COSA SIGNIFICA FARE IL GIUDICE DELLA CORTE COSTITUZIONALE? - Meeting di Rimini
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COSA SIGNIFICA FARE IL GIUDICE DELLA CORTE COSTITUZIONALE?

Cosa significa essere giudice della Corte Costituzionale?

Cosa significa essere giudice della Corte Costituzionale?

Partecipano: Marta Cartabia, Vice Presidente Corte Costituzionale; Sabino Cassese, Giudice Emerito Corte Costituzionale. Introduce Joseph Weiler, Presidente EUI (European University Institute).

 

JOSEPH WEILER:
Buonasera a tutti. Dire che Sabino Cassese è un gran giurista è minimizzare perché è lo studioso più completo che conosco. Essendo uno studioso completo, è anche il giurista più completo perché è uno storico, un filosofo, un sociologo. Lui ha scritto più libri di quanti articoli abbia scritto io. E’ un amministatalista, che faceva il Giudice Costituzionale, un costituzionalista che ha inventato il global administrator, cioè un internazionalista che capisce veramente il potere perché anche amministatalista. E tanti sono gelosi di lui: possiamo accettarlo come amministatalista, anche come costituzionalista, pensano, ma come giudice internazionale, quello no. Oggi è un Giudice Costituzionale emerito. Per noi è un grande vantaggio, perché forse può anche parlare con un pochino più di libertà. Ha scritto un bellissimo libro, un diario sui suoi nove anni alla Corte Costituzionale. Vi assicuro che non è necessario essere giurista per leggere Dentro la Corte. Diario di un Giudice Costituzionale. E’ un osservatore molto fine e acuto. E allora, è un gran piacere averlo per la prima volta al Meeting, certamente non per l’ultima volta. Poi c’è la nostra Marta Cartabia, Vicepresidente della Corte Costituzionale italiana, la migliore studentessa che abbia avuto. Allora, vorrei cominciare e chiedervi: come si diventa un giudice della Corte Costituzionale? Ci spieghi il meccanismo? Una domanda anche personale: come sei diventato Giudice della Corte Costituzionale tu? Dopo questa domanda, una piccola riflessione sul sistema italiano, se è ottimale nello scegliere i Giudici Costituzionali, se è possibile anche fare proposte. Va bene? Allora, come dice Carrón, questo è il primo blocco. Chi vuole cominciare? Come sei diventato Giudice della Corte Costituzionale?

SABINO CASSESE:
Me l’ha chiesto una persona alla quale non potevo dire di no, Carlo Ciampi. In secondo luogo, sono convinto che le cariche pubbliche non si inseguono, non si sollecitano ma non si rifiutano. Però c’era anche un motivo più di fondo, avevo la sensazione come studioso che la Corte Costituzionale nella quale sono entrato fosse un po’ timorosa, avesse bisogno di un po’ di coraggio. E forse Ciampi mi chiedeva di essere coraggioso.

JOSEPH WEILER:
Quelle nomine sono fatte dal Presidente della Repubblica, che ha il privilegio di nominare cinque giudici. E gli altri dieci?

SABINO CASSESE:
Gli altri dieci: cinque sono eletti dalle Supreme Magistrature, Corte di Cassazione, Corte dei Conti, Consiglio di Stato, poi ci sono quelli eletti dal Parlamento in seduta comune. Da questo punto di vista, ti devo dire che il Parlamento dovrebbe eleggerne tre e sta ritardando ormai da più di un anno. Passando alla tua seconda domanda, penso che sia una delle migliori Corti Costituzionali del mondo, perché deriva la sua legittimazione da organi diversi. Pensa agli Stati Uniti, è sempre il Presidente con la Corte del Senato, invece in Italia questa diversità di provenienza è importante. C’è una cosa interessante: la Costituzione chiede dei requisiti comuni, professori universitari di Diritto, giudice o avvocato con vent’anni di esperienza. Però chiede anche la diversità, nel senso che dà questo compito di nomina al Presidente della Repubblica, al Parlamento in seduta comune e alle Supreme Magistrature. Quindi, c’è questo concetto di omogeneità-diversità nel modo in cui si accede alla Corte.

JOSEPH WEILER:
Tu, Marta, sempre la più giovane?

MARTA CARTABIA:
Sempre la più giovane. Beh, la mia nomina ha qualche connessione con questo luogo, perché sono stata nominata dal Presidente Napolitano credo una settimana dopo la sua visita al Meeting nel 2011, dove l’ho incontrato per la prima volta quando facevamo un incontro sui 150 anni dell’unità d’Italia. Non saprei dire se c’è un nesso o meno con questa visita.

JOSEPH WEILER:
Lei non sa che è venuto al Meeting per metterla alla prova.

MARTA CARTABIA:
Sì, per venire ad ascoltarmi e vedere se avevo tutti i requisiti! Sicuramente non era una ipotesi nei miei pensieri. Ero appena tornata da un bellissimo anno alla New York University, stavo facendo lavoro accademico e non era una carica né inseguita né perseguita, neanche – devo dire la verità – immaginata, benché per uno studioso di Diritto Costituzionale sia un po’ il compimento di un possibile sbocco di carriera, perché occuparsi della Corte Costituzionale è veramente un aspetto interessante. Ma era assolutamente fuori dai miei orizzonti, assolutamente non immaginato. Come ci si arriva? Perché scelti e per una serie di motivi.

JOSEPH WEILER:
Napolitano ti ha detto perché ti ha scelto?

MARTA CARTABIA:
Sì, me l’ha detto, spero di non rivelare cose troppo segrete.

JOSEPH WEILER:
Questo vuol dire che, essendo ora un Giudice della Corte, la vicepresidente, Marta deve essere più riservata. Perciò, Sabino.

MARTA CARTABIA:
Quando non posso parlare io, passo la parola a Sabino, che ormai è un uomo libero e può dire tutto quello che c’è da dire sulla Corte. Ma a quel colloquio Sabino non aveva assistito, quindi posso solo testimoniarlo io. Sicuramente aveva fatto delle considerazioni sul mio curriculum di costituzionalista, in particolare quelle aperture al Diritto Europeo Internazionale Comparato che ho imparato dal mio maestro, qui accanto a me, sin dalla più tenera età. Sicuramente ha avuto un grande peso il fatto che io fossi una donna, perché all’epoca i quindici, o meglio quattordici giudici che c’erano alla Corte, erano tutti uomini. Quindi, il Presidente Napolitano aveva deciso che non poteva mancare una presenza femminile, tanto che poi lo ha ribadito con le nomine successive, quando ha nominato Daria De Pretis, Lettrice all’Università di Trento, che avrebbe voluto essere qui con noi oggi ma ha avuto un impedimento. Comunque, Napolitano ha ribadito la sua sensibilità al fatto della presenza di alcune donne, quindi sicuramente questo elemento ha avuto un peso. L’ultimo aspetto significativo del tipo di persona che mi ha nominato è che, nel momento in cui mi ha comunicato questo suo pensiero, mi ha detto che secondo lui una delle caratteristiche che deve avere un organo come la Corte Costituzionale, che giudica le leggi ed ha un potere enorme d’impatto sulla vita del Paese, è che devono essere rappresentate dentro quella istituzione tutte le anime, tutte le culture, tutte le voci che fanno parte della società civile. La mia voce, secondo lui, era chiaramente identificabile ed era una voce mancante, in quel momento. Questo insieme di fattori, il curriculum, il fatto di essere donna, il fatto di avere un’identità abbastanza chiara lo avevano indotto poi a fare ricadere la sua scelta su di me. Direi che non c’è una ricetta o una strategia per diventare Giudici Costituzionali, ci si può trovare ad un certo punto in un tornante della storia in cui qualcuno ti identifica come la persona da mettere in quel luogo. Nient’altro.

