“CUCIRE LA SPERANZA” - Meeting di Rimini
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“CUCIRE LA SPERANZA”

“Cucire la speranza"

Interviene Rosemary Nyirumbe, Missionaria in Uganda. Introduce Melisa Polo Friz, Studentessa di Medicina all’Università degli Studi di Milano-Bicocca.

 

MELISA POLO FRIZ:
Buonasera a tutti , benvenuti a questo incontro dal titolo “Cucire la speranza”. E’ il titolo di questo appuntamento ma è anche il titolo del bellissimo libro pubblicato da EMI, editrice missionaria italiana nello scorso settembre, proprio per poter permettere di conoscere e incontrare la storia di Rosemary. Suor Rosemary che siamo contentissimi di avere qui stasera e che accogliamo con un applauso. Benvenuta!
Da studentessa all’ultimo anno di medicina, pensando a questa sera ero un po’ , appunto quasi in difficoltà a pensare come introdurre un personaggio così importante e interessante. Per fortuna mi è venuto incontro papa Francesco con il messaggio che ci ha mandato, infatti diceva: “ Riguadagnare la propria eredità è un impegno a cui la madre chiesa chiama ogni generazione E il Santo Padre invita a non lasciarsi spaventare da fatiche e sofferenze che fanno parte del cammino. Non ci è concesso guardare la realtà dal balcone, né possiamo rimanere comodamente seduti sul divano a vedere il mondo che passa davanti a noi in televisione . Solo riguadagnando il vero , il bello, il buono che i nostri padri ci hanno consegnato , potremo vivere come un’opportunità il cambiamento d’epoca in cui siamo immersi, come occasione per comunicare in modo convincente agli uomini la gioia del vangelo”. E’ una sintesi perfetta del motivo per cui abbiamo invitato qui stasera suor Rosemary perché è proprio una testimone convincente della gioia del Vangelo, pur dentro le fatiche e le sofferenze di cui ci racconterà lei stessa . La sua è una vita proprio donata ad accogliere e ridare dignità a migliaia di ragazze martoriate, mutilate e picchiate e spesso anche costrette a scappare dalla propria casa, a uccidere a volte i loro famigliari perché sequestrate da un gruppo di guerriglieri ugandesi che si è diffuso e ha diffuso la sua violenza nella parte nord dell’Uganda proprio dalla fine degli anni 80 fino all’inizio del 2000. Questo gruppo addirittura, giusto per dare qualche dato, ha costretto più di due milioni di persone a lasciare le proprie case e ha rapito quasi 100000 bambini. E’ proprio in questo contesto che suor Rosemary vive e trascorre gli anni della sua giovinezza. Proviene da una famiglia cattolica e fin da piccola si distingue per le sua abilità e la sua intelligenza ma soprattutto anche per la sua fede. Leggendo appunto il suo bellissimo libro pubblicato da Emi la prima cosa che mi ha colpito è stato proprio il legame stretto con il titolo del Meeting di quest’anno , perché nella sua storia è stato evidente che solo se il nostro agire è fondato sulla certezza della fede, può costruire, può ridare speranza anche in questo contesto così difficile. Mi ha permesso anche di capire un po’ meglio l’immagine che è stata scelta come simbolo del Meeting: questa immagine plastica di un albero con delle solide radici, proprio perché tutte le opere , le iniziative, ci racconterà lei, che sono incominciate in questi anni. E’ evidente che questa opera variopinta non può che essere sostenuta da queste solide radice che è appunto questa fede che Rosemary vive. Questa fede che si vede fin da piccola perché alla sola età di 15 anni decide di diventare religiosa entrando a far parte della congregazione delle suore del sacro Cuore di Gesù. Si laureerà in ostetricia e in infermieristica e poi non contenta, diciamo una donna ambiziosa, ha deciso anche di laurearsi e di ottenere anche un master in etica dello sviluppo. Ma la storia di cui ci parlerà stasera incomincia nel 2001 quando prende la guida della scuola di Santa Monica a Gulu, che è proprio la città dell’epicentro delle violenze di questo gruppo di guerriglieri . E’ lì che suor Rosemary incontra le prime di queste ragazze di cui ci parlerà stasera e in particolare con una di loro si accorgerà del dramma che queste bambine hanno subito e quindi decide di implicare tutte le sue energie ad accogliere, ad offrire loro la possibilità di ricominciare. Come possono ricominciare? Proprio attraverso il lavoro. Per cui insegna loro a cucinare, a cucire, per cui attraverso il lavoro cerca di offrire loro una possibilità di riscatto, di cucire appunto queste ferite che queste ragazze hanno. La professionalità della scuola di Santa Monica si è diffusa molto velocemente, infatti i prodotti di queste ragazze vengono venduti in tutto il mondo e alcuni prodotti possono essere acquistati già qui al Meeting per cui la fama si diffonde in tutto il mondo e addirittura è è stata nominata eroe dell’anno dalla CNN nel 2007 e nel 2014 Time l’ha inserita tra le cento personalità più influenti del mondo. Da notare che solamente due di queste personalità sono cattoliche: una è il papa e la seconda è Rosemary. Per cui, diciamo, non perdiamo altro tempo, lascio la parola a lei. Raccontaci, Rosemary, la tua storia e da dove ha origine la tua opera.

