“AI CONFINI DELLA REALTÀ”. Il volto interiore ed esteriore sono uno - Meeting di Rimini

“AI CONFINI DELLA REALTÀ”. Il volto interiore ed esteriore sono uno

“Ai confini della realtà”. Il volto interiore ed esteriore sono uno

Incontro-lettura a cura di Davide Rondoni. Partecipano: Claudio Marchetti, Professore di Chirurgia Maxillo-facciale Università di Bologna; Bernardo Pacini, Poeta.

 

DAVIDE RONDONI:
Buonasera, ben trovati al terzo appuntamento di questa piccola serie di incontri che abbiamo voluto fare nello stile che il Meeting ha sempre avuto di far incontrare cose anche diverse, cose che apparentemente potrebbero sembrare non fatte apposta per parlarsi, non fatte apposta per incontrarsi. Questo è il terzo appuntamento di tre incontri che ho proposto di poesia e figure di scienza di vario genere.
Oggi sono con noi Claudio Marchetti, che è qui alla mia destra, e Bernardo Pacini che è un poeta, qui alla mia sinistra. Il titolo che abbiamo dato riguarda il volto perché, come molti di voi sanno, Claudio, oltre a essere un amico, è uno dei più grandi specialisti – dirò molte cavolate nel descrivere sia la poesia che la scienza -, insomma, uno che se vi mette le mani nella faccia, come si dice, potrebbe essere anche una cosa buona se prima c’è stato qualcosa di peggio: diciamo che la gente che lo incontra esce cambiata. Il tema del volto è dato anche per questo suggerimento del suo lavoro, comunque Claudio ha una responsabilità molto importante all’Ospedale S. Orsola, dentro l’ambito del Policlinico Universitario di Bologna. Ha fatto molte cose importanti nel suo campo ma anche a lui, come agli altri amici scienziati che lo hanno preceduto, il professor Benvenuti che era un astrofisico e il professor Andrea Moro che è un neurolinguista, chiedo quello che chiederò poi anche ai poeti presenti, Bernardo lo presenterò tra poco. Che cosa state trovando o cercando, come sorprese o anche come problemi nel muovervi, dal centro di quello che si sa o che si è già fatto, verso la periferia di quello che è sconosciuto, che è misterioso, che è altro, che è anche non sicuro? Anche perché il tipo di lavoro che fanno in questo caso gli scienziati non è di tipo speculativo ma, come nel caso di Claudio, intervengono, procedono nei cambiamenti, e questo aumenta la dose di rischio. Quindi ho chiesto loro di raccontarci qualcosa su questo, poi dialogheremo un poco, farò alcune domande ai nostri due ospiti. La parola a Claudio.

CLAUDIO MARCHETTI:
Bentrovati, buonasera. Per rispondere alla domanda di Davide Rondoni, non potrò che raccontarvi molto semplicemente spero e brevemente qual è la mia vita. Mettiamola come una testimonianza il più possibile comprensibile e sintetica di come io faccio il dottore, ed esattamente come faccio il chirurgo maxillo-facciale. Una premessa. Chirurgia maxillo-facciale è la chirurgia del volto, tipicamente delle strutture del volto, su tre ambiti: uno, l’ambito dei traumi, quindi le fratture, gli incidenti stradali. Due, la patologia neoplastica, cioè i tumori; terzo, le malformazioni. Di conseguenza, dovete immaginare di avere di fronte una persona che o ricostruisce un volto come era precedentemente l’evento negativo, patologico, il trauma, un tumore, oppure che migliora un volto patologico di suo, cioè congenitamente patologico. Per cui, nell’ambito di questi pochi minuti io vorrei spiegarvi quali sono le problematiche e gli sforzi che stiamo conducendo al Policlinico Sant’Orsola, il Policlinico universitario, per fare meglio quello che abbiamo cominciato a fare tanti anni fa. E per fare questo ho pensato di utilizzare un escamotage che adoperiamo spesso nei congressi scientifici nostri, cioè adoperiamo un testimonial: il testimonial è Fernando Magellano. Il perché lo vedremo man mano.
Quando andiamo a parlare ai congressi e parliamo della nostra esperienza di ricerca, in quanto vivendo dentro un ospedale universitario non possiamo non fare continuamente e insistentemente ricerca, raccontiamo la storia di questo navigatore portoghese che, al servizio del re di Spagna, partì con cinque caravelle messe a disposizione appunto del re con un obiettivo, cercare di raggiungere la cosiddetta “terra delle spezie” dalla parte opposta, cioè non circumnavigando l’Africa ma attraversando il limite dell’America, con l’ipotesi che la terra fosse appunto rotonda. Con l’esempio di questo navigatore, vorrei introdurvi al concetto di un viaggio, un viaggio alla ricerca del nuovo con motivazioni molto forti che, in un certo qual senso, si sovrappongono, mi sembra molto bene, con il viaggio che da più di 10 anni noi stiamo cercando di condurre all’interno del nostro istituto. Dovete sapere che Magellano partì nel 1519, ci mise un anno per percorrere costeggiando tutta l’America del Sud, arrivò fino ad un certo punto dove si diceva che qualcosa finiva, la cartografia del tempo diceva che ad un certo momento quella terra finiva: quel passaggio chiamato, poi, Stretto di Magellano, gli permise di entrare in una dimensione completamente diversa e per tre mesi navigò senza incontrare tempesta, tanto è vero che lo chiamò Oceano Pacifico. Arriva ad un certo punto alla fine dei tre mesi alle Molucche, la terra desiderata, la terra ricercata, quindi riuscì a toccare nel punto dove per altri versi, altri navigatori erano arrivati circumnavigando l’Africa. La sorte vuole che muoia ucciso in uno scontro con gli indigeni di un’isola locale. A quel punto, i suoi, rimasti con una caravella sola, guidati da Antonio Pigafetta, un italiano che era il braccio destro di Magellano, un vicentino, decisero non di tornare indietro lungo la via sperimentata ma di ripercorrere all’inverso quello che gli esploratori dell’epoca avevano effettuato negli anni precedenti: siamo circa 30 anni dopo Cristoforo Colombo.
L’esempio dice che la navigazione è una modalità per raggiungere un obiettivo usando la conoscenza, la conoscenza dell’epoca e l’esperienza che Magellano aveva accumulato nel corso dei viaggi precedenti, al fine di sovrapporre l’ipotesi della realtà con la mappa, con la cartografia del tempo, in modo tale che prendendo Google Maps, uno potrebbe dire, la carta in qualche modo già rappresentava quella che era la realtà, quindi, un viaggio che come vedrete accompagna quello dei chirurghi maxillo- facciali, dalla nostra realtà attraverso un mondo nuovo. Qual è il mondo che stiamo da alcuni anni percorrendo? Per dimostrarvelo vi vorrei far vedere adesso il volto di una persona nota, che tutti voi potete verificare. Forse sorprendendo qualcuno, sottolineo di non essere quella persona lì: cioè, quello che voglio dirvi è che il volto di questa persona qui e il volto di quella persona lì, a parte le situazioni ambientali diverse, non è lo stesso. Qualcuno riesce a intuire qual è la differenza?

