DALLE PERIFERIE DELLA CRISTIANITÀ L’ETIOPIA INNALZERÀ A DIO LE SUE MANI. Immagini di una tradizione millenaria - Meeting di Rimini

DALLE PERIFERIE DELLA CRISTIANITÀ L’ETIOPIA INNALZERÀ A DIO LE SUE MANI. Immagini di una tradizione millenaria

DALLE PERIFERIE DELLA CRISTIANITÀ L’ETIOPIA INNALZERÀ A DIO LE SUE MANI. Immagini di una tradizione millenaria.

Dalle periferie della Cristianità

Presentazione della mostra. Partecipano: Giuseppe Barbieri, Docente di Storia dell’Arte Moderna all’Università Ca’ Foscari di Venezia e Curatore della Mostra; Alberto Bertoldi, Ambasciatore del Sovrano Ordine di Malta accreditato presso il Governo di Addis Abeba, Etiopia; Giuseppe Magri, Comitato per gli Interventi Caritativi a favore del Terzo Mondo della CEI; Teklè Mekonnen, Presidente Università Cattolica San Tommaso d’Aquino di Addis Abeba, Etiopia; S. Ecc. Mons. Silvano Maria Tomasi, Osservatore permanente della Santa Sede per le Nazioni Unite. Introduce Roberto Fontolan, Direttore del Centro Internazionale di Comunione e Liberazione.

 

ROBERTO FONTOLAN:
Buongiorno a tutti. Abbiamo qualche minuto di ritardo ma recupereremo velocemente. Saluto tutti gli ospiti, i Vescovi presenti, tra cui vorrei salutare Sua Eccellenza Monsignor Warduni, che è venuto da Bagdad ieri e che sarà con noi in questi giorni. Bene. “Dalle periferie della cristianità l’Etiopia alzerà le sue mani. Immagini per una tradizione millenaria”. Chi ha potuto vedere questa mostra in questi giorni, sa che è una mostra bellissima, meravigliosa, che si è imbattuto con qualcosa che non conosceva o con una grande sorpresa. A parte la bellezza straordinaria di questi pezzi – le icone, i crocefissi, le pergamene -, proprio l’idea di imbattersi in una grandissima cultura, in una grandissima civiltà forse troppo poco conosciuta da noi, nel nostro mondo. E questo nostro incontro svilupperà un piccolo percorso attraverso questa mostra e arriverà a parlare di un’iniziativa molto importante, di un progetto che è in corso da qualche anno in Etiopia, perché quel passato rifluisce nel presente e il presente dell’Etiopia, del quale ci interessa parlare anche oggi, è anche un progetto dell’Università Cattolica dell’Etiopia che è in corso da alcuni anni, e del quale parleremo, cosa che sta molto a cuore a Monsignor Tomasi, che ringrazio ancora una volta per i suoi giorni qui con noi. Ma ora iniziamo subito a parlare di questa mostra. Il percorso ci viene illustrato dal professor Giuseppe Barbieri, che è Docente di Storia dell’Arte Moderna a Ca’ Foscari di Venezia. E come mi diceva prima, è già la quarta volta che interviene su questo tema dell’arte e della tradizione etiopica, perché la prima grande mostra su questo tema, di cui qui abbiamo alcuni pezzi, fu proprio a Venezia alcuni anni fa. Prego, professor Barbieri.

