CAMBIAMENTO D'EPOCA: LA CRISI COME PASSAGGIO. Ciclo a cura di Luciano Violante DEMOCRAZIE E CAMBIAMENTO D'EPOCA - Meeting di Rimini
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CAMBIAMENTO D’EPOCA: LA CRISI COME PASSAGGIO. Ciclo a cura di Luciano Violante DEMOCRAZIE E CAMBIAMENTO D’EPOCA

Cambiamento d'epoca: la crisi come passaggio. Ciclo a cura di Luciano Violante DEMOCRAZIE E CAMBIAMENTO D'EPOCA

Interviene Luciano Violante, Presidente Emerito della Camera dei Deputati. Introduce Emilia Guarnieri, Presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli.

 

EMILIA GUARNIERI:
Buonasera, ben arrivati. Con l’incontro di questa stasera prende l’avvio un filo importante di questo meeting dedicato al riguadagnarsi l’eredità, un filo importante di cui adesso vi racconto come è venuto fuori. Innanzitutto prima di raccontarvi vi presento, anche se non ne avrebbe bisogno, però se non altro perché possiamo insieme ringraziarlo, Luciano Violante. Luciano Violante non ha bisogno di presentazioni ovviamente, non ha bisogno di presentazioni in generale, non ha bisogno di presentazioni qui al Meeting, però a me fa piacere ringraziarlo anche parlando di lui e quindi lo faccio anche se credo che sia talmente intensa la sua presenza nella storia nostra del Meeting non solo, ma anche nella storia del Paese che forse potrebbe non essercene bisogno. Comunque parto dalla storia della nostra amicizia. Luciano è venuto per la prima volta al Meeting nel 2010, non è venuto nel 2011, poi è venuto successivamente sui temi della giustizia, della convivenza civile. Dopo il Meeting del 2015 a un certo punto è successa una cosa nuova, dopo una serie di Meeting fatti insieme, lui ci ha detto:” perché non costruiamo qualcosa, quella è la sua grande domanda, che serva a far conoscere ai giovani quello che non conoscono? Ti ricordi?” I giovani non conoscono la storia. Quest’anno facciamo un Meeting sull’eredità. I giovani non conoscono la storia. Perché non facciamo qualcosa per raccontare la storia e così è nata la famosa mostra della storia dei 70 annoi che ha continuato a vivere anche tutto quest’anno e sono nati incontri legati alla mostra dei 70 anni. Mi fa piacere raccontare queste cose, perché raccontare come è venuto fuori in particolare questo incontro di oggi di cui adesso vi dico, significa proprio raccontare cosa è il Meeting. Guardare insieme, prendere in mano insieme, essere consapevoli che il Meeting viene su da storie reali di amicizia, da pezzi di strada che si fanno insieme dalla fortuna che qualche persona grande come Luciano Violante diventi amica di una storia di tanti di noi e di una storia insieme che stiamo costruendo, di una stima reciproca che cresce, insomma il Meeting viene su da questo, non viene su a tavolino, tanti di voi lo sanno, non viene su a tavolino, ma sono proprio storie che si incrociano e credo che tra l’altro questo sia veramente l’unica utilità che il Meeting può rappresentare perché altrimenti non avrebbe senso fare dei giorni qui in cui si sta insieme, basterebbe scrivere dei libri, no, in cui si dicono le idee. Cosa aggiunge il Meeting alle idee che si potrebbero dire? Aggiunge che è un gesto di convivenza, che è un gesto di rapporto, che è un gesto di amicizia, che di fanno dei pezzi di strada insieme, che si costruisce qualcosa, che si costruisce uno spazio, un ambito in cui altri possano venire, di cui altri possano fruire, di cui altri possano fare l’esperienza. Questa è la bellezza. È per questo che quando incontriamo persone con cui questa storia , questa possibilità di fare su insieme si dilata la gratitudine è molto forte. Io sono molto grata a Luciano. Per tutto questo. Quest’anno appunto cosa è successo? Dopo la mostra dei 70 anni così, abbiamo cominciamo a ragionare sul titolo del Meeting, sul titolo del Meeting di quest’anno, le esigenze di riguadagnarsi l’eredità, abbiamo cominciato a guardare le cose, a chiederci cosa potevamo mettere a tema, a me ha sempre colpito nel nostro lavoro, nel nostro lavoro fatto insieme la, io la chiamo così, questa tensione etica che in Luciano Violante c’è e che non molla mai, è una tensione etica che non è il tema del comportamento , non l’etica del comportamento , è l’etica della verità, è l’etica del non mollare mai sulla ricerca della verità, del non mollare mai sulla ricerca della giustizia, del non mollare mai sulla ricerca del bene, e, scusa se parlo di te, ma io non posso non farlo, …

LUCIANO VIOLANTE:
È un necrologio praticamente …

EMILIA GUARNIERI:
No no no! Ti ho detto che ero contenta di poterti presentare io perché mi piaceva dire queste cose, perché credo abbia un senso dire queste cose e allora le dico. Perché per me la nostra amicizia è nata a partire da questo e credo che la nostra amicizia abbia un senso proprio perché da tutto questo io imparo e noi impariamo. Allora, dicevo, quest’anno, abbiamo cominciato a ragionare sul tema, sul dove siamo, sul cosa sta succedendo e ci siamo ovviamente imbattuti in questa questione del cambiamento d’epoca. Di fronte alla domanda cerchiamo di capire perché l’istanza è sempre questa , cerchiamo di capire, cerchiamo di conoscere, perché poi possiamo raccontare ad altri e altri possano conoscere e capire. Allora, cercando, cominciando a cercare di capire abbiamo cominciato a dirci: Insomma, dove siamo? Cos’è questo tempo? Cosa sta succedendo? Che cos’è questo cambiamento d’epoca? Di che cosa stiamo parlando? Poi il termine cambiamento d’epoca gira: cosa vuole dire questo cambiamento d’epoca e qui sono cominciati a venire fuori spunti, giudizi, valutazioni, temi, io partirei chiedendoti: che cos’è questo cambiamento d’epoca, che cosa è per te questo cambiamento d’epoca e perché è così interessante questo tema?

