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IL MEDIOEVO E LA NASCITA DEL MERCATO

Incontri Sala Neri GE Healthcare
Partecipano: Paolo Nanni, Università degli Studi di Firenze; Gabriella Piccinni, Università degli Studi di Siena. Introduce Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà.

Trascrizione dell'evento

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23/08/2011 - ore 15.00
Partecipano: Paolo Nanni, Università degli Studi di Firenze; Gabriella Piccinni, Università degli Studi di Siena. Introduce Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà.

Trascrizione dell'evento

GIORGIO VITTADINI:
Allora, su Avvenire del 18 Agosto, quindi di qualche giorno fa, c’era una intervista con Gabriella Piccinni, una professoressa, una storica dell’Università di Siena, a proposito del libro di Paolo Nanni, Medioevo e la Nascita del Mercato, e lei diceva: “Quando c’è una crisi tutti vengono da noi Medioevalisti a chiederci strumenti per capire quello che sta succedendo, per farsi dare qualche suggerimento dalla storia. Era successo negli anni ’70, succede di nuovo adesso”. E certamente possiamo sottoscrivere questa idea perché il libro di cui parleremo oggi, mi dicono loro esperti, è un grande classico della storia Medievale, che parla del mercante per antonomasia, Datini di Prato, considerato da molti come il mercante ante litteram, fuori dalla mentalità medievale comune, il mercante già in un mondo protestante, in un mondo dove vale l’utile e basta. Ora, cosa vuol dire questa idea di nuovi strumenti? Primo, che da quello che potete leggere, spero che leggerete questo libro, Paolo Nanni dà un’interpretazione diversa di questo grande mercante, non immaginandolo ma leggendo il suo enorme epistolario. E secondo, per riprendere appunto l’osservazione della professoressa Piccinni, questo è interessante perché negli ultimi anni è saltata l’idea di mercato che è andata di moda per tanti anni, ne abbiamo parlato anche l’anno scorso al Meeting a proposito della crisi finanziaria: l’idea di mercato dove l’unica cosa è la legge selvaggia del massimo utile individuale, con una mano invisibile che mette a posto tutto, è saltata. Anche in questi giorni si vede continuamente, il mercato forse è qualcosa di più complesso, il mercato è qualcosa che non è semplicemente la legge della giungla e allora si capisce perché, andando a fare una lettura originale di Datini, succede anche di avere degli insegnamenti sull’oggi. Comunque non voglio far perdere tempo, voglio lasciare la parola a loro, e scoprirete che si possono leggere libri così impegnati perché sono più interessanti di certi romanzi d’appendice oppure dei gialli, anche se sono impegnati.

PAOLO NANNI:
Dunque, comincio io perché ci alterneremo insieme a Gabriella in questo incontro, ma la prima cosa che vorrei cercare di comunicare è il punto di vista, il come questo studio è nato e, diciamo, cercando di rendere noto come avviene. Qual è il punto di vista con cui gli storici osservano la realtà oggetto dei loro studi?
La conoscenza storica non consiste in una mera descrizione dei fatti del passato. La storia ha naturalmente il suo rigore scientifico-metodologico e le sue tecniche. Ma ciò su cui vorrei richiamare l’attenzione è quel quid che orienta la nostra ricerca, tra domande, dati, ipotesi e passi di conoscenza. Perché il nostro occhio non è mai neutrale lastra fotografica, ma vivace recettore di forme e colori in cui brillano idee, presentimenti, conquiste.
La formulazione di domande, quasi segrete domande, esprime il principio formale che permette di cogliere, se non addirittura vedere, dati rilevanti quando si presentano davanti ai nostri occhi, fino alla formulazione di ipotesi con cui ritornare alla realtà storica oggetto dei nostri studi, guadagnando un passo di conoscenza (e nuove domande).
In un recente corso di formazione, Accademia, organizzato dalla “Fondazione per la Sussidiarietà - Associazione Rischio Educativo”, Giovanni Cherubini - comune maestro di Gabriella e del sottoscritto - ha esplicitamente sottolineato questo elemento: «Il ragionare storico parte sempre (o dovrebbe) da una o più domande che orientano o danno un senso alla nostra vita: il rapporto tra la vita e la morte, le convinzioni religiose, una ideologia politica, la visione dei rapporti tra gli uomini, la necessità della solidarietà, della giustizia (o/e dell’uguaglianza) nella società. A queste convinzioni (…) giungiamo attraverso le esperienze personali e spesso le suggestioni più diverse, di amici, di adulti ai quali va la nostra fiducia e il nostro affetto, o per vie diverse. E già questo ci dovrebbe convincere che non siamo mai, anche nel nostro pensiero, degli atomi lontani dagli altri».
La stessa ricerca, selezione, comprensione e valutazione critica delle fonti, presuppone quelle domande. Perché si trova, nel bene e nel male, quello che si cerca. «Ogni ricerca storica - affermava Bloch - presuppone, sin dai primi passi, una direzione di marcia (…) L’esploratore sa benissimo, in antecedenza, che non seguirà punto per punto l’itinerario prefissosi. Ma, a non averne uno, rischierebbe di errare eternamente a caso».
Prendiamo ad esempio il caso del mercato. Questa realtà storica (del passato come del presente), si presenta ai nostri occhi attraverso una serie di dati, e viene accostata dalle singole discipline secondo il loro particolare punto di vista. Agli occhi dell’economista, o dello storico economico, risulterà come un elemento delle strutture della società, secondo specifici fattori: rapporti di produzione, domanda e offerta, tecniche contabili e finanziarie, meccanismi di credito ecc. Il tempo dello storico economico è un tempo dilatato, di lungo periodo, alla ricerca di quei fenomeni che mostrano continuità e discontinuità per cogliere il movimento della storia nella sua tendenza prevalente. È naturale che gli economisti si dotino di modelli esplicativi e predittivi, utilizzabili, a certe condizioni, anche per quella dimensione temporale che non appartiene allo storico tout court: il futuro.
E lo storico? Pur assumendo i diversi approcci e le diverse valutazioni, non potrà ricacciare dubbi e quesiti che ronzano costantemente nella propria mente, tra passato e presente. Chi erano quegli uomini che chiamiamo mercanti? Cosa facevano e come valutavano il proprio agire? Quali ideali, quali concezioni tramavano il loro esistere nella storia? Lo storico non sarà soddisfatto di descrivere senza affrontare i suoi perché. Anche di fronte a fatti marginali. Non basteranno gli avvenimenti e il loro corso senza tentare di comprenderne i tratti distintivi, le motivazioni contingenti, le cause e gli effetti, le gerarchie di problemi. Talvolta si lascerà andare ad immaginare soluzioni possibili ma non avvenute, per cercare di cogliere meglio i dati nel loro contesto. Certo non si darà per vinto fin quando non giungerà a toccare qualcosa, a sentire qualcosa che appartiene alla vita e al destino degli uomini. Attentissimo alle strutture, non potrà mai dimenticare quelle «sfumature» - per usare un termine a me caro di Gabriella Piccinni - che tengono per terra i suoi piedi. E partendo dalla terra, non potrà smontare quella struttura tutta personale e al tempo stesso relazionale degli uomini, che vivono tra aspetti materiali e immateriali, per citare ancora Gabriella.
Ritornando al mercato e alle sue origini, spero di aver motivato il punto di vista o l’oggetto formale della storia, «l’insieme delle risposte che l’oggetto reale dà a un insieme particolare di domande, tipiche di una disciplina particolare» (Rigotti, Cigada). Così, per cogliere la realtà storica corrispondente al termine mercato, anziché focalizzare quelle strutture caratteristiche, la loro affermazione e la loro durata, vale accostare casi concreti, ovvero gli attori che ne furono protagonisti: i mercanti.