DAVIDE RONDONI:
Non dite troppe cazzate!

CLAUDIO MARCHETTI:
Il toscano, ottimo. Quella è la rappresentazione di Davide in due dimensioni, l’altezza e la larghezza: noi viviamo h 24 in tre dimensioni. Quindi, il modo in cui i chirurghi del volto, per decenni, hanno pensato, programmato, pianificato, realizzato interventi, sfruttava metodiche bi-dimensionali, censurando aspetti importanti del nostro lavoro. Più di 10 anni fa, cenando con un amico ingegnere che lavorava sul super calcolatore Grey, del Cineca Casalecchio, gli dissi: “Ma tu, con le tue super macchine” – il calcolatore a quell’epoca era un’unica attrezzatura, un cubo grande esattamente come questa stanza, che faceva un rumore assordante – “noi abbiamo il problema di non lavorare in tre dimensioni”. Per cui, è cominciata una ricerca che permettesse al medico, al chirurgo, di introdurre la terza dimensione come elemento caratteristico della propria attività lavorativa. Adesso vorrei farvi vedere, molto semplicemente, molto rapidamente, senza entrare nei particolari, negli sviluppi della ricerca, l’esito di quello che in questi anni abbiamo ottenuto. Vi dico semplicemente quello che già adesso stiamo realizzando quotidianamente. Questa è una giovane ragazza che, come potete osservare, presenta una malocclusione dentaria dovuta a una piccola malformazione facciale legata al fatto che la mandibola è cresciuta troppo. Dobbiamo immaginare un atto chirurgico che preveda un miglioramento della masticazione. Qui interviene il supercalcolatore, che via via è diventato sempre più ridotto di dimensioni, per l’operazione chirurgica virtuale, cioè operare il paziente virtualmente sul computer facendo degli spostamenti che qui, per esempio, vedete rappresentati dalla mandibola e dal mascellare superiore, che si spostano leggermente. Occorre insieme agli ingegneri andare ad individuare un software di elaborazione dei tessuti molli per cui poter arrivare a prevedere il nuovo volto del paziente, eseguendo un determinato intervento chirurgico, oppure ipotizzandone un secondo o un terzo fino ad arrivare a scegliere virtualmente, nei giorni precedenti, qual è la tipologia del volto, quasi che fosse un pret a porter.
Allora vi faccio vedere il profilo di questa ragazza dopo l’intervento chirurgico: sulla sinistra e sulla destra, la simulazione virtuale che il computer ci permette di fare, in modo tale che possiamo verificare l’attendibilità della nostra previsione rispetto al risultato effettivo ottenuto. Sulla sinistra, a questo punto è comparso il volto precedente, pre-operatorio. In frontale, il volto post-operatorio, la simulazione del computer sulla destra e il confronto con il volto prima dell’intervento chirurgico. Questa è una metodica che, con un’approssimazione di circa l’80%, siamo in grado ormai di realizzare quotidianamente. Secondo esempio, abbiamo pensato di portare dentro la sala operatoria il navigatore, con lo stesso concetto del GPS delle nostre automobili, cioè una macchina che, lavorando con raggi infrarossi, permetta di identificare esattamente con quello strumento verde la possibilità di una guida intraoperatoria, per collocare esattamente quello che abbiamo ipotizzato, giusto o sbagliato che sia. Tutte le strutture della faccia possono essere ripiegate in questo sistema intraoperatorio, al fine di arrivare a un risultato come questo. Vedrete molto presto in questi volti le ombre scure, nere sugli occhi, perché a livello internazionale è convenzione coprire gli occhi per non dare riconoscimento al volto della persona: qui vedete una giovane ragazza affetta da un problema opposto rispetto al precedente, la mandibola che non è sufficientemente cresciuta per motivi genetici. Un intervento chirurgico l’ha modificata in modo tale da arrivare a raggiungere quel risultato che teoricamente la ragazza stessa aveva scelto, anche se non è sempre così, come più confacente alla sua persona.
Vi mostro le evoluzioni tecnologiche che quotidianamente stiamo realizzando nella nostra sala operatoria a Bologna, con il risultato masticatorio, in questo caso funzionale, ottenuto. Terzo esempio, si sono diffuse, soprattutto negli ultimi tempi, anche a livello quotidiano, le cosiddette stampanti 3D. La stampante 3D è una macchina che vi riproduce esattamente al 100% la copia di un modello predeterminato. Allora, i chirurghi hanno pensato di realizzare i dispositivi tridimensionali metallici che serviranno per il nostro paziente, Mario Rossi, in maniera individualizzata, andando in officina, realizzandoli con le caratteristiche strutturali del volto del nostro ammalato, al 100% rispettose del progetto: un laboratorio di fianco alla sala operatoria che, dotato di scafandro, ci riproduce esattamente quello che serve. Quindi, si parla della chirurgia custom-made, personalizzata: come ci sono ormai i farmaci personalizzati, soprattutto in oncologia, la chirurgia tende ormai a riprodurre il pezzo di ricambio, adoperiamo questo termine un po’ brutto tanto per farci capire, esattamente per quello che serve al signor X. Quelle che qui vedete sono strutture tridimensionali in titanio, ecc. Ultimo esempio, la possibilità di ricostruire in oncologia le strutture del volto che vengono asportate per patologie tumorali. In questo caso, siamo di fronte ad una resezione: viene tolta la parte anteriore della mandibola affetta da neoplasia, questo è l’osso della gamba che nei giorni precedenti viene studiato e individuato per essere modellato in maniera tale da andare a ricostruire, non a occhio ma con precisione sub millimetrica, le caratteristiche strutturali del paziente stesso. Qui vediamo per esempio una mandibola molto ingrossata per una neoplasia, il computer ci porta dentro la mandibola, come era prima della malattia, la possiamo studiare in tutte le dimensioni. Vedete quanto è cresciuta con questa neoplasia? Attraverso l’elaborazione del computer e degli strumenti tri-dimensionali, TAC e risonanza che ci hanno messo a disposizione, possiamo arrivare a preparare strutture metalliche di titanio e strutture ossee come quelle della gamba del paziente stesso, per arrivare per esempio a questa foto immediatamente post-operatoria, di questa signora affetta da neoplasia, proveniente dal Senegal, con una struttura facciale-mandibolare sufficientemente omogenea con la situazione pre-operatoria. Bene, tutto questo tragitto che ho riassunto in pochi minuti è costato fatica, entusiasmo, passione in questi ultimi 10, 12 anni e ci ha permesso di migliorare la precisione e la visione intra-operatoria delle nostre strutture anatomiche, fornire quindi terapie personalizzate e guidare il chirurgo nella pianificazione terapeutica. Normalmente, ai congressi si finisce qui.
