AL SERVIZIO DEL CITTADINO E DELL’IMPRESA - Meeting di Rimini
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AL SERVIZIO DEL CITTADINO E DELL’IMPRESA

Partecipano: Luciano Bresciani, Assessore alla Sanità di Regione Lombardia; Alberto Daprà, Presidente di Lombardia Informatica; Giuseppe Tripoli, Capo del Dipartimento per l’Impresa e l’Internazionalizzazione del Ministero dello Sviluppo Economico; Raffaello Vignali, Vice Presidente Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati. Introduce Enrico Biscaglia, Direttore Generale Compagnia delle Opere.

 

ENRICO BISCAGLIA:
Inizio questa tavola rotonda sottolineando l’occasione, che abbiamo in questa oretta, di ascoltare dei testimoni significativi. Ci proponiamo con loro di approfondire il tema di quest’incontro, ossia come può la pubblica amministrazione porsi al servizio del cittadino e dell’impresa. Certamente anche il momento particolare che stiamo passando è importante, perché ci costringe ad accelerare dei processi che già erano in atto, che già ci si proponeva di semplificare e avvicinare chi ha responsabilità di governo, di amministrare la cosa pubblica e i cittadini e le imprese. Certamente questo lavoro, questo processo, non è il processo che si realizza con una singola riforma, ma è un principio che deve attraversare tutte le riforme del nostro paese, tutte quelle riforme strutturali che ha ben sintetizzato il governatore della Banca D’Italia, Mario Draghi, nei giorni scorsi, partecipando al Meeting e toccando quei temi (del capitale umano, del mercato, del lavoro, delle politiche territoriali, dell’economia e della finanza) che hanno bisogno di questa riforma strutturale. E siamo ancora, mi pare, colpiti dall’incontro che abbiamo avuto ieri, sorpresi e colpiti, quando abbiamo ascoltato al Meeting Tony Blair e in particolare quando ci ha indicato i suoi principi della riforma dello stato inglese. In modo molto semplice ci ha parlato di responsabilità e di sussidiarietà. «Il primo principio», diceva ieri Blair, «è che le persone devono far sì che lo stato e i suoi servizi siano responsabili, debbano rendere conto. Il primo aspetto della responsabilità è rendere conto. Quindi siamo venuti alla conclusione», diceva, «che dovevamo riformare i nostri servizi pubblici, la nostra amministrazione; quindi li abbiamo aperti, liberalizzati per offrire diversi servizi, diversificare; per cui se una persona non era contenta», ascoltate, «poteva rivolgersi a un altro fornitore restando nel pubblico. Penso che queste riforme debbano essere portate avanti», terminava lui. Penso che queste riforme debbano essere anche per il nostro paese, siano adatte, siano giuste anche per il nostro paese. Noi siamo in sostanza convinti che si potranno superare i vecchi e i nuovi statalismi, si potrà dare attuazione al federalismo, si potrà snellire la pubblica amministrazione, si potranno diminuire i costi della macchina pubblica, se si poggerà su questi due principi, se nell’agire si ricorderà di agire puntando sulla responsabilità e la sussidiarietà. Abbiamo oggi con noi persone che sono impegnate in campi diversi, ma sono impegnate a fare e vogliamo ascoltarle proprio per avere da loro una testimonianza di come, nella gestione dei diversi ambiti in cui operano (nei complessi problemi della sanità, nelle opportunità offerte dalle nuove tecnologie, nella direzione di un grande Ministero e nel lavoro parlamentare) si stia operando, e loro certamente operano, per realizzare la sussidiarietà e per liberare le risorse che i soggetti sociali (cittadini e imprese) possono mettere in campo. Ringrazio quindi i nostri relatori per aver accettato l’invito del Meeting, il nostro invito, e darei la parola per primo a Giovanni Bozzetti. Scusate, a Giovanni Bozzetti non posso dare la parola perché, come vedete, non è nel tavolo dei relatori. Ci ha avvertito da poco che, per un problema familiare, dopo essersi avviato in direzione di Rimini, ha dovuto fare retromarcia. Gli facciamo i migliori auguri perché certamente queste cose destano qualche preoccupazione. Invece la parola la do a Luciano Bresciani, che è assessore alla sanità della Regione Lombardia e che ci può, diciamo, raccontare, in un campo delicatissimo e importantissimo come quello sanitario lombardo, questa esperienza. Il sistema sanitario lombardo costituisce da anni il modello dei sistemi sanitari nazionali. E perciò è stato al centro di una politica riformatrice, i cui benefici si sono realizzati poi nel tempo, ma è tuttora al centro di un percorso di rinnovamento, di riforma, di modernizzazione che chiediamo a lui di raccontarci.

