’68 E OLTRE. SI PUÒ ANCORA SERVIRE IL POPOLO? - Meeting di Rimini
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’68 E OLTRE. SI PUÒ ANCORA SERVIRE IL POPOLO?

’68 E OLTRE. SI PUÒ ANCORA SERVIRE IL POPOLO?

Si può ancora servire il popolo

Interviene Aldo Brandirali, Politico, Promotore del Gruppo Servire il Popolo. Introduce Andrea Avveduto, Giornalista.

 

Ore: 12.30 Arena della Storia A5
‘68 E OLTRE. SI PUÒ ANCORA SERVIRE IL POPOLO?

Interviene Aldo Brandirali, Politico, Promotore del Gruppo Servire il Popolo. Introduce Andrea Avveduto, Giornalista.

ANDREA AVVEDUTO:
Grazie a tutti per essere intervenuti a questo incontro, legato alla mostra del ‘68 “Vogliamo tutto”. La domanda che dà il titolo all’incontro di oggi è: «Oltre il ‘68, si può ancora servire il popolo?». Ho il piacere di introdurre un amico del Meeting che ringrazio di aver accettato di venire qui a portare la sua esperienza, Aldo Brandirali, che è intervenuto in tanti Meeting a partire dal 1989, a vario titolo, per parlare di diversi argomenti, e oggi viene qui a parlarci della sua esperienza come uno dei giovani ribelli, come li avevano chiamati, dei protagonisti, di coloro che, con un pizzico di presunzione, per citare Gaber, in quegli anni hanno provato a cambiare il mondo. Di Aldo Brandi-rali, che cosa possiamo dire? Ha fatto tantissime cose nella sua vita, ha iniziato a fare l’operaio, poi l’elettricista, il contestatore, l’editore di un giornale che si chiamava appunto Servire il Popolo. E poi il politico, negli anni scorsi, oggi si definisce un educatore. Io mi fermo qui perché poi la sua vita, quello che ha fatto e quello che ha vissuto, ce la racconterà lui. Questa prima parte vuole es-sere proprio un dialogo tra me e Aldo Brandirali a partire da quelle che sono le sue origini e a par-tire da quello che è stato il suo ‘68. Non voglio rubarti altro tempo e inizio subito con la prima do-manda: chi sei, da dove nasci, da dove vieni e quale è stato il tuo ‘68? Che cosa ti ha spinto ad ab-bandonare le tue radici culturali, visto che hai parlato della tua appartenenza all’Azione cattolica e all’oratorio, per provare a rompere tutto, a rivoluzionare il mondo e la società in cui vivevi? Gra-zie.

ALDO BRANDIRALI:
Vi ringrazio della presenza, sono certo che se siete qui siete appassionati della politica, e anche la politica ha il suo diritto di esistere. Io sono sostanzialmente un politico ma uno strano politico per-ché adesso, infatti, come definizione di me c’è che sono un educatore. Faccio tutt’altro, un mestie-re nuovo che ho iniziato a 72 anni perché ne avevo bisogno, quindi politico. Io posso parlarvi del ‘68 dopo cinquant’ anni. Avevo 27 anni, non ero il ragazzino dell’Università, ero un operaio e un sindacalista nello stesso tempo. Però voglio ricordarvi che sono 36 anni che io ho incontrato don Giussani, quindi, a questo punto, la parte prevalente della mia vita è certamente con Cristo e nell’esperienza cristiana. Questo mi permette di guardare al ‘68 come l’ho vissuto, ricordando in-nanzitutto il grande dono che mi ha fatto Gesù Cristo che è stato quello di restituire me a me stes-so. Me a me stesso vuol dire che io, nel procedere, nell’uscire dal ‘68, facendo quindi degli errori e arrivando al processo di cambiamento, tentavo di uscire dalla mia personalità, uscivo dall’Aldo per diventare il Luigi. Il grande dono che ho avuto quando ho incontrato don Giussani nel 1982 è che ho avuto l’impressione che mi chiamasse Aldo. Stavo dicendo a me stesso: «Basta con l’entusiasmo, hai esagerato, hai esagerato tutto», e invece la prima parola che mi ha detto Don Giussani è stata: «Ma che entusiasmo, e poi che passione che avete, come siete bravi anche sulla politica!». E non vi dico il resto, perché non è facile da spiegare. Comunque, mi ha colpito profon-damente. Che entusiasmo! E allora potevo smetterla di cambiare il contenuto dell’esperienza mentre l’esperienza mi ritorna tutta senza dover rinnegare nulla. Perché io, se non avessi fatto il ‘68, forse non sarei di Cristo, oggi, capite? Se non ci fosse stata quella intensità di vissuto, carica di domande, di fallimenti, e di astrazioni teoriche, col problema della non corrispondenza con il rea-le, se non ci fosse stata quella disponibilità a riconoscere che la realtà mi diceva cose diverse ri-spetto a quelle che io stesso credevo, se non mi fossi fatto colpire dalla contraddizione che il mio rapporto con il reale generava, non avrei potuto farmi poi le successive domande. Quindi, il lavoro che ho fatto in sette anni, dalla chiusura del mio Partito, cioè dal dicembre del ‘75 fino all’ottobre del 1982, è stato un attraversamento critico del marxismo e un approfondimento della domanda: se l’uomo è così incapace di coerenza, se le teorie, quando vengono applicate, diventano il contra-rio di quello che dicono, se la prospettiva comunista – che era fondata sulla idea della classe ope-raia che scioglie le classi, genera l’uguaglianza e quindi elimina lo Stato – si ritrova davanti i Paesi dove domina il comunismo con lo Stato più potente, più burocratico, più pesante, allora l’inveramento è totalmente negato. Per cui, il problema che mi è insorto è stato: come fa l’uomo a essere partecipe della storia se non è capace di coerenza? Che cosa costituisce il filo del suo cammino storico? E questo mi ha portato ad una ricerca sull’uomo primitivo, su com’è fatto l’uomo sin dall’inizio, e infine a rendermi conto che l’uomo ha sempre dentro qualcosa, la poten-zialità del senso religioso. Ho capito che il senso religioso era veramente nell’umano come una apertura al mistero, una parte che non era più spiegabile con il ragionamento, una cosa che stava oltre il ragionamento. Infatti, quando sono entrato nelle Grotte di Lascaux, in Francia, e ho visto i disegni, quello che mi ha portato dentro, la guida, diceva: «Voi camminate in piedi perché noi ab-biamo scavato il terreno, ma l’uomo di 12 mila anni fa veniva carponi nella grotta per fare i suoi disegni». Lì ho capito che quell’uomo non faceva i disegni per farli vedere agli altri, faceva i dise-gni per qualche cosa che stava oltre lui, la sua tribù, la sua gente. Il pensiero di apertura verso quell’oltre mi ha colpito profondamente. Questa è una prima presentazione. Poi potrei dirvi che il mio incontro con il cristianesimo è diventato un processo di lotta ideologica attiva tra me e Cristo, perché io continuavo a sostenere delle cose e mano a mano si dimostrava che avevo torto io. Pe-rò, io continuavo a metterle in discussione lo stesso. Insomma, ci ho messo tanto tempo ad arriva-re alla consapevolezza che ho oggi della centralità di Cristo, della familiarità con Lui e del fatto che oggi, tutto quello che mi accade è quello che Lui decide per me. È lui che mi porta per mano, una mano morbida, dolce, che mi ama. Tutto quello che mi accade, che è veramente complesso, pesante, difficile, è un bene per me. Quello che sto vivendo adesso è un bene per me. Vediamo l’altra domanda.

