CULTURA, CAPITALE UMANO, UNIVERSITÀ: MOTORI DELL’ECONOMIA - Meeting di Rimini

CULTURA, CAPITALE UMANO, UNIVERSITÀ: MOTORI DELL’ECONOMIA

Cultura, capitale umano, università. Motori dell'economia

Cultura, capitale umano, università: motori dell'economia

In collaborazione con EMO MILANO 2015CEU (Centro Esposizioni Ucimu) e con CEC (The Notre Dame Center for Ethics and Culture). Partecipano: Shavar Jeffries, Public Policy Fellow at Notre Dame Center for Ethics and Culture; Mario Mariotti, Musicista e Interprete di EMOTION 2015; Stefano Paleari, Rettore Università di Bergamo e Presidente CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane); Pier Luigi Streparava, Commissario Generale EMO MILANO 2015. Introduce Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la Sussidiarietà.

 

GIORGIO VITTADINI:
Diamo inizio a questo incontro dal titolo “Cultura, capitale umano, università: motori dell’economia”. Il tema dell’educazione, del capitale umano, dell’introduzione al lavoro è un tema trattato in moltissimi incontri in questo Meeting, perché l’idea che l’Italia possa e debba ripartire attraverso un investimento in educazione, cosa che al Meeting ripetiamo da anni, è sempre più nelle nostre corde. E sempre più nella realtà. Forse questo è il cambiamento di politica economica più necessario, anche perché i tempi che avanzano sottolineano questa necessità. È uscito tre anni fa un libro di Enrico Moretti, docente a Berkeley, La nuova geografia del lavoro, in cui sancisce, dopo gli anni dell’orgia finanziaria, l’idea che il nuovo lavoro nasca solo dove ci sono idee. E’ la vecchia teoria del capitale umano della scuola di Chicago, per cui non è solo l’aumento di capitale di lavoro che porta allo sviluppo, ma è la qualità del lavoro. Siccome questo ci differenzia da altri Paesi in negativo, vorremmo rimetterlo a tema, anche con una scansione dell’ idea del capitale umano, che non sia solo meccanica ma che abbia a che fare con gli aspetti più creativi, più legati alla personalità nel loro complesso. Da questo punto di vista abbiamo voluto un parterre interessante, internazionale. Innanzitutto Shavar Jeffries, che è un docente della Notre Dame University, e è particolarmente esperto nel settore scolastico, nelle charter school. La domanda che faremo a lui è: che cosa vuole dire per la scuola, e a livello internazionale per un Paese che fa del capitale umano il suo punto di riferimento, l’investimento in questo tipo di scuole? Continuando il percorso anche in termini longitudinali, non si può non parlare di università. Il Presidente della CRUI, Stefano Paleari, è esperto di questo, innanzitutto in quanto Professore, perché lui ha studiato proprio dal punto di vista dell’ingegneria gestionale questi fenomeni di passaggio: l’idea di imprese che fondano il loro valore in questo investimento in capitale umano, e il sistema universitario come luogo che lo crea. È uno di quelli che si batte di più per far percepire al mondo politico la necessità di investimenti nel sistema universitario dal punto di vista della conoscenza. Ma non tratterà solo questo, mostrerà anche come abbiamo qualche altra emergenza, per esempio demografica, che ha a che fare con la creazione del capitale umano. Poi Pier Luigi Streparava, Commissario Generale EMO MILANO 2015: un’eccellenza internazionale, perché stiamo parlando del mondo delle macchine utensili. L’Italia è leader in questo settore, perché in esso non basta la quantità, ci vuole l’intelligenza, ci vuole la capacità di leggere il bisogno del cliente e qui il genio italiano dimostra che non è per niente in declino. Ci mostrerà l’importanza degli aspetti culturali, umani di conoscenza nei sistemi produttivi delle macchine utensili. Per finire, avremo tra noi Mario Mariotti, musicista e interprete di EMOTION 2015. Da lui avremo una descrizione del nesso tra bellezza e “produttività”, che potremo apprezzare stasera dal punto di vista operativo nel concerto che avrà luogo. Volevo salutare Passera, qui presente, perché è un grande amico del Meeting.