LUCIANO VIOLANTE:
Sì. Grazie, buonasera. A me interessa molto venire qui perché mi sembra sia l’unico luogo, uno dei pochi luoghi in cui ci può essere uno scambio sui valori, che una delle cose che mancano di più nel nostro paese e quindi un luogo come questo va preservato perché anche proveniendo da strade diverse, culture diverse, vie che si possono incontrare, parlare , discutere e costruire insieme, io credo che sia uno dei grandi risultati che si possono avere nel vivere. Costruire tra persone diverse. Allora, che cosa vuol dire che c’è un cambiamento d’epoca? Innanzitutto, come forse alcuni di voi ricorderanno, questa chiave di lettura della contemporaneità fu offerta dal Pappa, papa Francesco nel 2016, parlando a Firenze ai vescovi italiani, li ammonì in questo senso dicendo guardate, questa non è un’epoca di cambiamenti, è un cambiamento di epoca e se l’epoca cambia occorre cambiamenti seguenti al cambiamento. Ecco, che cosa vuol dire cambiamento d’epoca, non è la prima volta che accade. Quando fu scoperta l’America ci fu un cambiamento d’epoca, perché tutti quanti i paesi che avevano una faccia sull’Atlantico, la Gran Bretagna, la Francia , il Portogallo, la Spagna per alcuni aspetti, furono enormemente avvantaggiati . Il Mediterraneo rimase un lago periferico e tutti quanti i grandi traffici, i grandi affari, le grandi questioni si spostarono su quell’asse. Quando fu scoperta l’elettricità lo stesso, le macchine a vapore. Cosa caratterizza quello di oggi, rispondendo alla domanda di Emilia, rispetto a quelli del passato? Che per la prima volta si intrecciano più fattori di cambiamento, più fattori di cambiamento. Alcuni creati dall’intelligenza dell’uomo, altri creati invece dal contesto complessivo, economico, sociale, cambiamento climatico e così via. I primi vedono l’uomo come protagonista, il secondo vedono l’uomo come incerto rispetto a novità che non riesce ancora a governare, a dominare. Cominciamo dai primi. Il primo dato è quello che riguarda la connessione globale. Per la prima volta la metà della popolazione globale è connessa, non è mai capitato nella storia dell’umanità, che alcuni miliardi di persone potessero nello stesso momento comunicare, scambiarsi informazioni, acquisire informazioni, scambiarsi fotografie, immagini, non è mai successo. Pensate che oggi, il secondo dato è questo, il mezzo più adatto, più usato per comunicare dai ragazzi in Italia, nel 73% dei ragazzi nel 63% delle ragazze è il cellulare: cioè è più facile comunicare con un sms che parlare. Si parla molto meno, di quanto non ci si scriva. Questo comporta anche un po’ un decadimento del dialogo, nel senso che quando si parla con una persona si dialoga , c’è l’interruzione, quel tipo di messaggistica è un effetto specifico di questa modernizzazione del sistema di comunicazione. Si riduce la parola, si riduce anche il pensiero profondo con questo sistema. Perché voi avrete notato che, siccome quello che conta è intervenire sulla rete immediatamente, sul fatto tu devi intervenire subito, se tu intervieni due ore dopo non conta più, perché altre 150 persone sono intervenute, è difficile che manifesti un pensiero profondo e allora sulla rete, non per colpa di nessuno, e allora la rete è il luogo del pensiero superficiale, del pensiero immediato, quindi del pensiero di tipo banale e questo certamente è un problema nella comunicazione. C’è la confusione tra la conoscenza e il sapere: tra la conoscenza e il sapere. Conoscere è diverso dal sapere. Il sapere comporta un approfondimento, una relazione tra l’oggetto della conoscenza e te stesso, le tue conoscenze e le altre e la costruzione di una sapienza. In realtà la rete ti dà l’idea che il conoscere sia uguale al sapere , perché non hai il tempo per fare il passo successivo, quando hai fatto lo sforzo, quella notizia di prima è ormai superata è travolta, non è più attuale e quindi hai questa fatica di seguire continuamente l’informazione a rischio di banalità, a rischio del banale. C’è il problema della formazione dell’opinione pubblica, L’opinione pubblica si è formata tradizionalmente sulla comunicazione orale , sul discorso, sul giornale, …Però quando l’opinione pubblica si crea sulla rete gli effetti sono completamente diversi. Avete visto che negli Stati Uniti c’ è un procedimento in corso, che vede coinvolto allo stato anche indirettamente il Presidente Trump per la manipolazione dell’opinione pubblica che sarebbe stata fatta da fonti russe, nel corso della campagna elettorale. In Germania è stata approvata poco tempo fa una legge severissima sulle manipolazioni dell’opinione pubblica da parte di soggetti estranei durante le campagne elettorali. C’è il timore di questo. E guardate, siccome il voto in democrazia si forma sull’opinione dei cittadini, se c’è qualcuno che può innescare elementi che formino o che distorcano questa opinione , quel qualcuno ha in mano l’esito elettorale cioè ha in mano un processo democratico. E quindi capite che è davvero un cambiamento d’epoca da questo punto di vista la rivoluzione a cui abbiamo assistito. Il secondo dato è questo : il prodotto interno lordo nelle società storiche dipendeva da due cose, dalle materie prime e dall’energia. Oggi, il 70% del prodotto intorno lordo dei paesi del G7, i paesi più ricchi del mondo che sono Canada , Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, Giappone, Usa, per il 70 % deriva da beni immateriali, non dall’energia, non dalle materie prima. Beni immateriali che dipendono dalle ST, dalle tecnologie dell’informazione, della comunicazione. Vedete che è cambiato anche completamente il modo di produrre. Terzo dato. Qualche mese fa ero alla camera, avevo invitato un matematico italiano che lavora negli Stati Uniti nella Silicon Valley e ha creato una piattaforma che si chiama Yewno, che crea concetti; cioè a differenza, quando voi scrivete una parola su yahoo per esempio scrivete leopardo o leopard, vi viene la bestia e poi vi viene anche il carro armato che si chiama leopard. Ecco, questa macchina è capace di distinguere se tu stai parlando dell’animale o del carro armato. Però quel signore (vediamo se funziona… sì) ci legge questa poesia e ci dice: questa è una poesia di Montale, vi piace? – così così, non è male. Questa però non l’ha scritta Montale, l’ha scritta un algoritmo, a cui abbiamo detto di scrivere una poesia come l’avrebbe scritta Montale e lui ha fatto. Che cos’è questo algoritmo, questa piattaforma? La piattaforma che crea un concetto nuovo: questa poesia non c’era prima, c’è dopo, è stata creata, cioè siamo di fronte – vi prego di seguirmi – al pensante non umano. C’è un pensante umano che siamo noi e poi c’è un pensante che non è umano, ma che pensa. Avrete seguito quello che è successo a due robot di facebook qualche settimana fa: i due robot hanno cominciato a parlare, a comunicare fra di loro con una lingua ignota ai progettisti, inesistente prima di quel momento, che i robot trovano più comodo per comunicare dell’inglese. Naturalmente i tecnici non sapevano che cosa si stavano dicendo i robot in quel momento: la cosa è abbastanza preoccupante, infatti hanno bloccato l’esperimento e gli hanno impedito di parlare. Ma questo è il pensante non umano, un pensante che individua autonomamente un modo di comunicare diverso, più rapido o più efficace, più funzionale. Terzo dato: i biologi stanno mettendo a punto nuove tecniche di interventi genetici che consentono di intervenire sul gene malato per sostituire la parte malata con una parte sana. Finché si tratta di curare malattie va benissimo, ma credo che ciascuno di noi ha davanti a sé il rischio dello scivolo etico. Se domani essere basso e grasso è una malattia, che cosa, ci facciamo tutti quanti figli filiformi, biondi con gli occhi azzurri, così? Tutto questo crea nuovi problemi di responsabilità nell’esercizio dei poteri, nell’esercizio delle conoscenze scientifiche; tutte queste cose cambiano l’epoca. Poi ci sono i cambiamenti determinati dai fattori esterni. Il primo è quello delle grandi migrazioni: le grandi migrazioni ci sono sempre state, ma le grandi migrazioni tradizionali erano unidirezionali, dall’Europa verso gli Stati Uniti o verso l’Australia e basta. Se guardate qui le grandi migrazioni avvengono in tutte le parti del mondo, avvengono nelle Americhe, nel Sud Est asiatico, tra Europa Africa e Medio Oriente; non c’è continente che sia esente. La seconda questione dell’emigrazione è questa, che mentre prima le migrazioni si sportavano verso zone poco antropizzate, pensate a tutte le migrazioni europee nel West – a chi piacciono i film western, io sono tra questi, ci sono le carovane che andavano, sterminavano i nativi, cosa di cui come vedete si parla malvolentieri, e si occupavano in zone non antropizzate – le nuove migrazioni sono tutte quante verso zone fortemente antropizzate e quindi con il rischio di conflitti sociali rilevanti. Queste sono le città, vedete, con maggior numero di abitanti, ma quello che voglio farvi vedere è questo: i muri nel mondo. I muri sono diventati moltissimi, ci sarà credo un dibattito di preciso…

EMILIA GUARNIERI:
Sì, mercoledì.