GIUSEPPE BARBIERI:
Dal 2009 a oggi, salvo inopinate omissioni, questa è la quarta rassegna in Italia di opere antiche provenienti dalla remota tradizione della chiesa cristiana d’Etiopia (quella di Alghero dell’inverno 2011, infatti, si limitò a pochi manufatti Otto e Novecenteschi). La prima di queste mostre si svolse nella primavera di cinque anni fa negli spazi espositivi dell’Università Ca’ Foscari di Venezia: si intitolava “Nigra sum sed formosa. Sacro e bellezza dell’Etiopia cristiana” e determinò, grazie a un esemplare rapporto di partnership tra l’ateneo e Banca FriulAdria, che promuoveva il progetto della mostra, l’effettivo punto di svolta di Ca’ Foscari Esposizioni, che sino a quel momento aveva allineato episodi certamente interessanti, ma non così qualificanti. Non sono pochi i visitatori che serbano ancora vivo il ricordo di quella esposizione. La mostra non tracciò solo dei solidi criteri, storico-artistico-culturali e non più etnografici, con cui occorre misurarsi quando si affrontano i manufatti di quella lontana civiltà; non solo evidenziò i profondi rapporti tra l’Etiopia e il nostro Paese all’inizio della prima età moderna (XV-XVII sec.), segnatamente quelli con la Repubblica Veneta. Si caratterizzò infatti anche come un insolito laboratorio di fruizione, delineando e concretizzando una serie di strategie che da allora sono state più volte riscontrate e perfezionate, e che si imperniavano sostanzialmente nell’uso di moderne tecnologie multimediali lungo tutto il percorso espositivo: il visitatore vi poté osservare proiezioni su monitor e a parete (alcune di particolare spettacolarità), slide-show, “audio-video guide umane”, ottenute con la proiezione a figura intera di alcuni membri del comitato scientifico a illustrare le scansioni della mostra sulle pareti delle diverse sezioni, video riassuntivi (una sorta di singolare guida à rebours), una colonna sonora dedicata per ogni sala, una guida multimediale su supporto iPod touch di concezione del tutto nuova, che metteva a disposizione di ogni visitatore migliaia di altre immagini, centinaia di file audio, interviste specifiche, un sintetico catalogo delle opere esposte. Quella mostra segnò inoltre la prima comparsa, sulla scena veneziana, dei “mediatori culturali”, studenti appositamente formati che non davano informazioni ma rispondevano piuttosto alle domande del pubblico, stabilendo così un rapporto interrogativo e più interattivo con il segno artistico: da quell’anno sono oltre 600 i mediatori che, da Punta della Dogana agli spazi della Biennale, dalla Casa dei Tre Oci alla Fondazione Prada hanno significativamente modificato, e non solo a Venezia, il protocollo di fruizione nella visita a una mostra temporanea. Ben al di là di ogni aspettativa, “Nigra sum” ebbe una straordinaria accoglienza da parte della critica e dei media e un eccellente riscontro di pubblico, così come l’ampio catalogo che era stato predisposto (edizioni Terra Ferma, pp. 207).
La seconda mostra ebbe invece luogo nel 2011 a Pordenone, nell’atrio di palazzo Cossetti, sede della direzione generale di Banca FriulAdria. “E sopra vi era dipinto l’Antico di giorni” presentava un’affascinante e del tutto inedita sequenza di quaranta “icone portatili” etiopiche, dal XVI al XVIII secolo, messe a confronto con altre di dimensioni maggiori, con rotoli magici e altre immagini miniate: il raffinato catalogo, nuovamente stampato da Terra Ferma, recava invece il titolo di Portare le icone. Arte e pietà religiosa dell’Etiopia cristiana (pp. 120). Al di là della qualità e dell’originalità dei manufatti esposti (la tradizione di piccole immagini da portare al collo o da tenere in mano risale, nella religiosità etiopica, almeno al XIV sec.), anche in quel caso risultò centrale una riflessione sulle modalità di fruizione. Parte dei precedenti materiali multimediali, impiegati in “Nigra sum”, furono recuperati, ancorché in una posizione più marginale, data la ristrettezza degli spazi disponibili. Assai maggior risalto fu piuttosto attribuito, proprio a partire dall’esigua dimensione delle opere, al decisivo problema della scala di percezione, su cui hanno richiamato da tempo la nostra attenzione prima Meyer Schapiro e, più recentemente, Ruggero Pierantoni: la realizzazione di un ampio numero di gigantografie che ingrandivano alcuni particolari figurativi risultò infatti molto convincente per favorire l’attenzione del pubblico. Nell’autunno del 2012 (“Æthiopia Porta Fidei. I colori dell’Africa cristiana”) fu invece la volta di uno dei più qualificati Musei diocesani del Paese, quello di Vicenza diretto da mons. Francesco Gasparini, a ospitare la rassegna. Essa si basava ancora una volta su un’importante raccolta privata, integrata tuttavia con le opere etiopiche già presenti nelle collezioni del Museo, quelle cioè allestite, con curiosa tenacia e in decenni accaniti, da mons. Pietro Nonis, per 15 anni vescovo della diocesi iberica e recentissimamente scomparso. La mostra di Vicenza ripristinò un criterio allestitivo più evidentemente multimediale, integrandolo tuttavia con alcuni dei grandi pannelli utilizzati a Pordenone. Ribadiva ancora una volta lo strategico rapporto di collaborazione tra Ca’ Foscari e FriulAdria (nel cui perseguimento si è distinto soprattutto Giovanni Lessio), incentrato da una parte sull’impiego delle moderne Information and Communication Technologies (ICT) al servizio di una scrupolosa ricognizione scientifica dei manufatti, che è sempre stata assicurata dall’Amico Gianfranco Fiaccadori, dell’Università di Milano (che ha curato con me le precedenti esposizioni, sovrintendendo da par suo anche a quest’ultima), e dall’altra sull’individuazione di nuove figure professionali (come i mediatori culturali, gli archiviatori multimediali, i produttori di contenuti multimediali, ecc.) nell’ambito delle pratiche espositive. “Æthiopia Porta Fidei” aggiungeva a tutto ciò anche una esplicitata sensibilità per il progetto di un’università cattolica ad Addis Abeba, sul cui senso ragiona, in questo stesso catalogo l’arcivescovo Silvano M. Tomasi, per lunghi anni Nunzio Apostolico in terra etiopica.