Ma se io oggi finissi la mia presentazione, farei nei vostri confronti un’operazione scorretta, perché quello che adesso vorrei raccontarvi è la situazione in cui si sono trovati quelli che accompagnavano Magellano nella Molucche, cioè nella terra delle spezie. Tutto quello che vi ho detto non basta, ed è il motivo per cui ho accettato molto volentieri di essere qui con voi, perché ho bisogno di essere aiutato da Davide, da Bernardo e da chiunque su un punto fondamentale che nasce dalla realtà, in questo Meeting che mi pare di capire che sia assolutamente, decisamente propositivo sul fatto di partire dalla realtà. La realtà, in questo caso ad un chirurgo, al medico, dice che tutto questo è diverso rispetto alla professione del gommista o del meccanico di macchine o a qualunque professione solo tecnica. C’è un elemento in più che Davide nel titolo ha voluto chiamare volto interiore. Quello che finora ho descritto è il volto esteriore, è evidente, ma quello che mi interessa di più, per fare meglio il mio lavoro e lì non c’è computer che tenga, è come il volto interiore possa non essere un fattore di censura nella nostra professione medica. Siete capaci di riconoscere un medico quando censura il volto interiore, perché diventa un medico cinico, che molla il paziente quando va male. Per cercare di approfondire insieme a voi questa seconda parte della mia testimonianza, vorrei partire da questo quadro che mi è stato suggerito da tanti di noi e da un amico che si chiama Giorgio Bordin, medico pure lui, che ha cercato più di altri di approfondire la questione del volto interiore. Ed è grazie alla sua compagnia, alla sua amicizia che vorrei farvi vedere tre immagini con le quali vorrei concludere, per essere in grado di ricevere aiuto da voi. Questo è un quadro meraviglioso, è intitolato Il doppio ritratto, dipinto da Giorgione nel 1502: mostra un giovin signore, probabilmente afflitto da pene d’amore, che ha nella mano sinistra il melangolo, un’arancia selvatica che nella produzione artistica dell’epoca era simbolo dell’amore. Vedete dal suo sguardo che questa persona si lascia andare a considerazioni, ma la cosa interessante che Giorgione ha voluto rappresentare è che dietro di lui c’è un’altra persona: buona parte della storia dell’arte e della critica identifica questa persona come il volto interiore del personaggio, in quanto osserva anch’esso il melangolo e, pur assumendo un aspetto facciale completamente diverso, pare indicare sostanzialmente che dietro di noi, dentro di noi c’è un volto interiore con il quale noi medici non possiamo non fare i conti. Vado a questo quadro assolutamente meraviglioso di Christian Krohg, che è un pittore norvegese che nel 1980 rappresenta questa ragazza su una sedia a fianco del letto. Lo possiamo immaginare in un ospedale che ci sta guardando e – qui arriva il punto decisivo – che dice della ferita che noi medici abbiamo tutte le volte in cui parte il processo diagnostico-terapeutico e c’è una relazione con un’altra persona.
Quello che voi vedete qui è uno sguardo, non è che questa ragazza ci sta solo vedendo, qual è la differenza fra vedere e guardare? Se guardiamo attentamente e ci mettiamo davanti alla domanda che questo sguardo ci invia, non possiamo non cercare di rispondere alla domanda. Questa ragazza ci sta guardando, come io in questo momento vi sto guardando e voi probabilmente mi state guardando: ma perché mi state guardando e non vedendo? Perché c’è una dinamica interpersonale che in questo momento vi costringe in qualche modo ad ascoltarmi con interesse, spero; io vi sto guardando perché sto cercando di capire se quello che sto dicendo passa attraverso i vostri volti e i vostri sguardi. La questione dello sguardo è presente all’interno del Meeting, c’è addirittura una mostra all’entrata che dice lo “sguardo sulla persona è fonte di sviluppo” come se fosse uno dei fattori principali del PIL di una nazione: è fattore decisivo del rapporto interpersonale, non solo dei chirurghi e dei dottori ma di ognuno di noi. Allora diventa affascinante, questo mio lavoro, mi coinvolge sempre di più, perché di fronte ad ogni persona che viene in ospedale o comunque con un problema, è interessante cercare di mettersi in relazione e di dare una risposta a questa domanda implicita nello sguardo. Concludo raccontandovi come allora a questo punto noi stiamo cercando di fare nel nostro reparto, insieme ai miei studenti, ai miei specializzandi, ai miei colleghi e via discorrendo.
Abbiamo messo all’inizio del nostro reparto un quadro meraviglioso di Marc Chagall, La caduta di Icaro, 1975, Centre Pompidou, Parigi. La bellezza, spero riusciate a coglierla come abbiamo pensato di coglierla noi: qui è rappresentato un uomo ferito, un uomo che ha tentato di essere felice basandosi sulle proprie ali e sta precipitando. La cosa interessante non è tanto avere la rappresentazione di un altro ammalato ma la posizione umana che vedete, il popolo che sta sotto e rivolge le braccia al cielo pronto ad accoglierlo. Questo è il livello umano che noi stiamo percorrendo, cercando di vivere nella quotidianità degli sguardi di cui sono pieni i nostri rapporti per cercare di dare una risposta alla persona che abbiamo davanti. Ma ultimamente ci siamo accorti che rispondere alla domanda di senso che lo sguardo stesso di quella ragazza genera in me genera, comporta che il rapporto tra di noi è continuamente biunivoco. Nel momento in cui uno si domanda che senso ha tutto ciò, anche a me viene automaticamente da domandarmi che senso ha tutto ciò, che senso ha la vita. Capite la drammaticità, nel senso buono del termine, che la bellezza dei rapporti interpersonali può generare? Il Meeting è un’esperienza fantastica, il tentativo di dare una risposta e di indicare una modalità di percorso per rispondere a questa sfida meravigliosa che la vita ci propone. Che cosa ci diciamo reciprocamente coi nostri sguardi tutto il giorno, tutti i giorni, è veramente la possibilità che ci viene data, probabilmente, per andare a fondo, per stringere un rapporto con quel volto interiore che Davide ha descritto appunto nel titolo e che dà molto di più rispetto al volto esteriore. Ed è con questa richiesta di aiuto che rivolgo a voi e a loro, che vi saluto e vi ringrazio degli sguardi.