LUCIANO VIOLANTE:
Credo che questo ci debba far riflettere. Nei confronti dell’immigrazione si sta rispondendo con la paura. Questo è quello che è accaduto l’anno scorso al confine Greco-Macedone, al confine tra Austria e Germania e tra Austria e Slovenia. Questo è quello che accadeva settant’anni fa. Le cose sono diverse naturalmente, ma gli occhi di queste persone mi hanno colpito. Gli occhi di quelli che stavano alle varie frontiere aspettavano una risposta che non arrivava. Che cosa mette in discussione questo tipo di immigrazione? Agli occhi di cittadini da identità, l’omogeneità culturale e il welfare. Perché un welfare fatto per sessanta milioni di persone non può valere per settanta milioni. Un welfare fatto per duecento milioni non può valere per duecentocinquanta e così via. Ci costringe a ripensare tutto. La politica non può essere quella dei muri e delle barriere, naturalmente, ma il governo di questi processi è difficilissimo e noi siamo, credo, l’unico paese che sta tentando di farlo in modo serio. Però questo è uno dei processi che determinano il cambiamento d’epoca. La parola “accogliere” e basta non è più sufficiente. Non è un governo del processo e quindi ci crea problemi notevoli. L’altro dato è quello (ne parlava oggi pomeriggio Emilia nell’introdurre il suo intervento che ha aperto molto bene il pomeriggio di oggi) degli attacchi, del terrorismo. Che cosa differenzia questo terrorismo da quelli che abbiamo conosciuto? Che è un terrorismo globale, colpisce tutti, dalle Filippine agli Stati Uniti, alla Spagna, alla Francia, alla Gran Bretagna. Lo stesso soggetto che colpisce dappertutto. La cosa che rende il processo particolarmente difficile è che l’attaccante nel singolo posto non necessariamente fa parte della stessa organizzazione che sta facendo da un’altra parte, in quanto la comunicazione avviene per messaggio. “Fate in questo modo e qualcuno farà”, qualcuno prenderà quel messaggio. Allora abbiamo questi due processi: la immigrazione e il terrorismo, processi molto diversi l’uno dall’altro (la confusione è una sciocchezza enorme) ma che non riusciamo adesso a governare, bisogna dirlo chiaramente. L’altro sono processi frutto dell’intelligenza dell’uomo ma ciascuno dei due ci pone di fronte a rischi che vanno governati. E’ il problema della responsabilità nei confronti di queste innovazioni. Questa è la prima parte, rispondendo alla tua domanda. Che cosa vuol dire cambiamento d’epoca? Vuol dire queste cose qui. Sono intervenuti molti fattori che stanno cambiando le relazioni, il modo di produrre, il modo di comunicare, che sono le cose di fondo di una società. Come incide questo sulla democrazia? Posso andare alla seconda parte?

EMILIA GUARNIERI:
Sì sì vai alla seconda parte. Fammi dire solo una cosa, mi inserisco, una notizia la mia. Tutto questo processo e questo cambiamento d’epoca lo abbiamo esemplificato, in questo ciclo che abbiamo costruito insieme, su tre spaccati. Uno è quello delle democrazie di cui adesso ascolteremo, l’altro sarà invece sul tema delle migrazioni, cui già veniva fatto riferimento, e sarà martedì con il demografo Livi Bacci, e infine il terzo sarà sulle economie e il cambiamento d’epoca con il governatore della banca d’Italia Visco. Sono tre appuntamenti che hanno una loro continuità proprio all’insegna di capire che cosa sta succedendo, per questo ve li volevo anticipare.