SHAVAR JEFFRIES:
Oggi vorrei parlare del fatto che viviamo in una economia basata sui talenti. La redditività dell’economia del mondo dipende da quanto noi investiamo sulle risorse umane. In parte vorrei anche concentrarmi sul fatto che dobbiamo re-immaginare l’istruzione pubblica affinché diventi un imperativo. Mi concentrerò sugli Stati Uniti: credo tuttavia che la nostra esperienza sia importante anche per i politici di tutto il mondo, che possono così ripensare all’istruzione nei loro rispettivi contesti per la loro economia. Recentemente c’è stata una Commissione nazionale che è stata istituita per valutare il nostro sistema dell’istruzione sulla base dell’imperativo dell’economia fondata sui talenti. La base è evidenziata in questa diapositiva, che sottolinea quello che è il messaggio principale che vi vorrei trasmettere oggi. La Commissione ha evidenziato che il principale problema del nostro sistema è che quest’ultimo è stato concepito per un’altra epoca, per un altro contesto, per altri obiettivi. Tradizionalmente negli Stati Uniti, il nostro sistema educativo è stato concepito per un’economia industriale. Oggi l’economia è diversa. Negli USA oltre il 70% dei posti di lavoro richiede una competenza specializzata. Solo all’inizio del XX secolo la corrispondente percentuale era del 5%. Oggi una persona all’età di quarant’anni ha già ricoperto dieci posizioni diverse. Il 75% dei posti di lavoro che crescono più rapidamente hanno bisogno di un’istruzione post secondaria. E viviamo oggi in un mondo “piatto”, caratterizzato dalla concorrenza internazionale, nella quale il cambiamento tecnologico va a sconvolgere molti settori, ambiti economici e tutto ciò richiede competenze molto più ampie per i singoli, affinché questi possano competere nel mercato del lavoro attuale. C’è un’evoluzione così rapida che negli Stati Uniti i posti di lavoro che vengono più richiesti, i dieci posti di lavoro più richiesti oggi, non esistevano dieci anni fa. Per contro, se guardiamo il passato, ciò che ha caratterizzato l’istruzione pubblica negli USA è che le scuole pubbliche sono state create in un’era progressista, un approccio che si adattava a tutte le situazioni. C’era per esempio una distribuzione degli studenti nelle classi basata sulle età. E una volta che si era all’interno di una classe per un periodo di tempo sufficiente, si passava poi alla classe successiva. Spesso e volentieri non si riusciva a interiorizzare la conoscenza necessaria: si doveva semplicemente trascorrere all’interno della stessa classe un tot numero di ore per tot mesi e poi si passava alla classe successiva. L’anno scolastico e la giornata scolastica erano organizzati sulla base del lavoro dell’epoca: quindi i ragazzi, quando uscivano dalla scuola, potevano successivamente andare a cercare lavoro e venivano impiegati. Gran parte di queste scuole pubbliche erano per così dire interscambiabili, i ragazzi potevano andare in qualunque scuola e il ragazzo poteva essere inserito all’interno di qualsiasi formato. In questo contesto, l’uniformità e l’efficienza venivano a prevalere rispetto alla flessibilità. Inoltre, gli obiettivi attesi erano diversi. Si prevedeva che pochi giovani dovessero uscire dalla scuola superiore, ancor meno studenti dal college. E in effetti le scuole pubbliche erano concepite per facilitare l’assimilazione culturale. All’inizio del XX secolo, negli Stati Uniti, c’era una forte presenza di immigrati e queste scuole pubbliche erano concepite per assimilare questi immigrati, al fine di far loro comprendere quello che significava essere un vero americano. C’erano delle implicazioni economiche basate sul contesto locale. Quindi gli imperativi del mercato del lavoro erano in linea con ciò che era richiesto a livello locale. Le scuole superiori seguivano lo stesso percorso e così i college. Gli Stati Uniti hanno perso posizioni da questo punto di vista: infatti i nostri concorrenti hanno fatto molto meglio di noi. Solo un terzo dei giovani americani riesce a laurearsi al college. Solo la metà dei giovani tra gli europei e gli asiatici. I tassi di frequenza sono scegli negli USA, quelli di laurea sono rimasti al 70% e gli studenti americani sono scesi alle ultime posizioni per quello che riguarda i risultati nel settore della scienza e della matematica. Uno degli imperativi di questa nostra nuova economia è che ci devono essere al momento sette milioni di posti di lavoro nella scienza, nella tecnologia, nell’ingegneria, nella matematica e anche nel settore delle tecnologie verdi, che non possono però essere coperti dagli Stati Uniti. Per quello che riguarda la stratificazione di classe etnica, il 10% dei ragazzi che provengono da famiglie di basso reddito, si laureeranno al college; circa la metà di afro-americani e latini riusciranno ad ottenere un diploma di scuola superiore e i ragazzi di colore rappresenteranno la maggioranza di coloro che andranno a scuola negli Stati Uniti entro il 2025. Quindi negli ultimi 20-25 anni, il Paese ha sperimentato una serie di approcci per far fronte a queste esigenze. Ci sono stati dei sistemi di finanziamento nell’ambito dei quali le scuole pubbliche hanno ricevuto forti finanziamenti. Poi c’è stato il cosiddetto “modello degli standard”, in base al quale sono stati definiti degli standard che avrebbero dovuto aumentare in maniera significativa nel corso degli anni. Recentemente è sorto un movimento che si basa sulla responsabilizzazione e la valutazione dei ragazzi, per verificare se questi riescono ad acquisire le conoscenze previste dal programma che è stato stabilito. Credo, tuttavia, sia importante sapere che gran parte di queste iniziative hanno cercato in qualche maniera di inserirsi in un contesto creato oltre cento anni fa. E quindi ci sono state poche iniziative di ripensamento della istruzione pubblica, che credo sia invece fondamentale in un contesto come quello attuale. Dal punto di vista della responsabilizzazione e della valutazione, abbiamo assistito all’approvazione di una legge federale, secondo la quale la valutazione deve essere estesa a tutti gli studenti americani e che prevede inoltre che i dati dei test vengano poi inseriti all’interno delle scuole e prevede anche che possano essere colmati nelle classi i divari più significativi e superate eventuali differenze etniche o demografiche. Questa legge, dal nome No Child Left Behind, ha previsto delle sanzioni significative per tutte quelle scuole che producono dei risultati che sono al di sotto di quanto previsto. Un elemento di questa legge è la comunicazione ai genitori dello status, della certificazione degli