JOSEPH WEILER:
Ho sempre pensato che Giorgio Napolitano fosse un grand’uomo. Ho una ragione in più per pensarlo, questa scelta.

MARTA CARTABIA:
Lo è, lo è.

JOSEPH WEILER:
Rispetto alla Corte Suprema americana, c’è questa diversità tra magistrati e nomina del Presidente nel processo di selezione: ne siete contenti o si può pensare anche a migliorare? Ci sono debolezze? Qualcosa da commentare?

MARTA CARTABIA:
Direi che sono d’accordissimo con quanto ha detto Sabino Cassese prima, circa il felice incrocio di diversità di esperienze accumunate dallo stesso linguaggio giuridico. A differenza di altri Paesi, per esempio il Conseil Constitutionnel francese, in cui siedono a giudicare anche dei non giuristi. Da noi, invece, un requisito per poter fare parte della Corte Costituzionale è di avere maturato un’esperienza giuridica già abbastanza significativa: avvocati con più di venti anni di servizio, di esercizio, magistrati delle giurisdizioni superiori o professori ordinari. Il che significa che c’è una formazione, un linguaggio, un punto di vista comune che permette di dialogare dentro un collegio così grande come quello della Corte, formato da quindici persone. Questa mi pare una scelta felice che non toccherei. C’è invece, nella storia della Corte Costituzionale, una difficoltà ricorrente a cui accennava anche prima Sabino, che è il ritardo con cui il Parlamento sostituisce i giudici in scadenza. Il nostro mandato dura nove anni. Finiti i nove anni, qualunque cosa accada, si esce dalla Corte Costituzionale e il seggio resta vuoto fino a quando l’organo che è chiamato a rieleggere completa la procedura di nomina. Il Presidente della Repubblica e le Magistrature spesso operano la loro scelta addirittura prima della fine del mandato del giudice da sostituire. Con il Parlamento è più faticoso. Attualmente, stiamo lavorando in dodici da molti mesi. L’ultimo giudice ad essere uscito dalla Corte per la gioia e il bene di tutto il Paese è il Presidente Mattarella che, come voi sapete, era nostro collega fino al giorno in cui è stato eletto Presidente della Repubblica, quindi da fine gennaio. Ma alcuni giudici mancano addirittura da più di un anno, dal giugno 2014. Accade frequentemente che il Parlamento non trovi accordi, che non trovi la persona con cui sostituire il giudice uscente. Altre Corti affrontano questo problema, per esempio il Tribunale spagnolo, prorogando la carica dei giudici precedenti, ma anche questo ha qualche elemento di problematicità. Lavorare a ranghi ridotti impoverisce la Corte e secondo me è un elemento da affrontare, non so se attraverso un cambiamento di regole della procedura di selezione o semplicemente con una maggiore sensibilità. Perché il Collegio funziona bene quando è al suo completo, altrimenti una componente prevale sull’altra ed è sbilanciato quello che invece è un equilibrio molto felice dentro la Corte Costituzionale. Ma non so se Sabino è d’accordo su questo.

SABINO CASSESE:
Concordo pienamente con te e faccio rilevare una contraddizione singolare. La Corte Costituzionale giudica le leggi. Le leggi sono fatte dal Parlamento. È proprio il Parlamento che è in ritardo a nominare i componenti della Corte Costituzionale che sono giudici delle leggi. E quindi, in un certo senso, questo è anche un atteggiamento suicida da parte del Parlamento. Ma non è solo questo che si può dire. È che il Parlamento così non adempie ad un compito, ad un dovere, ad una responsabilità che ha. Quindi, anche io penso che sia veramente un punto grave, che non riguarda solo questo ritardo ma i ritardi che si sono accumulati anche in anni precedenti. E’ un fatto ricorrente della nostra storia.

JOSEPH WEILER:
Comunque mi piace anche il sistema di nominarli per nove anni e poi basta. Primo, perché c’è un rinnovamento continuo. Se penso alla Corte Suprema americana, a volte vanno direttamente dalla Corte al cimitero. Da questo punto di vista, penso che il sistema italiano sia migliore della tradizione anglosassone che spesso nomina il giudice a vita. Il secondo blocco: cosa fate? Dal punto di vista del pubblico, si pensa che la Corte Costituzionale protegga i diritti fondamentali annullando la legge: almeno, quelle sulla libertà dell’individuo sono le sentenze che arrivano nelle prime pagine dei giornali. Ma in realtà, in che cosa consiste il vostro lavoro? Cosa fate, a parte proteggere i nostri diritti? Comincia Marta.