ROSEMARY NYIRUMBE:
Sono veramente felice ed emozionata di trovarmi qui oggi. Direi che questo è il pubblico più numeroso che ho mai avuto modo di incontrare in Italia. L’anno scorso ho già speso molto tempo, viaggiando per l’Italia per la promozione di questo libro: “Cucire la speranza”. E’ davvero sempre interessante, perché quando parlo di quello che facciamo, parlo di donne e bambini e subito ci sono delle domande che mi vengono fatte. Perché parla solo di donne? Mi chiedono. La risposta è semplice: le donne sono madri. Le madri hanno figli maschi e femmine. Questi sono i figli che crescono giorno dopo giorno. Dal 1986 al 2008 l’Uganda del Nord è stata colpita da una terribile situazione di guerra che era stata iniziata dai ribelli dell’Esercito di Resistenza del Signore. La motivazione di questi ribelli era quella di ripristinare i Dieci Comandamenti. Chi conosce i dieci comandamenti sa che ce n’è uno che dice “non uccidere”, ma i ribelli hanno in effetti infranto tutti e dieci i Comandamenti. Questi ribelli prelevavano i bambini e le bambine, che erano il loro obbiettivo, e li facevano diventare dei giovani soldati, soldati-bambini, ma le bambine per loro erano più interessanti perché potevano svolgere due funzioni: diventavano schiave sessuali, venivano violentate e offerte in premio ai comandanti di questi miliziani. Alcuni di questi bambini venivano presi dalle loro famiglie, a due o tre alla volta da un’unica famiglia, e molto spesso queste bambine venivano violentate di fronte ai loro genitori che non potevano fare nulla per difenderle. Quando si muovevano per il paese insieme a questi miliziani i bambini erano obbligati a trasportare carichi molto pesanti e non potevano lamentarsi, non potevano dire che erano stanchi. Se si lamentavano, perché erano stanchi, i miliziani dicevano agli altri bambini di uccidere i bambini che si lamentavano. Questo era un modo per portare avanti una sorta di campagna del lavaggio del cervello di questi bambini. Questi bambini, infatti, si convincevano che non sarebbero mai stati accettati se fossero riusciti a scappare e a tornare a casa. Dopo alcuni anni di prigionia molti bambini cercarono di scappare e riuscirono a tornare a casa, ma non vennero accolti come speravano. Questo soprattutto valeva per le bambine, perché spesso rimanevano incinta. Devo dire che ho sempre ammirato moltissimo queste giovani donne, perché avevano avuto il coraggio di fuggire insieme ai loro bambini. Tornare a casa per loro significava che i loro bambini erano un modo di ricordare sempre il loro periodo di schiavitù. Questi bambini diventavano, in un certo senso uno stigma di quello che era accaduto a queste ragazze e le famiglie stesse di queste bambine non le accettavano insieme ai loro figli. Ecco che qui appunto ci si chiedeva: quali sono le radici di questi bambini? I padri di questi bambini erano assassini e queste giovani donne, che erano state vittime di violenza, che erano state obbligate ad uccidere addirittura i loro parenti, i loro cari, si trovavano ad essere nuovamente vittime nella società libera. Quindi portavano dentro di sé questo senso di colpa che non le abbandonava mai. Vi racconterò ora la storia di una ragazza, Sharon. Se avete avuto la possibilità di leggere il libro, avete letto proprio della storia di Sharon, di quello che Sharon racconta. Era stata rapita