Il mercato non fu certo un’invenzione del Medioevo. Già in età romana si erano affermati gli scambi commerciali e i loro protagonisti. Con il termine negotiator o tabernarius si distinguevano commercianti e bottegai (commercio a breve raggio) dai mercatores, i commercianti a lungo raggio. Diversa era la loro reputazione in quella società: infidi e spregevoli i primi; non biasimabili, talvolta lodevoli, i secondi per la funzione civica, sebbene quell’attività fosse disdicevole per i senatori (Cic. …). Neppure l’alto Medioevo, soprattutto a partire dal IX-X secolo fu privo di mercanti e mercati.
Ma la realtà storica dei secoli del pieno Medioevo, soprattutto nell’Italia delle città centro settentrionali, mostra un caso anomalo nel contesto europeo di indiscussa importanza, dalle repubbliche marinare come Genova e Venezia, alle attività mercantili, manifatturiere e finanziarie di città come Milano, Firenze, Siena, Lucca. La definizione più accreditata è quella di rivoluzione commerciale (Lopez); o di passaggio da una vita materiale a una economia di mercato, indicando così quel sostrato su cui si sarebbe costituita, nel tempo, una più complessa attività di natura capitalistica (Braudel).
Mercato, mercanti e città culla di un diffuso mercantilismo che spaziava dall’approvvigionamento e circolazione di generi alimentari fino a quello di materie prime per la trasformazione e ai prodotti di pregio. Scambi di beni ma anche di uomini e idee, poiché al forte campanilismo e senso di appartenenza si univa tuttavia una lingua comune. Non solo il parlato, naturalmente, ma anche una condivisa concezione giuridico-politica, economica, artistica e tecnica, che faceva di quei particolari e ben distinti contesti urbani, una realtà che partecipava di un comune senso, di una comune cultura: dalle arti figurative e letterarie (Arnolfo, Giotto, Dante), alla politica e al senso della civitas (Egidio Romano o Bartolo da Sassoferrato). E altrettanto in campo economico, con strumenti come la moneta e i cambi, la ragioneria e le tecniche contabili, le assicurazioni e le pratiche commerciali come le lettere di cambio, la cultura notarile. Tecniche che documentano da sole la diffusione di attività economiche, la capacità di produrre ricchezza e di mettere in circolazione beni e risorse finanziarie capaci di muovere le sorti di un mondo intero, tra Europa, Mediterraneo e vie verso l’Oriente. Citerò solo un dato riportato dalle precise cronache fiorentine del Villani per dare una cifra delle dimensioni: al momento del loro fallimento le compagnie fiorentine dei Bardi e Peruzzi vantavano a loro volta crediti nei confronti del re d’Inghilterra di 1 milione e 365 mila fiorini. Un cifra gargantuesca se commisurata all’entrate dell’intero Comune di Firenze: circa 300 mila fiorini, che superavano quelle dei regni di Sicilia e d’Aragona.
Qualche caso esemplare offerto dalla storiografia, servirà per ancorare e accordare ad una realtà concreta, anche attraverso l’immaginazione, il nostro desiderio di conoscere. Farò così appello alla vostra fantasia, una sorta di “c’era una volta …”
Genova metà del Duecento. Le prime luci dell’alba lo svegliarono anche quella mattina avvolto dal dondolìo del ponte di poppa che amava più della terra ferma. La sua patria era infatti quasi per natura costretta al mare dall’approssimarsi alla riviera della cornice montana. Stava facendo rotta a bordo della sua Dovizia verso Focea, dove estraeva allume, solfato di alluminio, per il commercio: merce preziosa soprattutto nelle industrie tessili e tintorie. Individualisti solcatori dei mari, litigiosi in patria, quando stabilivano i loro centri di riferimento sulle principali piazze e snodi commerciali, dal Mediterraneo alle Fiandre, si radunavano in università, con i propri statuti approvati in patria e riconosciuti dai locali governi. Mercante in tempo di pace conosceva tutti i porti del Mediterraneo, e i loro signori. Ammiraglio in tempo di guerra guidò alla vittoria la Superba a danno delle pretese pisane alla Meloria. Il suo nome era Benedetto Zaccaria.
Firenze, prima metà del Trecento. Lavorava per la più grande delle compagnie mercantili: i Bardi. Mercanti e banchieri iscritti alla propria arte, dalle loro mani passavano i principali flussi finanziari d’Europa: dalla sede papale alle corone dei regnanti. All’occorrenza si caricavano delle necessità del Comune ed accordavano in elemosina una percentuale fissa dei propri utili: era il saldo di “messere Domeneddio” che versavano per suo conto ai poveri. Sapeva scrivere e aveva praticato l’abaco come tutti suoi pari. Direttamente e indirettamente conosceva tutti i segreti, le regole, le consuetudini, le monete, i dazi per comprare e vendere ogni genere di mercanzia su ogni piazza del mondo raggiunta. Per istruire gli uomini della compagnia aveva scritto una specie di prontuario molto dettagliato, negli stessi anni in cui Andrea Pisano realizzava la raffigurazione del lavoro e delle scienze nel basamento del Campanile di Giotto. Il suo nome era Francesco Balducci Pegolotti e il suo trattato di mercatura lo possedevano tutti.
Sono solo due bozzetti che però ci fanno toccare con mano da un lato un mercante ammiraglio, che tanto svolgeva la sua attività di mercante pratico nelle attività e nei guadagni, quanto rivestiva un ruolo centrale anche nella difesa della sua città e dall’altro un mercante, lo chiameremmo dipendente, Balducci Pegolotti, che lavorava all’interno di una compagnia eppure si trattava di un uomo evidentemente molto avveduto, capace di far conoscere e di far comprendere. Dunque uomini che ci permettono di oltrepassare quelle visioni o ricostruzioni generali per toccare qualcosa della realtà storica che ci consente di comprendere meglio, con più chiarezza, l’oggetto del nostro studio e dunque della nascita del mercato, e qui lascio la libertà a Gabriella.

GABRIELLA PICCINNI:
Bene, io intanto, prima di procedere, vorrei ringraziare chi mi ha invitato qui, mi ha dato un’opportunità di conoscenza, di contatto anche con realtà con cui non avevo mai avuto occasione di avere un contatto diretto. E’ la prima volta che vengo a Rimini, in questa sede ovviamente, non al mare e quindi ringrazio chi mi ha dato questa opportunità.
Poi appunto un’idea che è nata da un libro di Paolo Nanni, un libro che ho amato subito da quando ho avuto i primi contatti per pubblicarlo e che credo sia, veramente, un prodotto bello della ricerca storica di questi anni.
E allora, ecco, io per cominciare vorrei intanto riallacciarmi ad alcune parole che Paolo ha detto all’inizio del suo intervento, quando diceva che lo storico ha le sue domande, pone delle domande. Ovviamente parlava di sé, parlava di tutto un modo di intendere la storia, e io questa cosa la condivido e mi riallaccio a questo perché anche io non saprei occuparmi di storia senza le mie domande, sia quelle profonde, che danno senso alla mia esistenza, sia quelle che mi pone il mondo in cui vivo e che mi circonda.
E anzi devo dire, e aggiungerei una cosa, che una ricostruzione in vitro dal laboratorio della storia su me non avrebbe alcun fascino, quindi mi interesserebbe solo fino ad un certo punto.
Qui stiamo parlando di mercato, di economia, e insomma l’economia in questo momento ci assale, ci entra nelle case da tutti i pertugi, da tutte le porte, le televisioni o le finestre; quindi in questi momenti di difficoltà ognuno di noi va a cercare spunti da quello che gli è più vicino, dal patrimonio di conoscenze che ha, perché cerca un aiuto per capire, per agire e anche per sopravvivere. Ovviamente non è la storia l’unico sistema, io penso che il filosofo trarrà spunto dai principi, ma probabilmente anche, che so io, lo studioso dei terremoti o delle maree andrà a studiare dove l’onda si rompe o dove l’onda del terremoto batte, fa un ciclo e torna indietro, oppure il cuoco dirà in un momento di crisi “ma come mai anche a me, quando facevo la maionese mi impazziva, perché? Dov’è la crisi? Dov’è che si rompe il meccanismo?”
