Rimini, 24 agosto 2026. Il conflitto tra Israele e Palestina suscita un coinvolgimento emotivo e una polarizzazione senza paragoni, ma proprio per questo esige discernimento e la capacità di non estrapolare singole affermazioni dal loro percorso argomentativo. È la premessa con cui Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS, ha introdotto al Meeting di Rimini l’incontro “Israele-Palestina: esiste un’alternativa al conflitto?”, con Olivier Roy, docente dell’Istituto universitario europeo di Firenze e consigliere scientifico di Middle East Directions e Joseph Weiler, University Professor alla NYU Law School e Senior Fellow del Center for European Studies di Harvard. Scholz ha ricordato la crisi riesplosa con l’attacco terroristico del 7 ottobre 2023 e con la guerra successiva. Da qui la domanda non è stata se esista una soluzione immediata, ma «un orizzonte di speranza nel conflitto Israele e Palestina». Pertanto, dalla risoluzione 181 dell’ONU, dagli accordi di Oslo e dal loro fallimento, la prospettiva di due Stati reciprocamente riconosciuti è illusione oppure unico punto politico da cui ripartire.
Weiler: due autodeterminazioni, senza questa prospettiva non ci sarà pace
Per Weiler anzitutto occorre superare la logica per cui ogni critica ai palestinesi è qualificata fascista o colonialista e ad Israele o al suo governo antisemita. «Non è bianco e nero, ci sono punti neri», ha osservato, ricordando il 7 ottobre, la prosecuzione della guerra a Gaza e quanto avviene in Cisgiordania, ma anche molto grigio. La sua posizione sulla prospettiva politica non è cambiata rispetto al libro pubblicato 45 anni fa: «non vedo altra soluzione, se non quella che riconosca il diritto del popolo israeliano all’autodeterminazione del proprio Paese ed il diritto del popolo palestinese di avere anche loro la rivendicazione di un Paese palestinese». Oggi questa soluzione è meno praticabile a causa dell’estremismo presente in entrambe le parti e del processo degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, ma archiviarla non elimina il conflitto. «Se non c’è una versione di questa soluzione, non ci sarà la pace», ha affermato. L’esperienza europea mostra che anche dopo una guerra incomparabilmente più distruttiva, Francia e Germania riuscirono a creare un’interdipendenza economica e sociale. Non fu un invito ad amarsi, bensì una costruzione pragmatica: interessi comuni e possibilità di mettere il pane sulla tavola divennero più forti delle ideologie. Per Weiler, dunque, due Stati semplicemente affiancati e destinati a combattersi ogni pochi anni non sarebbero sufficienti: occorre il riconoscimento politico con legami economici e sociali che rendano concretamente conveniente la convivenza.
Roy: il conflitto è diventato religioso, ma non lo era alle origini
Roy ha ripercorso la trasformazione delle identità politiche coinvolte, senza letture retroattive. Il sionismo nacque alla fine del XIX secolo nel solco dei nazionalismi europei e fu inizialmente un movimento laico. Infatti, una parte degli ambienti religiosi lo giudicava troppo distante dalla Torah, mentre i millenaristi ritenevano sacrilego creare uno Stato di Israele prima dell’arrivo del Messia. Anche il movimento palestinese nacque dentro il nazionalismo arabo e acquisì successivamente autonomia con Yasser Arafat. La presenza di dirigenti cristiani nelle componenti più radicali del nazionalismo palestinese degli anni Settanta mostra, secondo Roy, che la religione non ne costituiva il centro originario. Il cambiamento arrivò negli anni Ottanta, quando comparvero due millenarismi: quello ebraico, orientato a uno Stato fondato sulla Torah ed al recupero delle terre dell’Antico Testamento, e quello islamo-nazionalista di Hamas, che introdusse il linguaggio della jihad nella lotta palestinese. «Alle origini non era così, ma ora invece questo fattore è molto importante», ha sintetizzato Roy, rilevando che la presenza di movimenti religiosi sul terreno rende i negoziati più difficili. Weiler ha aggiunto che nessuna religione è monolitica: all’interno del giudaismo e dell’Islam esistono conflitti circa la via religiosa corretta rispetto alla guerra. Gli estremisti, ha detto, strumentalizzano la religione per finalità politiche, mentre identificare tutto l’Islam con Hamas o tutti gli ebrei con l’estrema destra israeliana significa trasformare una posizione particolare nell’essenza di una fede. Anche qui, il primo compito è discernere e riconoscere la battaglia interna alle comunità religiose.
Un Medio Oriente frammentato e senza un arbitro capace di imporre il compromesso
La possibilità di un accordo dipende anche dal contesto regionale. Roy ha ricordato la crisi della solidarietà nazionalista araba e la successiva nascita attorno all’Iran del “fronte del rifiuto”, composto anche da Siria, Hezbollah ed Hamas. La caduta del regime di Assad rappresenta per lui la principale svolta geostrategica del Medio Oriente degli ultimi 25 anni ed ha accelerato il crollo di quel fronte. Oggi gli Stati arabi agiscono prevalentemente secondo interessi nazionali. Alcuni hanno riconosciuto Israele, ma non è sorta una nuova coalizione. Gli Stati Uniti non esercitano più una funzione di arbitrato sostenuta da una strategia coerente, l’Iran conserva un sostegno residuo a Hamas, Hezbollah e Houthi, mentre Israele non incontra nella regione oppositori in grado di tenergli testa. In questo scenario, Roy oggi non vede prospettive di negoziato tra israeliani ed arabi. Weiler ha condiviso il giudizio: senza pressione, aiuto e garanzie di sicurezza americane una soluzione non può maturare, mentre l’Europa non dispone dello stesso potere per condurre le parti al «compromesso doloroso» evocato da Amos Oz. La posizione del Vaticano rimane invece costante nel riconoscere due popoli e del diritto di entrambi all’autodeterminazione. Il deterioramento dell’alleanza euro-americana rende più difficile un’azione comune. La volontà politica è decisiva e secondo Weiler gli Stati Uniti sono ancora l’unica potenza in grado di rendere effettiva una soluzione dei due Stati, se una loro leadership decidesse realmente di perseguirla.