LUCIANO VIOLANTE:
Allora, come incide tutto questo sulla democrazia? Innanzitutto incide, come accennavo prima, sulla formazione dell’opinione pubblica, che è la cosa di fondo. Se qualcun è in grado di formare l’opinione pubblica ha in mano le redini della creazione del consenso. La cosa è delicata e sapete perché? Nelle classi politiche dirigenti sta manifestandosi l’opinione per la quale bisogna non costruire l’opinione ma vedere cosa pensano i cittadini e fare quello che pensano. Cioè seguire non costruire, non formare. Però questo che cosa comporta? Comporta che l’opinione si forma sulla base della rete, di quei meccanismi superficiali che abbiamo detto. In sostanza non si ha il coraggio di difendere e sostenere le proprie opinioni. Un politico può avere un’opinione, però se vede che il consenso va da un’altra parte ha paura di esprimerla, non fa una battaglia ideale per convincere. Io posso fare un esempio molto semplice, quasi banale, ma per spiegarmi. Noi abbiamo una norma penale nel nostro sistema che stabilisce il pagamento di una multa per l’immigrazione clandestina per cui si fanno un numero di processi enorme che costano molto, che non portano a nulla (perché quell’immigrato clandestino non ha i soldi, naturalmente, per pagare la multa e poi chissà dove sarà finito quando finisce il processo). Allora è venuto fuori, da sessioni di magistrati, di avvocati, di tecnici, di chi queste cose le ha guardate: cancelliamo la norma penale, mettiamo la norma amministrativa che rende le cose molto più semplici. Il Governo dell’epoca disse di no perché “gli italiani non avrebbero capito”. Certo, se nessuno glielo spiega, non lo capiscono. Ma qualcuno deve spiegarglielo. Il compito della classe politica dirigente è formare l’opinione pubblica, è informare, persuadere, discutere, magari essere ance sconfitto, ma con il viso alto, non con il viso basso ripiegato sul sondaggio a vedere se il sondaggio… ma se devi guidare un paese in base al sondaggio è inutile che ci sei tu. Ci mettono qualsiasi signore che guarda i sondaggi e si fa così piuttosto che colà. Poi qualcuno deve spiegare in base a che cosa si fa ormai il sondaggio, naturalmente, e siamo al punto da capo. Ecco questo è un punto molto delicato oggi: l’inseguimento dell’opinione piuttosto che la formazione dell’opinione. Una classe politica dirigente degna di questo nome deve invece impegnarsi a formare. Poi può riuscirci o meno, ma si deve impegnare, cioè deve giocarsi le sue carte. L’altro dato è che in questa vicenda prevale il verosimile sul vero. Che cosa è “verosimile”? Quello che somiglia al vero. Io racconto a volte che ho visto qualche tempo fa, quando cadde l’ultimo governo presieduto da Silvio Berlusconi, si disse a un certo punto, non so se vi ricordate, che la Cancelliera Merkel aveva trovato un’intesa con il Presidente Napolitano perché il Governo Berlusconi cadesse. La notizia fu smentita naturalmente, tanto dalla Cancelliera tedesca quanto dal Quirinale, perché era falsa. Telegiornale del primo quella sera, c’è notizia che la Cancelliera Merkel avrebbe spinto il Presidente Napolitano per far cadere il Governo Berlusconi. Domanda a un commentatore presente: “lei cosa ne pensa?”. Quello dice: “no guardi, la notizia è stata smentita tanto dai tedeschi quanto dagli italiani.” “Si è vero, però è verosimile, lei cosa ne pensa?” e quello ha commentato il verosimile. Ma perché? Perché, guardate, la menzogna è più affascinante della verità. Noi sulle varie notizie che troviamo sui siti, quale prendiamo? Quella che ci piace di più, non quella che è più vera. Due settimane fa mi chiama una mia assistente e mi dice: “guarda Luciano che c’è una notizia che riguarda la Raggi (che è sindaco di Roma)” e chiedo: “qual è questa notizia?” “che avrebbe emesso un’ordinanza in base alla quale vietava di uccidere zanzare femmine” e dico: “guarda che… capisco il rispetto per le signore ma insomma, andare a pigliare zanzare per essere femmina o maschio… secondo me”. “ma guarda, sta circolando” “guardi, il fatto che circoli…”. La notizia naturalmente era falsa, però quanta gente l’aveva rigirata? E lo dico parlando di una personalità che è, come dire, in un circuito politico diverso dal mio. Ma questa poveretta come fa a difendersi da una cosa di questo tipo? Dice: “non è vero”? Ma chi la fa girare la notizia “non è vero” rispetto al fascino che ha la notizia che quella ha detto di non uccidere le zanzare femmine? Perché è molto più affascinante quella roba lì. Ecco allora, noi viviamo in un’epoca nella quale il verosimile prevale sul vero. Non solo, ne parlavo ieri con due amici, si parlava di Trump. È molto interessante quello che sta facendo Trump con i suoi messaggi perché è la distruzione del vero. Il vero non conta. Ciò che esiste esiste in quanto è comunicato, allora quello che conta è la comunicazione. Se sotto non c’è nulla… l’importante è la comunicazione. È la comunicazione che crea il vero, non è il vero che crea la comunicazione. Guardate che è un ribaltamento totale ed è pericolosissimo per quanto riguarda il comportamento. Questo è il primo dato sul quale richiamo la vostra attenzione, che è il primo effetto sulla democrazia. Il secondo effetto è la velocità. La democrazia è un processo lento, non è un processo veloce. Tempo fa Obama, Presidente, discuteva dell’intervento in Siria: doveva sentire la Camera dei Rappresentanti che era a maggioranza repubblicana che gli diceva che lui non doveva muoversi, doveva sentire il Senato a maggioranza repubblicana che diceva che lui non doveva muoversi. Sentì una serie di studiosi americani per capire se lui in quanto Commander in Chief, cioè comandante in capo delle Forze Armate, poteva comunque effettuare un’operazione militare e la dottrina era divisa su queste cose… nel frattempo Putin era andato in Siria, bombardato, liberato Palmira, sminato Palmira e fatto un concerto da parte dell’orchestra del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo nella città e Obama stava ancora a consultare Senato e Camera. Capite che il problema della velocità oggi è fondamentale e la democrazia è in difficoltà per questo. La democrazia in sé non può essere veloce. Deve essere il più veloce possibile ma non può essere veloce quanto il sistema autoritario. Poi spiegherò perché questo non è un bene. Terzo dato: la sicurezza prevale sulla libertà. Avete visto i confini sbarrati. La prima risposta è la risposta securitaria, non è la risposta dei diritti dell’altro. Vediamo quello che… non si può fare tutto. Ha detto il Papa giustamente l’altro giorno: “accogliere finché è possibile”. Ma molto spesso si reagisce con la paura. Oggi il Presidente del Consiglio ha fatto un cenno, e l’ha fatto nei giorni scorsi nell’intervista che ha fatto al Sussidiario, sulla legge che si chiama ius soli. Sapete che è molto discussa, ma guardate che è importante che quella legge qualcuno se la legga. Perché non c’entra nulla con lo ius soli, non c’entra nulla. Lo ius soli vuol dire “diritto di cittadinanza sulla base del luogo di nascita”. Negli Stati Uniti è così, in Australia è così perché essendo Paesi che avevano bisogno di cittadini, naturalmente hanno detto: “diamo la cittadinanza a chiunque arriva” e così è stato. Ma questa proposta di legge prevede un percorso complicatissimo… giustamente è controllato. Non basta nascere, ci vuole che il genitore si in un certo modo, fare un corso di studi, tutta una serie di cose. Però queste cose vanno spiegate. Perché i cittadini non sanno, il cittadino non ha tempo di leggersi la legge dall’inizio alla fine e capire se… questo, è questo che va fatto. Questo lavoro va fatto. E io trovo che se non si fa questo lavoro l’idea della sicurezza prevale sull’idea della libertà, dell’accoglienza, della democrazia, del pluralismo, della correttezza dell’intervento. Perciò oggi abbiamo un grande bisogno che si torni a parlare con i cittadini, guardate, non attraverso la tele; va benissimo anche alla tele, ma in 40 secondi cosa vuoi spiegare? In 45 secondi. Anche perché se l’altro poi ti parla addosso tu sei costretto a volte a replicare sotto… diventa una baruffa e non si capisce più niente. O magari ne esce bene chi fa la battuta più brillante, non chi ha spiegato meglio come stanno le cose. Il quarto dato è il nuovo modello culturale incentrato sulla punizione. Riflettete vi prego su un dato. Vedete che siamo circondati da domande di punizione. Ci sono molti incidenti stradali? Si aumenta la pena. C’è questo? Si aumenta la pena. Si mantiene la pena per l’immigrato clandestino? La pena. Guardate, la punizione lacera. Lacera, non risolve. È necessaria certamente, non sto dicendo questo, però stiamo attenti. L’ordine in una società è ottenuto dal consenso e dalla persuasione, non dalla punizione. È un errore gravissimo pensare che punendo si recupera ordine. La punizione estrema e diffusa è segno del disordine nella società. È segno che non ci sono modalità di consenso e persuasione diretta a fare in modo che i comportamenti dei cittadini siano rispettosi delle leggi. La punizione è l’ultima ratio non può essere la prima ratio. Ma in questo mondo di incertezza molti ritengono che la punizione sia una cosa possibile. Il carcere, la galera, aumentare le pene. Allora, questi cambiamenti hanno particolare presa anche per la debolezza che sta attraversando la democrazia, che è data da questi dati. Questa è l’iscrizione ai partiti. Quello che importa è che è discendente dappertutto. E questa è la partecipazione al voto. Come vedete è abbastanza parallela. Si riduce la partecipazione ai partiti, si riduce la partecipazione al voto. Qual è la questione di fondo più grave, a mio avviso, che abbiamo davanti? È che la democrazia è ridotta a pura tecnica di governo. Mi spiego di che si tratta. Quando ci fu l’invasione dell’Afghanistan, Condoleezza Rice fece un’intervista al New York Times e disse: “mah, lì non c’è problema, perché in Afghanistan e in Iraq accadrà quello che è accaduto in Germania e in Italia dopo la caduta del nazismo e del fascismo. Cadute le dittature è nata la democrazia”. Eh, ma qualcuno doveva spiegare a questa signora che Germania e Italia parlano e discutono di democrazia da mille anni. E quindi, come dire, questo è un tema che c’è. Afghani e iracheni no. Non è che tu abbatti la dittatura e nasce la democrazia. No. Se lì non c’è stata una storia, un’esperienza, una cultura, una conoscenza e così via… ecco, la riduzione della democrazia a pura tecnica di governo che cosa vuol dire? Vuol dire che scompaiono i valori propri della democrazia: il pluralismo, la libertà religiosa, di opinione e di parola, le libertà personali, la separazione dei poteri, il controllo dei governanti, le libere elezioni. Tutto questo. Scompare, se pura tecnica di governo. Che quello che fa… il Governo fa questo, il Parlamento fa quest’altro, punto e basta. Poi se quello che fa risponde ai principi di pluralismo, di libere elezioni, eccetera, non interessa. Eh questo è sbagliato. Allora se è la democrazia non può essere una pura tecnica di governo…una tecnica di governo legato alla difesa e al rafforzamento di alcuni grandi valori, che sono appunto il pluralismo, le grandi libertà e così via. Altro dato: la perdita della memoria della democrazia. Guardate, vedo qui persone anche giovani, che non hanno partecipato né hanno sentito dentro di sé la storia della costruzione della democrazia italiana. Invece…Io sono nato in un campo di concentramento perché mio padre era comunista, non era iscritto al fascio naturalmente. Dovette andare in Etiopia e quando arrivarono gli inglesi misero tutti in un campo di concentramento, fascisti e antifascisti, con una piccola differenza dopo. I fascisti furono liberati subito, perché siccome dovevano votare per decidere monarchia o repubblica eccetera, i comunisti dopo il voto, per evitare grane. Comunque vabbè. Però la mia generazione credo che sia la prima che è stata educata completamente in epoca repubblicana. Io sono nato nel 1941, ho fatto la prima elementare nel 1945-1946, quindi siamo nella democrazia no? Però io la fame me la ricordo, i bombardamenti me li ricordo, alcune cose, insomma, me le ricordo. Ma chi oggi ha trent’anni non le sa queste cose, non le ricorda, non può saperle, non ha la memoria della democrazia, anche perché nessuno gliel’ha raccontata. Pensa che la democrazia (ma anche chi ha cinquant’anni) sia un dato di fatto naturale: c’è, è così, non può che essere così. Ma vediamo che non è così. Democrazia non è un dato di fatto, come spiegherò tra un attimo. La democrazia, cari amici, non esiste in natura, è frutto dell’intelligenza e della voglia di libertà. Nessuna tribù primitiva era organizzata democraticamente, nessuna mandria, nessun gregge era organizzato democraticamente, c’è un capo e basta. La democrazia è un’altra cosa. E, guardate, se è una costruzione le costruzioni vanno curate e se non sono curate deperiscono, e per essere curate c’è bisogno che chi le cura sappia di che cosa si tratta, abbia la memoria di che cosa è quella cosa lì. Ma andiamo avanti. Quali sono gli effetti di questa situazione? Il primo effetto è questo: che l’importante è vincere, non è governare. Perché se non sono in gioco i valori e la battaglia non è sui valori ma sulle tecniche, l’importante è vincere. A questo punto mi viene in mente un passo dei diari di Kierkegaard, filosofo importante, il quale dice questo: “eravamo sulla nave, ma il cuoco ha preso il comando e da quel momento dalla cabina di comando non ci sono più arrivate indicazioni né sulla rotta né sul porto d’approdo, dalla cabina di comando ci leggevano il menù del giorno”. Cioè, quando arriva l’incompetenza al potere ci si legge il menù del giorno, non la rotta, non il porto di arrivo. Stiamo attenti a questo. Se la selezione è fatta su chi vince, capace di vincere, non su chi è capace di comandare, il rischio è quello che Kierkegaard segnalava. Qualche paese, insomma, si trova un po’ in questo crinale. Se l’importante è vincere siamo tutti uguali, ma come due squadre di calcio o di basket che scendono in campo. All’inizio della partita sono uguali