Questo tema viene ripreso ora, ancora più evidentemente, per la XXXV edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli di Rimini nella mostra “Dalle periferie della Cristianità. L’Etiopia innalzerà a Dio le sue mani. Immagini di una tradizione millenaria”, che riserva un vasto corner al progetto di realizzazione, già da tempo avviato, all’Università Cattolica di Addis Abeba. La superficie espositiva torna alle misure del prototipo cafoscarino del 2009, nel convincente display di Fiorenza Matteoni, che l’ha impostato sulla forma della Croce, uno dei segni più antichi della religiosità cristiana etiope, dato che esso compare sulle monete fatte coniare attorno al 340 d.C. (con un anticipo di quasi un secolo sulla corrispondente monetazione romana) dal neguś ‘Ēzānā, una sorta di Costantino d’Africa. Nella vasta struttura cruciforme trovano spazio le icone, i rotoli magici, i manoscritti miniati, nonché una esauriente campionatura dell’articolatissima tipologia (che conta almeno una quarantina di varianti) di croci astìli etiopiche, mentre l’area esterna cerca di ricostruire, con qualche limite dettato dalle ristrettezze del budget, il contesto di quella civiltà. Il che avviene rimodulando e riaccostando, con nuove soluzioni, i materiali multimediali (che sono stati curati dal mio bravo allievo Marco Del Monte, phd) e le gigantografie impiegate nelle precedenti circostanze. Altri contenuti multimediali – riferiti segnatamente al santuario settecentesco di Narga Sellase sul lago Tana e giocati sulla convincente giustapposizione di filmati in bianco e nero, modelli in 3D e pareti animate – trovano posto all’incrocio dei bracci della croce, in una sorta di Sancta Sanctorum che corrisponde pertinentemente agli affreschi del monastero sul Tana. Il perimetro esterno presenta inoltre una suggestiva sequenza di arazzi, di non troppo antica manifattura, che potranno comunicare efficacemente la densità e la varietà cromatica della’arte religiosa etiopica e alcuni exempla della campagna grafica realizzata da Lino Bianchi Barriviera, tra 1938 e ’39, nella zona di Lālibalā (sito Unesco dal 1978). Anche “L’Etiopia innalzerà a Dio le sue mani” procede insomma con coerenza, e con significative varianti, nella strategia espositiva avviata cinque anni fa a Venezia, di cui ho richiamato, in esordio di questa nota, i criteri di fondo. Il che consente di aggiungere anche in questa occasione al resoconto di un lustro di vicende espositive almeno qualche accenno di considerazione di carattere più metodologico. La coscienza di una positiva interrelazione tra le opere d’arte e una serie di dispositivi tesi a migliorarne la fruizione da parte del pubblico (son et lumière, prima di tutto) caratterizza pressoché ab origine il moderno protocollo espositivo, come hanno chiarito dapprima gli studi di Haskell e poi le ricerche di Andrew McLellan e di Edouard Pommier, più specificamente appuntate sul Louvre. La storia successiva del display ha conosciuto, in questo senso, alcuni picchi stimolanti ma anche molte fasi di stallo (soprattutto in Italia, con le principali e meritorie eccezioni di Studio Azzurro e di FilmWork a Trento), traducendosi anche in un limitato apporto al dibattito scientifico storico-artistico, molto più radicato nel mondo anglosassone. È particolarmente difficile non farsi coinvolgere dai segni dell’arte cristiana d’Etiopia, dalle cromie squillanti, dal vivissimo impianto narrativo, dai temi iconografici salienti. Questa mostra ha nel suo sottotitolo i “colori dell’Africa cristiana”, e il visitatore, confidiamo, lo riscontrerà come pertinente. Grazie.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, grazie, professore per averci effettivamente introdotto con queste pennellate a questo grande patrimonio artistico e culturale. E ora do la parola a Monsignor Tomasi che, essendo un habitué del Meeting, non ha bisogno di tantissime presentazioni, ma attualmente è Nunzio a Ginevra da molti anni, presso le Organizzazioni Internazionali, Osservatore Permanente, diciamo tecnicamente, della Santa Sede presso le Organizzazioni Internazionali. Ma dietro di sé ha una lunga vita peregrinante per il mondo e dovunque è stato nel mondo ha lasciato dei semi, che poi sono diventati radici, in qualche caso fiori, in qualche caso alberi, in qualche caso grandi alberi, baobab. E forse uno dei luoghi dove più ha seminato, dove forse ha lasciato anche un po’ del suo cuore è proprio l’Etiopia, Addis Abeba, dove è stato a lungo Nunzio. A lui si deve questa mostra di oggi. E a lui si deve tutto questo lavoro, questa connessione tra il nostro mondo, i nostri mondi e l’Etiopia. Allora, prego Eccellenza.

