuto – ma quando?
/ ben pochi erano svegli, / nessuno
attento. / Nessuno s’è avveduto / del
subdolo / profetizzato capovolgimento.
/ Ed ora / sopravanzano le cose il loro
nome./ In avanscoperta esse /ma dove/ profondano dentro il loro numero/ scoscendono ciascuna nel silenzio delle altre -/ in avanscoperta le cose/ al rimorchio/ pilotata nell’oscuro/ l’ancora tramortita pattuglia delle parole/ così resta muto l’avvenimento/ chiusa la profezia, impossibile l’annuncio/ infranta la parabola/ o è questa/ negata dal suo rovesciamento, parabola anch’essa/ oltrepassata la lingua e il testo?

Poi vi leggo una poesia che è una tra le prime invece che lui ha scritto, che si chiama “Alla vita”, da questa raccolta che è la prima raccolta di poesie che Mario scrisse nel 1935 e si chiama La barca. Titolo, un grande emblema: la barca è l’andamento dell’uomo nel tempo e nel destino, pensate a sant’Agostino per esempio. La poesia dice così:

Alla vita

Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s’inarca
e tocca il mare, volano creature pazze ad amare
il viso d’Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.
Amici dalla barca si vede il mondo
e in lui una verità che precede
intrepida, un sospiro profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi trasparenti
scende adagio incontro ai morenti,
raccoglie il cumulo della vita, i dolori
le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire d’aspettare l’avvenire.
Nelle stanze la voce materna
senza origine, senza profondità s’alterna
col silenzio della terra, è bella
e tutto par nato da quella.

Musica (violino)

DAVIDE RONDONI:
Grazie Michele, anche perché la poesia è una puttana che può stare ovunque, la musica classica avrebbe bisogno di un altro ambiente naturalmente, quindi è un doppio sacrificio che Michele fa per noi e lo ringrazio. Tra l’altro per fare queste cose ci vogliono un po’ dei matti e questa serata qui si realizza anche grazie all’aiuto della Fondazione Claudi, che è una Fondazione che è nata appunto attorno a un poeta che si chiamava Claudio Claudi, e chi di voi è interessato ad essere avvisato di altre iniziative che fa questa Fondazione sempre nel campo artistico o poetico, può lasciar la mail a quella gentile signorina che è là in fondo, a sinistra, in quel banchetto, uscendo, può lasciar la propria mail e il proprio riferimento. Vi leggo alcune poesie sul tema del tempo. Sentirete che tornano le figure della madre, dei bambini, figure insomma legate al tempo e anche al passare del tempo personale, biografico.

Aprile – Amore

Il pensiero della morte m’accompagna
tra i due muri di questa via che sale
e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo
di primavera irrita i coloni,
stranisce l’erba, il glicine, fa aspra
la selce; sotto cappe ed impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.

Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti e crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos’è sparisce
rapida nella polvere e nel vento.

Il cammino è per luoghi noti
se non che fatti irreali
prefigurano l’esilio e la morte.
Tu che sei, io che sono divenuto
che m’aggiro in così ventoso spazio,
uomo dietro una traccia fine e debole!

E’ incredibile ch’io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.

L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
e in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.

La mia pena è durare oltre quest’attimo.

Questa è una poesia invece tratta da una raccolta che si chiama Dal fondo delle campagne. E’ una poesia molto bella, che vi leggo, si chiama il “Duro filamento”. Qui compare la voce di una donna, che parla, e il sottotitolo è “Morte Cristiana”:

Passa sotto casa nostra qualche volta,
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo”.
La voce di colei che come serva fedele
chiamata si dispose alla partenza
pianse ma preparò l’ultima cena
poi ascoltò la sentenza nuda e cruda
così come fu detta, quella voce
con un tremito appena più profondo,
appena più toccante ora che viene
di là dalla frontiera d’ombra e lacera
come può la cortina d’anni e fora
la coltre di fatica e d’abiezione,
cerca il filo del vento, e vi si affida
finché il vento la lascia a sé, s’aggira
ospite dove fu di casa, timida
e spersa in queste prime albe dell’anno.