perché l’importante è vincere quella partita, ognuno giocherà le sue carte e poi si vedrà. Se l’importante è governare la sfida viene sui contenuti del governo. Però voi vedete che nelle campagne anche elettorali e politiche è sempre più difficile individuare quale è il punto discriminante nel governo dell’uno o dell’altro. La politica diventa una sorta di esercizio ludico: vediamo chi vince, sto con tizio o sto con caio, vado lì, faccio qui. Il tema, come dire, dei valori al quale io devo essere legato e che devo cercare di tradurre in forza nella società viene meno in questo contesto. E cosa serve? Serve il condottiero che deve essere seduttivo e narcisista. Serve il condottiero, non serve la comunità. Vedete, voi siete una cosa straordinaria perché siete una comunità che punta legami orizzontali, sui legami fra di voi. Non state in ginocchio dietro un condottiero, siete i protagonisti di voi stessi e della vostra storia, non avete delegato ad un terzo ad essere protagonista per conto vostro. Nella politica sta avvenendo un processo diverso, un processo, come dico io, di “caporalizzazione” del partito politico. Guardate che non è un problema solo italiano eh? E’ un fenomeno in quasi tutto il mondo occidentale. C’è il capo che agisce sulla base, e per conseguire, non il principio di rappresentanza ma il principio di somiglianza. Io lavoro non per chi rappresenta pezzi di società e quindi rappresentando pezzi di società diversa mia aiuta a costruire un progetto per la società italiana e il suo progresso, io lavoro per quelli che mi somigliano. Se qualcuno mi somiglia è bene, se non mi somiglia peggio per lui. E quelli che mi stanno un po’ sotto a quelli che mi somigliano, devono somigliare a quelli che mi somigliano. E quelli che stanno sotto somigliano a quelli che somigliano a quelli che mi somigliano, e così via. Il processo di “caporalizzazione”. Il partito da comunità diventa un piedistallo e la democrazia ci perde. E tutti questi processi di velocizzazione, di banalizzazione, di superficialità, vanno in questa direzione. Questo è un rischio che corre la democrazia. C’è il dato poi della delegittimazione permanente. Io ho trovato un passo di Gramsci bellissimo che vi leggo a questo proposito. Dice: “la tendenza a diminuire”, cioè a offendere, “l’avversario, è di per se stessa un documento dell’inferiorità di chi ne è posseduto; si tende infatti a diminuire rabbiosamente l’avversario per poter credere di esserne sicuramente vittoriosi”. Cioè, lo insulto per essere sicuramente vittorioso. “In questa tendenza è perciò insito oscuramente un giudizio sulla propria incapacità”. Cioè, se io uso nei confronti dell’avversario la tecnica dell’insulto, della diminuzione, vuol dire che non sono capace di reggere il rapporto con lui su un altro piano e quindi è la dimostrazione della mia debolezza. Io trovo, guardate, molto pericolosa la delegittimazione del parlamento e della politica che viene dai parlamentari e dai politici. I parlamentari che criticano e attaccano il parlamento. I politici che attaccano e criticano il parlamento. Vi prego di leggere questo testo. “Quando il giorno delle elezioni è passato ed i parlamentari hanno tenuto il loro ultimo comizio per passare dall’addomesticamento del popolo all’adempimento dei loro più piacevoli compiti…la lotta per il cambiamento riprende la forma della lotta per il pane quotidiano: presso i parlamentari si chiama “indennità parlamentare”. Ogni mattina il signor rappresentante del popolo si reca alla sede del Parlamento; se non vi entra, almeno si reca sino all’anticamera, dove è esposto l’elenco dei presenti. Quindi, pieno di zelo per il servizio della nazione, mette la sua firma e per questi enormi debilitanti sforzi riceve in compenso un ben guadagnato indennizzo”. Non vi farò la domanda che faccio quando vado nei licei: Chi è questo? Vedo risposte che qui non vi dico. Questo è Hitler, Mein Kampf, 1924, la traduzione è mia ma vi assicuro che è fedele. Hitler diceva del parlamento nel 1924 quello che dicono alcuni politici contemporanei del parlamento italiano. Dobbiamo essere preoccupati per questo, perché il parlamento, guardate, è l’unico luogo in cui un popolo può essere rappresentato. Bene o male, però è l’unico, non ce ne sono altri. Quando si debilita quella roba lì l’unica cosa che resta è il comando del singolo e un uomo solo comanda, non c’è altro. Io trovo che ci debba preoccupare il fatto che una frase scritta da quell’uomo nel 1924 possa avere assonanza con la contemporaneità. Ora passo (un passaggio soltanto), ma in che fare siamo adesso? Ne abbiamo parlato in quel dialogo che facemmo con Carron a Milano. Sta venendo meno il mondo creato dall’illuminismo, dalla ragione, e io credo che siamo in una fase di tipo neoromantico. Spiego perché. Non conta più la comunità politica ma conta il capo, come nel romanticismo. Non più l’internazionalismo ma la singola nazione. Non conta la ragione, conta l’emozione. E’ molto importante l’emozione, lo spettacolo. Conta l’eroe. Guardate, quando c’è stato l’anniversario della strage di Capaci e di via d’Amelio, mi è capitato, come tanti, di parlare di queste cose e ho colto questo: molti non sapevano qui che cosa di specifico avevano fatto quelle due persone. Ho cercato di spiegare: guardate che sono importanti non perché sono morti, tanti altri sono morti, magistrati, agenti di polizia, tanti. Ma avevano scelto delle strade specifiche che ci hanno consentito di sconfiggere la mafia per un lungo periodo. Hanno capito che la mafia era una struttura unitaria e quindi che andava combattuta come una cosa unica, non come tanti frammenti dappertutto. Hanno capito che la cosa importante è quella dei soldi e bisogna seguire la pista dei soldi, del denaro e delle ricchezze, perché attraverso le ricchezze arrivavi ai capi, non attraverso gli omicidi. Quindi non perché eroi ma perché avevano costruito una via di difesa della democrazia che ha reso. La ricerca spasmodica dell’eroe, guardate, è un punto di debolezza perché non ci fa ragionare sul ruolo che i singoli hanno dato al progresso del paese. E’ la figura da mettere sul piedistallo, ma essendo stato amico di entrambi vi assicuro che non gli facciamo un favore, che non è questo che cercavano, cercavano che si capisse che avevano trovato una strada che andava a forza della democrazia e che sconfiggeva la mafia. Ma la figura dell’eroe offusca questo. L’eroe è una statua, no? Tutti questi dato sono dati che ci dicono che siamo in una fase con caratteristiche neoromantiche pericolose, perché dopo il romanticismo è venuto il fascismo ed il nazismo. Come ho detto anche l’anno scorso, le democrazie non muoiono per omicidio, muoiono per suicidio. E’ dall’interno. La democrazia italiana (quel poco di democrazia che c’era negli anni venti) è morta per la incapacità delle classi dirigenti di far fronte al fascismo. Si sono ripiegate in sé, le divisioni prevalevano su ciò che univa. In Germania è accaduto lo stesso. Ecco, come rianimare allora la democrazia? Passo alla terza ed ultima parte. Come dicevo prima, la democrazia non esiste in natura, è frutto della ragione, dell’intelligenza e del desiderio di libertà, e va curata. Che cosa vuol dire curare la democrazia? Vedete, io credo che siano molto importanti i comportamenti, il rispetto degli altri. Dicevo, parlando con degli amici oggi pomeriggio, se dovessimo chiedere qualcosa alle forze politiche che concorreranno alle prossime elezioni tra qualche mese, potremmo dire: ragazzi, vi chiediamo una cosa, rispettatevi e rispettate le istituzioni e poi ognuno faccia la sua corsa, ma nel rispetto. Perché guardate, se non si rispetta non si è rispettati. Se tu non rispetti l’altro è difficile che l’altro rispetti te. E se voi due non vi rispettate è difficile che io, cittadino, rispetti voi. Perché? Il secondo dato è che le classi dirigenti devono capire il valore della negoziazione e del compromesso politico, trovare il punto in cui si può costruire qualcosa per il futuro, perché è difficile che uno abbia tutta la verità e l’altro abbia soltanto la menzogna. Un po’ di verità ce l’abbiamo tutti, anzi, cercare di capire quale è il punto di verità dell’avversario e su quello lavorare per costruire una soluzione comune aiuta la decisione. Di questo c’è bisogno per superare la fase di difficoltà. Bisogna agire quindi perché questo momento (mi avvio a concludere) non sia un momento di crisi ma (come diceva Emilia prima) un momento di passaggio. Quale è la differenza tra il passaggio e la crisi? Che alla fine della crisi c’è il declino, alla fine del passaggio c’è una nuova epoca, no? Si è passati da un’epoca all’altra. Noi dobbiamo costruire questo passaggio. Si attende che qualcuno faccia il miracolo, e noi stiamo lì ad aspettare, o dobbiamo agire noi? Vedete, certamente chi si occupa professionalmente di politica ha dei doveri specifici, ma guardate che i cittadini in democrazia non sono personaggi secondari. La democrazia non esiste come costruzione soltanto politica, esiste se ha anche, e soprattutto, costruzione sociale. I comportamenti appunto. Io, devo dirvi, tra le cose che ho imparato da voi in questi anni (le ho imparate leggendo anche la biografia di Giussani che ha scritto il nostro amico e le cose scritte da Carron), mi chiedo questo (spero di non dire una grossa sciocchezza): il cristianesimo può essere considerato anche un comportamento? Un comportamento da cristiani. Cioè, i grandi valori si possono esprimere in comportamenti che attraverso quel tipo di comportamento io posso vedere complessivamente quali sono i valori a cui si ispira quella persona? D’altra parte amici, se i valori ai quali ci ispiriamo non si traducono in comportamenti, che senso hanno? I comportamenti sono fondamentali. E allora quella che attraversiamo deve essere un passaggio verso una maggior consapevolezza dei nostri doveri come cittadini e dei comportamenti che dobbiamo tenere. Guardate, qualcuno mai… cosa c’entra il mio comportamento… cominciamo a tenere il comportamento. Guardate le foreste nascono dai semi mica dagli alberi piantati dall’oggi al domani, no? Le foreste nascono dai semi. Non tutti i semi danno l’albero, ma molti lo danno, altrimenti le foreste non ci sarebbero. Ecco io credo che dovremmo riumanizzare la società. Che cosa vuol dire riumanizzare? Beh c’è una cosa Emilia che mi ha colpito preparando questo piccolo schema, cioè la radice comune fra uomo e humus, fra uomo e terra. Che non è soltanto latina e non è soltanto una tradizione cristiana, Adamo fatto dalla terra; nella tradizione ebraica Adam vuol dire terra, adamà terra – Adam uomo, uomo – terra sono uguali; nella tradizione islamica un po’ più complicata dice, secondo uno sura del Corano, Allah manda il primo angelo sulla terra a chiedere che la terra gli presti un po’ di terra per costruire un uomo e la terra gli dice no, poi manda l’arcangelo Gabriele a fare la stessa richiesta e la terra gli dice di no, poi l’angelo della morte, la terra gli dice no, ma l’angelo della morte se ne frega piglia la terra e la porta ad Allah e Allah su quello fa finalmente l’uomo. In Egitto, nella vecchia cosmologia egizia, anche lì l’uomo deriva dalla terra. Ma guardate mi ha colpito che anche nei racconti inca al di là dell’orizzonte mediterraneo, l’uomo nasce dalla terra. Qual è la ragione di questa corrispondenza tra humanitas e humus, tra uomo e terra? Naturalmente questa che è una costruzione concettuale che faccio, ma stiamo attenti che l’origine delle parole è molto importante, perché le parole, quando nascono nascono dalle cose, da una cosa nasce la parola, da un fatto, da un evento. E il fatto che in tante culture diverse la parola uomo venga dalla parola terra, può darsi che qualcuno che abbia studiato queste cose potrà spiegarle meglio di me, ma io trovo che ci sia una terza parola che è umiltà, che ha la stessa radice: uomo – terra – umiltà hanno la stessa radice. E cosa vuol dire umiltà? La terra non ha la maestosità delle montagne, la vastità del mare, la forza dei fiumi, è umile e ci dà nel silenzio quello che non ci danno le montagne, che non ci da il mare e che non ci danno i fiumi travolgenti. È potente, può fare disastri come l’uomo e può fare cose straordinarie come l’uomo. C’è nell’Antigone, nella prima antistrofe dell’Antigone, il coro canta “cose grandissime può fare l’uomo”. L’umanità come la terra deve essere fertile per produrre, ma per essere fertile deve essere curata. La terra e l’uomo vanno curati, curati permanentemente. Nessuno può essere lasciato a se stesso. I comportamenti necessari per curare, ecco, la c’è la chiave del Meeting che è straordinaria da questo punto di vista perché segna il rapporto tra le generazioni. Vedete chi disprezza i padri verrà disprezzato dai figli. Chi rompe i rapporti con i padri avrà figli che romperanno il rapporto con lui. Chi onora i padri sarà onorato dai figli. E nessuna generazione può pensare di fare grandi cose cominciando da capo. E nessuna generazione può essere costretta a cominciare da capo e a dimenticare quello che c’è stato prima. Lo dico perché nella storia recente del nostro paese c’è stata una sorte di maledizione su ciò che c’era prima, come se fosse tutto da cancellare, un errore, non è così. Ecco qui, per chiudere io voglio ricorrere a un mito che c’è anche in questo Meeting, perché il mito è molto importante perché vedete nei momenti di incertezza il mito ci racconta la storia dell’uomo dai vari punti di vista. E qual è il mito al quale io intendo fare riferimento? È il mito di Enea e lo dico perché ci rifletta. Enea che cos’ha? Ha la città da cui viene, in cui ha vissuto che ha governato, che è distrutta. Piange, si lamenta, si rifugia? No. Il mito ci dice che prende il vecchio padre sulle spalle e il padre ha un’urna con le ceneri dei Lari degli antenati. Da la mano al figlio, ad Ascanio, Ascanio non ha un giocattolo tra le mani, ha il fuoco, ha il fuoco di Vesta che serve per la nuova città. Ed Enea va a costruire le nuova città con la memoria del padre nell’interesse del figlio. Ed quello che siamo tutti noi chiamati a fare in quest’epoca.