S. ECC. MONS. SILVANO MARIA TOMASI:
Grazie, io non ho titoli per spiegare l’aspetto artistico e la bellezza di questi oggetti che sono esposti nella mostra. È certo che mi sono familiarizzato con questi e trovo che hanno un messaggio da dare che è molto importante. Il titolo del Meeting, il tema del Meeting di quest’anno è Verso le periferie del mondo e dell’esistenza. Il Destino non ha lasciato solo l’uomo. Vero che l’impero di Aksum, che prendeva l’Etiopia di oggi un po’ dal Sudan e parte dallo Yemen, il sud della penisola dell’Arabia, è uno dei grandi imperi della storia: c’era l’impero romano, l’impero persiano e c’era l’impero di Aksum. Quindi non è sempre stato, esattamente come diceva il professor Barbieri, alla periferia del mondo conosciuto, però in un certo senso l’Etiopia è caduta, è passata alla periferia del mondo cristiano, perché nel cammino dei secoli l’altopiano etiopico è rimasto isolato, circondato da un mondo completamente diverso – il mondo musulmano – con cui purtroppo doveva spesso ingaggiare battaglie di varia intensità per mantenere la sua identità cristiana. L’Etiopia quindi si è sviluppata in continuità storica con il grande impero di Aksum e poi è evoluta costantemente lungo i secoli. Già al tempo dell’imperatore Costanzo, figlio di Costantino, c’era l’idea che l’Etiopia fosse un po’ fuori dal controllo perché quando sant’Atanasio, vescovo di Alessandria, ordinò vescovo san Frumenzio, primo vescovo di cui abbiamo documentazione storica dell’Etiopia, l’imperatore Costanzo scrisse al patriarca di Alessandria Atanasio dicendo: “Come ti sei permesso di ordinare un vescovo fuori dai confini del mio impero?”. Cioè, al di là dei confini dell’impero romano di allora: l’Etiopia era alla periferia. Ed è rimasta un po’ alla periferia durante i secoli bui di distacco dal mondo occidentale da una parte e dal mondo dell’impero bizantino dall’altra, quando si è trovata completamente isolata e circondata da potenze di ispirazione islamica. Comunque, la vita, la storia, lo stile di vita dell’Etiopia rimase sempre ispirato dalla cultura cristiana, dall’identità cristiana. E quello che sopravvive anche degli anni scuri, quando non abbiamo moltissime notizie della storia etiopica, sono manoscritti, icone, croci, monasteri che testimoniano come la vita della gente fosse organizzata attorno alle feste cristiane e a questa identità cristiana che dovevano difendere anche combattendo. Però, questa identità cristiana aveva un carattere alle volte statico. In un certo senso, le icone ci danno l’impressione di qualcosa di statico, di ripetitivo, e un po’ di questo c’è stato nella vita della Chiesa etiopica, che ha mantenuto la società in una situazione di paralisi, non ha facilitato molto l’evoluzione, ha mantenuto l’identità nazionale ma non ha allo stesso modo spinto in avanti il progresso sociale e tecnologico della società. Ma l’importanza è che l’ispirazione cristiana, prima o dopo, sveglia qualcosa, e negli anni recenti c’è stato un movimento di riaffermazione, di risveglio della vita anche sociale, non solo della vita cristiana, ma anche della vita sociale del Paese. È come l’arte che vediamo nella mostra: è basata sull’identità cristiana dell’Etiopia. Così quest’identità continua a produrre dei frutti. La storia cammina, la storia non rimane fossilizzata e quindi anche l’identità di un popolo evolve. Adesso l’Etiopia ha una sua costituzione democratica, non c’è più l’imperatore, l’ultimo è stato assassinato da un dittatore come Alem Mariam Mengistu. Però non è morta nella separazione tra Chiesa e Stato che la nuova costituzione impone, non è morta, anzi si è ravvivata, la vita della Chiesa ortodossa etiopica. E in Etiopia oggi il cristianesimo è presente in varie forme: la Chiesa ortodossa, che è quella storica, ancora maggioranza nel Paese; poi ci sono delle comunità protestanti, luterane per lo più o indipendenti, di carattere pentecostale; e c’è una piccola Chiesa cattolica, che però è molto vivace e sparsa su tutto il territorio, gestisce più di 350 scuole i cui studenti sono il 90% ortodossi e musulmani. Quindi, il contributo che viene dato è di creare una società dove la convivenza nella differenza è possibile, una convivenza pacifica, senza cadere negli estremismi che purtroppo vediamo in tanti posti, come il Medio Oriente di questi giorni, dominato dalla violenza e dal conflitto. Ed è la continuità di quest’ispirazione cristiana che ha portato al progetto dell’università, di creare l’Università Cattolica dell’Etiopia, perché l’educazione è la strada maestra per lo sviluppo di un Paese. Se vogliamo che questi giovani che cercano lavoro, che vogliono mettere in piedi una famiglia, che vogliono una certa stabilità economica per se stessi, non vengano a bussare necessariamente alla porta dell’Europa, dobbiamo fare in modo che abbiamo la capacità di correre con le loro gambe, cioè di creare posti lavoro nel loro Paese, di aiutare lo sviluppo del loro Paese in modo che non siano forzati a cercare altre soluzioni. L’educazione diventa la via per ottenere questo risultato. L’Università Cattolica è anche l’istituto di educazione superiore che chiude la catena, direi, di sviluppo dell’educazione che offre la comunità cattolica in Etiopia. Scuole elementari, High School, che sono le migliori del Paese, e quindi adesso l’università. E serve non solo per l’Etiopia, ma anche come esempio e come possibilità di modello di qualità per l’Africa. Io vedo quest’istituzione come una mossa strategica, perché Addis Abeba, come voi sapete, è anche la sede dell’Unione Africana, è una specie di Bruxelles dell’Africa. L’Unione Africana cerca di portare un’unificazione del continente africano, per dargli più voce nel contesto internazionale. La sede di questa Unione Africana è appunto ad Addis Abeba, dove sta crescendo quest’istituzione che è l’Università Cattolica. Bene, io concluderei qui, perché abbiamo altri che parleranno più in dettaglio sulla natura di questa Università e su come storicamente si è sviluppata. Ma quello che volevo sottolineare a conclusione è l’ispirazione della storia dell’Etiopia, una storia millenaria, partendo dai tempi apostolici. Negli Atti degli Apostoli, c’è la pagina molto bella in cui il ministro della Regina Candace lascia Gerusalemme per ritornare in Etiopia e per strada viene raggiunto dal diacono Filippo, il quale gli si avvicina e gli dice: “Ma cosa stai leggendo?”. Stava leggendo il profeta Isaia, questo ministro, e non sapeva se quello che era scritto si riferiva a Gesù, a se stesso o ai profeti. E Filippo gli spiega che quello che sta leggendo è un’anticipazione degli avvenimenti che riguardano la vita di Gesù. Lo battezza e lui ritorna in Etiopia, dove si presume dia inizio a una piccola comunità cristiana, che porterà poi alla conversione del re Ezana e della sua corte e, come diceva il professor Barbieri, anche al conio della prima moneta nella storia che abbia la croce. Quindi, c’è stata questa lunga ispirazione cristiana che oggi prende una nuova forma: partecipare alla società, in maniera da educare, difendere i diritti delle persone, dare possibilità di crescita umana e spirituale, e in quella maniera veramente costruire un futuro che abbia senso per questa popolazione di 100 milioni di abitanti, perché mantengano la possibilità di vivere assieme in pace.