insegnanti. Inoltre, la legge ha consentito ai genitori la possibilità di trasferire il proprio figlio in una scuola dove i risultati sono migliori e, in circostanze estreme, la legge prevede anche la ristrutturazione di scuole che hanno risultati persistentemente negativi. Quindi la scuola può essere chiusa e la istruzione può essere assegnata ad un soggetto privato, oppure gli alunni possono essere assegnati ad un’altra scuola. Questo mi porta al tema di cui voglio parlare oggi, che è l’obiettivo verso il quale dobbiamo andare: il ripensamento di quella che è l’istruzione pubblica. La mia analisi, lo ribadisco, si basa sugli Stati Uniti, ma credo possa avere implicazioni interessanti anche per altri contesti. Ci sono stati dei tentativi per la ristrutturazione delle cosiddette “scuole magnete” con scuole che sono state gestite a livello tradizionale ma anche gestite secondo modalità che sono leggermente diverse da quelle tradizionali. Abbiamo assistito, per esempio, a scuole femminili piuttosto che a scuole solo maschili. Queste “scuole magnete” tuttavia hanno adattato quelli che sono gli elementi delle scuole tradizionali: gli anni scolastici e le giornate scolastiche tendono ad essere strutturati allo stesso modo, i libri di testo più o meno sono gli stessi, le dimensioni delle classi sono le stesse. Il che spesso richiede la necessità di assumere del personale aggiuntivo che potrebbe garantire un insegnamento ottimale. Inoltre, abbiamo assistito a delle iniziative in base alle quali ci sono dei contratti tra la scuola e dei soggetti privati, che devono tuttavia utilizzare gli stessi elementi delle scuole pubbliche: insegnanti che siano membri di sindacati oppure la necessità di possedere determinati requisiti intermedi circa la retribuzione piuttosto che lo status o le strutture singole. Le charter school pubbliche invece forniscono un contesto diverso: si tratta di scuole gestite da soggetti privati, nell’ambito delle quali il Governo dà il contesto generale. Questi contratti definiscono quelli che sono gli obiettivi, ma non gli strumenti per raggiungerli. Quindi garantiscono un livello di flessibilità consistente finché ci sia la possibilità di garantire che gli studenti siano adeguatamente preparati al contesto economico attuale, al mondo del lavoro di oggi. Le charter school hanno quindi più flessibilità nella gestione dei programmi, nelle modalità di assunzione e reclutamento degli insegnanti, nella responsabilizzazione degli insegnanti stessi, nella definizione delle retribuzioni, nella durata della giornata lavorativa, dell’anno scolastico. Queste organizzazioni sono più “imprenditoriali”. Sono più focalizzate sugli obiettivi degli studenti, perché non sono vincolate dalla inerzia istituzionale, tipica a volte delle scuole pubbliche. E abbiamo anche visto che sono stati conseguiti importanti miglioramenti: ad esempio, nello Stato di New York, il distretto che ha dato risultati migliori ha evidenziato questi risultati in scuole a Manhattan e in alcuni quartieri delle zone più difficili della città. C’è stato un recente studio fatto sulle charter school, che ha evidenziato che queste hanno dei risultati di gran lunga migliori rispetto a quelli delle scuole pubbliche. Inoltre, dal punto di vista della riforma strutturale realizzata, abbiamo assistito al fatto che molte scuole tendono ad essere abbastanza piccole, e questo ha evidenziato l’aspetto delle dimensioni delle scuole. Il Governo finanzia le scuole private per favorire la partecipazione. Questo dipende dai genitori e da quanto i genitori insistono sull’istruzione dei figli, però questi finanziamenti tendono a diminuire sulla base appunto delle dinamiche politiche dell’ultimo periodo del nostro Paese. Inoltre abbiamo assistito alla crescita di scuole cosiddette EMO, quindi gestite da enti per la gestione delle scuole. Quello che secondo me è più sensato, è che le scuole debbano proporre non lo stesso tipo di modello, al quale abbiamo assistito nel secolo scorso e che ha caratterizzato il sistema istruttivo degli Stati Uniti, ma un’istruzione basata su un portafoglio in base al quale ci sono degli obbiettivi ma c’è anche grande differenziazione e flessibilità al fine di far raggiungere certi obbiettivi agli studenti. È il distretto, è il Governo che funge da supporto e da sostegno per quella che è però la responsabilità degli altri, basata sui risultati. Le scuole vengono viste come unità di trasformazione, unità di cambiamento. Questo modello dà alle singole scuole e ai gestori, agli amministratori delle singole scuole, la possibilità di condurre le proprie operazioni sulla base di quelle che sono le esigenze dei ragazzi. E’ un modello che va a minimizzare il ruolo della burocrazia centralizzata, per raggiungere un miglior livello di flessibilità e migliori risultati. Da un punto di vista più tecnico, il distretto non dipende da quella che è la tipologia di governance: questo modello, indipendentemente dal tipo di scuola, favorisce la differenziazione. Quello che richiede il Governo è il risultato da parte degli studenti sulla base di quelle che sono le esigenze del mercato del lavoro, quindi il distretto, per così dire, favorisce una maggior diversità in termini di metodi per il raggiungimento degli obbiettivi didattici, e tuttavia il Governo ha anche il compito di garantire il raggiungimento delle esigenze del pubblico, quindi che si raggiungano quelli che sono gli obbiettivi dell’opinione pubblica in senso lato, non gli obiettivi governativi. Ciò non significa che i soggetti privati facciano tutto ciò che vogliono, ma che operino sempre nel rispetto del raggiungimento degli obbiettivi del Governo. Si vuole perciò creare un contesto nell’ambito del quale lo spirito innovativo, la flessibilità, la capacità imprenditoriale siano gli strumenti necessari per preparare i giovani a competere in una economia globalizzata. Abbiamo visto che questo approccio è in crescita in contesti come New York, Chicago, ma abbiamo comunque ancora molto da fare. Quello che ho voluto fare oggi è stato semplicemente condividere con voi alcune delle modalità con le quali negli Stati Uniti noi gestiamo le nostre scuole pubbliche, ma anche offrirvi degli spunti di attività futura, perché il modello tradizionale non è in linea con gli imperativi dell’economia attuale, non consente ai giovani di essere competitivi, e quindi dobbiamo in qualche maniera puntare sui nostri giovani, far sì che siano il più competitivi possibile. Sono veramente lieto di partecipare a questa conversazione e sono a vostra disposizione per rispondere a eventuali domande vostre, grazie.