Quindi ognuno di noi cerca nei propri bagagli di esperienza. Certamente lo storico avrà una nuova spinta a conoscere qualche aspetto del passato sul quale prima non aveva sentito il bisogno di riflettere, magari la storica, la donna che si occupa di storia, metterà in campo qualche altro punto di vista, qualche altra sensibilità, proverà anche a pensare agli effetti che le diverse crisi hanno sui rapporti famigliari, sugli anziani, sui bambini, sulle giovani donne, sulla vita quotidiana. Non lo dico casualmente, perché credo che porre le proprie domande vuol dire anche questo, mettere ognuno di noi in campo, in questo grande calderone che è la riflessione storica che cerchiamo tutti insieme di portare avanti, appunto ognuno con le nostre sensibilità, quindi di arricchire il discorso comune attraverso i punti di vista e i modi di sentire.
Apro una piccola parentesi per raccontarvi una piccola… darvi qualche immagine, un po’ come faceva Paolo adesso, presentandoci questi bellissimi bozzetti di mercanti. Immaginatevi di essere nel 1691 in una cucina di un convento messicano, dove una suora, molto colta, molto intellettuale, che si chiama Suor Juana de la Cruz, si trova costretta a difendere la propria carriera di poetessa e di intellettuale da una serie di attacchi misogini molto violenti. E lei dà una lettura bellissima, perché ad un certo punto dice: “ma io in fondo che cosa posso sapere? So solo piccole cose di cucina, però con questa che cosa ho visto? Ho visto che un uovo frigge nel burro, ma si spezza nello sciroppo, vedo che perché lo zucchero si conservi fluido ci devo aggiungere una parte di acqua in cui ci è stato messo un frutto aspro, oppure che il tuorlo e l’albume rispetto allo zucchero non possono essere utilizzati insieme ma solo separatamente”. Quindi lei dice: Ma in fondo io che cosa ho? Conosco solo piccole filosofie da cucina, però dico che si può benissimo filosofare e preparare la cena. E aggiunge per chiudere: “Vi dico questo, che se Aristotele avesse cucinato, avrebbe scritto molto di più”. E’ una cosa stupenda, ovviamente noi possiamo pensare che Aristotele abbia già scritto abbastanza, non è che il patrimonio che ci ha lasciato sia piccolo, anche se gli cucinava la moglie, però certamente suor Juana de la Cruz in questo momento diceva qualche cosa di diverso e d’importante e di soggettivo, diceva: ognuno di noi mette in campo gli strumenti che ha per capire e non sono secondari, anche quelli che possono sembrare più semplici, partendo appunto dalle proprie esperienze, dalle proprie sensibilità.
Io credo che in qualche modo anche a Paolo Nanni sia successo qualcosa del genere quando è andato a affrontare, da un altro punto di vista, un mostro sacro come quella storia lì di Francesco Di Marco Datini, uno dei grandi mercanti del Medioevo europeo, non italiano, su cui sembrava che tutto fosse stato detto e invece non è mai detto tutto, in maniera definitiva, su nessun aspetto della storia. Quindi Paolo è andato a cercarlo, l’ha scovato attraverso la propria sensibilità e poi ne parleremo, magari in una seconda parte di questo mio intervento.
Allora, riprendiamo il filo, dicendo che nella storia cerchiamo spunti per capire il nostro presente. Io non vorrei aver dato l’impressione di credere alla favoletta che la storia si ripete; evidentemente queste cose sarebbero troppo facili, basterebbe conoscere come sono avvenute per non rifare più gli stessi errori e saremmo a posto. Non è così. A questo non ci crediamo più da tempo. Noi però sappiamo che la storia può servire in un altro modo. Noi non siamo quello che siamo perché la storia si è svolta in un certo modo, però siamo individui che non possono fare a meno di fare i conti con la storia che si è svolta e con il come si è svolta. E questo sia che la vogliamo accettare, perché la consideriamo come una base dei nostri valori di vita, sia perché vogliamo opporre alla storia che si è svolta dei valori che sono totalmente differenti da quelli che si sono affermati, quindi la vogliamo in qualche modo cambiare. In tutti e due i modi ci facciamo i conti, ma non perché essa si ripeta e noi possiamo vederla svolgere.
A mio avviso, la vera funzione sociale della storia e di leggere un libro di storia o di provare a scriverne, è che questa ci può insegnare a cercare soluzioni ai problemi posti dal cambiamento. La funzione vera della storia sta quando ci insegna a osservare la grande varietà e la grande imprevedibilità che hanno sempre caratterizzato le soluzioni che gli uomini hanno trovato ai problemi che hanno avuto di fronte. Cinzio Violante, uno storico ormai scomparso una decina di anni fa, credo, scrisse una cosa molto bella: “La storia è l’unica cosa che può insegnare, ad esempio agli uomini di Governo, quella che dovrebbe essere la loro dote principale, cioè la fantasia politica, cioè il modo per inventare le soluzioni”. Ovviamente a tutti la storia può insegnare non a condannare e nemmeno a giustificare, ma a comprendere e quindi in qualche modo può dare questo supremo insegnamento, che è un insegnamento di libertà. Allora, scusate questa premessa un po’ sui concetti, forse suor Juana avrebbe scosso la testa, però…insomma, qualche cosa volevo dire anche su questo.
E torniamo un attimo al punto dell’economia di mercato. E’ già stato un po’ accennato, noi viviamo oggi in questo 23 agosto del 2011 e mentre parlo con voi di Medioevo, e tanto più di mercato nel Medioevo, noi abbiamo fatalmente davanti agli occhi prima di tutto quello che ci sta succedendo intorno. Io vivo con angoscia, come penso molti di voi, il fatto che la società contemporanea, quindi noi come società contemporanea, ci troviamo di fronte alla consapevolezza acutissima del dolore individuale e sociale che è connesso ad ogni arretramento economico. L’arretramento economico comporta un profondo dolore individuale e sociale, perché un conto è essere poveri e uno essere impoveriti. Qualcuno scriveva: “Una cosa è passare dal braciere al termosifone, una cosa è passare dal termosifone al braciere”. Perché in un caso il sogno si realizza, in quell’altro una speranza si spegne, quindi c’è un dolore forte. E questo è quello che io vedo oggi, e penso non sono sola, negli occhi della gente. Si dice negli occhi dei giovani, ma io credo non solo dei giovani, perché l’incertezza del domani coglie tanto anche le persone anziane, forse di più, perché il giovane ha di fronte un tempo grande, la persona anziana l’ha più breve.
Certamente questo non vuol dire, anche lì, che troviamo la soluzione preconfezionata nel passato, ma ogni società ha un proprio modello del mondo, in ogni luogo e in ogni epoca c’è una certa concezione, dico alcune cose fondamentali, della ricchezza, della proprietà del lavoro. Si tratta di categorie politiche e economiche che non sono uguali nel tempo e che sono appunto anche categorie morali e visioni del mondo. Questo vuol dire che nella storia, lavoro, ricchezza, meccanismi economici sono via via stati valutati in modo diverso.