LUCIANO BRESCIANI:
Grazie direttore generale. Saluto lei e tutti presenti e ringrazio dell’opportunità e dell’onore che mi avete offerto di essere con voi a dibattere questi temi. E credo proprio che la conoscenza venga proprio dal dibattito, dal punto di domanda con cui nasce questa mia presentazione.
“Un Sistema Sanitario vettore di produzione di risorse, non solo di costi.”
Una delle grandi sfide del futuro è la realizzazione di un Sistema Sanitario capace di essere leva e vettore di produzione di risorse e di valori per la Comunità, orientati allo sviluppo ed alla sostenibilità economica.
L’Assessorato alla Sanità della Regione Lombardia si è per ciò attivato al raggiungimento di tale obiettivo, ed ha costruito un modello di alleanze regionali sinergiche sulla Piattaforma Regionale di Sviluppo Tecnologico Sanitario.
IL SISTEMA SANITARIO LOMBARDO
Offre 2.320.000 ricoveri ospedalieri, 160.000.000 visite ambulatoriali, 62.000.000 prescrizioni farmaceutiche ai 9.732.000 residenti, ed a più di 400.000 domiciliati. Oltre il 10% di tali prestazioni sono erogate a cittadini extraregionali, con punte del 50% per terapie altamente specializzate. Amministra con un bilancio di 15,5 Miliardi di Euro/anno ed ha raggiunto e consolidato la parità di bilancio da 6 anni.
La Lombardia è al secondo posto con il 12,8% della spesa pubblica nazionale in Ricerca e Sviluppo per cui è stato investito pressoché stabilmente 1.1 del PIL – pari a circa 3,6 Miliardi di Euro/anno – a fronte di una media europea di investimento del 1,9 del PIL.
IL SISTEMA REGIONALE DELLE UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA.
L’Assessorato Regionale alla Sanità ha promosso l’accordo di unione in network per azioni di ricerca delle 6 Facoltà di Medicina Lombarde e del Sistema Sanitario Lombardo: un unico Sistema Regionale delle Università e della Ricerca Sanitaria costituito da 7 attori indipendenti ma sinergici in network per contratto, sorgente da recente Legge Regionale. La legge stabilisce fra l’altro i rapporti del Sistema Sanitario Regionale con il Sistema Regionale delle Università, coordinato quest’ultimo dal Preside indicato dalle Università per interagire col Sistema Sanitario Regionale. Il network delle 6 Facoltà di Medicina è costituito da 14 macroaree di ricerca , comprendenti 119 aree di ricerca, che hanno generato più di 1250 prodotti certificati / anno. Ogni macroarea di ricerca ha per capofila una Facoltà di Medicina che opera in sinergia con le altre: ognuna delle 6 Facoltà guida due macroaree, ad eccezione della Università Statale di Milano che risulta essere capofila di 4 macroaree. I Rettori delle Università Regionali hanno accolto la proposta dell’Assessorato Regionale alla Sanità di collegare al network oltre ai ricercatori degli ospedali e degli IRCCS, anche le Facoltà Tecnologiche non mediche (Politecnico, Bocconi, Farmacia, etc). Tali alleanze sono regolate da uno strumento convenzionale, dal Piano Sociosanitario Regionale di Sviluppo e da una Legge Regionale.
LE INDUSTRIE
Su tale Piattaforma Regionale di Sviluppo Tecnologico Sanitario l’industria ha già spontaneamente presentato all’Assessorato Regionale alla Sanità numerosi progetti, finalizzati ai propri obiettivi di mercato e finanziati con capitali di rischio industriali, di fatto alleandosi per progetto al Sistema Sanitario Regionale ed al Sistema Universitario e di Ricerca Regionale. Il secondo con funzioni di ricerca e sviluppo tecnologico, il primo con funzioni di governance, ma anche di certificazione e validazione del prodotto, mediante applicazioni a costo zero delle nuove conquiste tecnologiche sul Sistema Sanitario Regionale.
IL SISTEMA FINANZIARIO
E’ stata sottoscritta dall’Assessorato Regionale alla Sanità con Finlombarda una convenzione avente per obiettivo attività di sostegno ed assistenza alle politiche regionali di sviluppo e di competitività, attraverso iniziative e strumenti di management, elaborazioni comparative di performance, di modelli di management e di data analisi per l’elaborazione di progetti di sviluppo, di planning e di promozione. Finlombarda già contribuisce sostanzialmente al raggiungimento di “performance rating” per il Sistema Sanitario Lombardo. In particolare ha realizzato e consolidato lo sviluppo di “project finance” e cooperazione fra pubblico e privato, il controllo e la razionalizzazione dei costi sanitari , i modelli di management che hanno significativamente abbassato il tempo di pagamento dei fornitori pubblici . Obiettivi futuri sono, prioritariamente, la creazione di piattaforme economico-finanziarie per il Sistema Sanitario Regionale al fine di migliorare:
le economie territoriali, gli scambi, i trasferimenti e le implementazione di modelli di management dei Sistemi Sanitari più avanzati e del Sistema Regionale delle Università e della Ricerca Sanitaria;
gli sviluppi delle politiche economico – finanziarie di internazionalizzazione del Sistema Sanitario Lombardo, con particolare attenzione alla creazione di una Macroarea Europea di Sviluppo Tecnologico Sanitario e di una Macro Aera Internazionale di Trasferimento Tecnologico Sanitario.
IL PRODOTTO INTERMEDIO
Già durante la fase di costruzione della Piattaforma Regionale di Sviluppo Tecnologico Sanitario, ora completata, sono stati 39 i progetti di ricerca presentati all’Assessorato Regionale alla Sanità da gruppi industriali e finanziati con loro capitali di rischio, di cui 22 attualmente in corso. Ciò evidenzia che l’azione dell’Assessorato Regionale alla Sanità, per una alleanza tesa allo sviluppo tecnologico, ha intercettato un reale bisogno sia delle Università – sotto finanziate per la ricerca – sia dell’industria.
IL SISTEMA DI SVILUPPO TECNOLOGICO SANITARIO LOMBARDO – ESPANSIONE
Creata la Piattaforma Regionale di Sviluppo Tecnologico Sanitario, con i tre alleati istituzionali e con il quarto industriale su progetto, sono state identificati, mediante opportuni indicatori, i sistemi sanitari regionali più avanzati a livello nazionale ed europeo. A tali Regioni sono stati proposti dall’Assessorato Lombardo della Sanità patti triennali di sviluppo bilaterali con obiettivo, fra gli altri, di riprodurre il modello lombardo di Sviluppo Tecnologico Sanitario presso le altre Regioni e legarlo in rete, al fine di costituire un network di sviluppo nazionale ed europeo.
PIATTAFORMA NAZIONALE
Sono stati sottoscritti conseguentemente Patti di Sviluppo Tecnologico Sanitario triennali per aree tematiche con Regione Veneto e Regione Friuli e Venezia Giulia. Sono in via di accordo Patti analoghi con la Provincia di Bolzano e con la Regione Emilia e Romagna, al fine di realizzare la Piattaforma Nazionale di Sviluppo Tecnologico Sanitario, mediante network regionali congiunti sanitari, universitari e di ricerca ed economico-finanziari.
IL PRODOTTO INTERMEDIO
La Piattaforma Nazionale di Sviluppo Tecnologico Sanitario, quando completata, riguarda complessivamente 21 Milioni di Cittadini, una spesa sanitaria di 34.676 Milioni di Euro ed un investimento in Ricerca e Sviluppo di 6.885 milioni di Euro, pari ad 1,1 del PIL complessivo.
PIATTAFORMA EUROPEA
Sono stati sottoscritti Patti di Sviluppo Tecnologico Sanitario, per aree tematiche triennali, con le Regioni di Rhone Alpes ed Andalusia e con lo Stato di Israele; sono in via di sottoscrizione Patti triennali con la regione Catalogna, il Canton Ticino, ed è in esame un accordo con il Baden Wurtemberg, al fine di realizzare la Piattaforma Europea di Sviluppo Tecnologico Sanitario, mediante congiunti network regionali sanitari, universitari e di ricerca ed economico-finanziari.
IL PRODOTTO INTERMEDIO
La Piattaforma Europea di Sviluppo Tecnologico Sanitario, quando completata, riguarda complessivamente 60 Milioni di Cittadini, una spesa sanitaria di 87.030 Milioni di Euro ed un investimento in Ricerca e Sviluppo di 30.017 Milioni di Euro, pari a 2,05 del PIL complessivo. La costruzione della Piattaforma Europea di Sviluppo Tecnologico sanitario, prevede il raggiungimento cronologico alla fine di ottobre 2009. L’Assessorato Regionale alla Sanità è impegnato in 7 progetti di ricerca europei in cui ha funzione di partner beneficiario di finanziamenti. Sono ancora in valutazione 6 progetti di ricerca europei .
PIATTAFORMA DI TRASFERIMENTO TECNOLOGICO
Sono stati sottoscritti Patti di alleanze strategiche per Aree Tematiche di Trasferimento Tecnologico, finanziati dalla Provincia di Buenos Ayres e cofinanziati dallo Stato di Nicaragua. Sono in via di sottoscrizione alleanze strategiche per Aree Tematiche di Trasferimento Tecnologico con gli Stati Messicani del Distretto Federale e dello Stato di Città del Messico. Grazie per l’attenzione.