L’ora è quella cruda appena giorno
che il freddo mette a nudo la città
livida nelle sue pietre, tagliente
nei suoi spigoli e, dentro, nell’opaco
versano latte nelle stanze, tostano
pane, il bambino mezzo desto biascica
mentre appunta sul diario il nuovo giorno.

Nel grumo di calore che è più suo,
nella bolla di vita ch’è più tenera
per lei cresciuta alla pazienza in terre
povere, pie, l’ascolto, voce fievole,
tendersi ancora a queste grevi, ancora
appannate dal lungo sonno, chiedere
asilo, volersi mescolare.
Dico: abbi pace, abbi silenzio. Dico…
Udire voci trapassate insidia
il giusto, lusinga il troppo debole,
il troppo umano dell’amore. Solo
la parola all’unisono di vivi
e morti, la vivente comunione
di tempo e eternità vale a recidere
il duro filamento di elegia.
E’ arduo. Tutto l’altro è troppo ottuso.

“Passa sotto la nostra casa qualche volta,
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo.

Qui invece è un bambino che parla, che a un certo punto ha un’esclamazione strana, il poeta intitola la poesia con questa esclamazione del bambino.

Quanta vita

«Quanta vita» si leva una voce alta di bambino
dove uccelli e uccelli strappati al pigolio di ramo in ramo
filano tra la perdita di foglie del bosco nel freddo controluce
e tracciano una scia di piume e strida, lasciano quelle rotte frasi
d’un discorso arrivato al dunque, festa
e fuga, mentre uomini appostati
ne preparano lo sterminio; «quanta
vita» ripetono quegli ultimi più luminosi sbattimenti d’ali
per tutta la boscaglia tra mare ed acquitrinio.

E qui, in luoghi ben lontani, ma in un tempo
che come quello non perdona, mentre
incrocio per questa via di banche
senza un cenno d’intesa
compagni d’altri tempi
trascinati da un vento oscuro tra le porte vigilate
e li vedo ansiosi, simili a uccelli ritardatari, vinti
e arsi dentro a un fuoco indefinibile,
consunto, non ancora spento, presunzione
di forza dove non è forza, orgoglio
d’una fede che non è fede, «quanta
vita» ripete quella voce di nove anni
alla coscienza troppo adulta, troppo
chiara, di nuovo «quanta vita»
che non si percepisce mai la vita
così forte come nella sua perdita.

Musica (violino)

DAVIDE RONDONI:
L’ultimo gruppetto di cinque poesie che vi leggo, vedete ha un po’ un tema ricorrente, diciamo così, almeno una questione ricorrente, che è il problema dell’inizio. Vi ho detto, è un poeta che è vissuto molto a lungo, che ha messo a tema il tempo, il rapporto dell’uomo con il tempo, come tutti i grandi poeti, e che ha sempre più chiarito la propria ricerca nel senso della ricerca dell’inizio, del germinante, dell’aspetto iniziale della vita. Uno dei suoi ultimi libri si chiama Dottrina dell’estremo principiante, come se l’uomo fosse sempre un principiante dell’esistenza, perché se non si è un po’ come bambini non si vive. E Luzi ha come sempre lavorato su questo tema della ricerca del principiale della vita; per esempio c’è una sua poesia molto breve che si chiama “Lied” o “aubade”, sono proprio due termini musicali – no? – il maestro m’insegna, “Lied”, “aubade” è quella cosa che si suona all’alba, “aubade” in francese; perché l’alba è uno dei grandi… oltre ad essere una grande fonte di ispirazione per i poeti, era per Luzi uno dei grandi temi; infatti dice così:

Ma tu dimmi, ti prego,
perché tarda tanto
l’alba.
Dove
sono,
non li sento
ancora
quei rari
che dichiarano:
è giorno, e ne ripetono
l’annuncio, e ne ribattono
forte
il conio da selce a selce
allegramente scarpinando.
Non li sento, non ci sono.
E gli uccelli persi
nell’universo loro, muti,
fino a quando?