EMILIA GUARNIERI:
Ti chiediamo altri cinque minuti, possiamo? Altri cinque minuti perchè su questi temi abbiamo riflettuto tanti ragazzi hanno cominciato anche a riflettere, non lo dico perché so che questa è una cosa che per te è importante, e due di loro, che tra l’altro credo che abbiano anche letto il tuo ultimo saggio “Democrazie senza memoria”, hanno due domande, ne facciamo due, la prima è quella di Lorenzo, la domanda più umanistica giusto? Lorenzo è uno laureato in storia perché…

LORENZO:
Un po’ più proiettata sul futuro. Tra l’altro è su tante provocazioni e suggestioni che ha lanciato lei adesso. Cioè lei potrà essere più chiaro: in Italia la fiducia nei confronti del Parlamento è ormai arrivata a un misero 11%. Quella nei partiti addirittura al 6% (e sono dati che si trovano sul Sole24ore). La situazione è molto simile anche negli Stati Uniti e altrove. Nonostante i timori legati ai recenti cyber attacchi… questi sono dati che sono usciti su Sole24ore un mese fa, sempre bassi comunque. Le ambizioni di chi lavora alle piattaforme digitali sono niente meno che restituire proprio ai cittadini la fiducia perduta nei confronti delle Istituzioni. Proprio per questo Bryan Ford tra le persone alla guida dell’Istituto svizzero di tecnologia di Losanna, prendendo ispirazione dalla democrazia diretta di stampo ateniese, certamente inattuabile in una società complessa come la nostra, immagina una sorta di…lui la chiama democrazia delegativa, resa possibile da apposite piattaforme tecnologiche. Quando vengono chiamati a decidere su un determinato tema gli elettori possono esprimere direttamente il loro voto, nel caso in cui si sentano preparati sull’argomento. Se invece la materia è troppo complessa, o non si possiede una preparazione adeguata, il sistema prevede la possibilità di delegare il proprio voto a persone che si ritengono degne di fiducia e competenti: per questo “democrazia delegativa” invece che “democrazia rappresentativa”. A differenza della democrazia rappresentativa attualmente in uso, queste piattaforme consentirebbero di cambiare il delegato ogni volta, scegliendo il più adatto in base all’argomento sul quale si deve votare. A fronte della crisi che la democrazia rappresentativa sta affrontando in tutto il mondo occidentale, si può ritenere questo scenario credibile o augurabile in un futuro?