MARTA CARTABIA:
Va bene. Diciamo che storicamente è vero che una delle ragion d’essere di una Corte Costituzionale è proprio quella di tutelare le libertà. Voi sapete che, tra tutte le istituzioni pubbliche, le Corti Costituzionali sono quelle inventate più di recente, sono una creazione continentale. Bisogna fare un distinguo. Le Corti Costituzionali nascono e si diffondono soltanto dopo il secondo Dopoguerra, quindi dopo la metà del XX° Secolo. Prima non esistevano Corti Costituzionali, cioè dei giudici che, anziché giudicare persone o casi controversi riguardanti la vita dei privati o il rapporto con la Pubblica Amministrazione, giudicassero essenzialmente le leggi. Un giudice un po’ paradossale, che anziché applicare le leggi e farle rispettare, ha come oggetto del suo giudizio la legge. Perché è nata questa esigenza? In realtà, il giudizio sulle leggi nasce molto prima, negli Stati Uniti all’inizio del 1800, ma secondo un modello completamente diverso. In Europa nasce, si radica e si diffonde dopo le varie ondate di totalitarismi. In Italia e Germania, subito dopo la fine della seconda Guerra Mondiale, in Spagna e Portogallo alla fine delle loro forme di Stato autoritario e poi in tutti i Paesi del Centro e dell’Europa dell’Est, quando cade la cortina di ferro. Quindi, c’è qualche cosa che è storicamente legato alla Corte Costituzionale come presidio di tutela dell’individuo, della sua libertà, rispetto al potere. Perché quell’epoca storica è un’epoca che mette in rilievo il più grande paradosso della storia, cioè che le leggi possono essere ingiuste, che non basta osservare le leggi, che c’è qualche cosa a cui anche la legge positiva si deve sottomettere. Quindi, come diceva Cappelletti, in fondo una Corte Costituzionale ha la sua anima nell’essere giurisdizione costituzionale delle libertà. Resta il cuore, e per questo fanno più scalpore le decisioni che hanno a che fare con i diritti e con le libertà delle persone. Ma la verità è che le funzioni della Corte Costituzionale sono molto più numerose e non sempre giudicare le leggi significa intervenire negli spazi di libertà dei cittadini: dipende qual è l’oggetto delle leggi. Per esempio, dico solo due cose, non vorrei fare una lezione introduttiva di giustizia costituzionale. Quello di cui si occupa prevalentemente la Corte Costituzionale italiana negli ultimi anni – da quando sono entrata io, ormai quattro anni fa -, o almeno una quota molto significativa di casi, sono controversie che riguardano i rapporti tra lo Stato e le Regioni, delimitare le competenze, decidere a chi spetta fare che cosa tra lo Stato e le Regioni, garantire la forma regionale dello Stato. Questo occupa una quantità enorme delle nostre sedute. Non saprei dirvi esattamente la percentuale ma direi che ci aggiriamo intorno all’80% dei casi, dove a volte ci sono questioni importanti, altre volte sono questioni minute che riguardano il calendario venatorio oppure sistemi vari di smaltimento dei rifiuti o la sanità, moltissimi aspetti che toccano a 360° la vita sociale attraverso questo filtro del rapporto Stato-Regioni. E poi, sulle prime pagine dei giornali, Joseph, negli ultimi tempi non vanno tanto i diritti, in Italia, ma le decisioni della Corte che hanno un grande impatto economico. Questo è sicuramente il grande tema che sta impegnando la Corte Costituzionale, anche costringendoci un pochino a riflettere sui nostri strumenti di decisione. Perché un nesso così forte tra diritto ed economia, tra diritto e bilancio pubblico, tra diritto e finanza pubblica? Semplicemente perché negli ultimi anni moltissima parte dell’agenda politica è stata dominata da interventi legislativi che si sono dovuti occupare, per le ragioni note a tutti (la crisi, le richieste europee e quant’altro), di risanare i bilanci pubblici. Quindi, se questo è l’oggetto della legge negli ultimi tempi, questo è l’oggetto che viene anche portato all’esame della Corte Costituzionale. Non solo diritti, non solo libertà, ma anche tanta finanza pubblica, economia, bilanci e quant’altro.

JOSEPH WEILER:
Sabino, Marta ci ha appena spiegato che i soggetti del vostro lavoro come Giudici Costituzionali sono le leggi. Le leggi fatte da un Parlamento sovrano, dal popolo. E ha anche spiegato che non vi tocca soltanto proteggere i diritti fondamentali ma problemi economici e finanziari. In una certa maniera, un potere enorme. Siete giudici del Parlamento, potete annullare le leggi. Ieri abbiamo ascoltato Carrón citare don Giussani: “Qualsiasi potere deve essere limitato”. Il potere dell’amministrazione, il potere del legislatore, ha detto addirittura il potere ecclesiastico, eccetera. E in certa maniera, voi date questa garanzia che il potere del Parlamento sarà limitato e controllato. Ma chi controlla voi? Sembra che voi siate al di là del controllo. Sì, il potere deve essere limitato e anche il vostro deve essere limitato, ma chi controlla voi?

SABINO CASSESE:
Provo a risponderti. Dunque, intanto se sei alla Corte Costituzionale non sei solo. Non decidi da solo. Decidi in un collegio e quindi c’è un controllo reciproco. Ci si guarda attentamente, si discute, si mettono in discussione le idee degli altri. In secondo luogo, c’è una prassi: quando c’è una decisione difficile nella Corte Costituzionale italiana, ma in molte altre Corti, non si raggiunge mai la decisione con una maggioranza 8 a 7, siamo 15, quindi la maggioranza è 8. Si cerca sempre di raggiungere una maggioranza più alta. In quel libro, ho raccontato un caso in cui io ero relatore: era molto delicato, riguardava l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, i Giudici e così via. Io feci una proposta che raggiungeva la semplice maggioranza, chiesi una sospensione, riprendemmo, feci un’altra proposta molto vicina a quella ma che teneva conto di quello che si era discusso e questa raggiunse una maggioranza, se non ricordo male di 11 voti contro 4, qualcosa di questo tipo. Quindi, c’è un atteggiamento circospetto nella Corte, che è sempre cauta nell’intervenire.

JOSEPH WEILER:
Il voto dei giudici è trasparente?

SABINO CASSESE:
No, e questo è un capitolo molto difficile. Tu sai che stai toccando il mio cuore, la dissenting opinion non c’è, in Italia.

JOSEPH WEILER:
Voi sapete che, ad esempio, nella Corte Suprema americana sappiamo tutti come ha votato ogni giudice.

SABINO CASSESE:
E la Corte Costituzionale italiana ha al suo interno discusso – nei suoi sessant’anni circa di vita – tre volte questo problema: la prima volta, a favore dell’introduzione dell’opinione separata o dissenziente c’era un solo giudice. La seconda volta, due. La terza volta eravamo quattro: si può sperare che fra trent’anni si raggiunga la maggioranza di otto per introdurre la dissentig opinion all’interno della Corte Costituzionale.

JOSEPH WEILER:
Marta, vuoi aggiungere qualcosa sulla domanda: “Chi vi controlla?”

MARTA CARTABIA:
Quis custodiet custodes? E’ una delle domande più difficili. Sabino ha risposto sul piano di che cosa limita il potere del singolo giudice. Io aggiungerei qualche cosa a proposito di che cosa, o chi, limita il potere della Corte Costituzionale come tale, perché di per sé la Corte Costituzionale dice l’ultima parola. Secondo la Costituzione e il suo articolo 137, non c’è appello contro le sentenze della Corte Costituzionale, a differenza degli altri giudici – che possono sbagliare e, se sbagliano, c’è un rimedio interno al sistema giurisdizionale, con la possibilità di impugnare la sentenza – per la Corte Costituzionale non c’è. E dunque, uno dei capisaldi dello Stato liberale, delle democrazie contemporanee, cioè la separazione dei poteri e il controllo reciproco sembra non esserci. Si possono fare tante considerazioni. In realtà non è così. Si potrebbero dire tante cose, a me pare che l’aspetto, in questo momento storico, paradossalmente più efficace nel controllo dei poteri della Corte Costituzionale è che la Corte Costituzionale non è sola ma condivide parte delle sue funzioni con altri giudici, in qualche modo è limitata dalla presenza di altri giudici interni. Voi sapete che per portare una controversia all’interno della Corte Costituzionale noi dobbiamo attendere che un giudice decida che per risolvere quel caso ha bisogno di giudicare la legge, quindi sospende il giudizio civile, penale o amministrativo e lo manda a noi. Se i tribunali, le Corti non portano questioni alla Corte Costituzionale, la Corte non ha niente da fare, è paralizzata nel suo giudizio. Quindi, dipende dalla volontà dei giudici ordinari di investire la Corte Costituzionale del giudizio sulle leggi, dipende dagli stessi giudici ordinari nel dare esecuzione alle sue decisioni. Noi giudichiamo la legge, ma come vada a finire quel caso e se la sentenza della Corte è osservata, dipende da questo potere diffuso che è di tutti i giudici.