Dunque la nostra non può essere quella degli uomini del Medioevo. Però, guardando la società medioevale, noi possiamo provare ad esempio a suggerire agli studiosi di economia sociale dell’oggi la profondità del tempo. Ecco, guardatevi un po’ indietro, perché il passato diventa un terreno di verifica di almeno alcuni dei meccanismi di cui essi discutono? Allora, di che cosa discutono oggi fra le mille cose gli economisti contemporanei, gli studiosi di economia sociale? Alcuni studiosi di questo ambito hanno detto, non è cosa di oggi, eh, diciamo dell’ultima quindicina d’anni, hanno detto: proviamo a smettere di guardare alla povertà, alla qualità della vita e all’eguaglianza sociale solamente attraverso i tradizionali indicatori della disponibilità di beni materiali, e guardiamo anche, non solo, ma anche alla possibilità che l’individuo ha in diversi modelli sociali di vivere esperienze o situazioni a cui attribuisce un valore positivo. Questa riflessione nasce dal famoso e noto premio Nobel per l’economia, Amartya Sen, che è stato un maestro del pensiero contemporaneo, premio Nobel nel ’98. Dal pensiero di Amartya Sen è nata una osservazione progressiva, che ha lasciato, come posso dire, turbata proprio la cultura occidentale, cioè il fatto che potesse anche non esistere una correlazione diretta tra la felicità e l’accesso ai beni di consumo. Non così diretta e non così automatica. E’ una sorpresa talmente grande che sapete come l’hanno chiamata gli economisti? “Paradosso della felicità”, un paradosso. Perché poi si andava a vedere nella società altri segnali del malessere sociale, che so io, il numero dei suicidi e tante altre cose, che agivano anche nella società opulenta.
Allora, che cosa ha fatto questo paradosso? Questo paradosso ha travolto l’equazione più reddito uguale più benessere, che è un pilastro della cultura moderna. In fondo noi, anche in questi giorni, di che cosa ci vediamo sempre discutere? Il PIL, no?, la crescita economica che è misurata solo attraverso il prodotto interno lordo, come se questo fosse l’unico modo per migliorare la percezione che gli individui hanno della propria vita. Allora, vuol dire che si stava meglio quando si stava peggio, è questa la vulgata? Evidentemente no, non è questa la lezione da trarre, né dalla storia, né dalla riflessione degli economisti, perché il passato non è stato “il bel tempo che fu”. Alcuni mi dicono a volte: ti sarebbe piaciuto, vero, vivere nel Medioevo, sei innamorata del Medioevo? Per amor del cielo, no! Io lo studio, non è che chi studia la scarlattina ama il virus, non è così insomma! Sceglie un oggetto di riflessione che sembra che possa dare qualche cosa per capire, per capire meglio, degli strumenti. Già, io poi, come donna, come minimo sarei o morta di parto, oppure se avessi voluto studiare mi avrebbero messo subito in convento e chiavardata per benino, sarebbe stato l’unico modo per farmi una cultura. Quindi avrei avuto molte difficoltà, anche in più. Quindi non è il bel tempo che fu, sono miti la vita più a contatto con la natura..., no, tutte queste belle cose qua, che sono di tipo nostalgico, portano veramente da poca parte.
Quindi non fu il bel tempo, né dal punto di vista delle condizioni materiali di vita, non ovunque e non per tutti, e nemmeno dal punto di vista delle relazioni tra i gruppi e gli individui. D’altra parte non è nemmeno vero che la storia del mondo è stata fatta dalle “magnifiche sorti e progressive”, cioè non siamo sempre andati dal meno al più, ci sono state le rotture, le crisi, da quelle più semplici che possiamo pensare, a quelle più complesse. Per esempio le crisi del sistema di approvvigionamento, la fame, che ha attraversato gran parte della storia europea, l’approvvigionamento alimentare, e basta pensare all’ossessione continua del cibo che ha prodotto tutto il mondo dei racconti del paese di Cuccagna, di Calandrino che sognava le vigne legate con le salsicce, che cuoceva i ravioli sulla montagna di Parmigiano e così via..., sono sogni della fame.
Allora, forti di tutti questi dubbi e di poche certezze, proviamo a tornare a osservare il funzionamento del mercato di questo Medioevo, di cui ho un pochino più di competenza. Già Nanni ci ha proposto questi bozzetti bellissimi, per vedere che cosa si può capire in più, che cosa ci possono dire questi uomini del passato.
A me pare centrale un’idea. Più rifletto in questo momento e più questa cosa mi prende forza: se una società regge di fronte alle proprie crisi e alle proprie trasformazioni, siano quelle della crescita come quelle della decrescita, e quindi se questa società supera i fenomeni di declassamento e di sradicamento che sono connessi a queste fasi, vuol dire che è riuscita a organizzare qualche forma di protezione sociale. Dunque senza qualche forma di protezione sociale una società non regge alle sue crisi? Questa è la mia... finora almeno non mi pare che sia mai accaduto.
Allora andiamo a vedere dov’è che quella società che io conosco un pochino di più, ha adottato e prodotto qualche forma di protezione sociale. Il mio intento in questo momento è quello di parlarvi degli ospedali medioevali. Perché voglio venire su questo terreno? Per due motivi: uno, perché qui avete una, ancora non l’ho potuta visitare, una piccola mostra ma qualificata, che è stata costruita intorno proprio a un ospedale importante della mia città, che è quello di Santa Maria della Scala di Siena, e quindi questo messaggio di... niente, quando l’andrete a vedere entreremo su quel terreno; però c’è qui un pezzetto di un ospedale medioevale, quindi vale la pena di spiegare perché c’è, che cosa vuol dire, e poi perché alla fine della sua vita, Francesco Di Marco Datini, che prima nominavamo, chiude la sua attività andando a fondare, facendo una fondazione a lui intitolata, il Ceppo di Francesco Di Marco, sostanzialmente una fondazione ospedaliera, che donerà alla città, alla sua città, che appunto era Prato. E quindi vediamo di capire un po’ perché. In questo momento, in questa fase ci sono molti studi sul fenomeno ospedaliero del Medioevo. Non può essere un caso. Secondo me, appunto, c’è una volontà di non lasciarsi sfuggire qualche cosa di importante che gli uomini del passato possono dirci sulle strade che hanno battuto, per cercare di fuoriuscire da questa infelicità sociale che è connessa alle crisi economiche, che poi sono destabilizzanti anche sul piano, lo vediamo anche in questo momento, sul piano dei valori e dei punti di riferimento etici, perché una crisi non è mai innocua da questo punto di vista. Insomma diciamo che se si comincia a pensare che può esistere anche un’altra economia, lo studio degli antichi ospedali ci può aiutare a cercarla, perché porta diritto al tema del rapporto tra etica e economia e appunto al tema della protezione sociale.
Allora, che cosa sono gli ospedali? Noi abbiamo di fronte, nel Medioevo intendo, delle organizzazioni che nascono per una spinta etica, perché ci sono tante persone che cominciano forse a sentire stretti gli egoismi del profitto e cercano di fuoriuscire da questo malessere attraverso delle buone pratiche. Queste buone pratiche sono buone pratiche religiose, sono buone pratiche civili. Oggi gli ospedali sono i luoghi della salute, ma ieri gli ospedali erano istituti che rivolgevano la propria attività ad uno spettro molto ampio di destinatari. Loro lo sintetizzavano con la parola “i poveri”, ma poveri non voleva dire poveri in senso stretto, non erano quelli che non avevano i quattrini, erano tutti quelli che erano sottoposti per vario modo ad una incertezza dovuta ad un bisogno. Quali possono essere questi bisogni? Destinatari sono i trovatelli, sono gli anziani, sono ovviamente i poveri veri e propri, gli impoveriti, quelli che loro chiamavano i poveri vergognosi, che non erano più i poveri e basta. Ecco, questo problema del declassamento, l’impoverito, quindi che ha una mole di dolore in più, diciamo, è in questa sua condizione. In posizione debole sono anche i viandanti, sono le vedove, sono le fanciulle senza dote, sono le partorienti, oppure gli affetti da alcune forme di malattia, come quella della lebbra, molto particolari, che prevedono anche un’espulsione sociale. Gli ospedali erogavano varie forme di servizi differenziati e gratuiti, che era il ricovero certamente, il sostegno materiale e anche il sostegno sociale. Io ho trovato con grande interesse un passaggio in una descrizione dell’ospedale di Strasburgo nei primi anni del ’400, in cui si parla di uno stato che è mancanza di consolazione umana, consolationis humanae defectum, quindi è come se loro dicessero “noi dobbiamo anche erogare cure psicologiche” a chi ha bisogno. Poi erogavano elemosine, in cibo e in vestiti, anche a domicilio, cercavano di contribuire alla costruzione di un futuro per i bambini abbandonati, quindi non solo allevarli ma anche dargli un mestiere, oppure preparare le fanciulle al matrimonio, o al convento, o di fornire, questo è molto interessante, a persone pure benestanti ma in difficoltà per l’età avanzata o per una sopraggiunta solitudine familiare, quindi a coppie di coniugi anziani, vedove o vedovi, camere o anche piccoli appartamenti all’interno degli ospedali, in cambio di un dono di un proprio bene, un bene di cui conservavano l’usufrutto, o anche del proprio servizio, o anche di un deposito in denaro.