ENRICO BISCAGLIA:
Grazie Bresciani, anche perché è stato nei tempi con una precisione al secondo, veramente. Adesso la parola la passo ad Alberto Daprà che oggi ci parla come presidente di Lombardia Informatica. Arriva da qualche tempo a questa responsabilità dopo aver avuto una più lunga esperienza nel settore privato, e quindi ha una grande conoscenza del mercato e dei trend dell’information technology. Questo passaggio, che oggi ha realizzato, di responsabile in una importante struttura della pubblica amministrazione, nel dargli la parola, sono curioso di sentire come lo sta sviluppando, avendo questa esperienza nel mondo dell’impresa. A te la parola Alberto.

ALBERTO DAPRÀ:
Grazie Biscaglia. Grazie agli organizzatori del Meeting. In realtà io vorrei parlare non tanto della mia esperienza quanto di quanto stiamo facendo in Regione Lombardia, proprio per applicare le tecnologie e le innovazioni al tema della sanità, che è il tema che l’assessore ha prima illustrato in modo sintetico e, diciamo, molto interessante. Quindi parlo della cosa di cui so parlare, che forse annoierà un po’ però, diciamo, mi spiace ma… Allora, quello che viene chiamato sanità elettronica è uno dei temi, diciamo, già caldi in quasi tutti i grandi paesi. Cioè, quasi tutti i grandi paesi e le grandi regioni hanno messo in campo degli investimenti considerevoli per applicare, per utilizzare, la tecnologia informatica a supporto del miglioramento dei processi sanitari e anche del controllo dei costi, diciamo, della sanità. Quindi è un trend abbastanza recente rispetto ad altri settori industriale in cui l’informatica è stata più pervasiva. Diciamo, che la sanità è più recente come investimento. E, da questo punto di vista, la Regione Lombardia, di cui appunto Lombardia Informatica è l’ente strumentale che si occupa dell’implementazione dei sistemi, è stata veramente un precursore, perché ha lanciato questo progetto che va sotto il nome di CRS SISS (cioè sistema informativo sociosanitario) quasi ormai 10 anni fa, quando questi temi erano veramente all’inizio ma veramente se ne parlava pochissimo, e l’ha portato avanti con grande determinazione e con investimenti considerevoli, che oggi pongono la Regione Lombardia assolutamente in una posizione di eccellenza rispetto, non soltanto all’Italia, ma rispetto a moltissimi paesi europei e non solo europei. Tanto per citare il grande paese che sono gli Stati Uniti, nelle linee di riforma, diciamo, della sanità che sono state, che sono le idee del piano di sviluppo del presidente Obama, è previsto un investimento sul tema della sanità elettronica intorno ai 20 miliardi di dollari quindi, diciamo, con investimenti veramente significativi. Perché, come vedremo, si tratta di progetti molto complessi e che richiedono anche tempi lunghi perché, come vedremo, coinvolgono, come è abbastanza chiaro, migliaia di persone sia gli operatori che il cittadino. Allora senza andare troppo nel dettaglio, che penso possa annoiare molti dei presenti, quali sono secondo me gli aspetti più interessanti di questo utilizzo dell’informatica nella sanità? Innanzitutto consente di mettere veramente il paziente al centro, cioè consente di raccogliere in modo strutturato tutte le informazioni che riguardano lo stato di salute del paziente indipendentemente da, diciamo, da tutti i luoghi in cui il paziente è assistito. Quello che viene chiamato fascicolo sanitario elettronico, – lo scopo è proprio quello di costruire una base di conoscenza sulla salute, o talvolta mancanza di salute se uno è un paziente – è la raccolta di tutte le informazioni che vengono, diciamo, generate nell’erogazione di servizi sanitari che il paziente ha nella propria vita, indipendentemente dal luogo, dall’operatore pubblico o privato, oppure diciamo dalla modalità con cui questi servizi vengono erogati. Quindi questo costituisce una base di conoscenza estremamente importante, facilmente accessibile in modo universale. Internet ha dato questa possibilità, le reti hanno dato questa possibilità di condividere, di rendere accessibili queste informazioni, opportunamente protette dal punto di vista della privacy (poi su questo magari lo accenneremo, perché è sempre un problema che a mio parere è una giusta preoccupazione ma, per certi aspetti, sopravvalutata); comunque di rendere accessibili queste informazioni con il consenso del paziente a tutti coloro che il paziente devono curare. E questo costituisce, a mio modo di vedere, una cosa eccezionale dal punto di vista della potenzialità e della possibilità di migliorare quindi la qualità, diciamo, della cura. La seconda cosa che consente l’utilizzo di queste tecnologie è quello di dare le informazioni al cittadino per supportare le proprie libertà di scelta. Come si diceva prima, la Lombardia ha fatto della libertà di scelta del cittadino uno dei pilastri. Ma il cittadino per scegliere ha bisogno di informazioni e per potere avere queste informazioni c’è l’utilizzo della rete, quindi notizie sulla disponibilità dei servizi sanitari, poter accedere tramite un unico numero o tramite internet capire quali sono le strutture sanitarie più vicine alla propria casa, che possono in tempi più brevi rispondere; informazioni sull’accesso e la disponibilità di tutti i servizi sociosanitari che sono sul territorio. Quindi l’avere accesso a questa base di conoscenza sui servizi disponibili sul territorio costituisce, a mio modo di vedere, una grande aiuto, un grande supporto affinché il cittadino sia libero di scegliere. Perché, ripeto, per scegliere bisogna anche avere delle informazioni, saper cosa scegliere. E’ questo quindi secondo me il secondo grande aspetto. Da una parte il paziente al centro e quindi la costruzione di una conoscenza sul suo stato di salute, di malattia, accessibile a tutti gli operatori che devono intervenire sul paziente stesso, e dall’altra tutte le informazioni che consentono al cittadino di accede nel modo migliore ai sistemi esistenti. C’è un terzo aspetto che sempre ha a che fare, secondo me, con la condivisione della conoscenza, che è quello di condividere la conoscenza tra gli operatori per poter curare meglio. Una delle iniziative più importanti del sistema SIS sono le cosiddette reti di patologia, cioè sono reti, sempre informatiche, che mettono in comunicazione gli operatori specialisti di una tipologia particolare, di una patologia particolare (quella cardiovascolare piuttosto che quella renale eccetera), in modo tale da potere consentire uno scambio di conoscenze il più possibile immediato tra tutti gli operatori che si occupano di questi temi, con evidente vantaggio sulla capacità di intervenire. E questo è, secondo me, un altro grande risultato positivo di questo tipo di soluzione. Poi c’è un altro aspetto, che è un altro degli obiettivi di questo tipo di sistemi, che è semplificare la vita al cittadino, cioè secondo lo slogan che dice “muoviamo le informazioni e non muoviamo le persone”, se possibile. Tutti noi sperimentiamo il fatto di perdere tempo in code varie. Molto semplicemente l’idea è quella di utilizzare sempre di più l’elettronica e l’informatica per evitare il più possibile gli spostamenti inutili. Cito due esempi. La Lombardia, oggi, avendo messo in rete tutti gli operatori della sanità (quindi stiamo parlando di 45 mila operatori), tutte le farmacie, tutti gli istituti di cura pubblici e nel corso dei prossimi anni anche di quelli privati accreditati, è l’unica regione che potrebbe da domani implementare la cosiddetta ricetta elettronica, cioè fare in modo che ciascuno di noi debba andare dal medico per farsi dare la ricetta ma semplicemente andare in farmacia con la propria tessera sanitaria e rispetto alla prescrizione che è stata fatta elettronicamente, vedersi consegnare da parte del farmacista il farmaco richiesto. E questo credo che è una cosa che penso ciascuno di noi voterebbe sul fatto di poterlo utilizzare domani. Il motivo per cui ancora non si può fare è un motivo legato alle normative, normative a livello nazionale, su cui il ministero sta lavorando per trovare, per superare l’attuale norma che prevede l’obbligatorietà della ricerca cartacea. Però oggi. tramite la rete. sarebbe assolutamente possibile, da domani mattina, avere la cosiddetta ricetta elettronica. Cito un altro esempio di un progetto che è sempre parte dello stesso sistema, il cosiddetto progetto Icaro, che è rivolto ai giovani, alle giovani madri che hanno figli, che partoriscono figli, ai quali sarà possibile, lo è già in molti ospedali, avere un unico punto in cui potere fare la richiesta di tutti i certificati che riguardano il proprio figlio neonato. Quindi dalla carta dei servizi, dal codice fiscale al certificato di nascita, senza spostarsi, senza spostarsi e senza perdere due o tre giornate per andare in giro nei vari uffici pubblici a raccogliere questi certificati. Quindi le potenzialità di semplificazione della vita dei cittadini con l’utilizzo delle tecnologie informatiche sono veramente numerosissime e siamo soltanto all’inizio di questa rivoluzione. Naturalmente tutto questo, vedremo, richiede preparazione, i giovani sono quelli più preparati all’utilizzo delle tecnologie e quindi saranno probabilmente i primi a utilizzarli a pieno. Però, insomma, oggi anche tante altre persone, anche grazie al supporto dei nipoti o dei figli, sono in grado di interagire con questi strumenti in un modo che si sta sempre di più diffondendo. Quindi accennavo prima che il progetto della Lombardia è un progetto di eccellenza. Uno dei problemi di questi progetti, e la Lombardia su questo ha fatto un’esperienza molto importante che adesso mettiamo anche a disposizione di altre regioni, di altre nazioni, è quello di come coinvolgere gli operatori e i cittadini. Perché comunque questi progetti richiedono un cambiamento, un cambiamento nel modo di lavorare, richiedono un cambiamento nel modo di accedere ai servizi. E questo cambiamento non viene “gratis”, non nel senso che ci vogliono dei soldi, magari anche, ma nel senso che è necessario un incentivo, è necessario un desiderio di cambiamento, una disponibilità all’utilizzo di queste tecnologie che altrimenti, senza questa disponibilità a cambiare il proprio modo di lavorare, è difficile potere utilizzare al meglio. Io concluderei questo brevissimo intervento, poi ovviamente su questo tema se ne può parlare per ore, con questa osservazione, in modo anche da evitare delle false, delle sbagliate pretese. L’informatica è comunque uno strumento, come il cannocchiale di Galileo per intenderci, uno strumento tecnologicamente avanzato ma è pur sempre uno strumento. Quindi non può da sola risolvere nessun problema. È uno strumento che è dato nelle mani delle persone. Quindi per utilizzare questo strumento e per ottenere i risultati che si vogliono ottenere, sono necessarie persone che siano appassionate al bene comune, che siano formate opportunamente e che siano disponibili al cambiamento. Se ci sono queste condizioni, allora veramente l’utilizzo di queste tecnologie potrà cambiare in modo sostanziale il modo in cui la pubblica amministrazione accede, o meglio, al modo in cui il cittadino accede ai servizi e alla pubblica amministrazione. Grazie.