LUCIANO VIOLANTE:
Sono un po’ turbato. Guardi, andiamo con ordine. Il problema della difficoltà della rappresentanza c’è, naturalmente. Però è anche un problema dei rappresentati. Mi spiego. Nelle società contemporanee, che non sono compatte, sono articolate, il rappresentante chi rappresenta e cosa rappresenta? Una volta che sono venuti meno grandi centri di aggregazione sociale, tipo i partiti e i sindacati, che hanno perso questa capacità, ma mica solo… tutto il mondo occidentale… Il problema è capire bene chi è il rappresentato. Allora, cosa risolve questa questione? Togliamo di mezzo la rappresentanza e andiamo al singolo. Faccio un esempio: politica estera. Decidere se fare o meno l’intervento in Libia. E allora come si fa? Sentiamo chi? Come? Credo che molti sanno che molti aspetti di politica estera non sono pubblici né possono essere resi pubblici, perché se fossero resi pubblici non potrebbero realizzarsi, no? Perché se io rendo pubblico che nel frattempo ho un’intesa con Tizio, con Caio per una certa operazione, è chiaro che l’operazione salta. Cioè, alcuni aspetti della vita politica sono aspetti che sono necessariamente riservati, che se fossero pubblici non potrebbero svolgersi. Questo tipo di scelte vanno bene per le scelte, diciamo, minori: se devo fare uno stadio in un posto oppure in un altro, che ne so, per le amministrazioni comunali io credo che potrebbe essere una scelta molto giusta sentire cosa si fa. Laddove andiamo a scelte politiche rilevanti la cosa è più complessa, anche perché, come vede, nel momento della complessità scatta fuori il rappresentante. Cioè, il rappresentante non è eliminato e, giustamente, chi ha ideato questa soluzione l’ha ideata per le questioni semplici, comprendendo che quando la questione è complessa deve scattare il meccanismo di rappresentanza. Però, come lei dice, la cosa importante è che il rappresentante cambia di volta in volta. A questo punto le decisioni possono essere incoerenti. Cioè, quello che è deciso ieri viene fatto fuori da chi ha deciso domani un’altra cosa ed è abbastanza complicato… Allora la democrazia, diciamo, “diretta” va fortemente potenziata rispetto ad oggi, non c’è dubbio; nel senso che oggi il sacrificio della democrazia attraverso i referendum, per esempio, consultazioni, ecc… è molto rilevante il sacrificio perché? Perché i partiti politici avevano una grande forza… come dire, assumevano su di sé la responsabilità della decisione, e quindi, come dire, la rappresentanza era al centro punto e basta. Oggi io credo che per una serie di questioni di tipo amministrativo si può ricorrere a meccanismi di questo genere. Quando a decidere devo essere 60 milioni di persone, come in Italia, o 200 milioni… il problema è diverso. Però devo dirle che alcuni stati degli Stati Uniti, alcune città del Canada e dell’Olanda hanno il “recall”. Cos’è il “recall”? Il “recall” è la possibilità dell’elettore di richiamare l’eletto perché non si è soddisfatti. Come si chiama quell’attore che ha fatto poi il governatore…

LORENZO:
Schwarzenegger.

LUCIANO VIOLANTE:
Ecco, quello lì. Riuscì a fare il governatore perché ci fu il “recall” del precedente, perché i cittadini non sono soddisfatti… Quindi il “recall” in qualche modo, il “richiamo”, risponde ad alcune di queste esigenze. Devo dire, come tecnica di governo per le questioni nazionali la vedo difficilmente applicabile perché ci sono problemi di complessità, devo dire, molto vasta. Diverso invece, specie per piccole entità comunali quel meccanismo potrebbe funzionare.

LORENZO:
Grazie.