STEFANO PALEARI:
Buongiorno a tutti voi, sono molto contento di essere qui al Meeting quest’anno, ringrazio Giorgio Vittadini e molti amici che mi hanno invitato. Parlare di un tema come quello che stiamo affrontando, per me è un motivo anche di sollecitazione, di provocazione, infatti ho cercato di fare una riflessione di carattere generale, perché noi dobbiamo partire dalle fondamenta. Poterlo fare davanti a chi è stato Ministro dello sviluppo economico, penso sia molto importante, perché il titolo, “motori dell’economia”, mi ha indotto a fare delle riflessioni che poi arrivano all’educazione, all’università, ma che partono da ciò che sta dietro. La prima considerazione è che noi operiamo una sottovalutazione anche culturale della realtà. Facciamo fatica ad accettare i numeri della realtà. I numeri sono come il mare, come il vento, levigano anche le pietre, le modellano, le modificano, le ristrutturano. Quando ho raccolto i dati sul numero di bambini nati dall’Unità d’Italia a oggi, mi sono accorto di una cosa, che lo scorso anno sono nati 502.000 bambini: nemmeno durante la guerra, quando avevamo i soldati al fronte, sono nati così pochi bambini. Noi abbiamo fatto un record, da economia di guerra, come se avessimo i soldati al fronte e una guerra molto impegnativa, più impegnativa di quelle disastrose che abbiamo vissuto tra il ’15-’18 e tra il ’39-’45. Lo scorso anno abbiamo fatto il record in senso negativo di bambini nati nel nostro Paese. Allora un calcolo molto approssimato: se noi campiamo 80 anni, e se continuiamo a far nascere 502.000 bambini, la nostra popolazione, in assenza di altri apporti, plana a 40 milioni di abitanti. Il 30% in meno di oggi e quindi a parità di PIL pro capite, il nostro PIL cala del 30%. Senza ovviamente che cali il debito pubblico che non è associato al numero di bambini che nascono, o alla popolazione, ma a quello che è stato fatto finora. Questo è il punto di partenza del nostro Paese. Non è solo un problema del nostro Paese, pensate, questa è una tendenza che è molto comune nei Paesi europei, però il nostro Paese ha la supremazia in questa tendenza. Vedremo quale potrebbe essere la risposta. Intanto smuovere una tendenza significa fare un discorso a lungo termine. Paradossalmente, ho sentito sempre tanto parlare di due cose, politica per la famiglia e politica per l’educazione, ma più se ne parlava, meno si faceva. In termini provocatori mi aspetto che il Governo non parli più di fare politiche per la famiglia, politiche per l’educazione, perché se vale la regola matematica, allora vuol dire che è il momento che si faccia qualcosa. C’è un inverno non solo demografico, ma anche industriale. Noi abbiamo perso negli ultimi sette, otto anni il 25% della produzione industriale. Gli altri Paesi dell’Euro sono ritornati sui valori, posto 100 al 2006, che c’erano più o meno nel 2006. Noi siamo quella linea sotto (grafico), e quindi vuol dire che noi abbiamo scalato di marcia e non abbiamo più ripreso quella marcia, e quindi che noi abbiamo distrutto in 7 anni il 25% della nostra capacità produttiva. Quando parlo di industria, dopo aver ascoltato l’intervento del collega americano, parlo di un industria in senso molto allargato, perché negli Stati Uniti l’università è industry. Certo non si può tradurre industry con industria, però il termine indica che fa parte di un sistema che deve contribuire allo sviluppo economico, che è parte integrante dello sviluppo economico. Se noi non recuperiamo questa parte che è stata distrutta noi, lo 0,7% di crescita del PIL ch c’è ora, è un miracolo e non serve assolutamente a niente. Sono andato a calcolare dal sito del Ministero dell’Università tutti i numeri dei ricercatori italiani degli ultimi sei, sette anni. Se noi abbiamo perso la metà dei bambini, nel senso che quando sono nato io nascevano un milione di bambini e ora sono 500.000, se abbiamo perso il 25% della produzione industriale, abbiamo perso anche il 15% dei ricercatori, e il 10% degli studenti. Questo in sei, sette anni. Diceva il collega americano che la competizione si fa sui talenti. Mentre noi diventavamo esportatori netti di talenti, la Cina diventava importatore netto di talenti. La Cina per la prima volta è diventato importatore netto di studenti. Sono di più gli studenti non cinesi che vanno a studiare in Cina, degli studenti cinesi che vanno a studiare fuori dalla Cina. Quando io ho fatto la mia carriera da ricercatore si diceva esattamente il contrario, cioè le position americane erano prevalentemente occupate da professori di origine asiatica, molti cinesi. Oggi c’è una sorta di reverse mobility in questa direzione. I percorsi che poi portano ad un determinato risultato partono sempre da questi numeri. Tre anni fa sono stato incaricato, insieme a una collega portoghese, Presidente dei Rettori europei, di visitare le università della Grecia, che stavano soffrendo un calo drammatico di studenti, di docenti, eccetera. Allora, lì, quando tu guardi il Partenone e l’Acropoli ti rendi conto che quello è un Paese che ha beni culturali che altri Paesi non hanno, ma non è sufficiente per salvarsi. Non è sufficiente dire “noi abbiamo tanti capolavori”, questo non è sufficiente, perché s’è visto poi che fine ha fatto quel Paese. Si parte da lì, dal trascurare la pianta quando è giovane. Inoltre c’è uno squilibrio generazionale impressionante. Questi due grafici vi riportano più o meno l’andamento degli stipendi nell’università tra chi ha iniziato a lavorare nel 1975 e oggi va in pensione, che è la linea in alto, e chi invece oggi inizia la carriera in università, la linea in basso. Posto a 100 il livello di ingresso, chi inizia oggi a lavorare all’università avrà uno stipendio massimo, se fa il massimo della carriera, molto inferiore alla pensione dei docenti che oggi sono in pensione. Quindi c’è uno squilibrio generazionale spaventoso che in Università vede una manifestazione evidente, ma non è solamente legato all’università. D’altro canto i numeri del nostro bilancio pubblico sono quello che sono. Questa è una vignetta che m’ha fatto una dottoranda di ricerca quando parlavamo di queste cose. Giorgio ricordava che mi interesso molto di questo, abbiamo dei dottori di ricerca che ci aiutano a studiare questi fenomeni di tendenza nell’area dell’education a livello mondiale; e questa dottoranda ha anche la passione della vignetta, e diceva: “Ho l’impressione che l’Italia sia un po’ come un canotto che ha delle falle, stiamo a galla fin tanto che c’è qualcuno che continua a pompare il canotto: il canotto sembra sempre gonfio, ma in realtà è un equilibrio tra l’aria che entra e l’aria che esce, e quando qualcuno smetterà di pompare il canotto, questo si sgonfierà perché non avrà la sua tenuta”. Guardate che cosa vuol dire questo per la contabilità pubblica. Cosa abbiamo fatto negli ultimi quattro anni? È inutile che vada a prendere gli ultimi dieci o quindici perché è ancora peggio. Negli ultimi quattro anni abbiamo aumentato la spesa corrente e ridotto la spesa per investimenti. Se guardate alla spesa per investimenti, abbiamo raggiunto il minimo storico. Abbiamo una spesa per gli investimenti che è l’1,5% del PIL. È tanto, è poco? Sono sempre abituato a fare dei discorsi un po’ da manovale, me lo perdonerete, anche se come il Presidente della CRUI dovrei essere più accademico, ma il 3% di investimenti, il 3% del PIL in investimenti vuol dire che io in 33 anni ricambio tutte le infrastrutture, perché d’altro canto le infrastrutture non durano mediamente più di 33 anni. Se io invece faccio l’1,5% d’investimenti, vuol dire che le devo cambiare in 70 anni, cioè non le cambio, le lascio deperire. Abbiamo minimizzato le spese per gli investimenti e aumentato la spesa corrente non puntando sul futuro e sui giovani. Abbiamo avuto, negli ultimi quattro anni, 22 miliardi di spesa corrente: 3 miliardi in meno di spesa per la scuola, 1,5 miliardi in meno per l’università e la ricerca. Abbiamo invece avuto 24 miliardi in più di spesa per prestazioni, di cui una grossa parte per la previdenza. Che cosa possiamo dire? Possiamo dire, usando un termine che abbiamo ascoltato negli ultimi mesi, che il verso non è ancora cambiato. Abbiamo cambiato verso? Not yet. Dobbiamo cambiare verso se vogliamo salvarci? Sì, per forza di cose. In questo senso io penso che la cosa più importante da fare sia quella di avere coraggio e il coraggio non è quello di far la rivoluzione. Una volta, scherzando, il Presidente del Consiglio ha detto “dobbiamo fare un cambiamento a 360°”, poi si è corretto subito, perché un cambiamento di 360° è un cambiamento che ti lascia nello stesso punto di partenza. Dobbiamo cambiare. Io penso che nel cambiare dobbiamo rifarci non a quel darwinismo sociale che noi descriviamo come elemento negativo, ma alla riflessione di Darwin come capacità di adattamento, come elemento evolutivo. L’equilibrio e l’evoluzione battono la rivoluzione. E l’equilibrio non vuol dire stare fermi, equilibrio vuol dire spostarsi da un punto all’altro, attraverso una linea evolutiva. Una ragazza, una volta, una ricercatrice, mi ha detto: “Quali sono, visto che tu parli di diritti, i diritti delle future generazioni, di quei bambini che non sono ancora nati?”. Ho risposto: “I diritti delle future generazioni sono i doveri delle presenti”. Noi come generazione presente abbiamo il dovere di pensare al futuro, di farlo con delle proposte concrete, e avere quel coraggio che questo Paese ha manifestato tante volte nella storia. Tante volte, lo ha ricordato Giorgio Vittadini in un intervista al Corriere qualche giorno fa, quando ha fatto l’esempio di Federico II di Svevia che, nel 1227, ha fondato l’Università degli Studi di Napoli. L’ha fatto perché gli serviva una classe dirigente per governare l’economia della conoscenza di cui parlava il collega americano. In quell’epoca era il campo della Giurisprudenza, oggi è il campo delle tecnologie, delle ingegnerie, delle scienze, ma non le scienze che confliggono con l’area umanistica perché, l’abbiamo visto prima con il riferimento alla bellezza, noi dobbiamo aver l’orgoglio di ricordare che nel made in Italy, dentro quelle parole, c’è il valore di una storia che accosta scienza e bellezza. Noi dobbiamo avere il coraggio che hanno avuto quelli che prima di noi, in circostanze ancora più avverse, hanno fondato quella che gli americani oggi definiscono l’istituzione più longeva del secondo millennio, l’università, che è nata in Italia nel 1088. Un altro esempio di coraggio è stato quello che ha portato alla nascita dell’Università di Pavia nel 1361. Galeazzo Visconti aveva conquistato la città nel 1359. In preda ancora all’impatto della Peste Nera, le case di Pavia erano quasi tutte vuote, e allora ha pensato che bisognasse fare qualcosa che investisse sul futuro. Così è nata l’università di Pavia. Oggi fortunatamente le università ci sono già, dobbiamo farle camminare insieme alla società, insieme alla comunità, avendo il coraggio delle scelte, perché diversamente noi potremmo cullarci per un po’, fare un’altra onda di surf, ma prima o poi arriverà l’onda che ci farà trovare dalla sera alla mattina con le gambe all’aria. Questo noi come classe dirigente non possiamo permettercelo e credo che questa sia forse la sede migliore per poterlo dire. Grazie per l’attenzione.