ENRICO BISCAGLIA:
Grazie Daprà, mi sembra che ci abbia facilitato la comprensione che uno strumento diventa poi adatto al suo scopo, quando c’è una persona che sa per che cosa va usato. Ecco, questo mi sembra un principio molto interessante, da trasferire in tanti campi. Adesso cambiamo, facciamo come un salto, perché da un’esperienza interessante, la sanità, le tecnologie nella sanità, entriamo in un orizzonte più ampio, che è la dimensione nazionale di quei problemi su cui ci stiamo intrattenendo. Giuseppe Tripoli, che è qui con noi, anche lui da qualche anno presente al Meeting, oggi parla con la responsabilità che ha, cioè come Capo del Dipartimento dell’Impresa e dell’Internazionalizzazione del Ministero dello Sviluppo Economico, un lungo nome per una responsabilità che effettivamente è molto importante, perché questo Ministero, nel rapporto con le imprese, naturalmente molto può e molto fa e deve fare e quindi lascio a lui la parola, perché possa raccontarci questa esperienza.

GIUSEPPE TRIPOLI:
Grazie a Chicco, buonasera a tutti. Dunque, io farei una breve premessa che riassume sinteticamente quello che poi già l’assessore Bresciani e il dottor Daprà hanno illustrato. L’obiettivo del tema della semplificazione, visto dal lato delle imprese e visto dal lato di chi si occupa dei problemi delle imprese, amministrazione pubblica, nazionale, regionale, locale, camerale, quello che è, vuol dire togliere tutti quegli ostacoli che rendono ancora più difficile la vita per attività, già difficili, dell’imprenditore. Siccome fare impresa è tutt’altro che un’attività semplice, è tutt’altro che un’attività facile, è tutt’altro che un’attività esente da rischio, se lo Stato, tra virgolette, – anzi, quando parlo di Stato parlo degli enti pubblici in generale, delle norme, dell’ordinamento, ecc. – anziché essere a fianco di chi fa impresa e rischia in proprio, si mette di traverso, come talvolta rischia di fare, ha rischiato di fare e continua a rischiare di fare in molti casi, la vita per l’imprenditore non solo diventa più complicata, ma diventa talvolta impossibile. A questo aggiungo una seconda breve premessa che mi viene anche dall’esperienza che ho fatto in precedenza, che è legata a quella realtà che è quella delle Camere di Commercio, molto a contatto sul territorio, con la vita delle piccole, piccolissime aziende, che è uno specifico italiano perché, voi sapete che, fatte 100 le imprese italiane che sono circa 6 milioni, 98 e passa per cento sono micro e piccole imprese. Allora, molte volte, quando si guardano i problemi dell’impresa dal lato dell’operatore pubblico, direi a volte anche dal lato dell’operatore della legislazione, di chi fa le leggi, per una serie di motivi si ha più facilmente presente la tipologia dei problemi di alcuni tipi di aziende un po’ più strutturate, un po’ più organizzate, un po’ più di grande dimensione, che non quella di piccolissime aziende che fanno a volte anche fatica a far presente a sé stesse, alle loro associazioni, o tramite le loro associazioni, i problemi che vivono. Quando tu sei da solo o con la tua famiglia nel lavoro nell’azienda, fai a volte fatica a capire qual è il problema; capisci che c’è un problema, che non puoi perdere tutto quel tempo che perdi per fare certe cose, ma fai pure fatica a raccontarlo. Che questo aspetto sia un aspetto importante, lo ha sottolineato di recente l’Europa, perché lo sapete che qualche mese fa è stato emanato un grande orientamento europeo, che è quello conosciuto col nome di “small business act”? E’ un atto di legislazione – chiamiamola così – europea, che prende in considerazione il fatto che, se per l’Italia nel mondo delle piccole imprese questo vale 98% quasi 99%, è un mondo importante, importantissimo in tutti i paesi dell’Unione Europea e ha coniato quello slogan che è in inglese “fast small team”, ognuno traduce come vuole nella sua lingua, ma il cui concetto sostanzialmente è: pensa al piccolo, quando fai le leggi, quando agisci, pensa alla piccola dimensione quando operi. E lì credo che ci siano contenuti una serie di attività che adesso il governo italiano è impegnato a realizzare attraverso un’attività di ascolto, che si è svolta nei mesi scorsi, paziente delle realtà delle piccole imprese, delle realtà associative delle piccole imprese, in un contatto continuo con i livelli istituzionali preposti ad occuparsi del tema dell’attività imprenditoriale, ovviamente in primo luogo nel rapporto con le regioni. Allora, per farla breve e non dilungarmi molto, io raccolgo attorno a quattro punti alcune delle considerazioni che sono venute da questo lavoro di raccolta, di sintesi, che potrebbe diventare un orientamento del governo, un orientamento condiviso con le regioni – i contatti sono continui – comunque un principio a cui ispirare, ovunque uno operi, la sua azione. Il primo riguarda il tema proprio della legislazione – tra l’altro subito dopo di me viene chi si occupa di legislazione, in senso proprio diretto con competenza propria – cioè bisogna potenziare tutti gli strumenti che consentono di valutare ex-ante qual è l’impatto della regolamentazione, quindi leggi, decreti, regolamenti. Spesso, infatti, il diavolo non si nasconde nella legge, ma si nasconde nel decreto, nel regolamento, nella circolare, nel codicillo della circolare; quindi una bella legge poi diventa un massacro dal punto vista della vita dell’impresa. Quindi diciamo, prima conoscere e valutare bene gli effetti che si hanno sulle piccole imprese – e quando dico piccolo io intendo anche la dimensione micro di impresa; la dimensione micro di impresa è quella a cui facevo riferimento prima, di due persone che lavorano, uno che è titolare e uno che gli dà una mano e che quando devono andare a chiedere un certificato non ci possono andare, perché non possono chiudere bottega perché resta il titolare che deve fare delle altre cose e non sa chi mandare. Bisogna avere presente questo, questo tipo di dimensione, che fa fatica certe volte ma che è l’asse portante, uno degli assi portanti della nostra economia. Quindi uno dei grandi principi su cui cercheremo nei prossimi mesi di strutturare anche un servizio vero e proprio, è quello di conoscere, di valutare ex-ante gli effetti veri, reali della legge, del regolamento, della circolare, di ciò che applica la legge, per la piccola impresa. E questo è essenziale, perché noi abbiamo visto tante volte, e molte volte partono dall’Europa i problemi, che norme, pensate per delle aziende che hanno 250 dipendenti, quando le devi applicarle a quelle che hanno 2,5 dipendenti, la cosa diventa più problematica. Che certe norme sulla sicurezza, che richiedono responsabili di qua, procedure di là, standard di là, poi diventano molto più complicate e di fatto diventa difficile applicarle a livello piccolo. Secondo momento: quindi, primo momento, l’attività della regolamentazione, secondo momento il rapporto con la pubblica amministrazione. Qui è stato detto benissimo sulla telematizzazione. So