EMILIA GUARNIERI:
L’altra domanda invece ha una connotazione diversa, viene infatti da un laureato in materie scientifiche, viene da un laureato in ingegneria dei materiali e delle nanotecnologie, ho detto giusto Matteo? Matteo Bertini. Comunque è una questione attualissima quella che lui adesso pone.

MATTEO:
Buonasera Presidente. Allora, tra le persone che vedono le limitazioni e di conseguenza criticano la democrazia come sistema ci sono i giovani, cioè i ragazzi della nostra generazione. Ora, riconoscendo i limiti, capisco come questo sistema sia il migliore. Quindi volevo chiederle questo: come può la mia generazione riacquistare fiducia in un sistema come quello democratico dove gli aspetti negativi, come ad esempio l’emergere dei populismi, sembrano prevalere sugli aspetti positivi, come per esempio l’uguale dignità della persona?

LUCIANO VIOLANTE:
Io credo questo, che… credo che in parte abbiamo trattato prima questa questione, però lei ha posto una questione giusta. Come può oggi un giovane dire: “io ho fiducia in questo sistema”? Ecco… però io mi chiedo questo: quel giovane è messo in condizione di conoscere il sistema? O conosce soltanto ciò che appare del sistema? Mi spiego. Io seguo, per una vecchia passione, il Parlamento, la vita del Parlamento, gli interventi, si può seguire sui canali… E io noto questo, che ci sono, diciamo, un 40 deputati, parlo della Camera, che fanno casino: cioè il cartello, l’insulto, quella roba lì… e sono quasi sempre sui quotidiani. Ci sono circa 300 parlamentari di tutte le forze politiche (5 Stelle, Fratelli d’Italia, PD, tutto), seri, preparati, che conoscono i dossier, intervengono a tempo, ma nessuno sa che esistono. Nessuno sa… perché non fanno spettacolo. Perché non emozionano, si preparano persino. Non sono lì per fare una battuta, vanno lì e si preparano. E spiegano che la cosa non funziona o funziona per questa e questa ragione. Però sono noiosi, non divertono. Allora il primo problema io credo sia capire bene di che cosa stiamo parlando, mi scusi se dico questo. Perché quello che ci appare è una crosta che nasconde una serie di cose reali e importanti che esistono nella nostra società. Perché, guardate, io… noi siamo un Paese che… insomma in una certa epoca in Italia avevi un morto ammazzato al giorno dai terroristi. Ne siamo usciti. Bene. Ha avuto stragi pesanti di mafia, sembrava che non si potesse… ne siamo usciti. Ora pare che stiamo uscendo da una crisi economica lunghissima e pesante. Leggevo alcuni dati l’altro giorno: noi nelle esportazioni abbiamo doppiato la Francia, siamo 2 punti sopra la Germania, per esportazioni in Cina e Stati Uniti siamo sopra qualunque altro paese europeo… insomma le nostre imprese stanno lavorando. Non subito, ma tra un po’ verranno credo benefici anche sul piano del lavoro, perché gli effetti non sono immediati da questo punto di vista. Allora io credo che la risposta alla sua domanda è quella che altri dovrebbero preoccuparsi di spiegare bene che cos’è questo Paese, che cosa c’è davvero dentro questo Paese. Io trovo che, poi non so se possiamo una volta affrontare… il tema della autodenigrazione, del parlare male di se stessi. Ne accennava oggi en passant il Presidente del Consiglio. Guardate, con tutto il rispetto per la Germania e la Francia… la Germania ha avuto la Porche, la Mercedes, la Volkswagen che ha fatto imbrogli colossali sulla questione degli scarichi. Guardate che non è che bastava manipolare lo scarico e basta, c’era bisogno che qualcuno dicesse “quello scarico va bene”. L’ha fatto gratis? Non lo so, può darsi. Permettetemi il dubbio. Bene, i giornali tedeschi hanno dedicato a queste storie si e no… io ho seguito la Frankfurter Allgemeine soltanto devo dire, che è il giornale più importante… ho visto due articoletti fondo pagina così… uno in seconda uno in quarta. Basta. La Peugeot ha fatto lo stesso in Francia. Non mi ricordo di aver visto nulla di significativo. Ora, l’avessimo fatto in Italia, ragazzi, avremmo avuto i settimanali pieni, con le intestazioni, le cose… perché l’autodenigrazione… guardate, stiamo attenti perché l’autodenigrazione ha uno scopo, sapete qual è? La deresponsabilizzazione. Perché se tutto va male, perché mi devo impegnare? Ma che ragione c’è? Anzi, io sono positivo. Io mi oppongo, non voglio… mi oppongo. Sono positivo e no, non mi impegno perché se il mondo è questo perché mi devo impegnare? Allora il meccanismo è diabolico da questo punto di vista. E io credo che… anzi, la ringrazio per questa sua domanda. Questo ci pone di fronte al problema… non è che dobbiamo parlare necessariamente bene del nostro Paese, ma dobbiamo almeno dire la verità, dire le cose come stanno, non cercare attraverso la denigrazione la deresponsabilizzazione. Quindi io credo che la sua domanda è giusta, e la ringrazio per averla fatta. Dobbiamo guardare un po’ più dentro la realtà delle cose e in questa realtà troviamo molte più cose positive di quanto non possiamo pensare. Molte più cose positive. Quest’Italia, guardate, non sarebbe dove è se non avesse delle risorse, delle capacità, delle intelligenze dentro. Saremmo crollati chissà da quanto. E chissà, permettetemi, quanti altri paesi sarebbero crollati se avessero passato quello che abbiamo passato noi negli ultimi 30, 40 anni. Ma non è stato così. Sapete qual è il problema? Che noi siamo straordinari nel momento dell’emergenza. È nell’ordinario che…

EMILIA GUARNIERI:
Siamo mediterranei, siamo mediterranei in questo senso. Credo che faccia parte della natura mediterranea questa caratteristica che tu dici. Io concludo con un grandissimo ringraziamento, penso evidente e motivatissimo per tutti a Luciano Violante, al tempo che anche questa volta ci ha dedicato, al lavoro che ha fatto. Poi, vi tronco l’applauso perché è tardi. Tre cose, il primo è il ringraziamento. Secondo, poiché siamo all’inizio del Meeting io rilancio, rilancio nel senso che quello che abbiamo ascoltato questa sera è come, io credo, una provocazione, in tal senso dico rilancio, una provocazione a vivere questa settimana, siamo all’inizio… a vivere questa settimana come un tentativo di capire sempre di più come, perché e a quali condizioni la crisi può essere non una andare verso il buio di un tunnel ma la crisi possa essere veramente un passaggio. In questo senso credo che anche la domanda che veniva posta “ma il cristianesimo è anche un comportamento?” abbia a che fare, e infatti non a caso le hai legate, abbia molto a che fare con questo rilancio e con questo bisogno di capire a quali condizioni, appunto, come veniva detto, la crisi può essere un passaggio e che cosa siamo dentro questo passaggio, perché questa è la grande domanda. La terza cosa invece, che credo anche questo abbia a che fare, è un avviso che anche quest’anno ha a che fare perché continuare a fare il Meeting ha a che fare con questa domanda e con questa provocazione, anche quest’anno è possibile contribuire alla costruzione del Meeting attraverso le donazioni. A questo scopo all’interno di numerosi padiglioni troverete la postazione ”Dona ora”. Le donazioni, questo è importante, dovranno avvenire unicamente presso i desk dedicati dove sarete accolti dai volontari che indossano la maglietta verde “Dona ora”. Capite bene che anche questo è importante. Grazie e buona continuazione di serata a tutti.

Data

20 Agosto 2017

Ora

19:00

Edizione

2017

Luogo

Sala Neri
Categoria
Incontri