ANDREA AVVEDUTO:
Prima di arrivare a questo aspetto, c’è un passaggio che hai affrontato in gioventù. Ci raccontavi che andavi in oratorio e hai avuto rapporti con l’Azione cattolica. Andavi a giocare a pallone, veni-vi da una famiglia operaia. Ci sono stati tutta una serie di episodi che ti hanno portato a rompere con l’educazione cattolica che avevi ricevuto per incontrare poi Cristo, la stessa rottura che ti por-terà a diventare uno dei maggiori protagonisti del 1968. Che cos’è che ti ha spinto ad aderire al 1968, a dare la vita a quella così vasta protesta giovanile? Se puoi, raccontaci quella parte della tua vita.

ALDO BRANDIRALI:
Il mio problema a proposito della Chiesa incontrata da bambino è che mio papà, che era un com-battente serissimo, di grande spessore partigiano, aveva lottato contro i tedeschi. Non era cattoli-co ma mi mandava in chiesa dicendo: «Guarda che devi decidere da solo: vai, ascolta, guarda e decidi». Io ero andato e avevo sperimentato che continuavano a buttarmi fuori, non ero interes-sante per loro. Andavo all’oratorio per giocare ma io portavo gli zoccoli e loro le scarpe: come po-tevo giocare a calcio? Non potevo. Poi facevo il chierichetto, e il prete mi ripagava con un gelato ogni volta. Quel gelato mi faceva schifo, non so come dire. A un certo punto, vengono le dame del-la San Vincenzo a portare i pacchi a casa mia, perché ne avevamo bisogno: «Grazie dei pacchi» di-cevamo. Ma morissi se una volta mi chiesero: «Come ti chiami?». Non gli interessava. Il culmine è arrivato quando non sono andato a messa una domenica. L’indomani ho incontrato il prete che mi ha dato una sberla: «Perché non sei venuto a messa?» gridava. E io: «Tu non mi vedi più». Però continuavo a cercare una risposta alle cose che mi si formavano nel cuore. Avevo il problema di essere utile alla mia gente, perché comunque avevo persone che mi aiutavano, ragazzi che veni-vano con me. Uno mi ha portato a scuola sulla canna della bicicletta per due anni. Con Silvano, Achille, Primo, avevo in comune ricordi che mi facevano sentire la responsabilità dell’appartenenza alla mia gente. Era un grande bisogno, un grande desiderio; volevo impegnarmi seriamente per questo. Le esperienze che ho fatto sono state quelle del sindacato. Poi, arrivato a Roma, nella direzione del Partito comunista, ho incontrato Togliatti al comitato centrale. Io facevo parte della delegazione giovanile, arrivo lì e scopro veramente che la teoria è una cosa e la prati-ca un’altra. Il comunismo vuole la vita degli eguali ma la pratica chiede di andare in Parlamento, il successo, la conquista del potere. Questa roba mi ha sempre più messo in crisi perché il mio bi-sogno era che l’ideale c’entrasse con la vita quotidiana. Se l’ideale non c’entrava più, non potevo vivere da comunista. È il motivo per cui ho fatto la Comune: siamo andati ad abitare insieme, do-dici persone, abbiamo messo in comune i soldi che guadagnavamo e abbiamo cercato di vivere secondo un’idea di eguaglianza. Ma la mia esperienza, da quel momento in poi, è stata il tentativo di fondare un modo etico di essere che però non aveva nessun fondamento culturale, non aveva riferimenti. Ho fatto tutto questo cammino: ho dato vita ad un Partito che si chiamava Unione dei comunisti italiani marxisti-leninisti, con il giornale Servire il Popolo, perché non volevo più sentir parlare dell’avanguardia, cioè della classe dirigente. Pensavo che la consapevolezza dovesse esse-re degli operai, non della classe dirigente. Vedete questa foto? Sono io che faccio il mio primo congresso con il mio bambino in braccio al Palalido di Milano: tutto il Palalido pieno. Intanto, il mio desiderio di essere significativo nel vivere quotidiano andava sempre più in crisi, perché non aveva riferimenti culturali. Tant’è vero che nel 1985, al Ducale di Milano, quando mi sono incon-trato pubblicamente con don Giussani, tre anni dopo il nostro primo incontro, lui ha cominciato con i santi, poi ha raccontato di quando, già prete, con la tonaca indosso, stava camminando, ver-so sera. Passa davanti a una coppia che si sta baciando, va avanti ma poi gli viene lo sfizio di tor-nare. Sbatte la tonaca, va da quei due e dice: «Ma cosa c’entra con le stelle?». Quando ho sentito le sue parole, gli ho detto: «Ma tu, dov’eri? Io ti ho sempre cercato!». Perché, che cosa è stata la vera faccenda del ‘68? Una questione generazionale, non avevamo più la capacità di interloquire con i nostri padri, con la generazione precedente. La generazione precedente era anche un mito ma incapace di accompagnarci nelle questioni che ci ponevamo. Dopo la conquista della lavatrice, del televisore e della 500, poi, che cosa c’è nella vita, che senso ha la vita? Ecco, era questo. Men-tre i padri dicevano: «Ho lavorato come una bestia per portarti a questo benessere», noi risponde-vamo: «Cosa me ne frega? Io voglio sapere cosa c’entra con la vita, che senso ha la vita». Vi assi-curo che la domanda era intensa, solo che i nostri desideri non avevano più un linguaggio adegua-to. Non potevo raccontare niente da mettere dentro il concetto di Servire il popolo. Sono arrivato alla fine del ‘75, dopo sette anni di movimento, per arrivare a capire che in verità io, il popolo, non sapevo cos’era, non lo trovavo. Non era più una questione di classe operaia contro la classe borghese, ma proprio la questione del popolo: ma il popolo, cos’è? È stata la domanda drammati-ca che ha segnato la seconda parte della mia vita.