Quest’altra poesia, invece, ha il tema dell’arte. Luzi ha dedicato un bellissimo libro a Simone Martini – Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini – e ad un certo punto Luzi s’immagina che questo pittore si fermi e rifletta di fronte al senso della propria arte: ha appena dipinto una bellissima Madonna, trecentesca, e poi guardando la sua opera dice così:

Rimani dove sei, ti prego,
così come ti vedo.
Non ritirarti da quella tua immagine,
non involarti ai fermi
lineamenti che ti ho dato
io, solo per obbedienza.
Non lasciare deserti i miei giardini
d’azzurro, di turchese,
d’oro, di variopinte lacche
dove ti sei insediata
e offerta alla pittura
e all’adorazione,
non farne una derelitta plaga,
primavera da cui manchi,
mancando così l’anima,
il fuoco, lo spirito del mondo.
Non fare che la mia opera
ricada su se medesima,
diventi vaniloquio, colpa.

C’è una poesia, tra le tante, in cui Luzi immagina anche la figura di Cristo, cui ha dedicato anche tante riflessioni, e la vede così, con una bellissima Via Crucis, che gli fu commissionata da Giovanni Paolo II, che fu fatta, fu letta da nostro amico Sandro Lombardi al Colosseo, e che riflette sulla Via Crucis dal punto di vista di Gesù; con un grande azzardo il poeta fa parlare Gesù durante la Via Crucis. Comunque questa è un’altra poesia che viene da Per il battesimo dei nostri frammenti, e dice così:

Quale riposo? Quale pietra
Su cui posare il capo? Niente,
non c’è quella pietra, non c’è luogo
alcuno in cui tu possa stare. Devi
essere. Essere sempre
e anche solo per questo
anima e corpo indefettibilmente ardere –
gli dicono sfacendosi
le caverne del sonno
in cui cercava asilo,
gli si commutarono in fiamme.
E lui non si compone
come vorrebbe, non ancora,
“fino a quando, padre mio,
rispondimi” – o è solo il mio miserabile dialetto
e lui risplende
disseminato e sparso nella moltitudine del mondo-
come sale? – come sale e come sangue.

Poi, prima di leggervi l’ultima poesia che Mario ha scritto – ha lasciato proprio il giorno prima di morire alla sua amica Caterina, anzi gliel’ha dettata per telefono, poi lui, la mattina dopo, si è svegliato ed è morto – prima di leggervi l’ultima poesia, vi leggo un’altra poesia, molto bella. La leggerò un po’ in fretta perché sono tre pagine, non voglio annoiarvi, però è una poesia molto bella che ha proprio anche nel ritmo una delle sue forze. E’ una poesia che si chiama il “Seme”. È una delle poesie che compare in questo libro su Simone Martini, ma sentite come è bella! Adesso io non sono un attore, avete capito che leggo male, però forse il senso della poesia un po’ vi arriva.