PIER LUIGI STREPARAVA:
Buongiorno a tutti! Grazie Professor Vittadini per averci invitato e grazie per l’introduzione, perché mi ha già quasi rubato la scena, nel senso che ha spiegato benissimo quello che io presenterò oggi: il tentativo che stiamo facendo per collegare la bellezza, per collegare la tradizione, il background di storia, di tradizione che abbiamo nel mondo e che abbiamo noi Italiani, trasferendolo direttamente nell’industria. Prima di fare il mio intervento, chiedo alla regia di mandare un filmato. Il filmato riguarda un evento molto importante che si terrà quest’anno a Milano dal 5 al 10 di ottobre e si chiama EMO: è l’Esposizione Mondiale della Macchina Utensile. E credetemi, quando diciamo “mondiale”, lo diciamo perché effettivamente è l’evento più importante che riguarda il mondo della produzione che si tiene ogni sei anni a Milano e negli altri ad Hannover. Tenete presente che una macchina utensile è la macchina per fare le macchine, perché quando pensate qualsiasi prodotto che vada dalla pala eolica, da un motore di un elicottero a un motore di un’automobile, deve passare attraverso un processo che comporta l’utilizzo di macchine utensili. Siamo molto orgogliosi di questo filmato, l’abbiamo presentato in più di quindici conferenze stampa che abbiamo fatto nel corso di quest’anno in tutto il mondo. Ed è un filmato dove si vedono cinque persone che vengono da tutti i continenti, che arrivano a Milano, visitano Milano e poi sono in attesa di qualcosa, che vedrete nel filmato. Prego, la regia.