JOSEPH WEILER:
Ma è possibile che il giudice non segua la decisione della Corte?

MARTA CARTABIA:
E’ accaduto. Anche di recente, soprattutto quando le decisioni non sono decisioni di illegittimità costituzionale ma sono decisioni interpretative oppure decisioni che non dicono che una legge è contro la Costituzione ma che è conforme a determinate condizioni. Allora si lascia aperto un margine interpretativo in cui il ruolo dei giudici ordinari può essere determinante. Ci vuole una cooperazione con i giudici ordinari. Mamma mia, ai miei studenti insegno che quando in uno Stato cominciano a non seguire le decisioni della Corte Suprema, possiamo dire bye bye allo Stato di diritto.

SABINO CASSESE:
Guarda che Eisenhower mandò, come tu sai, l’esercito, o meglio quelli dell’aviazione che avevano vinto la Seconda Guerra Mondiale, per fare eseguire una sentenza.

JOSEPH WEILER:
Esattamente. Ma voi non lo fate?

SABINO CASSESE:
No. Noi non lo facciamo.

MARTA CARTABIA:
Non lo facciamo. Non l’abbiamo ancora fatto. Abbiamo uno strumento che è un po’ una bomba atomica, di nuovo nelle mani della Corte Costituzionale: se un giudice si dovesse ribellare e il sistema interno alla magistratura non dovesse rimediare, perché anche lì c’è poi l’appello alla Cassazione, c’è questo strumento potentissimo che è il conflitto di attribuzioni. Cioè, la Corte potrebbe convocare in giudizio il giudice che non ha ubbidito alle sue sentenze, ma questo è uno scenario davvero un po’ apocalittico. Il rimedio c’è ma è bene che non venga scomodato. Può accadere, ma quello che è importante è questa cooperazione. L’altro aspetto è che la Corte Costituzionale deve fare i conti con le Corti europee perché, su molti aspetti, soprattutto i giudizi sui diritti, c’è una Overlapping Jurisdiction, ci sono casi che potrebbero essere portati a Lussemburgo, a Strasburgo, alla Corte Costituzionale italiana abbastanza indifferentemente. E ci sono casi (le pensioni svizzere è un caso abbastanza recente, in cui sono intervenute Corti diverse) in cui la Corte Costituzionale deve sapere, quando decide, che quello stesso caso può essere portato davanti ad un giudice diverso. Questo fa sì che ci si tenga d’occhio, ci si studi molto. E questa è una forma di limitazione del potere.

JOSEPH WEILER:
Voi come giudici della Corte Costituzionale italiana, vi sentite vincolati dalla decisione della Corte di Strasburgo o dalla Corte di Lussemburgo?

SABINO CASSESE:
Quando la Corte italiana rinvia, chiede il loro orientamento, lo deve ascoltare, dato che ha chiesto di pronunciarsi. E c’è qualcosa di più. La Corte italiana al suo interno cerca sempre di vedere come hanno deciso le altre Corti su casi che riguardano altri Paesi e che potrebbero non applicarsi all’Italia, ma su cui quelle Corti potrebbero essere chiamate a giudicare poi, domani, l’Italia. Quindi, c’è una sorta di gioco a rimpiattino tra le Corti. Cerchiamo di guardarci (o cercavo, lo debbo dire al passato), perché sappiamo che c’è un dialogo tra le Corti, c’è un controllo reciproco che va rispettato.

MARTA CARTABIA:
In un bellissimo articolo, il professor Cassese aveva parlato della sindrome del porcospino, a proposito di questo guardarsi a distanza delle Corti che devono tenersi presenti, non devono avvicinarsi troppo fra di loro perché se no si pungono, possono subire l’influenza della Corte vicina ma non possono ignorarsi. E’ un gioco molto sottile: salvo il caso del rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia, che è diverso perché facciamo noi una domanda e poi evidentemente ubbidiamo a quello che ci viene detto, è un guardare, un tenere conto. Ma può anche darsi che ci siano dei distinguo nella nostra giurisprudenza che ci portano a posizioni un po’ diverse e che, magari soltanto nel lungo periodo, portano ad una convergenza di giurisprudenza. Sul singolo caso, ci può essere una divergenza di vedute. E ci sono. Nel lungo periodo, questo continuo gioco di sguardi tra le Corti che sono implicate nelle medesime vicende può portare più facilmente ad una armonizzazione.

JOSEPH WEILER:
Ditemi, è un lavoro sodo? Quanto lavorate?

SABINO CASSESE:
Non ti rispondo. E’ provocatorio. Perché, Joseph, non è importante la quantità ma l’intensità del lavoro. Io ti posso dire che da quando ho lasciato la Corte dormo molto meglio, perché ci sono tante decisioni che non ti fanno dormire: quindi, è l’intensità del lavoro. Provo a spiegarmi. In circa il 20% delle centinaia di questioni che ho dovuto decidere nella Camera di Consiglio, sono entrato con un’opinione e sono uscito con una diversa opinione, va bene? Quindi, la Corte è un luogo in cui si forma un’opinione e questo formarsi comporta che non si sia schierati. Io non parteggio, non sono schierato, mi sono fatto convincere. Un altro esempio che ti voglio fare: in moltissimi casi, nella questione A che discutevamo mi trovavo totalmente d’accordo con il mio vicino di destra e in totale disaccordo con il mio vicino di sinistra. Veniva la questione B, io ero in totale accordo con il mio vicino di sinistra contro il mio vicino di destra. Qui sta il proprium di una Corte: l’idea cioè che c’è un dibattere e che in questo dibattere bisogna essere aperti, non arrivare con un pregiudizio – tutti noi ne abbiamo -, cercare di cancellare i propri pregiudizi, arrivare lì pronti ad accettare opinioni di altri. Ti posso aggiungere che mi sono sentito molto debole anche per questo, perché, nella mia esperienza, io sono stato uno studioso, un Professore, un educatore, ho imparato a far comprendere agli altri, a suscitare negli altri, ma non ho imparato, perché non ho mai fatto l’avvocato, a cercare di convincere gli altri. I miei studenti non dovevo convincerli, dovevo semplicemente spiegare, fare loro comprendere ed eventualmente suscitare delle idee. Alla Corte mi sono trovato, in qualche modo, a mal partito per questa mia assenza, non aver fatto l’avvocato. E avevo un pregiudizio. Ricordo sempre una frase di uno dei fondatori della Scuola di Francoforte, Adorno, che aveva scritto una volta: “L’ultimo gesto avvocatesco del pensiero: il tentativo di convincere gli altri”. E avevo sempre pensato che il pensiero è pensiero e deve essere accolto come pensiero. Poi ognuno deve essere libero di pensare. Alla Corte non ti puoi permettere questo. Io mi sono trovato molto a mal partito. Sapevo di non essere preparato e non so – adesso Marta può giudicare perché mi ha visto in azione – se sono riuscito ad imparare a convincere, cioè a fare quello che fai quando stai intorno ad un tavolo in quindici, e cioè portare gli altri sulla tua opinione, essendo però aperto, nello stesso tempo, all’opinione degli altri.