DAVIDE RONDONI:
Grazie, Claudio, non so chi di voi c’era agli altri appuntamenti, ma questa questione delle tre dimensioni torna continuamente, l’astrofisico ci ha parlato della materia, del fatto che bisogna immaginare l’universo come una quarta dimensione, il linguista ci ha parlato di qualche cosa che oltrepassava le normali dimensioni del linguaggio e quindi abbiamo un chirurgo che dice che io posso lavorare con le tre dimensioni e l’ingegnere che mi aiutano e la perizia chirurgica, però c’è un problema che è la quarta dimensione in gioco, lo sguardo reciproco che non possediamo, che non riusciamo a valutare pienamente e su cui ci si espone come su un rischio. Passo la parola a Bernardo che interverrà a suo modo su queste cose. Lo presento brevemente, molti di voi lo conoscono già, è un poeta, uno scrittore editor, si è laureato a Firenze, ha lavorato sulla poesia di Buzzati, ha lavorato sulla poesia di Betocchi, ha pubblicato un libro che si chiama Cos’è il rosso per l’edizione La Meridiana, col quale è stato riconosciuto in giro come poeta significativo, vive a Firenze e si occupa di poesia, anche con un’attività di intervento critico nelle discussioni. Chi è interessato, chi volesse essere avvisato su iniziative di poesia che si svolgono in giro, per esempio a Roma si farà una bella iniziativa che si chiama “Festival dell’essenziale”, dia la mail alla signorina che vedete in fondo. La parola a Bernardo.