ANDREA AVVEDUTO:
Lo chiedo a te: che cos’è il popolo?

ALDO BRANDIRALI:
Eh! Allora, quando ero nel ‘68, credevo che il popolo fosse la povera gente, quelli non ricchi, in-somma. Poi mi sono reso conto che l’individualismo era presente in tutti i livelli dei comportamen-ti di massa. Quindi, il mio problema è diventato trovare il popolo, che per me vuol dire trovare una consapevolezza. Ed è accaduto dopo l’incontro con Giussani, dopo che sono andato a messa con gli amici del movimento, senza mai pregare o inginocchiarmi, perché non ci credevo e discu-tevo, discutevo. Però, ad un certo punto, dopo dieci anni, dopo aver fatto l’associazione Incontro e Presenza, l’associazione San Martino, le opere insieme agli amici del movimento, ad un certo pun-to è accaduto qualcosa che mi ha reso evidente che Cristo è presente e vivo e la parola Mistero è proprio una presenza umana concreta. La signora che telefona dicendo che ci dava i soldi mentre avevo appena finito di dire a due carcerati di Brescia: «Fatelo pure, non ho i soldi ma voi fatela, quella cosa lì». E lei mi chiama dopo mezz’ora e mi dice: «Ho deciso di dare un milione per i car-cerati». L’indomani io mi sono inginocchiato in chiesa. E delle persone di cui pensavo e dicevo: «Ma guarda quante pellicce! Ma guarda che brufoli hanno i ragazzi…», ho incominciato a dire: «Ma guarda che belle persone. Ma allora questo è il popolo! Questo è qualcosa che compone il fare insieme, lo stare insieme, l’essere insieme». E in quel momento, ho capito: il popolo nasce da Cristo stesso, nasce dal fatto che l’uomo, guardando Cristo, assume via via il senso di essere popo-lo, cioè una compagnia operosa al lavoro. Però questo mi ha reso anche consapevole del fatto che la compagnia operosa al lavoro non è la gran parte della gente, non è la maggioranza, anzi, è una minoranza. Il popolo è una minoranza che si pone perché nasce in Chiesa: si esce dalla Chiesa e si incontra, con il senso religioso che rende molte persone più responsabili, più attive, più creative di quanto non siano i cristiani stessi. Per cui, quella unione tra gli uomini con il loro senso religioso e il popolo nato dall’iniziativa di Cristo, diventa veramente consapevole. Ma questa parte consape-vole – che poi è fatta da coloro che fanno seriamente la famiglia, la fabbrica, la creatività, la co-struzione, l’approfondimento scientifico – è quella che costruisce e dà significato alla espressione Servire il popolo. La politica è chiamata dunque a questa dimensione, la capacità di riconoscere questa minoranza al lavoro che costruisce e che è un anticipo di quello che possono essere tutte le persone. Angelo Panebianco ha fatto una polemica l’altro giorno sul Corriere chiedendosi che cos’è il popolo. Ha scritto: «Il popolo come comunità è giusto perché comprende l’individualismo della cittadinanza, mentre come soggetto è sbagliato perché diventa la negazione della libertà in-dividuale». Questa roba è interessante, però, se parli del popolo come comunità non puoi dire che è fatto dall’individualismo della cittadinanza; è fatto dalla volontà di fare assieme, dalla libertà in-dividuale ma anche dalla capacità di stare insieme ai diversi. Ecco, la capacità di stare insieme ai diversi è il vero dato di un popolo, la vera condizione dell’essere popolo. Se non si sta insieme in quanto appassionati della relazione umana, in quanto amanti della relazione umana, si è cittadini, ma io ho sempre pensato che i cittadini altro non fossero che coloro che vengono manipolati nel consenso, per raccogliere i voti. Un consenso che oggi, peraltro, è diventato talmente friabile che cambia in dieci giorni: qualunque notizia, qualunque manipolazione dell’opinione può spostare due milioni di voti. Per cui, chi lavora sulla gente e sulla cittadinanza è un rapinatore di voti, un fur-bacchione, certamente non un servitore del popolo. Poi, magari, tra i furbacchioni ci sono anche brave persone, ma purtroppo furbacchione. Io ho amici troppo furbacchioni, e li conosco anche se voglio loro bene. Però, ragazzi, la politica deve riconoscere la dinamica del costruttore e capire che deve fare cose che favoriscano il costruttore, riprendendo dinamicamente l’apertura della famiglia, dell’impresa, della creatività, del cambiamento. E il costruttore deve capire (e questa è l’altra parte drammatica), tutti voi che fate i volontari nelle associazioni, che è importante fare cose concrete e non stare a piangere davanti alla politica: «Fateci avere qualcosa». La politica è di tutti e tutti la state facendo. Appena vi muovete su qualcosa, fate politica; appena guardate la condizione dell’altro, già fate politica. Allora, la politica è saper comporre la complessità, rendere possibile il governo della grande diversità che c’è in democrazia. Ma per governare la diversità ci vuole un grande senso della politica: io ho combattuto il potere tutta la mia vita, fino al punto che oggi sono ridotto a uno straccio, non ho più niente. Il potere ha sempre vinto, e va bene, però vin-cendo ha distrutto se stesso e la politica. Per questo oggi siamo in una situazione così drammatica. Chi sarà capace di rispondere a questa vittoria totale dell’irrazionalismo? Ricominciamo dal fare il popolo.