La crisi delle leadership e la lezione dei cambiamenti inattesi
Sul versante palestinese Roy non individua oggi una leadership efficace, legittima e riconosciuta. Un nome non basta senza una squadra e una rappresentanza capace di raccogliere la complessità di un popolo sofisticato, colto e pragmatico. Oslo aveva aperto questa possibilità, ma Arafat non riuscì a trasformare la guida di un movimento di liberazione in un governo efficace. Secondo Roy, Israele non volle un autentico Stato palestinese, ma un’amministrazione e contribuì a dividere Gaza dalla Cisgiordania e ad ostacolare lo sviluppo di un interlocutore con cui negoziare. La responsabilità è di entrambe le parti, anche se l’attuale impotenza necessita di una nuova rappresentanza palestinese. Weiler ha rilevato che anche nel panorama israeliano sono poche le voci disposte a riconoscere il diritto palestinese. Tuttavia, la storia non considera immutabili le posizioni. Menachem Begin concluse la pace con l’Egitto e restituì il Sinai; Ariel Sharon riconobbe che non si poteva continuare sulla stessa strada e accettò la prospettiva di Oslo. Anche chi oggi esclude uno Stato palestinese può avere un momento di realismo e comprendere che una guerra permanente contraddice lo stesso sogno di Israele. Le dichiarazioni che precedono le elezioni non consentono di prevedere ciò che accadrà dopo. «La storia ci insegna che possa esserci un cambiamento», ha detto Weiler, mantenendo insieme realismo, speranza e consapevolezza che nessun passaggio è automatico.
Roy: una tregua non è la pace e senza terra non si ricostruisce una società
Circa la possibilità di una tregua a breve, Roy ha riconosciuto la praticabilità, precisandone che «una tregua è la calma prima della prossima tempesta e non significa mai pace». Passare da una tregua all’altra non permette di ricostruire Gaza o il sud del Libano, perché ogni edificio e ogni servizio rimangono esposti alla distruzione della guerra successiva. Ciò che gli appare straordinario è la resilienza delle popolazioni civili: le persone continuano a vivere, tornano nei villaggi distrutti e ricominciano a costruire senza voler lasciare la propria terra. Questa tenacia è l’elemento che consente di intravedere una possibilità, ma non sostituisce l’accordo politico. Ogni giorno di guerra rende meno praticabile la soluzione dei due Stati, perché uno Stato palestinese richiede una terra in cui vivere in sicurezza, lavorare, aprire attività e disporre di ospedali. Aiuti, cibo e medicine sono indispensabili nei campi profughi, ma «non ricrea una società». Roy ha ricordato che l’Europa trovò un accordo dopo secoli di conflitti non per idealismo, ma anche per la paura di tornare alla guerra ed alla miseria. La paura assume è positiva quando evidenzia il prezzo insostenibile della distruzione. Weiler ha affiancato a questo fattore la stanchezza della popolazione israeliana, il cui esercito è composto da civili ripetutamente mobilitati per una guerra che non finisce. Non poter più continuare a combattere, perdere, uccidere ed essere uccisi può preparare il terreno affinché, dopo le elezioni, emerga chi sappia dire basta e apra un nego-ziato sull’autodeterminazione di entrambi i popoli.
La speranza come responsabilità politica, sociale e umana
Il dialogo non ha indicato una formula, ma ha spiegato le condizioni senza le quali l’alternativa al conflitto resta priva di consistenza. Occorre riconoscere che israeliani e palestinesi hanno due diritti che non possono essere cancellati, distinguere le religioni dalla loro strumentalizzazione politica, ricostruire leadership credibili e accompagnare l’assetto istituzionale con interessi economici e sociali condivisi. Scholz ha ricordato le testimonianze ospitate negli anni al Meeting: madri e padri israeliani e palestinesi, uniti dall’amicizia dopo la morte dei figli, hanno mostrato che dentro la sofferenza vive un desiderio di riconciliazione. Perché questo desiderio diventi politica occorrono figure capaci di rappresentarlo. Rispetto al futuro i relatori restano pessimisti, senza però diventare rinunciatari, perché la resilienza dei civili, la stanchezza prodotta dalla guerra e la memoria di svolte politiche imprevedibili possono aprire uno spazio. Concludendo, Scholz ha affermato che la paura è anche consapevolezza che la strada della guerra è totalmente distruttiva, nonché desiderio di preservare e creare un bene. Da qui la speranza che la preghiera, il discernimento e la responsabilità politica possano avvicinare quella pace che tutti desiderano e restituire il Medio Oriente come «un luogo di fioritura, di cultura e di umanità».