insieme alla sorellina minore. Ad un certo punto si trovarono a dovere attraversa un fiume. Sharon implorò i miliziani di aiutarla a trasportare dall’altra parte la sorellina e i miliziani le dissero che doveva scegliere tra la vita di sua sorella e la sua, altrimenti sarebbero morte entrambe. Quindi Sharon fu costretta a fare a pezzi sua sorella. Mentre uccideva sua sorella (questo è quello che raccontò in un secondo momento) sentiva come se stesse uccidendo se stessa. Ho cercato di aiutare Sharon ad aprirsi; la lasciavo parlare, la ascoltavo con attenzione. All’inizio Sharon non voleva parlare di quello che le era successo. Aveva paura che non l’avrei perdonata, ma le dissi che non c’era bisogno che io la perdonassi, perché solo Dio ci può perdonare, completamente. La morte di Gesù Cristo sulla croce ha lavato via le nostre colpe e i nostri peccati, compresi quelli di Sharon. Questa testimonianza del sangue di Cristo sulla croce e l’accoglienza e l’amore che sono stati dati a Sharon, l’hanno aiutata a superare questo suo stato. La incoraggiai ad imparare a leggere e a scrivere. Lei seguì il mio consiglio ed ora è una persona completamente diversa. E’ riuscita a ricucire le sue ferite, si è perdonata e ora è sposata e ha due bellissimi bambini. Lei stessa è bellissima. Uno dei nostri obiettivi è sempre stato quello di aiutare queste giovani donne. Noi volevamo che si sentissero parte, non di una scuola, ma di una famiglia, in un’atmosfera di completa accettazione, dove venivano amate per quello che erano con il loro doloroso passato alle spalle. Venivano abbracciate con compassione ed amate. Quando capii che moltissime ragazze avevano bisogno di questo tipo di accoglienza, feci un annuncio sulla radio pubblica, invitando queste ragazze a venire da noi; le nostre porte erano aperte. Il mio annuncio era chiaro: nell’annuncio dicevo che dovevano venire insieme ai loro bambini. Dovevano venire così, nelle condizioni in cui si trovavano in quel momento anche se erano in gravidanza o se comunque erano state violentate. E ho trovato questo coraggio proprio perché avevo questa mia esperienza di ostetrica nel passato. E in effetti noi abbiamo proprio cercato di mettere in pratica quello che è il dogma delle suore del Sacro Cuore di Gesù che dice: Vivi l’amore nella verità. Ecco, questo per me è stato il momento in cui ho veramente messo in pratica e vissuto questo dogma. Avevamo imparato, o avevamo dovuto imparare a vivere con una nuova generazione di persone indicando loro una strada verso un futuro di speranza. Conoscendo il loro passato doloroso, abbiamo dovuto imparare a conviverci, abbiamo dovuto diventare madri, insegnare loro come imparare ad amare, ad amare questi bambini che erano il frutto di una situazione dolorosa, di grandi sofferenze. Questa è stata la situazione più difficile per noi. Accompagnarle quindi, sul loro cammino garantendo loro che avrebbero potuto ricostruirsi una vita, che la loro vita avrebbe potuto essere ricucita e che anche loro, come stralci di stoffa che sono stati strappati, potevano essere ricucite. Naturalmente questo richiedeva moltissima pazienza, non è mai stato semplice per me trovare le parole più giuste per convincere queste giovani donne che non dovevano incolpare se stesse per quello che era accaduto, per gli atti atroci che erano state obbligate a commettere. E credo che