BERNARDO PACINI:
Allora, ringrazio il Meeting, Davide e spero che, proponendomi questo incontro, non abbia voluto dirmi qualcosa, qualche messaggio subliminale, e spero che il salto del linguaggio e anche del tema non sia così vertiginoso come penso invece che sia. Però è interessante che ci sia un confronto e credo, per quanto abbiamo sentito da Claudio, che sia necessario che un linguaggio e una dimensione dialoghi con l’altra, perché se al medico manca la quarta dimensione, molto spesso al poeta mancano tutte le altre. È difficile vivere all’altezza di quanto poi si scrive e viceversa. E prima di leggere qualche poesia che ho scelto più o meno per la presenza del volto, anche banalmente, senza la pretesa di esaurire un tema che è delicatissimo e poi è colmo d’interesse da tutti i punti di vista, ho fatto un piccolo e anarchico itinerario sull’argomento, partendo proprio da una sensibilità personale, dividendola in tre punti brevissimi. Il primo lo intitolerei “la presenza del volto nella poesia”. Preparando questo intervento, sono andato nella libreria di casa mia e ho preso le opere prime di alcuni dei più importanti poeti del ’900, perché volevo fare un piccolo esperimento anche solo statistico. Volendo essere più specifico, sono andato da Alfonso Gatto, Giuseppe Ungaretti, Montale, Sereni, Caproni, Luzi, Pagliarani e Dino Campana. Alcuni nomi più noti, altri un po’ meno ma sono alcuni autori che coprono un po’ tutto l’arco del ’900. Cosa volevo fare? Qual era il mio scopo? Guardare se per caso nella prima poesia pubblicata da questi autori apparisse il volto, in forma esplicita o implicita non era importante. Per quanto il tentativo possa sembrare pretestuoso, però quanto meno a livello statistico… Quasi tutti, tranne Ungaretti e Montale, lo citano in vari modi. Io ne ho scelte alcune, in realtà quattro, e ne ho riportate due. La prima, già apparsa, incredibile, è di Vittorio Sereni, 1941, da Frontiera, Inverno. Ve la leggo.


ma se ti volgi e guardi
nubi nel grigio
esprimono le fonti dietro te,
le montagne nel ghiaccio s’inazzurrano.
Opaca un’onda mormorò
chiamandoti: ma ferma – ora
nel ghiaccio s’increspò
poi che ti volgi
e guardi
la svelata bellezza dell’inverno.

Armoniosi aspetti sorgono
in fissità, nel gelo: ed hai
un gesto vago
come di fronte a chi ti sorridesse
di sotto un lago di calma,
mentre ulula il tuo battello lontano
laggiù, dove s’addensano le nebbie.

E poi ne ho scelta un’altra, Mario Luzi, Parca-Villaggio, che è la prima poesia della barca. Ce l’ho qui e vi leggo soltanto la prima strofa, le altre due le leggete voi.

A lungo si parlò di te attorno ai fuochi
dopo le devozioni della sera
in queste case grigie ove impassibile
il tempo porta e scaccia volti d’uomini.