ANDREA AVVEDUTO:
Era proprio quello che ieri diceva anche il professor Cassese, magari più laicamente: diceva che la felicità, la libertà sono un io in relazione, che è quello che ci hai spiegato adesso. Che cosa ti è ri-masto del tuo ‘68, se oggi dovessi fare un bilancio? Io posso solo immaginare il momento in cui ti sei accorto che quello per cui combattevi, le tue idee rivoluzionarie di cambiare il mondo, alla fine ti avevano portato su una strada diversa. Rimaneva forte quel grande desiderio, anche perché – brevissima nota – Aldo Brandirali è forse uno dei pochi protagonisti del ‘68 che nasce da una fami-glia proletaria e non borghese. Quindi, c’era un dramma profondamente diverso da quello vissuto da coloro che Pasolini chiamava «i figli di papà», e che lui contestava quando combattevano con-tro i poliziotti. Diceva: «Io stavo con i poliziotti perché loro sono i veri proletari, non voi che siete qui della media-alta borghesia. Per cui, che cosa è rimasto?

ALDO BRANDIRALI:
Primo, mi è rimasta mia moglie, che è una grande borghese, figlia di un onorevole comunista, di un grande critico d’arte, ecc. Quella che mi ha tirato fuori dall’ideologia è lei, perché io avevo sempre lo schema delle idee. Lei ha cominciato a portarmi in tutti i musei d’Italia spiegandomi i quadri, l’arte… un paio di palle! Ma oggettivamente mi ha fatto capire che la vita è un movimento aperto di incontro e di possibilità dell’umano di ritrovare se stesso. Per cui, c’è una continua pro-pensione dell’uomo a cercarsi nella sua vocazione per comprendersi completamente. Che bello vedere le cose da questo punto di vista! Qui, allora, è chiaro che non c’è uno schema che spiega tutto, non c’è niente che possa spiegare perché gli uomini stanno insieme. Gli uomini stanno in-sieme non per una teoria, non per una concezione, gli uomini stanno insieme perché qualche cosa li ha generati insieme e quindi, grazie a Dio, gli uomini stanno insieme. Andiamo avanti.

ANDREA AVVEDUTO:
L’ultima, poi lascerei spazio alle domande del pubblico se ci sono. Questa è una mostra fatta fon-damentalmente da giovani che non hanno vissuto il ‘68 ma anche noi più giovani (mi metto nella categoria) abbiamo lo stesso desiderio di voi giovani del ‘68 di volere tutto, e anche di voler servi-re quel che muove il popolo. Com’è possibile guardare alla politica, al servizio civile, con lo stesso sguardo che ci hai testimoniato adesso? E perché i giovani d’oggi dovrebbero utilizzare il percorso che anche tu hai intrapreso dopo gli anni Ottanta?