MARTA CARTABIA:
Sono d’accordo solo parzialmente su questa autoanalisi delle debolezze del professor Cassese in Camera di Consiglio: è vero che c’è un modo di cercare di cooptare il consenso altrui che è molto avvocatesco e che noi professori non sappiamo fare, a meno che non siamo stati avvocati a nostra volta, con tutto il rispetto per la categoria che sicuramente qui è rappresentata. Non c’è questo ma c’era, per quello che ho visto nei tre anni in cui ho avuto l’onore e il piacere di lavorare fianco a fianco con il professor Cassese in Camera di Consiglio, un’altra capacità diversa di persuasione, che era puramente e semplicemente la forza delle ragioni argomentative. Non l’inganno, non il bisogno di affermarsi e di ottenere la maggioranza – è vero che spesso ci trovavamo in minoranza anche insieme, questa è una cosa da imparare, che si può perdere anche se uno è convinto di avere delle buone ragioni ed è un lavoro di grande umiltà, perché alla fine si è in quindici – ma questa capacità di ascolto e di replicare sul punto in cui l’altro sta portando un argomento che sembra condurre verso una determinata direzione e prenderlo per mostrare come debba andare da un’altra parte. Pura forza dell’uso della ragione in tutti i sensi. Quindi, non mi sentirei di sottoscrivere la sua autoanalisi, anzi, io da questo ho avuto modo di imparare moltissimo, essendo un lavoro completamente nuovo per me che arrivavo dall’accademia.

JOSEPH WEILER:
Sabino, può darsi che sia un vantaggio non avere the same opinion quando c’è la seduzione di dire: ok, non siete d’accordo, scrivo una dissenting opinion, la possibilità di sfogarsi in questa maniera. E forse non avere questa possibilità incoraggia l’arte di persuasione, la necessità di avere un consenso, perché non c’è modo di sfogarsi e di mostrare a tutto il mondo che avevi ragione. Non credi?

SABINO CASSESE:
Hai ragione, infatti questo argomento è adoperato molto da quelli che ritengono che in Italia non debba essere introdotta l’opinione separata o dissenziente o concorrente. Posso argomentare invece a favore dell’introduzione. Il primo argomento è: ce l’hanno in Spagna, ce l’hanno in Germania, ce l’hanno in Inghilterra, perché non la dobbiamo avere anche noi? Il secondo: pensateci un po’, io sono libero di esprimere la mia opinione come Professore, fuori, ma dentro la Corte non mi posso più esprimere, divento una specie di carcerato, dal punto di vista della libertà della manifestazione del pensiero. Vi pare giusto, questo? Vi pare giusto che la mia libertà venga compressa solo per il fatto di svolgere una funzione pubblica per nove anni? Terzo ragionamento a favore dell’opinione dissenziente è che spinge ad argomentare meglio: come tu sai bene, come si dice tanto spesso, l’opinione dissenziente di oggi è l’opinione di maggioranza di domani, cioè fa nascere quel germoglio che poi diventerà un fiore. Quindi, l’opinione dissenziente costituisce un fattore di sviluppo della giurisprudenza costituzionale. La nostra giurisprudenza costituzionale è poco chiara, poco comprensibile proprio perché non si vede il dissenso. Guardate bene, non è che il dissenso non ci sia in Camera di Consiglio: il problema è che non è trasparente. E allora, visto che noi amiamo la trasparenza, perché non deve essere trasparente anche la Corte? C’è un altro argomento contro: l’Italia è piena di conflitti, è sbagliato mettere in piazza anche i conflitti interni della Corte Costituzionale. E’ sbagliato perché quello è un conflitto ragionato, la Corte Costituzionale opera con la forza della ragione in un mondo di passioni. Non che i giudici della Corte Costituzionale non abbiano delle passioni ma hanno passioni controllate dalla ragione: se queste passioni controllate dalla ragione riescono ad esprimersi in modo ragionevole e ragionato, si arricchisce il dibattito pubblico. L’opinione pubblica capisce meglio, invece di capire attraverso i pettegolezzi: Cassese ha votato così, la Cartabia ha votato cosà. Insomma, io spezzerei molte lance a favore dell’introduzione di opinioni separate, concorrenti o dissenzienti, e quindi di una maggiore apertura, di un dibattito interno alla Corte Costituzionale.

JOSEPH WEILER:
Vorrei ora fare la domanda che probabilmente è la più delicata, la domanda che i giudici non amano in ogni giurisdizione ma che bisognerebbe fare soprattutto ai Giudici Costituzionali. La difficoltà del Parlamento di nominare i cinque giudici che spettano al Parlamento: perché deve essere difficile? La giustizia ragionata deve essere in un certo senso cieca, non importa che qualcuno sia sostenuto dal Pd o da Forza Italia, o come si chiamano ora. La giustizia è la giustizia, il giudice fa il giudice: invece, sembra sia molto importante per i partiti chi deve essere nominato come giudice, se non trovano un consenso. Allora, la domanda è su questi profili diversi, questi orientamenti, questa volontà del Parlamento di nominare, questo non trovare un consenso: che ruolo gioca la politica nell’orientamento del giudice singolare e nell’orientamento della Corte come tale?