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Ora spero di potervi lasciare anche io un piccolo spunto di riflessione in merito ad un tema, quello della cultura e, in particolare, della centralità della cultura nel nostro vivere quotidiano…
Sono Pier Luigi Streparava, commissario generale di EMO MILANO 2015, la più grande manifestazione mondiale dedicata all’industria costruttrice di macchine utensili, robot e automazione, che si terrà a Milano il prossimo ottobre e che solo Italia e Germania posso ospitare.
In questo consesso rappresento dunque chi purtroppo molto spesso nell’immaginario collettivo è considerato lontano – se non in antitesi – alla cultura e cioè il mondo dell’industria e dell’economia…
Ma perché mai l’industria, il commercio, l’economia, motori di sviluppo di un Paese, dovrebbero essere estranei alla cultura, ciò che più caratterizza l’uomo e la collettività?
Si tratta di un grave errore di visione e lo è ancora di più per gli Italiani la cui storia, le cui tradizioni sono ammirate e invidiate da tutti nel mondo.
La cultura è in ogni dove, in ogni luogo così come in ogni opera che l’uomo realizza perché la cultura è parte del nostro DNA. Dunque anche nel fare impresa, anche negli affari, questa è presente. Ma non sempre e non necessariamente è esplicitata.
Ad esempio nel settore delle macchine utensili – che UCIMU, l’associazione di settore che organizza EMO, rappresenta – l’aspetto della tecnologia apparentemente preminente si fonde con gli aspetti culturali, umani e di conoscenza.
Primo gradino della filiera produttiva, le macchine utensili, i robot, i sistemi di automazione sono quelle tecnologie, difficili da immaginare – poiché stanno nelle fabbriche – capaci di dare forma a qualsiasi oggetto in metallo ma anche di produrre altre macchine.
Pensate ad un’automobile, ad un aereo, al motore di uno scafo, agli elettrodomestici ma anche alle pale eoliche fino ad arrivare agli oggetti di arredamento, ai pezzi che vanno nel settore meccanico: tutti questi oggetti, che troviamo e usiamo nella vita di tutti i giorni, non potrebbero esistere senza l’intervento di una macchina utensile.
Ecco, in questo settore dove la tecnologia e la precisione sono asset fondamentali ma non unici, l’Italia recita un ruolo di primo piano occupando i primi posti nelle graduatorie mondiali di produzione e di export (dove si conferma quarta tra i costruttori e terza tra gli esportatori).
Quale è il segreto del successo dell’industria italiana di settore che riesce a competere con i big internazionali e, addirittura, a organizzare la manifestazione fieristica più importante per questo comparto che nel mondo vale 64 miliardi di euro?
Il segreto sta proprio nell’intervento umano, nel contenuto di conoscenza che ciascun operatore del settore mette in quello che fa, contribuendo ad accrescere il valore del prodotto che, nel caso del Made in Italy, ha un altissimo tasso di personalizzazione.
Creatività, elevatissimi standard tecnologici e forte customizzazione sono le caratteristiche che contraddistinguono l’offerta dei costruttori italiani che operano come fossero veri e propri sarti, capaci di lavorare la lamiera e il metallo come fossero tessuto, esprimendo al meglio la cultura tutta italiana dell’attenzione e della cura per il dettaglio.
Il risultato di questo modo di operare è sotto gli occhi di tutti ed è frutto della produzione di circa 400 imprese nelle quali operano circa 32.000 addetti che, con il loro lavoro quotidiano, la loro dedizione, le loro conoscenze, tramandate negli anni, contribuiscono all’affermazione del made in Italy nel mondo.
Ecco qui la cultura, intesa come insieme di valori, tradizioni, know-how, oltre che di conoscenze tecniche.
Se pensiamo al sistema di valori, il nostro settore esprime al meglio quelli del lavoro, della famiglia, dell’impresa come espressione di un progetto più ampio, al punto che i figli scelgono di percorrere la strada dei genitori e di proseguire sul tracciato segnato da chi li ha preceduti, a volte anche a dispetto delle proprie personali inclinazioni.
Noi lo chiamiamo l’onore di fare impresa, di esprimere ciò che siamo attraverso il nostro lavoro e la nostra dedizione. E devo dire che questo sentimento di attaccamento all’azienda e alla propria attività quotidiana non è presente soltanto in chi l’azienda la gestisce e in chi la possiede ma esiste anche nei lavoratori dipendenti.
Si tratta di ingegneri, tecnici progettisti, sviluppatori, addetti alla produzione, figure altamente specializzate e che per questo risultano essere la risorsa più preziosa, il vero capitale delle aziende del settore perché detengono il know-how e le conoscenze tecniche per dare continuità all’attività dell’impresa.
Le macchine utensili italiane sono il risultato del mix di questi fattori che dicono molto della nostra cultura, del nostro modo di lavorare e di essere.
Lo stesso discorso vale per la fiera EMO MILANO 2015 che UCIMU-SISTEMI PER PRODURRE organizza a Milano il prossimo ottobre.
Una fiera speciale anzitutto per il fatto che è itinerante e alternativamente ospitata da Hannover e Milano.
Avremo più di 1.500 espositori da tutto il mondo (42 paesi rappresentati), 120.000 metri quadrati di superficie espositiva, 12 padiglioni completamente allestiti all’interno del quartiere espositivo di Fieramilano e ci aspettiamo circa 150.000 visitatori da tutti e cinque i continenti. E poi ci aspettiamo molti giovani: 3.000 studenti di 200 classi per 100 istituti.
Si tratta di numeri davvero soddisfacenti per noi organizzatori che da almeno due anni stiamo lavorando perché quella del 2015 non sia solo un’edizione di successo ma un’edizione memorabile.
Forti dell’esperienza delle 5 edizioni passate già organizzate, quando circa tre anni fa ci siamo seduti intorno al tavolo per ragionare su cosa proporre in occasione dell’edizione 2015, ci siamo chiesti cosa potevamo fare di nuovo e soprattutto come potevamo valorizzare la
EMO italiana cercando di sottolinearne i punti di forza anche a confronto con l’edizione tedesca.
La domanda che ci siamo posti è stata: può un evento espressamente B2B presentarsi anche attraverso un’operazione di comunicazione volta a sottolineare aspetti che non hanno direttamente a che fare con l’oggetto del business? La risposta che ci siamo dati è stata affermativa.
E allora abbiamo deciso di puntare su quegli aspetti che più caratterizzano e distinguono gli Italiani: la cultura e l’arte.
Siamo maestri nelle arti e allora perché non ricordarlo al mondo?
Le nostre origini, la cultura le tradizioni, il patrimonio artistico, la predisposizione verso il bello, inteso nel senso più ampio del termine, sono l’humus del terreno in cui affondiamo le nostre radici. E’ di questo che ci nutriamo da quando siamo nati e, per forza di cose, di questo sono intrise le azioni, le opere, le attività che svolgiamo.
La grazia e la cura, oltre all’estro, espressi al massimo nelle opere artistiche, sono elementi presenti in tutte le nostre imprese.. perché non ricordare dunque al mondo chi siamo veramente?
EMO MILANO 2015 ci è sembrata un’occasione unica nel suo genere per ribadire le nostre capacità e le nostre competenze e contribuire così al rilancio dell’immagine dell’Italia all’estero.
L’idea è stata quella di promuovere questa edizione di EMO MILANO con un CD musicale che celebrasse il nostro Paese.
Tra le arti abbiamo scelto di puntare sulla musica per il suo linguaggio universale comprensibile da tutti i popoli, capace di unire e anche di elevare l’animo.
Abbiamo realizzato EMOTION una raccolta di 18 brani classici, tutti rigorosamente italiani, interpretati da un duo particolarmente efficace quale l’organo e la tromba. EMOTION, di cui vi parlerà tra poco Mario Mariotti, è stato distribuito in 7.000 copie in occasione di tutti gli incontri, i meeting, le conferenze stampa di presentazione di EMO MILANO 2015, organizzate in Italia e in tutte le principali capitali dell’industria mondiale.
Ai giovani musicisti, Fabio Nava (organo) e Mario Mariotti (tromba), qui con noi, abbiamo chiesto di operare una scelta che potesse al meglio esaltare l’estro e la creatività italiani.
Inoltre anche i luoghi dove è stato registrato il CD, alcuni centri minori lombardi, sono stati scelti nell’ottica di sottolineare il patrimonio culturale che ci contraddistingue.
In questo senso, il CD – oltre che evidentemente un cadeau per tutti coloro i quali lo ricevono – è un biglietto da visita, un modo per presentare l’Italia e l’edizione italiana di EMO attraverso le eccellenze del Paese che la ospita, certi che questa iniziativa possa rafforzare l’immagine del sistema industriale del nostro Paese presso gli operatori di tutto il mondo.
Al di là della qualità del lavoro, davvero eccellente, posso dirvi che l’album è stato molto apprezzato; non potete immaginarvi lo stupore e il gradimento delle persone al momento in cui l’hanno ricevuto: erano incuriosite e anche colpite per l’originalità dell’iniziativa
Questo ci ha fatto dire che l’obiettivo era raggiunto, soprattutto perché si tratta di un lavoro da veri professionisti.
Ma vorrei che fosse Mario Mariotti a spiegare le ragioni delle scelte musicali e dare indicazioni rispetto a questo splendido lavoro.
Intanto, sperando di avervi incuriosito, vi invito questa sera presso la Chiesa del Suffragio, nel centro storico di Rimini, alle 19. Quando Mario Mariotti e Fabio Nava riproporranno la gran parte dei brani musicali contenuti nell’album che consegneremo a tutti gli ospiti.
Grazie.