ROBERTO FONTOLAN:
Grazie. Grazie Eccellenza per il quadro che ci ha offerto. Ora, cercando di accelerare, voglio dare la parola a Padre Teklè Mekonnen, che parla un perfetto italiano, ha studiato in Italia e poi negli Stati Uniti e ha lavorato moltissimo nell’educazione, ed è proprio il Presidente di questa Università Cattolica dell’Etiopia San Tommaso d’Aquino. A lui do la parola per illustrarci un po’ le finalità e gli scopi di questo progetto.

TEKLÈ MEKONNEN:
Grazie. Prima di tutto vorrei ringraziare gli organizzatori di questo Meeting per avermi dato l’opportunità di presentare il progresso del progetto concernente la costruzione dell’Università Cattolica di Etiopia. Io non accennerò alla storia di Etiopia ma vado direttamente al ruolo della Chiesa nello sviluppo del Paese. Qual è il ruolo della Chiesa cattolica nell’aiutare a servire il prossimo? Pur essendo una esigua minoranza nel Paese, la Chiesa cattolica è da qualche tempo in primo piano a fornire l’assistenza sanitaria e l’istruzione a livello nazionale e locale. Come Monsignor Silvano ha accennato, la Chiesa cattolica gestisce ora più di 350 scuole, e nel settore della salute opera in 76 centri specializzati, cliniche e 4 ospedali a livello nazionale. Questo servizio sanitario raggiunge circa il 10% della popolazione. Le scuole cattoliche sono riconosciute dalla gente e dal governo etiopico come dei modelli di eccellenza scolastica per tutto il Paese, sia per la qualità educativa sia per le sue politiche inclusive, essendo aperte a tutti gli studenti senza distinzione di fede religiosa, etnica, estrazione sociale e sesso. Giusto mancava un’università che potesse essere un modello per le altre università locali, per dare un’opportunità di studio ad alto livello a quegli studenti che superano brillantemente il loro studio nelle scuole cattoliche che sono distinte per la loro superiorità accademica. Per citare qualche esempio, più del 90% degli studenti che lasciano le scuole cattoliche superano i requisiti delle università del Paese, una media altissima. Inoltre questi studenti riescono ad essere accettati nelle specializzazioni scelte, nella facoltà desiderata, come in genere è Medicina. Come è nata l’università? L’idea di stabilire un’Università Cattolica in Etiopia nasce dall’esplicita richiesta dell’allora primo ministro d’Etiopia Meles Zenawi a Sua Santità Giovanni Paolo II durante la sua visita in Vaticano nel 1997. Lo scopo era di realizzare un’università standard internazionale che potesse essere un esempio per tutto il Paese. Perché il Primo Ministro ha voluto un’Università Cattolica per il suo Paese? La ragione principale dietro la richiesta del Primo Ministro d’Etiopia è la fiorente esperienza positiva della Chiesa cattolica nel promuovere l’istruzione di alta qualità in Etiopia. Come descritto sopra, le scuole cattoliche si sono distinte per il loro alto contributo qualitativo nel Paese: l’illustre Primo Ministro etiopico voleva che si estendesse l’eccellenza accademica e l’ottima formazione dei giovani anche al livello universitario. Dietro la risposta positiva del Santo Padre alla richiesta del Primo Ministro, un primo atto formale di riconoscimento fu instaurato firmando il 30 novembre 2005 un accordo tra il governo etiopico e la Conferenza Episcopale della Chiesa cattolica in Etiopia. Questo accordo era accompagnato da concreti contributi da parte del governo, a dimostrazione dell’alto impegno del Paese verso la nascente Università Cattolica. In concreto, i contributi del governo erano: il dono di 60 ettari di terreno per la futura Università Cattolica nella città di Addis Abeba, la capitale di Etiopia; l’esenzione da qualsiasi imposta di importazione di beni e servizi diretti all’università; la concessione di permesso di lavoro per tutte le persone assunte per lavorare nell’università. Dopo la prima firma dell’accordo, i dirigenti della Chiesa cattolica, cioè la Conferenza Episcopale di Etiopia, l’allora Nunzio Episcopale etiopico arcivescovo Silvano Tomasi e altri amici della futura università, si adoperarono per trovare fondi iniziali per la costruzione dell’Ateneo, appellandosi a diversi enti internazionali. La prima istituzione che ha dato risposta positiva per questo appello fu la Conferenza Episcopale Italiana, CEI, con i cui contributi l’attività, sia nel campo della costruzione che didattico, iniziò nel 2008. Fino ad oggi, i fondi della CEI hanno permesso di iniziare la costruzione della prima parte dell’università e lo svolgimento didattico dei tre dipartimenti, cioè il laboratorio medico, l’assistenza sociale e l’informatica. Queste realizzazioni ci hanno dato soddisfazione e grande speranza. E vorrei ringraziare il popolo italiano e la CEI per la loro generosità e solidarietà. In continuazione con la sua opera di servire il Paese nel campo dell’istruzione, la Chiesa sta facendo un salto di qualità proponendo di offrire studi universitari tramite l’Università Cattolica. Questa università intende provvedere a servizi di qualità per tutti, senza distinzione di religione, etnia, estrazione sociale o sesso, e si propone di essere un modello per le numerose nuove istituzioni accademiche che sono lontane da essere centri di eccellenza. Quale è la situazione attuale al riguardo della struttura e dell’equipaggiamento? Il piano di sviluppo dell’università è predisposto in tre fasi. Il progetto della prima fase, approvato nel 2013, consiste nel costruire il nuovo campus nella terra donata dal governo, che copre 13500 metri quadri. Questa prima fase di costruzione comprende due facoltà, di Medicina e di Ingegneria, un dormitorio, mense e tutti i servizi necessari per svolgere le attività didattiche e ricerche applicate. Ancora una volta, grazie all’aiuto della CEI, i lavori della prima fase sono in avanzato stato di costruzione e si prevede che nel settembre 2015 l’Università aprirà formalmente i corsi di laurea di queste due facoltà, iniziando così la nuova vita dell’Ateneo che mira ad essere il centro di eccellenza accademico. La scelta di cominciare con due facoltà così impegnative è in pratica obbligatorio, perché queste sono le linee guida del programma nazionale elaborato dal governo.
In conclusione, anche se la nascente Università Cattolica è concepita come un’istituzione dedicata al servizio della popolazione etiopica, oltre a ciò è considerata un ateneo che contribuirà allo sviluppo di altri Paesi della regione. In particolare, si spera che l’università svolgerà un ruolo importante nel consolidamento della pace nel continente, operando con tante organizzazioni internazionali e regionali che hanno sede in Addis Abeba. I dirigenti della nascente università sono molto incoraggiati dalle personalità eminenti che vedono l’Ateneo in questa luce. Ultimamente, l’università ha ottenuto un forte sostegno morale da Sua Santità Francesco, che ha sollecitato la realizzazione dell’ateneo. Infatti il Santo Padre si è degnato di voler sapere il progresso del progetto quando ha ricevuto l’assemblea dei vescovi d’Etiopia a maggio del 2014. Dopo aver ascoltato i progressi dei lavori, si è appellato a tutti i potenziali benefattori perché sostengano generosamente la realizzazione dell’Università Cattolica d’Etiopia. Naturalmente noi siamo molto grati al Santo Padre e siamo fiduciosi che con la sua benedizione raggiungeremo presto lo scopo che ci siamo prefissi. Prima di concludere, vorrei esprimere la mia gratitudine a tutti coloro che ci stanno sostenendo nel costruire l’Università Cattolica in Etiopia. In particolare, vorrei ringraziare la Conferenza Episcopale Italiana, Sua Eccellenza l’Arcivescovo Silvano Tomasi, gli amici d’ECUSTA in Italia, Comunione e Liberazione e l’Università di Padova. Grazie.