MARTA CARTABIA:
Secondo me, il tema dell’orientamento politico o culturale fa parte un pochino di un tema più ampio che è quanto pesa la personalità del giudice e la sua esperienza pregressa, il suo modo di sentire, anche il fatto di essere uomo o donna, perché avvertiamo come positiva una certa diversità dentro il Collegio: uomo o donna, Nord o Sud dell’Italia, giudice, avvocato, Professore o quant’altro. Perché è vero che il lavoro giuridico è un lavoro che ha un’altissima componente tecnica: noi ci occupiamo di diritto e giudichiamo le leggi attraverso un processo che è precostituito e con dei parametri di giudizi che non sono il nostro senso della giustizia ma è ciò che la Costituzione e i testi che dobbiamo fare applicare dicono. Ma è anche vero che l’idea tradizionale dello Stato liberale per cui giudicare è un sillogismo logico – c’è una legge, un oggetto del giudizio, premessa maggiore, premessa minore, basta applicare questa logica in modo coerente e così si produce la decisione giusta – è qualche cosa che non corrisponde al lavoro del giudice e in particolare del Giudice Costituzionale, o meglio, può corrispondere in alcuni casi marginali. Se io debbo far rispettare una regola che dice che i membri del Parlamento stanno in carica cinque anni, e qualcuno vuole prorogare la carica dei parlamentari a sei o sette, è facile. Dicono: no, non si può, è cinque. Immaginiamo che ci fosse una legge che dice così, allora è facile dire che una cosa è incostituzionale. Ma quando noi dobbiamo dire che questa legge è contraria alla libertà di pensiero oppure alla dignità umana, oppure alla libertà di movimento, c’è uno spazio interpretativo. Il diritto costituzionale non è fatto solo di regole ma per lo più di principi e la sua capacità deliberativa si dispiega attraverso risorse che non sono soltanto quelle tecniche. C’è bisogno di una conoscenza ampia e ricca della realtà che permetta di arrivare a un giudizio che non è soltanto logico-tecnico ma esperienziale in senso ampio. C’era Holmes, un grande giudice americano che diceva: “Law is not logic it’s experience”. E’ impressionantemente vero che un giudice si trova, ed è la cosa più affascinante della mia esperienza di questi anni, a doversi occupare delle cose più diverse, dalla legittimità di un farmaco a una determinata procedura scientifica. Quindi devi capire l’oggetto del tuo giudizio, se ti occupi di ambiente piuttosto che di contratti, di pensione o di finanza, di un bilancio statale o di mille altre cose. C’è una conoscenza della realtà che è complessa, in cui tutta la tua personalità in qualche modo gioca. Mi piacerebbe fare un esempio ma non posso, questo per un’altra volta, quando finisco il mio mandato: torniamo qui e vi racconto gli esempi. Anche gli orientamenti giocano, non nel senso che violentano la norma giuridica, lo strumento giuridico, ma che ne sono in qualche modo l’anima. Per cui, io non mi sento di biasimare l’attenzione di un Presidente della Repubblica che vuole riequilibrare determinate voci mancanti nella Corte o di un Parlamento che vuole stare attento a chi scegliere. Ma bisogna ricordare sempre che in Camera di Consiglio poi si parla una lingua che è la lingua giuridica, che tutto questo deve essere veicolato attraverso lo strumento giuridico. Mi verrebbe da dire però che la tua domanda sul rapporto tra giustizia e politica ci porta… Ma formuliamola diversamente: qual è il peggior vizio o la migliore qualità per un giudice? Perché l’idea di un giudice politicizzato ci terrorizza per il fatto che possiamo immaginare che questo giudice possa essere un giudice fazioso, non imparziale, che quella qualità che da sempre rappresenta la giustizia, anche nell’iconografia mondiale, come la dea bendata, corrisponde ad uno sguardo terzo sulle cose, che non si fa prendere dalle passioni personali o dalla faziosità di stare da una parte o dall’altra. E questo è sicuramente vero: la faziosità o il pregiudizio, come dicevamo prima, sono sicuramente i peggiori vizi che si possano avere e da cui guardarsi, perché tutti possiamo incappare in questo rischio. Qual è l’antidoto, però, a questo rischio di parzialità? Essere non coinvolti, distanti, è questa l’idea dell’imparzialità? Come tenere una distanza rispetto a quello che c’è da decidere? A me colpiva molto che un altro grande giudice americano, Guido Calabresi, quando parlava delle qualità del giudice, parlasse di empatia, il contrario rispetto a quella distanza imparziale che noi ci immaginiamo. Sapere ascoltare, essere un uomo dalle convinzioni forti, la capacità di avere una forte passione per il giusto e tante altre cose: sembra paradossale, ma l’antidoto alla parzialità non è la freddezza. Che cos’è allora che aiuta? Nel lavoro di questi anni, debbo dire che c’è una parola che in qualche modo riassume ciò che sto apprendendo del mestiere del giudice, che per me è ancora nuovo. E’ la parola prudenza, secondo il suo significato più profondo che non a caso è dentro il contenuto principale di ciò che fa un giudice, perché il giudice fa giurisprudenza. Ma che cosa è la prudenza? Guardiamoci dal significato comune di questa parola, che sembra alludere all’idea di una persona cauta. Non mi pare la virtù di un giudice, un giudice deve avere coraggio perché a un certo punto bisogna decidere. Cos’è allora la prudenza che mi sembra il più grande antidoto alla faziosità, al pregiudizio, alla non imparzialità del singolo giudice? La prudenza, stiamo ancora nell’iconografia, per esempio nell’arca di sant’Agostino a Pavia è rappresentata da un uomo che guarda in tutte le direzioni. Di nuovo il tema dello sguardo: non è uno sguardo distante, asettico o cieco, al contrario è un uomo che guarda tutto. Proprio quello che è accaduto al prof. Cassese che diceva: entro in Camera di Consiglio con un’idea, oppure mi faccio un’idea su un caso che mi è affidato, e poi arrivo a conclusioni totalmente diverse alla fine del processo deliberativo. E’ un’esperienza comunissima, alimentata da che cosa? Dal grande contributo di tanti soggetti che noi possiamo ascoltare: prima ancora che i colleghi giudici, abbiamo le carte, gli avvocati, le parti. Il processo in questo senso porta materiale alla Corte per riflettere, e poi gli assistenti, e poi magari l’esperto, e poi magari l’ordinanza istruttoria per capire come funziona veramente quel meccanismo economico, quel meccanismo scientifico di cui mi debbo occupare, e poi di nuovo l’udienza pubblica, e poi i colleghi che dicono il loro punto di vista diverso, che a loro volta si sono confrontati con i loro assistenti. E’ più una grande capacità di ascolto che non una freddezza. Un giudice non è un uomo che sta davanti alla sua carta, isolato in una cella monacale per non essere influenzato. A me pare che un grande giudice sia innanzitutto un uomo che sa riconoscere e recepire l’apporto vero che più può far avvicinare per approssimazione alla decisione meno sbagliata tutto il Collegio, e prima di tutto se stesso. Quindi, è prudenza in questo senso: ascoltare, guardare tutto, una ricchezza di conoscenza per poi decidere con coraggio, piuttosto che una ragione semplicemente logica e asettica che non vuole sporcarsi le mani con l’esperienza reale. Scusami, la nostra Presidente del Meeting che è qui in prima fila qualche giorno fa ha fatto una citazione meravigliosa di Bernardo di Chiaravalle sul perché conoscere, ci sono mille motivi per cui si vuole conoscere. A un certo punto Bernardo dice: “Vi è chi vuol conoscere per essere educato ed edificato e questa è prudenza”. Questa è la prudenza, la virtù per il giudice che vuole operare in modo non fazioso e non politico.