Quindi, che cosa succede quando si pensa a questi ospedali? Che c’è una collettività urbana, nella sua interezza, che cerca con ostinazione soluzioni ai problemi della gente in difficoltà. E quindi non è un caso se gli ospedali finanziati dalla carità - vale a dire con i soldi dei più ricchi semplicemente, e erogatori a loro volta di carità, cioè di servizi e assistenza ai più bisognosi - occuparono un ruolo importantissimo anche nelle gerarchie di soluzioni che si determinò nella testa della gente. Il mercante Datini fu uno di questi. A un certo punto disse: io cerco questa strada per valorizzare la mia memoria, me stesso, per risolvere i miei problemi di coscienza, per andare verso una parte migliore di me, che lui chiamava “la vita bella, la vita buona”. Insomma diciamo che l’ospedale è un collettore di denari e organizzatore e erogatore di servizi, tutte e due queste cose si chiamano carità, ed è un mediatore importante del processo attraverso il quale la spinta etica, che spinge il singolo a mettere a disposizione degli altri i propri beni o il proprio tempo, il proprio lavoro, si trasforma in servizi che sono utili per tutti quelli che ne hanno bisogno. Cioè in qualche modo la spinta etica è indirizzata ad un fine socialmente utile. Questa è una strada. Allora, abbiamo usato la parola carità, forse posso fermarmi ancora qualche minuto su questo concetto. Se noi la parola carità, utilizzata nel Medioevo, la consideriamo dal punto di vista economico e sociale, che cos’è? E’ un sistema di redistribuzione della ricchezza diverso da quello fiscale. Quella carità destinata all’assistenza si basa su contribuzioni volontarie, sotto forma di elemosine in denaro, di donazioni, come diciamo, di beni, che potevano fornire una rendita all’istituzione che riceveva il dono e che poi erogava il servizio, o anche di mano d’opera, poteva fornire mano d’opera per questo servizio, che in linea di principio era gratuita o comunque retribuita con vitto e alloggio. Perché? Perché operava spinta da una spinta etica. Non a caso molta riflessione sugli ospedali medioevali è nata negli ultimi decenni, mentre prendeva campo un po’ tutta la parte, e teorica e pratica, del non profit, insomma il cosiddetto non profit, tutte le associazioni non a fine di lucro.
A un certo punto però che cosa è successo? Ovunque in Europa, non solo in Italia, nel corso del XIV secolo è entrata in campo la municipalità, sono entrati in campo i Comuni, le città, che hanno protetto questi ospedali e hanno aiutato gli ospedali a crearsi quel consenso che ha lubrificato le donazioni che servivano a sostenere i costi di una politica sociale, che il Governo da solo non poteva mettere in piedi, ma che ormai aveva inserito nei propri orizzonti di spesa. Il Comune sapeva che fra le cose che doveva fare c’era anche questa forma di protezione sociale delle fasce più deboli, dei vari tipi di bisogno. Quindi in qualche modo c’è all’origine la nascita di un carattere di pubblico servizio. Quindi, considerato dal punto di vista economico e sociale, l’ospedale in che cosa si era trasformato, se non nel prodotto di una scelta della collettività di iniziare a affrontare, collettivamente appunto, i problemi di tutti gli individui incapaci di provvedere alle proprie necessità per vari motivi? Insomma, a me pare che negli ospedali si sia annidata la più riuscita delle forme di protezione sociale pubblica sperimentata in questa fase. In qualche modo, anche in quell’intervista che mi è stata data, abbiamo detto, con una battuta un po’ rapida, che siamo alle origini del welfare, in qualche modo... Quando le città, perché lì sono le città, prendono in mano l’assistenza ospedaliera e utilizzano questa spinta etica per fornire un servizio, stanno cominciando a riflettere proprio sullo stato sociale.
Ecco, allora un ultimo concetto su questo, anzi due ultime cose, prima poi di interrompermi e poi riprendiamo sul tema del Datini.
La prima è questa. Ora noi sappiamo che è veramente poco di moda dire “più Stato”. In gran parte dei Paesi dell’Europa occidentale, la parola d’ordine di gran parte degli uomini politici è “meno Stato”. Ecco, nei Comuni di questi ultimi secoli del Medioevo, soprattutto durante i cosiddetti regimi popolari, che non vuol dire che il popolo è al governo, vuol dire che non ci sono i nobili, popolo nel senso della borghesia, risuonava sempre più forte la parola d’ordine contraria, cioè più Stato e quindi più stato anche nell’assistenza. Quindi c’è questa presa di carico da parte della collettività, perché stanno elaborando un’idea, che è l’idea della priorità, ripresa da Aristotele, ma insomma la priorità del bene comune sul bene personale. E quindi le origini dell’assistenza pubblica di questa forma di risposta al bisogno sono anche qui, cioè dove e quando le istituzioni politiche non si limitano più a delegare ai privati o alla Chiesa la carità, ma ne riconoscono il pubblico interesse.
La carità è un problema di interesse di pubblico, in quanto è un elemento per ridistribuire socialmente la ricchezza secondo una forma diversa da quella fiscale.
L’ultima cosa che forse qui può anche interessare, proprio in questa sede, è richiamare l’attenzione su un fatto, che mentre questi ospedali che nascevano si immergevano nell’economia urbana - gli studiosi, che aprono questi sterminati archivi e vedono questi documenti ricchissimi della vita ospedaliera, si rendono conto che c’è una specie di spirito di impresa ospedaliera, che esce fuori proprio con prepotenza dalla documentazione, sotto forma di libri di amministrazione, di pergamene, di fonti dove si contano serie di prezzi, elenco dei poveri oggetti dell’elemosine, cambi delle monete e così via. Chi abbia voglia di studiare gli ospedali urbani di Italia, avrà la possibilità di cimentarsi con una larghissima quantità di fonti documentarie inedite, che costano molto tempo e fatica esser prese in esame, ma parlano veramente di questa, con una specie di grande vertigine, parlano di questo fatto. Gli ospedali si trasformano, cominciano ad assumere il carattere di imprese organizzate intorno alla ragione sociale di far funzionare la carità. E’ lì che risolvono il problema etico del rapporto con il denaro, con la ricchezza. Io sto studiando un registro senese, in cui si vede chiaramente che alla metà del ’300, l’ospedale di Siena fa la banca, accetta i depositi in denaro, paga interessi sui conti correnti, guadagna, perché poi, con i soldi che prende ai cittadini, paga appunto il 5% di interesse, però a sua volta con quel che prende, presta al comune di Siena e il Comune gli paga il 10%, quindi ci guadagna dentro questa operazione. Ma appunto la risoluzione sul piano del principio è: l’impresa che è diretta a fini sociali non è meno impresa delle altre, questo è l’elemento, non aspira ad essere meno impresa delle altre e quindi i sui amministratori prendono coscienza molto presto che il denaro, di per sé, non è né cattivo né buono, come sempre dipende dall’uso che se ne fa, quindi il problema, in quel caso, è l’uso. Ecco, che cos’è questo? In qualche modo è una lezione del cambiamento, è il futuro che svincola dal passato, per cui l’ospedale non è più quello di due secoli prima, non è quello di oggi, per far fronte a nuovi bisogni, anche se faticosamente continua ad esprimersi attraverso le forme antiche. In questo quadro, secondo me, l’ospedale urbano è una specie di colpo di genio collettivo che si sono date le città, un pezzo di costruzione delle cultura urbana della solidarietà.