ALDO BRANDIRALI:
Se andate a vedere la mostra (bella, molto interessante e ben sviluppata), vi rendete conto che giustamente incomincia con la questione della domanda esistenziale e poi si svolge con i grandi movimenti universitari. Qui c’è un po’ il limite, perché non è vero. Io avevo un movimento formato prevalentemente da operai e da contadini, avevo addirittura, nella redazione di Servire il popolo operai, il bracciante della Sicilia, una presenza che parlava e testimoniava di una consapevole esperienza. E l’esperienza era la questione, la vera questione. Così come la vera questione in Uni-versità era il senso dello studio, la stessa questione che avevano anche le guardie rosse in Cina, quando leggevano i tre libretti. Le guardie rosse leggevano cercando un’etica costitutiva tale per cui il medico al servizio del popolo, ad esempio, il medico dai piedi scalzi arrivato dal Canada per accompagnare Mao Tse-Tung nella Lunga Marcia, si è messo poi a preparare i medici sul piano elementare perché potessero curare le malattie più diffuse, più semplici. E questi hanno comincia-to, durante la Lunga Marcia, a curare un popolo che non veniva curato mai. E il medico dai piedi scalzi è diventato il senso e il significato della ragione per cui studio. E questo è stato dopo reso ancora più potente negli altri due testi dei tre libretti delle guardie rosse. Uno era A servizio del popolo: era la storia di un cuoco che muore per salvare tutti quelli del suo ristorante perché c’era stato un incendio e lui morì per salvare la vita a loro. E poi il terzo, Come Yu Kung rimosse le mon-tagne, il racconto di un contadino che, siccome la montagna faceva ombra al suo campo e lui non riusciva a coltivare niente, tutti i giorni esce con il secchiello e la pala e va a scavare la montagna. Tutti gli dicono: «Ma sei pazzo, cosa stai facendo? Impossibile». Ma lui è talmente tenace che a un certo punto Dio si commuove – Dio dei maoisti cinesi, ragazzi! – e manda l’angelo che gli porta via la montagna, così che lui abbia il sole. Io mi sono trovato con questa strana dinamica della rivolu-zione culturale cinese, quando poi sono andato a incontrare una delegazione del Partito comuni-sta, ho chiesto: «Ma davvero diceva così?». Eh, questo è il destino della vita. Che cos’è bello e ap-passionante? Perché mi definisco un politico? Sinceramente, a me pare che la cosa più complessa, più straordinaria e più inquinante che esista, sia la passione per la politica perché non risolvi mai niente, non riesci a trovare la strada giusta, perché non c’è una strada giusta in politica. Io sono dovuto arrivare fino a dire a me stesso: guarda che la politica non è il luogo dell’identità, perché non esiste l’uomo di sinistra, l’uomo di destra, esistono solamente uomini che hanno una certa propensione. Il problema non è essere di sinistra o di destra, il problema è riuscire a capire in che cosa consiste il bene comune, le cose utili a tutti, chi riesce a comprendere l’altro. Oppure, chi rie-sce a capire che anche l’altro sta dicendo una cosa giusta, per cui bisogna sapersi alleare, ricom-porre. Oggi mi appassiona profondamente il fatto che il Signore mi ha tirato fuori dalla politica nel 2011, mi ha fatto tirare fuori dai miei amici che mi hanno detto: «Ma c’è altro». E quindi sono uscito dal Consiglio comunale di Milano, grazie ai miei amici che mi hanno detto di stare più tran-quillo e grazie al Signore. Il problema della politica è capire che cosa viene prima della politica, ritrovare concretamente l’unitarietà del rapporto con Cristo e partire da questo rapporto, mante-nendo l’unità interiore tra cuore e ragione, la capacità di emozionarsi e nello stesso tempo di comprendere la complessità. Infine, tenere insieme la complessità e la ragione e il cuore vuol dire che tutto il lavoro va fatto prima. Il lavoro della identità della persona che si butta anche in politi-ca accade prima della politica. Non è la politica che ti dice come si vive ma la dimensione prece-dente, dove le domande dell’uomo sono vaste, ampie, aperte. L’etica diventa un luogo in cui ci si assume la responsabilità di fare veramente qualcosa di utile. E allora qui c’è lo spessore: De Ga-speri definisce l’uomo politico un servitore del popolo e, nello stesso tempo, un uomo di grande disciplina, perché non deve obbedire al partito, al capo ma essere innanzitutto utile alla causa comune, al senso di quello per cui ha preso in mano la dimensione politica. Utile alla causa comu-ne, a servizio del popolo, è dunque una definizione che viene persino dalla Chiesa e dal cristiane-simo. Solo con Fanfani le cose sono cambiate. Quando la Dc ha incominciato ad allearsi con i so-cialisti, dal ‘63 in avanti, la questione si è incasinata. Nella Dc non c’era più l’attesa prima ma la politica subito. E quando è diventata la politica subito, sono andati a fare le battaglie sull’aborto, sul divorzio e le hanno perse tutte; in compenso hanno manipolato noi, quelli di sinistra, e ci hanno fatto diventare quelli che avevano fatto le battaglie per l’aborto e per il divorzio, cose di cui a me non fregava assolutamente niente. Eppure, il risultato del ‘68 sembra proprio questo: ha conqui-stato l’aborto e il divorzio perché siamo stati manipolati.
ANDREA AVVEDUTO:
Grazie, soprattutto per quest’ultimo affondo. Se ci sono delle domande dal pubblico, abbiamo an-cora una quindicina di minuti. Vi chiederei solo la cortesia di utilizzare il microfono per far sentire a tutti la domanda, prego.

DOMANDA:
Ti sei definito politico ed educatore. La definizione di politica era ben chiara, e quella di educazio-ne? Te lo chiedo perché sono andato in pensione e dall’anno scorso insegno Matematica in una scuola superiore.