ROBERTO FONTOLAN:
Avete sentito quanto impegno e tempo richiede lo sviluppo di un progetto così complesso, così importante e così decisivo. E avete sentito anche che c’è stato un ruolo importante della Conferenza Episcopale Italiana in questo progetto. Qui vorrei presentarvi ora il dottor Giuseppe Magri, che fa parte del Comitato per gli interventi caritativi a favore del terzo mondo della Conferenza Episcopale Italiana. Possiamo dire che anche lui è una persona che ha lasciato forse un po’ di cuore in Etiopia perché a sua volta ci è stato molti anni come volontario per alcune organizzazioni non governative. Si dà molto da fare ancora adesso, per questo nostro Paese così amico e così vicino. Prego.

GIUSEPPE MAGRI:
Sì, vorrei innanzitutto ringraziare per questa opportunità di presentare il lavoro che viene fatto attraverso il Comitato per gli interventi caritativi a favore dei Paesi del terzo mondo della Conferenza Episcopale della Chiesa italiana a sostegno di varie iniziative di carattere sociale che sono promosse a livello locale dalle Chiese, in particolare dalle Chiese nei Paesi del cosiddetto terzo mondo. Ormai il termine è superato, viene utilizzato non perché siamo anacronistici ma semplicemente per rispetto del dettato legislativo che è quello che riguarda la legge 222 dell’85, che ha rinnovato i Patti Lateranensi sulla base dei quali vengono raccolti i fondi dell’8 per mille, che in parte vengono destinati anche appunto ai progetti di solidarietà internazionale promossi dalla Chiesa italiana. Ecco, io mi ero preparato il mio intervento ma vedo che le necessità dei tempi stringono e voglio essere rispettoso. Vorrei anche esprimere il saluto del Presidente del Comitato, che è Monsignor Alfonso Badini Confalonieri e del Direttore del servizio, appunto preposto a questo Comitato, che è composto da dieci esperti oltre al rappresentante della Caritas e della Fondazione Missio, dell’ufficio nazionale della cooperazione tra le Chiese, sempre organi della Conferenza Episcopale Italiana: don Leonardo Di Mauro. Detto questo, cerco di riassumere i vari punti. Ne bastano due: uno riguarda da dove arrivano questi soldi, perché ci sono somme ingenti che sono necessarie per sostenere i progetti di una certa entità come nel caso di Ecusta, l’Università Cattolica di Etiopia. Questi fondi derivano dalla contribuzione volontaria del contribuente italiano. Presumo che almeno gran parte di voi abbia un reddito e che quindi sia tenuto ad esprimere la propria volontà di dedicare l’8 per mille della quota di tasse che paga ogni anno per devolverla alla Chiesa italiana, perché venga utilizzata anche a scopi di solidarietà internazionale. Quindi, non specificatamente per funzioni di carattere religioso, ma in particolare per scopi di carattere sociale. Tra questi, naturalmente prevale l’aspetto dell’educazione, poi c’è l’aspetto sanitario, c’è l’aspetto dello sviluppo agricolo e altre attività. Ecco, questo particolare orientamento di utilizzo dei fondi non sempre è ben inteso da quelle che vengono chiamate le controparti locali. Molto spesso sono le Chiese locali, anzi formalmente sono le Conferenze Episcopali locali, i partner prioritari che poi naturalmente sostengono i progetti che sono seguiti direttamente o da organismi missionari oppure proprio da strutture ecclesiali locali.
Non vengono ben intesi questi orientamenti perché spesso, trattandosi di denaro che proviene dalla Chiesa italiana, si immagina che sia utilizzabile per scopi religiosi, naturalmente. Faccio un banale riferimento a costruzioni di chiese, a finanziamento di attività di catechesi. Ecco, questo non è compito del nostro Comitato che, ripeto, ha funzioni di sostegno di attività di carattere sociale, e quindi, il denaro raccolto e assegnato a questi progetti non può essere utilizzato a scopo di attività religiose. Mi viene da dire che è anche ovvio: trattandosi di denaro pubblico in uno stato laico, non può essere usato per promuovere attività religiosa all’estero. Per l’altro aspetto, che riguarda più direttamente l’Università Cattolica dell’Etiopia, anch’io mi associo al ringraziamento fatto da Padre Teklè a Monsignor Tomasi per quanto riguarda la sua lungimiranza rispetto a questa idea che è nata qualche decennio fa: probabilmente non è così recente come può essere la concretizzazione dell’attività di costruzione dell’università stessa. E credo che l’impegno che la Chiesa italiana può garantire nel sostegno di questa iniziativa sia legato soprattutto al mantenimento di un livello di competenza che già è garantito per le persone, per tutto lo staff che sta seguendo il progetto, e nella trasparenza di quelli che sono gli impegni finanziari che sono obbligatoriamente associati, per cui ho il dovere morale ma anche civile di dare conto di quello che viene speso. Ecco, avendo garanzia di questo, io credo che la Chiesa italiana non abbia certamente alcuna remora nel garantire il proprio sostegno a questa grande e meritoria iniziativa che è l’Università Cattolica di Addis Abeba per l’Etiopia, e possa garantire il sostegno anche ad altri progetti di sviluppo, in Etiopia come altrove, anche di minore entità di investimento economico ma di impatto sociale sicuramente sempre molto importante, garantito com’è da organizzazioni che hanno la fiducia della Chiesa locale, perché hanno sempre e comunque l’appoggio delle Conferenze Episcopali locali. Grazie.