Forse in questo primo giro posso fermarmi qui, perché ho parlato anche troppo, poi verrà il Datini.

PAOLO NANNI:
Di fronte ad una realtà così come l’abbiamo ascoltata adesso da Gabriella, è inevitabile che nascano quelle domande per capire cosa c’è dietro una realtà del genere, almeno questa è sempre stata la mia curiosità, e di fronte alle spiegazioni, alle letture offerte per dare una chiave interpretativa del Medioevo, in molti casi io ho avvertito sempre un certo disagio.
Quanto abbiamo ascoltato, così come tanti altri esempi anche in altri ambiti, può essere semplicemente spiegato come inevitabile espressione condizionata da una determinata cultura? Cosa c’era, cosa animava quegli uomini che si rendevano protagonisti di certe iniziative? Parlando in tema di mercanti, quella sorta di separazione tra una etica economica volta alla ricerca del profitto, separata da un’etica in campo morale che si occupa di altre cose, era una lettura che io avvertivo con disagio, non solo di fronte alla storia ma anche di fronte alla mia esperienza umana. Tante volte la cosa più semplice risulta strana o complicata, quasi avvertendo la fatica ad usare la propria esperienza come termine di paragone per valutare ciò che abbiamo di fronte, in qualunque campo. Cosicché per me, lo dico con molta sincerità, per me l’aver ascoltato tanti anni fa una relazione di don Giussani su La coscienza religiosa nell’uomo moderno, fu un suggerimento francamente inaspettato. Perché io non avevo mai sentito parlare della dimensione religiosa come qualcosa che appartiene all’animo con cui ogni uomo, ogni essere umano, affronta la realtà che ha di fronte. Non si trattava dunque di qualcosa di separato dalla vita, ma per usare Dante, “ciascun confusamente un ben apprende nel qual si queti l’animo, e disira”, perché di congiungesi con Lui “ciascun contende”. Allora le mie domande: ma è possibile trovare documento di questo? Cosa significava per un uomo di 600 anni fa, di 700 anni fa, cosa significavano queste parole? Il genio di Dante può essere considerato come un genio senza tempo, teoricamente, ma nella vita, quegli uomini, come ragionavano?
Quando si hanno delle domande si va a cercare dove poter trovare la risposta, non c’è niente da fare. E soprattutto è proprio questo che ci rende attenti. Allora, scusate ancora qualche cifra. Esiste un archivio in cui sono contenute 160.000 lettere, tra lettere private, lettere commerciali, lettere di assicurazione, lettere di cambio di un mercante della fine del ’300, che si sono conservate in modo un po’ fortuito fino ad oggi. Di queste 160.000 lettere, 10.000 appartengono al carteggio privato; di queste 10.000, 1000 appartengono al protagonista di quel complesso aziendale che aveva costruito. 1000 lettere, 1000 lettere di circa in media tre facciate, dunque 3000 facciate.

GABRIELLA PICCINNI:
Non è solo il Datini che le ha scritte, è anche il Nanni che le ha lette.

PAOLO NANNI:
Non le ho lette tutte, proprio perché era impossibile, allora mi sono dovuto domandare: dove andare a cercare? In fondo anche gli scienziati penso, io non sono uno scienziato, quando devono risolvere un problema non possono pensare di conoscere tutto l’essere della natura per trovare risposta alle loro domande, non gli basterebbe la vita migliaia di generazioni, devono selezionare, devono presentire, intuire dove può esserci un terreno fertile per rispondere. Allora in quelle montagne di lettere e di carte la mia attenzione era caduta sulla corrispondenza di questo mercante pratese con i soci. Perché? Provate a pensare se ognuno di noi registrasse le proprie conversazioni o e-mail; molto spesso le relazioni di lavoro sono quelle in cui uno è meno…, non so, si arrabbia, mentre in altri contesti deve essere un po’ più attento a non far arrabbiare, non so, la consorte oppure il superiore, ma tra soci è più facile che le cose si dicano un po’ più dirette, tanto che queste lettere rappresentano lettere non scritte per essere tramandare ai posteri, ma come una comunicazione, come una telefonata, diremmo oggi. L’interesse per me era nato, non tanto, per celebrare, certo, le lodi del mio conterraneo Datini, era certamente un aspetto che mi incuriosiva e mi stuzzicava, ma quello che per me appariva interessante, era la possibilità, attraverso questo tipo di documentazione, di cogliere qualcosa del senso della cultura a cui partecipava un uomo del Trecento.
Qualcuno potrebbe obiettare: sì, va bene, ma queste sono le lettere di Francesco Datini, non si possono generalizzare. Ma quando uno scrive, scrive per farsi capire, e se si vuol far capire deve argomentare in un modo, che chi lo ascolta ne comprenda il valore , quindi chi si vuol far capire, può dire cose originali ma le dice in un modo motivato, che è comprensibile da chi lo ascolta.
Ciò che emerge dalle lettere del Datini è qualcosa di più articolato di quella stereotipata raffigurazione dei mercanti, della loro capacità di massimizzare i profitti di cui certo non difettavano, del loro razionalismo. Il termine ragione risulta infatti usato come correlato a quello di natura (ordine naturale) e di volontà di Dio:
E questo ci adiviene perché noi non ci achostiamo a la volontà di Dio, inperò ché se noi ci achostasomo a la sua volontà noi viveremo sechondo ragione e naturalmente. Ma perché noi non ci achostiamo a Dio né alla ragione, noi viviamo volontariamente e diànci a chredere che’l biancho sia nero. (p. 274)
Una concezione della ragione come “dipendente da”, tutta inscritta nell’attività economica - perché di questo stava parlando -, fino a suggerire una sorta di dimensione etica che nasceva dall’osservazione della realtà. Un sorta di realismo, laborioso rapporto costruttivo nella realtà e nel mondo che il Datini non abbandonò mai fino alla fine dei suoi giorni, in continuo contrasto con se stesso e con i soci. Si lamentava dei compagni che eccedevano nel prestito di denari, ovvero nelle attività finanziarie, mettendo a rischio i capitali versati e gli utili. Sebbene complementari, le attività commerciali (la «merchatantia») e quelle finanziarie (i «chanbi») erano ben distinte nella mentalità del mercante di Prato, a cui faceva eco anche il socio di Maiorca: la «merchantia sostiene il mondo, e’ chanbi lo disfano» (p. 122). Motivati o eccessivi, gli insistenti richiami del Datini valgono comunque a evidenziare l’attenzione che attribuiva alla corretta pratica degli affari. Minacciava di ritirarsi se non fossero stati presi i necessari provvedimenti, e affermava: «Io non ò bisogno di molta richeza e non ò bisogno di perdere quella ch’i’ ò: ò bisogno di vivere uno pocho per fare qualche bene, non ò bisogno d’achorc(i)armi la vita, Idio l’arebe molto a male» (p. 122).