MARIO MARIOTTI:
Buongiorno a tutti, io sono molto onorato di essere tra i relatori di questa mattina e come potrete capire, la mia emozione è molto forte in questo momento, anche perché l’argomento che il professor Vittadini mi ha comunicato non è dei più semplici, in quanto la bellezza è un concetto altamente astratto. Ed io, mentre ascoltavo i relatori che mi hanno preceduto e anche pensando un po’ al progetto EMOTION 2015, ho cercato di dare una mia definizione di bellezza, perché, per parlare di un argomento, bisogna un attimo definire il campo in cui lo trattiamo. Ecco, a mio avviso la bellezza è questo: è il massimo appagamento che un determinato fruitore riceve da un determinato oggetto o concetto o processo produttivo. Essendo altamente personale, la bellezza è qualcosa che soltanto quella determinata persona che la riceve riesce a comprenderla. Ho parlato di un processo produttivo, perché la musica non è altro che un processo produttivo. La musica è un processo produttivo in cui si crea un insieme intelligente di suoni, ovvero un brano musicale – in quanto la musica di per se stessa non potrebbe esistere se non definita come un brano musicale, altrimenti è un insieme di suoni – è un insieme di suoni ma con una connessione intelligente. E quello che crea l’industria che cos’è? Deve essere un risultato intelligente di prodotti che abbiano una certa efficienza, quindi una certa bellezza dal punto di vista tecnico e tecnologico, per i fruitori che li ricevono. Altrimenti né musica, né processo industriale potrebbero avere un significato, senza il fruitore che li riceve e che trova insito in questi oggetti e in questi processi qualcosa di bello. Quindi bellezza e produttività, a mio avviso, non sono due concetti diametralmente opposti, ma sono due concetti che dialogano tra di loro e hanno sempre dialogato tra di loro. Il processo musicale, fin dagli albori, fin dalla musica scritta, a partire dal rinascimento, in particolare dal barocco, ci porta a capire come il fiorire di questa bellezza musicale fosse parallelo e dialogante con la costruzione di strumenti musicali che potessero essere in grado di produrre i suoni adatti a comunicare quella bellezza scritta su una partitura.
E non a caso abbiamo scelto con lo staff di EMO due strumenti – uno lo suonavo io – due strumenti importanti. La tromba, infatti, è il più antico strumento che esista sulla terra. Il corno suonato facendo vibrare le labbra, è lo strumento più antico che si conosca sulla terra, dopo la voce umana logicamente. E l’altro è l’organo, uno strumento antichissimo, che dimostra la grande maestria degli artigiani, soprattutto italiani – l’Italia è piena di organi, non esiste praticamente alcuna chiesa che non abbia un organo. Ora, la produzione di questi strumenti è da sempre un dialogo tra la bellezza musicale, tra la bellezza di una concatenazione intelligente di suoni, e la bellezza che può scaturire da un’attività manifatturiera, artigianale. Quindi cosa si è andati a scegliere? Si è andati a scegliere una serie di brani rappresentativi del mondo musicale italiano, a iniziare dai brani stampati nel ’500/’600, fino ad arrivare ai grandi compositori del giorno d’oggi, passando per quello che è stato forse il periodo più aureo della musica italiana, quello del melodramma del periodo romantico ottocentesco. Il dialogo tra questi due strumenti, tra tromba e organo, risale alla notte dei tempi, non è un invenzione nostra, ed è utile per cercare di trasmettere un concetto come quello della bellezza messa in dialogo con il concetto di produttività.
Non ultimo, visto che il nostro concerto è ospitato all’interno del Meeting di Rimini, non ultimo mi sembrava intelligente, insieme al mio collega Fabio Nava organista, ricollegarci ad un concetto espresso da una persona, da un personaggio, da un filosofo, musicologo, oltre che logicamente un prelato, don Luigi Giussani, senza il quale probabilmente forse neanche lo stesso Meeting di Rimini sarebbe esistito. E lui, essendo anche un musicologo – tra l’altro aveva curato un’edizione discografica a partire dal 1997, “Spirto Gentil” – ci ha in qualche modo fatto dono di un suo concetto, quello di raggiungere tramite la musica, grazie alla musica, “la bellezza infinita”. Grazie a tutti per l’ascolto, e spero di ritrovarvi al concerto questa sera.