che da certe stime che erano state fatte, ricordo solo questa: si era valutato che la de-materializzazione di tutti gli atti della pubblica amministrazione varrebbe un risparmio, un minor costo per lo stato italiano, pari al 2% del Pil, circa 32 mila miliardi di euro, Se facessimo sparire tutti i documenti che girano e vi assicuro che in certi ambienti ne girano ancora tanti cartacei e tutto girasse per via informatica, questo costerebbe già 32 mila miliardi in meno all’ordinamento pubblico italiano. Allora pensate cosa vorrebbe dire de-materializzare gradualmente tutta la pubblica amministrazione; non dico tutto il 100% da qui al prossimo anno o prossimi due anni, basterebbe fare dei passetti del 10% ogni anno, un 10% di carte in meno ogni anno, vorrebbe dire 3 miliardi, 3 miliardi e mezzo di risparmi e di possibilità di investimento ulteriori, invece, in campi interessanti da parte dello stato italiano. Detto questo, qual è il grande lavoro su cui siamo impegnati? E anche qui parlo del Ministero, ma faccio riferimento in modo particolare alle regioni, alla Regione Lombardia, che è gente con cui abbiamo più volte avuto un costante rapporto anche, diciamo, per le esperienze pilota che la regione ha spesso coinvolto su questo campo. Il lavoro in cui ci siamo impegnati è quello di organizzare quella rete, adesso la definisco così, di sportello unico per le attività produttive che ha avuto tanti passaggi ma che non si è ancora completato. Ha avuto il passaggio dello sportello unico fatto dai comuni 8/10 anni fa, ma era un passaggio che a volte non faceva leva sulla telematica, ma oggi non puoi non fare uno sportello unico che non funzioni solo e solo sulla telematica, sennò lavoriamo solo per il passato e non per il futuro. Ha avuto un passaggio di semplificazioni importanti con le Camere di Commercio, che da qualche anno accettano, per esempio, le iscrizioni non solo alla Camera ma all’INPS, all’INAIL, all’ Agenzia delle Entrate per via telematica; è un altro pezzettino, ma che adesso va completato. Allora, nei prossimi mesi, uno dei punti su cui si lavorerà, è rendere effettivo questo sportello unico, ripeto, sulla base di questo principio. Lo sportello unico voi lo sapete che cosa è: che un imprenditore, anziché andare in giro per impiantare la sua azienda attraverso 8/10 uffici comunali, provinciali, regionali, camerali, ASL, ecc. ecc., va in un unico punto e fa un’unica pratica che sarà smistata poi tra i vari uffici. Ecco dicevo, un principio chiave su cui si sta lavorando, è che questo sportello unico, laddove è stato fatto, continui ad andare avanti, ma dove non è stato fatto vada realizzato solo ed esclusivamente su base telematica. Lì c’è un passaggio delicato, che chiama in causa anche le organizzazioni imprenditoriali delle piccole imprese ed è il passaggio del fatto che servono anche delle agenzie che supportino le piccole imprese in questi che sono passaggi, a volte, troppo difficili, compreso quello della telematica; in Italia c’è una difficoltà all’uso della telematica, lo sapete, sia nell’ambito delle famiglie che nell’ambito delle imprese. Quindi un supporto attivo a fare questo passaggio. Vado rapidamente perché vedo che ho già sforato i minuti. Allora, il terzo punto lo richiamo rapidamente: è il tema della aziende che hanno difficoltà; anche lì bisogna ripensare il modo con cui aiutare le aziende che vanno in difficoltà. Prima che un’azienda fallisca, prima che un’azienda chiuda, ci sono dei segnali; se avessero a fianco qualcuno che le aiutasse a leggere prima i segnali delle difficoltà e magari le aiutasse a mettere in piedi delle riorganizzazioni finanziarie, perché molto spesso si tratta di questo, di sapere per tempo che tu devi rivedere la tua esposizione finanziaria, se le piccole imprese avessero questo…ma questo non è un grande campo di collaborazione tra governo, regione e camere di commercio per esempio, per citare solo i primi che mi vengono in mente, le associazioni imprenditoriali, ecc. Un secondo passaggio che vorrei fare su questo tema delle aziende in difficoltà, è quello del credito. Qui lasciatemi solo dire un battuta. Stiamo lavorando su un’idea di questo tipo: oggi normalmente le imprese vanno alla banca, la banca magari ha il Confido oppure ha il Fondo di garanzia centrale che la assiste, con un sistema di contro-garanzia, ciononostante non dà il credito, perché? Perché tutto il sistema è costruito sull’idea che sia la banca a decidere se dare il credito o no, non diventa un diritto dell’impresa il fatto che, avendo avuto una valutazione positiva da parte di qualcuno, sia in condizioni di andare a cercare la banca che accetta quella valutazione positiva, che il Confido o il Fondo centrale di garanzia ha dato fino al punto di esporsi dicendo: ti contro-garantisco io o ti co-garantisco io. Quindi, se la tua banca A non te l’accetta, l’imprenditore è libero di andare con questo voucher, diciamo, alla banca B o alla banca C o alla banca D e magari, quella piccola banca del territorio, che si fida e conosce la persona, questo voucher lo accetta. Quarto e ho chiuso. I punti su cui lavorare, quindi, sono: regolamentazione, rapporto con la pubblica amministrazione, aziende in difficoltà, aziende in sviluppo. Qui, secondo me, c’è ovviamente da ripensare insieme tutti gli strumenti che ci serviranno per uscire dalla crisi bene. Noi abbiamo, un po’ mutuando devo dire l’esperienza, non lo nascondo, di quello che accade di fatto e di quello che già la Regione Lombardia aveva fatto con l’idea dei meta-distretti, abbiamo introdotto un concetto importante, che è già nella legge che è stata approvata dal Parlamento, ma che stiamo provando ad organizzare e a regolamentare, che è quello della rete di impresa. Cioè tu devi aiutare le piccole imprese a far rete, strutturarle nel loro fare rete, perché questo, per loro, è una semplificazione quando vanno nei rapporti con la pubblica amministrazione. Sarà uno, per la rete di impresa, a trattare, uno per la rete di impresa a parlare con le banche… E ultimo punto, che tocco sempre su questo tema dello sviluppo, lasciatemelo dire, è quello degli incentivi. E’ la battuta finale, qui proprio trenta secondi: perché su questo bisogna rifletterci. Nel periodo 2003-2008, sono stati censiti 91 strumenti agevolativi nazionali e 1216 strumenti agevolativi incentivanti regionali: è una giungla. Cioè, una realtà dove ci sono 1216 strumenti regionali e 91 nazionali, obiettivamente per l’imprenditore chiamatela facilitazione, è tutt’altro che una facilitazione, è una giungla, dove tu non sai se poi il finanziamento c’è, qual è la pratica, se la pratica di A vale anche per B, ecc. Allora lì un principio che è un contenuto, quello dello “small business act” che vi citavo, nella legge che è stata approvata di recente al Parlamento, di riorganizzazione, di incentivi, è essenziale, ma non può riguardare solo il livello nazionale, deve riguardare anche i livelli regionali. Chiudo e mi scuso per i minuti in più che vi ho preso.