E ancora quella concezione di ragione travalicava nella vita sociale e nel campo della giustizia. Si ribellava agli accordi fra le parti che prevaricavano le leggi e la «ragione», chi aveva effettivamente ragione: «Le chose non vanno a dì d’ogi chome l’ordinarono que’ valenti huomini che regievano in quello tenpo e che feciono le leggi» (p. 96). A quella stessa ragione ancorava il suo esistere nella storia [«vive bene cholui che ssi achosta cholla ragione» (p. 94)], e le sue aspirazioni, affermando di aver «magiore bisongno di chontentamento che di danari» (p. 209). Sorprende, anzi, l’idea che la stessa costituzione di compagnie mercantili fosse considerata una dimostrazione di non aver considerato solo la ricerca della ricchezza, quasi alludendo a una sorta di responsabilità sociale dell’impresa:
S’io avesi mesa la speranza mia nell’avere del mondo non arei perduto il tenpo mio a murare e a lasciarmi ghovernare né a te né agli altri [soci] ché mi fate pocho piacere. (…) Non m’era bisogno fare la torre di Babello né abassare le montagne e farne piani (…) inperoché delle chose di questo mondo non disidero troppo, se nno(n) della vita mia (…) E chon pena ben’ò disiderato di fare bene a molti i(n) molti modi: a chui dare per Dio [elemosine] a chui dare guadagno [affari], a chui per uno modo e a chui per un altro. (pp. 254-255)
Una responsabilità che non abbandonò mai per ritirarsi “in pensione”, fino alla realizzazione della sua ultima impresa: quell’opera di carità intitolata ai «poveri di Cristo» a cui lasciò tutti i suoi averi, e che preparò con minuzia mercantesca acquistando proprietà fondiarie negli ultimi anni di vita per assicurare l’approvvigionamento di grano.
Lo stesso rapporto con i compagni (soci) era pervaso da una sorta di pedagogia, quasi un investimento in quello che oggi definiremo risorse umane. Lungi da teorie generali, non perdeva occasione di esercitare una continua correzione, pur con i suoi toni burrascosi, cogliendo fatti o particolari significativi. Come nel caso di un carico di mandorle pagate dal suo socio al fornitore prima di aver incassato la vendita, contrariamente ai modi dei mercanti:
e piutosto vorei che fosse profondato una di choteste nave che viene di qua chon quanta merchatantia io v’ò su sanza sichurtà, che avere perduto queste novanta lire a questo modo, ché tropo n’ò gran dispiacere. (p. 108)
Relazioni d’affari con i soci, ma anche la considerazione di relazioni e legami di amicizia su cui si fondava la reciproca fiducia e conduzione delle aziende, perché «chi à chonpangnia, à singnoria» (pp. 135 sgg):
Apreso foe chonto che l’uomo non puote esere buono per sé medesimo, e chonviene pure l’uomo abia delgli amici. Inperò che, chome lo chorpo non puote istare sanza l’anima, chosì il chorpo, cioè l’uomo, non puote istare sanza amicho. (p. 173)
Non può non destare una certa sorpresa, inoltre, la cultura che caratterizzava questi uomini. Alle citazioni dantesche con cui interpretavano le vicende della vita [«quello che già mi piaque ora mi dispiace» (pp. 209 sgg)] o con cui giudicavano i propri atteggiamenti [«e nno’ volgliamo pure giudichare queste chose a nostro modo, e volgliamo vedere a la lungi ciento milglia chol vedere che è più corto che una ispanna, al modo che disse Dante» (p. 274)] si aggiungevano poi gli scrittori antichi (Aristotele, Platone, Virgilio, Tito Livio, Boezio, Seneca), le sacre scritture e le vite di santi, così come le forme proverbiali dei savi mercanti: «Vengho dalla fossa e so chi è il morto», «Tristo chi non è allo inprengnare della molgl(i)e»; «A buono huomo d’arme non machò mai chavalli» (pp. 315 sgg).
Nel caso più specifico della religiosità del mercante, non può non sorprendere la reazione del Datini alle prediche di chi lo accusava di essere sempre «ne’ vilupi» [«Se tutto il mondo mi predichase io non perderò la speranza di Dio, chome che io no(n) la meriti» (p. 270)]. Manifestando la sua certezza sul paradiso [«s’io non potrò istare a sedere in paradiso, istarò ritto» (p. 275)], rendeva palese quel suo realismo che incideva nelle cose della terra così come nei suoi “conti” col Padreterno. Considerava i beni che possedeva come donati [«questi beni tenporali che Idio m’àe prestati io gl(i)ele volgl(i)o rendere se io potrò» (p. 249)]. E, sebbene nutrisse più di un motivo di rabbia nei confronti dei suoi contemporanei [«io tengho che al dì d’ogi sia la gente pegiore fosse mai, levatone il battesimo, ché mi pare che lla magiore parte di quella aqua chadesse in mare» (p. 248)] si preoccupava della cristianità [«piac(i)a a Dio mettere tutta cristianità in buono istato, s’egl’è di suo piacere» (p. 249)] e affermava che non avrebbe trattato diversamente giudei, saracini o cristiani [«a uno g(i)udeo o saracino (…) quella choscienza farei di loro che dello milgl(i)ore uomo dello mondo cristiano» (ivi)].
Ed anche di fronte al suo testamento a favore del «Ceppo pe’ Poveri di Cristo» istituito sotto l’egida del Comune di Prato, qualcosa si deve aggiungere. Considerato come esempio di una falsa devozione “dell’ultim’ora”, questa ultima impresa acquista un significato un po’ diverso se collocata nell’ambito della personalità del Datini. Lontano dalla sua patria per oltre trent’anni, Francesco di Marco vi fece ritorno, manifestando le sue aspirazioni. Desiderava una «bella vita» assieme alla moglie e, nella sua Prato - che al tempo non era una città divisa tra la diocesi di Pistoia e la dominazione fiorentina - volle costruire il suo bel palazzo, contribuendo al decoro urbano, mentre a Firenze pose il fulcro delle sue aziende. Non ebbe figli (se non una illegittima che portò fino all’altare), a cui consegnare il suo patrimonio e le sue memorie. In quel suo ultimo gesto sta forse una nota di umanità che travalica e interroga le nostre conoscenze. Non sfugge, sotto questa luce, neanche la somma di 1000 fiorini che destinò all’ospedale fiorentino di Santa Maria Nuova per istituire, lui orfano in giovane età, un’opera speciale per gli orfani: è il primo lascito documentato di quello che sarebbe divenuto il famoso Spedale degli Innocenti di Firenze, con la sua ruota per accogliere i “gettatelli”.
Solo accenni, che lasciano tuttavia intravedere un desiderio di bene che lega aspirazioni (speranze) e ambizioni (nella vita e dopo la morte). Un senso delle sorti della vita che lega, non isola, il singolo agli altri uomini e al loro destino nel mondo

GABRIELLA PICCINNI:
Ancora qualche parola da parte mia per tornare a Francesco Di Marco Datini. Ascoltando Paolo e riflettendo, anche prima di venire qui, sul suo libro, io penso questo: non so se si tratta o meno di una eredità della modernità, sta di fatto che noi oggi ci stiamo trovando ad identificare troppo spesso l’economia soltanto come luogo della produzione della ricchezza e a delegare solamente al sociale la solidarietà che sia pubblica, privata, internazionale, eccetera. Questo modello così scisso, così separato, rende difficile applicare l’economia al sociale, cioè vivere l’esperienza della socialità umana all’interno di una normale vita economica, e ostacola la crescita di una economia che sia più sana e di una società meno disperata. Io trovo che questa spietata economia, che in questi giorni ci viene sbattuta così violentemente davanti agli occhi, abbia davvero un che di disperato, che in questa spinta sempre a crescere o sempre a decrescere senza tener conto di tutti gli esseri umani che sono dietro la crescita e la decrescita, come seguendo una logica di una maledizione interna, non importa a spese di chi appunto, ci sia qualcosa di disperato.