Io ho cercato e il volto c’era, c’è in Sereni, c’è in Luzi e c’era in tutti gli altri poeti che ho visto. Ma tornando un attimo a Sereni, quello che colpisce è che il primo sintagma, la prima frase, la prima immagine, le prime parole sono: “ma se ti volgi e guardi”, che poi tornano, ve l’ho evidenziato, nel corpo della poesia, tra l’altro con lo stesso ritmo. Che il participio del verbo volgere sia volto, e che volto non venga dal verbo volgere, mi sembrava una coincidenza interessante per un motivo molto semplice, perché l’unico elemento del corpo che si volge, con cui ci si volge e guarda, è il volto. E la prima poesia di Sereni esprime, con un’espressione figurale ben precisa, il primo movimento della poesia, cioè uno che si volge a guardare: le nubi del grigio prima e poi la svelata bellezza dell’inverno. Ho evidenziato un altro verso, “come di fronte a chi ti sorridesse”: c’è un sorriso perché il volto è composto di vari elementi, il sorriso è l’espressione dinamica e anche forse la più espressiva, mi sembrava interessante sottolinearlo. Parlo di una cosa, rapidamente, tra l’altro l’ha citata Claudio e spero non sia noiosa. I poeti – qua abbiamo visto Luzi – usano la parola volto e non la parola viso o faccia.
C’è un motivo che non può essere soltanto relativo alla metrica, al suono o schiavo di una distrazione o di una noncuranza. Andiamo proprio a scavare nella natura di questa parola, perché le parole hanno un senso anche da sole. Ecco, volto viene dal latino vultus, che a sua volta probabilmente mutua, ha una sua origine dal goto, da una radice del goto antico che è gvol, che significa splendere. Da gvol viene il sostantivo vuldar, splendore oppure volto, viene da questa radice antica, gota, oppure ha una relazione con la radice proprio latina val, che è legata al significato di desiderare. E infatti il verbo volle, volere, ha la stessa radice e anche voluptas, che è desiderio, brama. Invece la parola viso viene da visum, che a sua volta viene da video, vedere: e vedere, come diceva Claudio Marchetti, è una espressione superficiale, diversa da guardare. Ha tutta un’altra intensità, completamente diversa e inferiore, anche una densità semantica diversa dal volto. Ecco perché forse non usiamo viso come non usiamo faccia, che viene da faces che vuol dire immagine. E anche questo, un’immagine non è un volto, un viso non è un volto, c’è una grande differenza. In fondo, il volto, per definizione originale etimologica, di natura, è l’espressione umana del desiderio e dello splendore, vuldar. Secondo punto: la perdita del centro e la perdita del volto. Anch’io ho scelto dei quadri, non sono un critico d’arte, ovviamente, e conto che guardare questi quadri sia soltanto il risultato di un aiuto che si chiede all’arte, affinché ci aiuti a trattenere un’immagine, anche un concetto, se c’è. Questo quadro, che è di James Ensor, pittore belga, si intitola Autoritratto circondato da maschere. È una rappresentazione grottesca di un nugolo di volti: ci ho pensato subito quando ho letto la poesia di Luzi che diceva “il tempo che porta e scaccia i volti d’uomini”. Volti come una d’indeterminatezza, una ridda, una massa di volti che sono maschere stilizzate, inquietanti, animalesche, grottesche. E nel mezzo l’Autore, che ha i tratti umani, un po’ spaesati del pittore che si trova nel mezzo a queste maschere. Non è quello che rischiamo di vivere tutti i giorni? Perché noi, immersi nelle nostre vite, nelle cose che facciamo, nel lavoro, nella città, nel nostro quotidiano, vediamo tanti volti, li guardiamo ma non abbiamo il tempo, non vogliamo guardare. Il mondo ci sembra una sorta di corteo di maschere, di figuranti, la parola greca è aprosopoè, senza faccia.
Baudelaire, nella metropolitana tentacolare, quando a Parigi usciva fuori, era inorridito da questo corteo di anime morte e senza faccia, anonime. Il volto che è immerso nella massa dei visi, in un ’900 che è il teatro della perdita del centro, è il primo elemento a essere snaturato, demonizzato, disumanizzato. E pensiamo anche a Pirandello e al suo personaggio in crisi d’identità, quando qualcuno gli nota una particolarità del naso che lui non aveva mai visto e questo diventa un momento di slancio per riguardare a sé, alla crisi d’identità. Questo è il ’900 senza Dio che perde il concetto di umanità. Infatti Dostoevskij dice una cosa fortissima, dice che l’uomo non può conservare la forma umana che per la durata del tempo in cui crede in Dio.
Esiste uno studio di uno storico dell’arte austriaco, Hans Sedlmayr, che si intitola appunto La perdita del centro e vuole ricercare appunto nell’arte figurativa come questa perdita si sia verificata. Egli parla proprio di tendenza antiumana, che porta con sé come prima conseguenza la scomparsa dell’immagine umana. E sembra una conseguenza quasi naturale pensare a tre quadri che conoscete tutti, di Magritte: La riproduzione è vietata, Il figlio dell’uomo e L’uomo con la bombetta. Ci sono tre volti, uno di spalle che si guarda allo specchio e non vede il proprio volto ma la propria schiena e una serie di quadri e poi sono tutti legati tra di loro, con il volto inconoscibile. C’è una mela e c’è una colomba. E tra l’altro il figlio dell’uomo ha una mela in faccia. Cioè, inconoscibilità e totale straniamento in questi quadri, appunto, il divieto che abbiamo visto nel primo quadro, l’impossibilità di riprodurre il viso per un autore moderno del ’900. E siamo nel 1964. Una mela e una colomba sostituiscono i tratti del volto umano, anzi, sono più importanti, perché riproducibili laddove il volto non è riproducibile, è vietato. E l’uomo non può nemmeno specchiarsi perché se si specchia vede una schiena. L’ultima immagine che vediamo non è un quadro, è una foto e l’artista è Giulio Paolini, un autore vivente che fa parte di una corrente che si chiama Arte Povera, che è nata a Torino. Questo non è un quadro, non so come definirlo, qui ne vedete due, il primo a colori è un Ritratto di giovanetto del 1505, di Lorenzo Lotto, accanto c’è una foto in bianco e nero, l’opera di Paolini, si chiama Giovane che guarda Lorenzo Lotto. È una fotografia del quadro in bianco e nero. Paolini ha preso la stessa immagine speculare del volto di questo giovanetto dipinto da Lorenzo Lotto, ma si è immedesimato e quindi fa immedesimare chi lo guarda nel giovanetto che guarda l’artista. Ci vuole un po’ a entrarci però è interessante, è la stessa immagine ma c’è uno stravolgimento, e cosa succede? Questo volto che tra l’altro non è nemmeno memorabile come intensità, in realtà è totalmente svuotato di tutta la sua intensità e identità e viene usato a livello totalmente concettuale. Diventa uno strumento concettuale per dimostrare qualcosa, che poi io non saprei nemmeno forse dire bene, riguardo all’arte, alla possibilità dell’arte, alla non possibilità dell’arte di dire qualcosa. Quindi, questo volto perde tutta la sua unicità mantenendola, in un certo senso ma vedendola svuotata. E Oliver Clement, che è un nome che tornerà anche dopo, in un saggio che è proprio fondamentale a chi si avvicina a questo tema che si chiama Il volto interiore, dice una cosa bellissima: ogni volto, sia pur esso sciupato e quasi distrutto, per poco che noi lo intravediamo con lo sguardo del cuore, si rivela unico, inimitabile, sfugge alla ripetizione. E se ricordate c’è un altro quadro di Magritte in cui la figura umana è ripetuta ossessivamente fuori dalla finestra.
Eppure il volto umano è irripetibile per sua natura: chiudendo la parentesi figurativa, che però credo ci sia stata utile per capire un po’ quale sia il potere simbolico e significativo del volto umano e anche la crisi e il graduale sgretolamento di questo elemento nell’arte del ’900, anche nella scrittura, tornerei alla poesia. E è veramente l’ultimo punto, si chiama Il mistero del volto, non ho fantasia. E vorrei citare altri due poeti: Dino Campana, di cui tra l’altro il libro più famoso e più celebre, Canti Orfici, compie quest’anno cento anni, quindi, auguri, e poi la prima poesia di un poeta che è nato da queste parti e che è morto da poco, Elio Pagliarani, tratta da Cronache e altre poesie. Leggo prima Pagliarani.