ALDO BRANDIRALI:
Io ho avuto la fortuna di incontrare una persona che ha riconosciuto in me una certa dote, per cui mi ha detto: ma senti, perché non vieni a lavorare per me? Questa persona, che si chiama Pietro Farneti, che ha una grande associazione che si cura dei tossicodipendenti, ne cura più di 500 l’anno, mi ha chiesto di fare corsi etico-metafisici. E io vado a fare i corsi. Dal 2012 faccio il corso etico-metafisico e spiego ai miei utenti: «Guardate che etica vorrebbe dire principi di comporta-mento. Io non mi sogno neanche di dirvi i principi di comportamento, quanto a metafisico non so neanche che cosa vuole dire. Però, sinceramente, quello che voglio fare è partecipare della vostra questione interiore, del vostro cammino umano, voglio camminare con voi. E quindi ho sviluppato un metodo di continuo racconto di sé, su diversi particolari: io pongo loro delle domande, li faccio scrivere, poi leggere. E succede sempre, miracolosamente e stupendamente, che in ogni pezzetto scritto io trovi il passo che ognuno di loro sta vivendo in quel momento e la sua difficoltà. In gene-re tento anche di spiegarla, ma poi, soprattutto, metto dentro esempi della mia vita personale, mi gioco fino in fondo e questo piace molto. Alla fine, sono veramente un educatore, cioè, il contratto me lo rinnovano tutti gli anni.

DOMANDA:
Scusate, nonostante io abbia dieci anni in meno di Aldo, in realtà lo vivo come un padre, anche per come ha raccontato il cambiamento della sua vita. Voglio ripercorrere un passaggio, il desiderio di cui hai parlato che, cinquant’anni fa, portò con sé una rottura, una disobbedienza ad una giusti-zia ingiusta, all’educazione familiare solo formale, ad una Chiesa moralistica che ti prendeva a sberle, ad una scuola che serviva a creare soprattutto la classe dirigente. Quando quel desiderio si inquinò, si ammalò, tutto si disperse e si salvarono in pochi. Chi come noi accusò il contraccolpo con l’incontro con don Giussani, in qualche modo si salvò accettandone la sfida, quindi alla fine trovando una strada. Ma negli anni successivi, la parola d’ordine per tutti è diventata una sola: adeguarsi. Quindi, adeguiamoci alle regole della professione, alle regole del mercato, ai nuovi do-veri familiari, al discorso politico. Il grande slogan è diventato: non facciamoci più illusioni, il mondo non si può cambiare, occorre solo adattarsi. Allora, ti faccio questa domanda che davvero vivo, oggi che ho 62 anni e in qualche modo questi 50, dal ‘68, me la fanno rinascere dentro. È una stupidaggine, oggi, dire che dovremmo imparare dal ‘68 a interrogarci? A mettere in dubbio il si-stema presente? In qualche modo a tornare a disobbedire? Non dovremmo tornare, nel degrado di questa politica che vediamo davanti agli occhi, a fare la politica, quella vera? Quella che non ha rendite di potere?

ALDO BRANDIRALI:
Ho detto che Cristo mi ha restituito a me stesso, vuole dire che io mi sento come quando avevo tredici anni. Con quello stesso spirito, cerco di essere così e voglio essere così. Qui c’è mia moglie, alla quale ho rapinato un sacco di soldi per il mio partito maoista, poi l’ho lasciata povera e io stesso ho scelto la povertà o almeno di non arricchirmi. Quando ho fatto l’assessore al Comune di Milano avevo occasioni incredibili: 130 impianti sportivi da assegnare, ogni società sportiva veni-va: «Assessore, qualcosa…». E io dicevo semplicemente: «No, ho paura». Non è che avessi un grande spessore morale, è che avevo paura all’idea che, se mi beccavano, dovevo spiegarlo a mia moglie, ai miei amici: come cazzo facevo a spiegarlo? Per cui, se facessi la somma di quello che potevo prendere, adesso avrei qualcosina. Invece non ho un cazzo: allora, cos’è veramente fonda-tivo del riprendere a fare politica? Adesso ho fatto, insieme a Rosanna Favulli e ai miei amici dell’associazione Democrazia e Comunità una scuola di politica, ristabilendo le basi della ragione-volezza del fare politica: il problema è che dobbiamo assolutamente cominciare a farla. Perché alla vittoria dell’irrazionalismo, come chiamo io la situazione politica italiana, non risponde più nessuno, nessuno è in grado, non c’è un’opposizione a questo Governo perché nessuno è capace, è incredibile! Grandi partiti storici che hanno una grandissima esperienza politica non sono capaci di rispondere all’irrazionale perché in realtà l’irrazionale gli è penetrato dentro, è diventato il loro relativismo assoluto, perché la teologia dominante oggi è il relativismo. Se non si ritrova quella partecipazione umana per cui io richiamo i miei educatori, i miei ragazzi tossicodipendenti, nella ricostruzione della loro personalità, a partire dal cuore, al fatto che il cuore non sbaglia mai e che è l’inizio vero della questione. Bisogna però riconnetterlo con la ragione: è la grande battaglia del-la vita, tenere uniti cuore e ragione. E allora si incomincia a capire che si ha un compito, una mis-sione, un senso della vita. E via via ci si capisce sempre di più, sino al punto della grande felicità, quando senti che cominci ad essere te stesso nelle cose, fino in fondo te stesso, fino in fondo con-seguente e in missione. Per cui, fare politica è la più alta forma di carità se la partecipazione poli-tica è un senso di missione tale per cui tu lo fai gratuitamente. Se poi hai bisogno di uno stipendio, lo prendi, ma non è quello il punto: tu fai la battaglia per il bene comune, la fai per quel senso di responsabilità che ci fa donare totalmente noi stessi per l’opera che compie il Signore. Io parteci-po all’opera del Signore, la mia vita è partecipare all’opera del Signore, l’opera del Signore è quel-la condizione attuale per cui sembra tutto un disastro. Ma io vi assicuro che il Signore semplice-mente sta facendo così: sta destrutturandoci per ristrutturarci, perché oggi abbiamo il compito di ristrutturarci.