questo tipo di perdono debba essere dimostrato nella pratica; queste giovani donne si sentivano abbandonate da Dio per i peccati che avevano commesso. Abbiamo dovuto dimostrare loro che Dio le ama così come sono. Un’altra sfida per noi è stata lavorare con queste persone senza risorse. Abbiamo dovuto cercare il modo di trovare delle risorse, abbiamo dovuto veramente lavorare davvero fisicamente insieme a queste persone, insegnando loro l’importanza, ma anche l’etica del lavoro. E così mi resi conto che non ero pronta, non ero preparata, perché anche per me era molto difficile gestire questa situazione. Mi mancavano le competenze professionali perché ero diventata un punto di riferimento per queste giovani donne e non sapevo cosa fare. Avevo i miei diplomi, le mie lauree, ma non servivano a nulla in quella situazione. L’unico diploma che mi serviva davvero era quello della compassione. Un diploma di accettazione e amore. Ho dovuto cercare in me tutte le conoscenze che possedevo, non avevo grande esperienza, ma ho dovuto basarmi su quello che è il dono intrinseco di Dio. E per me questo significa essere presenti nella vita di queste persone, ad accompagnarle lungo il loro cammino. Un cammino che puntava verso un futuro di speranza. Questa era una situazione in cui la fede veniva messa in pratica e non solo predicata. Lavorare con queste madri bambine. Per loro S. Monica era stata la prima scuola a cui erano state, l’unica scuola cattolica che accettava le ragazze con i loro bambini; ragazze in gravidanza, erano tutte accolte nello stesso modo nella nostra scuola. Abbiamo dovuto chiamare delle madri con esperienza perché aiutassero queste ragazze. E in questo modo siamo riusciti ad aiutare queste ragazze a ricucire le loro ferite. In più le ragazze sapevano che i loro bambini erano in un posto sicuro perché temevano fortemente che la comunità avrebbe visto in questi bambini solo i figli di assassini e quindi le madri si sentivano minacciate. Sapevano che la gente si sarebbe vendicata sui loro bambini. S. Monica è diventata un porto sicuro per queste ragazze. Era difficile capire se veramente avevamo preso la strada giusta. L’idea che avevo in testa era un approccio olistico della persona umana che si sta sviluppando, che si sta evolvendo. E questo, nel tempo, mi ha aiutato a sviluppare anch’io il mio io. Abbiamo insegnato a queste ragazze quelle che sono delle capacità semplici attraverso diverse attività che erano molto utili perché in futuro rendevano queste ragazze autonome. Abbiamo dovuto insegnare loro quella che è la lezione per il loro futuro, quindi essere più innovativi. Abbiamo dovuto improvvisarci imprenditori. Volevamo che queste ragazze partecipassero proprio fisicamente in tutte queste attività. E così abbiamo deciso di portare avanti questo progetto di cucito, di filato, abbiamo insegnato a queste ragazze i rudimenti dell’agricoltura, abbiamo insegnato a cucinare, e anche molto bene – io stessa sono un’ottima cuoca, ve lo dico – e sono riuscita a convincere queste ragazze a imparare a cucinare. Dicevo a queste ragazze: “a tutti piace mangiare e tutti abbiamo fame tutti i giorni, quindi questo è il lavoro giusto”. E in effetti gli ho detto: “ricordate che coloro che mangiano non moriranno mai”. Assistere queste persone che avevano subito dei traumi, che erano state respinte, questo, ecco, significava