ROBERTO FONTOLAN:
Grazie, anche per aver chiarito il ruolo della Conferenza Episcopale Italiana e la possibilità che ha di sostenere progetti di questo tipo. Ora, vorrei infine presentarvi un ambasciatore, dirà poi meglio in cosa consiste questa sua attività diplomatica, il dottor Alberto Bertoldi, ambasciatore dell’Ordine di Malta, accreditato presso Addis Abeba e l’Organizzazione dell’Unione Africana. Dell’Ordine di Malta vi parlerà lui, l’ho detto addirittura in modo poco formale perché, in realtà, la dizione dell’Ordine è più complessa, piena di riguardo e più corretta, ma do subito volentieri la parola a lui per illustrarci qual è la natura di questo Ordine e che rapporto ha con questi progetti e con l’Etiopia.

ALBERTO BERTOLDI:
Gentili Signore e Signori, porto i saluti del Gran Cancelliere del Sovrano Ordine di Malta S.E. Albrecht Freiherr Von Boeselager, che mi invita a presentare alcuni tratti dell’attività umanitaria svolta dal Sovrano Ordine di Malta. Che cos’è il Sovrano Ordine di Malta? E’ il più antico Ordine religioso laicale della Chiesa cattolica fondato a Gerusalemme intorno al 1050 e riconosciuto come ente primario di diritto internazionale. Cosa significa? Significa, nella sostanza, che l’Ordine è riconosciuto dai Governi e che il suo Gran Maestro ne è il Sovrano. Possiamo dire che, pur non avendo un territorio (se non la sede del Palazzo Magistrale in Via Condotti a Roma e la Villa Magistrale sull’Aventino in Piazza Cavalieri di Malta, siti che godono di extra territorialità) è assimilato diplomaticamente ad uno Stato con un proprio Governo: il Suo Capo di Stato è riconosciuto come Sovrano nella persona del Gran Maestro Sua Altezza Eminentissima Fra’ Matthew Festing eletto ed in carica a vita. Il governo è formato dal Gran Cancelliere ovvero il Ministro degli Affari Esteri, il Gran Ospedaliere ovvero il Ministro della Sanità e della Cooperazione Internazionale, ed il Ricevitore del Comun Tesoro ovvero il Ministro delle Finanze, oltre al Gran Commendatore che è il superiore religioso dei membri religiosi dell’Ordine. Attualmente è accreditato diplomaticamente presso 104 Stati con propri Ambasciatori ai quali vengono riconosciute le stesse identiche prerogative attribuite agli altri Ambasciatori di Stati esteri accreditati presso quello stesso governo. Permettetemi, per dare una visione più completa, seppur sintetica, e per meglio comprendere l’attività diplomatica dell’Ordine, di aggiungere che esso gode anche di status di Osservatore Permanente presso le Nazioni Unite presso le sedi di New York, Ginevra e Vienna, ed è anche presente con proprie missioni di Osservazione presso le numerose Agenzie specializzate delle Nazioni Unite e presso le Organizzazioni internazionali. Ultimo in ordine temporale (gennaio 2014) è l’accreditamento in qualità di Permanent Representative (ovvero lo status riconosciuto agli Stati non Africani) presso l’African Union che è l’Organizzazione degli Stati Africani che ha sede in Addis Abeba. Ho esposto tutto ciò non per una autocelebrazione dell’Ordine ma per indicare come anche l’attività diplomatica sia uno strumento per il raggiungimento degli obiettivi dell’Ordine che si fondano principalmente su uno dei due principi cardine dell’Ordine, ovvero l’obsequium pauperum (servizio ai poveri).
Le relazioni diplomatiche consentono all’Ordine dei rapporti privilegiati con il Governo presso il quale è accreditato, oltre come dicevamo, alle altre 18 Organizzazioni Internazionali come la FAO e l’UNESCO, dando così all’Ordine la possibilità di intervenire con rapidità ed efficacia nel caso di disastri naturali o nelle emergenze causate da conflitti armati. Sul piano politico internazionale l’Ordine di Malta ha una posizione di piena neutralità, è imparziale e apolitico. Per questo l’Ordine può agire come mediatore tutte le volte che gli Stati si rivolgono per risolvere i propri contrasti. Questo è il senso vero dell’attività diplomatica dell’Ordine, un’attività che pone al centro della sua azione l’uomo, non avendo interessi di Sda difendere. L’attività umanitaria dell’Ordine è realizzata nel mondo con corpi di volontari in 33 Paesi, 25.000 dipendenti fra medici, paramedici, assistenti sociali, esperti di soccorso di emergenza, 80.000 volontari permanenti, 20 ospedali, 110 case di riposo, 1.500 ambulatori e posti di pronto soccorso, 55 accordi di cooperazione internazionale, 57 accordi postali con gli Stati.
Conosciuti sin dal Medioevo come ospitalieri, i membri, lo staff e i volontari dell’Ordine si prendono cura ogni anno di milioni di persone. Il valore annuale delle sue attività medico, sociali e umanitarie supera il miliardo di euro. Tra gli ospedali dell’Ordine melitense voglio ricordare, in Italia, il San Giovanni Battista alla Magliana specializzato nella neuro riabilitazione motoria con particolare riferimento alla riabilitazione dei pazienti post ictus e post traumatizzati con 500 dipendenti e 240 posti letto, e con una unità di risveglio all’avanguardia con day hospital che vede l’accesso di circa 600 pazienti per oltre 10.000 giornate di degenza all’anno. Anche grazie all’associazione dei volontari che opera all’interno della struttura, particolare attenzione viene prestata alla centralità del paziente, alla umanizzazione delle cure e alla salvaguardia della dignità umana, così come in ogni altro ospedale dell’Ordine nel mondo. Cito ancora solo l’ospedale dell’Ordine a Betlemme, aperto a pazienti di ogni fede religiosa, ove vedono la luce 3.000 bambini l’anno. In 35 Paesi del continente africano, l’Ordine cura direttamente ogni giorno migliaia di persone. Questa è la risposta che l’Ordine tenta di dare alle enormi emergenze e necessità che quotidianamente si presentano nel mondo tentando di non “lasciare solo l’uomo di fronte al suo destino”.