ANDREA AVVEDUTO:
Ci sono altre domande? Prego.

ALDO BRANDIRALI:
Professore, il mio amato professore.

DOMANDA:
Te la volevo fare già da molto tempo, questa domanda, ma è una richiesta di conferma, dimmi se sto sbagliando o meno. In tutto quello che dici, io ho un’immagine di te che mi si è formata pro-prio in quel periodo. Misi piede per sbaglio in via Tomasina 78, dopo che tu eri andato via, Ero un ragazzino e mi parlavano male di te, dicevano: «Ah, Aldo Brandirali, quello che vuole portare le bandiere rosse nelle spiagge!». Ho la sensazione che tu sin da allora stessi cercando questo, anche se era una piantina piccola, anche perché quando vedevo quelli di Servire il Popolo, vedevo che erano di pasta operaia, scusami se te lo dico così, in termini un po’ brutali, diversi da noi che era-vamo i fighettini del liceo. In qualche modo, mi sembra che questa pianta, quest’attenzione a re-cuperare la verità di un soggetto, coperta naturalmente dal frastuono dell’epoca e dalle saraban-de di quegli anni, ci fosse già. Sbaglio?

ALDO BRANDIRALI:
Sono rimasto molto sorpreso dal fatto che a Roma, dove hanno un po’ il mito di me, per Abbate ha scritto un romanzo sulla mia vita in cui riesco a conquistare tutta l’intellighenzia romana e a fare la rivoluzione, prendo il potere, m’installo a Cinecittà e comincio la trattativa con il Papa per rego-lare Roma. È una cosa divertentissima, una presa in giro però appassionante. Poi però c’è quell’altro, invece, che ha scritto la storia del mio movimento, poi c’è Pennacchi che ha scritto Brandilli e non Brandirali, tanto per non fare confusione, però questo fascista che è passato al mio movimento racconta nel suo romanzo che Brandilli lo trascinava. Insomma, i romani hanno capito qualcosa, non so perché. Hanno capito che ero quello che aveva parlato di popolo in un tempo in cui si poteva parlare solo di operai, di borghesi, di proletari. Ma come fa uno del ‘68 a dire popo-lo? Infatti dicevano: «È quello di servire il pollo». Tutta Lotta continua, Avanguardia operaia, ecc.; e anche con i miei figli, a scuola, i professori mi dicevano: «Tu sei quello di servire il pollo?». Spe-cialmente poi, quando è venuto fuori che ero andato con Giussani: allora, a scuola, i miei figli li hanno massacrati. Comunque, siamo qua. Stavo dicendo che il bisogno di esserci come persona, questo mistero di sé è veramente appassionante e cerchi di svelarlo fino in fondo. Io amo mia mo-glie Teresa perché lei è un mistero per me e io sono un mistero per lei, e siamo appassionati tutti e due di capirci sempre di più. Ormai sono 42 anni che stiamo insieme ma ancora non abbiamo capito niente di noi. Anzi, 46, dice mia moglie, capito? Tra l’altro, lei mi corregge su tutto e anzi, ci prova un gusto matto a correggermi, anche perché io parlo tanto. Comunque, stavo dicendo che per me Cristo è rivoluzionario e quindi io sono con la rivoluzione fino in fondo. Pensateci veramen-te, a che cosa ci chiama Cristo? Cristo ci chiama a mettere al centro l’amore. Come facciamo a mettere al centro l’amore nella vita quotidiana se siamo abituati al successo, alla carriera, al far-cela, al combattere, al fare fuori l’altro, e ci devo riuscire se no non vivo? Tutto nella società ci chiama a mettere al centro la battaglia di competizione. Io invece, addirittura nell’esperienza di mettere al centro l’amore, vi dico che il principio di contraddizione che fonda il pensiero moderno è costituito sulla parola contraddizione, per cui l’io e il tu sono contraddizione nel pensiero moder-no. Invece ho scoperto che, nel rapporto con Cristo, l’io e il tu sono fondamento alla questione. Io mi capisco solo se guardo Lui, se mi piego a seguire Cristo. Allora, questo piegarsi, questo andare verso è tutt’altro che andare dentro nella mentalità dominante. La mentalità dominante è mo-struosamente intrisa di tutti i difetti che abbiamo, con il risultato di un pensiero medio comune che è avvilente, negativo, sempre più in contraddizione, sempre a cercare il nemico, sempre ad essere identificati come altri rispetto a quello lì. Io invece credo veramente che la battaglia dell’amore sia la battaglia dell’apertura umana profonda, faticosa, implicante, complessa. Ma l’apertura umana è la bellezza della vita, il gusto del vivere questo seguire Cristo, mettendo al centro l’amore.

ANDREA AVVEDUTO:
Grazie. C’è spazio per un’ultima domanda, se c’è. Prego.

DOMANDA SIGNORA BRANDIRALI:
Non ero preparata ma confermo che è dal ‘72 che siamo sposati, con una cerimonia di quelle che non ne hanno fatte più, dopo. Abbiamo fatto il famoso matrimonio comunista, ossia abbiamo spie-gato – e qua c’entra il popolo – ai nostri amici, al nostro movimento di allora, le ragioni per cui stavamo assieme. In quel momento potevamo fare il rito civile ma non volevamo farlo perché non ci dava niente di contenuto. E allora, siamo ripartiti da noi stessi, questa è la questione. La persona conta, però è la persona vista da Cristo: quello che troviamo dentro di noi, il senso religioso, è una piccola immagine di Cristo. È nel tu che ti capisci, perché ti rendi trasparente a questa cosa, non sei tu come personalità ma come persona, cerchi questa unitarietà dell’io e ti rendi trasparente a quello che c’è di buono in te. Comunque, capite che vivere a fianco di quest’uomo non è una cosa semplice.