Seme

Minuscolo.
Minuscolo e invisibile
lui seme
che affonda
calcato da zoccoli
e da ruspe,
gli slitta
intorno
sgusciando la fanghiglia,
e lui
cala fin dove
quel limo si rapprende.
È lì la sua dimora,
eppure
al sicuro non si sente,
occultandosi
difende
da chi?
la sua minuzia
e la sua
incalcolabile potenza.
Infila spesso
il merlo invernale
il becco nella crosta,
la disfa,
taluno ne scoperchia,
taluno ne piglia,
e spesso
si avvicinano nel buio
roditori sotterranei.
No, non c’è pace
d’inverno e di letargo
in quella dimora,
la insidiano la fame
gioiosa e rabbiosa
degli uccelli
e l’ingordigia dei topi –
vorrebbe soddisfarli
ma lui deve
custodire
la promessa del domani.
Deve, lo sa, scoppiare,
marcire e trasalire
nel rigoglio.
– Qual è la mano
che ha gettato
la sementa?
e lui è dentro il solco
o caduto casualmente
e sperso? –
non c’è differenza,
comanda la necessità,
morire e dar nascimento.
È umile, trattiene
quasi timoroso il fato
l’anno
del suo cominciamento,
sta sospeso, esita
sopra se stesso il mondo,
vige un intimo
raccoglimento
di tutte le sue forze
tra la palta e l’acqua
l’acqua e gli astri.
Lui ne è al centro
all’apogeo della sua
umiltà
al sommo del suo servizio,
già prossimo, già pronto
al fato che gli impende,
niente glielo nasconde
il suo prescritto sacrificio,
niente –
Ci pensa
e già sente
spigare
da sé
il prossimo frumento,
il campo oro-meriggio,
oh dolore, oh felicità.
Chi vive questo?
Chi pensa?
È mente umana
o universa vigilanza
quella che lo accompagna
nella sua agonia
o una più vasta
scienza? – ne è,
corpuscolo, una parte
lui è tutto
l’altro egualmente
nella sua esuberanza –
da dove si spicca
questo canto
pari a sé medesimo
in cui muore la metafora,
muore infinitamente.
Chi ordina? Chi parla?
Non ha importanza chi sia
l’autore della vita,
la vita è anche il proprio
autore,
La vita è.
Ed ecco, gli vien meno
il suo vigore, lo lascia
un indeciso
accumularsi
di materia viva, lo svuota
della sua,
prende a radicarsi
al suolo, cresce, si erge
già tubero, già bulbo,
già stelo
prossimogemmante.
Lo aspettano, lo sente,
le stagioni,
non può mancare
è scritto
nel calcolo dei giorni
avvenire il suo tributo.
Leggibile esso, come vita
e parimenti come morte:
pari
incrociano
a lui la loro croce
le due, le sole,
vita e morte, morte e vita.
Oh gloria,
oh dura oscurità
del gran lavoro fatto.

Poi, per finire, dopo questa poesia, secondo me molto bella, leggo, appunto, la poesia che Mario ha scritto il giorno prima di morire, e con questa concludo con questa sua visione molto bella, molto forte anche. Poi ascolteremo l’ultimo brano che ci voleva regalare Michele. Si chiama proprio “Il termine”:

Il termine

La vetta di quella scoscesa serpentina
ecco si approssimava, ormai era vicina,
ne davano un chiaro avvertimento i magri rimasugli
della tappa pellegrina su alla celestiale cima
poco sopra, alla vista, che spazio si sarebbe aperto
dal culmine raggiunto, immaginarlo già era beatitudine
concessa più che al suo desiderio, al suo tormento,
sì l’immensità, la luce, ma quiete vera ci sarebbe stata,
lì avrebbe la sua impresa avuto il luminoso assolvimento
da se stessa nella trasparente spera
o nasceva una nuova impossibile scalata
questo temeva, questo desiderava.

Musica (violino)

DAVIDE RONDONI:
Grazie ancora a Michele Torresetti, a voi che avete ascoltato. Spero vi sia rimasta un po’ di fame della poesia di Luzi, della musica di Bach e di tutto quello che prova a mettere in luce l’abisso che abbiamo dentro e che non si può colmare mai, come dice il titolo della serata, che parla di una mancanza, come diceva Mario, “una mancanza che riempie il cuore”. E, come dicevo prima, chi è interessato ad altre cose di poesia e di arte può lasciare il riferimento agli amici della Fondazione Claudi, al banchetto lì in fondo; e chi è invece interessato ad altre cose di poesia, qui al Meeting, comunico che domani per esempio faremo una conversazione tra un poeta e un neuroscienziato, che si occupa di cervello, linguaggio e cose strane, quasi come la poesia, domani alle sette, in una saletta qui del Meeting. Arrivederci e grazie per l’attenzione.

Data

26 Agosto 2014

Ora

21:45

Edizione

2014

Luogo

eni Caffè Letterario A3