Non ho avuto pietà di questa gente
che mi offende negli occhi ogni mattina.
Fanciulle senza petto e con la schiena
– come farà a godersele l’amante –
e madri senza petto e con la schiena
che se un goccio c’era l’hanno preso
uomini con le facce disegnate
e la pelle color di vesti usate.
Tipi di questa fatta dove ho visto?
ho visto dei barattoli di latta
(a Porta Ticinese, in baracconi
come i casini pieni di soldati)
drizzati su una mensola, il pupazzo
meccanico invitava: Tira, tira,
tre palle un soldo e in premio una bottiglia.
Ma la mia faccia, mamma, gli assomiglia.

E Campana, prima prosetta di questa strana opera, I Canti Orfici, si chiama La Notte.

Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su la pianura sterminata nell’Agosto torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee: sagome nere di zingari mobili e silenziose sulla riva: tra il barbaglio lontano di un canneto lontane forme ignude di adolescenti e il profilo e la barba giudaica di un vecchio…

Allora, Pagliarani cita la faccia e la sua faccia è uguale a quella dei burattini, è drammaticamente in un’invocazione alla madre che si accorge che assomiglia a queste figure. Il primo pezzo di Dino Campana è pieno di facce ma non c’è mai un volto. Io ve la rileggerei ma ve la riassumo così: ci sono sagome nere di zingari mobili, il profilo e la barba giudaica di un vecchio. Cioè, sagome, profili e non volti. Eppure ne ha visti: ci sono, è notte ma ci sono. Dice Clement che una delle regole fondamentali della rappresentazione iconografica è la frontalità. E vi ricordate Sereni, cosa diceva? Ora non la ritrovo ma parlava proprio di un sorriso che si vede in fronte. Dice: il profilo è già un’assenza, oppure una dominazione, imperatori e re si fanno rappresentare di profilo su medaglie e monete. Di colui che si vede di profilo, si parla in terza persona. Si parla del profilo qua. Ecco Sereni, dice “come di fronte a chi ti sorridesse”. Dunque, questa assenza che c’è di volti e che c’è in questa Faenza o in chissà quale città di Dino Campana, è contestualizzata. Campana stralunato e orfico ha di fronte a sé un’assenza e manca il volto. C’è un profilo ma non c’è un volto.
E ricordiamo di nuovo, per concludere, ancora Dostoevskij che diceva: “L’uomo non può considerare la forma umana che per la durata del tempo in cui crede in Dio”. E per l’Antico Testamento l’uomo ha tentato – cito ancora Clement – di arrivare all’immagine dell’inimmaginabile. Dimmi il tuo nome, si dice nell’Antico Testamento, fammi vedere al tua faccia: la speranza è che l’uomo poi ritroverà così la sua faccia, perché l’uomo è a immagine e somiglianza di Dio. Il fatto che poi Dio si faccia uomo trova il suo motivo di fascino: è verificabile nell’incarnazione in un corpo umano e quindi in un volto incontrabile, di cui non si deve parlare in terza persona, come col profilo, si può parlarci in seconda persona, dargli del tu. C’è un altro grande studioso del volto, un filosofo molto difficile per me, Emmanuel Lévinas, che dice che il volto si sottrae al possesso, al potere. Nella sua epifania, nell’espressione, il sensibile che è ancora afferrabile si muta in resistenza totale alla presa. Di fronte a un volto non c’è più presa. Siamo nudi e non c’è alcun tentativo di possesso. Io penso che sia questa la radice del rapporto tra la poesia e il volto, se esiste. Un volto non può essere posseduto, un volto reale. Il volto interiore ed esteriore, che forse sono uno, che vive del suo mistero e solo di quello, è difficilmente dicibile, motivo per cui i poeti da sempre credono nel volto anche se non ci credono, come abbiamo visto forse in Pagliarani, che parla di una faccia. E ne scrivono perché, come scrive ancora Hans Sedlmayr, “il cuore umano – e potremmo dire anche il volto – si polverizza, ma non si polverizzerà mai la meta di esso”. Questa è la spinta a continuare, ciò che il volto nasconde e non dice. Concludo con una poesia di Montale, eccola lì già pronta, che è molto bella. Io sono molto affezionato a questa poesia perché esprime un’avventura drammatica della conoscenza di fronte al volto, che è quella di una vita senza ali che non riesce a raggiungere il fuoco di un volto stupefacente, che si ostina. Ve la leggo, da Satura, 1971.

Certo i gabbiani cantonali hanno atteso invano
le briciole di pane che io gettavo
sul tuo balcone perché tu sentissi
anche chiusa nel sonno le loro strida.

Oggi manchiamo all’appuntamento tutti e due
e il nostro breakfast gela tra cataste
per me di libri inutili e per te di reliquie
che non so: calendari, astucci, fiale e creme.

Stupefacente il tuo volto s’ostina ancora, stagliato
sui fondali di calce del mattino;
ma una vita senz’ali non lo raggiunge e il suo fuoco
soffocato è il bagliore dell’accendino.

DAVIDE RONDONI:
Grazie per questo contributo a Bernardo, anche per l’impegno che ha messo nel cercare cose che non fossero pure riflessioni sue, ma nell’appoggio anche ad altri grandi testi. Abbiamo ancora cinque minuti, io li userei per fare una domanda a Claudio, chiedendo poi a Bernardo di leggere due poesie e concludiamo. A Claudio chiederei questo, prendendo spunto da quello che diceva prima Bernardo, sulla radice della parola come ammirazione: il volto ha a che fare con l’ammirazione, con lo splendore o, come diceva adesso Montale, “ci vogliono le ali per osservare un volto”. Forse la domanda che tu facevi prima ha a che fare con questo, cioè non c’è nulla che può permettere a un medico di guardare il volto di un paziente se non perché nutre in qualche laboratorio del proprio lavoro e della propria anima, questa ammirazione.