DOMANDA:
Una curiosità: al matrimonio comunista, che canti avevate fatto?

SIGNORA BRANDIRALI:
Beh, noi cantavamo anche Gaber, queste cose qua. Divertire, ci divertivamo ma non è che face-vamo queste grandi feste popolari! Pensate che, prima di conoscere lui, facevo i comizi nelle fab-briche! Dopo non ha più voluto perché c’è sempre un maschilismo nell’uomo. E allora mi è toccato fare la Lega delle donne comuniste, io che non ero avvezza al rapporto col femminile, e mi sono trovata a fare un asilo. Facevamo le vacanze tutti assieme: per una vacanza, ho dovuto organizza-re l’asolo e la scuola per i ragazzi, con persone di tutte le regioni d’Italia. Non vi dico le contraddi-zioni che c’erano da sanare, c’era già quella pre-vegana di allora, poi ogni regione aveva le sue caratteristiche e voleva imporre le sue modalità, per cui era proprio un popolo molto vasto. Gra-zie.

ANDREA AVVEDUTO:
Prego, l’ultima domanda.

DOMANDA:
Salve, se ho capito bene, in un passaggio lei ha detto che, nel fare il ‘68, era concentrato ad uscire fuori da sé, mentre incontrare il don Giuss equivaleva a cercare se stessi. In un secondo passaggio, lei dice che seguire sua moglie a visitare i vari musei le ha permesso di capire che la vita è un movimento aperto, che permette continuamente all’uomo di scoprire se stesso. Ora, questi due passaggi, tra i tanti, mi hanno colpito perché hanno suscitato in me questa domanda. Bernardini prima le chiedeva: non credi che forse sia il caso di trattenere, del ‘68, la capacità di interrogarsi? Io le chiedo: non crede che la fatica che oggi facciamo a fare politica sia in qualche modo legata all’incapacità di interrogarsi? E l’incapacità di interrogarsi nasce dal fatto che siamo portati tutti, più facilmente di un tempo, al fare anziché all’essere, al portare avanti un’idea conservata con la naftalina anziché partire dall’essere e lasciarci provocare dalla realtà.

ALDO BRANDIRALI:
Impressionante, lei ha capito tutto, per forza. Allora, cosa posso aggiungere a questa cosa? Sem-plicemente questo, che l’altro ti riconosce. Quando Giussani mi dice: «Che entusiasmo!», mi sono sentito riconosciuto. Ma quando nel 1985 c’è stato l’incontro al Ducale, lui prima è venuto lì, nella saletta, c’eravamo io e gli altri del mio movimento, quattro comunistacci, e ha detto: «Voi santi». Vi giuro che, dieci anni dopo, quando incontrai Giussani privatamente mi domandò: «Senti, Aldo, ho una difficoltà: mi aiuti a capire cosa vuol dire santo?». Io l’ho guardato: «Me lo domandi a me?». Eppure l’insistenza continua di Giussani a guardarti, e a guardarci, perché tutto è fondato sull’incontro, è l’incontro che genera continuamente la possibilità che gli esseri umani si incontri-no realmente, diventino veri l’uno con l’altro. Così capirai da sola, da solo perché l’altro comince-rà a dirti: ma che cosa interessante è questa tua! La domanda è tutta aperta lì, non è che si chiu-de, non si chiude mai. Ma l’importante è: volete essere fino in fondo con tutto quello a cui siete chiamati? Andate dentro voi stessi e cercate l’unità dell’io, di voi come persona. Quella unitarietà è la chiamata che ci fa Cristo. Guardate che nel ‘68 non avrei detto mai la parola io. Dicevo sem-pre noi. Ma oggi veramente mi è chiaro questo: come faccio a dire noi se non ho prima detto io? Non posso neanche dire noi tra me e Cristo, se prima non ho detto io. Io che mi gioco nella libertà, per cercare di essere me stesso, ho bisogno di Te, Signore, grido a Te perché desidero capirmi, desidero essere veramente libero perché Tu solo mi puoi rendere libero.

ANDREA AVVEDUTO:
Grazie, Aldo. Chiudiamo qui l’incontro con Aldo Brandirali, un uomo che ha trovato in Cristo, at-traverso Giussani, il suo ‘68, la sua rivoluzione.

ALDO BRANDIRALI:
Esatto.

ANDREA AVVEDUTO:
L’incontro con qualcuno che gli ha cambiato il modo di vivere, di amare, di partecipare, di servire il popolo e il bene comune, è qualcosa che ci aiuta a rispondere alla domanda che dà il titolo alla mostra, Vogliamo tutto. Ma non solo alla domanda, anche alla provocazione che lancia il titolo del Meeting, non solo a voi che avete vissuto in quell’epoca ma anche a noi che in questa società dob-biamo vivere ed essere sempre più protagonisti, con lo spirito che ci hai insegnato. Vi ricordo il prossimo appuntamento con l’incontro della mostra, questa sera alle 19 con Pietro Toffoletto, un incontro sulla musica degli anni della contestazione. E vi ricordo che è sempre possibile contribui-re alla costruzione del Meeting.

(trascrizione non rivista dai relatori)

Data

22 Agosto 2018

Ora

12:30

Edizione

2018

Luogo

Arena della Storia A5
Categoria
Arene