ENRICO BISCAGLIA:
Grazie Giuseppe. Adesso do la parola a Raffaello Vignali. Di solito non lo facevo io, di dare la parola a lui che per cinque anni è stato il mio presidente. Da qualche tempo, diciamo da un annetto, invece siede nei banchi del Parlamento. Da presidente della Compagnia delle Opere è stato una voce autorevole, che ha rappresentato le esigenze delle piccole imprese italiane. In particolare, quello che ricordo in modo maggiore, è sicuramente quello che ha dato come contributo sul tema dell’innovazione, nel muovere con un modo che lui usava dire: aiutare le imprese ad alzare la testa dal tornio. È diventato un slogan, ci fu un imprenditore che ce lo disse dopo, in un suo incontro. E l’altro contributo che lui ha dato, lo ricordo perché mi sembra importante, è comunque difendere sempre il valore del lavoro, l’onore di fare impresa, che è stato il modo come la CDO in quegli anni si è anche presentata e rappresentata al Meeting. Sapendo di questa sua esperienza, ci interessa molto ascoltare come oggi continua questo suo lavoro, questa sua battaglia nel compito che ha oggi, che è partecipare alla fase di legislazione che spetta al Parlamento. A lui la parola.

RAFFAELLO VIGNALI:
Grazie. Io volevo partire da una esperienza personale che mi deriva da prima anche della CDO. In realtà ero allora direttore dell’Istituto di Ricerca della Lombardia, che è l’Istituto che aiuta la programmazione regionale per le politiche e mi ricordo che un giorno mi chiamò l’allora presidente, si chiamava…ancora attuale presidente, Adriano De Maio, che però allora era anche direttore del Politecnico, e mi dice: vieni qua da me al Politecnico che ci sono dei signori stranieri che vorrebbero investire in Italia, in Lombardia e dobbiamo capire come possiamo dargli una mano. Arrivo lì e c’era l’Amministratore delegato della Nokia. Questo signore dice: noi dobbiamo aprire uno stabilimento in Italia, in sud Europa, uno stabilimento produttivo, 500 addetti, cerchiamo un sito che abbia alcune caratteristiche: un’area metropolitana, un hub vicino, un Centro ricerca tecnologica avanzata, una qualità della vita buona, una città culturale…sette/otto cose, incentivi se ci sono ma non sono determinanti, tempi rapidi e certi di insediamento. Io mi metto a lavorare, in una settimana gli mandiamo un’ipotesi, una certa area in Brianza, che secondo me andava benissimo; rispondono loro dopo due settimane e dicono: ci dispiace, andiamo a Lione. Io mi sono messo la giacca da fesso, come si dice, e gli ho detto: ma a Lione non c’è l’hub, noi l’abbiamo ma loro no. E mi hanno detto: sì, ma quello per noi non è determinante, il problema vero è un altro, noi abbiamo fatto i conti e lì tra sei mesi abbiamo aperto, da voi se tutto va bene, ma tutto, tutto, tutto, apriamo tra tre anni. Guardi, però, noi siamo la Nokia, tra tre anni non sappiamo neanche che prodotto facciamo, come facciamo a investire da voi? Il principale freno allo sviluppo di questo paese, la prima difficoltà degli imprenditori, anche più delle tasse che sono troppo alte, è proprio questo: noi abbiamo troppe regole, abbiamo troppi enti che si occupano delle stesse cose, abbiamo troppe responsabilità, anche nella pubblica amministrazione molto spesso. Pensate che per aprire un’officina da meccanico ci vogliono circa ottanta autorità. Dopodiché, visto che noi siamo fra l’altro il paese con il più alto tasso di imprenditori al mondo, cioè di imprenditori sulla popolazione, siamo uno dei paesi in cui è più difficile fare impresa, secondo me siamo…Io prima pensavo che gli imprenditori fossero degli eroi, adesso penso che siano dei santi, perché veramente bisogna sperare contro ogni speranza! A seguito comunque di questo fatto che è successo con la Nokia, mi sono messo a fare una piccola ricerca e ho iniziato a telefonare un po’ in giro negli altri paesi, per capire come funzionava e ho telefonato alla Camera di Commercio di Londra e ho detto: io vorrei aprire un ristorante a Greenwich, volevo sapere che permessi servono. Il funzionario mi risponde: lei è italiano? Si, perché? Siete gli unici che chiedono i permessi, dice. Le leggi ci sono, sì; bisogna rispettarle, sì; perché dovete chiedere il permesso di rispettare la legge? Voi aprite, ce lo comunicate, noi veniamo a fare un controllo – anche sul controllo, credo, abbiamo idee diverse, perché per noi controllo è aiutarvi a mettere a posto se c’è qualcosa da sistemare – ma per me, se lei ha il locale, può aprire anche stasera. Questa è la differenza. Per questo, secondo me, la vera questione del tema di oggi e che è anche però la cosa più difficile, è che non basta appena cambiare le regole; poi ci si prova, ci si sta lavorando tanto, ma il problema vero è che c’è una rivoluzione culturale da fare. Devo dare atto che la Lombardia sono 15 anni che questa rivoluzione la sta facendo, la sta facendo il governo Berlusconi, perché si può dire quel che si vuole, ma la battaglia anche del ministro Brunetta, magari semplificata nello slogan contro i fannulloni, è vera, al di là della cattiveria molto spesso. A un funzionario pubblico, evadere una pratica, mettere un timbro, ci vuole un secondo, oggi o tenerla lì a dormire sul tavolo sei mesi, è la stessa cosa; io vorrei sapere perché la tengono sempre sei mesi! Nicola Sanese su questo dà delle frustate a tutti e lui è un esempio…Lo dico non perché è qua, ma perché sul suo tavolo passano milioni di fogli ogni giorno e la sera è pulito ma non perché li ha buttati nel cestino, perché sono già girati dappertutto. Quindi è una rivoluzione, le parole che ha detto ieri Blair, sono parole vere, cioè: responsabilità e sussidiarietà sono veramente le due parole, perché il cittadino non è il suddito e nemmeno, come dicono certi testi universitari, il cliente della pubblica amministrazione: è il padrone della pubblica amministrazione. E l’imprenditore è anch’esso padrone della pubblica amministrazione; noi invece, per ragioni anche culturali, per cui si pensa che…c’è una certa cultura in Italia, tipicamente di sinistra, che pensa che il privato è cattivo e l’unica cosa morale è il pubblico, come se il pubblico non fosse, fra l’altro, fatto di persone – non è che ci sono gli uffici, ci sono le persone dentro e non basta avere buone leggi, ci vuole responsabilità. Abbiamo fatto il provvedimento sulle imprese maggiori. Giuseppe Tripoli sa che è fermo li perché ci sono alcune regioni, non la Lombardia, che stanno discutendo dicendo: ma perché lo stato fa un provvedimento che è competenza nostra? Ma se serve, vogliamo partire dal fatto che serve e ci mettiamo tutti a lavorare in quella direzione o stiamo a discutere di chi è la competenza? Perché questo fa capire che serve veramente una rivoluzione culturale, tant’è che, anche la parole che ha usato ieri Blair… fra l’altro c’era un collega deputato del Partito Democratico, che viene dai DS, che mi ha detto: eh, se fosse in Italia quello sarebbe con voi! Perché certe regioni e certe amministrazioni, veramente lo si vede