JOSEPH WEILER:
Ammirevole. Prima di chiedere a Sabino, posso dire una parola io? Nel libro dell’Esodo, nel capitolo prima del Decalogo, il profeta non ebreo Madian, genero di Mosè, parla di quali siano le virtù che il giudice deve avere. Sono quattro: coraggio. Devo dire, perché io non faccio il Giudice Costituzionale ma faccio tanti arbitraggi, che ci vuole coraggio per decidere. Sapete la battuta del rabbino? Da lui vengono due persone per un giudizio. Uno parla e il rabbino gli dice: hai ragione. Poi parla l’altro e il giudice dice: hai ragione. Sua moglie dalla cucina dice: vecchio bacucco, come possono tutte e due avere ragione? E il rabbino dice: hai ragione. A volte ci vuole coraggio per decidere. Allora, questo è il primo. Poi, amare la giustizia, non essere avari. Il quarto sarebbe problematico: il timore di Dio. Ai miei studenti ogni anno chiedo di avere timore di Dio ma non possiamo chiederlo al giudice, che può essere un laico, un ateo, ecc. Qual è l’espressione moderna del timore di Dio? Fino ad oggi io dicevo: l’umiltà, non avere il vizio di chi dice “ho il potere, decido io”. Però mi piace molto la tua formulazione: prudenza come l’espressione moderna, contemporanea del “timore di Dio”. Essere umile, avere prudenza, non essere sicuri. Sabino, vizi e virtù del giudice.

SABINO CASSESE:
Marta ha ragione. Secondo me i giudici fanno politica. Perché fanno politica i Giudici Costituzionali? Giudicano una legge e la legge è l’espressione massima della politica. Nella misura in cui annullano una legge, prendono una decisione in un campo su cui è entrata la politica. Però fanno una politica diversa da quella dei politici, perché non è la politica dei partiti e perché nella politica di tutti i giorni, dei piccoli passi, in fondo i Giudici Costituzionali debbono controllare il rispetto di un contratto di lunga durata, la Costituzione, da parte di “maggioranze di passaggio”. Questa espressione “maggioranze di passaggio” fu utilizzata agli inizi del ’900 da due grandi giuristi francesi che si battevano per l’introduzione del giudizio di costituzionalità. Debbono sostanzialmente far valere il diritto e la Costituzione contro le leggi. Quindi, la mia conclusione è: certamente i giudici prendono delle decisioni che riguardano l’intera collettività che sono non molto diverse da quelle che prende il Parlamento, ma le prendono con questi limiti che ho detto e con un altro limite fondamentale: dopo un dibattimento e con una motivazione. Cioè, c’è una giustizia nel procedimento, che conta, una chiarezza nell’esprimersi ed è per questo che sarebbe importante avere la possibilità di dissentire.

JOSEPH WEILER:
Il mio maestro era un italiano, Mauro Cappelletti. Diceva che in fin dei conti la legittimità della decisione del giudice è la qualità del ragionamento e riflette ciò che dite tutti e due, è anche un limite. Un politico può dire al Parlamento: voto così perché voglio votare così. Un giudice non può dire: perché così voglio. Se non ragiona, non ha nessuna legittimità.
E’ un lavoro soddisfacente? Potete raccontarci momenti di grande soddisfazione e invece momenti di grande frustrazione nel vostro lavoro come Giudici Costituzionali? Qualche esempio.

SABINO CASSESE:
Tu adesso ti aspetti che io ti parli della difficoltà della decisione sulla riforma elettorale, sui poteri del Presidente della Repubblica, sull’intercettazione del Presidente della Repubblica, sulle questioni che riguardavano l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri. Il momento per me più difficile alla Corte Costituzionale è stato un altro, la decisione che ho sofferto di più. Ti racconto un caso molto semplice. Una signora di circa 40 anni, due figli, attraversando la strada subisce un incidente stradale. Viene ridotta ad uno stato vegetativo. Se fosse italiana, sarebbe un invalido civile: il Servizio Sanitario Nazionale e le autorità chiamate ad assistere assicurerebbero, con grosse spese, la sopravvivenza di questa persona. Lo stesso sarebbe se fosse una immigrata regolare, con un permesso lungo di soggiorno. Invece questa signora ha un permesso breve di soggiorno e la legge esclude che possa avere un’assistenza da parte dello Stato. Il giudice che ci rimette la questione solleva due problemi molto semplici: ma gli uomini non sono tutti uguali? E seconda domanda: ma il diritto alla salute che è garantito dalla Costituzione è garantito solo ad alcuni e non a tutti? Questa non è una donna e un uomo come tutti gli altri? Quindi come i cittadini e come gli altri immigrati che hanno un lungo permesso di soggiorno? Perché fate un trattamento diverso? La Corte aveva una decisione molto difficile da prendere. Gli argomenti a favore dell’accettazione della richiesta, e quindi dell’annullamento della legge che discriminava questa signora, erano molto semplici. Il primo: ieri è stata ricordata da don Carrón due volte Hanna Arendt. L’argomento di Hanna Arendt: perché per il solo fatto di essere membro di una comunità tu hai dei diritti? Il diritto di avere diritti nasce dall’essere parte di una comunità. Questa persona non è parte di una comunità, e quindi che fa? Può morire senza nessuna assistenza? Questa signora non aveva i mezzi per sopravvivere in uno stato vegetativo. Potete immaginare: notte e giorno di assistenza medica, e così via. Un altro argomento era: ma la Costituzione italiana non è stata scritta da persone della Democrazia Cristiana che era ispirata dai principi del cristianesimo? Solidarietà, no? E anche il Partito Socialista, anche il Partito Comunista, la società innanzitutto. E poi il Partito Comunista, il Manifesto del 1848 scritto dal Marx ed Engels, a rileggerlo oggi, se togliete l’abolizione della proprietà privata, contiene tutti i principi dello Stato sociale di cui noi ci avvaliamo: no al lavoro dei fanciulli, no allo sfruttamento del lavoro femminile, e così via. Quindi, l’ispirazione della Costituzione dettava una soluzione positiva. Aiutammo questa donna, attraverso lo strumento della Corte che era quello di far cadere la legge e quindi consentire a lei di avere la stessa assistenza che avevano i cittadini e gli altri immigrati. Dall’altra parte, l’altro argomento era: ma quella comunità di cui parla Hanna Arendt è una comunità soltanto di diritti o anche una comunità di doveri e di responsabilità? In altre parole: chi paga per l’assistenza a questa persona? Non si corre il rischio, se si dà l’assistenza a questa persona, di trasferire l’adempimento di un dovere, adempiuto dai cittadini, sul beneficiario di un diritto che non è cittadino, e quindi in sostanza io pago per lei? Il principio della esclusione. Questi erano i due argomenti sottostanti alla decisione che fu raggiunta. Io non ho dormito per diverse notti. E non vi posso dire che decisione presi.