GIORGIO VITTADINI:
Ieri sera abbiamo avuto un incontro con Carter Smith, Jeffries ed altri dell’Università di Notre Dame. Perché lo dico qui, introducendo la sintesi che sto facendo? Perché quello che abbiamo sentito oggi è il superamento dell’idea che su certe cose, come l’educazione, il capitale umano, il tipo di scuola, esista qualcosa di italiano e qualcosa di americano o di altro. Esiste una nuova cultura che ha superato i confini, come ricordava Paleari, che ha superato le ideologie, e da una visione larga, anti-ideologica, viene l’idea che prima di tutto bisogna educare delle persone ed istruirle, che questa è una necessità che supera l’idea ideologica della scuola come periodo di addestramento delle persone per poi produrre. E’ invece la creazione di una persona, che è ancora di più del concetto di capitale umano. E questo può avvenire solo in una scuola libera, autonoma, gestita insieme ai soggetti che educano. Quindi il superamento dell’idea che la parte iniziale della vita, dell’istruzione sia appannaggio di uno Stato che governa dei cittadini e l’affermazione che i cittadini stessi, insieme alle famiglie, alle istituzioni, costruiscano il percorso d’istruzione. È interessante notare che ormai queste idee sono condivise, magari non ce se n’accorge, ma c’è un pensiero, un certo movimento mondiale che arriva alle stesse conclusioni. Quante volte ci siamo detti, in questi anni, le cose che ha detto Jeffries. Questo è il soggetto del cambiamento, di questo nesso tra educazione, capitale umano e sviluppo, perché Moretti, che non è mai venuto al Meeting di Rimini, che ha tutta una cultura di un certo tipo, dice le stesse cose. Allora capiamo che il ritardo, di cui parlava Paleari, le emergenze demografiche, educative, sono emergenze e ritardi non rispetto ad un dibattito politico italiano ma rispetto ad un mondo che cambia, che ha superato gli stereotipi ideologici in cui l’Italia è ancora dentro, stereotipi ideologici che sembrano riportarci certe volte a prima dell’’89: una destra incapace di cultura, ed una sinistra legata allo Stato, allo statalismo. Questi sono i ritardi veri dell’Italia, i ritardi culturali rispetto ad un pensiero non strettamente cattolico necessariamente, ma un pensiero liberale, cattolico, progressista, che c’è a livello mondiale. Quello che ricordava Paleari, quelle questioni, sono il vero punto su cui c’è un ritardo. Io l’ho detto a tutti i Ministri della Pubblica Istruzione che sono venuti qui negli ultimi anni, ripetendolo e non sempre con molto successo. E d’altra parte, come diceva Streparava, la forza dell’industria italiana è questa creatività, questa innovazione, in cui parte è dovuto alla genialità, parte all’educazione, parte a una capacità di superamento degli stereotipi della cultura umanistica. Un grande, un famoso sociologo diceva, qualche anno fa, che bisognava studiare i Fenici solo per capire Luna Rossa, che non bisognava più studiare la storia: ci fu un tentativo di riforma che aveva queste caratteristiche. Capite come siamo lontani? L’umanesimo ti permette di capire la macchina utensile, perché la risposta al bisogno di una persona creativa è una cosa anche bella. Certo un’idea di bellezza che non è un’idea apollinea, fuori dalla realtà. Ma la bellezza del lavoro, la bellezza della costruzione, la bellezza di qualcosa che intelligentemente risponde. Quindi ha ragione lui nel dire che queste idee hanno bisogno di substrato. Cos’è il substrato di cui si ha bisogno? Non è chi inventa la politica economica e ti dice cosa devi fare, ma chi ti libera da lacci e lacciuoli; chi ti fa discutere dell’energia dicendo: forse dovremmo trovare il modo per spendere meno del 30% in più e distribuire la gran parte del reddito tra lavoro e capitale e non tra qualcosa che rischi di essere una rendita – perché questo cuneo fiscale è in gran parte una rendita -, per permettere almeno di concorrere alla pari, di non avere le imprese che corrono i cento metri con l’elastico, per cui quando arrivano a 70 e gli altri sviluppano la velocità, devono tornare indietro. Allora, concludendo, voi capite il senso della bellezza. Noi dobbiamo superare questi stereotipi, l’utile e la bellezza. Milano è interessante. Guardate che negli ultimi anni Milano, che era la città dell’utilità dell’abitare, ha deciso di essere anche bella. I milanesi sono entusiasti per la Darsena, vogliono vivere in un posto che è bello e utile. Questi due concetti non possono più separarsi. Dobbiamo rifiutare questa falsa modernità che è la separazione tra il bello e l’utile. Una cosa è utile se è bella, e una cosa è bella se è anche utile. E’ utile sentire un concerto. Cos’è l’utilità? L’utilità è semplicemente un parametro finanziario? No, l’utilità è qualcosa di più grande. E quindi andiamo volentieri a questo concerto, ma andando a questo concerto andremo a vedere EMO.
Agli italiani, ma non solo agli italiani, piace profondamente la Fiera del Mobile, la Fiera dell’Artigianato, EMO, come gli piace andare alla scala o sentire un concerto. D’altra parte, io, che sono milanese, mi ricordo il nonno della Fiera dell’Artigianato, dell’EMO, che si chiamava Fiera Campionaria, che era una grande festa, perché uno andava a veder dalla gru alla vacca, c’era di tutto, e vedeva il bello dell’essere italiani. Io penso che noi dobbiamo recuperare questo, che non è più il bello dell’essere italiano, ma è il bello di abitare il mondo in un altro modo, insieme a Notre Dame, insieme agli americani, insieme a chi ha questa visione, che è la post-modernità. Grazie!

Data

24 Agosto 2015

Ora

11:15

Edizione

2015

Luogo

Sala Neri CONAI
Categoria
Incontri