agire un passo alla volta e trovare il modo migliore per reintrodurle ancora nella società e sono stata orgogliosa di annunciare, o meglio, sono felice di potervi dire che oggi le persone che vengono a visitare il nostro centro di conferenze potranno gustare la cucina di queste ragazze. Quindi, queste ragazze hanno imparato, per esempio, a fornire servizi di catering, ma dovevano comunque pagare per il cibo che mangiavano. Così cominciarono ad essere apprezzate, un po’ alla volta, e alcuni cominciarono a offrire loro possibilità di lavoro; coloro che non trovavano il lavoro venivano assunte da noi e noi le incoraggiavamo ad avviare delle piccole aziende. I nostri studenti vengono trattati con molto amore: io dico loro sempre di puntare alla perfezione e dico loro che non accetto nessun tipo di spazzatura. Quindi io sono “il controllo qualità” di tutto quello che fanno e quindi per provarvi che sono davvero “un controllo qualità” vi mostro quello che facciamo con l’immondizia. Quando sono entrata sono certa che abbiate pensato che ero una modella. Questa borsa è fatta di materiale di riciclo e questo è molto significativo per le mie ragazze, perché una volta anche loro sono state rifiutate come immondizia. E con molto lavoro e molta pazienza, vedete, questo è il risultato bellissimo. Usando ago e filo. E dico sempre alle ragazze che il passato è passato e che il loro futuro non sarà definito dalle loro sofferenze passate. Voglio che queste ragazze camminino a testa alta, con dignità per tutto il resto della loro vita. E se vedete qualcuno che lavora con così tanto impegno, beh, qui c’è amore e c’è dignità. Una cosa che ho sempre detto loro è: “amate i bambini che vi sono stati dati da situazioni dolorose, sono l’immagine del Signore, indipendentemente dal modo in cui sono venuti al mondo”. Quello che è successo nelle vite di queste giovani deve ricordare a tutti noi quanto impegno dobbiamo ancora utilizzare per poter interrompere finalmente il ciclo della violenza. Dobbiamo lavorare tutti per costruire la pace e dobbiamo sapere e ricordare che questa è una situazione che potrebbe avvenire ovunque e non dimentichiamo che questi giovani hanno diritto a un futuro migliore grazie a voi e grazie a me. Questo tema che vediamo me lo ricorda in modo profondo: i nostri giovani in Uganda, i bambini nati in prigionia, hanno un’eredità in Dio, hanno un’eredità nel Regno di Dio ed il titolo di questo Meeting lo mette in evidenza. Possono ritornare ad occupare quel posto che Dio ha loro assegnato quando li ha creati. Vorrei che tutti voi ricordaste che ciascuno di voi può fare molto per cambiare la vita di questi giovani. E non dovete dire “non posso farlo perché la situazione è troppo imponente, troppo difficile”, ma si può iniziare facendo delle piccole cose, fate un passo alla volta e ricordate che se salvate una donna, un bambino alla volta, avrete già fatto molto. Quindi, se dopo avermi ascoltata non farete nessun passo in questo senso, se non leggerete il libro “Cucire la speranza”, non saprete perdonarvi, perché non state interrompendo il ciclo della violenza. Non è certo un’opera shakespeariana questo libro. Quando vedete la mia fotografia sul retro, dimenticatevi di me, ascoltate invece le voci che sono nel libro e lasciatevi coinvolgere da questa situazione. E grazie, grazie per la vostra attenzione.