JOSEPH WEILER:
Ma di sicuro come buon cristiano e buon comunista.

SABINO CASSESE:
No, però vi posso dire che la Corte ha deciso che andava assistita. Il problema è che questo ha aperto una strada e questa strada bisogna percorrerla fino in fondo e allora la Regione che ha deciso che l’extracomunitario può avere diritto all’abitazione, sussidiata dal Comune, solo dopo tre anni di permanenza sul territorio regionale, quella Regione ha torto o ha ragione? Questa è un’altra domanda. E poi, accanto al diritto all’assistenza, accanto al diritto all’abitazione, gli altri diritti (diritto all’istruzione, diritto alla pensione, ecc.)? Fino a che punto allarghiamo la comunità? Fino a che punto diciamo: siamo uomini, sono gli uomini che sono garantiti dalla Costituzione e non sono soltanto i cittadini? Insomma, è stata una decisione difficile.

JOSEPH WEILER:
E c’è stato un momento particolare di soddisfazione che hai sentito?

SABINO CASSESE:
Io sono fondamentalmente un luterano e quindi sono soddisfatto solamente nell’adempimento dei miei doveri. Quindi non c’è momento di soddisfazione, salvo quando sento di aver fatto il mio dovere.

MARTA CARTABIA:
Visto che il professor Cassese ha illustrato uno di quei casi tragici in cui ogni tanto ci troviamo, quando ci sono casi che ci mettono di fronte a decisioni che non possono essere soddisfacenti al 100 % in nessun direzione, o che provocano conflitti di coscienza che non ti fanno dormire la notte, vorrei invece sottolineare un momento particolarmente luminoso di questi miei primi quattro anni alla Corte Costituzionale. E lo vorrei fare aprendo il libro del professor Cassese che è stato citato poco fa, che riporta, tra le tante cose, una lettera che lui ha mandato ai colleghi della Corte il 14 luglio del 2014. La leggo perché credo che sia eloquente di per sé. Il background, il contesto non è un caso, anche perché non potrei parlare di un caso e della dinamica di una Camera di Consiglio. Ma il tema è abbastanza discusso e sono sempre momenti di grande tensione alla Corte Costituzionale, quando c’è da eleggere il Presidente della Corte Costituzionale. E’ il Collegio che elegge uno dei colleghi come Presidente e c’è alle spalle una prassi degli anni più recenti di eleggere il più anziano di nomina, non quello più anziano anagraficamente ma quello più vicino alla fine del mandato. Il che fa sì che negli ultimi anni, salvo l’ultimo Presidente che è stato eletto avendo davanti a sé tre anni di carica presidenziale, ci sono state sempre presidenze molto brevi, sei mesi, un anno, due mesi, dipende dal momento in cui cade l’elezione rispetto alla fine del mandato. Questa prassi fa molto discutere. Alcuni sono favorevoli per tante ragioni, altri sono critici perché provoca un avvicendamento continuo che indebolisce la possibilità di una continuità nella conduzione, nella guida della Corte. Anche se il Presidente sostanzialmente è un primus inter pares, come si suol dire, però diciamo che lo sfondo è un’abitudine di eleggere il Presidente nell’ultima fase del loro mandato. Il 14 luglio del 2014 arriva questa lettera, due settimane prima della data in cui eravamo convocati per eleggere il nuovo Presidente. La lettera dice: “Cari colleghi, tra qualche giorno saremo chiamati ad eleggere il nuovo Presidente della Corte. Si è formata la prassi di scegliere il Presidente tra i più anziani per nomina e quindi prossimi alla scadenza. Tra questi ci sono io. Vi sto scrivendo per pregarvi di non considerare il mio nome. Ritengo infatti inadeguato alle esigenze funzionali e al prestigio stesso della Corte un incarico della durata di tre mesi nominali, di cui uno estivo” era il 30 luglio “che si ridurrebbero a tre giorni effettivi di presidenza del Collegio. La norma costituzionale secondo la quale il Presidente della Corte rimane in carica per un triennio, anche se prevede un limite massimo, temperato peraltro dalla rieleggibilità, non può essere nella sostanza stravolta con l’elezione di Presidenti la cui durata nella carica è spesso inferiore all’anno. Non ho ancora compiuto i miei 9 anni alla Corte e partecipo per la nona volta all’elezione di un Presidente. Il termine contenuto nella Costituzione, per quanto massimo, è pur sempre indicativo. La Corte, guardiana della Costituzione, dovrebbe tenerne conto. L’argomento spesso adoperato a favore delle presidenze brevi, quello secondo cui esse sottolineano e rafforzano la collegialità dell’Organo, potrebbe essere facilmente rovesciato. Proprio perché la Corte opera solo quale Collegio, le presidenze brevi creano discontinuità nocive al ruolo davvero essenziale del Presidente, che è appunto quello di assicurare la migliore funzionalità del Collegio e di curare i problemi amministrativi e organizzativi della Corte. Ci sono infine le critiche costantemente rivolte alle nostre presidenze brevi, talora fondate su motivi inesistenti ma sempre comunque corrosive e tali da recar danno alla reputazione della Corte”. Quindi, il professor Cassese chiede che il suo nome non venga preso in considerazione tra i nomi che debbono essere eletti alla presidenza della Corte.
Perché per me è stato un momento luminoso? Perché è vero quello che lui ha detto: “le cariche non si cercano ma non si rifiutano”, ma questo è possibile soltanto quando un uomo ha una vita così ricca, così piena di soddisfazioni che davvero non è accecato dal desiderio di volere una poltrona a tutti costi ma può lucidamente vedere qual è il meglio per sé e per la Corte Costituzionale. Questa per me è una testimonianza di come si può essere veri uomini, grandi uomini, in qualunque posizione, anche dopo tanti anni di un luogo di potere. Per cui, non è per una formale piaggeria che dico che questo, è stato un momento particolarmente bello per me, una testimonianza che resta un punto di riferimento anche del mio agire quotidiano.

JOSEPH WEILER:
La mia ultima domanda sarebbe stata com’è la Corte Costituzionale italiana in paragone con altre Corti. Evitiamo di farla, perché se tutti i giudici della Corte Costituzionale sono della qualità di Sabino Cassese e Marta Cartabia, possiamo avere fiducia nella giustizia costituzionale d’Italia. Grazie.

Data

25 Agosto 2015

Ora

15:00

Edizione

2015

Luogo

Sala eni B1
Categoria
Incontri