Datini è un grande commerciante della fine del Medioevo, sapeva come si faceva ad investire, a costruire, a generare ricchezza, sapeva che il denaro non doveva mai stare fermo, quindi per lui il denaro circola, diceva il denaro circola perché è tondo, ruzzola, - è questa battuta ogni tanto che viene fatta -, però è questo, la circolazione del denaro è un movimento, può essere anche un movimento virtuoso; eppure al tempo stesso Datini sa tutte queste cose ma queste sue lettere, di cui Nanni vi ha dato un piccolo saggio, sono piene di riflessioni sull’amicizia, sulla famiglia, sulla precarietà dell’esistenza, anche sulla vita spirituale.
Qualcuno tempo fa l’ha definito un libro pieno di tenerezza, e credo che avesse ragione, perché è un libro che parla di economia ma dalla parte degli uomini, questo di Paolo Nanni, e quindi io sono, non sorpresa, perché conosco Paolo da tempo, ma ammirata dal modo in cui è riuscito a scegliere, in mezzo a queste fonti, a questo ricchissimo epistolario quelle più adatte a descrivere la profondità individuale del mercante, che appunto sono le sue lettere, le lettere proprie scambiate con i membri della società che considera parte della famiglia, lui che non ha famiglia, e questa famiglia dei soci è tenuta insieme da due cose fondamentali che sono la lealtà e l’amicizia.
In queste lettere cosa fa il Datini? Ci mette tutta la sua saggezza, il suo modo di vivere, il suo modo di intendere l’economia, i rapporti tra le persone. Mostra ad esempio di soffrire dei tradimenti professionali, ci mette la sua sofferenza, e lo fa mentre ragiona, mentre ragiona. Come ragiona il Datini? E’ una cosa molto bella questa, ragiona per proverbi, quindi saggezza popolare oppure alcune letture moraleggianti gli hanno dato questi proverbi, ma lui in questo uso è molto originale, perché attraverso questi proverbi condensa di volta in volta il suo pensiero, nel modo in cui li mette insieme. In questa ricostruzione del libro di Nanni, che vi invito veramente a leggere, si segue questa crescita in quest’uomo. E’ un mercante, quindi secondo gli stereotipi ce lo dovremmo immaginare spietato, invece si vede crescere in lui il gusto per la scrittura, si innamora dello scrivere, è un po’ sofferente, un po’ anche narciso, si descrive mentre sta lì con le mani rattrappite dal freddo la notte, alla luce della candela e scrive. Quindi è un attivo capitano d’impresa che, solo con se stesso, in questa solitudine, in queste notti che descrive alla scrivania, prende a poco a poco coscienza, ed è la coscienza di essere un mercante con un’esperienza sui generis: senza patria - citando Seneca, dice che la patria è dove tu vai -, senza passato perché è uno che si è fatto da sé, non ha figli, per cui è destinato ad andarsene dal mondo senza lasciare nessuno, e quindi ad un certo punto vuole conseguire un altro obiettivo, che è un misto della sua religiosità e della sua ambizione, ci sono tutte due le componenti.
C’è uno scambio di lettere con la moglie Margherita, che è una donna, secondo me, degna dell’intelligenza di quest’uomo. Sono veramente bellissime le lettere di Margherita a Francesco Di Marco, che lo richiama alla bella vita, a una vita fatta di avere cura del corpo, - concediti riposo, alimentazione, affetti - e di avere cura dell’anima: sarebbe ora di incominciare a servire Dio, gli dice lei mentre lui è lì che lavora, e lui impegnatissimo risponde “alla predica quando posso, ma la migliore predica che sia, è fare bene e non si può terrare”, cioè dice se io faccio bene la mia vita in qualche modo sono andato alla migliore predica, e spera di vivere per fare qualche bene, quindi ben vivere con i soci e ben fare con i poveri.
Alla fine ha un processo molto tormentato di revisione delle sue volontà testamentarie, che discute anche con un notaio, il suo uomo di fiducia, Lapo Mazzei, che lo mette in guardia contro la non affidabilità dei vescovi “che sono intenti a spendere in disfare debiti, in cavalli e in conviti”. Alla fine, nel 1410, Francesco decide di onorare Dio ma lo fa a modo suo, rendere, restituire i beni temporali che Dio mi ha prestati, dice lui, e vuole fondare in Prato il Ceppo di cui prima ha parlato Paolo Nanni.
Cosa interessantissima è che lui stabilisce i modi e i tempi di questa cessazione della sua attività entro cinque anni, dà proprio le scansioni alla chiusura della sua attività e delle sue proprietà, e chiarisce senza ombra di dubbio che i proventi saranno convertiti in un certo Ceppo, granario e casa privata e non sacra, “in gnuno modo sottoposto alla Chiesa o ai clesiastici uffici”, ma dei poveri, a perpetuo uso dei poveri di Gesù Cristo. La sua religione non passa, non vuole passare attraverso la struttura ecclesiastica. Quindi Datini ha amato il suo lavoro, la sua costruzione, questa grande impresa che lui ha fatto da sé, però si è posto anche il problema dell’eticità del guadagno e ha pensato a come risolverlo, ha pensato di risolverlo con la collettività urbana, i poveri della città, che vuol dire il popolo in qualche modo della sua città, e quindi chiude la sua attività mercantile con questa eredità che viene assorbita dal sorgere di una, un termine a cui io sono molto affezionata e che anche Nanni utilizza, impresa della carità.
Etica ed economia hanno trovato per quest’uomo una saldatura, una saldatura originale. Datini si è inventato la sua formula, aveva ben chiaro cosa voleva fare. L’economia oggi ha ancora bisogno dell’etica e ha anche bisogno che noi ci sforziamo di inventare qualcosa su questo terreno. Con questo vorrei chiudere e ringraziarvi ancora.

GIORGIO VITTADINI:
Tre brevi conclusioni riprendendo una coa bella che è stata detta, che lo storico è quello che si fa domande. In questo Meeting stiamo sentendo una nuova generazione di storici, oltre a Nanni e alla Piccinni abbiamo qui davanti Martina Saltamacchia, che sta studiando il Duomo di Milano e un altro mercante, Marco Carelli, che ho visto che è sepolto a Milano, in Duomo. Abbiamo inoltre gli incontri sui 150 anni, con altri storici. E’ interessante la storia perché, come diceva Amato questa mattina, se si perde la cognizione del proprio passato non si può affrontare nemmeno il futuro. Quindi è interessante perché per noi la storia non è una disciplina come le altre è legata alla nostra umanità, al nostro esser uomini. Sul Medioevo è ancora tutto da scrivere, ma da questi studi che abbiamo ascoltato si vede che c’è una comunanza di situazioni interessanti. Voglio sottolineare tre punti. Il primo è che nell’epoca comunale c’è stato un tentativo di democrazia, di governo dal basso, di fronte anche a pretese ecclesiastiche e imperiali. Se vediamo i fermenti di oggi vediamo che questo è un anelito che ci accomuna all’età comunale. Secondo, l’idea di mercato che è oggi attuale, soprattutto questa sfaccettatura di valori, etica, economia, morale. Anni va è venuto un professore metodista qui al Meeting, che studiava San Tommaso e diceva che Tommaso non attaccava il libero mercato ma l’usura, cioè che si facesse guadagno senza lavoro. E anche questo è di grande attualità. La terza cosa parte da una battuta di don Giussani, quando diceva laico cioè cristiano. Un laico può essere cristiano non perché fa della carità, o perché partecipa ad opere della chiesa. Datini ha una concezione della fede che è impastata con il suo tentativo di lavorare e di essere, a cui non rinuncia, neanche dinanzi alla autorità ecclesiastica e di cui è fiero. Leggete in libro, ne vale la pena. Ringrazio Nanni e la Piccinni. Arrivederci.



(Trascrizione non rivista dai relatori)