CLAUDIO MARCHETTI:
Io reagirei in questo modo. Mi ha colpito molto quello che Bernardo ci ha detto e ne porto a casa una dimensione di alterità. Il mio problema, mi pare di aver capito attraverso il suo dire, è che io di quel volto non potrò mai dire di poterlo possedere, pur raffinate ed elaborate le metodiche che permettono di ridefinire un’apparenza esteriore. Cioè, quel “senz’ali” della poesia ultima che ha letto di Montale, mi fa venire in mente che in fondo la persona che sta davanti a me, che sarà davanti a me, e che è davanti a me in questo momento, è comunque una persona che vuole volare con le proprie ali, volerà con le proprie ali, e aspetta solamente qualcuno che apra la porticina della propria gabbia per volare verso il proprio percorso di felicità. In fondo, porta a casa come una possibilità che il medico, l’amico, il figlio, il genitore, rivolge alle persone che ha davanti, una forma come dire maieutica, di essere colui che permette all’altro, all’io dell’altro, di volare. È un augurio che faccio a me e che faccio a tutti voi.

DAVIDE RONDONI:
Grazie Claudio. Chiedo a Bernardo se ci legge due poesie. Prego.

BERNARDO PACINI:
Ne leggo una dal libro Cos’è il rosso? che è uscito l’anno scorso e un inedito che mi sembrava avesse una relazione con quello che è venuto fuori. La poesia che leggo dal libro è Il dentro delle case, magari qualcuno la conosce.

Vorrei essere custode del mio sguardo,
il teschio dove
incastonare i miei occhi
di alabastro con cui
raschio i pomeriggi
Ho detto questo
E ancora altro
un giorno in un cortile
ad una vecchia
che si dice muova
un passo in un anno.
Mi ha risposto che deve decidere dove andare a morire:
sulla sedia di vimini o sotto il pergolato
all’ombra dei vitigni
Le ho farfugliato l’accompagno
si senta libera di morire dove vuole
ho pure una macchina
va a gas, è tutto un guadagno
Ma nel suo assurdo pallore
lei ha taciuto
e fissando, rosso, il pallone
appeso al reticolato:
“Non ti illudere
di vedere le cose senza sprofondarci”
Ho saputo solo anni dopo
da una suora:
Era la custode
del dentro delle case.
Il dentro delle case di campagna è il seme
che si spia dal buco nella mela fatto
con un cavatappi
Il dentro delle case di mare
è abitato solo da crocifissi
estivi, i costati di plastica trafitti dalle zanzare
Il dentro delle case di montagna
è ispido buiore
sgualcito da lucciole chiuse
in un vasetto di miele
Il dentro delle case è il tuorlo
D’uovo del cui esserci,
per fantasmagoria
per famigliarità
o per fame,
siamo certi all’ora di cena
Non esiste cosa o animale
che più del dentro delle case
meriti la sua custode.
Solo una volta ho visto il dentro delle case
e fu nell’estate di Fiesole
quando le vibrisse della sera sfiorarono
la mano che tenevo stretta a Clarissa
Tra la malerba e i nidi di geco
in uno spazio di muro
qualche donna lasciò aperta una finestra
e dietro la grata ho visto la grattugia appesa
al camino la foto di Papa Giovanni Paolo II
un piccolo congresso di diverse luci e un’ombra
di vaso
Nel tempo di un passo, si stabilì in me
la fibra pulsante di quella casa,
scosse le fondamenta del torace
provocò una faglia
lo pervase di possibilità
Mi voltai e il viso di Clarissa
fu chiave del mondo:
potei guardarlo per un attimo
come in apnea,
come se, arpionato con le dita allo scoglio,
avessi visto, in una fessura,
la rosa di mare
metronomo della corrente
Allora seppi tutto
del dentro delle case:
è eutanasia delle cose provare a dirle
senza sprofondarci”.

Poi una inedita, Chissà dove finisce.

Con i fuochi spalmati sulla mano se ne fanno a decine di città
Ma Firenza è l’arpione,
vi è assolta la vita, slega il costato
a chi vi scorge la sera sul muro
quel viso c’hai calato sulla tavola dell’Arno disfatta,
sulla favola di una carne intatta
stanerà dagli alti camminamenti della costa San Giorgio
il precipizio che non sa trovare
se non nella stoltezza di una cosa non detta al tramonto del sole.
Ma questa morte che t’intasa gli occhi
È scoprirti il più infimo dei sensi del tempo
Forse il tatto.
Firenze allude a te
È questo il fatto.

Grazie.

DAVIDE RONDONI:
Bene, ringraziando Claudio e Bernardo, facciamo un esperimento mai successo nella storia: invece che fare la sintesi di questo incontro, questa è la poesia che ho scritto mentre vi ascoltavo. Un esperimento che mi assumo il rischio di provare.

Finalmente conosco la mappa segreta del tuo volto.
Sono partito con le caravelle del mio pianto, ieri,
o forse mille anni fa,
pensavo mi chiamassero la terra,
le foreste,
i grandi uccelli variopinti e il loro sterminato canto,
speravo di estrarre metalli prodigiosi,
guarigioni,
o vene o sorrisi d’oro,
ma no era il mare ancora il mare,
il sale che brucia le pupille,
nel silenzio rotante del sole,
era la sbarra di ferro di te,
balaustra a cui serrare le mani,
ferite,
proteggendosi a latrare nel buio,
e a respirare lui,
la meraviglia,
il mare.

Data

29 Agosto 2014

Ora

19:00

Edizione

2014

Luogo

Sala Tiglio A6