proprio, ma non voglio discutere di questo, non voglio far polemica. Bisogna uscire insomma, secondo me, da questa banalità del male, che non è cattiveria – a volte sì -, ma a volte è proprio una banalità del male. Faccio un esempio: Enrico lo sa perché l’ho citato mille volte – fra l’altro consiglio un libro a tutti Volevo solo fare la pizza, l’ha fatto un giornalista di Repubblica, che prima si era messo a fare una Pizzeria al taglio; è spettacolare perché racconta l’odissea di chi vuole aprire una Pizzeria al taglio, che non è una cosa mostruosa, non è un impianto chimico sofisticato, è molto istruttivo, bisognerebbe prendere quello per capire tante cose su cui bisogna lavorare. Perché a volte non è solo cattiveria o ideologia, è proprio banalità del male, cioè irresponsabilità. Io faccio questo esempio: un imprenditore apre un’azienda, non sa – questa è una cosa su cui stiamo lavorando – quali sono gli obblighi. Non so se vi è mai capitato di dover decidere, quando fate il bagno dei dipendenti nello stabilimento, che rubinetto mettere. Perché, se voi mettete un rubinetto normale, siete sicuri che arriva un funzionario dell’ASL che vi dice: hai messo quello, no, ci vuole il miscelatore. Poi arriva quello dei Vigili Urbani e dice: eh no, ci vuole quello con la cellula fotoelettrica. E tu lo cambi. Poi arriva quello dell’ARPA e ti dice: no, ci vuole a pedali per motivi d’igiene. Poi arriva un altro dell’ASL e dice: no, ce ne vuole un altro ancora; due stessi funzionari della stessa ASL magari… Sono tutti costi e sono tempi lunghi e tempi persi; i nostri imprenditori passano l’80% del loro tempo, non a fare il loro lavoro ma a far carte! Bisogna fare l’elenco degli obblighi, anche per togliere tutta la discrezionalità che c’è; perché poi il funzionario, anche in buona fede, deve far vedere che è bravo e quindi che ne sa di più dell’altro. Perché c’è di tutto, però intanto rendiamo la vita impossibile a chi deve lavorare. Ma questo lo paghiamo tutti, perché il Pil e l’occupazione non lo fanno i governi con i decreti, lo fanno le imprese con il loro lavoro, il loro fatturato e il lavoro che danno. Per questo occorre una rivoluzione culturale; vogliamo rimettere la persona, il cittadino al centro o no? O continuiamo a ballare sul Titanic? Perché vuol dire ballare sul Titanic! Io prego sempre che i nostri imprenditori non si stanchino. Volevo citare due cose rapidamente: uno, stiamo cercando di fare questo lavoro, molto accordo anche con Giuseppe Tripoli, guardando l’esperienza di Regione Lombardia che è quella che, oggettivamente, ha fatto di più in questi anni. Sulle imprese in un giorno, in parte ho già detto, in parte ha detto lui; ma noi dobbiamo arrivare a un punto in cui diventi come in Inghilterra. Intanto facciamo sparire certe parolacce dal lessico della pubblica amministrazione: permesso, autorizzazione, concessione, licenza sono parole da stato-padrone e da cittadino-suddito; queste bisognerebbe farle sparire e sostituiamole con comunicazione, sostituiamo anche la parola controllo con verifica, che è un po’ più inglese ma anche più giusta, perché dobbiamo andare a vedere se è vero, ma non…cosa vuol dire il controllo? Ed è giusta la cosa che diceva Giuseppe ad esempio sullo “small business act”, lì è una cosa preziosa, ma noi continuiamo a fare le regole…insomma facciamo la legge…ma tutte! Quella sulla Privacy è fatta per l’azienda dei telefonini come per il gommista, ma poi il gommista la deve applicare. Noi dobbiamo pensare, quando si fanno le leggi, anche a chi deve applicarle. Allora, se la pensiamo per il gommista, è più facile che la facciamo giusta anche per l’azienda dei telefonini o per la Fiat; ma se noi partiamo da lì, ce la facciamo, se no, no; se no, li ammazziamo. Altra cosa che io credo bisogna fare…questa è una cosa, così, la dico qua…perché noi fra l’altro in Italia abbiamo anche un altro problema culturale, che sta a monte, e che, secondo me, è la Costituzione. Lo voglio dire in un modo light, perché la nostra Costituzione poi delle imprese parla poco e anche male, perché dice: l’attività economica è libera a meno che non confligga col bene comune; cioè, la pubblica amministrazione di te può fare quello che vuole, perché visto che sono loro che decidono…no? È una battuta…e, abbiamo avuto tante leggi, Nicola lo sa, è stato sottosegretario a lungo all’Industria, parlamentare a lungo, ma anche lui dall’Europa le vede. Abbiamo tantissime leggi frammentate, ma non abbiamo un punto che io credo, a questo punto, sia necessario; presenteremo i prossimi giorni il disegno di legge e ho già chiesto e ottenuto che sia calendarizzato in commissione: come esiste lo Statuto dei lavoratori, noi dobbiamo fare lo Statuto delle imprese, cioè i diritti delle imprese, verso la pubblica amministrazione, i diritti verso il fisco, una forte semplificazione per chi parte con l’impresa. Io faccio sempre…Chicco mi ha sentito un migliaio di volte fare questo esempio: se Bill Gates nasceva in Italia, la Microsoft non sarebbe mai nata, perché da noi, se uno apre un’azienda nel garage, qualcuno arriva e ti fa chiudere e quindi probabilmente abbiamo ucciso migliaia di Bill Gates e non lo sappiamo neanche, li abbiamo uccisi nella culla. Che ad esempio, per certe imprese che non pregiudicano la salute, uno le possa fare nel garage; ma perché non devi poterle fare nel garage! Falle dove vuoi, basta che le fai! È più importante che le fai, che tu le faccia in un capannone. Una forte semplificazione ma i diritti…ad esempio uno dei diritti che è fissato in questa legge è che, entro tot giorni, un’azienda deve avere una risposta dalla pubblica amministrazione; poi le regioni, settore per settore, possono scendere, ma non aumentare. Se non arriva la risposta, c’è il silenzio-assenso sistematico e se arriva una risposta negativa, deve essere motivata, ma la motivazione non deve poter essere imputabile a una inadempienza della stessa pubblica amministrazione – non puoi farlo perché noi non abbiamo ancora fatto il piano-: fatti tuoi, tu dovevi farlo; visto che quando mi chiedi di pagare le tasse, entro quella data io le devo pagare, anche tu quando devi fare il piano, il regolamento, la circolare, entro quella data, li devi aver fatti. E questo, io credo innanzitutto, sono tutti contributi, ma c’è bisogno del lavoro di tutti, a fare questa rivoluzione culturale, che è partire, ripeto, dallo scopo che hanno le cose, dal soggetto delle cose. Lo scopo delle pubbliche amministrazioni verso le imprese è facilitargli la vita, non complicarla! Allora ripartiamo da qua, ma ricominciamo; anche perché riconosciamo che quello che fa andare avanti questo paese, è il fatto che tutte le mattine tante persone vanno a lavorare e iniziamo a premiare chi vuole fare sul serio, nello stato, nella pubblica amministrazione, come si fa in regione, come si farà a brevissimo in provincia, come nel privato. Questa è sussidiarietà, cioè liberiamo le energie che ci sono in questo paese e forse staremmo meglio tutti.