MELISA POLO FRIZ:
Leggevo in queste settimane un libro, che magari alcuni di voi conoscono, di Paul Claudel. Mi ha colpito una frase, dice: “santità non è farsi lapidare in terra di pagania o baciare un lebbroso sulla bocca, ma fare la volontà di Dio con prontezza. Si tratta di restare al nostro posto o di salire più in alto”. Mi veniva in mente pensando a quello che ho letto nel libro, ma ancor di più dopo questa sera, perché è proprio uno dei punti di gratitudine rispetto a questo incontro con Rosemary, non tanto perché ciascuno di noi debba andare in Africa o partire, appunto, ma perché ciascuno di noi può vivere autenticamente la propria fede, così come ci ha testimoniato Rosemary. E questa gioia, questa allegria, questa pienezza di vita che abbiamo visto stando con lei questa sera è possibile per ciascuno di noi. Mi veniva in mente in questi giorni di Meeting, magari qualcuno di noi frigge, altri puliscono i pavimenti o presentano una mostra o magari qualcuno è venuto solo in giornata, ma ciascuno di noi ha la possibilità di vivere intensamente il reale, quello di tutti i giorni e la pienezza, la letizia, come abbiamo visto nella sua vita anche di fronte ai dolori che ci sono nella vita è proprio data da questa disponibilità ad ascoltare la voce del Signore, così come ci raccontava Rosemary. E questo genera, l’abbiamo sentito, anche una libertà una instancabilità, una creatività nell’assecondare quello che il Mistero ci dà, nel non partire con il nostro progetto ma andar dietro a quello che succede. Ma questo, mi colpiva anche adesso risentendo quello che ci raccontava e questo sguardo che ha investito la sua vita e quindi ha potuto investire quelle di queste ragazze, è possibile solo, come stiamo un po’ capendo in questi giorni di Meeting, desideriamo ogni giorno, ci implichiamo ogni giorno in questo lavoro di riguadagnare ciò che abbiamo ricevuto. Concludo leggendo due righe di don Giussani, che dice: “il vero problema della santità cristiana non è la scelta di un atteggiamento da avere nel mondo, ma il riconoscimento di qualcosa che ci è accaduto e ci si è donato e ci muta giorno per giorno l’atteggiamento e il volto. Il nostro valore – così come quello di queste ragazze – il nostro valore sta nella realtà oggettiva di questo “accaduto” cui aderire, da cui lasciarsi penetrare. La chiave di volta non è un poggiare su di sé – e questo è evidente nella sua storia, nella sua fede – non è un poggiare su di sé, ma aderire a qualcosa che è apparso nella carne”. E allora, dando due avvisi, penso che possa essere non una formalità quello che vi sto per dire adesso, ma possa essere veramente la possibilità per capire nel concreto cosa vuol dire aderire nella carne a questo fatto che ci ha investito, a questo incontro per cui ciascuno di noi è qui. Ed è la possibilità reale di contribuire donando quello che abbiamo, senza il problema della quantità ma, come ci diceva lei, di non essere indifferenti, di poter dire: “io”. Troverete nei padiglioni le postazioni. Vi ricordo che le donazioni dovranno avvenire unicamente presso i desk dedicati, dove sarete accolti da volontari che indossano la maglietta verde con su scritto “dona ora”. Gli ultimi due avvisi, un po’ l’abbiamo anticipato prima, poi voi non ci vedete, però sono veramente bellissime, non so… guardatele, sono stupende. Le borse sono disponibili qua fuori dal padiglione e potete comprare anche il libro sia qua fuori, sia in libreria. Inoltre suor Rosemary ci ha fatto questo regalo: si è resa disponibile per incontrare chiunque lo desiderasse domani dalle 16 alle 17 allo stand della mostra “Una Chiesa in uscita” in A5 e, invece, dalle 17 alle 18 presso la libreria del Meeting sarà disponibile per firmare le copie di tutti coloro che avranno deciso di comprare il libro. Ringraziamola ancora con un applauso.

Data

23 Agosto 2017

Ora

19:00

Edizione

2017

Luogo

Salone Intesa Sanpaolo B3
Categoria
Incontri