Non Vi parlerò ora specificatamente delle attività dell’Ambasciata che rappresento ad Addis Abeba, ma Vi dirò solo che siamo stati e siamo impegnati nella realizzazione di Health Centers e di scuole ritenendo che anche l’istruzione sia un passaggio obbligato per la promozione dell’uomo. Educazione scolastica, educazione al lavoro, educazione sanitaria. Di progetti in Africa ce ne sono molti e tutti, ritengo, fondati su valide motivazioni di solidarietà. In alcuni casi però essi possono essere frutto di emozioni che seppur assolutamente nobili non lasciano spazio a volte ad una progettualità razionale e di lungo respiro, ove le loro stesse sostenibilità non sono accuratamente ponderate. Si impone quindi una considerazione: la valutazione del progetto deve basarsi su una visione di largo raggio e, come dicevo, sulla sua sostenibilità nel tempo. E’ opinione della nostra Ambasciata, che opera in Etiopia, ed è accreditata anche presso l’African Union, privilegiare progetti che abbiano alla base queste caratteristiche. Ho avuto modo di parlare di ciò con S.E. Mons. Tomasi ancora quando era Nunzio Apostolico ad Addis Abeba e di apprezzare e condividere il suo progetto, seppur molto impegnativo, di realizzare l’Università Cattolica ECUSTA di Addis Abeba che rappresenterà un’eccellenza formativa non solo per i giovani studenti etiopi, ma per tutto il corno d’Africa. Il progetto ECUSTA nasce proprio per aiutare quelle popolazioni a guardare con speranza al proprio futuro, per consentire che tale speranza di rinascita, il desiderio di recuperare la propria identità, la voglia di ricostruire, non siano solo delle utopie, ma delle prospettive concrete. A tal fine, l’educazione è lo strumento più efficace, proprio perché dà direttamente alle comunità gli strumenti per essere protagoniste del proprio sviluppo culturale, economico e sociale, per loro stesse e per le generazioni future. Personalmente ritengo superata l’idea che in Africa ci si debba uniformare agli standard qualitativi locali. Se ci poniamo come interlocutori “alla pari”, dobbiamo avere lo stesso metro di misura, ovvero il nostro stesso standard qualitativo. Il concetto nostro di eccellenza dovrebbe essere lo stesso anche per loro.
L’esempio delle 365 High School gestite dalla piccola comunità cattolica rappresentano forse una delle best practices in questo senso. Un insegnamento universitario non può prescindere da questo “approccio culturale”. Ecco quindi che l’Università Cattolica, che si pone come obiettivo un’istruzione di eccellenza, non solo per l’Etiopia ma per tutto il corno d’Africa, non può che attrarre l’attenzione della nostra Ambasciata. Il progetto di costruzione dell’Università Cattolica dell’Etiopia, non è dunque di mero tipo strutturale, ma si propone la valorizzazione dei giovani, che rappresentano il 50% di una popolazione di circa 90 milioni di abitanti, attraverso l’educazione e nasce come un progetto didattico integrato proprio in virtù del ruolo centrale dei giovani e dell’integrazione delle diverse confessioni cercando di costruire la futura classe dirigente di un Paese che nella Geopolitica africana rappresenta una Bruxelles europea. A titolo personale, i miei collaboratori ed io, convinti dal motto Tuitio fidei et obsequium pauperum («difesa della fede e servizio ai poveri»), rimasto vivo nei secoli e rinnovatosi attraverso l’impegno in campo sanitario, in quello della protezione civile e in quello, più generale, dell’aiuto umanitario, crediamo, quindi, in questo progetto e nel limite delle nostre possibilità lo sosteniamo anche con un impegno diretto nel fare “rete”, ovvero coinvolgendo imprenditori ed operatori amici che possano aiutare finanziariamente o anche con prodotti di costruzione o accessori per la sua stessa realizzazione. Vi ringrazio dell’ascolto e vorrei chiudere con un auspicio e un augurio: arrivederci ad Addis Abeba.

ROBERTO FONTOLAN:
Grazie. Arrivederci ad Addis Abeba, per visitare l’università Cattolica dell’Etiopia. Questo è l’augurio col quale ci lasciamo. Abbiamo parlato, fatto un viaggio tra questi due grandi patrimoni, quello storico-religioso-artistico, così vivo e vitale, che ha generato una lunga storia di cristianesimo in Etiopia, e il patrimonio educativo. Abbiamo sentito questi numeri, effettivamente impressionanti, perché è vero che la comunità cattolica in Etiopia è veramente piccola ma è capace di un dinamismo, di una presenza e di una vitalità che sono impressionanti. Bene, ringrazio tutti i nostri ospiti, vi invito ancora una volta a visitare la mostra e a prestare attenzione a questo progetto dell’Università Cattolica. Grazie e buona giornata.

Data

27 Agosto 2014

Ora

11:15

Edizione

2014

Luogo

Sala Neri CONAI
Categoria