ENRICO BISCAGLIA:
Volevo ringraziare Raffaello e concludere ringraziando anche gli altri relatori. Seguendo le parole che lui ha detto, ricordo una cosa che potete andare a vedere al centro della presenza della Compagnia delle Opere, dove c’è una mostra di formelle di Giotto, che sono alla base del campanile del Duomo di Firenze. Raffaello ci ha parlato della sua esperienza nel Parlamento italiano, là dove si legifera; Giotto ha rappresentato in una formella il lavoro di chi legifera, il lavoro della legislazione. Nel quadro superiore delle formelle, ha messo un’altra formella in cui, diciamo, era il principio di conoscenza che ispirava quel lavoro. Tutto il tema che abbiamo affrontato oggi, nasce secondo me da questo: se oggi ci fosse questa idea, la formella superiore sarebbe la giustizia, la nostra idea sarebbe che la legislazione deve rispondere al principio di giustizia; è per questo che facciamo migliaia di leggi, mentre Giotto, allora, ha messo come formella superiore la temperanza, un’altra virtù; perché la giustizia è di Dio, quello che può fare l’uomo, quello che può fare attraverso il suo lavoro anche chi legifera, chi amministra, è contemperare delle esigenze. Questo è realmente ciò che è possibile e l’abbiamo ascoltato nelle testimonianze di oggi, perché si tratta sempre di contemperare tra le esigenze pubbliche e le esigenze di ogni singolo cittadino, di ogni singolo imprenditore; è una temperanza, quella che ci darà la possibilità di fare questa cosa impossibile che è la semplificazione. Grazie a tutti voi che ci avete ascoltati.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

28 Agosto 2009

Ora

15:00

Edizione

2009

Luogo

Sala Mimosa B6
Categoria
Focus